«Il transessuale non vuole più essere significato come fallo dal discorso sessuale, il quale – come io enuncio – è impossibile. Egli ha un solo torto: voler forzare tramite la chirurgia il discorso sessuale, che, in quanto impossibile, è il passaggio del reale».

Jacques Lacan, Il Seminario, Libro XIX, … o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p. 11.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n° 25 – 20 marzo 2021

In copertina:

Hikikomori25, Smoke and mirrors (dettaglio),
concept-art per il videogame Cyberpunk 2077
[uscito il 10 dicembre 2020], agosto 2018, CD Project

Editoriale

Laura Storti
Rete Lacan – 16 marzo 2021

«Se non ci fosse discorso analitico, continuereste a parlare come degli storni, a cantare il disco(rso)corrente, a far girare il disco, quel disco che gira perché non c’è rapporto sessuale – è una formula che può essere articolata solo grazie a tutta la costruzione del discorso analitico […]1».

Sono trascorsi dodici mesi e siamo giunti al venticinquesimo numero di Rete Lacan. Da quando, travolti dal dilagare di una pandemia che ci ha colti di sorpresa, siamo stati costretti a disdire gli appuntamenti di Scuola già programmati.

Una chiusura generalizzata ci ha relegati nelle mura delle nostre abitazioni. Mentre fuori si snodavano file interminabili ai negozi alimentari e alle farmacie, volti coperti da mascherine, scene da film di fantascienza che ci hanno catapultati nel futuro. Un futuro che somiglia drammaticamente al passato, un futuro dove la fragilità dei corpi ha rapidamente scalzato la presunta invulnerabilità del presente.

Da subito la Scuola ha dato vita a un contenitore, un a-periodico online che raccogliesse gli scritti dei colleghi italiani e delle altre Scuole del Campo freudiano. Scritti che potessero depositare qualcosa, con il compito di mantenere vivo il legame di Scuola laddove si era reso impossibile incontrarci.

Nei primi giorni e mesi tanti sono stati i contributi dei colleghi della SLP e delle altre Scuole, questi ultimi inizialmente un po’ più increduli, in quanto allora non così toccati da questo virus che abbiamo appreso chiamarsi COVID-19.

Ben presto abbiamo voluto che Rete Lacan non fosse indissolubilmente legato alla pandemia e abbiamo lanciato l’appello affinché i contributi si allargassero alle esperienze che ciascun membro, partecipante o studente degli Istituti del Campo freudiano faceva nel suo operare, con il Reale senza legge.

Ora è trascorso un anno. Sembra lontano il tempo dei disegni di arcobaleni con su scritto “andrà tutto bene” o dei canti dalle finestre e dai balconi: e ci lascia l’amara consapevolezza che non ci libereremo presto di questa scomoda presenza.

Il discorso della scienza, attraverso i suoi ricercatori, ha avuto il suo posto d’onore nel suggerire alla politica modalità e contenuti degli innumerevoli decreti, decreti che hanno determinato aperture e chiusure e diviso l’Italia in variopinte regioni. Ma ciò che ancora una volta è apparso con chiarezza dal mortifero abbraccio tra discorso della scienza e discorso del capitalista è l’indissolubile legame tra la ricerca scientifica e le leggi del mercato.

L’andamento della ricerca sui vaccini, dei loro brevetti, così come della commercializzazione e perfino della loro somministrazione stanno evidenziando le vecchie e nuove divisioni del mondo tra ricchi e poveri, tra chi comanda e chi è costretto a obbedire, tra chi, nonostante il virus, non resta scalfito dalle sue ricadute economiche, o addirittura ci guadagna, e chi vede ancor più deteriorarsi la sua condizione materiale.

Il vuoto che hanno lasciato le tante perdite di vite umane ci consegna l’esigenza di elaborare il lutto; così come l’insorgere dell’angoscia piuttosto che di sintomi potrà mettersi in forma, soggettivando ciò che per ciascuno ha prodotto l’esperienza traumatica. Mantenere vivo il discorso dello psicoanalista è ciò che spetta a chi da quel posto vuole operare, a chi si fa prendere come oggetto causa del desiderio dell’analizzante.

Si rinnova dunque la possibilità da parte di membri, partecipanti o allievi delle Scuole del Campo freudiano di depositare i propri scritti per dare testimonianza del proprio operato e del proprio contributo al legame di Scuola.

E dunque, buon primo compleanno a Rete Lacan.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.33.

L’opinione lacaniana (seguito)*

Christiane Alberti

Membro AME ECF e AMP – Parigi – 16 febbraio 2021

Tra la mia vita e il neo-femminismo

Per chi interroga il femminile, la storia del femminismo è un insegnamento imprescindibile, al contempo clinico e politico. Mettendo online il testo dell’intervento memorabile che Annie Le Brun ha fatto durante la trasmissione televisiva “Apostrophes”, “Lacan Quotidien”1 ci ha ricordato fortunatamente che il suo saggio Mollate tutto. Facciamola finita col femminismo è una data incontestabile per la storia del femminismo. Urge quindi leggere o rileggere quel saggio, ormai disponibile, come pure Vagit-prop e altri dodici testi riuniti in una raccolta2.

In nome di “tutte le donne”

I testi pungenti, graffianti di Annie Le Brun gettano una luce tanto impietosa quanto salutare sul neo-femminismo del suo tempo, facendo risuonare per le donne della mia generazione tutta un’epoca, quella della Causa delle donne. Ma illuminano anche il dopo, dandoci di che meditare sul neo-femminismo di oggi, consegnandoci delle chiavi di lettura per comprendere le sue impasse essenziali.

Annie Le Brun non ignora nulla della realtà della miseria delle donne nella storia e nel mondo, della fondatezza delle lotte femministe e della battaglia di tutte quelle donne che non si sono lasciate ridurre al silenzio. Questo costituisce la dignità del suo attacco. Ma il suo atto mira a separare la battaglia delle donne per l’uguaglianza dei diritti, la loro lotta contro ogni forma di oppressione, e il loro rifiuto dei modelli alienanti, dell’ideologia femminista quando vira al discorso “corporativo”, che vuole irreggimentare anime e corpi. In altri termini, l’autrice se le prende contro il neo-femminismo quando, dietro gli orpelli della liberazione, esso vuole imporre la piattezza dell’uniformità. La stupidità che Annie Le Brun vuole combattere è proprio quella che consiste nel voler imporre le proprie finzioni, per non dire il proprio fantasma, all’ordine del mondo. Lo dice chiaro e tondo: si rifiuta di essere arruolata nell’“esercito della donne” per un semplice caso biologico. Mollate tutto è un appello a disertare contro “gli eserciti sinistri del conformismo, indipendentemente dal sesso che si indossa”.

