«Per parodiare Sully, suprematismo e separatismo sono le due mammelle della segregazione. Ci travolge con la sua onda, tutte e tutti noi, i pro, i contro, i neutrali, la destra, la sinistra e il resto».

Jacques-Alain Miller, Docile al trans, “Lacan Quotidien”, n. 928

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n° 29 – edizione straordinaria

In copertina:

La guerra delle uova, illustrazione
da J. Swift, I viaggi di Gulliver, cap.IV, pag.49

Chapter IV

Nessun dorma

Loretta Biondi
Presidente SLP

JAM ci aveva messo in attesa!

E l’atteso LQ 928 è uscito.

Che LQ!!!

Un “quotidiano” che ha un’architettura corale, di una comunità analitica al lavoro, gioioso, desiderante, rigoroso e sveglio!

Il LQ 928 produce un tempo nuovo, epifanico per il Campo freudiano.

Chiama ciascuno ad un nuovo annodamento al Campo freudiano, senza indugio.

Ha il sapore di una rifondazione nella riconquista della propria presenza al disagio della civiltà, che stiamo vivendo “quotidianamente”, con la nostra esistenza.
Quotidiano di un tempo logico, rapido, incalzante, disturbante, sorprendente.

JAM apre il n. 928, un po’ pamphlet, un po’ testo-atto, pietra angolare, di passaggio, con “Docile al trans”: già la prima lettura mi ha preso, prende, di una “stretta di mano” che non lascia, stampiglia il corpo parlante, sì.

Già da leggere, rileggere, rileggere ancora.

Provoca l’istante di vedere, lo trasmette.

Sguardo e voce sono ingaggiati.

Stiamo vivendo, uno per uno, un tempo straordinario!

Rete Lacan, con questo numero, pubblica la  traduzione dal francese all’italiano di “Docile au trans”, realizzata grazie allo slancio, i giorni senza notti di colleghe che hanno condiviso la portata di questo “uragano JAM” che sta imperversando, desidera farsi strumento di divulgazione a ciascuno in questo nuovo tempo, invitando la lettura dell’intero LQ n. 928.

Si apra un effetto!

Si apra un dibattito, facciamoci prendere, sorprendere da questa lucida lettura di JAM, estima, sul piano del discorso, quanto intima, emozionante, bella!

Grazie JAM

A noi, a ciascun analizzante alla Scuola Una, incarnare effetti di questa lettura-incontro intimo ed estimo.

Docile al trans *

Jacques-Alain Miller

Il temporale è scoppiato. La crisi trans è su di noi. I trans sono nelle trance (facciamola subito questa, era attesa) mentre tra gli psi, i pro-trans e gli anti-trans si accapigliano con il fervore dei grossapuntisti e dei loro avversari ne I viaggi di Gulliver.

Scherzo.

Per l’appunto, che indecenza scherzare, ridere e prendersi gioco, quando le poste in gioco di questa guerra di idee sono serissime, e da essa dipende niente meno che la nostra civiltà, e il suo famoso disagio, o sconforto, diagnosticato da Freud proprio all’inizio degli anni trenta del secolo scorso. Forse che la modalità satirica convenga a una materia così seria? Sicuramente no. Per questo faccio ammenda. Non sarò ripreso per questo.

Ho scritto «guerra di idee.» È il titolo dell’ultimo libro di Eugénie Bastié. Mi è tornato in mente inaspettatamente. Non credo che il termine «trans» sia presente neanche una sola volta. L’opera termina sull’attualità del femminismo radicale e della guerra tra i sessi. Dato che questa giovane e bella madre di famiglia è anche la più scaltra fra i giornalisti, è sicuro che lo scatenamento della crisi francese dei trans sia successiva alla scrittura dell’opera. Ritroviamo la data di uscita in libreria e sapremo che, tre mesi prima, tale crisi non era ancora percettibile a uno sguardo mediatico tanto affinato quanto quello di Eugénie B.

Vediamo. Ho prenotato tramite Amazon La guerra delle idee. Indagine al cuore dell’intellighenzia francese e mi è stato consegnato l’11 marzo. Quindi, all’inizio di quest’anno, il trans non era ancora entrato in quello che l’autore, autora, autrice, chiama «il dibattito pubblico». Era invisibile, o invisibilizzato, per utilizzare un termine caro ai cari decolonialisti e altri wokes. O invece, forse, noi tutti eravamo, non degli autori, autore, autrici, ma degli struzzi?1

Ancora un gioco di parole! Sono relapso! Incorreggibile! Mi dichiaro colpevole. Ma con circostanze attenuanti: un’infanzia difficile, una dipendenza dal significante, influenze perniciose. Non posso andare più avanti nella questione trans senza perorare la mia causa.

 

L’arringa pro domo

Sin da quando ero piccolino, mi piaceva giocare con e sui nomi e le parole. Per esempio, Gérard, mio fratello cadetto, lo chiamavo Géraldine. Non per questo è diventato trans, e oggi sfoggia la sua barba in tutte le televisioni. Mi sono dedicato alla lettura sin da quando ero molto giovane, e quali furono i miei primi libri preferiti? Il Viaggio al centro della terra, di Jules Verne, e Lo scarabeo d’oro, di Edgar Allan Poe, due storie di messaggi segreti da decifrare. Ho adorato le liste di Rabelais, le farse di Molière, le pagliacciate di Voltaire, le litanie di Victor Hugo, le assurdità di Alphonse Allais (non la «filosofia dell’assurdo» di Camus), I sotterranei del Vaticano, di Gide (non I nutrimenti terrestri), il «cadavere squisito» dei surrealisti, gli «esercizi di stile» di Queneau e compagnia.

Quando seppi il latino, lessi i classici, ero obbligato, ma amavo di nascosto le satire di Giovenale. Non essendo grecista (mio padre mi aveva imposto d’imparare lo spagnolo, «così diffuso nel mondo»), leggevo Luciano di Samosata solo in francese. De “Le Canard enchaîné” non mi perdevo mai le inversioni di lettere (le cosiddette contrepèteries) proprie de «L’Album della Contessa». Precocemente ho letto il libro di Freud sul Motto di spirito.

Quindi ero poco portato all’esprit de sérieux, di serietà. Non rispettavo nessuno, salvo i grandi scrittori, i grandi filosofi, i grandi artisti, i grandi guerrieri e uomini di Stato, o meglio personalità di Stato, i poeti e i matematici. Come Stendhal avevo persino concepito «dell’entusiasmo» per la matematica, forse anche a me veniva dal «mio orrore per l’ipocrisia.»

