«No, la “teoria di genere” non è un complotto, non è un’impostura, essa dice qualcosa di molto profondo sulla nostra attualità, modernità o postmodernità».

Jacques-Alain Miller, Uragano sul «gender»!, “Lacan Quotidien”, n. 925, 24 marzo 2021

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n° 26 – edizione straordinaria

In copertina:

NASA, Hurricane Florence (dettaglio)

Uragano JAM

Sorpresa!

Loretta Biondi – presidente SLP

 

Un veicolo di funzionamento
Rete Lacan ha appena compiuto un anno dal suo primo numero.
Allora, la sorpresa di un’epidemia furiosa che stava avanzando e che ha sconvolto per la sua rapidità ogni nostra agenda, ogni progetto fino a entrare nella psicopatologia della vita quotidiana di ciascuno, aveva scosso la vita della nostra SLPcf per prima nell’AMP.
Ecco il precipitare della nascita di Rete Lacan, progettata “con calma” nel tempo precedente.
Oggi, mentre ci si accingeva a fare il brindisi, a leggere e commentarne il bilancio dei suoi primi ventisei numeri… sveglia!

Un Lacan Quotidien, LQ numero 925, appare con JAM “in azione”.
Sta uscendo il libro di Éric Marty Il sesso dei moderni nelle librerie di Francia e l’autore è invitato dall’analista a discuterne.
Campo freudiano: biblioteca, in forma di intervista, scriveva Judith Miller in Colofón n. 1 nel 1991.
Et voilà.

Dell’analista
Un antico proverbio latino narra: alius est dicere, aliud est facere. Passati poi alla lingua moderna il proverbio si è articolato, con un intermezzo: fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Per gli analisti di orientamento lacaniano c’è di mezzo l’esperienza analizzante, che rivisita la lingua comune in lalingua e il fare in atto, agìto, passaggio all’atto.
JAM, in questo marzo 2021, col suo fare, col suo atto di intervista-conversazione al saggista Marty, segna un ulteriore passo di riconquista del Campo freudiano.
Il desiderio dell’analista, alle prese col proprio intimo sintomo, in rapporto costante e diretto col proprio soggettivo vuoto, viene toccato, disturbato, svegliato, se desidera farsi svegliare (paradosso!).
Torniamo nella nostra Italia, provenienti dal Campo freudiano, translinguistico e transnazionale, passando per la mailinglist dell’ECF dove viene pubblicato Lacan Quotidien da 10 anni.
La SLPcf: i lavori preparatori a IL REALE DEL SESSO, XVIII Convegno, stanno procedendo. Ancora due mesi che non potranno essere più come prima. Ora: siamo già nel tempo di comprendere, dopo aver visto, letto, star leggendo, traducendo dal francese all’italiano – non senza l’approvazione dello scrivente JAM – con la partecipazione della sorpresa che si vive nel corpo.
Rete Lacan, con una straordinaria convocazione della redazione, sarà lo strumento trasmettitore della traduzione italiana del nuovo “Uragano JAM”!
Il desiderio contamina! Il desiderio dell’analista, finché ci sarà il significante, continuerà a contaminare, a contagiare, a fare la sua difficile, impegnativa ma etica battaglia col godimento, che avanza cercando seduzione, offrendo magari un ballo.

Ancora su JAM e gli Italiani del Campo freudiano.
Nel 2017 li aveva convocati così: “E voi italiani…? in riserva?”
Ecco l’uscita straordinaria di questo numero.

JAM oggi
La recensione di Miquel Bassols su una novità editoriale del 2021: Jacques-Alain Miller, Polémica política, Gredos, raccolta in lingua spagnola degli interventi di JAM dal marzo al giugno 2017.
Strumento prezioso per leggere, studiare, dibattere il Campo freudiano Anno Zero, avviato oramai da quattro anni.
La Scuola di Lacan è stata consegnata a JAM.
L’appartenenza alla Scuola è dell’atto, nel tempo in cui oggi, più che mai, prevale la frenesia della scelta, come ci ha ben detto lo stesso Jacques-Alain Miller, l’8 luglio del 2017 a Torino.
Oggi: siamo nella primavera del 2021. Facciamoci toccare dal desiderio impuro dell’analista.
Uragano analista!
Uragano politica lacaniana, via JAM!

Uragano sul «gender»! *

Jacques-Alain Miller

Ne Il sesso dei Moderni (Seuil)1, che esce in libreria questo giovedì, 25 marzo, Éric Marty procede a una decostruzione clamorosa della teoria e della nozione di genere.