La critica vigorosa di questa militante della causa surrealista sarebbe semplice esecuzione, sfinimento gratuito, se non fosse fondata rigorosamente sull’analisi approfondita e sull’interpretazione dei testi che hanno costituito la base illuminata del movimento femminista degli anni 1970, testi esaminati con un’incisività che non risparmia nulla.

Alla sua diatriba senza compromessi non sfugge nessuna delle grandi figure ispiratrici del femminismo: sono presi di mira in modo particolare il libro di Evelyne Sullerot Le Fait féminin (1978) e quello di Marie-Françoise Hans e Gilles Lapouge Les Femmes, la pornographie, l’érotisme (1978), ma anche quelli di Benoîte Groult, Germaine Greer, Gisèle Halimi, Élisabeth Badinter, Annie Leclerc, Xavière Gauthier, Luce Irigaray, Hélène Cixous, ecc. Questo per dire che, nel momento in cui avanza, la sua affermazione risuona come un po’ iconoclasta, per non dire “blasfema”, come lo sente lei stessa.

Il suo attacco comincia prendendo di mira quello che ha inaugurato il femminismo del XX secolo, uno dei libri fondamentali del pensiero contemporaneo, ovvero Il secondo sesso. Senza entrare nel dettaglio dell’analisi di questo testo, di cui riconosce la portata storica, Annie Le Brun si riferisce alla memorabile critica di Suzanne Lilar Le Malentendu du Deuxième Sexe. Sottolinea soprattutto le contraddizioni di una posizione che desidera cancellare la differenza fra i sessi, ma che maschera a fatica la rivendicazione di una specificità femminile. La sessualità vi è posta come il luogo dello scontro tra due categorie inconciliabili, il maschile e il femminile, il cui unico esito liberatorio sarebbe al prezzo «di una desessualizzazione generalizzata”. Annie Le Brun non inventa nulla: “due esseri umani che si raggiungono nel movimento stesso della loro trascendenza non hanno più bisogno di unirsi carnalmente»3, troviamo già ne Il secondo sesso.

In fondo, per Annie Le Brun, il processo era irreversibile sin da quando si trattava di far esistere un secondo sesso e di far consistere La Donna. Non considerando «che il femminile non è l’esclusività delle donne tanto quanto il maschile non lo è degli uomini», l’orizzonte delle donne tende a ridursi a un bilanciere tra grandezza e miseria, angeli o demoni, streghe o mistero….

Annie Le Brun dimostra in modo metodico che il femminismo in quanto discorso rinnova le impasse che esso dichiara di combattere: la dittatura dello stesso, il pregiudizio di natura, la sorveglianza della legge dei generi.

Una dittatura dello Stesso

Contrariamente alle femministe del XVIII e del XIX secolo, che puntavano a cancellare la differenza illusoria che legittima il potere degli uomini sulle donne, Annie Le Brun sottolinea che il neofemminismo degli anni ‘70 tende a ristabilire la realtà di una differenza generica, che si realizza sempre a spese delle differenze specifiche. Il diritto alla differenza vi instaura una dittatura dello Stesso, in cui l’omosessualità è ridotta a una posizione di ripiego sessuale da cui si può odiare tranquillamente gli uomini, poiché si considera lo stupro come il modello implicito di qualsiasi comportamento maschile.

È proprio la dimensione dell’Altro che è investita di ogni male, al punto che «per paura di scomparire nell’alterità, non si pensa ad altro che a fare la guerra». Attraverso pagine lungimiranti, l’autrice mostra che questo discorso sgombera la dimensione dell’amore e dà la caccia «al gusto del passionale». In questo modo, ella pone l’unica questione etica che valga: che si sia separati per sempre dall’Altro non ci scagiona dal dover rispondere del legame possibile con l’Altro, in quanto «esistere non è essere, è dipendere dall’Altro»,4come sostiene Lacan. La critica di Annie Le Brun ci porta al cuore dei discorsi contemporanei che fanno dell’altro un intruso a priori sospetto di stupro dell’essere: come fare affinché i parlesseri coabitino in uno spazio comune?

Di una femminilità assoluta

Annie Le Brun analizza la retorica e i contorni di un’epistemologia miope che, in ultima istanza, fa appello alla “natura profonda” degli esseri femminili. Quello che lei chiama «terrorismo della donnitudine» consiste nel riconsiderare tutta la cultura con il famoso “punto di vista al femminile”, “la parola al femminile”, “la Scrittura al femminile”. La tentazione totalitaristica che l’autrice decifra nei cantori della specificità femminile artistica o intellettuale dell’epoca è tale per cui «le esecuzioni proseguono bene», per tutti coloro che hanno contribuito a rivelare il principio femminile, da Breton a Baudelaire, passando per Degas, Manet, Goya, riscontro eclatante della misandria contemporanea.

È in questo contesto, come segnala Annie Le Brun, che la fissazione odiosa di questo neo-femminismo sulla psicoanalisi ha scotomizzato il fatto che, senza Freud, «la nozione di fallocrazia sarebbe stata impensabile» e che gli dobbiamo il fatto di aver stravolto l’idea secondo cui gli uomini e le donne si fanno da sé.

Annie Le Brun fa intendere in modo notevole come la mistica di una femminilità assoluta si dispieghi in un clima poliziesco: polizia della lingua che si deve femminilizzare, morale sorda e colpevolizzante. A dare la caccia al fallo, si finisce sempre con l’occuparne il posto. In altri termini, l’autrice si preoccupa a giusto titolo del fatto che, scoprendosi mutilata, la parola di alcune donne giunga a imporre il silenzio.

L’errore comune

Una logica appare implacabilmente: volendo la decostruzione sistematica delle «rappresentazioni alienate rispetto agli uomini», il discorso femminista ha orientato ed esaltato lo sguardo delle donne sul proprio corpo, il corpo sublimato dei famosi libri Speculum o Ainsi soit-elle5. Si trattava di concentrarsi sulla similitudine di corpi affascinanti per raggrupparsi meglio, o di raggrupparsi per somigliarsi meglio, nella comunità della “beata sorellanza”. Non è forse la stessa logica che ha condotto il neo-femminismo di oggi a porre la rivendicazione del femminile sul corpo? Salvo il fatto che si tratta di un corpo in pezzi di ricambio, in 3D, un corpo femen, denudato di ogni sembiante.

