«Ogni essere parlante proviene da un complotto. Forse è naturalmente complottista. D’altro canto, non appena si parla, non è vero che si complotta? ».

Jacques-Alain Miller, Non appena si parla si complotta, in “Le point”, 15 dicembre 2012.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n° 24– 21 febbraio 2021

Non appena si parla si complotta*

Jacques-Alain Miller

I cospiratori fanno complotti e li tacciono. Quelli che li raccontano, salvo poi inventarli, chiamiamoli “complottisti”. Un complotto reale è politica; il racconto complottista è di un altro registro: si tratta di letteratura. Da cosa dipende il suo effetto di seduzione?

La narrazione pura e semplice di fatti, quali essi siano, mutuati dal mondo reale, comporta sempre delle mancanze, delle incoerenze, dei non-sensi. Insomma, una “zona d’ombra”. Qui il complottista introduce un elemento che cambia tutto: una intenzione, un desiderio, una volontà attiva, attribuita a un Grande Altro al contempo multiforme, tentacolare e nascosto. Far scivolare questo elemento in una narrazione basta perché subito tutto diventi più chiaro. Il caso è abolito. Viene sostituito da una necessità. Ormai tutto ha una causa. Tutto ha senso. Il detto diventa inconfutabile. Si convalida da sé. La trama del racconto si restringe: è chiuso su se stesso come un poema.

Il piacere estetico si sdoppia in una soddisfazione cognitiva. Non appena si suppongono i sotterfugi dell’Altro, non c’è nessun fatto che non si spieghi, e anche l’assenza di fatto. Obiettate che mancano le prove? É che sono state sottratte. Foss’anche a suon di interpretazioni deliranti, il complottista dissipa i misteri. Vi dimostra a modo suo che il reale è razionale. In altri termini, simula il sapere scientifico.

Ma, al contempo, riflette le più antiche credenze gnostiche, quelle che fanno di Satana il creatore del mondo. L’Altro del complotto ha molte forme, può essere incarnato da qualsiasi gruppo in cui si parla tra sé, ma è sempre cattivo. Un complotto caritatevole esiste solo in Balzac (Il rovescio della storia contemporanea).

Ciò mostra bene che le nostre moderne teorie del complotto sono come il rovescio demoniaco della provvidenza.

Ciò che determina il successo dei complottisti, lo vediamo quindi radicato nella letteratura, nella scienza, persino nella religione. Non lo si dovrebbe cercare a un livello più basilare ancora? Tutti sanno che, ancor prima della venuta al mondo di un bambino, ci si preoccupa di lui. Si prepara contro di lui quell’attentato che talvolta si rivela così difficile da perdonare: la sua nascita. Ogni essere parlante proviene da un complotto. Forse è naturalmente complottista. D’altro canto, non appena si parla, non è vero che si complotta?

1 Articolo pubblicato ne Le Point, 15 dicembre 2012, e, successivamente, in Lacan quotidien, n. 909, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/01/lacan-quotidien-n-909/

Il luogo del segreto*

Marie-Hélène Brousse – membro AME ECF e AMP – Parigi

È come psicoanalista che sono invitata a questo dialogo. La tecnologia rende possibile oggi la mia presenza alla Biennale Tecnologia che si tiene a Torino.

Potrei ritenermi soddisfatta. Ma no, non lo sono. Preferirei essere a Torino, “in carne e ossa” come si dice. Respirare l’aria della città, abbracciare i miei amici, bere un bicchiere insieme, cenare in una città dove il cibo è squisito e anche il vino, ridere e camminare lì “per davvero”, come dicono i bambini… La tecnologia mi permette di partecipare a un dibattito senza il corpo: mi resta soltanto la voce, la parola, il pensiero. “Meglio di niente”, direte voi. Senza dubbio. Nella mia disciplina, la psicoanalisi, lavoriamo sull’annodamento di quelle che Lacan ha chiamato le “tre dimensioni”: l’Immaginario, il Simbolico e il Reale. L’Immaginario c’è: vedete l’immagine del mio corpo e io vedo le vostre. C’è anche il Simbolico: sentite le mie parole, dette in italiano con il mio accento francese. Ma il Reale? Esso, in questo incontro, è afferrabile solo nell’assenza del corpo.