Poi, all’età di vent’anni, ebbi la sfortuna di cadere nelle reti di un medico, psichiatra, psicoanalista, di 63 anni, noto come il lupo bianco in quanto era una pecora nera. Nel corso del tempo, divenne una mela marcia (transizione!). Abitava in un ammezzato scuro e con un soffitto molto basso, una tana, un vero e proprio covo, in un immobile del VII arrondissement dove aveva vissuto il banchiere di Isidore Ducasse, il che fa sì che fosse l’unico luogo di Parigi in cui siamo certi che ricevette la visita di Lautréamont. Il Dottor Lacan, giacché è di lui che parlo, apprezzava molto questo fatto. Me lo insegnò la prima volta che mi ricevette nel suo studio, le cui dimensioni ridotte rendevano impossibile qualsiasi «distanziamento sociale» tra i corpi, obbligava a una prossimità opprimente.

Questo personaggio irregolare, fuori-norma, non nascondeva le sue carte. Il mio orrore stendhaliano per l’ipocrisia non trovava nulla da rimproverargli. Era un diavolo a viso scoperto, che si faceva beffe ostentatamente di tutto, da intendersi di tutto quello che non era lui e neppure la sua causa. Nell’epoca della benevolenza, non si faceva problemi a dire, durante il suo Seminario: «Non ho buone intenzioni». L’unica volta in cui parlò alla televisione francese, in prima serata, disse, parlando dell’analista come di un santo: «(…) spesso ha cominciato proprio infischiandosene della giustizia distributiva». Spinse l’impudenza sino a vantarsi in pubblico, poco tempo prima della sua morte, di aver passato la vita a «essere Altro nonostante la legge». Il colmo della sventura, per me, fu il fatto che non solo mi prese sotto la sua ala, ala nera, ala demoniaca, ma divenni suo congiunto: mi accordò la mano di una delle sue figlie, quella che aveva com’è giusto la bellezza del diavolo, e a cui aveva dato il nome di Judith, mettendo anche in questo caso le carte sul tavolo: l’uomo che avrebbe goduto di lei doveva sapere che l’avrebbe pagata con un destino degno di Oloferne.

Come mi ha agguantato? Mettendomi tra le mani I fondamenti dell’aritmetica, di Gottlob Frege, Die Grunlagen der Arithmetik, 1884, elaborazione logicista del concetto di numero (secondo lui l’aritmetica aveva come base la logica.) Lui stesso, Lacan, si era messo d’impegno, tre anni prima, a dimostrare ai suoi followers la similitudine che esisteva tra la genesi dinamica della serie dei numeri interi naturali (0,1,2, 3, ecc.) in Frege e lo sviluppo di quella che lui stesso chiamava una catena significante. «Non vi hanno colto che una fissa – mi disse – vediamo se lei farà meglio». Il mio intervento sempliciotto mi valse un trionfo tra gli psicoanalisti, i suoi discepoli, e suscitò simultaneamente molte gelosie da parte loro: «Ma come ha fatto? E dire che non è neppure in analisi!». E non ero ancora neppure «il genero», benché un idillio, discreto, si fosse stretto tra Judith e me.

Philippe Sollers, principe delle Lettere che cominciava a seguire il Seminario di Lacan, «delizioso, giovane, che trascinava dietro di sé tutti i cuori», mi chiese il mio testo per la sua rivista Tel Quel. Ebbi la sfrontatezza di rifiutarglielo, poiché volevo riservarlo al primo numero, ciclostilato all’École normale, dei Cahiers pour l’analyse, che avevo appena fondato con tre compagni, Grosrichard, Milner e Regnault. Un quarto, invece, Bouveresse, membro dello stesso Circolo di epistemologia, sbraitava ancora vent’anni dopo, quando era divenuto professore al Collège de France, contro la faccia tosta che avevo avuto di lacanizzare il sacro-santo Frege dei logici. Derrida, dal canto suo, il mio caïman (ripetitore) di filosofia, teneva il broncio: considerava la mia dimostrazione astrusa (era poco ferrato in logica matematica). Stranamente, per delle vie che io ignoro, il mio breve intervento da poco, intitolato «La sutura», negli Stati Uniti divenne un classico degli studi cinematografici (?).

Così andava il mondo, nel momento in cui lo strutturalismo rigoroso di Roman Jakobson e di Claude Lévi-Strauss passava allo stato di epidemia intellettuale a Parigi e nei dintorni. L’episodio fece la mia reputazione, quella di un genio precoce degli studi lacaniani. Fui inchiodato per sempre come una farfalla sull’album dell’intellighenzia parigina: Papilio lacanor perinde ac cadaver. Ed è così che mi trovai alla mercé di Jacques Marie Emile Lacan, grande pescatore d’uomini di fronte all’Eterno.

Cinquant’anni dopo i fatti, è tempo che Metoo faccia la mia confessione. Horresco referens, è una cosa terribile da dire, ma fui, per anni, vittima da parte di mio suocero di abusi d’autorità, indicibili e incessanti, sia pubblici che privati, costituitivi di un vero e proprio delitto d’incesto morale e spirituale. Cedetti a colui che era più forte di me. Addirittura acconsentii – vergogna! direbbe Adèle Haenel – a prenderci un certo gusto, un gusto certo. Restai diviso per sempre.

Dato che il mostro ha chiuso la partita ormai quarant’anni fa, le cause che intenterei avrebbero solo una portata simbolica, ma alquanto decisiva per curarmi le ferite dell’anima e rimediare ai danni fatti alla mia autostima.

Riservo per le autorità giudiziarie i dettagli della testimonianza che qui fornisco. Ma voglio che si sappia: come la polvere di cui era composto parlava attraverso la bocca di Saint-Just, sfidando la persecuzione e la morte, non dimenticare, lettore, che è a proud victim, una vittima orgogliosa che parla attraverso la mia. «Ma sfido a strapparmi la vita indipendente che mi sono dato nei secoli e nei cieli.»

Ritorniamo ai nostri trans. Sono delle vittime. Come me.

La rivolta dei trans

Mi sa che gli attuali dirigenti dell’École de la Cause freudienne, che un tempo fu battezzata da me e dai miei, prima di essere adottata da Lacan, hanno avuto fiuto, dato che invitarono a intervenire durante le Giornate annuali 2019 dell’École, nel Grande Anfiteatro del Palazzo dei Congressi di Parigi, il famoso trans Paul B. Preciado, beniamino dei mass-media woke, che accettò di buon grado.

Perché questo invito inedito, che fece sobbalzare gli ambienti psi? La crisi trans non era ancora scoppiata, ma era prevedibile. Di fatto, se si prendono le cose da sopra, se si segue nel lungo periodo il processo che oggi in Francia culmina nella rivolta dei trans, cosa vediamo?

Diciamolo rapidamente. Va ricordato che i malati, i nostri pazienti, tutto quel popolo in sospeso che si presentava per essere preso in carico dai curanti – chiunque essi fossero: infermieri, medici, farmacisti, chirurghi, dentisti, agopuntori, osteopati, chiropratici, psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, sino agli psicopompi, per non parlare dei santoni, i veggenti, le streghe – che sono state così profondamente scrutate tempo addietro da una Jeanne Favret-Saada, allora lacaniana, in uno studio memorabile -, i marabutti, i guaritori, i rompi-incantesimi, ecc., senza dimenticarci di noi, not least, gli psicoanalisti, lacaniani e altri – quella massa, quindi, di richiedenti cura era rimasta incantata per millenni di fronte al «sapere-potere» (Foucault) dei dispensatori di cura. Essa aveva il diritto solo di tacere, salvo presso gli psi, certo, e altri ciarlatani di ogni tipo.

