«Nell’avvicinarsi all’Altro, l’odio ha la priorità sull’amore. L’amore si attacca alle parvenze, mentre la passione dell’odio mira al reale. “Cosa fa di questo Altro l’Altro per il quale si può provare odio, odio per il suo essere? Bene, è l’odio del godimento dell’Altro. E’ anche la forma più generale che possiamo dare a questo razzismo moderno di fronte a cui ci troviamo. E’ l’odio del modo particolare in cui l’Altro gode” (Jacques-Alain Miller, Extimité).»

E. Laurent, L’Europa alla prova dell’odio, in Amore e odio per l’Europa, a cura di M. Focchi e D. Cosenza, Torino, Rosenberg & Sellier, 2019, p. 192.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°18 – 31 luglio 2020

La Scuola al lavoro in periodo di pandemia

Conversazione con Domenico Cosenza
Presidente dell’EuroFederazione di Psicoanalisi – membro AME SLP e AMP – a cura di Laura Storti

LS: Grazie Domenico per la tua disponibilità a questa conversazione che verrà pubblicata su Rete Lacan, l’a-periodico della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi.

Dal tuo osservatorio di presidente dell’EuroFederazione di psicoanalisi (EFP) come hanno risposto le Scuole europee del Campo freudiano all’emergenza Covid-19? e quali le ripercussioni sulla loro vita?

DC: Direi che ci sono state risposte eterogenee tra loro che hanno espresso la singolarità di ciascuna Scuola e del momento contingente che ciascuna si trova a vivere all’interno del proprio processo di sviluppo. C’è stato sicuramente un lavoro di maggiore annodamento tra le Scuole europee in questi ultimi anni, e l’EuroFederazione ha giocato un suo ruolo in questa direzione.  Il Consiglio EFP, come sai, è costituito dai presidenti delle quattro Scuole europee più il presidente dell’AMP e quello dell’EFP, e quando ci siamo trovati nel pieno della pandemia una decisione importante è stata quella di convocare delle riunioni straordinarie del Consiglio, ovviamente da remoto attraverso la piattaforma Zoom, essendo diventati impossibili gli incontri in presenza. In tempi normali, le riunioni del Consiglio della EFP, perlopiù insieme al Direttivo, si svolgevano regolarmente in concomitanza con i Convegni nazionali delle Scuole. La sospensione forzata di questi appuntamenti ha dato luogo ad una nuova modalità di funzionamento delle riunioni, più legata alla tyche dell’urgenza che all’automaton consolidato degli appuntamenti simbolici delle nostre Scuole.

Ad ogni modo queste riunioni in remoto sono state, secondo la mia esperienza, riunioni importanti poiché hanno permesso, nel momento del blackout di tutte le attività programmate in presenza, un luogo simbolico di scambio ed elaborazione, e per certi aspetti anche di decisione comune sugli effetti della crisi pandemica nella vita delle Scuole e più in generale della nostra comunità analitica. Questo ci ha permesso di confrontarci con problemi inediti – come permettere un lavoro di Scuola non in presenza? Come fare un’Assemblea della Scuola non potendosi incontrare fisicamente?… – e di trovare delle vie di soluzione, per diversi aspetti comuni, per altri proprie di ciascuna singola Scuola.  Non so se ricordi ma quando eravamo nel pieno dell’emergenza in Europa è stato diffuso un comunicato da parte dell’EuroFederazione firmato da me e da tutti i membri del Consiglio e del Bureau dell’EFP che non soltanto ha nominato ciò che stava accadendo ma metteva in evidenza le questioni più critiche che questa situazione stava creando, sia nella vita delle Scuole, dal momento che quasi tutti gli appuntamenti istituzionali del 2020  a partire da fine febbraio 2020 sono stati necessariamente annullati o spostati,  ma anche a livello della nostra pratica clinica, così come l’abbiamo sempre conosciuta, dal momento che non si poteva più prevedere l’incontro in presenza tra analizzanti e analisti.

Questo comunicato è stato il frutto del Consiglio dell’EFP e si è stabilito nel primo incontro che abbiamo avuto. Successivamente se ne sono svolti altri, a cui ha partecipato anche il Bureau, che hanno scandito le varie fasi di questo lungo periodo di confinamento. Periodo che ha avuto momenti differenti a seconda della realtà in cui le diverse Scuole si sono trovate a vivere. L’Italia per prima è stata investita dalla pandemia e poco dopo la Spagna, la Francia e le altre realtà europee. Diciamo che si è comunque creato un tempo di due, tre mesi nel quale è stato possibile un confronto tra i presidenti delle diverse Scuole sulle difficoltà che si andavano creando a causa della crisi pandemica; ma anche l’opportunità di trasmetterci alcune soluzioni tecniche, come ad esempio lo scambio sull’utilizzo per i nostri incontri della piattaforma Zoom, e la sua utilizzabilità anche per eventi di Scuola, che la ELP ha attivato per prima e ha trasmesso alle altre Scuole. Diverse attività svolte nelle singole Scuole sono state condivise dai presidenti all’interno delle riunioni del Consiglio dell’EuroFederazione, e ciò ha permesso anche, in una congiuntura difficile, di soppesare potenzialità e rischi nell’uso dei mezzi online nel nostro campo d’azione.

LS: Come accennavi prima l’Italia è stata la prima all’interno del mondo occidentale a essere colpita dalla pandemia e la SLP si è trovata costretta a rispondere velocemente e per prima. Pensi che in questa contingenza gli italiani siano riusciti a uscire da quello che J.-A. Miller, in altre occasioni, ha definito être en réserve?

DC: Direi che questa contingenza ci ha messo un po’ all’angolo per primi e ha determinato alcune scelte forzate che si sono prodotte in un tempo anticipato rispetto alle altre Scuole. Queste si sono tradotte in una serie di decisioni che sono state prese dal Consiglio e dal Direttivo della SLP. Vivendo in anticipo la crisi pandemica con i suoi effetti devastanti rispetto agli altri paesi europei come Spagna e Francia e agli Stati Uniti, abbiamo aperto gli occhi per primi rispetto alla gravità della situazione. Ricordo che nei primissimi tempi dell’epidemia in Italia, a volte parlando con alcuni colleghi di altre Scuole si aveva l’impressione che non capissero bene cosa stesse accadendo da noi, sembrava fosse quasi un problema soltanto italiano. Ciò che è stato fatto da noi, a livello di politica sanitaria rispetto al virus è stato poi ripreso in gran parte da tutti gli altri paesi europei, e chi ha scelto strade diverse (come il Regno Unito o la Svezia) ha finito con il pentirsene.

Per quanto riguarda la SLP sicuramente è uscita in questa situazione specifica a mio avviso dalla riserva, perché non ha fatto finta di non vedere quello che stava accadendo ma lo ha affrontato con tempestività e in modo inventivo. Tra le modalità nuove di affrontare questa emergenza, la prima è stata proprio l’invenzione di Rete Lacan, a-periodico, che è andato a occupare un posto preciso rispetto a un buco che si era creato all’interno della Scuola con l’annullamento forzato di tutti gli incontri di Scuola precedentemente programmati, rispondendo all’esigenza diffusa di poter dire qualcosa, offrire un contenitore simbolico,  rispetto all’emergenza devastante del reale che si stava producendo nel pieno della crisi pandemica. In questo senso, inventare Rete Lacan è stato un atto di Scuola per la SLP. Se la nascita di Rete Lacan è sorta da questa contingenza, la cosa interessante è il tempo secondo in cui sta cercando di entrare, tempo del suo sviluppo che vuole andare oltre la contingenza del Covid-19. Se non ho capito male, vuole posizionarsi come strumento della Scuola sufficientemente flessibile per affrontare con tempestività l’emergenza del reale che può precipitare di volta in volta all’interno della nostra società. Ora lo vedo con maggiore chiarezza, una rivista che prova a trattare l’irruzione del reale nelle sue modalità contingenti, e di cui la crisi del coronavirus è stata una esperienza inaugurale che ne ha propiziato la nascita.

LS: Esattamente! Sei stato, insieme a Marco Focchi, il curatore del libro Amore e odio verso l’Europa. La psicoanalisi interroga la politica, che fa parte della collana Biblioteca Lacaniana. Un testo molto interessante, pensi che l’Europa sia stata e sarà all’altezza di questo evento catastrofico che ha colpito il mondo intero? Che ruolo hanno avuto i vari governi europei?

DC: Si tratta di un argomento, quello della crisi legata al coronavirus e del suo avvenire, che recentemente ho affrontato in un dibattito da remoto promosso da Zadig Spagna. Si è trattato di uno scambio tra psicoanalisti, politici, intellettuali, scrittori, filosofi. La mia impressione è che il propagarsi del virus ha funzionato come acceleratore rispetto ad alcuni processi in atto. Un acceleratore che non abbiamo certezze di dove ci condurrà ma che sicuramente ha introdotto un ritmo nel processo che è in gioco rispetto alla costituzione di un’Europa, diciamo, più ‘soggetto’ della politica.  Europa che avrebbe dovuto attendere molti più anni in una condizione politica di normalità. La crisi pandemica, questa è la mia opinione, sta funzionando come acceleratore di processo che può andare in una direzione o nel suo opposto. Ovvero, può andare o nella direzione di un’articolazione più sinergica dell’insieme politico europeo che potrebbe portare a una maggiore soggettivazione dell’Europa, togliendola da una dimensione di puro sembiante o di costruzione puramente burocratico-istituzionale. Oppure, l’altra possibilità, diciamo negativa, è quella per cui questa congiuntura possa spingere verso un’accelerazione, non dico di un processo disgregativo ma del fallimento del progetto politico europeo. In questo momento davanti alla scelta forzata di superare gli effetti devastanti che la pandemia sta producendo sembra che gli attori politici principali abbiano inteso che la scelta non è ulteriormente prorogabile. Sembra pertanto che ci si trovi in un momento cruciale per l’Europa.