Veniamo al tema di questo incontro e riflettiamo sugli effetti che la tecnologia produce sugli esseri umani. La tecnica non è per niente una novità. Anzi, è un fondamento delle società umane, come è stato dimostrato dall’archeologia. Un grande etnologo, archeologo e storico, André Leroi-Gourand, ha messo in evidenza sin dal 1964, nel suo libro Il gesto e la parola, il legame fondamentale tra cultura ed evoluzione della tecnica. Oggi, essendo il modo egemonico di produzione capitalistico, siamo passati a un consumo di massa. Come produrre sete di oggetti nelle masse? L’accumulo di dati e la circolazione delle informazioni, via telefonino e computer, sono mobilitati: “Ti è piaciuto questo oggetto, questo libro, questo disco? Ti piacerà anche quest’altro prodotto”. Ci arrivano a centinaia i messaggi che giocano sul nostro appetito di questi oggetti che Jacques Lacan aveva battezzato, nel suo Seminario del 1970 Il rovescio della psicoanalisi, lathouse: “Il mondo è sempre più popolato di lathouses“. Egli chiamava “aletosfera” tale mondo in cui la verità subisce un “trattamento formalizzato”1. Questo è il mondo in cui viviamo. L’accumulo di dati e il loro utilizzo statistico dominano oggi il mercato degli oggetti. I messaggi che riceviamo ci sono indirizzati con i nostri cognomi, addirittura con i nostri nomi. È la familiarità degli uni-tutti-soli, o meglio, degli uni che si credono tutti soli. Le masse sono gestite da algoritmi che fanno brillare degli oggetti spazzatura che catturano i loro desideri.

La verità ha struttura di finzione, diceva Lacan. Un recente film di James Gray, dal titolo Ad Astra, rivela l’estensione e il futuro delle nuove tecnologie che si stanno sviluppando nella nostra realtà quotidiana. L’astronauta della NASA, protagonista del film, ha una missione: ritrovare il padre scomparso sedici anni prima durante un’operazione di ricerca di vita extraterrestre. Lasciamo la trama del racconto, piuttosto classica, per interessarci all’universo in cui vivono gli uomini. Un universo in cui la tecnologia è regina. Un esempio. Gli esseri umani, ovunque essi siano, sulla Terra o su altri pianeti, devono regolarmente timbrare per mezzo di macchine. Mettono un chip sotto la loro pelle e la macchina fa loro una diagnosi psichica e fisica. Detto altrimenti, gli strumenti prodotti dalle tecno-scienze, verificano – aggirando le parole – se sono capaci di adempiere la missione di cui sono incaricati, se non sono preda di un affetto che intralci le loro capacità operative. Nessun bisogno di psicologi o di medici. Bastano le macchine a valutare la salute fisica e mentale, i pensieri così come le emozioni che abitano i corpi.

Quindi, le nuove tecnologie, tramite gli algoritmi, la spunteranno sugli esseri di linguaggio? Esse sono già all’erta sulle nostre scelte, sui nostri gusti, sulle nostre abitudini, sui nostri spostamenti. La fine della psicoanalisi è segnata? Questa disciplina, mai amata dai poteri dello Stato, fondata sul linguaggio articolato e sul potere della parola, il cui oggetto è la materia verbale delle parole, sarà presto obsoleta? L’analista sarà sostituito da un chip nella strada o in un ospedale? Capite bene che la questione posta è di ordine etico e non tecnico.

In effetti, la tecnica analitica non si priva dell’orientamento del soggetto della scienza a cui è legata sin dalle sue origini. Noi ascoltiamo i nostri analizzanti. Che cosa implica? Il reperimento di un elemento nella concatenazione delle parole sorte dall’associazione libera, che Lacan chiama “punto di capitone”, un elemento che comanda la deriva della catena parlata. Questo implica anche l’istituzione di una catena di significanti che costituisce l’essere del soggetto, o meglio, la sua mancanza a essere. Come ci insegnano le testimonianze di cura, l’obiettivo è la riduzione e l’estrazione di un termine che nomina la scelta di soddisfazione e/o di godimento di un soggetto. Noi, dunque, funzioniamo come analisti senza ignorare quello che possiamo chiamare il programma di godimento di un essere parlante, che possiamo dedurre obbligatoriamente dal dire del soggetto. Tuttavia, il nostro obiettivo è un altro poiché vedere emergere questo disegno non ha altro valore che il sapere che il soggetto trae per orientare la sua vita e le sue scelte. Il guadagno di sapere in gioco in un’analisi è un guadagno del e per il soggetto, e solamente per lui, nella sua irriducibile singolarità. D’altronde, alla fine del lavoro l’analista è cancellato, sicut palea, come spazzatura, rifiuto, dice Lacan riprendendo la formula di san Tommaso d’Aquino2. Questo permette di dimostrare che il discorso analitico, contrariamente ad altri tipi di discorso, non è un discorso che domina. Il sapere acquisito in e attraverso la propria analisi è quindi il rovescio del sapere acquisito con i dati e le statistiche il cui obiettivo è l’ingerenza nelle scelte del soggetto. D’altronde, nei social network (Facebook, Instagram, Twitter) è nata una nuova professione: gli influencer. Gli psicoanalisti sono il rovescio degli influencer.

