Francesco Saturno – Membro sotto condizione SLPcf
Cosa vuol dire ascoltare, oggi, nel solco della psicoanalisi secondo Freud e Lacan? L’ascolto che si trova nella stanza d’analisi rappresenta uno scarto rispetto all’ascolto comune, oggi frammentato, distratto, talvolta inconsistente quanto la parola stessa. Viviamo in un tempo saturo di un “bla bla bla” immaginario e autoevidente; continuamente si cerca di mostrare tutto di sé, ma raramente si incontra uno spazio capace di accogliere la singolarità di una parola e ciò che eccede il suo significato immediato.
L’analista, nel rendere possibile l’ascolto dell’inconscio, introduce una discontinuità radicale rispetto a questa economia della comunicazione contemporanea.
Freud ci ha insegnato che la parola non è trasparente a sé stessa, va interpretata: nell’interpretazione può emergere qualcosa che, nella parola del soggetto, restava silenzioso. Lacan parlava di un ascolto capace di isolare, nel flusso ripetitivo della narrazione del soggetto, quei particolari significanti che insistono e che rivelano qualcosa della sua posizione specifica. Tuttavia, ciò che conta è spesso ciò che nel discorso inciampa, tace, si cela, fa laps. L’orecchio dell’analista è per questo più sensibile all’enunciazione che all’enunciato; è mosso dal desiderio che l’inconscio del soggetto parli e che, emergendo, permetta al soggetto di fare un’esperienza meno opaca del proprio fantasma. Un orientamento verso il risveglio che per Jacques-Alain Miller è: «quello che formulerei come la vocazione dell’analista: […] che attesti con la sua presenza l’incontro con il reale»[1].
La psicoanalisi non promette armonia o adattamento, non coincide con una pedagogia della felicità. L’incontro con il reale, che non cessa di non scriversi, orienta il desiderio dell’analista verso l’emergenza del sapere dell’inconscio. L’effetto di un’analisi porta a un progressivo svuotamento del significato immaginario, fino all’incontro con un godimento che insiste oltre il senso.
In questa prospettiva, la nostra traiettoria punta, più che a un benessere supposto, all’etica del ben-dire, affinché il soggetto trovi una parola meno catturata dal discorso dell’Altro, più prossima alla propria verità singolare, che gli permetta finalmente di dirsi in modo diverso. Un significante isolato che cade, che si stacca dalla catena abituale del senso e che, proprio per questo, dice bene qualcosa del soggetto, producendo effetti di soggettivazione e trasformando il rapporto con ciò che lo muove.
L’ascolto dell’analista non si concentra sulla comprensione, ma si fa punteggiatura, scansione, sponda, taglio affinché la ripetizione si spezzi e si produca una differenza nel discorso: è il principio per cui l’inconscio può emergere. L’analista può così consentire al soggetto di imparare ad ascoltare il proprio discorso in modo nuovo, riconoscendo ciò che egli manifesta al di là delle intenzioni del suo dire.
[1] J. A. Miller, Risveglio, in Scilicet, Il sogno. La sua interpretazione, il suo uso nella cura lacaniana, Rimini, Panozzo Editore, 2020, p. 11.