Jacques-Alain Miller l’ha invitato a discutere con lui domenica scorsa, il 21 marzo; la conversazione è durata tre ore ed è stata registrata. La Règle du jeu e Lacan Quotidien pubblicheranno prossimamente la trascrizione di tali scambi, che continueranno domenica prossima. Nell’attesa, troverete qui, in anteprima, l’inizio di questo dialogo inedito: la presentazione del libro da parte di JAM.

 

Caro Éric Marty, ho riflettuto a un breve speech per cominciare. Il suo libro, l’ho ricevuto mercoledì scorso, con una dedica che non sono riuscito a decifrare, l’ho sfogliato per una ventina di minuti, e ho pensato alla frase di Marx ne La Sacra famiglia, a proposito della ricezione, da parte dei suoi contemporanei, del Saggio sull’intelletto umano di John Locke, sul quale avevo fatto la mia tesi di filosofia con Canguilhem: «Fu accolto con entusiasmo, come un ospite atteso con impazienza.»

Il suo libro mi mancava, me ne accorgo da quando è uscito. Senza saperlo, lo auspicavo. E in primo luogo perché non sono mai entrato nell’opera di J. Butler, a cui Zizek, che allora era mio allievo a Parigi, aveva tentato di interessarmi sin dalla pubblicazione di Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità2 nel 1990. Molti analisti, dentro e fuori dall’École de la Cause freudienne, da allora hanno esplorato i labirinti della teoria di genere, io no.

Ora, detta teoria è ormai un fenomeno mondiale. Lei inizia il suo libro con una frase enfatica: «Il genere, gender, è l’ultimo grande messaggio ideologico dell’Occidente inviato al resto del mondo.» È un tono «romantico», per utilizzare una parola prediletta da Butler ma, ai suoi occhi, stigmatizzante.

La sua frase è forse eccessiva? Ad ogni modo, è indiscutibile che le idee dei seguaci del gender, per dirlo con le parole del presidente Mao, sono penetrate nelle masse e sono diventate una forza materiale. Queste idee si impongono negli Stati Uniti, pesano sull’evoluzione dei costumi in tutte le democrazie avanzate, per chiamarle così, esse ispirano la legislazione di diversi paesi, fra cui l’Argentina, dove l’influenza di Lacan è così marcata nella vita intellettuale. In Europa, una legge simile alla legge argentina viene attualmente discussa in Spagna. I discepoli del gender sono attivi anche in Francia, erano al loro apogeo quando Najat Vallaud-Belkacem era ministro della Pubblica Istruzione.

Penso alla frase di Foucault che lei cita a pagina 389, in cui spera di produrre «effetti reali sulla storia presente». Ebbene, Judith Butler è riuscita in questa cosa. Dico: «Complimenti!» E anche, perché no?: «Ben scavato, vecchia talpa!»3

Sin dall’inizio ero stato disgustato dal fatto Butler utilizzasse il vocabolario di Lacan a casaccio, in modo alquanto sfrontato e strambo. Lei mi insegna che non è così. Il suo uso, l’uso improprio, dei termini che mutua da Lacan e da molti altri, in lei è un vero e proprio metodo, un metodo di «deturpazione» pienamente rivendicata, che consiste nell’appropriarsi dei concetti per deviarli dal loro senso iniziale alfine di utilizzarli per altri scopi. La cita a pagina 74: «We actively misappropriate the term for other purposes». É un gesto utilitarista grandioso e al contempo sfrontato. Gli americani per dire la faccia tosta utilizzano un termine yiddish, la Chutzpah. Butler non la esercita solo su Lacan, ma anche su Derrida, su Bourdieu, su Foucault e compagnia bella. Più un termine è concettuale, lei dice, più Butler cerca di fregarlo e di sfruttarlo, da cui deriva un atteggiamento, nei confronti dei teorici, che lei qualifica come predatorio, si veda a pagina 77. Attraverso le sue innumerevoli opere segue le sue tracce, rintracciando i riutilizzi, gli spostamenti, i dirottamenti, le divagazioni, le mutazioni, le riconfigurazioni, e proietta una luce cruda sul suo modo di fare, sempre ingegnoso e immaginativo, anche se talvolta ingarbugliato e confuso. Si dedica così a una minuziosa «decostruzione», per utilizzare il termine famoso di Derrida, della teoria di genere, decostruzione rispettosa dei suoi meandri, ma severa rispetto alle sue incongruenze. Mentre questa ideologia suscita facilmente sarcasmi e rifiuti senza grandi giri di parole da parte dei conservatori, dei reazionari, dei sostenitori del senso comune, lei ne dispiega tranquillamente tutta la complessità, ne espone i paradossi, ne sottolinea le impasse teoriche, a tal punto che, leggendola, ho pensato alla celebre massima di Spinoza commentata da Nietzsche: «Non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere.» Lei non deride il genere, non lo deplora né lo detesta, lei comprende e fa comprendere. Insomma, in alcuni punti, l’ironia passa comunque.

