«È Sasha che, danzando con un ombrello rosso, canticchiando apap_ ppa… papa_ pppa…, fa appello a un al di là dei significati […] fa appello a un taglio simbolico che produrrebbe il suo reale ».

Francesca Biagi-Chai, L’anoressia relativamente al sapere sul genere, in “Lacan quotidien”, n° 907.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n° 28 – 23 aprile 2021

In copertina:

Wassily Kandinsky, Linea capricciosa, 1924.

L’anoressia relativamente al sapere sul genere *

Francesca Biagi-Chai
Membro AME ECF e AMP – Parigi – gennaio 2021

«A Parigi, circa 700 bambini attualmente sono seguiti per una disforia di genere: il loro sesso non sarebbe quello a cui si identificano[1]». Viene allora proposto loro un cambiamento di genere. Nei servizi di pediatria si moltiplicano i centri specializzati per confermare tale diagnosi, nominandola, non appena viene identificata, e per contribuire così a diffonderne l’offerta per quei piccoli «che non stanno bene con se stessi» o, agli albori della loro vita, nel loro corpo sessuato. L’impresa attuale che vuole eliminare i sintomi nella loro complessità, intervenendo direttamente sul corpo, ha raggiunto anche le rive dell’infanzia. Essa devia la funzione del sintomo che, per la psicoanalisi, è nodo di parola e di godimento proprio degli esseri parlanti, dei parlesseri, per rispondere all’imperativo moderno che ordina: Godi!

 

Una spinta alla scelta anticipata

La prima sensazione, incubo, ansia o sofferenza, ma anche le prime parole buttate lì a caso o affermate col tono perentorio che caratterizza l‘infanzia, oggi diventano dei fatti. Il significante preso alla lettera diventa un fatto: in quanto tale è univoco, irrefutabile e condensa così tutte le sofferenze. Risponde ai «segni ansiosi-depressivi» e alle idee di morte che, d’ora in poi, hanno un’unica causa: il sesso bio-anatomico. Si realizza così una fissazione, poiché la risposta fornita al bambino è prodotta ancor prima che egli abbia avuto il tempo o la possibilità di dispiegarne la questione.

Il bambino viene quindi inviato al servizio per le «disforie di genere» – secondo i criteri specifici del DSM-5 – dove sarà orientato verso «una transizione sociale» più in fretta del tempo necessario ad acquistare una gonna o dei pantaloni. Si crede forse che l’abito faccia il monaco oppure l’essere? Il corpo si riduce forse all’abito? Un abito di rappresentanza? Per ciò che concerne il godimento, non ne sappiamo nulla, giacché il soggetto vi è reso muto. Una spinta alla scelta radicale realizza la sua opera, in quei «bambini che cambiano genere in un tempo record»[2], come si esprime in modo pertinente Violaine des Courières. Questo assolutismo si estende attorno e al di là del bambino: la minima interrogazione, riflessione, problematizzazione, viene denunciata come «transfobia» – in questo caso il termine fobia è deviato dalla sua significazione psicoanalitica, in quanto non designa più un’angoscia, ma un presunto fatto di opinione. Il corpo sociobiologico si sostituisce al corpo colpito dal significante per i fautori della soluzione adeguata, quindi definitiva.

Un documentario recente[3] ha seguito il percorso di un bambino, Sasha, nella sua trasformazione in bambina, percorso che, per molti aspetti, è paradigmatico della contrazione temporale e identificatoria che abbiamo appena evocato. Per questo motivo, il riferimento al tempo logico di Lacan, in quanto qui manca, ci guiderà per chiarire questo tragitto e le sue conseguenze, al fine di sbrogliarvi le articolazioni tra immaginario, simbolico e reale.

Il tempo logico, proprio del soggetto, non è interamente sottomesso a una cronologia, ma produce un atto: un atto che conduce il soggetto verso il consenso, il consenso a un sapere sul reale iscritto al cuore dell’essere. La psicoanalisi offre l’accesso a questo sapere sgomberato dalle ganghe identificatorie immaginarie che l’hanno ricoperto. Il tempo logico è la formalizzazione di questo iter, che non è né infinito né ridotto a un punto come corto circuito. È una conseguenza in atto, non un passaggio all’atto. È l’unico a poter rispondere del soggetto come essere, essere parlante, sessuato e che gode, in altri termini come parlessere.

 

L’istante di vedere o la fragilità di un istante di dire

Sasha, dice sua madre, da quando ha tre anni, vive se stesso come una bambina; è una bambina. Eppure, già a quattro anni, Sasha metterà questa affermazione in prospettiva, dicendo alla madre: «Quando sarò grande, sarò una bambina». Il suo sogno sarebbe quello di «portare un bambino in grembo» e inoltre «detesta il suo pisello». La madre di Sasha, che riceve queste affermazioni, è anche colei che si interroga in questi termini: «Volevo una bambina, sono stata delusa, molto delusa»; «Ho pensato così intensamente, ci si rimette in questione». Ella evoca due volte la morte, avvenuta prima della nascita di Sasha, di alcuni «neonati», di «bambine». La figlia maggiore, il figlio minore, Sasha e suo fratellino, non sembrano alleviare questa madre in attesa percettibile, benché indefinibile, di un sapere Altro di cui intuisce l’esistenza ma che non incontra. L’epoca del bioengineering[4] si adopera a bloccarne l’accesso.

«No, dice a suo figlio, tu non sarai mai una bambina». Sasha ha pianto. Il suo sconforto ha colpito la madre. Questo istante viene a costituire, per lei, un incontro, una certezza; affretta così una solidarietà, se non una solidificazione, del legame che li unisce. Per la madre, con la sofferenza del bambino, si è raggiunto un impossibile da sopportare. Dicendogli questa cosa, la colpa nel suo eccesso si abbatte su di lei: «Gli ho rovinato la vita, ho distrutto tutti i suoi sogni, il male è stato fatto». Che dire a Sasha il cui pianto, ha pensato, sembrava esprimere: «Cosa diventerò se non sono una bambina?». Ma su cosa verteva lo sconforto di Sacha? Lo sappiamo? Sul suo sesso, per l’appunto? Sul suo corpo, che non si riduce ad esso? Sull’immagine di lui/lei che vorrebbe offrire alla madre?