L’altra faccia di un’analisi è il segreto. Se oggi la tecnologia permette di costituire su qualcuno un dossier sulle sue scelte – anche le più intime -, nel dispositivo analitico il dire che si enuncia è oggetto di un segreto assoluto. Nessun dossier, nessuna registrazione, nessuna raccolta dati. Se qualcuno domanda di iniziare un’analisi, i colloqui preliminari permettono all’analista di decidere se questa persona può entrare nel dispositivo analitico. Alcuni nostri colleghi dell’America Latina hanno ricevuto domande da narcotrafficanti e hanno rifiutato l’entrata in analisi. Esistono delle controindicazioni all’esperienza analitica. Il segreto è cosa rara. Si sarà capito che qui chi è tenuto al segreto non è l’analizzante. Il segreto è imposto soltanto all’analista. Segreto che concerne sia l’identità sia il sintomo attribuito al nome proprio. I luoghi del segreto tendono a essere sempre meno. Tuttavia, il segreto è uno dei fondamenti della possibilità della pace sociale e, allo stesso tempo, della possibilità di vivere. È associato ad affetti forti come il pudore, la vergogna, l’angoscia. È associato a quelli che chiamiamo oggetti causa del desiderio, vale a dire oggetti che – prelevati sul corpo – sono all’origine di ogni desiderio. Questo segreto non è tale soltanto nei confronti degli altri o dell’Altro, è anche segreto per chi lo detiene.

Vi è in gioco il corpo umano. Il corpo abitato, attraversato, secato, tagliato dal linguaggio e dalle parole ricevute o dette fin dall’infanzia. Del corpo parlante Jacques-Alain Miller ha mostrato le sfaccettature. La psicoanalisi è uno dei rari luoghi in cui il segreto del godimento dei corpi parlanti ha ancora posto.

* Testo presentato alla Biennale Tecnologia, Torino, 13 novembre 2020, “Psicoanalisi e Tecnologia”, a cura di IPOL – Istituto Psicoanalitico di Orientamento Lacaniano.
[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XVII Il rovescio della psicoanalisi (1969 – 1970), Einaudi, Torino 2001.
[2] J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, pp. 241- 278.

Traduzione: Valentina La Rosa

Non vi intendono perché voi ve ne occupate

Virginio Baio

Questo è l’ultimo caso presentato da Virginio Baio all’Antenna di Pisa. Sono tre casi che Virginio ha presentato in più occasioni ma questa è la più recente messa in logica di questi casi che sono stati di insegnamento per gran parte della comunità analitica.
Donata Roma, 20 gennaio 2021

Ringrazio Bruno de Halleux e Nicole Jaume di essere con noi. Sono responsabili di un’istituzione che è per noi un riferimento e un campo. Analitico.
Vorrei parlare del sintomo, della diagnosi e della “dolce forzatura”, passando per tre ragazzi dell’Antenne 110: Victor, Daniela e Filippo.

Victor, il bambino dal bicchiere rosso in testa.
È così che l’abbiamo presentato. Victor aveva un bicchiere rosso di plastica che teneva in testa dappertutto e continuamente: quando andava sull’altalena, a letto, al mercato, in macchina, in chiesa, a tavola,…

Agli inizi, Victor era l’orrore. Quello che avveniva era invivibile, impossibile, insopportabile. Passava le giornate con la testa incastrata nella poltrona con una sedia in ferro e legno agglomerato che portava sulla testa con le braccia infilate nello schienale della sedia, dopo averci appoggiato sul dorso della sedia anche due tazze di acciaio, in equilibrio instabile, riempite da lui stesso d’acqua. Bastava un minimo movimento che la casa era invasa da un urlo che era accompagnato dalla caduta delle tazze, dell’acqua, della gragnuola di pugni e colpi che Victor “si” dava, guardando dritto negli occhi l’operatore che si precipitava a soccorrerlo. Colpi e pugni che trasformavano il volto di Victor in una maschera di sangue, in un volto tumefatto, dagli occhi, gli orecchi, il mento sanguinanti: era l’orrore. Cercavamo di proteggerlo con dei cerotti.