In un certo senso il Forum europeo di febbraio dello scorso anno tenutosi a Milano poneva la stessa questione nel grande dibattito tra la spinta ai populismi e una politica che andasse verso un processo di maggiore integrazione della democrazia europea, in uno scenario nel quale il coronavirus non aveva ancora fatto la sua apparizione. Sicuramente il coronavirus, se volessi usare un linguaggio marxista, direi che ha introdotto delle condizioni oggettive propizie del tutto inedite che hanno prodotto un’accelerazione del processo trasformativo. Potremmo dire che è ancora in corso una battaglia tra forze e orientamenti che spingono verso una maggiore integrazione del progetto di un’Europa politica, attenta alla centralità del legame sociale e della democrazia, un’Europa della solidarietà tra i paesi e i cittadini dell’Europa. Dall’altra parte, un’altra tendenza che invece è più ancorata a una prospettiva nazionalistica in senso più tradizionale, si regge su una reazione di tipo difensivo rispetto all’angoscia prodotta dalla globalizzazione, pensando fondamentalmente che la regressione nazionalistico-populistica sia la vera risposta a quanto di inquietante, di disorientante produce la globalizzazione contemporanea. Queste due modalità di rispondere entrano in questo momento storico in una battaglia decisiva. Questa battaglia e le sue sorti determineranno quale sarà, nei prossimi decenni, il ruolo politico dell’Europa e della sua democrazia all’interno dello scenario mondiale.

LS: Mentre ti ascoltavo ripensavo proprio al Forum di Milano. In quel periodo, solo un anno fa, sembrava che i populismi, seppure con le loro diversità, fossero in un momento di ascesa, di grande consenso popolare. Durante il periodo della pandemia e la gestione che ne è derivata, mi sembra siano emersi tutti i limiti di queste politiche. Di fronte al moltiplicarsi dei contagi e alla crisi che ha subito a vari livelli la sanità, abbiamo assistito ad atteggiamenti negazionisti che hanno spesso prodotto veri e propri disastri. Penso a Boris Johnson in Inghilterra, a Donald Trump negli Stati Uniti, per non parlare di Jair Bolsonaro in Brasile, piuttosto che Matteo Salvini qui in Italia. Pensi che il virus abbia fatto emergere i limiti di tali politiche?

DC: In linea di massima direi che in questa lettura cogli qualcosa di interessante. E’ chiaro che quando parliamo di populismi dobbiamo coglierne le differenze, esistono populismi che hanno una strana alleanza con il liberismo economico e populismi più legati a conservatorismi politici, per non parlare ad esempio del populismo che entra chiaramente ai ferri corti con lo stato di diritto di alcuni Paesi dell’Est. Quindi, è un arcipelago piuttosto variegato quello che noi siamo soliti ricondurre all’alveo del populismo. La pandemia ha introdotto un fattore devastante rispetto a questo quadro perché per definizione la pandemia è un evento che non si può trattare efficacemente all’interno dei soli confini nazionali. É per definizione un problema globale quindi, diciamo che, a mio avviso, una prospettiva politica che provi a trattare tale problema da un orizzonte globale ha più probabilità di riuscita rispetto a qualunque tentativo di affrontarlo in una logica d’intervento solo nazionale. In questo senso diciamo che una prospettiva d’intervento più coordinata a livello europeo presenterebbe delle possibilità d’intervento e di azione rispetto alla pandemia e i suoi effetti sull’economia e sulla società molto più potenti rispetto a qualunque politica nazionalista, anche in termini di decisioni a livello di politica economica. Ad esempio quello che si sta dibattendo in questi giorni a Bruxelles è qualcosa di una portata molto rilevante. Se passerà la decisione politica che è stata presa dalla Commissione europea e da tutte le più importanti istituzioni europee, ovvero quella di intervenire massicciamente per sanare gli effetti distruttivi prodotti dalla pandemia nei vari paesi europei sulla società, l’economia e il lavoro, potremmo dire che sarà il segno dell’entrata in campo di un’Europa politica che non è mai esistita veramente in questi termini. Si metterà in gioco qualcosa di nuovo che non abbiamo mai visto fino a ora. Forse ha visto qualcosa di questo la prima generazione dopo la guerra ma ancora in una dimensione dell’insieme europeo ristretto, ridotto al nucleo degli Stati fondatori. Ora siamo in una situazione nella quale l’Europa è un arcipelago di molti Stati che la compongono, qualcosa di molto ampio e di molto più complesso.

Se dal dibattito che sta avvenendo a Bruxelles in questi giorni si uscirà facendo prevalere questa linea di un’Europa politica e solidale, ci troveremo ad avere a che fare con qualcosa di molto difficilmente riconducibile alla caricatura dell’Europa matrigna che i fautori delle politiche populiste e ultra nazionaliste – rispetto al passato anche con delle ragioni – hanno messo in campo fino a ora.  Si tratterebbe allora per l’Europa di un salto qualitativo sul piano politico, che la distanzierebbe dalle sue rappresentazioni come entità puramente burocratica, retta fondamentalmente dall’esigenza del libero scambio economico e dalle esigenze di mercato, ma lontana dalla vita e dalle sofferenze dei cittadini europei.

LS: La psicoanalisi ci insegna che la biologia non è un destino, da più parti si sottolinea che oggi a capo dell’Europa ci sono tre donne: Angela Merker, attuale presidente d’Europa, Cristina Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea e Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, come leggere questa contingenza? Pensi che ci possano essere delle particolari ricadute di questa contingenza nelle importanti decisioni che come sostieni, l’Europa dovrà prendere?

DC: Sicuramente non era mai avvenuto niente di simile prima, ovvero che nello stesso tempo le grandi cariche istituzionali dell’Europa fossero ricoperte da donne. E’ particolarmente interessante che proprio in questo momento in cui avviene questo passaggio si produca questa congiuntura critica, la più grande congiuntura critica dal dopoguerra a oggi. La risposta che è stata data in questi mesi è interessante perché se c’è stata in alcuni momenti qualche oscillazione, dovuta anche alla difficoltà di orientarsi sul momento storico inedito che si stava vivendo, alla fine mi sembra che siano state prese decisioni molto coraggiose mai prese prima. Questo mi sembra sia un aspetto che vada messo in rilievo come una novità importante rispetto alla politica. Se poi questa novità possa essere messa in relazione alla femminilità aprirebbe un discorso molto complesso che richiederebbe uno spazio di riflessione più approfondito. Però sicuramente possiamo affermare che quando si presenta una crisi di questa portata la contingenza vuole che ci siano tre donne nei posti chiave di organismi internazionali e ciò che sta accadendo è che di fatto si sta attuando una linea un po’ più coraggiosa che in passato rispetto alla costruzione di una Europa politica. Lo dobbiamo constatare.

LS: Per concludere, vorrei approfittare di questa conversazione per chiederti un accenno al tema del prossimo Congresso dell’EuroFederazione che si terrà il 3 e il 4 luglio 2021 a Bruxelles con il titolo Volere un figlio?

DC: E’ stato scelto un tema molto importante per il VI Congresso dell’EuroFederazione, il cui titolo è stato proposto dal direttore di PIPOL 10, Domininque Holvoet. Importante perché tocca a vari livelli una questione sintomatica tanto della soggettività contemporanea, che implica lo statuto odierno della maternità e della paternità, o per usare un termine in voga oggi lo statuto della parentalità; quanto un sintomo sociale che riguarda la società contemporanea. Colpisce il fatto che nell’Europa contemporanea coesistano un livello di benessere, certo diseguale ma comunque diffuso rispetto ad altre realtà, tra i più alti nel mondo ed un grado di riduzione demografica progressiva impressionante. Questo non può non interrogarci. Come un sintomo sociale che funziona da spia, da interrogativo rispetto a quale direzione stiamo prendendo come società, quale prospettiva rispetto alla trasmissione intergenerazionale, quale progettualità verso il futuro. Tocchiamo un ganglio del nostro sistema di vita che fa problema e che accende una spia rossa che occorre ci interroghi rispetto alla direzione che stiamo dando alle nostre esistenze, alle nostre istituzioni, alle nostre famiglie. C’è qualcosa che non funziona in questa condizione, primo livello di interrogazione che mi sembra interessante portare anche alla riflessione delle Istituzioni europee ad esempio. Perché è molto importante che PIPOL 10 possa parlare all’Europa. Che ci si interroghi sul perché, su quali siano le cause e quali vie possano essere messe in campo affinché si possa evitare che il benessere si associ alla sterilità. Un benessere sterile è un benessere tra virgolette. Questa questione verrà interrogata tenendo conto di ciò che hanno da dire le varie discipline che si sono implicate in questo problema: dalla politica, alla sociologia, agli studi sulla condizione della famiglia, sulla condizione femminile, all’economia e così via. Questo potrà avvenire nei momenti plenari del Congresso. Oltre a questo è importante cogliere la portata clinica del tema, perché volere un figlio è una questione che riguarda la vita di ciascun soggetto, sia di chi decide di volerne sia di chi decide di non volerne, di chi lo desidera ma anche di chi non lo desidera. In ogni caso è qualcosa che interroga ciascuno. E’ una questione difficilmente eludibile, un crocevia della vita e mette in campo per ciascuno la questione della trasmissione. Sarà molto interessante per noi lavorare questo tema alla luce della condizione delle coppie contemporanee. Per questo è stato dato anche un sottotitolo: Desiderio di famiglia e clinica delle filiazioni, due formulazioni importanti, pensate, non messe a caso. ‘Desiderio di famiglia’ è un’espressione fondamentale perché pone in questione lo statuto del desiderio che presiede alla trasmissione filiale. Nella Nota sul bambino del ’69 Lacan pone a tema la specificità del desiderio che entra in gioco nella costituzione di un processo di trasmissione legato alla filiazione, e la sua risposta è che occorre che entri in gioco un desiderio non anonimo dal lato dei genitori perché possa sostenere una costituzione soggettiva del figlio e della figlia. Questa esigenza va messa in dialettica con ciò che accade nella società dove volere un figlio non sempre è retto da questa dimensione di desiderio non anonimo ma spesso può rientrare in una logica consumistica, mossa prevalentemente da un’esigenza di completamento narcisistico,  tipica del funzionamento del discorso del capitalismo avanzato. E’ un dato di fatto che oggi il desiderio di famiglia sia andato oltre le colonne d’Ercole della struttura familiare classica fondata sulla coppia genitoriale eterosessuale. Il fatto che la struttura della famiglia non prenda la forma classica della coppia eterosessuale non impedisce di esprimere il desiderio di filiazione; così come del resto la struttura familiare classica non garantiva affatto della presenza viva di un desiderio non anonimo nel processo di trasmissione tra genitori e figli. Per questa ragione abbiamo affiancato nel sottotitolo a ‘desiderio di famiglia’ la formula al plurale ‘clinica delle filiazioni’. Con questa espressione si vuole provare a indagare, proprio nelle loro differenze, le diverse vie attraverso le quali questo desiderio di famiglia, desiderio di filiazione, può prendere corpo, nella varietà delle forme dei legami di coppia parentali, ogni volta in modo singolare. Sarà particolarmente interessante quindi, la parte clinica con la presentazione e la discussione di casi nei quali il problema della filiazione entra in campo in modo singolare. Questo ci permetterà di cogliere qualcosa di più di quelli che sono gli effetti di un’entrata in gioco di possibilità diverse di arrivare alla filiazione. Effetti che riguardano le soggettività in gioco, siano esse genitori o figli.