In questo sconforto, la madre ha trovato a sua disposizione solo quello che il discorso del Padrone veicola nell’epoca della tirannia del godimento tutto: prendere il dire alla lettera, farne una rivendicazione, l’esigenza di un diritto, senza mai aprire lo spazio di un dire sui mille e un modo che ci possono essere per essere una bambina. Senza che si apra mai lo spazio di un sapere per questo augurio in divenire. Un augurio da prendere, certamente, sul serio, vale a dire nelle sfilate dei significanti in cui esso si dispiega. Quanto ai gusti, ai giochi, all’amore, è forse il sesso che li determina? Quale credito viene accordato all’interesse che Sasha manifesta per la danza e al fatto che potrebbe continuare ad amarla e a viverla? I sedicenti specialisti scientifici attuali evitano con forza la psicoanalisi per paura che la madre vi trovi, per il proprio figlio, la via di un’autentica risposta, quella dello stesso Sasha. Molto probabilmente, questa ricadrebbe su ognuno di loro.

Ma la psichiatria si è alleata con la scienza per ripiegare il godimento sull’amore, per farli diventare, madre e figlia, partner-sintomi[5] l’una dell’altra, spingendoli verso e rafforzando questo legame cosiddetto «fusionale». La psicoanalisi, invece, è essenziale in quanto essa realizza una separazione nel modo corretto, quella che si compie in un contesto di legame. Disimpastando i godimenti, essa ripristina il posto dell’amore vale a dire, secondo Lacan, dare quello che non si ha[6], in una separazione che preserva i legami e le singolarità soggettive. È l’oggetto a, più-di-godere, che per ciascuno è il proprio partner-sintomo. Per questo motivo l’amore può allora trovare il suo posto in relazioni ripulite dalla confusione immaginaria.

Il tempo per comprendere soppresso dalla scienza

Dopo il rifiuto spontaneo della madre, si realizza un capovolgimento che mette in atto quello che si era presentato per Sasha come un augurio, un desiderio, forse una necessità, ma che restava per lui in attesa di sapere. Sasha domanda un vestitino, è contento, anche sua madre, poiché quello che lei vuole è la felicità di suo figlio, incurante dello sguardo degli altri. Però chiediamocelo: Sasha, speculare alla madre che soffre, vuole qualcos’altro? Giacché, questo deve essere notato, lo sguardo che li sospende l’uno all’altra è intensamente e costantemente presente. La madre, tuttavia, continua ad essere tormentata. Si chiede se non è colpa sua, se, rispetto alle bambine che aveva perduto, Sasha non abbia trovato così il modo per restare in vita…: «D’altro canto, perché è l’unica dei miei figli ad avere un nome neutro?»; «Era scritto». Intuisce qualcosa, un sapere circola, ma non può acciuffarlo: l’Altro ha scelto il nome, lei non lo ha deciso deliberatamente, non ne ha voluto la conseguenza.

Per il padre, è una sorpresa che Sasha si pensi bambina, non l’aveva notato. Ma che può dire, dal momento che sua moglie è quella che sa e lui le crede? Sasha avrà la sua cameretta da bambina, ben tipizzata, per cui gli amici non potranno venirci. La madre, dal canto suo, comincia a portare avanti la sua lotta: la scuola dovrà accettare la nuova immagine; «Sasha, lei dice, non ha la vita che merita, si perde la sua infanzia»; bambina, bambino, chi lo sa? Ma Sasha, non possiamo ignorarlo, lei lo sa. Ed è qui che entra in gioco immediatamente, fuori analisi, fusa nei significanti-padroni etichettati, una forzatura, nel senso dell’identità sessuata: Sasha è una bambina. Si vorrebbe, a forza di azioni pseudo-scientifiche, che il cambiamento di sesso valga come nascita a lei stessa, senza tracce, senza marchi traumatici salvo quelli che vengono dall’esterno, la cattiveria dell’altro che rifiuta, inducendo così una paranoicizzazione nel reale. Ancora una spinta a …, questa volta alla paranoicizzazione, che si estende progressivamente a tutti i membri della famiglia: ci sono gli altri e ci siamo noi; «gli imbecilli», «potrebbe essere semplice»; «bisogna farsi valere», «sono loro che rovinano tutto».

La consulenza con la neuropsichiatra, specialista in «disforia sessuale», da cui Sasha e la madre vanno per ottenere un aiuto, lungi dall’aprire una prospettiva sul suo desiderio, partecipa all’oggettivazione di Sasha. La forzatura della suggestione in questo bambino recettivo e silenzioso è ormai costante, ne diamo qui solo alcuni stralci:

«Come va a scuola? la maestra? Non è molto gentile con te?

— Con me e con la mamma», risponde Sasha guardando la madre con un sorriso dolce, pur ricordandole: «A te non piace!»

— «E i bambini?

— Dicono stupidaggini, credono che ho fatto, non ho neppure fatto».

Assomiglia a una qualunque banale lamentela da bambini nei confronti dei compagni, ma c’è posto per un’altra lamentela rispetto a ciò che lo/la conduce lì?

— «Ti hanno picchiato/a, spinto/a, no? Non ti è mai successo?

— (Silenzio)

— E nei bagni, non ti hanno spinto/a quando sono intervenuta?», gli/le ricorda la madre.

È il silenzio della figlia che riporta la madre di Sasha ai suoi propri interrogativi? «Volevo veramente una bambina, questo può influire?»; «Ho fatto un errore lasciandola vestire come voleva lei?». La risposta della neuropsichiatra non è quella che ci si attenderebbe da un medico interessato al proprio paziente, è talmente identificata alla scienza disincarnata che lancia, imperativa: «No, a questo possiamo rispondere subito. Possiamo dire subito che non è questo!»; «È una disforia di genere. Non sappiamo a cosa sia dovuta, sappiamo a cosa non è dovuta: non ai desideri del papà o della mamma di avere un bambino dell’altro genere»; «Non è un errore, ha fatto come ha ritenuto meglio». In questo modo, la psichiatra fa più facilmente spazio all’errore, e non al malinteso fondamentale tra gli esseri, che costituisce la ricchezza del legame e quella di ognuno. La madre è alleviata. Il sapere allevia ma il sollievo non è un sapere. Sasha sorride alla madre, che la bacia, sono un tutt’uno. Pur tuttavia, questo non è sufficiente:

— «Vuoi aggiungere qualcosa Sasha?

— Non so.

— Quando stringi la mano della mamma, si ha l’impressione che tu le dica: mamma hai fatto la buona scelta, per fortuna hai fatto quella scelta! La rassicuri un po’.

— (Silenzio)

— Ti fa un po’ paura?

— Non troppo.»

Silenzio. Sasha si mette a piangere, viene evocata la scuola: la causa delle sue lacrime è già pre-interpretata.