Ero nella nebbia più totale. Poi in seguito ho scoperto che a ben leggere Lacan, proprio io che me ne occupavo, ero per lui il suo persecutore!

Quando Victor è partito dall’Antenne, non aveva più questa costruzione. Era capace di fare dei piccoli lavori come fare dei buchi nel muro con il trapano, aiutare gli operatori a fare il suo letto, a lavare i piatti, a pulire per terra…

In breve gli operatori erano riusciti a prendere il posto della sedia, delle tazze, della costruzione. Alla fine l’Antenne si era prestata ad “attaccapanni” (porte-manteau) del suo sintomo.

Un anno fa scopro che il caso di Victor era stato pubblicato in un manuale di Parigi

Ero sorpreso ma confuso perché questo manuale presentava il testo di Victor in relazione con il caso di Temple Grandin. Ero contento perché il caso di Victor insegnava ma mi rendevo conto che non avevo visto qualcosa di essenziale, di originale, di fondamentale. Cosa non avevo visto? Che tutta quella costruzione, questo annodamento del corpo, delle braccia, aveva la funzione di un nodo, del quarto nodo per “avere un corpo”, per “sentire un corpo”, per avere un “da dove” orientarsi nel mondo. Ora la costruzione di Victor, diversamente da Temple Grandin, era Victor che l’aveva inventata. Era come se fosse caduto un velo.

Victor era lui che l’aveva inventata, lui, la “macchina a serrare”.

Temple Grandin aveva avuto l’idea della “trappe per le vacche” e ne ha fatto una “macchina a serrare”.

Avevo scoperto la funzione sintomatica della sua costruzione che serrava il suo corpo, gli procurava un “da dove” posizionarsi rispetto all’Altro.

Ma questa costruzione di Victor era precaria, non teneva, le tazze cadevano, i colpi, il sangue, le urla e lo sguardo di Victor verso l’operatore.

Una notte, sfinito, quando avevo deciso che sarei stato io ad alzare la mano per dirgli che l’avrei picchiato, mi sorprende: si gira per proteggersi. Victor reagiva a quello che gli significavo.

A partire da quel momento la costruzione si è smantellata per ridursi a un sandalo sulla spalla, a due pezzi di macchina di plastica rossa e a un coperchio di plastica nelle mani… Infine, ecco come appariva, al mare. Nessuno avrebbe detto da quale orrore Victor veniva. La presenza degli operatori aveva avuto l’effetto di fare bordo al suo corpo.

Daniela, la ragazza inseguita da Bruno
Perché sbagliarsi di diagnosi non porta automaticamente a un dramma. Ci si può sbagliare di strategia, non di politica.

Daniela è un’adolescente che beve, fugge, si inietta dell’inchiostro in una gamba, fa sesso con giovanotti…

All’Antenne facciamo l’ipotesi di isteria, che sembra confermarsi. Per esempio, Daniela fugge dall’istituzione. Bruno si mette a rincorrerla. Ne parlerò dappertutto come una lezione magistrale di Bruno proprio perché consideravo quella una manovra raffinata nei confronti di una ragazza isterica.

Daniela vedendosi rincorsa, corre ancora più veloce. Era rincorsa. Lei lo credeva. E beh, no. Perché quando Bruno la sta raggiungendo invece di afferrarla la sorpassa e lui continua la sua corsa. Verso il Chateau du Lac di Genval.

Ecco. Questo è uno splendido atto di Bruno! Con il suo atto Bruno fa scomparire tutto lo scenario di significanti: fuga, rincorsa, punizione… per far sorgere “Ma che cosa vuole Bruno da me?”

