Riccardo Andolcetti – Membro A.M.E. SLPcf e AMP
La diffusione capillare della psicoterapia nel tessuto sociale ha contribuito a fissare l’uomo contemporaneo in una costante domanda di senso e riconoscimento, alla quale hanno risposto il moltiplicarsi dei luoghi deputati all’ascolto: oggi l’essere umano non può dirsi di non essere accolto e ascoltato.
La convinzione dell’ascolto massificato poggia sull’illusione della mutua comprensione: poiché tutti parliamo, siamo indotti a credere di abitare un linguaggio comune nel quale le parole nominano le cose, senza uno scarto. A un ideale di ‘ascolto per tutti’ rispondono pratiche di ascolto standardizzate, formando una cortina comune che disorienta il rapporto che l’essere umano intrattiene con il reale.
Anche se l’ascolto dell’analista punta a rimanere extime rispetto all’epoca che abita, non lo si può affermare una volta per sempre.
«Tutti sono folli» dice Lacan. Rilanciata poi da Jacques-Alain Miller questa frase suona come una sveglia rivolta agli analisti, come a dire: svegliatevi clinici, svegliate le vostre orecchie! «Tutti sono folli, cioè deliranti […] il delirio è universale […] tutti i nostri discorsi non sono che difese contro il reale» [1].
Tale esortazione, ha prodotto un effetto di avanzamento nella clinica, una rimessa in asse rispetto a che cosa si intende oggi con ‘ascoltare il parlessere’.
Si pone l’accento su una certa presa di distanza dai significanti padroni: silenziarli affinché si possa continuare a udire nel discorso del paziente, quel al di là della domanda e del senso. La mancanza-a-essere, punto dal quale ascolta l’analista, oggi come ieri, si traduce operativamente in un ‘ascolto silenzioso’: «[l’analista] quando parla, parla – o dovrebbe parlare – a partire dal silenzio. Dovrebbe parlare a partire dal silenzio e allo stesso modo mantenere il silenzio parlando […] preservare in questo modo il posto di ciò che non si dice o non si può dire»[2], ovvero che non c’è rapporto sessuale, non c’è significazione ultima, non c’è garanzia del sapere, non si può dire direttamente la pulsione.
Il ‘silenzio’ dell’analista, come il suo desiderio, è omologo a tutto questo.
Tale forma di ‘silenzio’ si può dire sia uno dei nomi di quel luogo dal quale un analista ascolta e parla e che nessun gradus può garantire, in quanto la Scuola si fonda sul reale. Ne deriva che l’analista e la sua Scuola hanno una bussola che si articola in comune: «essere contrario a ogni volontà, perlomeno dichiarata, di padroneggiare […] perché in fondo è sempre facile scivolare di nuovo nel discorso della padronanza»[3].
[1] J.-A. Miller, Clinica ironica, in I paradigmi del godimento, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2001, pp. 210-212.
[2] J.-A. Miller, Silet, “La Psicoanalisi”, 19, p. 162.
[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi [1969-1970], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2001, p 81.