Un nuovo paradigma fece la sua comparsa dopo la WW2. Fu suggerito, a quei dominati, giorno dopo giorno, anno dopo anno, dai governi di sinistra, dai governi di destra, dai governi di centro: «Parlate! Non accettate supinamente! Avete dei diritti. Anche se siete malati, siete comunque dei cittadini. Fate come tutti: lamentatevi! rivendicate! Chiedete conti! Fatevi rimborsare! Fatevi risarcire! È finita la dittatura sanitaria! Spazio alla democrazia sanitaria!».

 

«Che cosa pensate che successe?»

«Che cosa pensate che successe?» Il popolo ottemperò: si rivoltò. I «trans» e i loro alleati ricevettero il messaggio forte e chiaro, e ora lo spingono fino alle sue conseguenze ultime. Spesso, per insorgere, è necessario un incoraggiamento, addirittura un’ingiunzione imposta dall’alto, proveniente dal Gran Quartiere Generale. Esempio: la Rivoluzione culturale cinese. Sono le direttive del presidente Mao che fecero sì che si formassero, attraverso l’immenso paese, le bande di guardie rosse che portarono scompiglio in tutta la società.

In Francia, i poteri pubblici fecero del loro meglio, ci misero tutto il cuore a spazzar via l’antico «soggetto supposto sapere» che regolava l’ordine medico. E che succede? L’S elevato alla terza potenza si ritrova stravolto, demonetizzato, lacerato, strizzato, torturato, messo in ginocchio, con in testa un cappello d’asino, trascinato per le strade sotto i lazzi, gettato dalla finestra. Cade come Humpty Dumpty ai piedi del muro dietro cui stazionavano le popolazioni sofferenti, ed eccolo in mille pezzi, Humpty. Il muro a sua volta crolla. I prigionieri allora se la svignano. Ovunque è la Notte del 4 agosto, la fine del privilegio medico e curante. E l’ordine fece pluf! – che una volta, ancora poco tempo fa, alla meno peggio, prevaleva nelle faccende di sesso.

Humpty Dumpty sul suo muro
Humpty Dumpty sat on a wall.
Humpty Dumpty had a great fall.
All the king’s horses and all the king’s men
Couldn’t put Humpty Dumpty together again.

Humpty Dumpty sul muro sedeva.
Humpty Dumpty dal muro cadeva.
Tutti i cavalli e i soldati del Re,
non riusciranno a rimetterlo in pié.

Il rispetto e la gentilezza

Nelle faccende di sesso, ovvero nel campo della sessualità, se preferite parlare forbito, oggi è un bordello. Tutto è ormai sottosopra. La Butler e le sue Menadi hanno gettato uno scompiglio pazzesco. Ho torchiato Éric Marty per tre ore buone e non sono arrivato a capo dei misteri del gender. I Misteri di Pompei, a confronto, sono una bazzecola. Si riassumono, in poche parole, a: «Il fallo, vi dico»; «Fallo, tu guiderai i nostri passi», come un tempo Zimmerwald. Ma il gender? Una pessima bussola. Tutti perdono il nord. Ormai non più “creduloni”2 in qualcosa, le persone errano. È la notte in cui tutti i gatti sono grigi, come nell’Assoluto di Schelling di cui Hegel si prende gioco. Ciò non toglie che tutti ne parlino. Tutti hanno la loro idea. Il genere è ormai un’evidenza del «soggetto contemporaneo».

Mio nipote, l’ultimo dei Miller, il più giovane erede del nome, 16 anni, militante ecologista, impregnato di fisica matematica e de La ricerca del tempo perduto, mi tiene una lezione sul gender. In classe con lui ci sono dei compagni trans. Mezzo secolo fa ero nello stesso liceo, alla stessa età, e tra di noi non c’erano trans, al massimo uno o due dandy un po’ androgini ai margini che si dandy-navano3 per divertire la platea. Eravamo solo tra ragazzi. Nessuna ragazza, nessun trans. La mia generazione indossava ancora un grembiule in quarta elementare. Si scriveva con una stilografica Sergent-Major, la penna a sfera era proscritta. Era il Medioevo.

Il nipote: «Non devi dire, Jacques-Alain, che lui è diventato ragazza. È offensivo per lui. No, lui è una ragazza. – E quando il tuo migliore amico così ben pettinato ti dice di essere una ragazza, tu che cosa fai? – Accolgo quello che mi dice con rispetto e gentilezza». Fine delle danze. «No pasaran?». Essi ed esse han pasado, sono decisamente passati/e. «E pur si muove! » (la frase è apocrifa), il che vuol dire: a dispetto di tutte le inquisizioni, di tutte le dimostrazioni, il gender si diffonde! È un caos indescrivibile? Non è un problema. Meno è chiaro e meglio funziona, per l’appunto. E travolge tutto al suo passaggio.

 

MGTOW

La politica nazionale sulla sanità pubblica ha aperto la via alla rivolta dei trans dal 1945. Occorre ricostituire una cronologia, tappa per tappa. Prima di fare commenti sulle cause dell’evento, soprattutto non ignoriamo i fatti – a differenza di Jean-Jacques nel suo Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini. È, mi sa, lo scritto che ho riletto di più nella mia adolescenza, tra i 14 e i 18 anni. Il titolo ri-emerse durante la mia analisi, in un sogno, sotto questa forma: « … della diseguaglianza tra gli uomini e le donne». L’inconscio mi aveva interpretato. L’occasione, per l’analizzante che ero, per una risata irrefrenabile seguita dal riconoscimento in lui di un machismo dissimulato dietro la preferenza della madre. Nella mia infanzia, in effetti, quando mio padre faceva piangere mia madre che soffriva per il suo dongiovannismo compulsivo – che, come Swann, conservò fino alla sua scomparsa, a 93 anni – io mi schieravo decisamente dalla parte di lei, ero il piccolo Cavaliere bianco della sua mamma.

Il fantasma cavalleresco nell’uomo è stato nel frattempo annotato e classificato. White Knight è recentemente diventata, oltre Atlantico, un’espressione che serve a stigmatizzare i salvatori di donne in difficoltà e tutti coloro che si dichiarano partigiani della gender equality per poi, sottobanco, cedere tutti i privilegi alla razza femminile. Non sono stati i clinici ad aver isolato il fenomeno, ma dei militanti maschi, difensori di una virilità minacciata, così credono, dai progressi del femminismo. Sono raggruppati nel movimento mascolinista MGTOW, che sta per Men Going Their Own Way, pressapoco: «Uomini che vanno per la propria strada».