Sarà per noi molto importante il lavoro clinico su questi temi perché altrimenti quando soprattutto parliamo di famiglie arcobaleno, di figli provenienti da coppie diverse da quelle “classiche”, che hanno utilizzato le possibilità messe loro a disposizione dalle tecniche di procreazione medicalmente assistita, possiamo farlo evitando di rimanere irretiti in una prospettiva ideologica o pregiudiziale. Uno psicoanalista può autorizzarsi a parlare di tutto questo a partire dal reale che emerge dall’esperienza clinica, al di là dall’ideologia e dei pregiudizi sociali a favore o contro le trasformazioni in atto. Penso quindi sarà molto interessante e importante partecipare a questo Congresso e poter ascoltare quello che i colleghi avranno da dire della loro pratica.

LS: Grazie Domenico anche di questo “assaggio” sul tema del prossimo Congresso dell’EuroFederazione che ci mette da subito al lavoro.

Una politica dell’assistenza sanitaria e umanitaria senza frontiere

Conversazione con Claudia Lodesani 
Presidente di Medici Senza Frontiere Italia – a cura di Sebastiano Vinci

SV: Allora, giusto per iniziare, le chiedo: quale presentazione è possibile di Medici Senza Frontiere che, se non ricordo male, è nata nel 1971?

CL: Sì, nasce in Francia nel 1971 da un gruppo di medici e giornalisti – e questo è importante saperlo – che tornano dalla guerra del Biafra. Erano stati lì per lavoro e volontariato ed hanno visto atrocità tali per cui hanno detto “dobbiamo fare qualcosa”, qualcosa che non è solo prendersi cura dei pazienti. Inaugurano così un nuovo stile dell’azione d’emergenza, in grado di combinare immediatezza e professionalità con indipendenza e testimonianza. In altre parole, salvare vite e curare, ma anche raccontare e denunciare. Così inizia Medici Senza Frontiere. All’inizio i volontari si riunivano dentro un garage, poi la cosa si è evoluta e adesso siamo diventati abbastanza grandi: siamo 25 sezioni partner tra cui l’Italia in giro per il mondo e 5 centri operativi in Europa, più uno in via di realizzazione in Africa occidentale… La testimonianza pubblica fa parte del nostro DNA, proprio come curare e salvare vite. Quando siamo testimoni di atti di violenza estrema verso persone o gruppi, non restiamo in silenzio. Cerchiamo di accendere i riflettori sui bisogni e sulle sofferenze inaccettabili delle persone, quando l’accesso alle cure mediche salva-vita viene ostacolato, quando le strutture mediche sono a rischio, quando le crisi sono dimenticate o quando gli aiuti umanitari sono inadeguati o sovradimensionati. A volte è facile, a volte è difficile, a volte crea problemi a volte meno ma, insomma, questo è parte del nostro mandato.

SV: Ecco, questo della testimonianza è uno degli aspetti etici più importanti, rispetto alla missione che voi avete, oltre a quello di curare lì dove le cure a volte non sono permesse?  Arrivate laddove, anche per voleri politici ben precisi, l’assistenza sanitaria non arriva. Ci siete voi, ma la vostra presenza non è anche, essa stessa, una testimonianza della vostra missione?

CL: Assolutamente, negli ultimi anni è diventato comunque in alcuni contesti più difficile. E più difficile esserci perché, ad esempio, un mese fa c’è stato l’ennesimo attacco ad una delle nostre basi, un ospedale maternità in Afghanistan. Ultimamente gli attacchi agli ospedali non solo di MSF, ma anche di altre organizzazioni, anche della Croce Rossa Internazionale, sono aumentati perché comunque quello che sta succedendo in alcuni contesti di guerra è che i presidi medici – che siano ospedali, che siano centri di salute – vengono visti e usati come un’arma di guerra, nel senso che se tu distruggi un ospedale l’altra parte non ha più dove andare a curare i civili. Gli ospedali non sono più considerati come luoghi neutrali da preservare ma purtroppo, ultimamente, sono anche usati come parte del conflitto. In generale, noi abbiamo una politica per cui se lavoriamo in un conflitto, se costruiamo un ospedale in una parte della zona lo costruiamo anche nell’altra, per mantenere imparzialità e neutralità, per cui diventa sempre… no, non sempre più difficile perché poi dipende dai contesti, ma ci sono stati episodi difficili da gestire, questo sì.

SV: In quale parte geopolitica state operando e siete maggiormente impegnati, in questo momento?

CL: È difficile rispondere perché nel 2019 abbiamo lavorato in 74 paesi. I Paesi storici in cui per tutta una serie di motivi siamo più “grossi” come interventi, sono la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan perché sono Paesi dove c’è di tutto: ad esempio in Congo c’è un’epidemia di morbillo, ormai da più di un anno, che sta facendo più di 6 mila morti tra i bambini con meno di 5 anni. Ma di questo non se ne parla, perché ovviamente, il Covid ormai ha preso il sopravvento su queste altre epidemie. Nel Sud Sudan c’è una guerra civile non dichiarata da anni. Anche lì, ci sono picchi malarici che iniziano a giugno. Questi due sono i due paesi in cui storicamente siamo più presenti, però ultimamente uno dei nostri sforzi maggiori è in Brasile, perché in Brasile il covid sta aumentando e non diminuendo, c’è tutto un focolaio nella foresta Amazzonica dove l’accesso alle cure per le persone locali è molto complicato, per cui proprio adesso stiamo facendo un grande sforzo in Sudamerica per tentare di dare risposte al covid. Poi, ci sono i “soliti” contesti di guerra dove interveniamo, come la Siria e lo Yemen. Quella dello Yemen è un’altra crisi umanitaria in cui siamo da anni presenti in maniera abbastanza massiccia; in questo momento oltre alla guerra civile iniziata con la primavera araba c’è anche una delle più grosse epidemie di colera degli ultimi anni che dura da quasi 2 anni ed ora c’è il covid, anche lì un grosso problema in questo momento.

SV: Dottoressa, volevo chiederle: durante questo periodo del covid, quantomeno qui in Italia, tutta l‘informazione è stata cooptata da questo problema: la pandemia, dibattiti tra scienziati, infettivologi, medici, vaccino si, vaccino no, è stata la Cina… tutta una serie di cose che hanno cancellato una parte di informazione. Cos’è che non è passato in questi mesi e su cosa, invece, è importante che l’attenzione ritorni, rimanga o venga focalizzata? Vi è una parte di popolazione che soffre e che è alle prese con una povertà che noi neanche immaginiamo, per esempio, e di cui non si è più parlato…