La scienza può tutto o, perlomeno, dà questa illusione. I colloqui in questo caso tendono a nutrirla, a cancellare la barra tra le parole e il corpo, e i loro effetti sul corpo. Sasha assumerà degli ormoni. Silenzio. Le promettono che potrà cambiare sesso in ogni momento, in un senso e nell’altro, il suo corpo le appartiene. L’onnipotenza dell’Altro glielo permette, quella di un Altro non barrato. Viene dato anche un consiglio al fratello, dopo che ha raccontato il modo in cui presenta Sasha: «una bambina incastrata nel corpo di un bambino». Ormai non serve più spiegare niente ai nuovi amici, «presenti Sasha direttamente come tua sorella. Quando la si vede…» Il certificato per la scuola è pronto.

Al rientro a scuola, quando la madre annuncia a Sasha che potrà andare a scuola vestito/a da bambina, ci si potrebbe attendere una manifestazione di gioia. Invece silenzio. Dietro il volto di Sasha, nascosto a metà, si sente una risata sincera, quella del fratellino.

Il momento di concludere appartiene a chi?

Attraverso la voce del conservatorio, la violenza dell’Altro sociale emerge. L’insegnante di danza rifiuta a Sasha vestito/a da bambina, la possibilità di entrare al corso. La madre di Sasha racconta l’evento durante il colloquio: «ha pianto, pianto molto». Formula questa buona interpretazione: «L’ho delusa, enormemente delusa»; «Ha avuto l’impressione che la lasciassi cadere». Silenzio. Qui, tutto quello che è stato sottratto a Sasha all’inizio come mancanza, come attesa riguardo al suo essere, il tempo di abituarsi al proprio essere, al proprio essere sessuato, il tempo di sapere se desidera realmente la trasformazione o se dovrà difendere il fatto che «l’uomo può avere color di donna»[7] fa ritorno su di lui/lei sulla scala invertita del godimento dell’Altro. Che cosa credeva?

«Credi che tua madre avrebbe potuto fare qualcosa di più?», gli chiede la neuropsichiatra?

— (Silenzio)

— Sai, talvolta si è obbligati a lasciar fare, un po’, a lasciarsi del tempo. Esistono dei transfobici, purtroppo non ci si può fare granché, è riprovevole, non si può lasciare la cosa impunita!

— (Silenzio)

— Cosa ti dici? Sei triste, in collera».

Dopo essersi appoggiata, con lo sguardo, sulla madre che le dice che ha il diritto di essere in collera, Sasha conferma:

— «Entrambi.»

Di nuovo, il sapere è forcluso, non c’è apertura, non c’è mancanza.

Sarà Sasha a lasciare aperto un enigma sul suo essere, attraverso le sue affermazioni, che la madre riferisce: «Mi chiedo se serva a qualcosa. Non serve a niente che ci battiamo». Ma ciò che viene inteso, in quello che dice, continua a essere il sapere dell’Altro. Il calpestio del «capriccio dell’Altro»[8], dell’Altro della medicina, dell’Altro che sa, che si richiude su di lui/lei.

Eppure a Sasha piacciono la scuola, i suoi amici e molto la danza. È proprio lui/lei che, spontaneamente, parlando con sua madre evoca quel significante danza, dimenticato nel dialogo che vuole essere una discreta spinta a dire il suo desiderio. È Sasha che, danzando con un ombrello rosso, canticchiando papap… ppa… papa… pppa…, fa appello a un aldilà dei significati, – un aldilà del legame compatto con sua madre incoraggiato dalla neuropsichiatra –, fa appello a un taglio simbolico che produrrebbe il suo reale. Mentre è spinto/a verso l’anoressia riguardo al sapere sul suo genere.

Il testo è stato pronunciato dall’autrice nel video trasmesso da Lacan Web TV (disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=vlzy6UxZMFM )

Traduzione: Adele Succetti

[1] V. des Courières, Ces enfants qui changent de sexe en un temps record à l’âge de trois ans, “Marianne en ligne”, 15 ottobre 2020.
[2] Ibidem.
[3] Petite fille, documentaire de Sébastien Lifshitz, 2020, diffuso su Arte il 2 dicembre 2020. Disponibile qui : https://www.youtube.com/watch?v=6Z-E51Ye85I
[4] J.-A. Miller, Il reale per il XXI secolo, Scilicet, in “La Psicoanalisi”, n°52, Roma, Astrolabio, 2012, p.13-22.
[5] Cfr J.-A. Miller, Il partner sintomo, in “La psicoanalisi”, n°23, Roma, Astrolabio, 1998.
[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, testo stabilito da J.-A. Miller, Torino Einaudi, 2004.
[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo, testo stabilito da J.-A. Miller, Roma, Astrolabio, 2006, p.112.
[8] J. Lacan, Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio, in Scritti, vol.2, Torino, Einaudi, 1974, p.816.

Adolescenza – passaggi all’atto e suicidi in rete

Conversazione con Domenico Cosenza
Presidente dell’EuroFederazione di Psicoanalisi – membro AME SLP e AMP
a cura di Eva Bocchiola – 27/03/2021

E.B.: Grazie Domenico per aver accettato questo invito.  Per Rete Lacan è un’occasione preziosa sentire la tua opinione sulla questione del passaggio all’atto nell’adolescenza. Ci sembra importante, in particolare, poter mettere in continuità la questione del suicidio nei giovani, spunto teorico già presente all’origine dell’elaborazione analitica, con i numerosi casi riportati dalla cronaca contemporanea di ragazzi che spettacolarizzano la loro decisione definitiva davanti a una webcam.

D.C.:  Il problema degli adolescenti in rete e dell’esercizio della violenza, etero o auto-diretta, è un fenomeno molto presente nel mondo globalizzato e virtualizzato della contemporaneità che ci spinge a interrogarci su come queste nuove condizioni incidano rispetto ai nodi cruciali che da sempre il soggetto in adolescenza è chiamato ad attraversare.  Considerazioni più classiche vengono oggi riprese ed elaborate rispetto a quelle che sono le trasformazioni in atto, sappiamo per esempio che Freud aveva dedicato una attenzione particolare al tema del suicidio in adolescenza, ci sono pochi scritti al riguardo ma precisi. Interessante notare che anche per Freud l’interrogativo su cosa porti un giovane a compiere questo atto estremo fosse stato suscitato da vicende di cronaca dei suoi tempi.

Uno degli aspetti più enfatizzati è quello della riemergenza pulsionale in adolescenza, un riaffiorare della pulsione, per certi aspetti erede di quanto accaduto nell’infanzia che dopo una fase di latenza avviene all’interno di condizioni biologiche e dinamiche di tipo diverso.  Il corpo fin dalla pubertà si trasforma e l’orientamento della pulsione incontra nel campo dell’Altro qualcuno che incarna l’oggetto che causa il desiderio, sia sessuale sia dell’esperienza amorosa. È una riattivazione molto potente che non riaccende solo l’erotismo, i giovani cominciano a confrontarsi, per la prima volta in modo così radicale, con questioni legate al senso della vita, all’inesplicabilità del godimento e all’enigma della morte.  Dimensioni che intrecciano Eros e Thanatos e rispetto alle quali si mette in atto un processo di attraversamento che può prendere varie direzioni o in senso simbolico o attraverso altre vie che funzionano invece più come modalità di evitamento.