La parola « Way » ha tutto il suo peso. Ci ricordiamo di Frank Sinatra che sussurra My way. C’è anche l’espressione idiomatica americana, «My way or the highway». Si traduce con: «Prendere o lasciare», «Fai come dico io o sparisci», eccetera. L’espressione ha dato il titolo alla canzone di un gruppo detto di pimp-rock (rock dei papponi). MGTOW è in un certo qual modo il Tao dei macho.

Il gruppo dei papponi si chiama Limp Bizkit e, interrogando Google, apprendo che questo nome è una deformazione di Limp biscuits, ovvero: «biscotto molle». Estremamente suggestivo. Avere il biscotto molle per un pappone significa senza dubbio l’orrore, la disoccupazione, la vergogna. Questa nominazione dunque è apotropaica: si scongiura la maledizione con il solo fatto di assumerla with pride. È quello che hanno fatto gli omosessuali con l’insulto «queer».

C’è di più: consultando The Urban Dictionary, la cui lettura per me è sempre un più-di-godere in ragione della straordinaria inventiva della parlata di strada negli Stati Uniti, cado sull’espressione Penis biscuit, che designa una certa pratica che mette in gioco il prepuzio. Andate voi stessi a vedere perché, come si faceva un tempo per velare le oscenità, non potrei riprodurre la definizione senza tradurla in latino, ed essendo i tempi della mia scuola preparatoria[4] molto lontani, non ho più subito a mia disposizione il vocabolario che ci vorrebbe.

Ad ogni modo è sufficiente seguire sul Web mgtow.com, il sito incaricato di diffondere la filosofia del movimento e le sue principali attività, per verificare che sviluppa bene, come dice Wikipedia, un’ideologia misogina, antifemminista e piena di odio. In Francia non abbiamo ancora l’equivalente.

Vedo solo il discorso di uno Zemmour che, a rigore, potrebbe essere preso come la prefigurazione di un simile movimento, o piuttosto come l’espressione del desiderio che esista. Ma il polemista francese resta un mascolinista timido, che è lungi dal manifestare nei confronti delle donne la detestazione – molto argomentata, bisogna riconoscerlo – che consacra alle minoranze di colore che, ai suoi occhi, infestano il paese e lo conducono alla rovina. Vede nei francesi musulmani dei futuri dominanti e fa tremare la maggioranza koufar predicendole che diventerà inesorabilmente minoritaria. Ciò che è rilevante è che la sua retorica è ricalcata su quella di quei decoloniali, persone che difendono il genere e woke che lui mette alla gogna. Si accontenta di capovolgerla. È l’epoca che lo vuole: la stessa struttura di pensiero si impone a tutti, a voi, a me. È lo spirito del tempo, lo Zeitgeist.

L‘assioma di supremazia

Se mi soffermo su MGTOW è perché in questo movimento si vedono all’opera, e come allo scoperto, molti degli assiomi costitutivi del paradigm shift dei nuovi tempi. L’espressione è di Kuhn, l’idea deve molto a Foucault e lui stesso ne è debitore a Koyré, non risalgo oltre.

Qual è la nozione iniziale di questo cambio di paradigma? Diciamo, per ipotesi, che è l’ingiustizia distributiva. Questa nozione molto antica prende qui la forma di quello che chiamerò l’assioma di supremazia. Resta inteso che la società sia da cima a fondo strutturata da una matrice di dominazione, essendo la dominazione una relazione asimmetrica tra due potenze di segno opposto (binarismo!). Con MGTOW, non sono i capitalisti e i proletari, né le élites e il popolo, né i Franchi e i Galli, e altro ancora, sono, più semplicemente, le donne e gli uomini.

In effetti, secondo MGTOW, le donne hanno il sopravvento nella società. Questa va a loro esclusivo vantaggio, e a scapito degli uomini. Esse hanno, avviluppato al corpo, il desiderio e l’intenzione di truffare, di derubare e di castrare gli uomini (Lacan, confessiamolo, è andato a volte in questo senso, ma sss! non lancerei questo senza alquante precauzioni).

Dal momento in cui si decide di recensirle, le prove della supremazia femminile sono innumerevoli: in caso di divorzi o separazioni, i tribunali favoriscono regolarmente il secondo sesso; sulla fiducia accordata a occhi chiusi alla parola femminile, gli uomini si vedono imputare, senza prova, molestie, incesti e stupri, mentre non c’è nessuno per redimere l’innocenza maschile oltraggiata. Tutto cospira per sminuire, ridicolizzare e scacciare i valori virili.

Da noi, Alain Juppé – il nome giusto per antifrasi5 – ha patito per anni per avere proclamato, un tempo, quando era primo ministro: «sto dritto nei miei stivali»6. Un giorno ho avuto l’occasione di dirgli di persona, nel suo ufficio del comune di Bordeaux – dove gli avevo chiesto il suo aiuto per contrastare le azioni di un gerarca del suo partito che vedeva nel fatto che non c’era un diploma di Stato di psicoanalisi «un vuoto giuridico» da colmare – che l’epoca non permetteva più a un uomo politico di fare il gradasso parlando dei suoi stivali e del suo «tenersi dritto» come un fallo eretto mentre il Nome-del-Padre aveva smesso ormai da tempo di essere in primo piano nelle nostre società in quanto è stato rimpiazzato dal Desiderio della Madre. Qualche anno più tardi, lo psicoanalista-giornalista Michel Schneider, benché rabido anti-lacaniano, battezzava in modo eccellente il significante metaforico con un appellativo orwelliano: Big Mother.

Quattro anni fa la Francia ha eletto Macron, un perfetto cocco di mamma, sposato, molto chiaramente, al di là dell’Edipo.

 

Lassioma di separazione

Vuol dire che ormai tutto non sarà altro che benevolenza, dolcezza, tenerezza, detto in una sola parola, care? Questa parola inglese che si traduce con il termine cura, ingloba prudenza, awareness, prendere coscienza delle cose, rendersi conto, prestare attenzione nell’esecuzione di un compito, procurare a un vivente i mezzi per perpetuarsi nell‘essere, eccetera.

Vuol dire che si uscirà dalla logica suprematista con dei mezzi pacifici e legali, gentilmente, con la diplomazia e la transazione, con la parola, parlamentando e negoziando con i dominanti?

Una cosa del genere è esistita. Pensiamo alla «rivoluzione di velluto» del 1989 in Cecoslovacchia, la sametovà revoluce. O anche all’uscita dolce dall’apartheid in Sudafrica, che valse a Nelson Mandela e al leader della minoranza bianca prima dominante, Frederik De Klerk, il ricevimento congiunto del Premio Nobel per la pace nel 1993. Risalendo indietro nel tempo, il movimento americano dei diritti civili negli anni ’60 aveva come canto di guerra il protest song We shall Overcome, Noi trionferemo ma la sua ispirazione era comunque non-violenta, umanista e universalista, come manifestava il negro spiritual Kumbaya, my Lord, appello a Dio perché torni (kumbaya è una corruzione di come back) e venga in soccorso degli interessati, risponda ai loro bisogni, insomma, take care.