Dalla vagina dentata alla vagina alata, la letteratura femminista degli anni ’70 ha rinnovato il pregiudizio di natura di cui «si crede di leggere la traccia sul corpo». In definitiva, è sempre quello che Lacan chiama «l’errore comune»6 ad essere in causa, quello che consiste nel disconoscere il fatto che è il linguaggio che fonda il naturale della distinzione tra i sessi.

E poiché non ci sono caratteri sessuali secondari della donna tranne quelli della madre, come Lacan sostiene, assistiamo logicamente al ritorno della madre che ricopre la donna, cosa che Annie Le Brun non manca di sottolineare.

Disoccultazione del principio femminile

Cos’è, quindi, successo perché dall’«aria libera dell’aurora», che alcune donne dell’inizio di quel secolo avevano saputo far nascere, siamo arrivati a un simile   sgretolamento del pensiero? Questa è la preoccupazione essenziale di Annie Le Brun: è saltata una tappa nel momento storico in cui diventava difficile credere più a lungo che «gli uomini fossero degli uomini ben definiti e le donne, delle donne ben composte»7. Avremmo potuto sperare, nota l’autrice, di sfuggire al peso di duemila anni di cristianesimo. Questo momento non è forse quello che Lacan qualifica come disoccultazione del principio femminile, che rientra sotto l’egida dell’evaporazione del padre?8 La questione posta da Annie Le Brun ci incita ad esaminare, per oggi e per domani, ciò che ha partecipato a ricoprire tale disoccultazione.

Sovversione attraverso l’Unico

Annie Le Brun non ha mezze misure: anche se ha appena due secoli, il femminismo è diventato un’idea che invecchia. A questo discorso ella oppone la necessità: «Non c’è pensiero specificatamente femminile, ci sono solo qui e là degli esseri che, un giorno, si sentono obbligati a infrangere i limiti che sono stati loro assegnati. Che tali esseri siano delle donne, la sostanza non cambia». E cita Louise Michel, Flora Tristan, le donne della Comune…, la cui rivolta ha le sue origini al cuore di una vita minacciata, che le spingeva ad inventare appassionatamente il loro destino particolare e collettivo. È sempre a fronte dell’impossibilità di vivere «in un mondo che opera continuamente per ridurle al minimo comun denominatore della loro natura» che una rottura si è imposta, ogni volta, alle donne che hanno trovato il loro posto nella lotta «senza chiederla», come dice Louise Michel, per alleggerirsi da un’inerzia che le riduce insidiosamente al loro corpo.

Oltre a ciò, il chiarimento che permette la critica di Annie Le Brun, la sua posizione e le sue intuizioni sono straordinarie. Non si accontenta di fustigare lo «stalinismo in gonnella» e neppure lo «stalinismo fallocratico». Con la sua penna tanto precisa quanto lucida, di una freschezza inaudita, ella tenta di spiegarsi sulla propria posizione, posizione che qualificherò come giusta nei confronti di quelli che percepisce come i miraggi dell’essere. È per il fatto di non analizzare la vertigine del “vuoto del verbo essere”, diremmo noi con Lacan, che un certo militantismo finisce con l’imporre “un obbligo d’essere” che Annie Le Brun trova odioso. A distanza dalla produzione di un “uomo nuovo”, la sua simpatia va verso coloro che «si accontentano di essere delle eccezioni». E come individuare un’eccezione, se non laddove si esiste veramente, nel proprio modo unico di godere?

«Ho basato la mia causa sul vuoto»

L’abbiamo capito, Annie Le Brun preferisce dubitare della propria femminilità e lascia agli altri «il compito poliziesco di definirla». La sua ricerca è altrove, ricerca che si confronta con una certa nudità, in cui dal «più profondo delle sue passioni e dei suoi rifiuti, l’Unico conquista il suo spazio sul niente». Di questo niente le donne, secondo lei, hanno il privilegio delle donne di conoscerne la presenza al cuore di loro stesse.

Spinto da questo oggetto niente, questa «inedia» come dice Annie Le Brun, che non cede né sotto la pregnanza del genere né sotto la pressione dei ruoli sociali, emerge, al cuore di ognuno, la fonte di rotture essenziali.

«Non credendo nei miracoli dell’avere per curare le carenze dell’essere, ho basato la mia causa sul vuoto», sostiene Annie Le Brun. Non è forse la causa del “in noi, vuole”, che ci spinge a procedere, a dire, a fare? In una cura analitica si rivela essere un vuoto. Non si presta a fare stendardo. Pertanto, in che modo il vuoto della causa può annodarsi a un’azione collettiva? È pinzato al linguaggio, posto nell’Altro, che la causa raggiunge lo slancio dell’azione collettiva o la solidarietà di un collettivo.

Traduzione: Adele Succetti

* Il testo è stato pubblicato, in francese, su “Lacan Quotidien”, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/02/lacan-quotidien-n-914/. Il presente testo continua un articolo pubblicato su Rete Lacan n.21, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n21-9-dicembre-2020/#art_2

[1] Cfr. A. Le Brun, Contre le néo-féminisme, in “Lacan Quotidien”, n°911, 28 gennaio 2021.

[2] A. Le Brun, Vagit-prop [1988], Lâchez tout [1986] et autres textes, Ramsay/J.J. Pauvert, 1990, Sandre, 2010.

[3] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, 2016, p.226.

[4] J. Lacan, Il Seminario, libro XIX  …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.104.

[5] Speculum, di Luce Irigaray ; Ainsi soit-elle, di Benoîte Groult.

[6] J. Lacan, Il Seminario, libro XIX  …o peggio, cit., p.15.

[7] René Nelli, Érotique et civilisation, citato da A. Le Brun.

[8] Cfr. J. Lacan, I complessi familiari nella formazione dell’individuo, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.83.

«Voglio la pancia!»

Federica Facchin
Partecipante SLP – Milano – marzo 2021

Un ginecologo che si occupa di procreazione medicalmente assistita (PMA) racconta un episodio – in realtà uno dei tanti di questo tipo – che lo ha interrogato in modo particolare. Il medico comunica alla paziente che ha bisogno di incontrarla insieme a suo marito. La donna risponde che egli non può assentarsi dal lavoro. E quando il ginecologo le domanda se il marito sarà presente quando verrà eseguito il transfer (vale a dire il trasferimento degli embrioni nell’utero), lei chiarisce che no, in quell’occasione ci sarà sua madre. Chi è dunque il partner di questa donna? E con chi, o per chi, vuole fare un bambino? Ecco un esempio di come la scienza, operando sulla realtà, consenta di disvelare, si potrebbe dire di toccarequalcosa che è dell’ordine del Reale, e che non lascia indifferenti gli operatori, anche con effetti di angoscia e di perturbazione soggettiva.