Il rapporto dell’adolescente con l’atto,  la precipitazione di un’azione o di una condotta che  può condurre verso un deragliamento, è un aspetto molto presente nei manuali di psicopatologia.  È assolutamente importante  avere un orientamento sul funzionamento del soggetto in rapporto al godimento, essendo il passaggio all’atto qualcosa a cui il giovane è molto incline, e ciò rende infatti complicato leggerne il quadro strutturale.

Abbiamo assistito recentemente, soprattutto nel nostro campo, a una rimatematizzazione della questione in gioco a livello della spinta distruttiva, J.-A. Miller nel suo breve testo In direzione dell’adolescenza[1] ma anche in Bambini violenti[2] ha messo in evidenza come ci sia una interpretazione della violenza non riconducibile alla dimensione puramente sintomatica, non dobbiamo collegare necessariamente l’atto violento a qualcosa dell’ordine del sintomo, vale a dire a qualcosa che non è soltanto condensazione di godimento ma anche strutturazione di un messaggio verso l’altro. In molti casi gli episodi di violenza nell‘adolescenza, contro l’altro o contro se stessi, ci introducono in un territorio dove assistiamo piuttosto a delle modalità in eccesso di precipitazione dell’atto, slegate da un ancoraggio che permetta di mettere un limite all’esercizio di  questa violenza.

E.B.: Possiamo pensare a queste forme di violenza etero o auto-dirette come a patologie dell’eccesso nella loro forma più radicale e annientatrice?

D.C.: Nei pazienti affetti da patologie alimentari o da altre svariate forme di dipendenza, che incontriamo nei nostri studi o nelle nostre associazioni, esiste qualcosa che funziona come limite rispetto all’esercizio puro della pulsione di morte che troviamo nelle forme di violenza estrema come suicidi o omicidi.  Quelli che abbiamo chiamato per molto tempo nuovi sintomi funzionano come degli ancoraggi che non sono simbolici, passano attraverso il corpo o attraverso le condotte. Gli esordi tossicomanici o anoressico-bulimici che riscontriamo, vincolano in modo additivo ma funzionano come difesa rispetto all’esercizio puro della pulsione di morte. Il giovane Lacan nei Complessi familiari diceva che si tratta in questi casi di «suicidi non violenti»[3]. A posteriori possiamo dire che con questa formula Lacan coglieva qualcosa di essenziale: sono infatti soluzioni alternative da un lato al sintomo freudiano in senso stretto, ma dall’altro anche all’esercizio puro e diretto della pulsione di morte che avviene nel suicidio o nell’omicidio e l’aggressione violenta in adolescenza. In questo senso possiamo considerare queste patologie che abbiamo raggruppato per almeno trent’anni nel quadro delle nuove forme del sintomo, come delle difese – seppure patologiche – rispetto all’esercizio puro della pulsione di morte.

E.B.: Il Web oggi viene impiegato da un gran numero di giovani e meno giovani come palcoscenico per cercare consenso mentre si inscenano e si filmano prestazioni artistiche o sbruffonate nella speranza di diventare famosi o, perfino, immortali. Con un certo senso di disorientamento leggiamo che, in modo simile, vengono presentate anche sfide di morte – i cosiddetti extreme challenge games, i patti di morte con sconosciuti e i suicidi online. Una spettacolarizzazione della immagine, là dove forse è mancata la parola, attraverso cui i giovani sembrano costringere il mondo ad assistere alla loro decisione definitiva

D.C.: La ricerca della visibilità complessifica la lettura classica dell’evento. Benché sia sempre utile analizzare la questione a partire dalla distinzione tradizionale tra passaggio all’atto e acting out, queste esperienze di violenza radicale in rete operate dagli adolescenti ci inducono a una problematizzazione ulteriore, dove la bussola della psicoanalisi lacaniana permette una possibilità di lettura delle scansioni logiche che potrebbero altrimenti sfuggire. In questa clinica per esempio è evidente che il suicidio appare su una scena, quella dell’Altro virtuale del web, e non presenta così le caratteristiche classiche dell’uscita di scena proprie al passaggio all’atto suicidario come lo intendiamo classicamente. Questo ci costringe a ripensare il tema clinico dell’atto, del passaggio all’atto e dell’acting out in rapporto al processo di virtualizzazione del rapporto con l’Altro che stiamo sperimentando e che diviene sempre più pervasivo, al di là dell’attuale congiuntura pandemica che non fa altro che accelerarne la manifestazione. Siamo nella società contemporanea, nel suo versante di civiltà dell’immagine caratterizzata dal consumo insaziabile di oggetti, anche quando si tratta di immagini di terrore e di orrore. È questa una manifestazione del tratto di perversione proprio al funzionamento del discorso capitalistico contemporaneo. C’è qualcosa che non è semplicemente dell’ordine della scrittura, ma di una scrittura di godimento attraverso un’immagine che rimane fissata, e che può essere riprodotta, ritrasmessa e essere vista da un pubblico potenzialmente infinito di persone. Negli ultimi anni, immagini estremamente violente sono state riprese e continuamente rilanciate da tutti i media lasciando un segno indelebile nella collettività: pensiamo all’uso che ne ha fatto l’Isis con le esecuzioni capitali dei prigionieri esposte a una spettacolarizzazione planetaria.

Esiste un mondo internet più sommerso dove si raccolgono miriadi di informazioni che vengono invece proibite e interdette nel funzionamento più regolato e esposto del web[4]; vi si possono trovare anche molte  notizie e dettagli su pratiche caratterizzate dalla dimensione perversa da un lato e orientate  dalla pulsione di morte in modo radicale dall’altra. Un dark web, non indicizzato dai normali motori di ricerca, ma a cui non sembra troppo complicato accedere se, come leggiamo negli eventi di cronaca, anche i giovanissimi trovano la via per introdursi.

E.B.: Abbiamo sempre pensato al suicidio come un gesto che si compie prevalentemente in solitudine, colpiscono invece i cosiddetti “patti di morte”, sconosciuti che si cercano sul web, chattano per qualche tempo e poi  decidono di incontrarsi anche a centinaia di chilometri di distanza per trovare la morte insieme.