Questo è esistito, ma era prima del paradigm shift. Da allora si è irresistibilmente imposto il secondo assioma, che definirei di separazione. Che cosa dice? Stabilisce cose come queste: «Non avrai relazioni amichevoli con la parte avversa. Andrai per la tua strada. Non scenderai a patti. Vorrai bene come a te stesso non al tuo prossimo ma al tuo simile. Amerai lo stesso come te stesso. Fuggirai l’altro come Satana. Chi si assomiglia si piglia. Che nessuno di dissimile entri qui».

Se volessi fare piacere ai miei amici argentini, direi che di tratta dell’assioma Peron. In effetti, tra i grandi principi enunciati dal marito di Evita, c’era questo: “No hay nada mejor para un peronista qué otro peronista“. Quale nome proprio potrebbe essere assegnato all’assioma di supremazia? Nessun nome di marxisti. No, potrebbe essere l’assioma Gobineau.

Sotto l’effetto dell’assioma di separazione, numerosi membri del MGTOW arrivano fino al punto di astenersi da ogni tipo di commercio sessuale con il sesso opposto per evitare di esporsi alle seccature che attendono quanti collaborano con il nemico, in particolare quelle accuse menzognere familiari alle megere di #Metoo.

Il Génie lesbien di Alice Coffin, che fece sussultare quasi tutta l’opinione illuminata del paese, lo scorso autunno, non è che MGTOW rovesciato: FGTOW, in un certo qual modo. Molto classico.

 

Presto, ritirandosi in un ripugnante regno,
La Donna avrà Gomorra e l’Uomo avrà Sodoma
E rivolgendosi da lontano uno sguardo irritato
I due sessi moriranno ciascuno dal proprio lato.

Alfred de Vigny aveva già, a suo modo, questo concetto di «monosessuale» in cui Foucault, negli ultimi anni della sua vita, riponeva tutte le sue speranze di felicità e da cui traeva la sua gioia di vivere, come dimostra Éric Marty in Le Sexe des Modernes. La Coffin ha avuto il merito di dar voce a ciò che si sussurra da tempo immemorabile nei circoli lesbici più rispettabili e affermati. La novità è che quello che una volta era sussurrato nelle orecchie delle fidanzate ora viene vociferato in pubblico e su tutte le frequenze radio. Perché questa nuova tolleranza verso l’intolleranza? Perché viviamo sotto il regime dell’assioma di separazione.

E quando Tartufo e Tartufa protestano e gridano: «Mio Dio, risparmiaci i gusti disgustosi di queste lesbiche!». Che cosa possiamo risponder loro, se non: «Fate zapping, T e T, fate zapping, per l’amor di Dio, se vi disgusta così tanto! State tra di voi!».

Valerie Solanas aveva già detto tutto sin dal 1967 nel Manifesto SCUM: «Poiché la “vita” in questa “società” è, nel migliore dei casi, terribilmente noiosa, e poiché nessun aspetto della “società” è rilevante per le donne, l’unica cosa rimasta per le donne impegnate, responsabili e avventurose è la possibilità di rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automatizzazione totale, ed eliminare il sesso maschile». E bang! E bang! E bang! Ella spara tre colpi di pistola ad Andy Warhol, poveretto. È quasi morto e ha vissuto tutta la sua vita nel terrore di Solanas. A lei fu data una valutazione psichiatrica e tre anni di carcere. Morì a San Francisco nel 1988. In questa stessa città, la sua opera teatrale Up Your Ass, ovvero, In culo a te, il cui manoscritto aveva dato a Warhol, è stata rappresentata per la prima volta nel 2000. Secondo il Village Voice, aveva giurato di cancellare tutti gli uomini dalla faccia della terra. Norman Mailer la chiamava la Robespierre del femminismo (vedi Wikipedia).

A questo stadio, Solanas o MGTOW, tutto è ancora semplice. È la guerra dei sessi, conosciuta dalla notte dei tempi, ma portata avanti con tuoni infuocati e proiettili veri (non sono ancora segnalati omicidi commessi da MGTOW, ma arriverà presto).

Questa incandescenza riflette l’irresistibile salita, in questa epoca, del desiderio di segregazione, per chiamarlo così. Per parodiare Sully, suprematismo e separatismo sono le due mammelle della segregazione. Ci travolge con la sua onda, tutte e tutti noi, i pro, i contro, i neutrali, la destra, la sinistra e il resto.

Un brivido nuovo

Victor Hugo scrisse di Baudelaire a Baudelaire che aveva creato «un brivido nuovo». È questo. Con l’entrata in scena del trans, personaggio spesso pittoresco nella nostra commedia umana – (Il trans in Balzac? Certo, sotto forma dell’androgino, Serafito-Serafita) – un brivido nuovo passa nella civiltà.

Quello che porta il trans è un disturbo. Non il disturbo nel genere, che è intrinsecamente confuso, ma il disturbo, porta guai, nella guerra immemorabile tra i sessi.

Prima del trans, il mostro era l’ermafrodito. Anche lui disturbava l’ordine pubblico sessuale. Ma l’ermafroditismo è solo una faccenda d’organi. Un ermafrodito è un caso biologico, e ad ogni modo raro. L’androginia, invece, è una creatura mitologica, è una questione di look e di life style. Un androgino è qualcuno il cui aspetto non permette di determinare a quale sesso appartenga. Questo accadeva già nell’antica Grecia o a Roma: si veda Le sexe incertain di Luc Brisson. Non è un disturbo dell’identità sessuale in quanto tale. Il trans è un’altra cosa.

 

La prosopopea del trans

Come Voltaire, Foucault amava fare il ventriloquo. Nei suoi libri, dava volentieri la parola a interlocutori, a contraddittori, fittizi. Inventava argomentazioni per loro, componeva discorsi per loro, e poi abbandonava la sua voce di pancia per riprendere quella di gola per rispondere a suo nome ai suoi burattini. Usa questo procedimento, se ricordo bene, a partire dalla fine della Storia della follia. Ebbene, un attivista trans di oggi – editore, per esempio, di uno di quei siti così ben fatti che fioriscono su Internet da due anni, Vivre Trans o Seronet – se per caso la mia conversazione con Eric Marty arrivasse alla sua attenzione, come potrebbe farmi la predica? Tocca a me inventarlo.

Il mio trans immaginario direbbe qualcosa come:

“Né Marty, né lei, e neppure Butler, siete trans. Lei parla dei trans. I trans sono gli oggetti delle vostre chiacchiere, così come sono stati per molto tempo gli oggetti del discorso medico, del discorso psichiatrico, del discorso psicoanalitico. Beh, questa storia è finita. Uno spostamento di forze di dimensioni che lei non può immaginare, tale da sconvolgere la cultura e la civiltà, ha fatto sì che i trans abbiano preso la parola – come molto tempo fa è stata presa la Bastiglia, diceva Michel de Certeau s.j. a proposito del maggio 1968. D’ora in poi, i trans parlano dei trans, parlano dei trans ai trans, parlano dei trans ai non-trans, che, invece, hanno molto da imparare e molto da farsi perdonare. Chi più di un trans è qualificato per parlare di un trans?».