Ovviamente, bisogna arrendersi al termine, se non al concetto di genere, gender. Non avrebbe una tale eco, non sarebbe diventato per molti al contempo uno slogan e un’evidenza, se non fosse in simpatia, in sintonia, in risonanza con quello che occupa il momento attuale della nostra civiltà, con il suo «disagio», riprendendo il termine di Freud, con «quello che cammina nelle profondità del gusto» come dice Lacan.

No, «la teoria di genere» non è un complotto, non è un’impostura, essa dice qualcosa di molto profondo sulla nostra attualità, modernità o postmodernità. È ancora più affascinante vedere, leggendola, che queste idee oggi trionfanti derivano all’origine da un sorprendente bricolage teorico in equilibrio instabile, in cui il paralogismo fa a gara con il fantasma.

Si dirà che lei distrugge senza ritorno la costruzione del concetto di genere. Alcuni, fra i quali io stesso, saranno comunque sensibili alla potenza della sua impresa. Judith Butler ha saputo imporre il genere «quasi universalmente come un significante insuperabile», pagina 487, è inventiva, e rettifica senza esitare le proprie conclusioni, sino, alla fine, ad evacuarle sicut palea, come sterco, termine di Tommaso d’Aquino alla fine della sua vita, ricordato da Lacan.

Mi ha insegnato, effettivamente, che Butler è stata consacrata come Queen of Gender nel 1994 da quella che avrebbe potuto essere la sua rivale, Gayle Rubin, che lei presenta a pagina 38 come «antropologa, attivista, queer, lesbica, grande amica di Michel Foucault con il quale condivide uno stesso tropismo S/M». Ma, sin dall’anno precedente, Butler si rimproverava di aver fatto del gender «un sito d’identificazione prioritario a scapito della razza, della sessualità, della classe o del funzionamento dei collocamenti geopolitici» o anche «a danno dei subalterni, nuova categoria alternativa, creata da Gayatri Spivak». Il pensiero intersettoriale, che privilegia la razza, assunse da allora in poi un posto quasi egemonico in Butler, scrive a pagina 365. Per lei, si direbbe che il genere sia durato poco più di quanto durano le rose, prima di appassire.

Fa comprendere al contempo che vi è come un destino caotico del pensiero di genere, che gli impedisce di fissarsi per sempre, che lo conduce a diversificarsi e a suddividersi incessantemente, di modo che il suo campo intellettuale e militante sembra devastato da una guerra di tutti e tutte contro tutte e tutti. È anche il momento di ricordare che la denominazione di «teoria di genere» deriva da una forzatura, poiché quelle e quelli che lavorano nella disciplina la squalificano. Emerge, secondo loro, da una concezione unitaria, autoritaria, egemonica, dell’attività intellettuale, che considerano abominevole, preferendo abbandonarsi alla molteplicità cangiante, rigogliosa, senza legge, degli studies. L’Uno è morto, evviva il Molteplice! Il genere non si riconosce nessuna Regina. Questa dinamica è, in un certo qual modo, potremmo sicuramente sostenerlo, conforme alla logica detta del «non-tutto» che Lacan era giunto a formulare come propria della posizione femminile, e che oggi ha la meglio ovunque nella civiltà, perlomeno nella nostra.

Questo bias del Molteplice-senza-l’Uno fa dell’ambito degli studi di genere un labirinto, o piuttosto un intrico, una giungla, e io mi ci sarei perso, o meglio non ci sarei neppure entrato, se lei non mi avesse preso per mano, come Virgilio. La mia Butler, fino a nuovo ordine, sarà quella di Éric Marty. Spero che il suo libro venga tradotto negli Stati Uniti, sarei curioso di vedere come la diretta interessata reagirà al suo lavoro, e anche i suoi fratelli e le sue sorelle d’armi. Le faranno l’(u)omaggio, o il donnaggio, di una polemica argomentata?

