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Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°32 – edizione straordinaria

Introduzione al XVIII Convegno SLP-Cf: Il reale del sesso

Intervista ad Angelina Harari – Presidente AMP

a cura di Carlo De Panfilis – 26/05/2021

Carlo De Panfilis: Avrà luogo tra pochi giorni il diciottesimo Convegno della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, il tema Il reale del sesso rinvia direttamente al “non c’è rapporto sessuale”.

La sfera sessuale confronta ciascuno con un punto di impossibilità, il sesso e il reale sono legati al tema della sessualità, del corpo e della riproduzione.

Non c’è rapporto sessuale ma c’è differenza sessuale, differenza nella posizione quanto al godimento, due tipi di godimento non complementari, al di là del sesso anatomico. I sessi sono due, sono due le modalità di godimento.

Nella nostra epoca ci troviamo davanti alla pluralizzazione dei sessi (bi, neutro, trans, ecc.) e alle teorie nominaliste riguardanti le diversità, incluse alcune cosiddette “non binarie”.  Su questo punto, per impulso di J.-A. Miller si è aperto un importante dibattito all’interno del Campo Freudiano.

Miller afferma che « l’ambizione dei gender è quella di passare dal regime dell’Uno fallico e della diade sessuale al molteplice del genere. Dal limite all’illimitato, dal fisso al fluido. C’è quindi proprio sostituzione. È un regime al posto di un altro »[1].

Quello che si presenta nella nostra clinica invece è un nomadismo dell’identità sessuale, interrogata, sofferta, agita, nel tentativo continuo di trovare una soluzione all’assenza del rapporto sessuale.

Una questione molto presente oggi in particolare negli adolescenti, quali riflessioni partendo dalla sua esperienza e prospettiva?

 

Angelina Harari:  Grazie per l’invito della Slp-cf ad introdurre il Convegno – Il Reale del Sesso. Ringrazio la presidente Loretta Biondi e il Consiglio che hanno pensato di realizzare questa intervista.

Per prepararmi ho avuto accesso a tre testi di orientamento: di Paola Francesconi, Davide Pegoraro e Silvia Morrone, ma anche all’intervento di Marco Focchi uscito su Lacan Quotidien n. 928 e al testo appena precedente di Antonio Di Ciaccia sempre sul tema Il reale del sesso. Trovo che l’argomento scelto dalla Scuola italiana diversi mesi fa sia assolutamente attuale. Prima di tutto per il motivo ripreso da Carlo, per il dibattito aperto da J.-A. Miller, ma anche in vista del prossimo congresso dell’EuroFederazione che si terrà fra poco Volere un figlio? e su tutta la questione della procreazione e delle nuove tecnologie. Penso anche che sia un tema che contribuirà alle Grande Conversazione Virtuale Internazionale dell’AMP, La donna non esiste.  Data questa attualità, è fondamentale non restringere solo al dibattito aperto da J.-A. Miller ma vedere i punti di intersezione tra il tema del Convegno della SLP e quel dibattito.

Su Lacan Quotidien n°925, con il titolo: Uragano sul gender, J.-A. Miller anticipa una conversazione con Éric Marty a proposito del libro che quest’ultimo ha appena pubblicato con Seuil, Il sesso dei moderni, una revisione della teoria del genere e dell’opera di Judith Butler[2].

Nel suo libro Marty ci fa ripercorrere con rigore come il significante gender – e l’idea di disturbo di genere proposto da Roland Barthes negli anni ’70 – sia stato portato alla dignità di un concetto essenziale suscettibile di rivoluzionare il pensiero della differenza sessuale ed è proprio qui il legame con il reale del sesso. La questione del genere pensata da Barthes nel 1970 rivoluziona il pensiero della differenza sessuale e della relazione uomo/donna e viene ripresa venti anni dopo da Judith Butler. Si tratta dunque di un dibattito cominciato nel 1970 e ripreso da Butler nel 1990, ma è solo oggi che, grazie a J.-A. Miller, possiamo leggere come questo significante padrone genere, sia l’aspetto cruciale che ci porta al discorso del padrone nell’attualità. A questo significante padrone se ne aggiunge poi un altro, estratto sempre da questo dibattito sul genere, la questione del trans.

