Alessandra Fontana – Membro SLPcf e AMP
Un bambino di quattro anni, mi invita appena entra in studio a giocare a nascondino. Non so che cosa rispondergli perché lo incontro per svolgere una consulenza tecnica d’ufficio, nel mio ruolo devo dare al giudice alcuni elementi su come sta questo minore. Qualcosa mi dice che mi sta indicando una via per conoscerlo e ciò che mette al lavoro è fondamentale anche per la valutazione. Accolgo così di giocare a nascondino.
Il bambino resta da solo con me molto rapidamente, diamo avvio al gioco, si nasconde e io lo cerco. Non appena finisco di contare, dice: “Sono qui!”. Lo dice subito, non lascia che io lo cerchi neppure un momento, eppure mi pare un bambino con risorse notevoli.
Lo avevo già incontrato una volta con la mamma e subito nel gioco le aveva affidato un bambolotto perché lei se ne prendesse cura, mostrandosi sensibile a trasferire nel gioco qualcosa che stava accadendo nella sua vita.
Il fatto che il bambino non riuscisse a giocare a nascondino mi colpiva, mi dedicai non poco affinché lui desse un tempo fra la ricerca e la scoperta. Non mi lasciai trovare facilmente e piano piano anche lui cominciò a giocare davvero. Il gioco del nascondino evocava subito qualcosa che avevo ascoltato dal lato paterno, qualcosa che nominerei come la necessità di avere il figlio sempre con sé. Interpreto così nel gioco che questo bambino non tolleri, non riesca e non possa in qualche forma, mancare all’altro.
Lo incontro ancora e proseguiamo nel nascondino. Lui comincia a prenderci gusto, io e lui ci prendiamo gusto! Il bambino si nasconde e finalmente attende, non dice dove si trova, aspetta, impiego molto tempo nel cercarlo e mi diverto tanto in questa attività fino a scoprirlo nascosto dietro la tenda…vedo i piedi e comincio a dire qualcosa come: “Di chi saranno questi piedi?” Lui freme dall’agitazione e quando apro la tenda mi abbraccia forte! Non solo ma quando conta lui, gli offro del filo da torcere nel trovarmi, e finalmente conta, si prende il suo tempo senza dire i numeri 1,2,3 velocemente come all’inizio e, comincia a contare, lui conta e così il nostro legame contingente.
Ecco ciò che conta: gli equivoci del significante e quel buco nella pancia, quel vuoto salvifico, che sente mentre è nascosto e sa che lo troverò e che si discosta dalla necessità consolatoria a cui era fissato e che faceva da impedimento alla sua capacità di giocare, di creare.
Il gioco del nascondino mi orienterà nella scrittura dell’elaborato per il giudice e nel lavoro con questi genitori, al fine di sostenere la separazione e aiutare ciascuno a costruire del nuovo.