Un tema cruciale intorno al quale si articola il discorso di non pochi professionisti (ginecologi, embriologi, infermieri) riguarda la questione del limite, e di dove e come situarlo nell’incontro clinico con le coppie infertili. Se da un lato, infatti, le tecniche di PMA consentono di superare condizioni mediche che, fino a qualche decennio fa, risultavano incompatibili con il concepimento, dall’altro la natura continua a dettare le proprie leggi. L’età avanzata della donna, ad esempio, contribuisce a ridurre drasticamente le probabilità di successo della PMA, considerando che l’età mediana in cui si conclude il periodo fertile si situa intorno ai 41 anni1. Tuttavia, non di rado gli operatori si trovano a dover rispondere alla domanda di bambino formulata da donne di età ben superiore. Una richiesta che pone questioni etiche cruciali, considerando che queste donne si espongono a non pochi rischi per la propria salute e, in caso di avvenuto concepimento, anche per quella del bambino.

C’è poi un altro aspetto, che ha a che fare con l’accanimento con cui alcune coppie si sottopongono a ripetuti cicli di fecondazione, pur conoscendo le basse probabilità di successo e, anche in questo caso, i rischi per la salute della donna. E sono soprattutto le donne, secondo le testimonianze di alcuni operatori, a riversare su di loro ingenti quote di angoscia e di rabbia, al punto da essere etichettate come pazienti difficili. Si tratta di un “troppo” rispetto al quale gli operatori fanno fatica a trovare delle chiavi di lettura, ad esempio considerando che l’infertilità, dal punto di vista medico, non è una malattia mortale.

Un figlio lo si può volere ad ogni costo (fisico, psichico, economico…). Chi può permetterselo, viaggia. La PMA è ormai globalizzata, e sono note le principali mete di fertility tourism. La pubblicità di alcuni centri privati si trova persino su Facebook. Get what you want, sembra essere l’imperativo.

Che cosa c’è dunque dietro questa tensione verso il senza limite che mette gli operatori in difficoltà nella pratica clinica con queste coppie?

Come già evidenziato da Alfonso Leo su Rete Lacan2, la PMA si inscrive nel capitalismo contemporaneo con i suoi comandamenti feroci e il suo horror vacui che, seguendo il lavoro di Marie-Hélène Brousse, possiamo anche definire come orrore e odio del femminile in quanto vuoto che c’è (e che in realtà è un pieno di energia)3. Per questo discorso che ammala, il godimento non può essere in perdita. Sullo sfondo si staglia la figura oscena del Superio mai sazio e una voce di donna che, in un bagno di angoscia, urla: «Voglio la pancia! Perché tutte le altre sì e io no?». Come sottolinea Ansermet4, il volere una gravidanza non necessariamente implica il desiderio di essere madre.

Lo scenario sembra dunque paradossale: da un lato l’illusione – e la vertigine – di una libertà senza limite offerta dalla scienza e dalle sue tecniche; dall’altro, l’assoggettamento agli imperativi superegoici e alla domanda dell’Altro. Dov’è dunque il soggetto quando chiede di intraprendere l’ottavo ciclo di PMA, nonostante i ripetuti fallimenti, i molti centri visitati, l’età avanzata e le probabilità di successo che si riducono a ogni ciclo? Desidera davvero ciò che vuole con tutte le sue forze?

La risposta non può che essere ricercata caso per caso e proprio grazie agli strumenti che la psicoanalisi ci offre. Non si tratta affatto di demonizzare a priori la tecnica, ma di annodarla all’etica per farne buon uso, di mettersi in ascolto (dei pazienti e degli operatori) facendo posto al soggetto e al Reale, e dunque anche all’impossibile, categoria che una certa collusione tra capitalismo contemporaneo, scienza e Superio pretende di fare fuori.

[1] Eijkemans MJC et al. (2014), Too old to have children? Lessons from natural fertility populations, in Human Reproduction, 29(6), pp.1304-12.

[2] Leo A. (2020), Snowbaby, in “Rete Lacan”, n.23 (23 gennaio 2021).

[3] Brousse M.-H. (2020), Mode de jouir au fèminin, Navarin, Paris. Rimando anche al testo di Céline Menghi, Due dipinti due veli un vuoto, pubblicato sul sito del convegno della SLP “Il reale del sesso”: https://convegno2021.slp-cf.it/2021/02/09/due-dipinti-due-veli-un-vuoto/

[4] F. Ansermet, (2018), The art of making children. The new world of assisted reproductive technology, Routledge, London and New York.

La supposizione di genere. Siamo tutti trans*

Dalila Arpin
Membro ECF e AMP – Parigi – febbraio 2021

«Ho sempre saputo che avrei dovuto nascere bambina […]. Ho sognato che stavo facendo l’amore con un uomo, ma nei miei sogni ero sempre una donna; non ero mai, mai un uomo che faceva l’amore con un altro uomo»1.

Queste sono le parole del personaggio di Roberta Muldoon, ex giocatore di football statunitense, convertita in donna, ne Il mondo secondo Garp, di J. Irving.

Lacan diceva negli anni settanta: «la psicoanalisi ci dimostra come sia impossibile definire che cos’è l’uomo o la donna.  […] La sessualità è senza dubbio alcuno al centro di tutto ciò che avviene nell’inconscio. Ma è al centro in quanto è una mancanza. In altri termini, al posto di qualunque cosa si possa scrivere del rapporto sessuale in quanto tale subentrano le impasse generate dalla funzione del godimento sessuale, in quanto questo appare come quel punto di miraggio che lo stesso Freud connota da qualche parte come godimento assoluto. E ciò è così vero che, precisamente, assoluto non è»2.

La trans-identi, il trans-genere

Nel linguaggio comune, transessuale si riferisce alla persona che, con o senza chirurgia, cerca di attraversare la barriera della differenza sessuale per convertirsi in un soggetto appartenente al sesso che non corrisponde a quello anatomico della nascita.

«[…] per accedere all’altro sesso bisogna realmente pagare un prezzo, quello della piccola differenza, che passa subdolamente nel reale con la mediazione dell’organo, precisamente in quanto questo cessa di essere preso come tale e al tempo stesso rivela che cosa voglia dire essere un organo: un organo è strumento solo per il tramite di ciò su cui si fonda ogni strumento, e cioè il fatto di essere un significante.