Nel n°928 di Lacan Quotidien – un numero storico che vi invito caldamente a leggere, un numero di più di 100 pagine[3] – J.-A. Miller ci dona anche il testo Docile al trans, che a mio avviso è un’interpretazione che ha prodotto e continua a produrre delle onde. Ci dice come la psicoanalisi abbia fatto dell’ascolto un dispositivo molto apprezzato, la psicoanalisi ha dato importanza all’ascolto, dunque spetta ad essa la responsabilità, per esempio nel caso dei bambini trans, di mostrare come l’ascolto possa essere drammatico quando gli viene preclusa la possibilità dell’interpretazione.  Credo sia questo il punto importante a cui ci ha condotti J.-A. Miller; io stessa, dopo questa interpretazione,  ho avuto la possibilità di reagire e riflettere, come succede per ogni interpretazione, su quali possano essere gli effetti prodotti.  Una prima constatazione che ho fatto è che non ho mai lavorato il tema dell’identità di genere da un punto di vista psicoanalitico. La mia esperienza in quanto psicoanalista – Carlo mi chiedeva la prospettiva della mia esperienza – è per esempio quella al dipartimento di alcolismo e tossicomania dell’Istituto psichiatrico dell’Università Statale di San Paolo e anche nei centri di attenzione psicosociale (CAPS) multidisciplinari, comunque sempre centri medici. Qui ho potuto, in controllo, avere un primo incontro con il trattamento dei transgender attraverso le dipendenze e le psicosi. Con i miei colleghi mi trovavo in un ambiente immerso nel discorso del padrone e benchè la psicoanalisi fosse presente, perché noi c’eravamo come praticanti, non poteva incidere.  La mia riflessione riguarda proprio tutto il lavoro svolto per vent’anni, una volta alla settimana, in questa istituzione. Una riunione di controllo per giovani psichiatri e psicologi ma anche per assistenti sociali ecc. perché si trattava di equipe multidisciplinari con operatori di varie discipline.  Una seconda riflessione – e questa penso sia un’esperienza che si possa trasmettere – riguarda il fatto che in Brasile avevamo pensato di realizzare un Forum Zadig, per lavorare questioni della politica,  l’avevamo previsto per aprile 2020 con il titolo: Transessualità e singolarità.  Qual era lo scopo? Prendere in conto le sfaccettature del discorso del padrone davanti al quale la psicoanalisi non può indietreggiare, la questione del sesso e il disagio che produce. Dal lato politico significava resistere al governo brasiliano senza farlo a partire da un’opposizione frontale. Naturalmente questo forum non ha potuto aver luogo a causa della pandemia, ma abbiamo compreso subito che bisognava dire transessualità e non transessualismo perché quest’ultimo fa riferimento a una patologia, il che era inaccettabile per le associazioni trans. L’anno scorso non ci era chiaro, avevamo pensato di essere docili, ma forcludendo l’interpretazione dal lato della psicoanalisi cedendo sulla nostra risorsa principale, e dunque di essere docili non nella buona maniera, era un essere docili facendo tacere la psicoanalisi. Queste sono le mie due riflessioni, guardando retrospettivamente all’anno passato, dal lato della nostra esperienza.

Quest’anno organizzeremo all’inizio di luglio un forum Zadig ma il titolo è cambiato, abbiamo scelto Trans: letture. Cambia completamente la dimensione di quello che andremo a fare e in qualche modo è stata una fortuna che il Forum del 2020 non abbia avuto luogo.

CDP:  Avrei una seconda domanda che concerne il sesso, il reale, il corpo e la riproduzione.  Lo sviluppo della tecnologia della procreazione medicalmente assistita consente oggi di riprodurre un elemento della nostra specie con modalità fino a poco tempo fa inimmaginabili.  Per generare un figlio non è più necessaria una congiunzione tra sessualità e procreazione.

Oltre alla procreazione senza passare per le vie del sesso, la scienza dà la possibilità di intervenire sul corpo dell’uomo e della donna permettendo a chi vuole di modellare il proprio corpo nella forma del genere che vuole, di transitare da un genere all’altro.  Fare e farsi un corpo sono questi nuovi scenari della nostra epoca, nuove possibilità e nuove rivendicazioni ma anche nuove conseguenze per la soggettività. E qui che la psicoanalisi può intervenire e interrogare ancora.

AH:  Si, è proprio così. Per rispondere a partire dalla mia esperienza, come mi chiede, penso alla mia pratica come libera professionista, la mia pratica lacaniana e come questo tema emerga dalla parola analizzante. Sul tema della procreazione abbiamo un immenso campo: nella procreazione PMA, o con i soggetti omosessuali che riceviamo. Questa questione è importante per tutte le conseguenze che causa nella vita dei pazienti e nella vita delle persone che li circondano. Penso che sia un segno dei tempi e voglio prenderlo dal lato della questione trans, come emerge nella mia pratica, come sorge dal discorso analizzante.  In specifico dall’angoscia di una madre che riceve dalla sua unica figlia la dichiarazione di essere omo-trans. Quello che attira la mia attenzione è che i genitori, separati e risposati, ciascuno per proprio conto, provengono da un ambiente illuminato, dunque piuttosto accogliente, ma questo non impedisce l’emergere dell’angoscia a causa della riorganizzazione che questa affermazione della figlia comporta per la famiglia.