CL: Prima di tutto una premessa: questo tipo di epidemie destabilizzano i sistemi sanitari perché arrivano un numero elevatissimo di pazienti in poco tempo. Questo succede in Italia come in altri paesi, come ad esempio durante l’ebola in Liberia o in Congo, quindi il meccanismo è sempre lo stesso. In Italia vi è una capacità di reazione maggiore, essendo il sistema sanitario più solido e più ricco, rispetto a quanto può essere quello della Liberia… Il problema di questa epidemia è che, in realtà, se si blocca il sistema sanitario concentrandosi solo su questo (altri reparti  specialistici vengono chiusi), il primo problema che si pone è che le altre malattie continuano ma diventano invisibili e, quindi, hai i pazienti domiciliari che hanno meno cure, la diagnostica che funziona meno; per cui ad esempio ritornando all’ebola, quello che sappiamo è che sono morte più persone non di ebola che di ebola: nonostante facesse più di 10 mila morti, avevi i bambini malati di malaria che non sapevano più dove prendere gli antimalarici, avevi le donne che dovevano partorire e che partorivano a casa. Questo, in generale, è il grosso rischio durante un’epidemia, se si gestisce in maniera monotematica. Poi ci sono, in Italia, tutti gli altri disagi sociali di cui non si è più parlato: come se le vittime di torture non esistessero più, di sbarchi non se ne è più parlato, lo sfruttamento dei braccianti è continuato  – che non è solo sfruttamento economico; le persone che vivono nelle baraccopoli di fianco ai campi dove lavorano non hanno accesso alle cure e per me in quanto membro di un’organizzazione medico-umanitaria è un problema; se si fanno male, se stanno male non sanno dove andare e ancora di più al tempo di covid: già l’italiano ha un accesso ridotto alle cure se non è covid,  immaginiamoci, ora, una persona che non è neanche riconosciuta ma che è ghettizzata e, ovviamente, questo ha creato ancora più disagio. Secondo me dobbiamo essere bravi a riportare velocemente l’attenzione sui vari disagi che ci sono in Italia: migranti, torture, le donne perché lo sappiamo benissimo, sono usciti molti articoli su questo, dato che il numero di chiamate al telefono rosa è aumentato; quindi se i disagi sociali che c’erano prima sono aumentati durante il covid, dobbiamo essere bravi a riportarli al centro del dibattito, perché altrimenti, il covid non ha fatto solo i morti di covid, ma crea molto più disagio in via indiretta e facciamo finta di non saperlo e di non vederlo… deve esserci un cambio di rotta e di velocità nel ritornare indietro perché se torniamo all’esempio del Congo di prima, già lì vediamo le conseguenze: non ci sono tantissimi casi di covid come qua, ma il problema è che non posso più mandare i cargo, quindi i farmaci, o comunque ci sono molte difficoltà nel mandarli, non posso più fare le vaccinazioni e quindi durante l’epidemia di morbillo, muoiono di più di morbillo perché c’è il covid e non posso metterli in fila per i problemi di distanziamento; ma non solo, non posso mandare gli aerei con i farmaci e i vaccini e quindi faccio più fatica a contenere l’epidemia di morbillo. Anche lì molti appelli del Global Found e dell’OMS che dicono attenzione, perché stiamo facendo passi indietro nella lotta contro tante altre epidemie e tante altre malattie e questo ce lo dobbiamo ricordare perché ovviamente il covid è importante però è anche vero che in Italia dobbiamo e possiamo avere i meccanismi dentro al sistema sanitario per reagire in maniera coerente e occuparci anche degli altri.

SV: Voi siete stati impegnati comunque anche in Italia, in prima linea…

CL: Sì, noi in Italia lavoriamo dal 1999 ed abbiamo sempre lavorato con i migranti e questo è stato anche fonte di molte accuse e attacchi, tutti ci dicevano “ma occupatevi anche degli italiani”.  Ma come si fa a decidere un progetto? Cioè perché andare in Congo piuttosto che in Italia? C’è un bisogno di assistenza e cure mediche per il quale si possono avere o no delle risposte e, se c’è una società civile che risponde a questi bisogni, noi non andiamo. L’Italia ha un sistema sanitario che funziona e non ha bisogno di noi ma, per i migranti, è diverso.  Per loro, l’accesso alle cure è più complicato, c’è tutta la parte che riguarda la mediazione culturale, ci sono effettivamente dei gap che il sistema sanitario negli anni non ha colmato. Ma il covid ha scoperchiato anche lì dei bisogni nel sistema sanitario italiano per cui noi ci siamo detti che avendo avuto a che fare con le grosse epidemie, con 100 mila persone infettate, di morbillo, di ebola, e che sapendo lavorare con le epidemie, perché noi abbiamo lavorato anche con questo, abbiamo messo a disposizione la nostra esperienza nella gestione dell’epidemia e nel controllo delle malattie infettive. Perché è chiaro che l’anestesista italiano fa il suo lavoro benissimo, ma noi possiamo portare l’esperienza, la gestione ed il controllo delle malattie infettive nelle varie strutture; abbiamo lavorato nelle carceri, nei siti informali a Roma e in tutte quelle realtà che erano state un po’ dimenticate, perché in effetti, all’inizio si parlava solo di ospedali anche se, in realtà, il numero maggiore di pazienti lo si può trattare a domicilio che è proprio quello che si è dimenticato di rinforzare. Di tutta l’assistenza domiciliare (quindi medici di base, case protette etc.) non se n’è quasi mai parlato ed è su questo, soprattutto, che noi abbiamo lavorato, perché in realtà se si lavora bene sul territorio e si rinforza tutto quello che riguarda la medicina di base e l’assistenza domiciliare, si sgravano gli ospedali in modo che, in questi luoghi, ci si possa occupare dei casi più gravi. Di solito tutte le epidemie funzionano così, questa non è diversa, molti casi erano asintomatici o non necessitavano di terapia intensiva quindi potevano essere trattati a domicilio.

SV: Lei ha citato i migranti, che è un capitolo della politica e cultura italiana particolarmente dibattuto e che convoglia passioni sia positive che estremamente negative. C’è la questione del salvataggio dei ragazzi che intraprendono questa traversata, fuggono dalla Libia – per fortuna – per arrivare in Italia e c’è tutta la questione delle navi delle ONG a cui è stato interdetto soccorrere i naufraghi nelle acque Sar libiche… se non sbaglio proprio in queste ore c’è una nave, la Ocean Viking con 180 migranti a bordo che non riesce a trovare un approdo sicuro… con un aumento esponenziale all’interno della nave stessa, di tentativi di suicidio… le chiedo, noi italiani in realtà cosa possiamo fare di più rispetto a quello che, in pochi, hanno cercato di fare per loro?

CL: Beh secondo me, per prima cosa, bisognerebbe iniziare a chiedere il rispetto delle leggi internazionali che esistono, c’è una legge di salvataggio in mare controfirmata più volte in più accodi internazionali anche dall’Italia; bisogna rispettare le leggi internazionali di salvataggio grazie alle quali, intanto, si salva la persona, senza che ci si chieda se salvarla o meno. La si salva, si porta a terra e poi si inizia a discutere con l’Europa su come dividersi l’accoglienza, perché poi l’altro problema è l’accoglienza. L’altra cosa che bisogna chiedere secondo me, poi, è un’accoglienza che sia degna, rispettosa, perché il rischio è che le persone arrivate vadano a finire a rinforzare le fila dei braccianti e ad essere sfruttati. Questo crea una spaccatura sociale. Quindi secondo me noi italiani dovremmo chiedere, per prima cosa, il rispetto della legge in mare e, seconda, un’accoglienza degna. Sono numeri veramente irrisori, stiamo parlando di 180 persone su una nazione di 65 milioni, voglio dire a me sembra anche che il problema sia sproporzionato o no? Si parla di persone che hanno bisogno, che hanno sofferto, che comunque scappano da una situazione di guerra o povertà; anche lì dividere migrante economico da rifugiato penso sia un’aberrazione terribile perché la definizione di guerra è arbitraria e lo vediamo, ad esempio, nel  Sud Sudan che non è considerato Paese di guerra me effettivamente la guerra c’è, io ci sono stata e so bene che c’è la guerra civile, tutte le guerre nel Sahel di Boko Haram non sono considerate guerre eppure ci sono stragi, ci sono massacri quindi… già mi sembra forzato.  Poi, comunque, anche chi scappa dalla povertà e noi sappiamo cosa vuol dire, non è che tutti i paesi africani sono così, però se non hai i soldi per mandare a scuola tuo figlio, per curare la malaria, è chiaro che cerchi una vita migliore, credo che sia assolutamente normale, lo farebbe chiunque di noi. Quindi intanto noi italiani dovremmo essere capaci di ascoltare senza pregiudizi, essere curiosi di capire perché queste persone vengono e questo manca agli italiani. Alcuni sono particolarmente sensibili e interessati, ma c’è anche tutta una fascia di italiani che guardano questo problema avendo già delle risposte non vere, perché non conoscono i motivi che spingono questa gente a scappare dal loro Paese, non sanno cosa succede in Malawi piuttosto che in Mali o in Costa d’Avorio, quindi forse anche una curiosità maggiore e la capacità di non avere pregiudizi ed ascoltare le persone sarebbe importante; e poi chiedere il rispetto di leggi che esistono, come la legge del mare. Il salvataggio in mare, in questi ultimi due anni, è stato completamente smantellato e la gente, di conseguenza, muore e noi, come Europa, non possiamo accettare la privazione dei diritti a poche miglia dalla nostra costa… se si tolgono i diritti a qualcuno in realtà, questo, è il primo passo per toglierli a tutti. I diritti sono uguali in maniera trasversale, il diritto di essere salvato mi sembra che sia più che basico ed invece la gente continua a morire di fronte alle nostre coste, a scapito di leggi che ci sono.

SV: È stata molto chiara nel descrivere questo momento di non riconoscimento delle leggi … le leggi si iscrivono in una logica simbolica, nel senso che permettono di regolare i rapporti tra le persone, i rapporti di potere… Le regole funzionano per tutti allo stesso modo. Da un punto di vista sociale noi stiamo, adesso, assistendo ad un venir meno della funzione simbolica a vantaggio di aspetti assolutamente immaginari con un’escalation di ideologie sovraniste, con la comparsa nella scena politica di  se-dicenti superuomini … ad esempio in Brasile, ma non soltanto, abbiamo avuto personaggi politici anche in Italia, che hanno avuto e continuano a godere dell’approvazione di una parte della popolazione malgrado le loro posizioni assolutamente populiste, facendo venir meno quello che lei diceva, il funzionamento delle regole: se le regole ci sono devono valere per tutti. E se c’è riconoscimento per qualcuno allora il riconoscimento deve valere per tutti. Secondo lei, il venir meno della funzione simbolica ha invalidato i legami tra le persone e il riconoscimento dei diritti degli altri?