È in quanto significante, e non in quanto organo, che il transessuale la rifiuta, la piccola differenza, patendo di un errore che è esattamente l’errore comune. La passione del transessuale è la follia di volersi liberare di questo errore, l’errore comune di non vedere che il significante è il godimento e che il fallo è soltanto il suo significato.  Il transessuale non vuole più essere significato come fallo dal discorso sessuale, il quale – come io enuncio – è impossibile. Egli ha un solo torto: voler forzare tramite la chirurgia il discorso sessuale, che, in quanto impossibile, è il passaggio del reale»3.

Clinica della trasformazione: il caso di Inés Rau

Nata nel corpo di un bambino trent’anni fa, Inés Rau, modella e attrice, è la prima transessuale a essere “playmate del mese” nel 2017, su “Playboy”. Nella sua autobiografia, Femme4, testimonia della sua storia e soprattutto della sua trasformazione in donna.

Ha passato i primi anni della sua vita da solo con la madre in una relazione fusionale. Periodo che termina quando la madre si rifà una vita con un uomo che non ama il bambino; la nascita di una sorellina peggiora la situazione.

Inés si sente abbandonata ed emarginata. La sensazione di abbandono è preponderante: «Mi sentivo solo, rifiutato, superfluo. A volte piangevo al buio, di notte quando andavo a dormire. La differenza che portavo con me, senza saperlo, senza percepirlo realmente ma che era già lì, pronta per manifestarsi e fiorire, mi isolò ancora di più»5.

Di fatto testimonia che le rappresentazioni maschili e femminili sono un effetto di discorso: «Non c’erano uomini che mi facessero da punto di riferimento. Ho rifiutato la figura maschile. Inconsciamente, la mia richiesta all’Universo era formulata. Non sarei stato un uomo ma gli uomini avrebbero fatto qualsiasi cosa per me. Al contrario, le donne della mia famiglia mi sono sempre sembrate da ammirare»6. «Forza e coraggio sono sempre state dal lato delle donne […] ho sempre visto gli uomini come esseri deboli e patetici7». Se la madre mostra tenerezza verso di lui, il patrigno interviene: «lo farai diventare una checca8». L’assunzione del sesso non si fa senza resto: «nonostante la mia sensibilità femminile, ho sempre avuto un lato maschiaccio»9. Lei «adorava questo lato libero dei ragazzi» ed era «anche una combattente». Fondamentalmente era «come una bambina alla quale piace fare giochi da bambini»10.

Nella prima parte del libro parla della sua storia al maschile e in seguito, dal momento in cui comincia a travestirsi, al femminile.

Lei ha sempre avuto «la sensazione che questo corpo non assomigli alla persona [che sta] all’interno»11. «Ho un’anima femminile in un corpo maschile»12, dice. Estrae il primo nome «da una bambina sublime del vicinato» che le apre un universo al di là del suo quartiere. Questa bambina sostituì il suo nome di battesimo magrebino, nel gruppo di amici. Morì molto presto per un infarto dovuto a ingestione di medicinali per perdere peso.

Da adolescente, Inés faceva i suoi primi sogni erotici : «Sono con un uomo. Lui fa l’amore con me dal davanti [ …]. Ricevo il membro dell’uomo dentro il mio corpo, così come farebbero l’amore un uomo e una donna»13.

Lavora come entraineuse a Les Bains Douches. Poi a Pigalle, dove scopre tutto un universo equivoco: di drag-queens, di madames che lo adottano come “bambina”. Impara la pole-dance14, quel ballo acrobatico attorno a una striscia leggera di stoffa, nei cabarets di Pigalle, vestito da donna, e si mette sulla scena. La danza è un tratto di identificazione con la madre che le ha permesso anche di non pensare15. «Drag donna sofisticata di notte, maschiaccio di giorno»16 è la formula che descrive la sua vita in quel momento. All’età di 17 anni incomincia la sua trasformazione ormonale.

Poco a poco inizia a prendere in considerazione l’idea di uscire durante il giorno vestito da donna. Conosce Enzo, il suo primo amore, che lo accetta com’è, ovvero vestita da ragazza ma conservando l’organo maschile. Continuerà a lavorare a Pigalle, poi farà carriera a Ginevra e a Ibiza. Ci tiene a chiarire che si è sempre guadagnata la vita come ballerina e non con la prostituzione. La sua vita è segnata da eventi straordinari e incontri stravaganti con multimilionari sempre molto gentili con lei.

Ha un obiettivo preciso: risparmiare denaro per farsi operare a Montreal, in una clinica specializzata in trasformazioni di genere. La prima parte della sua “trasformazione” le procurò il sembiante di una donna e l’uso di ormoni cambiò il suo organismo ma permangono dei resti: l’organo e il nome maschile all’anagrafe.

Comincia dal cambio di sesso per ottenere poi il cambio di nome. «Sono stanca di stare tra due generi» diceva «quindi questo viaggio [a Montreal per un’operazione chirurgica] mi porta una nuova promessa: essere finalmente me stessa»17. Precisa che questa “riassegnazione” sessuale non è motivata dall’odio per se stessa. «Al contrario, è amore incondizionato. È perché mi amo profondamente che ho deciso di riassegnarmi. È un lusso che mi offro: quello di essere io, di essere in sintonia con la mia anima e con la mia energia sessuale»18.

La transformazione

Ha vissuto la trasformazione chirurgica come una «seconda nascita»19. Spiega l’operazione nei dettagli e testimonia di tutti gli stati d’animo che accompagnano la sua trasformazione. Anche se non ha nessun dubbio circa l’obiettivo da raggiungere, però l’angoscia è lì. Piange molto; è ipersensibile. È cosciente che l’operazione di riassegnazione la trasformerà in una donna20 ma «ci sarà sempre il maschile in [lei]»21.

Durante l’anestesia fa un «sogno»22: cade in un buco nero a gran velocità. Si trova in mezzo all’oceano, ha freddo. È «sfinita, terrorizzata e al limite delle forze». Si ritrova accerchiata dagli squali. L’ansia è allo zenit23. Poi gli squali si trasformano in delfini che la scortano. La vista di una colomba annuncia il felice esito dell’attraversata.

Il periodo post-operatorio è difficile. Il gonfiore della zona trasformata la spaventa e chiama sua madre tutti i giorni. Per due giorni, che vive come un’eternità, Inés si pente e mette in questione la sua decisione che ora è irreversibile. Ricorda la sua fascinazione per i castrati e per le loro voci angeliche. Una volta passati i malesseri può provare il piacere di guardarsi allo specchio. Arriva al punto di parlare dell’operazione in questi termini: «è un po’ come se con un colpo di bacchetta magica avessimo trasformato il mio pene e lo avessimo riposizionato nel posto del clitoride»24.