D.C.: Alcuni nostri colleghi hanno studiato i “nuovi sintomi” articolati con il legame sociale notando che possono convertirsi in fenomeni di massa in cui, in modo paradossale, attraverso il web, viene collettivizzato il rifiuto dell’Altro nel quadro di comunità virtuali caratterizzate dall’identificazione all’insegna monosintomatica. È un’incarnazione di ciò che alcuni anni fa Éric Laurent aveva definito comunitarismo identitario, tratto caratteristico del legame contemporaneo che mette al centro l’identificazione nel suo versante narcisistico unita a delle pratiche di godimento proprie di una determinata condizione patologica. Questi legami paradossali sono un punto importante da considerare rispetto all’adolescenza come momento in cui la socializzazione del soggetto può prendere o meno una determinata direzione. Conosciamo l’alcolismo o la tossicomania di gruppo ma abbiamo riscontrato qualcosa di simile anche nell’esperienza anoressico-bulimica dove i siti pro-ana e pro-mia, emersi sul finire del secolo scorso, hanno offerto una paradossale forma di socializzazione a soggetti caratterizzati da un fondamentale e estremo rifiuto dell’Altro.

[1] J.-A. Miller, En direction de l’adolescence, in D. Roy (a cura di) Interpréter l’enfant, Paris, Navarin, 2015 p.199
[2] J.-A. Miller, Bambini violenti, in P. Bolgiani (a cura di) Adoviolenza, Torino, Rosenberg&Sellier, 2020, pp.25-32.
[3] J. Lacan, I complessi familiari nella formazione dell’individuo, in Altri scritti, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p.35.
[4] Sul tema del suicidio in rete degli adolescenti sono debitore alla tesi di dottorato di Cinthia Demaria presso  l’Universidad Federal de Minas Gerais (UFMG), in corso di elaborazione.

Il reale alle spalle

Florencia Medici
Membro SLP e AMP- Bergamo – aprile 2021

Il reale è inatteso, irrompe senza preavviso, di fronte al quale siamo sprovvisti di strumenti, crea disorientamento. Per abbordare il tema del reale in ambito istituzionale non riesco a non pensare a un autore chirurgico nelle sue affermazioni: per René Kaës soffriamo per la mancanza ma anche per l’eccesso di istituzione.

Quando mi è stato proposto il tema, mi sono focalizzata nel reale incontrato sul lavoro clinico in istituzione, cioè nei casi che, in quel campo, ho potuto seguire e che mi hanno fatto “toccare con mano” un reale crudo; questa volta non è così. Il reale arriva da dove meno l’aspetti, infatti, per quanto mi riguarda, in questo momento arriva, non dalla clinica, ma dal “soggetto istituzione” che mi ha convocata al lavoro clinico, che mi ha collocata lì, laddove incontro la clinica. E non è un reale minore, meno forte di quello che, a volte, ci investe in quanto soggetti. In quest’occasione riguarda un reale che arriva dal grande Altro datore di lavoro.

Ci si può preparare per l’irruzione del reale? E al reale istituzionale? Forse qualche segnale è arrivato dalle pretese in campo poiché, per rispondere alle richieste formali di questo grande Altro, occorrerebbe ritrovarsi in una situazione paradossale: avere una disponibilità oraria immediata e molto ampia, alquanto simile a quella di un disoccupato, ma con un’esperienza tale per arrivare ai primi posti in graduatoria e riuscire ad entrarci. Una volta superati questi ostacoli, il lavoro clinico prende forma sempre di più. Gli utenti, i soggetti analizzanti in ambito pubblico, vengono ai colloqui, la frequenza è alta, le prestazioni rendicontate fanno numero.

I mesi passano e si avvicina la fine del contratto stipulato, come d’altronde il simbolico prevede e stabilisce. Il lavoro svolto è intenso: in questo ambiente ho potuto seguire alcuni utenti che vi si rivolgono per delle impasse evolutive come possono essere l’adolescenza, l’emancipazione tipica del momento di ingresso nell’età adulta con un’indipendenza economica e abitativa, le separazioni coniugali e altre situazioni in cui non c’erano importanti difficoltà pregresse. Si tratta quindi di supportare questi soggetti perché possano trovare meno traumatici alcuni cambiamenti desiderati o subiti. Per altri, con svariate fragilità alle spalle, la messa a disposizione di uno spazio dedicato, che prenda in considerazione una domanda non ancora ben dichiarata ma che tiene conto di una soggettività in cerca di risposte, è sufficiente per accendere un transfert di lavoro.

In altre situazioni ancora, si tratta di famiglie con gravi patologie psichiche sia nei genitori che nella generazione successiva, condizione che determina una compromissione dei membri sia nei bisogni basilari, sia nella progettualità. Penso in particolare a un caso arrivato in quest’istituzione pubblica: si tratta di una giovane intorno ai 30 anni, che è stata accusata di un reato per il quale è prevista la messa alla prova comprensiva di alcune ore di lavori socialmente utili e di un percorso di supporto psicologico. La ragazza, da piccola, è stata allontanata dalla famiglia poiché inadempiente, collocata in una famiglia affidataria prima e in collegio dopo. Chiaramente non c’è domanda da parte del soggetto, se non l’attestare che i colloqui sono stati fatti. Così incomincia un percorso che gradualmente svela la struttura paranoica del soggetto/utente, il quale trova estremamente difficoltoso concludere le ore di lavori utili in quanto ogni personaggio coinvolto vuole il suo male e come da lei esplicitato: «mi mette i bastoni tra le ruote». Non riesce a tenersi un lavoro giacché il minimo disaccordo prende una tonalità persecutoria, non ha amici né un rapporto di coppia. Nonostante lo scetticismo da parte dello psicologo, il soggetto trova sollievo nei colloqui a disposizione. Lo psicologo ascolta, prende nota, parla poco. Dice solo che crede che lei stia chiedendo rispetto, affermazione che inaugura un transfert repentino. La giovane non manca agli incontri, porta gli oggetti preziosi della sua vita (abbigliamento, chiavi, poesie) perfino quando verrà ricoverata per una crisi di astinenza da alcol e droga (tossicodipendenze presenti anche nei genitori separati), manda un parente per avvisare della sua assenza.

Mentre l’operatore/psicologo cerca di sostenere a distanza il soggetto tramite delle telefonate in reparto, con i medici curanti, etc., si presenta un reale chiaro come il sole: il contratto di lavoro è in scadenza e non è detto che ci sia un rinnovo o l’arrivo di un sostituto, ne una risposta istituzionale che permetta di avvisare per tempo gli utenti. Come andare avanti? Come far sì che questo soggetto possa “trasferire il transfert” a un nuovo operatore nel caso arrivasse? Come salutare la ragazza in questa condizione?

