Sergio Sabbatini – Membro SLPcf e AMP
Che cosa è l’ascolto, in particolare per lo psicoanalista[1]? Ascoltare qualcuno spesso ha già un effetto terapeutico. Parafrasando Popper, l’ascolto dell’analista è carico di sapere, il sapere freudiano sulla struttura, è un ascolto che sa leggere. Già nel 1953, Lacan scrive: «Così lo psicoanalista sa meglio di chiunque che il problema è d’intendere a quale “parte” di questo discorso è affidato il termine significativo […] Così, è una felice interpunzione a dare il suo senso al discorso del soggetto»[2]. E ancora, «orecchi per non intendere, in altri termini per fare la detection di ciò che deve essere inteso»[3].
2.
Anche le psicoterapie cognitivo-comportamentali ascoltano a partire da un sapere. È un ascolto spesso minuzioso che ha in primis lo scopo di ricondurre le sofferenze di un paziente a un funzionamento psichico aberrante, rispetto a una norma stabilita a priori. È un ascolto attivo, che organizza le lamentele del soggetto sulla sua sofferenza in quadro classificatorio prestabilito: l’obiettivo è correggere, normalizzare il malato, con l’idea sottesa che in tal modo ottenga la guarigione.
Si tratta quindi di correggere i pensieri presunti disfunzionali e di rieducare i comportamenti implicati. La rieducazione è prescritta a partire da ipotesi scientifiche sul sistema nervoso e sul cervello, a cui il paziente deve prestar fede e che gli vengono proposte come un sistema volto a dare un quadro specialistico alle sofferenze. Una procedura che sembra avere le stesse caratteristiche delle pratiche sciamaniche e che impone per essere efficace la credenza al sistema simbolico vigente della comunità umana alla quale appartengono lo sciamano e il malato[4].
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L’ascolto dell’analista non valuta il senso del discorso dell’analizzante; ne coglie la dimensione di domanda e avvalendosi del silenzio, dei tagli, delle citazioni, della ricerca degli equivoci e delle omofonie, mira a far emergere un altro senso, un’altra intenzione: il desiderio inconscio e poi la pulsione acefala[5]. A differenza dello sciamano lo psicoanalista non si avvale della credenza per persuadere, la tratta come suggestione da analizzare.
Freud, scrive Lacan, «[…] ha subito riconosciuto che stava qui il principio del suo potere, che in ciò non si distingueva dalla suggestione, ma anche che questo potere gli offriva la via d’uscita dal problema a condizione di non usarne perché allora prendeva tutto il suo sviluppo di transfert»[6].
Il sapere nel lavoro analitico che a mano a mano si deposita non è già codificato nei manuali diagnostici, è un sapere singolare, imprevedibile, che solo a posteriori verifica la bontà delle ipotesi psicoanalitiche.
[1]Cfr., F. Galimberti, Ascolto. L’orecchio tagliato dello psicoanalista, Napoli-Salerno, Orthotes, 2025.
[2] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi [1953], in Scritti, a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, 1974, p. 245.
[3] Ivi, p. 247.
[4] Cfr. C. Lévi-Strauss, Lo stregone e la sua magia, in Antropologia strutturale, Milano, Il Saggiatore, 1966.
[5] Cfr. É. Laurent, Interpretare: dall’ascolto alla scrittura, “Attualità lacaniana”, 32.
[6] J. Lacan, La direzione della cura e i principi del suo potere, [1958], in Scritti, a cura di G. Contri, Torino, Einaudi, 1974, p. 592.