La sua più grande angoscia? Perdere il piacere sessuale. Sapeva che l’orgasmo non è garantito per nessuna donna transessuale. Nella prima parte della sua trasformazione prova un intenso piacere sessuale, con eiaculazioni. Dopo l’operazione il piacere non arriva. Alla fine lo raggiunge ma con gli stessi mezzi di prima dell’operazione, per frizione25. Come dice lei stessa: «forse questa parte maschile è ancora in me da qualche parte. Allora è possibile che godendo, quel giorno, abbia goduto con i miei due sessi?»26.

Dopo l’operazione vive esclusivamente una vita come donna, nel corso della quale vive una lunga storia con un milionario al quale rivela la propria “transidentità” solo alla fine, quando è chiamata per fare delle foto per “Playboy” come modella “trans”. Questa vita da donna senza tracce di uomo – la sua trasformazione è perfetta – non la soddisfa molto. C’è sempre in lei un’inadeguatezza, un certo disagio in quanto donna nata nel corpo di un uomo, che la chirurgia non regola. «Sì, il mio segreto mi pesa, mi pesa psicologicamente e spiritualmente. Sono lacerata. Mi piacerebbe rivelarlo, raccontare tutto a tutti […]. Voglio farmi questo regalo: che mi amino e mi apprezzino in tutta la mia complessità e non solo per una metà»27.

Solo dopo essere stata riconosciuta come modella trans trova un’identificazione che le conviene. La transizione, nel mondo dell’immagine e della bellezza, si converte in una risorsa. Interpreta la sua epoca e si fa sintomo del suo tempo. In una serie di foto alfabetiche, in Playboy, posa sotto la lettera “E” di evoluzione. Diventa un’icona del XX secolo, la bellezza femminile androgina, e decide di assumere il proprio desiderio a costo di perdere la relazione con il milionario. Diventata la prima playmate della storia, intende farne beneficiare anche gli altri: «quelli che hanno paura della propria transidentità, che non si sentono a proprio agio con i loro corpi o che non si accettano come sono. La mia storia darà sicuramente anche a loro la forza di proseguire e andare alla fine di se stessi senza temere lo sguardo degli altri»28.

Ha fatto, della sua disgrazia, un sinthomo: «della mia transidentità farò una forza e diventerà un simbolo»29. Si sublima facendo del suo caso un paradigma della transidentità.

È la sua opera e in questo senso si può dire, come fa Pierre-Gilles Guéguen a proposito di Norrie May Wellby, che Inés Rau ha fatto un’opera joyciana: «mi sono permessa di essere chi sono sempre stata», come dice lei. Alla chirurgia è seguito, naturalmente, il cambio di nome all’anagrafe. Del suo nome precedente, in cambio, non c’è nessun resto.

Qual’è il segreto di una trasformazione così ben riuscita?

Non sappiamo se ha incontrato un analista che le ha permesso una migliore accettazione di se stessa. Però possiamo sottolineare il ruolo dei suoi familiari che sono stati molto solidali quando Inés ha confidato loro il suo orientamento e il suo progetto. Nonostante le sofferenze dell’infanzia e dell’adolescenza, è stata capace di recuperare la relazione con loro e di ottenere l’accettazione non solo di sua madre, della nonna e della sorella, ma anche quella del patrigno. Ha il coraggio di interrogare il desiderio che l’ha data alla luce. «È perché mia madre desiderava una bambina che mi sento come una donna fin da principio?».

Illustra bene anche le parole di Lacan alla presentazione di un travestito: quando un soggetto è deciso a farsi operare, nessuna analisi lo farà desistere. Però soprattutto testimonia del fatto che la vera trasformazione non ha luogo solo nel corpo e nell’immagine. Deve avere un eco nell’inconscio del soggetto. Dopo l’operazione per Ines è stato necessario fare un lavoro di accettazione e fare una scoperta: convertirsi in un’icona trans del suo tempo, con una proiezione nel legame sociale (fare questo passo per lei e per gli altri, per esempio restare negli annali come esempio). Questo dimostra che se si sollecita l’operazione per riparare a un errore della natura, come dicono i soggetti interessati, il soggetto tuttavia deve fare la sua parte. La chimica (cambio ormonale) e la chirurgia (il passaggio al reale, secondo Lacan) non hanno l’ultima parola. Spetta al soggetto il compito di fare un nuovo nodo per poter vivere meglio la “transidentità” nel suo nuovo corpo.

In fondo Inés Rau sa qualcosa di fondamentale: che quando vuoi diventare donna (e questo non è esclusivo dei trans, né degli omo, ma di ogni essere parlante che si situi dal lato femminile della sessuazione) non si può mai diventare “tutta donna”. Che diventare donna è diventare “non-tutta”, nel suo caso si riflette nella nuova nominazione che trova: donna e transessuale. È un’identità non-tutta, che le permette che questo essere non si chiuda in un’identità unica.

Da una prospettiva borromeica, la sua trasformazione è: immaginaria (forgiando l’immagine di una donna), simbolica (dandosi il nome di una bambina) e reale (l’operazione chirurgica). Senza dimenticare l’anello del sinthomo che annoda gli altri tre: “icona trans”, che va a sostenere il nuovo nodo.

Questo caso verifica la tesi di Lacan – ricordata da M.-H. Brousse nel suo testo di orientamento Il buco nero della differenza sessuale – che le minoranze sono responsabili dei cambiamenti nelle forme di godere degli esseri parlanti.

La clinica del passaggio tra le consistenze, che la prospettiva borromea inaugura, non ci porta a interpretare le mutazioni dei modi di godere dal lato del senso, generato dal binario significante, ma a localizzare il buco dentro al vuoto. Tutti siamo in transito tra le consistenze. Tutti siamo “trans”.

Traduzione: Giuliana Zani

*https://zadigespana.com/2021/02/02/la-suposicion-del-genero-todo-el-mundo-es-trans

[1] J. Irving, Il mondo secondo Garp, Bologna, Rizzoli, 1999.

[2] J. Lacan, Io parlo ai muri, in Il mio insegnamento e Io parlo ai muri, (a cura di Antonio Di Ciaccia), Roma, Astrolabio, 2014, pp.111-112.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX,o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.11.