È grazie alle supervisioni più volte chieste e ottenute e all’analisi personale che l’analista riesce a transitare il periodo che trascorre fino alla notizia del rinnovo del contratto, con non pochi episodi di insonnia. Ma l’Altro dell’istituzione lo sa? Conosce le situazioni che arrivano all’attenzione dell’operatore e che deve poter trattare? Ebbene sì, lo sa ma nel discorso del padrone, tutto ciò non cambia minimamente l’andamento della vita istituzionale.

Kaës direbbe che è la mancanza di istituzione laddove ci si aspetta una presenza, a farci soffrire. Sarà, un punto resta: il lavoro clinico ci mette a contatto con un reale, quello legato al singolo che ascoltiamo; quando il reale emerge da un altro lato, dall’altro Istituzione con la I maiuscola, può prenderti alle spalle ed ecco fatto, il turbamento è di casa.

Un reale che ci riguarda

Alide Tassinari
Membro SLP e AMP – Cesena – marzo 2021

Un anno di pandemia, un anno di chiusure e riaperture, di lavoro fatto spesso in emergenza. Trecentosessantacinque giorni nei quali, una quotidianità costituita da attraversamenti di confini, di spostamenti da un luogo all’altro per incontri di studio, di lavoro, di divertimento, d’amore, sono stati bloccati dal timore, dalla paura e dal terrore del contagio. Un confine non oltrepassabile ci è stato palesato dal segno visibile di una barriera messa sulla nostra bocca, affinché il respiro per noi vitale non trasmettesse ad altri o recepisse da altri la possibilità, a nostra insaputa, del contagio di un virus spesso mortale.

Dopo un primo tempo caratterizzato dalla chiusura, dallo stupore e dall’incredulità, ognuno si è “barcamenato” come poteva e quel colpo di reale portato dalla pandemia è stato prontamente preso in carico dalla scienza, velocemente attivata per trovare un vaccino, un ostacolo affinché la corsa della morte raffigurata nella curva del corteo di numeri che si portava appresso, fosse rallentata.

Un anno lungo di un tempo vissuto come sospeso. Un anno e … non è ancora finita, ma finirà. Tutto ha una fine.

Il lavoro analitico è proseguito, facendo appello alla nostra etica. La nostra clinica, nonostante il virus, ha tenuto il filo del transfert modulandolo con gli analizzanti, uno per uno, in sintonia con l’urgenza della situazione e della struttura soggettiva; così come il transfert di lavoro, da isolati ma insieme, si è annodato con la nostra Scuola soggetto. Tutto questo non senza fatica. Ciò che è pesato e continua a pesare di più è fare un lavoro di Scuola e negli Istituti di specializzazione in remoto. Mai verbo è stato utilizzato con più frequenza: la nostra dad ci pesa ogni giorno di più. Tutto si è appiattito sugli schermi – solitari – dei nostri pc, delle ormai nostre quotidiane protesi. Un tempo fermo e sospeso che corre velocemente sulle tecnologie informatiche e lascia il corpo fermo.

Giorni fa durante quei momenti in cui mi succede, per un lasso di tempo solitamente breve, di sfogliare le pagine di un libro o di una rivista con un’attenzione fluttuante, per aprirmi alla possibilità di incontrare nella parola scritta, mentre così piluccavo frasi e concetti un po’ qui e un po’ là, mi sono imbattuta – questo verbo ha una sua risonanza in me – in queste parole:

«Certo viviamo, non vi è dubbio, ce ne accorgiamo in ogni istante. Ma la vita occorre pensarla.[…] Come sapete, la vita è bella. Si muove, è calorosa, è sensibile, è sconvolgente.[…] Basta un po’ di comprendonio per accorgersi che la vita non è per forza quello che si muove, né quello che è sensibile al solletico né ciò che fa il necessario per conservarsi. […] la vita si riproduce, […] è il suo unico tratto caratteristico. Per tutto il resto, fino a nuovo ordine potremmo sempre continuare a cercare che cos’è la vita. […] La vita è solo questo. Vale a dire che l’essere sensibile al solletico di poc’anzi vuol dire che gode o che soffre – è dello stesso ordine – e che ha un corpo»[1].

Queste sono parole pronunciate da Lacan all’Università Cattolica di Lovanio, in un momento critico della psicoanalisi Belga, gli sono servite per introdurre il discorso analitico e lo fa tramite i concetti di vita e di morte[2], concetti che interrogano da sempre l’umano, anche se non ne sappiamo molto di più oggi rispetto a ieri. Sulla vita e sulla morte c’è un enigma irrisolvibile e mai posto da nessuna sfinge, gli esseri che parlano sono stati costretti da questo buco di sapere a trovare supplenze, a cercare risposte. La religione e la fede possono essere una di queste, ma anche la scienza che cerca in tutti i modi di trovare nel reale dell’organismo.

La vita e la morte sono entrate sotto questa forma del virus nei nostri studi e ha per un momento sopravanzato quel solletico che porta all’essere arsi vivi del godimento, una forma di morte nel corpo vivo. Primum vivere, è stato il motto di quest’anno trascorso con una lentezza esasperante in contrapposizione con la velocità del contagio. Poi un poco alla volta abbiamo ripreso vitalità e a ascoltare un reale che ci riguarda.

Un parlessere ha un sapere soggettivo che affonda nel silenzio, nell’angoscia e, a volte, nel dire perplesso: «Non vivo la mia vita», nel lamento di una constatazione: «La mia vita è invivibile» oppure nel tentativo estremo di trovare una soluzione alla sofferenza nell’ingiunzione: «Meglio morire che questa vita!» Questo dire è rivolto a qualcuno che, in presenza, occupa il posto vuoto di una significazione impossibile.

Di questo vivere soggettivo, della vita che è di un corpo che gode e che soffre, ne sappiamo di più senza poterlo generalizzare o universalizzare, tramite quell’esperienza che il discorso analitico permette a un soggetto.

La vita, si dice e si manifesta tramite le parole dell’analizzante, del suo desiderio di sapere, del suo non volerne sapere, del suo interrogarsi sull’origine: parole incarnate nel sintomo. Parole rivolte a un Altro, a un partner «che osa permettersi di mettersi rispetto al soggetto […] in posizione di causa del desiderio»[3]. La sola vita che la psicoanalisi conosce è quella veicolata dalle parole e dal corpo come sostanza godente, una vita parlata appunto!

La vita si riproduce ogni giorno ma ogni giorno introduce la morte, solo che, seguendo le parole di Lacan, pur sapendo che per tutti c’è la fine della vita arriviamo a pensare che forse non sarà così, almeno non per noi.

Nella stessa conferenza Lacan chiarisce cosa intende per discorso: «un discorso è una sorta di legame sociale».

Infatti, la condizione dell’essere che crede di parlare mentre è parlato non è quella del solitario. Anche quando è solo, la sua solitudine è sempre affollata, abitata da personaggi più o meno graditi. Il linguaggio è la casa che abita il parlessere e è la sua compagnia tanto che è il linguaggio che pensa e non lui.