CL: Questa è una domanda difficile … mah, io penso che purtroppo c’è un… non sono un’analista o una sociologa però, quello che sta succedendo lo vedo… ho iniziato a lavorare con MSF nel 2002 e quello che è cambiato, purtroppo, è che all’inizio quando tornavo dall’estero, nei primi anni, tutti erano curiosi e mi chiedevano…adesso io mi sono sentita dire per la prima volta “lasciali morire anche in mare perché altrimenti vengono qua” oppure “perché li devi curare dalla malaria che poi vengono qui?”. Prima di ora nessuno me lo aveva detto e, quindi, secondo me c’è stata una evoluzione, in questi ultimi 18 anni, per quella che è la mia esperienza, legata a un individualismo della persona. Voglio dire che anche chi ha uno sguardo più aperto e meno critico, con meno pregiudizi, comunque, prima guarda sé stesso, alla sua famiglia. È venuto meno il senso di appartenenza alla società ed è questo che, credo, scardini un po’ anche il non vedere la mancanza dei diritti, non vedere il rischio che questo comporta, non interrogarsi sul fatto che se le leggi non sono rispettate per una categoria poi non sono rispettate per nessuno, perché comunque penso che, parlando a livello generale, ovviamente, la mia sensazione è che sia cresciuta tanto la visione individualista ed egocentrica delle persone e questo un po’ scardina i legami …

SV: Quanto questa sorta di informazione che sta, adesso, cominciando a girare e cioè che i ragazzi che vengono dall’Africa sono potenzialmente portatori del covid, secondo lei può alimentare ancora di più questa cultura razzista di cui noi purtroppo siamo, anche in Italia, un’espressione?

CL: Sicuramente, è quello che si vede. Secondo me, anche l’aumento di episodi di discriminazione però, io li generalizzerei: non sono solo episodi di razzismo ma anche contro religioni diverse … l’episodio di discriminazione non è più contro l’altro nel senso di differenza fisica, ma ormai è diventato anche altro … tre giorni fa hanno aggredito una coppia omosessuale … quindi la discriminazione in generale sta aumentando, anche purtroppo contro le donne, perché questa è una forma di discriminazione legata al sesso… è chiaro che all’inizio ero fiduciosa, mi dicevo “siamo in un’epidemia, stiamo chiedendo solidarietà a tutti … non ci sono mascherine, non ci sono medici”… ci sono state anche delle risposte,  perché sono arrivati i medici cubani, cinesi, noi stessi e anche altre associazioni, come Emergency, siamo intervenuti e, questo, fa riflettere nel senso che nel momento del bisogno è l’unità che vince. In realtà, subito dopo, c’è stato l’atteggiamento contrario, si è strumentalizzata la paura per continuare a dividere, che è quello che sta succedendo adesso; i ragazzi che vengono dall’Africa hanno lo stesso rischio di avere il covid di altri. Noi abbiamo ancora focolai in Italia … anzi all’inizio siamo stati noi, ero ad Haiti, sono rimasta a gennaio e febbraio a lavorare ed il primo caso a Santo Domingo di covid è stato un italiano; quindi… voglio dire, anche noi l’abbiamo portato. In questo momento in quasi tutti i Paesi del mondo ci sono casi di covid, il problema non è se vengono senza o con, il problema è se ci sono regole agli sbarchi che permettono di identificarli ed isolarli. Là dove ci sono hanno funzionato: li hanno messi in quarantena, hanno fatto i tamponi, uno è stato ricoverato, per gli altri non è stato necessario, faranno il loro decorso, tamponi di controllo e fine, così come si dovrebbe fare con tutte le navi che escono da Paesi con dei casi. Se ci sono delle malattie infettive, se si conosce come si trasmette il virus, si possono mettere in piedi delle regole che facciano da limite al contagio e alla catena di trasmissione che è quello che è successo, in realtà. Quindi, sono finte paure o meglio, paure strumentalizzate perché in Italia, queste catene di contagio, sono ancora tuttora attive; se abbiamo delle regole che vengono seguite, come è successo con i colleghi dell’USMAF a Porto Empedocle, per me non c’è nessun rischio aggiuntivo del fatto che loro vengano col covid… vengono seguiti e quando saranno negativi potranno andare nei centri, nei CAS o negli SPRAR come facevano prima.  Però, appunto, la paura viene strumentalizzata… la cosa che a me incupisce un po’ è proprio questo passaggio, prima si chiede solidarietà per l’Italia e poi non siamo capaci di darla.

SV: Mi avvierei verso la fine di questa nostra conversazione, non voglio trattenerla più di tanto… però ci tenevo ad entrare nel merito di una questione personale. Lei sa bene che la psicoanalisi si occupa meno delle masse se non per cogliere ciò che dall’universale porta al singolare, al soggetto in quanto portatore di un desiderio e di una testimonianza di esso attraverso i propri atti. Le chiedo, allora, se è d’accordo, ovviamente, senza entrare molto nel personale ma un po’ sì… se può raccontarci cos’è che l’ha spinta ad entrare in MSF e cosa fa per alimentare giorno dopo giorno la sua presenza e la sua testimonianza all’interno di questa organizzazione. Noi siamo ovviamente più attenti agli aspetti legati a ciò che riguarda la singolarità dei soggetti, uno per uno ci si incontra si condivide, ma ognuno con la propria testimonianza da prova di un desiderio poi trasmesso nei propri atti quotidiani.

CL: Allora, come ho iniziato… per me è sempre stato molto chiaro, fin da quando facevo liceo e non ero una studentessa modello! Ricordo che agli esami di maturità, quando mi chiesero cosa volessi fare ed ho detto di voler fare il test di medicina un po’ mi sveniva tutta la commissione. In realtà, io già sapevo di voler fare medicina per andare a lavorare in Africa. Ovviamente non sapevo che sarei entrata in MSF, forse nemmeno sapevo chi fossero, però mi sono fatta tutto il percorso all’università e poi durante l’ultimo anno di specialistica, ho fatto un corso sulle malattie tropicali proprio perché volevo andare in Africa. Ed è lì che ho incontrato Medici Senza Frontiere. L’incontro quindi è stato un po’ casuale durante questo corso. Il perché sono partita in realtà non lo so, sapevo solo di voler fare medicina e malattie infettive per andare in Africa. Invece quello che mi fa rimanere – sono ormai 18 anni – secondo me, riguarda due aspetti: uno personale, dato che penso che questo lavoro lo puoi continuare a fare nel tempo se hai delle radici forti perché, comunque, vivi delle cose, delle esperienze, che ti possono un po’ sbilanciare; se hai delle radici forti e quando ritorni ti ritrovi. Questo è fondamentalmente. Io sono molto attaccata a Modena che rimane un punto di riferimento. Poi l’altro vantaggio è che partiamo in coppia, ho la fortuna che il mio compagno fa il mio stesso lavoro, anche questo conta; il fatto di condividere le esperienze e capire i momenti difficili dell’altro per potersi aiutarsi a vicenda. Poi devo dire che vi è anche un terzo elemento che aiuta… bisogna fare attenzione a non correre troppo nel senso che, uno degli errori che fanno in tanti, è quello di fare una missione dopo l’altra e lì dopo un po’ non ce la fai più. Invece devi tornare; magari stai lì anche un anno ma devi riprendere i tuoi tempi, dove ritrovi te stesso, la tua dimensione e le tue radici: io ho sempre fatto missioni lunghe e periodi lunghi a casa, ad esempio se faccio una missione di un anno faccio 6 mesi a casa, perché comunque ti devi un attimo ritrovare, secondo me, questo aspetto, è molto importante. Poi è chiaro che quando lavori … già quando fai il medico hai delle soddisfazioni legate al tuo paziente, hai anche tanti dolori e questo in Africa si moltiplica perché comunque lo vedi, sai perché sei lì e, in un certo senso, anche se non puoi cambiare il mondo, puoi cambiare la vita di una persona o puoi comunque contribuire a renderla un po’ più positiva e, questo ovviamente, ti motiva sempre.

SV: Proprio un’ultima domanda: quanto pensa che la sua passione abbia permesso agli altri di ritrovare la propria? Cioè quanto trasmettere il suo impegno, la sua posizione etica, la sua passione, abbia contribuito a mantenere forte la posizione etica e la passione degli altri?

CL: A questo non so rispondere… ma non penso di avere questo potere…

SV: Beh, noi in realtà sappiamo… che il desiderio del soggetto è il desiderio dell’Altro, nel senso che noi non possiamo vivere come soggetti sganciati dal rapporto con l’Altro ed il rapporto con l’Altro è un rapporto di desiderio, anche problematico, quale può essere quello tra figli e genitori, per esempio, però senza il rapporto con il desiderio dell’Altro è difficile poter esistere… dicendole questo, in fondo, una chiave di lettura gliel’ho suggerita, non pensa?

CL: Beh sì, per me, quello che mi ha aiutato molto durante la mia prima missione è stato il mio capomissione, che mi ha fatto ragionare su una cosa: lui ha iniziato dicendomi perché fossi là, lui ha iniziato con i suoi motivi filosofici… alla fine il succo era che devi ricordare che alla fine il lavoro che fai è per i tuoi beneficiari, per i pazienti; alla fine che tu sia in Italia o in Congo, alla fine, tu lavori per loro. Questo in effetti ti fa relativizzare molti problemi, la lite con il collega… in realtà te le fai scivolare perché è vero, scegli questo lavoro per quello… alla fine mi ha aiutato un po’.

SV: Va bene, soltanto due note biografiche sue, nel senso che lei è medico e presidente del MSF da quando?