Ciò nonostante, il suo libro non è solo una clamorosa decostruzione del genere secondo Judith Butler. Offre anche un panorama ad oggi senza precedenti, perlomeno che io sappia, di una fetta importante della vita intellettuale in Francia nella seconda metà del secolo scorso. All’epoca tutti parlavano dello strutturalismo, fosse anche per metterlo alla gogna o per pretendere di superarlo. Lei getta, in particolare, uno sguardo comparativo su Barthes, Deleuze, Derrida e Foucault, sulla loro complicità e i loro litigi, ovattati o esplosivi, un periodo molto intenso e fecondo se lo si paragona all’atonia presente degli scambi intellettuali, malamente mascherati da un’agitazione di bassa lega, che ha fatto dire, la settimana scorsa, a una che se ne intende, osservatrice sfacciata dei mass-media, Eugénie Bastié, giornalista del Figaro, che «il nostro dibattito pubblico è caratterizzato dal relativismo (a ciascuno la propria verità) e l’intolleranza (la mia verità non può essere contestata)». Una situazione molto «gender».

Questi quattro grandi nomi, nel corso della sua decostruzione di genere, li fa tornare in svariate occasioni in sapienti intrecci, che talvolta si risolvono in grovigli. Mi piacerebbe riprendere quei nomi uno ad uno con lei, se è d’accordo.

E da ultimo c’è Lacan. Ispira la Butler, della quale non conoscerà l’opera, poiché è deceduto nel 1981. È molto presente per i nostri quattro Grandi, li ha anche ispirati, e lui stesso li legge, li invita, tiene conto di quello che scrivono. Ma il suo libro fa apparire a che punto si distingue dal Quartetto. Perlomeno non vedo in lui nessuna traccia di quel «pensiero del Neutro» che lei identifica nei quattro per opporli alla teoria di genere.

Ad ogni modo, dopo il 1968, quando Derrida, Deleuze e Guattari, senza dimenticare Foucault, iniziarono a rendere fuori moda la psicoanalisi, a renderla desueta e, per dirlo senza mezzi termini, a rovinarla nella mente del pubblico, Lacan gettò su di loro una rete, una tunica di Nesso, quello che chiamava «il discorso dell’Università», rispetto al quale distingueva aspramente «il discorso dell’Analista». E vi fu uno spartiacque. I lacaniani smisero di leggere «gli universitari». E questi ultimi si allontanarono sempre di più dal loro antico sodalizio con lo psicoanalista che li aveva  tanto occupati.

Ecco, ho terminato. È un libro importante, così ricco, così sovrabbondante, 500 pagine, un affresco, un carnevale, col suo corteo di castrati e di travestiti, di sado-maso e di pseudo-schizo, al contempo un festival concettuale targato US e una sfilata French Pride. È un’epopea concettuale mozzafiato. Ad ogni modo, un’opera che, ci scommetterei, resterà memorabile.

 

Continua…

Trascrizione di Rose-Marie Bognar, rivista dall’Autore
Traduzione di Adele Succetti, approvata dall’Autore

[*] L’articolo è stato pubblicato, in lingua francese, su “Lacan quotidien” n.925, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/03/lacan-quotidien-n-925/
[1] Éric Marty, Le sexe des Modernes. Pensée du Neutre et théorie du genre, Paris, Seuil, collection Fiction & Cie, marzo 2021.
[2] J. Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, 2013 (1990, Gender Trouble.
Feminism and the Subversion of Identity
).
[3] “Ben scavato, vecchia talpa!” è la battuta che Marx riserva alla rivoluzione, che agisce nelle cose, nel sotterraneo della storia e che poi, all’improvviso, oplà, salta fuori proprio come una talpa. [N.d.T.]

Punto di capitone*

Miquel Bassols – membro AME ELP e AMP – Barcellona – 6 marzo 2021

Jacques-Alain Miller, Polémica política
Testi raccolti da Andrés Borderías
Casa editrice Gredos, Barcelona 2021