La pandemia ci ha interrogato su come fare legame sociale nonostante la paura del contagio che porta odio per l’Altro. Che promuove un distanziamento socializzato senza possibilità di contatto. Che tiene confusamente miscelati la necessità di preservare la vita con l’ingiunzione di non rischiare niente. Mentre la vita è sempre un correre il rischio di perderla. Ne sa qualcosa l’ossessivo che si ritrova a vivere con un desiderio morto.

In quest’anno mi sono interrogata spesso su come continuare a fare del transfert l’esca e il filo del legame tra un analizzante e un analista in una situazione di distanziamento sociale. Lacan risponde: «Vero è che il transfert non è cosa da niente, ma se non ci fosse la parola, la parola del soggetto parlante, dell’analizzante stesso che ne traccia in qualche modo le vie, mai l’interpretazione dell’analista, potrebbe fare quel qualcosa, quel taglio grazie al quale cambia una struttura»[4]. E con la struttura anche il godimento soggettivo veicolato dalle parole.

[1] J. Lacan, Conferenza di Lovanio, “La Psicoanalisi”, n°63-64, Roma, Astrolabio, 2018, p.18.
[2] Nota editoriale di A. Di Ciaccia
[3] Ivi, p. 39.
[4] Ibid.

Dad e inconscio: una questione politica

Aurora Mastroleo
Partecipante SLP – Milano – 13 Aprile 2021

Durante gli ultimi mesi l’allarme lanciato dalle neuropsichiatrie è stato spesso associato alla protesta contro la chiusura delle scuole, fino a confluire nell’idea, molto suggestiva e mediatica, che gli adolescenti siano le vittime delle rigide prescrizioni sociali e che dunque la scuola secondaria debba essere riaperta per scongiurare la progressiva malattia mentale di un’intera generazione. Come affrontare il tema da un’altra angolatura? Ricorro a tre considerazioni.

1) L’osservazione proposta da Matet in base alla quale: «il significante vittima è proprio della modernità consumistica» giacché consente di evitare l’interrogativo dell’inconscio, mi pare assai attuale. Nella mia esperienza nelle classi liceali la vittimizzazione circola indisturbata e si ripropone anche nelle famiglie. L’atteggiamento compassionevole verso la sofferenza dei ragazzi (promosso da facili psicologismi) è lo schema dominante e «muove a discapito dell’implicazione soggettiva e misconosce ciò che c’è in gioco per ciascun soggetto»[1] a detrimento della vitalità desiderante. Ma dietro tale poderosa infiammazione compassionevole non fa forse capolino un certo godimento nell’assistere al dolore dell’altro? La psicoanalisi insegna a rompere l’incantesimo del circuito tra sadismo e masochismo che lega la presunta vittima e l’altrettanto presunto salvatore. Quando mi è stato possibile proporre nelle classi una riflessione circa la loro possibilità di operare scelte nuove in virtù di una contingenza sociale straordinaria e destinata a passare alla storia…si è prodotto un effetto di discorso con rapidi risvolti antidepressivi.

2) In Italia ci stiamo assuefacendo alla procrastinazione dell’ipotesi di riapertura delle scuole secondarie. In questi mesi diversi Governatori e pure singoli Dirigenti hanno preferito sfruttare al minimo le aperture consentite dalle leggi. A Milano, dove ieri le superiori sono state aperte al 50%, il tempo in presenza nei licei è stato destinato principalmente alle valutazioni, utili a preservare corretto svolgimento degli scrutini di fine anno: nei fatti, la presenza tanto invocata oggi è messa al servizio dell’assillo delle valutazioni.  L’insegnamento di Lacan avverte del rischio insito nelle istituzioni che il loro funzionamento si solidifichi attorno all’automaton. E così la cattura del tran-tran della burocrazia sotterra la partecipazione alla vita scolastica. Anche l’eternizzazione del presente dettata dalla vita a singhiozzo delle scuole può indebolire la capacità di riflessione dei singoli e favorire la “servitù volontaria” alla burocratizzazione dell’insegnamento, riproponendo la scuola come un diplomificio nella de-responsabilizzazione degli attori coinvolti.

3) Su Rete Lacan ho potuto conoscere le riflessioni di diversi colleghi che operano nelle scuole e da questo interessante dibattito è poi sorta la proposta di alcuni colleghi del Cepad di formare in seno alla Slp un gruppo di studio attorno al fenomeno Dad. Nel corso di alcuni incontri, ci siamo interrogati circa la natura politica della questione, lasciandoci guidare dall’idea promossa da Miller che: «Pensare che la psicoanalisi sia esclusivamente un’esperienza uno per uno, un’esperienza intima estranea al caos, al disagio che prevale là fuori, è un errore»[2]. Grazie al confronto delle esperienza mutevoli ed eterogenee dei partecipanti al gruppo, mi è stato possibile constatare che la Dad è un dispositivo emergenziale “utile”. Ho cercato quindi di ricostruire la logica a cui risponde il suo impiego, domandandomi se le esigenze del capitalismo avanzato abbiano qualche rapporto con il ricorso massiccio alla Dad nella scuola secondaria. In effetti la digitalizzazione ha consentito di preservare la macchina scolastica. Infatti la Dad agevola la burocratizzazione della scuola, isolando i singoli con i propri godimenti a favore dell’alienazione dei soggetti coinvolti. In ultimo, amplifica pure il comando alla valutazione delle prestazioni così preziose all’asservimento della scuola al mercato del lavoro. Insomma, offre un gran bel servizio! Ed è proprio rispetto a ciò che germina a mio avviso la partita politica della psicoanalisi lacaniana con la Dad e cioè nel rischio di un’abiezione dell’istituzione più antica del mondo.

Allora contrastare il discorso dominante che autorizza i soggetti (adolescenti, insegnanti e genitori) a stagnare nel “non volerne sapere nulla” del proprio godimento può consentire forse di rianimare il dibattito attorno alla funzione della scuola nel contesto politico attuale. Dunque, rifiutare l’ideale a cui la Buona Scuola versione 2.0 sembra tendere, rappresenta anch’esso un modo di salvaguardare la supposizione dell’inconscio[3].

[1] V. Voruz, Immaginarsi vittima, dichiararsi vittima, essere vittima, in “Attualità Lacaniana”, n°22, Torino, Rosenberg&Sellier, 2017, p.186.
[2]  J.-A. Miller, Conferencia di Madrid, in “Lacan Quotidien”, n°703, Maggio 2017.
[3] R.E. Manzetti, Ciò che rende respirabile un’epoca, l’inconscio, in “Attualità Lacaniana”, n°25, Torino, Rosenberg&Sellier, 2019, p.15.