CL: Dall’aprile 2018.

SV: Vi è una periodicità delle cariche?

CL: Sì, il mandato dura due anni, io decadevo ad aprile ma in realtà un presidente può ricandidarsi per massimo 3 mandati; poi quest’anno causa covid abbiamo dovuto spostare l’assemblea generale, quella in cui si elegge il Presidente, ad ottobre.

SV: Va bene, la ringrazio molto, è stato per me un vero piacere.

CL: Anche per me e grazie a voi.

Il Covid, le maschere e il silenzio

Vittorio Cucchiara
Allievo Istituto Freudiano – Roma

“Slow fashion” è stato il tema introdotto della lettera idiosincratica pubblicata in Aprile da Giorgio Armani sul sito di WWD, il fashion-industry trade journal meglio noto come “the bible of fashion”, un suggerimento sorprendente applicato all’industria della moda.

Armani critica (e come non farlo) la coazione al rinnovamento che tende a ridurre la vita dei prodotti in negozio (anche delle nuove collezioni) allo spazio di poche settimane, con tutte le conseguenze che questo comporta, incluse quelle ambientali.

Eppure questo invito è idiosincratico proprio perché rivolto alla moda: in quanto industria del “superfluo necessario” essa è fondata esattamente sulla reiterazione continua del desiderio attraverso il rinnovamento degli oggetti, ed è precisamente questo che si vorrebbe mettere in questione.

Non vi ingannate, questo “superfluo” è veramente necessario, se cultus et humanitas vanno preservate, ma proprio per questo non può perdere il suo carattere di continua trasformazione.

Quello su cui Armani ha semmai perfettamente ragione è il bisogno di contrastare la spinta all’accelerazione del ciclo produttivo, ma qui l’impossibilità è altrettanto essenziale: l’industria oggi fa parte di un solo discorso, quello capitalista.

Non è infatti una sorpresa che da quando Covid si è fatto sentire anche il virus è stato coinvolto nell’ingranaggio.

Vogue, Forbes, Marie Claire e tutti i giornali che si occupano di moda e/o lusso si sono interessati alle maschere di protezione e a come renderle più invitanti ed appetibili, più piene e dense di significato. Sia le grandi firme che piccole maison indipendenti stanno investendo e producendo oggetti esclusivi molti dei quali hanno già fatto il “tutto esaurito”.

Non è chiaro, come e se le maschere di protezione diventeranno un accessorio di moda anche se, come scrive Vogue, è improbabile, ma è curioso notare una netta predisposizione antropologica ad accettarle o rifiutarle, a considerarle un artificioso impedimento alla libertà o una coscienziosa pratica da seguire scrupolosamente.

Una maschera protegge, nasconde, falsifica e inganna ma può anche rivelare. La nozione di maschera è vicina, assai vicina alla nozione di persona. L’origine del termine “persona”, infatti che lo si faccia discendere da stirpe latina, etrusca o greca conserva sempre in sé tutte insieme le idee di parte, persona, maschera e volto.

Le maschere non sono fatte per celare. Al contrario, nel teatro, introducono sulla scena anche e soprattutto qualcosa di positivo: le maschere svelano prima di velare. E poi, ci sono maschere e maschere.

Due personaggi della letteratura si prestano perfettamente ad illustrarne le differenze.

In Confessioni di una maschera Yukio Mishima, in quello che è un romanzo semi-autobiografico, racconta in prima persona l’infanzia e l’adolescenza di Kochan, ragazzo dalla costituzione fragile e delicata cresciuto in un Giappone militarista ed imperialista e costretto dalla sua stessa fragilità ad una vita isolata e riservata, accudito da una nonna morbosamente protettiva. Il racconto dell’infanzia è affollato da visioni quasi profetiche. Il protagonista isola tre ricordi, tre momenti, tre significanti che valgono una vita: “sudaticcio” riferito al ricordo di un lavoratore manuale che lo aveva affascinato, Il cavaliere Giovanna d’arco dal ricordo di un libro infantile e il San Sebastiano trafitto dalle frecce di Guido Reni che all’epoca della pubertà inaugura la sua sessualità attraverso la masturbazione. Questi tre ricordi saranno i germi della sua natura già prefigurata.

Ecco cosa dice a proposito di uno di questi: “l’odore di sudaticcio dei soldati – quell’odore simile a una brezza di mare, simile all’aria, avvampante d’oro, che sovrasta la spiaggia – mi colpiva le narici e mi ubriacava”. La maschera che presenterà al mondo eviterà queste parole ed egli tenterà anche di innamorarsi di una donna, senza riuscirci ovviamente. Il suo è un artificio che egli crede universale. Il romanzo, ambientato all’esordio della seconda guerra mondiale è del 1949.

L’altro personaggio è Alexis del romanzo Alexis ou le traité du vain combat che, guidato dalla penna lirica e ferma di Marguerite Yourcenar, in una lunga lettera alla moglie Monique racconta del proprio vano combattimento per mantenere viva una maschera che non può più in nessun modo sopravvivere. La sua non è una confessione macchiata dalla colpa o dalla vergogna, ma una trafitta da consapevole e lucida maturità: “quel che mi rimprovero risalendo di pensiero in pensiero, di accordo in accordo, verso il mio passato più segreto, non erano le mie colpe, erano le mie possibilità di gioia che avevo rifiutato”. E verso la fine della confessione, prima di congedarsi, firma con la piena consapevolezza di un’anima trasparente la raggiunta coalescenza del suo più intimo ideale: “Amica mia, vivere è difficile…sono troppo ragionevole per credere che la felicità non dimori altro che sull’orlo di una colpa, e il vizio, non più della virtù, sia in grado di dar la gioia a quelli che non l’hanno già in sé per conto loro”. Il romanzo ambientato all’esordio della prima guerra mondiale, è del 1929.

Se l’omosessualità incombe nel racconto di Mishima, non è mai nominata ma sempre presentita in quello della Yourcenar. Due maschere offerte al mondo, due personaggi da verificare e due autori da interpretare.

La maschera delle confessioni di Mishima sarà duplicata da quella del suo Autore, incarnazione selvaggia e ridondante, caleidoscopica e delicata di una vita inaugurata e vissuta sul bordo di una convulsione che per lungo tempo si era preparata a sparire nel nulla, nel miraggio di una mistica e militaresca congiunzione con il vuoto dell’assenza.

Anche Alexis, protagonista del romanzo inaugurale della Yourcenar ha più di qualche tratto della sua autrice, ma mentre la vita sessuale di Mishima trascorre nell’ambiguità ed è attraversata dall’eruzione continua di demoni immaginari fino all’irruzione finale del reale nel suo fantasma denudato, quella di Alexis gli contrappone invece la fertile compostezza della Yourcenar, certa e risoluta fin dall’inizio della sua spontanea e serena bisessualità.

Entrambi quindi raddoppiano nei loro personaggi i tratti delle proprie maschere, ma si tratta di maschere molto differenti.

È la stessa Yourcenar nel suo libro MIshima ou la vision du vide a indicare una possibile cesura tra le due. Citando Ruth Benedict afferma: “l’obsession de la honte sociale… (a) remplacé dans nos civilisations celle du péché, sans vrai profit pour la liberté humaine,”.

La vera differenza tra le loro maschere cioè, non è quella vestita nel mondo dai loro personaggi ma quella reale incarnata negli autori ed è una maschera di struttura.

Quella di Alexis non è una barriera per difendersi dagli altri o per farsi accettare, è una barriera interna fatta di parole che celano il segreto a lui necessario per vivere.

È questo segreto, operante dentro di lui, a creare lo spazio e il desiderio necessari a pensare, è lui che separando il pubblico dal privato dischiude il tesoro dei significanti e rende possibili i suoi fantasmi: la libertà viene a lui dalla maschera simbolica dell’Altro, non da una maschera indossata per gli altri. Non ci sarà per questo, da parte sua, nessuna rivendicazione per un destino da tempo accettato.

Alexis ha infatti chiarito la sua posizione nei confronti del peccato e della colpa recuperando il filo del suo smarrimento e la pienezza della sua libertà.

Mishima al contrario, nella sua vita rocambolesca, rimane intrappolato dal lato dell’esibizione con l’occhio sempre rivolto allo sguardo dell’Altro, prigioniero di una trama di immagini attraverso cui si fa strada, implacabile, il reale che alla fine lo raggiunge nell’unica trascendenza possibile, quella del passaggio all’atto.

Le maschere sono allora di due varietà: possono essere custodite all’interno, e lavorare per costruire un ideale dell’Io resistente ed indifferente ai venti mutevoli della vita, o salire in superficie ed adornarci con la leggiadria di un Io ideale, la cui immagine è pronta a sbiadire ad ogni tempesta.

Si dice che un’immagine valga mille parole.

È vero proprio il contrario: un intero repertorio di immagini non può esaurire la ricchezza di un solo significante.

Le maschere Covid sono un invito al silenzio delle immagini, per meglio ascoltare, una volta tanto, l’Altro che parla.

I disegni stampati non farebbero che aumentare il rumore.