Eccola qua, è la conversazione analitica che mette in atto quell’assioma lacaniano: «l’inconscio è la politica». Questo tomo prezioso e voluminoso — 527 pagine — raccoglie una serie di testi, contributi, conferenze, interviste, articoli di stampa, conversazioni, post sul Blog, elogi e diatribe, cronache e objets-dard di Jacques-Alain Miller prodotti nel corso di un densissimo periodo di attività, da marzo a giugno 2017. Quattro mesi che hanno comportato un taglio radicale, un nuovo inizio, nel movimento del Campo Freudiano e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. Quattro mesi che hanno significato un’interpretazione dell’attualità della politica e della psicoanalisi stessa, un «punto di capitone», titolo del testo che apre il volume e anche del Seminario che ha gettato le basi di una nuova epoca dell’orientamento lacaniano. È probabilmente il suo momento di svolta più decisivo dopo Sigmund Freud e con Jacques Lacan, il punto zero della sua estensione al campo della politica, con la scommessa e la creazione della rete internazionale che porta il nome Zadig (zero abjection democratic international group). Ciò vuol dire: un appello affinché lo psicoanalista sia, in modo deciso, all’altezza della soggettività della sua epoca, con tutte le conseguenze politiche fuori dalle quali la psicoanalisi smette di essere ciò che è come esperienza fin dai suoi inizi. Zadig non funziona come un partito politico. Di fatto, resta esclusa qualsiasi militanza per i suoi promotori. Non un partito politico però sì una presa di posizione chiara in una congiuntura globale dove la frattura della verità — la verità, sempre non tutta — rende ogni volta più difficile una conversazione che metta ciascuno al proprio posto di soggetto, di soggetto responsabile della propria parola. Forse è proprio questo il principio della politica della psicoanalisi, la politica del sintomo, che possiamo estrarre dalla lettura di queste pagine: che ogni soggetto si faccia responsabile di ciascuno degli effetti di ciò che dice. Solo che questo soggetto non sempre riceve il suo messaggio così da saper farsene carico. E occorre che qualcuno glielo recapiti nel buon modo. Anche quando si tratta del politico.

I politici potranno continuare a fare ciò che fanno, a dire ciò che dicono, dopo aver letto — quel che si dice leggere— questo libro di Jacques-Alain Miller? Potranno anche gli psicoanalisti continuare a essere uguali a se stessi nella propria azione, sia nell’intimità del proprio studio che nella pubblica piazza alla quale sono, sempre, chiamati? Si, sicuramente potranno. Ma perlomeno si faranno, gli uni e gli altri, per il solo fatto di leggerlo, messaggeri di una lettera en souffrance nella quale si gioca il destino di ogni politico, e anche di ogni psicoanalista.  Per quanto riguarda gli psicoanalisti, il fatto che si tratti del destino di ognuno non sarebbe la cosa più importante se non fosse che è nelle loro mani il destino della loro esperienza. Bisogna scegliere, quindi: o i politici (partiti o meno) o la politica (nel suo senso più generale). O gli psicoanalisti o la psicoanalisi. Sì, l’ha detto Lacan, lo sappiamo, ma leggete il libro — quel che si dice leggere — e vedrete perché! Ogni pagina è, tra molte altre cose, la conseguenza di una scelta. Non la scelta, non l’unica, non l’unica vera, ma sì quella che meglio ci si presenta oggi per compiere quel Wunsch di Lacan: che lo psicoanalista sia all’altezza della soggettività della sua epoca. Provateci almeno: provateci a leggerlo e provate a essere all’altezza, a quella della soggettività dell’epoca e a quella del libro, se sono due cose distinte.

Che cos’è, quindi, Polémica política? È la lettera rubata — lettera en souffrance, sotto gli occhi di tutti ma nascosta a quelli di ognuno— della storia della psicoanalisi. Scritta con inchiostro invisibile ma che si allarga a macchia d’olio, è una linea che comincia con la tesi difesa dal fondatore della psicoanalisi: la «psicologia individuale» è anche una «psicologia sociale»1. La linea che prosegue con Jacques Lacan: «L’intrusione nel politico può essere fatta solo riconoscendo che non c’è discorso, e non solo analitico, se non del godimento»2. E arriva adesso, chiara come il sole, in questa nuova pagina che Jacques-Alain Miller ha aperto nel Campo Freudiano: «Ho un progetto: essere presenti non solamente nella clinica, nella psicologia individuale, come dice Freud, ma anche nella psicologia individuale in quanto collettiva, cioè nel campo politico. Non come un partito politico ma come psicoanalisti che possono apportare qualcosa all’umanità in questo momento della o delle civilizzazioni. Questo contributo, Lacan lo ha detto e lo ha ripetuto, lui lo aspettava, ma non riuscì a concretizzarlo. Non riuscì nell’apertura che noi abbiamo adesso. Lui non ha fatto questo passo ma tutto il suo discorso converge su questo punto»3.