Lui o lei continuerebbe: «Nonostante ciò che si pensa e si desidera, non si tornerà indietro. Il Genio non tornerà nella lampada. È così. In futuro dovrete fare i conti con noi, con la nostra parola, con la nostra sensibilità, con le nostre rivendicazioni e le nostre speranze, con le nostre sofferenze che esprimiamo con le nostre parole e non con le vostre, che, detto tra noi, sanno di stantio. Non siete più creduti, siete cotti, non siete più credibili. L’uno fa l’epistemologo, Marty, professore di letteratura, l’altro fa il clinico, Miller, ex studente dell’École Normale Supérieure, dove ha studiato filosofia. La vostra epistemologia, come la vostra clinica, non sono che gli scarti di un’ideologia superata ed esaurita, che riflette strutture di dominazione patriarcale ed eterosessuale che sono ormai obsolete. Non siamo più i prigionieri, gli ostaggi impotenti del vostro detestabile “sapere -potere”. Le nostre parole non sono destinate ad alimentare le vostre pedanterie critiche. Quella che voi chiamate orgogliosamente la vostra “clinica” non è che uno “zoo umano”, degno di quelli in cui, ai tempi delle colonie, esponevate gli sventurati che strappavate spietatamente alla loro vita libera e selvaggia, tanto più civile della vostra, per farne degli estranei nel loro proprio paese, degli indigeni, e infine degli animali da fiera».

Conclusione: «Avete solo una cosa da fare: tacere. E poi, pentirvi. E poi, dopo aver ammesso la vostra colpa, andrete alla scuola dei trans, dove imparerete finalmente chi siamo, cosa di cui non avete la minima idea. Imparerete in quali termini dovete rivolgervi a noi, e con quale orecchio ascoltarci. Perderete l’abitudine di parlare al posto nostro. E terrete a freno la lingua prima di contraddirci, giacché chi conosce meglio di noi il nostro vissuto, il nostro sentire trans?».

«L’ho ben scesa?»

«L’ho ben scesa?»7. La frase di Cécile Sorel, una sera degli anni ‘30, è diventata un luogo comune. Aveva lasciato la Comédie Française per il Casino de Paris, e interpretava per la prima volta la showgirl, quando si rivolse a Mistinguett, star confermata del music-hall, «le più belle gambe del mondo», che la guardava gelosamente dalla parte anteriore del palco. Sorel aveva, infatti, appena sceso con disinvoltura la grande scala Dorian del Casinò, che, dice Google, «ruppe più di una caviglia e più di una carriera di ballerina leggera».

E io, ho interpretato il trans senza stonatura, senza slogarmi la caviglia da ballerina leggera? – Poiché è ballando che si dovrebbe scrivere, non è vero? Come raccomandava dopo Nietzsche, il mio bell’amico Severo Sarduy, il beniamino cubano di François Wahl, editore di Lacan presso Seuil, e che, prima della dissoluzione dell’École freudienne nel 1981, fu per me un amico fedele.

Se ora fossi Mistinguett, e dovessi valutare la performance di Jam come ventriloquo trans, non gli darei un gran voto. Un vero trans direbbe forse che le parole psi «sanno di stantio»? Sì, è un fatto, molte puzzano. Mentre il vento che Lacan faceva soffiare sulla psichiatria e la psicoanalisi non ha spazzato via i miasmi, non c’è un buon odore, Deleuze e Guattari lo dicevano perfidamente dello studio dell’analista. Ma bisogna avere familiarità con i luoghi, come ce l’ho io e come l’aveva Guattari, per permettersi tali volgarità. Un vero trans non lo direbbe in questi termini, mi sembra. Sarebbe più educato.

 

Preciado entra in scena

La prova di questo è la larghezza di vedute esaltata dal rigore – un rigore certamente un po’ rigido per i miei gusti – con cui Paul B. Preciado (FtoM) si rivolse al pubblico riunito per le 49° Giornate dell’École de la Cause freudienne. Fece un lodevole sforzo per rieducarci e per convincerci che la psicoanalisi aveva possibilità di sopravvivere solo a condizione che avessimo preso lui e i suoi amici come nostre guide e avessimo abbandonato la sua reverenza nei confronti di un patriarcato morto e sepolto da tempo, senza che ce ne fossimo accorti. Questo era poco meno di due anni fa. Preciado fu così soddisfatto di sé, oltre che di noi, che trasformò immediatamente la sua conferenza in un libro, con un titolo ispirato a Kafka: Je suis un monstre qui vous parle. Rapport pour une académie de psychanalystes, un libro che ha il patrocinio di Judith Butler, la dedicataria, e che fu accolto da Olivier Nora nella prestigiosa casa editrice Grasset che dirige.

Si può certamente rimproverare a Preciado di essere andato oltre il tempo concordato per la sua conferenza, mezz’ora, il che ha accorciato la mezz’ora destinata alla conversazione improvvisata che doveva avere sul palco con due analisti delegati dall’École. Lo scambio è durato solo otto minuti, orologio alla mano. Tuttavia, durante questo breve momento che alla fine ha concesso, è stato davvero incoraggiante per la professione: « Penso che potrete mantenere il vostro posto e il luogo che avete storicamente inventato, nella misura in cui sarete in grado di entrare in dialogo e di essere in relazione con il presente, con la radicalità politica contemporanea». Un cortese invito a un aggiornamento. La carota dopo il bastone. La penso come lei: la professione è rimasta indietro.

Il suo discorso del mostro, il bastone, lo ha letto. Un’arringa forte, militante e veemente. Ci ha parlato come un maestro, come un imprecatore, quasi come un profeta. Tuttavia, il nostro collega Ansermet, uno dei due membri dell’ECF incaricati di dibattere con lei, psicoanalista lacaniano, professore di psichiatria infantile in non so quanti dipartimenti e servizi universitari e ospedalieri in Svizzera, autore di non so quanti libri, e unico membro straniero del Comitato etico francese, ha saputo accogliere il suo manifesto con calore ed equanimità: «Paul, grazie. Abbiamo capito che aveva prima di tutto qualcosa da dirci!».

Che lei abbia poi pubblicato la sua conferenza senza menzionare affatto lo scambio conclusivo con Ansermet, che abbia lasciato che la stampa simpatizzante la presentasse come un perseguitato, un maledetto, fischiato da un pubblico di ritardati ringhiosi, lo posso capire (so fare lo svizzero anche io, nel mio tempo libero, così come Ansermet fa molto bene il francese quando vuole). Lei ha un pubblico tutto suo, e non deve confonderlo troppo raccontandogli che è stato ricevuto da praticanti attenti e senza la minima aggressività nei suoi confronti. Il pubblico ha apprezzato la buona volontà che lei ha dimostrato accettando il nostro invito e ha applaudito calorosamente la sua eloquenza. Si sono sentite due o tre grida ostili, è vero, mentre i suoi ascoltatori erano tremila e cinquecento. E non mi dica che ognuno la vede a modo suo: si dà il caso che le Giornate dell’École siano sempre filmate.