[4] I. Rau, Femme, París, Flammarion, 2018.

[5] Ibidem.

[6] Ivi, p.20.

[7] Ivi, p.21.

[8] Ivi, p.22.

[9] Ivi, p.23.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p.28.

[12] Ibidem.

[13] Q. Girard, Du genre épanouie, in “Liberation”, 11/23/2018, p.30.

[14] Rau, yo., cit., p.74.

[15] Ivi, p.52.

[16] Ivi, p.72.

[17] Ivi, p.155.

[18] Ivi, p.157.

[19] Ivi, p.160.

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p.172.

[22] Ivi, p.175.

[23] Ivi, p.176.

[24] Ivi, p.182.

[25] Ivi, p.219.

[26] Ivi, p.226.

[27] Ivi, p.319.

[28] Ivi, p.325.

[29] Ivi, p.326.

Effetti di discorso

Viviana Monti
Partecipante SLP – Torino – febbraio 2021

«il soggetto, lo psicoanalista lo prende […] per quello che è, ovvero per effetto di discorso»1

Nel corso di questo anno particolare, nel rispetto delle normative che via via regolano le opportunità di incontro, Aletosfera2 non ha cessato di accogliere parlanti di ogni genere, età, provenienza…grazie alla flessibilità dei dispositivi che ha inventato per accogliere le declinazioni singolari dello strutturale “qualcosa non va”.

Durante il lockdown Gianni ha potuto disegnare una sua versione del “mostruoso” Covid, arrivando a scrivere al Centro Nodi3 la sua angoscia; Andrea ha potuto produrre la sua opera nominata “Senza senso”, su cui ha lavorato per molti appuntamenti, non da solo; Jole ha iniziato a partecipare quando altrove era “tutto chiuso”; la madre di Gaia e Sara è venuta a dire di non avere più uno spazio per sé e nemmeno un tempo esclusivo da dedicare all’una o all’altra figlia: bambine che, non senza sorpresa, non vedevano l’ora di tornare a scuola a partire dall’impossibilità di poterci andare.

Un anno fa era un altro tempo e forse le questioni e le urgenze erano differenti, oppure le urgenze sono sempre le stesse, anche se cambiano i significanti attraverso cui sono espresse?

Marco è un bambino di sei anni che domanda di venire al Centro Nodi dopo che il fratello maggiore ha iniziato a frequentarlo. Accogliendolo una prima volta con la madre, sembra inizialmente di poche parole e lascia che sia lei ad introdurre perché si trovano lì: la signora dice che nell’ultimo periodo Marco, che a differenza del fratello è bravissimo a scuola e prende ottimi voti in tutte le materie, «ha rosso in comportamento» e arriva a casa con molte note, quasi ogni giorno. «Che vuol dire che ha rosso in comportamento?». La madre racconta che a scuola è stato introdotto un particolare semaforo, ultimamente composto da quattro anziché tre colori, che corrispondono – come per le diverse zone d’Italia – a diversi gradi di “cattivo comportamento”: solo il verde va bene, il giallo è una sorta di ammonimento, l’arancione se preso più volte vale come un rosso, ovvero corrisponde a una o più note sul diario. «Forse», precisa la madre, perché anche lei non sa bene come funzioni. Quel che sa è che Marco colleziona troppe note: «Perché?» – viene domandato. La madre riferisce quel che ha ascoltato delle insegnanti, ovvero che il figlio «non si comporta bene e non rispetta le regole», ma chi ascolta dice che questo non risponde al «perché» facendo posto alla parola di Marco stesso: «Anche la mamma non lo sa, non lo può sapere, se Marco non lo dice». Solo allora Marco inizia a dire ciò che non va per lui a scuola: non riesce a tenere la mascherina quando si bagna tutta, mascherina diversa da quella che, anche al momento dell’incontro, Marco sta indossando. «La mascherina della scuola è diversa, schiaccia il viso e non lascia respirare»: prendendo parola aggiunge che sono un problema anche «il divieto di muoversi dal banco» e soprattutto «di toccare i compagni, in nessuna parte del corpo». Scopriamo così che Marco ama fare l’impasto sia per la pizza che per i biscotti, oltre che fare la lotta con il fratello, «fino a lasciarsi dei segni sul corpo» – precisa la madre.

«Quindi i problemi di movimento e di contatto non sono solo a scuola!»: Marco precisa che i suoi voti sono molto meglio di quelli del fratello e la madre risponde che l’altro era bravo come lui alla sua età, «anche in comportamento». Marco non è d’accordo, la madre insiste: «Non sono io che lo dico, lo dice il semaforo!». Quale funzione ha questo semaforo?

Su invito a dire cosa si attendano, sia Marco che la madre, dal lavoro che potremo fare al Centro Nodi, la prima dirà che vorrebbe che il figlio «prendesse verde in comportamento», mentre il secondo dice di voler «portare il semaforo»: «Bella idea! Così lo trattiamo un po’, questo semaforo… e chissà se poi ci saranno degli effetti…».

Al primo incontro laboratoriale in piccolo gruppo, Marco incontra altri bambini e, mentre racconta la storia di due fratelli in lotta tra loro, con i presenti costruisce una casa con il tetto rosso, le finestre gialle e arancioni, e la porta… verde! «Perché verde?» – viene domandato: «Perché si può entrare e uscire». Formidabile! A suo modo Marco ha iniziato a portare al Centro Nodi il semaforo “della scuola”, collocandolo “in una casa” da cui si può andare e venire e…chissà dove ancora ci porterà ancora!

Al Centro Nodi di Aletosfera fare posto al soggetto implica fare posto a un vuoto creativo, perché ciascun bambino possa elaborare e costruire una propria risposta a ciò che non va, in un luogo in cui l’Altro, lungi dal giudicare, educare, correggere…, l’accompagna, imparando dalle sue invenzioni, senza saturare il vuoto imponendo soluzioni prêt-à-porter.

Ciascuno, genitori e figli, entra con dei significanti, più o meno pesanti, più o meno incollati, mobilizzando i quali si può far posto a dell’inedito: così come un semaforo può diventare una casa con la porta apribile, che anche delle note sul diario possano trasformarsi in una nuova sinfonia?

[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XIX …o pire [1971-1972], Torino, Einaudi, 2020, p.151.

[2] Associazione di psicoanalisi applicata che dal 2016 opera sul territorio della Città di Torino e provincia.

[3] Dispositivo in cui i bambini vengono accolti in piccolo gruppo condotto da due soci.