L’episodio in cui suo padre potrebbe sbagliarsi
Daniela, per il fatto che noi eravamo sicuri della sua posizione isterica, le nostre risposte cercavano di includere degli enigmi, di farla correre lei e non noi, come ha fatto Bruno; oppure come quando lei si tagliava sulle braccia, l’operatore invece di curarla, guardandola fisso negli occhi, le suggeriva di chiedere a una donna come truccarsi…

Allora quale elemento ci parla della sua posizione soggettiva? Quale elemento ci dice che lei non ha il “significante”, l’apparecchio, il dispositivo che dice “presenza/assenza”? Come cogliere che lei ha l’immaginario e il reale senza il simbolico? Daniela ha attraversato l’Edipo? Si può dire che lei ha un padre ma non la funzione del padre? Perché lo psichiatra ha detto a quest’uomo che si ubriacava di fare un figlio alla sua donna, che questo bambino l’avrebbe guarito. Che il fatto di diventare padre l’avrebbe guarito dal suo alcoolismo. Oppure il fatto di essere alcolista era per proteggersi dalla sua psicosi?

L’episodio che dimostra, a mio parere, che Daniela non è sensibile al desiderio dell’Altro, che lei non ha il significante che la “rappresenta” ma quello che la “presenta”, avviene con Rosa.

Daniela è amica di Rosa, la sua amica intima. A Rosa piacciono i vestiti di Daniela: Rosa le chiede di utilizzarli: pullover, camicette, pantaloni, gonne… Ma dopo poco, Daniela non vuole più che Rosa si metta i suoi vestiti. Perché?

Perché Daniela dice che “suo padre, che si è suicidato, potrebbe dal cielo, guardando giù in terra sbagliarsi”. Potrebbe amare colei che ha i vestiti appunto di sua figlia, mentre è Rosa che ha i vestiti di sua figlia.

Pippo, le due chitarre e la dolce forzatura
L‘espressione di “dolce forzatura” è così che Antonio Di Ciaccia nomina il lavoro del partner del bambino autistico.

Come definirlo se si tiene conto che i bambini autistici non vi intendono proprio perché voi ve ne occupate? Lacan però aggiunge che “certamente c’è qualcosa da dire loro”.

All’Antenne noi proponiamo diversi atelier. Negli atelier possiamo proporre ciò che ci piace, ma anche ciò che i bambini fanno o portano.

All’atelier “Due chitarre” siamo in quattro: tre bambini e l’operatore. L’atelier consiste a mettere in musica ciò che ciascuno dei bambini dice oppure fa. C’è una chitarra per il bambino che ha la parola e c’è la chitarra per Virginio.

Pippo è già occupato a picchiare sul vetro della finestra con un bicchiere di plastica. Quando è il turno di Pippo, Pippo continua a voltarmi le spalle. Non so se ha sentito e se è d’accordo. Se ha sentito che gli ho dato la parola. Devo piuttosto domandarmi se lui è d’accordo a includermi nel suo picchiettare. Come picchiare per entrare nel suo discorso, nella sua metonimia? Come picchiare, direi, dall’interno?

Allora, dopo ogni colpo che lui dà sul vetro, io faccio un accordo con la mia chitarra. Accordo che faccio dopo il colpo, come eco al suo colpo. Non faccio intervenire la voce. E continuo a rispondere al colpo sul vetro con un accordo. Al colpo risponde l’accordo, un colpo – un accordo, un colpo 1 – un accordo 2

Quando Pippo si ferma, mi fermo. Pippo riprende, e io riprendo. Al silenzio, alla pausa, risponde il silenzio, la pausa.

A un certo momento, sorpresa! Pippo si ferma e lentamente si gira e guarda verso l’operatore, quando i due sguardi si incontrano si mette a cantare “Pippo c’è, Pippo c’è”. Il che lo fa sorridere.

Pippo resta presso la finestra che ha ripreso a picchiare, ma non gira la schiena, resta a guardare verso l’operatore che continua a fare il suo accordo. A un certo punto si avvicina alla tavola dove c’è la chitarra a disposizione del bambino che ha la parola e invece di picchiettare sul vetro, picchietta sulla sua chitarra. Poi lascia la tavola e si avvicina a Virginio e si mette a picchiettare sulla chitarra di Virginio e sempre sorridendo, Pippo gli toglie la chitarra, si getta su di lui, lo abbraccia e… gli dà un morso sulla spalla!

Come leggere questa sequenza?