Dal transessuale al transumano

Carla Tisi
Partecipante SLP – Torino – febbraio 2021

La giostra dei godimenti senza freno è globalizzata mediaticamente. Paul B. Preciado scrive che dopo la schiavitù e l’industrializzazione avanza il Capitalismo di terzo tipo, potere fondato su bio-tecnologie e diffusione globale, che agisce su corpo, sesso e sessualità che, dagli Anni 40 in poi, diventano progressivamente territori di gestione e controllo politico e tecnico. Il connubio tra Scienza e Capitalismo crea un Sistema farmacopornografico, produttore di protesi chimico-ormonali, plastiche e chirurgiche al servizio del godimento soggettivo fonte di enormi profitti grazie alla diffusione mediatica globalizzata di modelli acquistabili. Sostanze chimiche sintetiche hanno soppiantato i rimedi naturali dei quali le donne, in tempi lontani, erano depositarie di conoscenza. Dal Medio Evo la caccia alle streghe e alla diversità è stata il pretesto per imporre un controllo sulla soggettività, sulla sessualità, sul corpo in modo violento, mentre attualmente, in tempi rapidi, si è passati ad un controllo tecnologico, sottile ma sempre più penetrante, della sfera intima e privata. Tanti sono gli eventi che Preciado cita nel suo Testo tossico a sottolineare l’avvento del potere bio-tecnologico: la lotta all’omosessualità; il primo intervento di falloplastica; la produzione di ormoni e la commercializzazione della pillola, che sgancia l’eterosessualità dalla procreazione; l’utilizzazione farmacologica del sildenafil, che sarà venduto con il nome di Viagra; la molecola di metadone potente analgesico e sostituto dell’eroina.

Negli anni della Guerra Fredda le trasformazioni legali ed economiche relative alla pornografia e alla prostituzione aprono la strada al mercato sessuale, mentre dilaga la pratica di assunzione delle droghe che costituisce un altro versante di produzione del capitale. È anche l’inizio dell’avventura spaziale, ma non solo. Manfred E. Clynes, scienziato, e Nathan S. Kline, psichiatra, lavorano alla NASA e nel 1960 pubblicano uno studio scientifico Cyborgs and Space utilizzando per la prima volta il termine cyborg ed ipotizzando la possibilità di un impianto sub-cutaneo per il rilascio di sostanze nell’organismo: una sorta di protesi osmotica.  A questo proposito Preciado afferma che «[…] il termine cyborg definisce una nuova condizione biotecnologica, una sorta di “macchina morbida” […] soggetta a nuove forme di controllo politico ma anche capace di sviluppare nuove forme di resistenza». Nello stesso periodo viene creata a scopi militari Arpanet antenata dell’odierna Internet e si implementa l’industria e il consumo di oggetti in plastica fino alla formazione del Trash Vortex, continente galleggiante di rifiuti soprattutto plastici. Protesi in plastica sono utilizzate nelle girandole della sessualità polimorfa aumentando l’impatto capitalistico sul soggetto. Preciado è convinto che tutti abbiamo delle protesi e rientriamo in una sfera di controllo bio-tecnologico: «La società contemporanea è abitata da soggettività tossicopornografiche: soggettività che si definiscono per la sostanza o le sostanze che dominano il loro metabolismo. […] Il business farmacopornografico è  l’invenzione del soggetto e dopo la sua produzione globale»2.
Il genere è una imposizione della società che nei secoli ha definito patologico, illegale o criminale il soggetto che non rientrava nel binarismo sessuale, mentre oggi il protocollo per il cambio di genere e l’industria del sesso sono propaggini di un sistema capitalistico centrato sul controllo tecnico del corpo che può essere modificato fino alla concezione transumanista di un essere cyborg come singolarità tecnologica. «Il transumanesimo è un’intensificazione di una tendenza già insita nella cultura dominante, ossia nel capitalismo»3.

Anuja Sonalker, CEO di Steer Tech, dice: «C’è stato un notevole progresso verso una tecnologia senza umani e senza contatto. […] Gli esseri umani sono biologicamente pericolosi, le macchine no»4. La tempesta Covid-19 ha implementato l’uso della tecnologia accelerando una rivoluzione che ha realizzato la distruzione degli ideali, la spinta al godimento, l’apertura del mercato on line. L’offerta capitalistica supera ogni fantasia fantasmatica. «La tecnoscienza ha stabilito la sua autorità materiale trasformando i concetti di psichismo, libido, coscienza, femminilità e mascolinità, eterosessualità e omosessualità in realtà tangibili, sostanze chimiche, molecole commerciabili, corpi, biotipi umani, valori mercantili gestibili dalle multinazionali farmacopornografiche»5.
Il potere tecnologico offrendo la giostra dei godimenti al di là della castrazione ha preparato l’avanzata di una dittatura morbida, ma non per questo meno mortifera.
«A questa nostra onnipotenza, di tipo assolutamente nuovo, corrisponde in secondo luogo una impotenza, anch’essa di tipo assolutamente nuovo. […] Con ciò intendo che oggi noi non siamo in primo luogo esseri mortali, ma uccidibili»6 scrive il filosofo Günther Anders nel 1966, sottolineando che possiamo dimenticare gli eventi di Auschwitz e di Hiroshima, ma non possiamo rimuovere la loro ripetibilità.

Resta da chiedersi se questo capitalismo farmacopornografico nel quale «il sesso, gli organi sessuali, il godimento e l’impotenza, la gioia e l’orrore si spostano al centro della gestione tecnopolitica quando entra in gioco la possibilità di ricavare profitto dalla forza orgasmica»7 sarà più o meno letale di una guerra e come continuare a fare spazio e a sostenere, grazie al discorso psicoanalitico, la singolarità irriducibile al posto della singolarità tecnologica.

Tra resti protesici, corporei e di linguaggio il fulcro della risposta è ancora il desiderio dell’analista, oltre le logiche di profitto e la chiassosa confusione farmaco-pornografica «perché quello che importa è ciò che egli è tenuto a sapere»8.

[1] B. Preciado, Testo tossico, Roma, Fandango, 2020, p.29

[2] Ibidem, pag.32-33

[3] O’Connell, https://www.pensierocritico.eu/transumanesimo.html

[4] Klein, https://www.dinamopress.it/news/screen-new-deal/

[5] Paul B. Preciado, Testo tossico, Roma, Fandango, 2020, p.32.

[6] Günther Anders, Il male, in L’uomo è antiquato, vol. II, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p.377

[7] B. Preciado, Testo tossico, pag.41

[8] Lacan, Proposta del 9 Ottobre 1967, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.247