Dal transessuale al transumano

Carla Tisi
Partecipante SLP – Torino – febbraio 2021

La giostra dei godimenti senza freno è globalizzata mediaticamente. Paul B. Preciado scrive che dopo la schiavitù e l’industrializzazione avanza il Capitalismo di terzo tipo, potere fondato su bio-tecnologie e diffusione globale, che agisce su corpo, sesso e sessualità che, dagli Anni 40 in poi, diventano progressivamente territori di gestione e controllo politico e tecnico. Il connubio tra Scienza e Capitalismo crea un Sistema farmacopornografico, produttore di protesi chimico-ormonali, plastiche e chirurgiche al servizio del godimento soggettivo fonte di enormi profitti grazie alla diffusione mediatica globalizzata di modelli acquistabili. Sostanze chimiche sintetiche hanno soppiantato i rimedi naturali dei quali le donne, in tempi lontani, erano depositarie di conoscenza. Dal Medio Evo la caccia alle streghe e alla diversità è stata il pretesto per imporre un controllo sulla soggettività, sulla sessualità, sul corpo in modo violento, mentre attualmente, in tempi rapidi, si è passati ad un controllo tecnologico, sottile ma sempre più penetrante, della sfera intima e privata. Tanti sono gli eventi che Preciado cita nel suo Testo tossico a sottolineare l’avvento del potere bio-tecnologico: la lotta all’omosessualità; il primo intervento di falloplastica; la produzione di ormoni e la commercializzazione della pillola, che sgancia l’eterosessualità dalla procreazione; l’utilizzazione farmacologica del sildenafil, che sarà venduto con il nome di Viagra; la molecola di metadone potente analgesico e sostituto dell’eroina.

Negli anni della Guerra Fredda le trasformazioni legali ed economiche relative alla pornografia e alla prostituzione aprono la strada al mercato sessuale, mentre dilaga la pratica di assunzione delle droghe che costituisce un altro versante di produzione del capitale. È anche l’inizio dell’avventura spaziale, ma non solo. Manfred E. Clynes, scienziato, e Nathan S. Kline, psichiatra, lavorano alla NASA e nel 1960 pubblicano uno studio scientifico Cyborgs and Space utilizzando per la prima volta il termine cyborg ed ipotizzando la possibilità di un impianto sub-cutaneo per il rilascio di sostanze nell’organismo: una sorta di protesi osmotica.  A questo proposito Preciado afferma che «[…] il termine cyborg definisce una nuova condizione biotecnologica, una sorta di “macchina morbida” […] soggetta a nuove forme di controllo politico ma anche capace di sviluppare nuove forme di resistenza». Nello stesso periodo viene creata a scopi militari Arpanet antenata dell’odierna Internet e si implementa l’industria e il consumo di oggetti in plastica fino alla formazione del Trash Vortex, continente galleggiante di rifiuti soprattutto plastici. Protesi in plastica sono utilizzate nelle girandole della sessualità polimorfa aumentando l’impatto capitalistico sul soggetto. Preciado è convinto che tutti abbiamo delle protesi e rientriamo in una sfera di controllo bio-tecnologico: «La società contemporanea è abitata da soggettività tossicopornografiche: soggettività che si definiscono per la sostanza o le sostanze che dominano il loro metabolismo. […] Il business farmacopornografico è  l’invenzione del soggetto e dopo la sua produzione globale»2.
Il genere è una imposizione della società che nei secoli ha definito patologico, illegale o criminale il soggetto che non rientrava nel binarismo sessuale, mentre oggi il protocollo per il cambio di genere e l’industria del sesso sono propaggini di un sistema capitalistico centrato sul controllo tecnico del corpo che può essere modificato fino alla concezione transumanista di un essere cyborg come singolarità tecnologica. «Il transumanesimo è un’intensificazione di una tendenza già insita nella cultura dominante, ossia nel capitalismo»3.

Anuja Sonalker, CEO di Steer Tech, dice: «C’è stato un notevole progresso verso una tecnologia senza umani e senza contatto. […] Gli esseri umani sono biologicamente pericolosi, le macchine no»4. La tempesta Covid-19 ha implementato l’uso della tecnologia accelerando una rivoluzione che ha realizzato la distruzione degli ideali, la spinta al godimento, l’apertura del mercato on line. L’offerta capitalistica supera ogni fantasia fantasmatica. «La tecnoscienza ha stabilito la sua autorità materiale trasformando i concetti di psichismo, libido, coscienza, femminilità e mascolinità, eterosessualità e omosessualità in realtà tangibili, sostanze chimiche, molecole commerciabili, corpi, biotipi umani, valori mercantili gestibili dalle multinazionali farmacopornografiche»5.
Il potere tecnologico offrendo la giostra dei godimenti al di là della castrazione ha preparato l’avanzata di una dittatura morbida, ma non per questo meno mortifera.
«A questa nostra onnipotenza, di tipo assolutamente nuovo, corrisponde in secondo luogo una impotenza, anch’essa di tipo assolutamente nuovo. […] Con ciò intendo che oggi noi non siamo in primo luogo esseri mortali, ma uccidibili»6 scrive il filosofo Günther Anders nel 1966, sottolineando che possiamo dimenticare gli eventi di Auschwitz e di Hiroshima, ma non possiamo rimuovere la loro ripetibilità.

Resta da chiedersi se questo capitalismo farmacopornografico nel quale «il sesso, gli organi sessuali, il godimento e l’impotenza, la gioia e l’orrore si spostano al centro della gestione tecnopolitica quando entra in gioco la possibilità di ricavare profitto dalla forza orgasmica»7 sarà più o meno letale di una guerra e come continuare a fare spazio e a sostenere, grazie al discorso psicoanalitico, la singolarità irriducibile al posto della singolarità tecnologica.

Tra resti protesici, corporei e di linguaggio il fulcro della risposta è ancora il desiderio dell’analista, oltre le logiche di profitto e la chiassosa confusione farmaco-pornografica «perché quello che importa è ciò che egli è tenuto a sapere»8.

[1] B. Preciado, Testo tossico, Roma, Fandango, 2020, p.29

[2] Ibidem, pag.32-33

[3] O’Connell, https://www.pensierocritico.eu/transumanesimo.html

[4] Klein, https://www.dinamopress.it/news/screen-new-deal/

[5] Paul B. Preciado, Testo tossico, Roma, Fandango, 2020, p.32.

[6] Günther Anders, Il male, in L’uomo è antiquato, vol. II, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p.377

[7] B. Preciado, Testo tossico, pag.41

[8] Lacan, Proposta del 9 Ottobre 1967, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.247