  1. L’iniziativa è di Pippo
  2. L’elaborazione è in vista di “prodursi come soggetto”
  3. Il sapere è localizzato nel campo di Pippo
  4. L’accordo di chitarra non è un sapere, è un prendere nota: “ricevuto”
  5. Pippo si ferma: un buco, una mancanza, corrisponde al Significante del soggetto, quello mancante?
  6. mancanza che “rappresenta” o che “presenta” il soggetto?
  7. Il sorriso è un terzo tempo, causato da S1 (colpo) S2 (accordo)?
  8. S2 non è fatto di un sapere, di un senso, di un’interpretazione, ma di un “sì”, “ricevuto”, “ecco”, “l’ho detto”, “non posso che prenderne atto”, “un tratto”, “ne faccio atto notarile”
  9. Un accordo di chitarra come un mattone che l’operatore pone per costruire un muro, il muro del linguaggio sul quale il soggetto può appoggiarsi…?

Non si tratta di sessuazione qui!

«[…] uomo e […] donna, non sono che dei significanti»
Lacan, Encore1

Violaine Clément – membro NLS e AMP – Ginevra – gennaio 2021

Dopo trent’anni come insegnante e vice direttrice in una scuola chiamata da noi ciclo di orientamento e in Francia collège2, il tema della sessuazione che Jacques- Alain Miller ci ha proposto come nuovo campo freudiano su cui lavorare mi ha aperto una nuova interrogazione. Dopo anni nei quali solo l’insulto segnalava l’esistenza di un problema legato al genere (i vari finocchio, puttana … che da sempre fioriscono nei cortili) soltanto da poco abbiamo cominciato a ricevere, da parte di diversi alunni, delle domande di riconoscimento in quanto trans, non binari, omosessuali … L’orgoglio (pride) risponde alla vergogna di ieri.

Che cosa bisogna intendere in questa rivendicazione? Si tratta veramente di sessuazione? Non credo. Come ricorda Marie-Hélène Brousse nel suo recente Mode de jouir au féminin, nel godimento c’è qualcosa di singolare che non ha niente a che vedere con il genere. «Il godimento non risponde alle identificazioni». Si tratta piuttosto di identificazioni. Come sapere se sono un ragazzo o una ragazza quando attorno a me le identificazioni vacillano?3.

Se prendiamo l’insulto come prima parola d’amore, riconosciamo che questa ha un legame di parentela con la donna, da tempo sia oggetto agalmatico che palea. Il soggetto si troverebbe allora tra i due, quel che viene chiamato trans. Ma che cosa fa sì che un soggetto, alle prese con la questione fondamentale «chi sono io?», voglia far sapere all’Altro che non è ciò che si crede? Che cosa vuole colui o colei che grida di non volersi dichiarare né uomo né donna? Che cosa ci dice questo desiderio di proferirsi sempre altro rispetto a ciò che esiste già, un binarismo (s)comodo?

La scuola è il luogo per eccellenza della domanda. Appena entrato a scuola il bambino deve declinare il suo nome, il suo cognome, il suo sesso, la sua età, eccetera.

Dovrebbe sorprenderci un po’ di più il fatto di cogliere che per qualcuno questa intrusione è di una rara violenza. Scopre con stupore che il proprio nome, che credeva suo, diventa comune, che altri bambini possono avere lo stesso nome. Fin dall’entrata a scuola la madre o il padre, il genitore, è invitato a lasciare la mano del proprio bambino che può sentirsi sia sollevato che sgomento. Anche il genitore può sentirsi perduto, giudicato, tradito quando l’oggetto del suo amore comincia ad amare l’insegnante, a prendere piacere alle nuove identificazioni proposte.

Una nuova separazione ha luogo quando il bambino lascia la scuola primaria per entrare alle medie, allontanandosi un po’ di più dal quadro rassicurante della sua scuola composto, in molti casi, da un maestro o una maestra. Vi incontra una pluralità di insegnanti e una folla di simili tra i quali cerca a chi identificarsi, con chi raggrupparsi; trovarvi i migliori amici, ritagliarsi un posto nel gruppo, sfuggire all’odio, fondersi nel gruppo, abbigliarsi con le insegne del clan al quale si affilia: un bel po’ di lavoro da fare.

È in questo contesto che la posizione della scuola può essere un’indicazione importante sull’uso che se ne può fare. Quando un giovane chiede di farsi chiamare con un nome diverso dal suo, scegliendo di essere chiamato Leo invece di Lea, l’insegnante può inserire la cosa all’interno del suo corso ma non può, legalmente, cambiare la scrittura del nome. L’insegnante che accetta di seguire la richiesta di Lea di farsi chiamare Leo, potrebbe essere accusata dai genitori di abusare del proprio ruolo. La scuola diventa allora il luogo in cui la domanda di Lea può essere ascoltata anche senza l’accordo dei genitori, a volte contro di loro.