Leggendo ora queste pagine di seguito, questo punto di convergenza sembra necessario, anzi inevitabile. E adesso che occorre fare il passo, la psicoanalisi deve fare questa «passe» se vuole attraversare il XXI secolo e continuare a essere una pratica in accordo con i propri principi, una pratica che non resti diluita nel confuso mondo delle pratiche «psi». Non è certo che tutti gli analisti vogliano fare questo passo — è piuttosto impossibile, poiché non c’è un «tutti gli analisti» — e bisogna leggerli uno per uno. In realtà, a giudicare dai vari effetti di questa scommessa — che fa tremare, di fatto, i comodi insediamenti istituiti —, alcuni sembrano mostrarsi un po’ reticenti, timorosi di lasciar cadere la tunica di Nesso con la quale a volte si credono protetti del disagio contemporaneo, la tunica che Lacan ha paragonato al transfert, al soggetto-supposto-sapere che essi incarnano per ogni soggetto nell’intimità del proprio studio. La tunica li brucia — è proprio della tunica di Nesso — e Jacques-Alain Miller non pensa, in queste pagine, di alleviarli da questo bruciore, nemmeno dagli effetti di risentimento (ressentiment) quando prende la forma del famoso «transfert negativo» in cui sono soliti cuocersi senza sapere cosa farsene. Polémica política —anche quella della psicoanalisi stessa — pare voler trasformare questo ardore nella forza motrice del Campo Freudiano affinché non retroceda di fronte al reale del nostro tempo. Anche con una tirata, con una «tirade», quando serve. E ce ne sono diverse.

Polémica política è anche una lettera sottratta al movimento psicoanalitico e rivolta all’opinione illuminata quando deve far fronte al ritorno dei discorsi più autoritari e segregativi, ai discorsi che uccidono. Ed è una lettera ancora in attesa di arrivare a destinazione, come una bottiglia in mare. Quando arriverà — e una lettera, Lacan dixit, arriva sempre a destinazione — la psicoanalisi avrà la migliore opportunità di attraversare il XXI secolo per essere all’altezza della soggettività del suo tempo, per estendersi al campo della politica dove, di fatto, è sempre stata, anche senza saperlo, anche senza volerlo. Essere lì senza saperlo, questa è precisamente una delle definizioni lacaniane dell’inconscio. Occorre ora voler stare lì, saper stare lì. È, lo si pensi come si voglia, una decisione politica.

Sarebbe bene, un giorno, scrivere un libro con un titolo del tipo La fedeltà e i suoi prezziPolémica política sarebbe senza dubbio in testa ai riferimenti, accanto a Vita di Lacan, anche questo pubblicato in spagnolo nella stessa collana della casa editrice Gredos dell’ELP. A volte il prezzo è il silenzio. A volte quel silenzio è l’interpretazione: per tornare a leggere ciò che non cessa di non iscriversi … fino a che si iscriva!

Ecco, dunque, Polémica política. Finalmente, era ora di seguire questa via, quest’orientamento eminentemente lacaniano. Ma era ora ormai da tempo, forse da troppo, almeno da giugno 2017, data del testo che porta il titolo Campo Freudiano, anno zero. Questo testo fondante è una sorta di proposta allo psicoanalista delle Scuole dell’AMP per fare il passo, una proposta di «passe» della Scuola-soggetto nel XXI secolo. Se lo si legge come conviene, non è di nessun sollievo, è piuttosto un sassolino nella scarpa per continuare ad avanzare nella scomodità. E procediamo con un certo ritardo. Leggetelo e vedrete. Ma così come ricordava Freud citando il poeta: «Ciò che non si può raggiungere a volo, occorre raggiungerlo zoppicando; la Scrittura dice che zoppicare non è una colpa». Che sia, quindi, zoppicando. Ma zoppicando nel buon modo.

Nota: i testi di Polémica política sono stati saggiamente raccolti dal nostro collega di Madrid, Andrés Borderías, e pubblicati con sommo gusto da Gredos — la casa editrice che è tutta una tradizione nel mondo di lingua ispanica — grazie all’ottimo lavoro di Vicente Palomera, direttore della collana.

Traduzione: Florencia Medici

[*] Testo pubblicato nel blog Zadig Espana. https://zadigespana.com/2021/03/23/punto-de-capiton/
[1] S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Opere, volume 9, Torino, Boringhieri, 1977, p. 261.
[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2001, p. 93.
[3] J.-A. Miller, Conferencia en Madrid. ‘Que viene el coco’Polémica política, Gredos, Barcelona 2021, p. 419.