Quindi, lei ha imbrogliato, Preciado. Direi che è giusto così, se fossimo in guerra. Ma non lo siamo, anche se a lei piacerebbe molto che lo fossimo, perché ha bisogno, non è vero, di Uomini neri per animare la sua truppa di trans, che non significa affatto tutti i trans, ma i bersaglieri di una comunità che lei crea proprio andando avanti a tappe forzate.

Anch’io ho conosciuto quelle speranze. E non erano molti, i barbudos, quando rovesciarono il dittatore Batista a Cuba e installarono la famiglia Castro al potere, che è ancora lì, 1959-2021. Quindi, ogni speranza le è permessa.

 

Una demografia vertiginosa

Di trans, sa, Preciado, con qualunque nome li si chiami, ne incontriamo più di quanto dovremmo, come analisti e come psichiatri, soprattutto ora che il loro numero non cessa di crescere, conformemente alla formulazione sacerdotale del Pentateuco: «Siate fecondi e moltiplicatevi», dei verbi parah e rabah (Genesi, I, 28). Le dico subito che su questo punto la mia scienza è nuova, e mi viene da un recente articolo della Nouvelle Revue théologique, dovuto a padre Maurice Gilbert, s. j., ex rettore del Pontificio Istituto Biblico di Roma.

Quest’ultimo nota a questo riguardo che una tradizione rabbinica vuole che le ingiunzioni di Gn I, 28 si rivolgano solo agli uomini, cioè non si rivolgono alle donne. Come diavolo volevano fare per «moltiplicare»? Non ne so di più. È ancora un mistero.

Un’omelia, di cui non si sa se è di Basilio o di Gregorio di Nissa, aggiunge al binomio verbale un’ingiunzione terza: «E riempite la terra». Non si può dire che gli Ebrei abbiano beneficiato di queste raccomandazioni. E anche se a volte si concede loro di avere monopolizzato il mondo, non è che una goccia d’acqua, sono solo 14 milioni in tutto e per tutto, mentre i musulmani sono 1,6 miliardi, e saranno quasi 3 miliardi nel 2050, trattando allora alla pari con i cristiani, che invece oggi sono due miliardi e qualcosa. Allo stesso tempo, gli Ebrei saranno cresciuti solo di 2 milioni. I miei numeri risalgono al 2010, ma la fonte è attendibile (il Pew Research Center).

Un curioso incrocio, avrebbe detto Foucault. Mano a mano che la demografia del piccolo «popolo eletto» cala, «il popolo trans», invece, prende il suo posto, e sembra aver iniziato bene per «riempire la terra». Tutti gli indicatori vanno nella stessa direzione: sempre più persone nel mondo si sentono e si dicono trans. In Francia non si contano – non ancora. Tuttavia, nel 2011 sono state effettuate delle stime che danno la cifra di 15000 persone che si identificano come transgender. Negli USA, invece, si contano e si computano. Cinque anni fa, la popolazione trans US era di 1,4 milioni di adulti, pari allo 0,6% della popolazione adulta. Cinque anni prima, nel 2011, questa percentuale era inferiore della metà, allo 0,3%, cioè 700000 persone (riprendo tali e quali le cifre date in un articolo del 2016 del New York Times).

Per prendere la misura di ciò che rappresenta un tale tasso di crescita, confrontiamolo, per esempio, con la popolazione francese. Sapendo che il tasso di crescita di quest’ultima è dello 0,4%, la curva che rappresenta il logaritmo neperiano di 2 permette di sapere che in Francia, a tasso costante, la popolazione impiegherebbe 173 anni a raddoppiare, mentre il raddoppio della popolazione trans americana, per la quale si dispone di dati affidabili e dettagliati, si effettua, come si è visto, in soli cinque anni.

Da qui il sentimento diffuso nell’opinione poco illuminata di una «invasione», di una «epidemia», e la tesi perniciosa recentemente diffusa nei mass-media francesi da una certa autorità accademica borghese, secondo la quale ci sarebbero «un po’ troppi» transgender. Giudizio di valore biopolitico, formulato a cuor leggero, privo di qualsiasi scientificità, e che esprime un pregiudizio in una forma sconveniente.

Bisogna per questo avallare il discorso spesso trionfalistico dell’avanguardia trans? Essa lascia intendere, per parafrasare Aragon, che il trans sarebbe l’avvenire dell’uomo – e della donna, e di ciascuno, e ciascuna.

Il trans ai giorni nostri è spesso descritto come un eroe dei tempi nuovi per aver stroncato l’antico patriarcato e i suoi odiosi stereotipi alfine di aprire all’umanità la via radiosa dell’autonomia di genere. Il non-trans, invece, appare come un trans vergognoso, inibito o nevrotico, che nega per codardia, stupidità e transfobia, il divenire-trans che sarebbe la vocazione di ogni essere umano. Cavalcando l’euforia demografica generata dalla crescita esponenziale del numero di trans di cui abbiamo visto prima la realtà effettiva, i dirigenti del movimento di emancipazione trans sono inclini a proferire ora degli enunciati che a volte assumono la forma di quello che potremmo chiamare suprematismo trans.

Un aspetto negativo

Dico la parola, che ferirà: si tratta di Schwärmerei. La parola è kantiana. È un intraducibile. È variamente reso in francese: entusiasmo o esaltazione della mente, fanatismo, digressione, stravaganza, illuminismo. Torniamo sulla terra. Forse i dati che seguono saranno più accettabili per i capi trans quando provengono da uno/una dei/lle loro e non da un(a) psichiatra o da un(a) professore(ssa) di psicopatologia. Leggiamo, per esempio, ciò che Claire L. (Mtof) ha scritto sul suo blog mobilisnoo.org nel 2018: «Se si sente la necessità di conteggiare le persone trans è anzitutto perché questa popolazione ha nettamente più rischi di suicidio rispetto al resto della popolazione, e perché trattamenti farmacologici particolari e, in alcuni casi, chirurgici, sono loro necessari». Precisa: «Rispetto agli adulti cisgender, gli adulti transgender hanno tre volte più probabilità di avere già pensato al suicidio, e quasi sei volte più probabilità di avere già tentato il suicidio». Infine, preoccupata per la buona gestione della sanità pubblica, raccomanda di «valutare con un buon margine di manovra il numero di persone interessate. Questa volumetria permetterebbe anche di adottare le misure amministrative adeguate per essere in grado di gestire, in tempi ragionevoli, i cambiamenti di stato civile necessari a una vita normale dei transgender». Monito salutare perché nel paese dei trans non sono tutte rose e fiori e, prima di essere dei militanti della causa trans, sono semplicemente persone più fragili di altre, più minacciate, e che soffrono di più.