Abbiamo visto recentemente che cosa può succedere quando un insegnante propone ai suoi alunni qualcosa che non piace ai loro genitori. Ne ho fatto più volte l’esperienza, come quando sono stata minacciata di morte nel momento in cui ho dichiarato a un padre che non aveva il diritto di rasare i capelli della figlia per impedirle di piacere ai ragazzi. «Questo no, non qui», gli avevo detto. È un po’ la posizione presa dalla scuola che ha impedito a Sébastien Lifshitz4 di entrare per filmare Sasha. Vi si può leggere una protezione per quel bambino il cui dire «quando sarò grande sarò una ragazza» ci interroga tutti. Sasha non ha detto che voleva diventare una donna ma una ragazza ed è a partire dai suoi significanti che troverà come iscriversi nel mondo.

La scuola aveva i suoi motivi per rifiutare a un regista di entrare a filmare qualcosa che non vi ha posto permettendo così a Sasha di entrare nel mondo degli altri e separarsi un po’ da ciò che la sua famiglia vuole per lui. Sasha può vestirsi come vuole per venire a scuola? Si è dibattuto a lungo su queste questioni e a Ginevra sono spuntate le T-shirts della vergogna che le ragazze dovevano indossare quando mostravano troppo del proprio corpo. Perché sempre le ragazze e non i ragazzi, questa è un’altra questione. Qualcuno chiede il ritorno delle divise scolastiche. La divisa non è proprio la prima manifestazione del binarismo contro cui molti militano?

Ciò che mi sembra sempre più chiaro in questa questione della sessuazione è che, come la Donna, essa non esiste. La sessuazione dei bambini è una questione di adulti. Così la bambina che a scuola dichiara di essere pansessuale e riesce a far convocare i suoi due genitori a scuola: ognuno credeva che fosse stato l’altro a metterle queste idee in testa e scoprivano entrambi la forza della bambina nel sostenere un dire articolandolo all’altro. Questa è la sessuazione, un dire sul sesso5.

Un bambino cerca attorno a sé e a volte trova un vuoto per accogliere la sua piccola differenza. È così che ha una possibilità di divenire soggetto del proprio dire e sfuggire al ruolo, sempre prêt à porter, di oggetto di mammapapà. Fare di tutti i bambini dei soggetti trans non impedirà certamente a ciascuno di cercare come fare con il godimento, separando quello che ci vuole e quello che non ci vuole. Per alcuni bambini, che si sforzano disperatamente di essere normali, bisogna ammettere che il dissolvimento del binarismo, di questa divisione simbolica che permetteva a ciascuno di collocarsi sotto un’insegna protettiva, creerà altre difficoltà. Sarà importante che la psicoanalisi continui a esistere, o che si reinventi, per permettere che questo dire sul sesso, sempre nuovo per ciascuno, possa iscriversi, uno per uno.

Traduzione Giuliana Zani

[1] J. Lacan, Il Seminario, libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.32. Citato da M-H. Brousse, Mode de jouir au féminin, Paris, Navarin, 2020, p.18.
[2] In Italia scuola secondaria di primo grado.
[3] Questa idea mi è stata suggerita dalla risposta di Luisella Brusa in una conversazione apparsa sul blog dell’ASREEP- NLS http://asreep-nls.ch/conversation-avec-luisella-brusa/
[4] Qui il trailer del film documentario: https://www.youtube.com/watch?v=wj7AV2_7Ors e qui un’intervista https://www.youtube.com/watch?v=Dh2fKEkFKo8
[5] Rosa Elena Manzetti, http://asreep-nls.ch/blog/

Anno 2020

Barbara Aramini – partecipante SLP – Roma – dicembre 2020

Marzo, il mese che promette la luce. È il momento che, per chi lavora nelle scuole, apre le porte al termine dell’anno scolastico. Nel 2020 la prima settimana di marzo ha annunciato una pandemia. Isolamento forzato. Paura. Angoscia. Stravolgimento della vita di ognuno. Il reale si mostrava nel suo orrido splendore. La morte: prima donna.

