Cristiano Tiburzi – Allievo Istituto freudiano
Cosa ascoltiamo, esattamente, quando ascoltiamo? Questa domanda suggerisce che nell’ascolto si giochi un passaggio essenziale della dimensione analitica. L’ascolto analitico si definisce come “ascolto del significante”, il piano del discorso che uno psicoanalista è tenuto a seguire.
È il livello in cui le conseguenze del discorso emergono nella forma più pura. Qui si isolano i nodi della trama significante, scartando gli effetti immaginari. Come indica Jacques Lacan: «Chi è capace di attenersi a questo livello […] costui appartiene alla specie psicoanalista»[1]. Avanzando in questa direzione, tracciamo una linea tra l’esperienza analitica e quello che va depennato.
L’analista deve escludere «quello tramite cui ogni essere umano comunica con il proprio simile»[2]. Con questa espressione Lacan fa riferimento a una dimensione sottile: quella della stima, del gusto, del “Tu mi piaci”. Sono questi elementi a fondare le comuni relazioni umane. Confermare questo piano significa “apprezzare” e prendere per vera una dimensione puramente immaginaria.
Il “Tu mi piaci” si colloca sul livello dell’apprezzamento. Per evidenziarne meglio il senso riprendiamo l’origine e l’etimologia di “apprezzare”: Ad-pretiare, formato da ad (andare verso), pretium (valore). Significa andare verso il valore, ossia stabilire la misura, definirne l’estensione e quantificarla. In altri termini, supportare l’individuazione e identificazione di un oggetto nella realtà.
Nel “Tu mi piaci” abita dunque l’apprezzamento immaginario di quel che un soggetto può offrire al suo gusto e alla stima di un altro. Essere in relazione secondo i modi dell’apprezzabile implica dare corpo alla realtà in cui l’altro trova il suo supporto. È un atteggiamento vicino alla cosiddetta “empatia”, riducibile però a un brancolare nel buio.
Il rischio è quello di offrire delle identificazioni misconoscendo al contempo ciò che si tratta di mettere in gioco. A tal proposito, vale la pena sottolineare quello che Lacan dice sulla quantificazione: quando qualcosa viene quantificato, cambia statuto e diventa qualcos’altro[3]. Apprezzare satura una questione, conferendo consistenza a qualcosa che sarebbe da interrogare. Ogni volta che si cade nella logica dell’apprezzamento si misconosce “ciò di cui si tratta”.
L’operazione analitica è tutt’altro: punta a sottoporre il soggetto a un lavoro analizzante in cui sia messa in atto la realtà dell’inconscio. Qui, più che un supporto per il soggetto, è in primo piano un “Io non sono” radicale: un discorso in cui il soggetto è tutt’altro che localizzabile.
La dimensione del “Tu mi piaci” è un terreno scivoloso su cui fare grande attenzione. È infatti da come si ascolta che ci si pone o meno nella giusta posizione per non mancare all’appuntamento con l’inconscio.
[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XV, L’atto psicoanalitico [1967-1968], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2025, p. 138.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. Ivi, pp. 206-207.