La cattura delle isteriche

I trans, in che modo dei praticanti che provengono da Freud si rifiuterebbero di ascoltarli, quando questi ne manifestano il desiderio, il che non avviene sempre? È risaputo che Freud ai suoi tempi aveva saputo ascoltare quelle donne isteriche che i medici più attenti prendevano per delle simulatrici e delle attrici. Charcot le esibiva sulla scena del suo servizio alla Salpêtrière. Freud ne è stato testimone, poiché venne a formarsi con lui dall’ottobre del 1885 al febbraio del 1886. In quella viuzza Le Goff, nel Quartiere Latino, dove Sartre, il Poulou de Le parole, avrebbe trascorso la sua infanzia fino ai dodici anni, una targa apposta sull’Hotel du Brésil ricorda il soggiorno che vi fece il giovane borsista austriaco.

Tornato a casa, Freud non si fece l’emulo di Charcot, non aprì un teatro viennese dell’isteria. Quelle donne – anche alcuni uomini, non meno isterici – le ricevette nel suo piccolo studio divenuto oggi luogo di memoria, e cominciò ad ascoltarle una per una. Il giovane André Breton nel 1921, quando arrivò tutto fremente all’incontro con lo scopritore dell’inconscio, fu terribilmente deluso nello scoprire «una casa di mediocre aspetto», dei pazienti «del genere più volgare», e un praticante la cui modesta figura di «posato borghese» non aveva nulla di dionisiaco (vedi Lacan, Scritti, p. 638). Per la verità, trent’anni dopo, Breton rinnegò pietosamente il racconto che aveva fatto della sua visita, e diede la colpa del suo accecamento a «un deplorevole sacrificio allo spirito dadaista».

Perché è proprio da questo luogo, che non sembrava un granché, che sarebbe partito un movimento che conquistò progressivamente l’insieme dell’Occidente e che stravolse da cima a fondo i costumi delle nostre società. In effetti è proprio all’introduzione di un personaggio inedito nella commedia umana, lo psicoanalista, tutto il contrario del «Maestro» di cui la nota foto di Charcot dà una rappresentazione caricaturale – fa pensare a un quadro del museo di Bouville ne La Nausea – lo psicoanalista e la sua pratica dell’ascolto – che non ha nulla in comune con la pratica giudiziaria dell’ammissione di colpa e neppure con la pratica religiosa della confessione, con buona pace del Foucault de La volontà di sapere – che si dovette la scomparsa su tutta la superficie del globo di quelle grandi «epidemie isteriche», come le chiamavano gli psichiatri, che ottennero gli onori della cronaca nel XIX secolo. Una di queste, nel 1857, la famosa possessione demoniaca di Morzine, piccolo villaggio savoiardo, tempo fa fu oggetto di una tesi al Dipartimento di psicoanalisi che dirigevo a Parigi 8.

Tuttavia, al tempo di Freud, non c’erano gruppi militanti o lobby che si dedicavano all’emancipazione delle isteriche, al loro empowerment. Quelle donne andavano da lui ciascuna di propria iniziativa, per conto proprio, e lui le accoglieva una per una, faccia a faccia, poi ha inventato di farle distendere. Non era proprio un «In piedi, dannati della terra! In piedi, forzati della fame!». Nessuno dei fenomeni che caratterizzano i gruppi o le masse, le «folle» come diceva Gustave Le Bon, veniva allora a interferire. Ciò non significa che Freud pensava che questi fenomeni uscissero dal campo che aveva aperto. Doveva strutturarli in termini metapsicologici nella sua Massenpsychologie del 1921 – che Lacan ci insegnò a leggere nel 1964, nel suo Seminario dei Quattro Concetti fondamentali della psicoanalisi. Più tardi, in occasione degli eventi del maggio 1968, Lacan offrì un nuovo varco con la sua invenzione del discorso del Padrone come rovescio della psicoanalisi, da cui deriva la sua idea che “l’inconscio è la politica”, formula molto illuminante che è stata poco compresa.

Lacan elogia Freud, che seppe mostrarsi «docile all’isterica». Vorrei potermi congratulare anche io con il praticante di oggi per essersi saputo fare «docile al trans». È davvero così?

Continua…

Questo articolo esce dapprima ne La Règle du jeu. Apre inoltre un numero di Lacan Quotidien di oltre 100 pagine, intitolato: «2021 Anno Trans». Questo numero eccezionale, 928, è disponibile sul sito: www.lacanquotidien.fr

 

Traduzione di Adele Succetti, Rachele Giuntoli, Laura Pacati e Giuliana Zani

[*] Articolo pubblicato in “Lacan quotidien”, n°928, disponibile qui:
https://lacanquotidien.fr/blog/2021/04/lacan-quotidien-n-928/
[1] In francese, autori, autore e autrici cominciano con la stessa au di autruche, struzzo.
[2] Nel testo: dupes.
[3] Nel testo: dandy-naient; omofono di dandiner, ancheggiare.
[4] Khâgne in argot studentesco è corso propedeutico all’École Normale Supérieure.
[5] Jupe: gonna.
[6] Traduzione letterale di: Je suis droit dans mes bottes, espressione idiomatica che significa: Sono fedele ai miei principi.
[7] “L’ai-je bien descendu?”, si riferisce alle scale ma, nell’uso comune, significa: gli ho sparato a morte?

LQ SOMMAIRE 928

 

  1. Jacques-Alain Miller, Docile au trans

 

DU CÔTÉ DES TRANS

Alice, Cisgenre et transgenre

  1. Fred, Épidémie de transphobie
  2. Anonyme, Que signifie être transgenre ?
  3. Collectif, Les enfants sont des personnes

 

PERSPECTIVES DU CHAMP FREUDIEN

  1. Jean-Claude Maleval, Notes sur la dysphorie de genre
  2. Flavia Hofstetter, L’exil du genre ?
  3. Philippe De Georges, Le spectre du vrai sexe
  4. Angelika Muta, Trois Trajets Trans
  5. Éric Zuliani, Des lieux sans identité
  6. Francesca Biagi-Chai, Sur les cas de transsexualisme
  7. Jean-Louis Gault, L’incertitude du sexe dans l’hystérie
  8. Graciela Brodsky, Notes sur le transsexualisme
  9. Marco Focchi, Une sexualité sans centre
  10. Hélène Bonnaud, Le mode méfiance
  11. Éric Laurent, Du paradigme trans

 

RÉACTIONS A CHAUD

  1. Agrégat AMP, Vingt messages à brûle-pourpoint

 

LES TRANS FONT LA LOI

  1. Marlène Schiappa, La journée de la visibilité transgenre
  2. Légifrance, L’interdit de la discrimination dans la législation française

 

UNE LECTURE ANTHROPOLOGIQUE

  1. Jean-Pierre Lebrun, L’enfant est-il d’emblée une personne ?

 

UN DERNIER SON DE CLOCHE

NOUS ARRIVE IN EXTREMIS DE BUENOS AIRES

  1. Flory Kruger, Lettre à Jacques-Alain sur les trans