Al centro del lavoro la singolarità del soggetto

Conversazione con Clara Pangaro
Direttore dell’Istituto penale per minorenni “Malaspina” di Palermo – partecipante SLP – a cura di Laura Storti

LS: La ringrazio per la sua disponibilità a questa conversazione che verrà pubblicata su Rete Lacan, a-periodico della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. La rivista online è nata dalla contingenza della pandemia Covid-19 ma ha come obiettivo quello di cogliere l’irrompere del reale senza legge laddove di volta in volta colpisce il soggetto, quindi il sociale. Per questo vorrei parlare con lei del lavoro che svolge come direttore in un particolare punto di osservazione, il Carcere Minorile. Riporto una breve testimonianza di Franco Basaglia: “Quando entrai per la prima volta in una prigione ero studente in medicina, lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l’ora in cui venivano portati fuori i buglioli delle varie celle, vi era un odore terribile, un odore di morte. Quatto o cinque anni dopo la laurea divenni direttore in un manicomio e quando entrai là per la prima volta sentii quella medesima sensazione, non vi era l’odore di merda ma vi era un odore simbolico di merda”. Alcune cose sono sicuramente cambiate da allora. Ma cosa ci può dire della sua esperienza che la vede da 27 anni lavorare all’interno dell’Istituto Penale per i minorenni di Palermo e in particolare in che modo la contingenza della pandemia è entrata nell’istituto penale?

CP: Sicuramente le parole di Basaglia sono parole forti e rispecchiano una realtà che si è però trasformata nel tempo, tra l’altro va considerato che quella degli Istituti Penali Minorili, in cui prevale fortemente un lavoro educativo- trattamentale, è una realtà particolare.  Lavoro da 27 anni all’interno dell’Istituto, e quando per la prima volta sono entrata nella zona detentiva dove risiedono i minori e i giovani adulti, varcando il cancello d’ingresso, ho avuto la sensazione di trovarmi in un luogo a me familiare, e lo è rimasto nel tempo, e non ho avuto la percezione di trovarmi in un luogo di custodia, di reclusione. Il dilagare della pandemia però ha fatto sì che per la prima volta dopo tanti anni ho avvertito, con intensità, di essere all’interno di un’Istituzione totale; con la emanazione delle relative norme e indicazioni volte a prevenire e contenere la diffusione del coronavirus, che hanno comportato delle restrizioni e limitazioni anche all’interno della struttura, abbiamo sperimentato tutti, giovani ristretti e operatori compresi, questa dimensione di segregazione e di isolamento che non avevamo fino a quel momento avvertito così forte e così preponderante. Non è semplice, né scontato per un luogo comunque di reclusione, di privazione della libertà, di pena essere chiamati a svolgere una funzione educativa.  Nel lavoro con i ragazzi la relazione educativa è lo strumento privilegiato, relazione che si costruisce, giorno dopo giorno, a partire dalla disponibilità all’accoglienza e all’ascolto di cui il giovane può fare esperienza sin dai primi momenti di incontro con gli operatori. Stringersi la mano è all’interno della struttura un segno di reciproco riconoscimento, ricordo  ancora il giorno  in cui giovanissima, attraversando il lungo corridoio pieno di colorati murales,  i ragazzi mi vennero incontro  e  mi salutarono, anziché  con un semplice buongiorno, stringendomi la mano;  non ero più l’estranea, l’ultima arrivata, si era stabilito un aggancio, potevano fidarsi, direi affidarsi, e da quel momento cominciarono a fare riferimento a me per le loro questioni personali così come facevano con i colleghi da tempo in servizio.

LS: Al momento del dilagare della pandemia e quindi del distanziamento sociale sono state promulgate varie Ordinanze riguardanti anche gli Istituti penali, ciò ha comportato la sospensione delle visite, il divieto di poter ricevere i pacchi dall’esterno, così come la sospensione di tutte le attività esterne. A livello nazionale, in molti Istituti la reazione da parte dei detenuti è stata forte e ci sono state alcune rivolte, come avete vissuto le restrizioni e quali reazioni ci sono state all’interno del Malaspina?

CP: Per fortuna da noi queste manifestazioni violente di cui abbiamo avuto notizia attraverso i media, non si sono verificate.  Ritengo che un elemento importante nel lavoro con i minori sia la possibilità per loro di percepire e considerare gli operatori come delle figure di riferimento stabili e significative, a cui potersi rivolgere in maniera diretta. Quando sono iniziate le restrizioni e ci siamo dovuti confrontare con un reale inedito, ogni giorno veniva emanata una nuova ordinanza, ogni giorno una nuova limitazione, abbiamo cercato di accompagnare i ragazzi nella comprensione di ciò che stava accadendo. Hanno vissuto e sperimentato un senso d’impotenza, qualcosa di grave stava accadendo e loro non potevano fare nulla, non avevano padronanza su ciò che stava succedendo. E’ facile in queste situazioni sentirsi in balia dell’Altro e del resto tutti, anche il personale, me compresa, ci siamo trovati ad affrontare una situazione inedita. Il lavoro è stato quello di sostenerli e accompagnarli nella comprensione di questo difficile periodo e aiutarli, in qualche modo, ad affrontare il quotidiano che si andava modificando ogni giorno. Di fatto sono venute meno tutte le routine, tutte quelle che erano le coordinate che in qualche modo regolavano la nostra vita all’interno dell’Istituto. Ricordo che a un certo punto i ragazzi hanno detto a un educatore: “siete rimasti solo voi”, proprio per indicare lo svuotamento del carcere. All’interno della struttura, normalmente, organizziamo tantissime attività, accedono tanti operatori dall’esterno, la pandemia ha comportato la sospensione degli ingressi dall’esterno, e i ragazzi si sono resi conto che ad un certo punto eravamo rimasti in pochi, ovvero gli operatori della giustizia minorile e alcuni della sanità. Ovviamente, il momento più difficile è stato quello in cui anche i colloqui con i familiari sono stati interrotti. Il momento dei colloqui infatti è centrale in quanto intorno ad esso i giovani ristretti fanno ruotare parte della loro vita in carcere.  E’ venuto quindi a mancare un elemento fondamentale della loro quotidianità e i ragazzi facevano fatica a comprendere perché dovevano rinunciare a incontrare i loro cari. Abbiamo organizzato molti incontri, leggendo insieme i provvedimenti, le ordinanze che venivano emanate cercando di spiegare, di volta in volta, che si stavano prendendo quelle precauzioni per salvaguardare la loro salute. Tutto ciò affinché non vivessero l’esistenza di un Altro che impone, che ingiunge con nuove disposizioni, abbiamo cercato di trasmettere loro che non si trattava di un capriccio dell’Altro, ma che tutti, compresi gli operatori, eravamo sottoposti alla legge.

LS: Più volte nel descrivere del lavoro con questi ragazzi ha accennato alla centralità data alla creazione della relazione con loro, potrebbe dirne qualcosa di più?

CP: Come ho accennato lavoro da tanti anni in questo Istituto svolgendo nel tempo diversi incarichi.  All’inizio mi occupavo dell’osservazione e trattamento dei detenuti, poi ho avuto un ruolo di coordinamento dell’area tecnica, poi sono stata incaricata di sostituire il Direttore e ora da circa 2 anni ho l’incarico di direzione, ciò che ha accompagnato il mio lavoro in questi diversi incarichi, in queste diverse funzioni, è stata l’attenzione all’altro, l’ascolto dell’altro. La mia formazione psicoanalitica mi ha orientato in questo contesto lavorativo, proprio nel porre attenzione al soggetto, a dare spazio alla parola del soggetto, evitando di dire qualcosa al posto loro, ma lasciando che loro potessero dire di se stessi, offrendo uno spazio di parola in cui potersi dire e narrare. La relazione a cui mi riferisco fa riferimento non solo alla presenza dell’operatore nei diversi momenti della quotidianità all’interno della struttura, ma ad un esserci, che non si esaurisce nella presenza fisica, ma che rinvia ad una dimensione simbolica e all’attenzione che ciascun ragazzo sa che gli è rivolta nei diversi momenti e nelle varie tappe che scandiscono la sua permanenza nella struttura. In particolare in questo periodo è stato importante che i ragazzi, in qualunque momento, potessero percepire attenzione ai loro bisogni, anche attraverso la possibilità di incontrare oltre che gli operatori anche il Direttore. Ogni volta che loro hanno chiesto di incontrarmi, li ho ascoltati cercando di cogliere al di là delle loro richieste, delle piccole istanze che mi avanzavano, cos’è che stavano vivendo in quel momento, le loro preoccupazioni, le ansie, l’angoscia per un futuro incerto e imprevedibile. L’esserci è stato importante perché credo che in qualche modo loro abbiano cercato di testare quanto noi operatori facessimo tenuta rispetto a quello che stava accadendo. Ricordo che un giorno durante le prime fasi di distribuzione di prodotti per la sanificazione e igienizzazione degli ambienti, un ragazzo mi ha chiamata e mi ha chiesto: “Dottoressa, ho sentito in TV questa parola pandemia. Cosa vuol dire?” Mi sono fermata e gli ho spiegato il significato e lui mi ha detto: “Beh, allora siamo messi proprio male!”.  Da quel momento hanno cominciato a percepire la gravità del periodo che stavamo vivendo. Le azioni messe in campo sono state frutto di un lavoro di condivisione e di collaborazione tra le diverse figure professionali, ognuno vi ha contribuito in relazione alla specifica competenza e professionalità: educatori, agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali, psicologhe, sanitario. Attenzione è stata posta anche al lavoro di sostegno con le famiglie. Quando parlo di relazione mi riferisco anche a quella con i familiari dei ragazzi. Gli operatori hanno mantenuto costantemente rapporti con le famiglie che erano preoccupate perché non potevano incontrare più i loro figli e non avevano modo di verificarne le condizioni di salute e hanno dovuto contenere l’ansia e l’angoscia che proveniva da più parti: dai giovani ristretti, dalle loro famiglie, che volevano sapere ad esempio se noi indossavamo le mascherine e come stavamo proteggendo i ragazzi.

LS: Da quanto ci sta descrivendo del suo lavoro mi sembra di poter affermare che l’Istituto penale per minorenni da lei diretto sicuramente più di un qualunque Carcere riesca a far fede all’Articolo 27 della nostra Costituzione che indica tali luoghi non esclusivamente luoghi dove scontare la pena ma come opportunità di cambiamento. Quali opportunità per i ragazzi che accogliete?