Smart-working per alcuni. Cassa integrazione o sospensione per altri. Le scuole: chiuse. Il lavoro con gli studenti affidato alla tecnologia. Un giano bifronte: l’asetticità e l’opportunità. Lo schermo permetteva qualcosa di simile, anche se profondamente differente, a un incontro. Consentiva di mantenere un flebile filo di congiunzione su cui il sapere, come funambolo, poteva camminare. Offriva la possibilità di ridurre l’isolamento: ci si poteva vedere e sentire. Era possibile stabilire un contatto con chi era altrove. Si poteva, forse, esorcizzare un po’ il terrore che sbranava le viscere in quella terra di incertezze e paura del peggio.

La didattica a distanza è stata difficile tecnicamente; l’affollamento della rete non garantiva sempre di trovarsi nella classe virtuale; la voce dell’altro arrivava balbuziente o si perdeva ed era pronunciata da un’immagine che si “incagliava” nella staticità. Alcune volte, come se qualcuno avesse usato il tasto fast-forward, ciò che si era bloccato e sembrava senza futuro rincorreva, in un riassunto veloce, il presente. Questo tempo diverso si imponeva allo sguardo. Poi si vedeva la propria immagine, si poteva osservare il proprio volto esattamente come faceva l’altro. Cattura, estraniamento e distrazione. A questo si aggiungevano le difficoltà specifiche: non tutti avevano gli strumenti – pc, connessione – per collegarsi.

In questo quadro, già difficile per struttura, è emersa l’apatia: numerose le assenze. L’impegno ridotto al minimo. L’attenzione falsificata. Abbattimento delle convenzioni: i ragazzi si svegliavano un attimo prima della lezione; seguivano assonnati; facevano colazione durante la prima ora; rimanevano in pigiama; oscuravano gli schermi; spesso non studiavano. Anche chi, prima, aveva avuto un trasporto verso il sapere, ora si dimostrava disinteressato. Neanche i professori più carismatici riuscivano a sollecitarne il desiderio. Anche la vergogna per il rimprovero di un docente non aveva più la stessa presa: mancava l’aspetto corale, i respiri degli altri, gli sguardi degli altri. Mancava il corpo, in presenza della sua immagine, e il desiderio e la presa sulle cose scricchiolavano. Sapevano che sarebbero stati tutti promossi. Le assenze, il criterio dei criteri visto che superata una soglia non ci sono votazioni alte che possano salvare da una bocciatura, ora non erano più le regine indiscusse della scena. Scacco matto.

Per i ragazzi esisteva una mancanza di limite – si poteva fare ciò che si voleva e non ci sarebbe stata bocciatura – in un contesto di limiti molto serrati: non potevano uscire, incontrarsi, abbracciarsi, fare sport, fare l’amore.

Nella Conferenza a Bruxelles sull’etica della psicoanalisi Lacan, utilizzando l’Epistola di San Paolo ai Romani e riprendendo Totem e Tabù di Freud, ci parla dell’articolazione del desiderio con la legge. Il limite è ciò che permette al desiderio di esistere, ma il 2020 è stato un anno di limiti così serrati, a causa dell’insorgenza del reale del virus che colpisce, ammala e uccide, da aver immobilizzato molte vite; da aver animato sintomi dal tono depressivo-ansioso; da aver promosso domande sulla cifra della propria vita. Nel V Seminario, Le formazioni dell’inconscio, Lacan scrive, rispetto ai tre tempi dell’Edipo, che il padre interdice la madre al bambino, ma dicendo no apre la via del desiderio. Dice no, ma anche sì. Quali sono quindi gli effetti del no dell’Altro al legame sociale senza che ci sia la garanzia di un sì futuro? In un momento in cui, per l’adolescente, il corpo si risveglia, per alcuni l’isolamento è stato una salvezza che ha sottratto dall’ingombro, dalla sofferenza, dallo spaesamento dell’incontro con l’altro. Per altri la quarantena è stata una condanna da innocenti.

Bibliografia

J. Lacan, 1957-58, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, Torino, Einaudi, 2004.
J. Lacan, Freud, riguardo alla morale, determina il peso correttamente e La psicoanalisi è costituente per un’etica che sarebbe quella di cui il nostro tempo ha necessità? Conferenze pronunciate alla Facoltà universitaria di Saint-Louis, Bruxelles, 9-10 marzo 1960, http://website .lacan-con-freud.it/ar/lacan_bruxelles.pdf