CP: E’ importante che l’esperienza detentiva possa assumere un valore trasformativo per il soggetto. Il nostro lavoro mira a far si che il tempo di permanenza in carcere possa rappresentare per ciascun ragazzo un’opportunità per confrontarsi con le questioni che lo riguardano, un’occasione per riflettere, per porsi degli interrogativi, per esplorare il senso dell’azione criminosa, del perché è stata agita. E’ una proposta di lavoro che può consentire al giovane stesso di decifrare e decodificare le sue azioni e il significato che esse rivestono, uscendo da quel circuito che lo vede attribuire all’esterno da se la responsabilità dei propri agiti, per prendere contatto e assumersi piuttosto soggettivamente la responsabilità delle scelte operate. A volte negli incontri che facciamo con le scolaresche in cui illustriamo il complesso lavoro che si svolge all’interno della struttura penale minorile, gli studenti ci dicono che siamo dei missionari, noi rispondiamo: “No, siamo dei professionisti”. E’ il nostro lavoro, non salviamo vite, cerchiamo di fornire ai ragazzi ospiti della struttura degli strumenti affinché possano fare scelte diverse da quelle che li hanno condotti in carcere ed è importante che siano loro stessi a trovare una nuova strada da percorrere.

LS: Potremmo dire che si tratti di produrre le condizioni affinché si possa estrarre il soggetto dal detenuto?

CP: Si, esattamente! In questo senso è stato importante per me l’incontro con la psicoanalisi, è paradossale ma ho incontrato J. Lacan in carcere. Ero molto giovane e all’inizio del mio lavoro nell’Istituto penale una collega psicologa, che è scomparsa lo scorso anno, un giorno mi ha invitata a un seminario. Allora non era ancora stata costituita l’Antenna di Palermo, sono andata al seminario ed entrando nella stanza, alla lavagna notai che vi erano disegnati tre cerchi, il nodo Borromeo. Quella sera non ho capito niente, però da allora mi sono messa al lavoro per cercare di coglierne qualcosa e la mia formazione prosegue: ciò mi ha consentito e dato la possibilità nell’ incontro con i ragazzi di provare a cogliere quella che è la cifra singolare di ciascuno. Di fatto la tendenza è invece quella di farli rientrare in categorie, mettere loro delle etichette. Sicuramente ci sono degli elementi simili, che ricorrono nelle storie di questi ragazzi, ma ognuno di loro è diverso dall’altro. All’interno dell’Istituto si formulano programmi di trattamento individualizzati che -potremmo dire- dovrebbero rispondere proprio alla singolarità di ciascun soggetto.

LS: Dal suo luogo privilegiato di osservazione, potrebbe affermare ci sia, in questo inizio di secolo, un incremento di atti di violenza e criminalità dei e tra i giovani e/o giovanissimi? E quali le cause a suo avviso?

CP: Sicuramente, ad esempio abbiamo registrato un incremento di reati contro la persona che prima erano assolutamente residuali rispetto a quelli contro il patrimonio. Molti adolescenti stanno scontando pene per reati caratterizzati da atti di violenza efferati, appaiono privi di riferimenti, senza contenimento, con, difficoltà ad accettare la legge, le regole e il limite che queste comportano. Nel nostro lavoro constatiamo spesso nei ragazzi detenuti la difficoltà a posticipare la soddisfazione dei loro bisogni/desideri. Quando vogliono qualcosa la vogliono subito, pensano che il poter verbalizzare una richiesta equivalga al fatto che venga accolta e soddisfatta immediatamente. Possiamo dire che questo è il messaggio che proviene dalla società, che invita al consumo alla fruizione degli oggetti.

Un elemento che si è registrato nel tempo è un aumento di casi in cui il reato si coniuga con un forte disagio psichico. Esplosioni di violenza caratterizzano spesso gli agiti di questi ragazzi dentro e fuori dal carcere, in cui si fa fatica a gestire queste situazioni. In questi casi in particolare è importante che le regole siano più chiare possibili, rispettate da tutti e che mai risultino frutto di un Altro capriccioso. Quando si varca la soglia del carcere inevitabilmente si impatta con la dimensione del controllo, telecamere, cancelli, nel caso si debba passare da un luogo all’altro si deve essere accompagnati sempre da qualcuno, non si può uscire da una stanza se qualcuno non ti apre. E difficile fare in modo che tutto questo non dia corpo all’esistenza di un Altro persecutorio e invasivo che per alcuni soggetti potrebbe essere devastante. Anche per la funzione svolta all’interno della struttura è difficile decentrarsi da una posizione di sapere e di potere.  Il continuo ricorso ai  riferimenti normativi contribuisce ad attenuare questi aspetti: ad esempio durante la pandemia sono stati  vietati gli sport di contatto, questo per loro è stato molto duro, a loro piace giocare a calcio ed è stata una grande privazione per loro, può sembrare una banalità ma vi assicuro che non è così. Non capivano perché gli fosse stato vietato, allora abbiamo letto la normativa, è stato faticoso, non capivano perché alcune cose erano permesse, mentre altre vietate. Ad un certo punto un ragazzo mi ha detto che parlando con la madre al telefono aveva saputo che neanche lei poteva uscire da casa se non per fare la spesa e questa notizia lo aveva posto in una condizione simile agli altri che vivevano all’esterno dell’Istituto e ha aiutato nell’ accettazione delle restrizioni adottate all’interno della struttura. Come ho già accennato durante il distanziamento sociale l’assenza degli operatori esterni e il venire meno di tutte le attività all’interno e all’esterno dell’Istituto ha fatto emergere una sensazione forte isolamento. La nostra struttura in situazioni di normalità è sempre stata una struttura aperta al territorio, nella consapevolezza che questi ragazzi al termine del percorso detentivo dovranno tornare fuori, è importante mantenere un legame con questo fuori che vi sia osmosi tra  interno/esterno. Prima della pandemia due ragazzi ristretti ogni giorno uscivano per andare a fare un tirocinio presso strutture esterne, uno in un laboratorio di pasticceria e l’altro in una rosticceria. E’ indispensabile che la società possa guardare a questi ragazzi al di la dei reati che hanno commesso, creando condizioni che favoriscano la possibilità di mettere in campo le proprie risorse e capacità personali.  Da alcuni anni è attivo all’interno dell’Istituto un laboratorio -biscottificio che si chiama Cotti in fragranza, progetto fortemente voluto dal Direttore che mi ha preceduto e con il quale ho collaborato come vice. In questo laboratorio, vengono prodotti dei biscotti con ricette originali create appositamente, con materie di prima qualità, alcune provenienti dalle terre confiscate alla Mafia, come i mandarini alla cui raccolta partecipano talvolta anche i giovani detenuti inseriti nel laboratorio.  Presso il laboratorio sono impegnati anche  i ragazzi dell’area penale esterna, vi proseguono la loro attività i ragazzi che accedono a misure alternative e anche alcuni giovani che dopo aver scontato la pena e concluso il loro percorso detentivo. Il biscottificio è gestito da una Cooperativa sociale che si chiama “Rigenerazioni onlus ” che promuove azioni tese a favorire l’integrazione sociale dei soggetti appartenenti alle fasce svantaggiate. Sin dalle prime fasi di costituzione del laboratorio si è cercato di coinvolgere i ragazzi, responsabilizzandoli e rendendoli protagonisti delle diverse scelte, non si occupano solo della produzione, ma partecipano a tutte le fasi del prodotto, come la scelta dei nomi dei biscotti.  Ogni biscotto ha un nome particolare come buonicuore, coccitacca, una parola dialettale che significa un po’ birbantello , ed hanno una loro distribuzione nel territorio locale e nazionale, vengono venduti anche nei supermercati e in alcuni negozi bio, perché il laboratorio cerca di sostenersi autonomamente. La Cooperativa ha anche aperto un caffè-bistrot in un quartiere storico di Palermo, questo polo è dedicato alla linea salata e vengono preparati anche i pasti  per  alcune mense per i senza tetto. Un’attività articolata nel sociale che produce reinserimento e solidarietà.

Mi fermi perché io potrei parlare per ore, mentre sto parlando vedo scorrere i volti dei ragazzi, i loro nomi, le loro storie. Le racconto un episodio accaduto proprio durante il periodo del distanziamento sociale, un ragazzo con gravi difficoltà psichiche ha ottenuto un’attenuazione della misura cautelare, al momento della dimissione mentre ci stavamo salutando ha detto a me e agli agenti di polizia penitenziaria presenti: “Io sono contento di andare via ma a me dispiace lasciarvi soli in questo momento così difficile”. E’ stato commovente, ecco questo intendo dire quando parlo di centralità della relazione.

LS: Penso che le sue parole, il suo volto, la sua modalità di raccontare siano a testimoniare della gioia che le produce il suo lavoro. La ringrazio ancora molto.

Arrivederci a settembre!

Dopo 18 numeri in cui «il reale senza legge» è stato declinato nelle sue varie manifestazioni e a partire da punti di vista sempre singolari, Rete Lacan si prende una pausa di vacanza. Ci ritroveremo a settembre.

Vi ricordiamo che Rete Lacan, in quanto pubblicazione a-periodica e online, è uno strumento rapido e leggero per far sapere quello che ne pensa la Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano (e i suoi interlocutori) sui sintomi del mondo contemporaneo, a livello dell’Uno, e sulle diverse modalità di legame.

Rete Lacan continuerà ad accogliere e pubblicare con interesse contributi dei membri della Scuola, dei suoi partecipanti, degli allievi dei diversi Istituti e dei colleghi del Campo freudiano.