Anche se si tratta di una famiglia con una configurazione contemporanea, è una riorganizzazione abbastanza radicale. La figlia, alla vigilia del quindicesimo compleanno, dichiara di essere trans e chiede un aiuto. Ma, e questo è il punto, esige di vedere uno psi che sia lui stesso trans. Sua madre, analizzante, che fa parte di un élite culturale e ha frequentato un’università prestigiosa, in un primo tempo è sconvolta dall’idea di uno psi trans che prenda in cura sua figlia. Ma a poco a poco, temendo di perdere il rispetto della ragazza, con la quale ha un buon rapporto, cede e cerca uno psi universitario trans. Dunque, il tratto di questa vignetta clinica, di questa parola analizzante che ho voluto portare come riflessione, è il trans che esige uno psi trans. Come dicevo, rispondendo alla prima domanda, se la psicoanalisi ha fatto dell’ascolto un dispositivo molto apprezzato è sotto la nostra responsabilità, come l’ascolto nel caso della ragazza trans che dice a sua madre che quello non è il suo corpo, che lei è uomo e trans.  Questo è un punto delicato che mostra come trans sia diventato un significante padrone che sottomette: non si può esprimere un’opinione diversa, altrimenti vi prendono per uno spaventoso dominatore. Con tutta la delicatezza del nostro ascolto, cercando di non forcludere l’interpretazione, si tratta di trovare il momento giusto per intervenire. Con questa analizzante si è trattato soprattutto di uno scambio, per esempio lei mi ha inviato dei video di gruppi universitari di psicologi e psichiatri che ricevono in ospedale i bambini trans e che li accettano, li accolgono per quello che essi dicono e le loro affermazioni non possono essere messe in discussione, in nessun modo.  Lei mi invia dei video e anch’io le invio dei video su whatsapp, per esempio un video di Lacan TV del nostro collega Eric Zuliani dell’ECF, video che si avvicina al documentario, nel quale vengono trattate alcune esperienze di trans pentiti per i trattamenti che hanno subito nella loro adolescenza.

Dunque, non ci si può opporre ma non si può mai cedere su un’altra possibilità di interpretare. Ecco quello di cui ho voluto parlarvi oggi a partire dalla mia esperienza, dalla prospettiva della mia esperienza.

[1] E. Marty e J.-A. Miller, Rete Lacan n°27 – edizione straordinaria, Colloquio su Il sesso dei moderni, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/
[2] https://lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2021/03/LQ-925.pdf , in italiano ibid.
[3] https://lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2021/04/LQ-928.pdf, una traduzione in italiano si può trovare su Rete Lacan n.29, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-29-edizione-straordinari/

Conversazione: Il corpo nella contemporaneità*

Antonio Di Ciaccia: Buongiorno a tutti. “Domenico Di Ciaccia”[1] vi augura “buongiorno” a tutti.

Allora, il corpo nella contemporaneità. Il corpo. Lacan ha preso tempo per affrontare la posizione del corpo al livello del reale. Con Joyce, Il sinthomo, il corpo entra con prepotenza nell’insegnamento di Lacan. Sebbene già dal Seminario Ancora Lacan ricorre a quest’espressione: «ll reale è il mistero del corpo parlante, è il mistero dell’inconscio»[2]. «Corpo parlante» che poi chiamerà «parlessere». Il corpo è quindi nella contemporaneità centrale nella questione del “reale del sesso”.

Oggi ne parleremo con Fabrizia Di Stefano, studiosa. Fabrizia è veramente una studiosa. Studia Lacan dagli anni Settanta. E il suo Il corpo senza qualità. Arcipelago queer[3], pubblicato da Cronopio, lo testimonia. Libro sul quale del resto, Fabrizia se ne ricorderà, abbiamo fatto già un lavoro, se non erro presso la Casa Internazionale delle Donne con la Sezione clinica di Roma, una decina di anni fa. E oltre a questo libro, Fabio e io abbiamo avuto il piacere di poter leggere la postfazione che Fabrizia ha scritto per il libro Pazze di Gioia. Savie di dolore[4] di Porpora Marcasciano, autrice che lei definisce come «l’archivio vivente del movimento transessuale italiano». Il libro di Fabrizia fa un costante riferimento a Lacan, ma anche la postfazione. Anzi, a questo riguardo sono rimasto meravigliato perché Fabrizia ha colto molto bene quella torsione che lei chiama “inaspettata”, torsione che Lacan fa nel Seminario XIX rispetto al fallo. Da significante padrone lo fa di nuovo scadere al livello del significato, anche se in tutt’altro registro rispetto ai primi tempi del suo insegnamento. In questo Seminario, cito Lacan: «il significante è il godimento»[5].

Vorrei ricordare anche un’altra cosa di Fabrizia, il “progetto T” che ha messo in piedi: un laboratorio per l’infanzia e la prima adolescenza. Leggo: «fornire un momento di decantazione, di sperimentazione delle problematiche presenti, essendo in queste fasce di età prematuro stilare una diagnosi certa e, quindi, lo scopo del progetto è di fornire un primo punto di ascolto dei bambini e dei loro genitori allo scopo di verificare l’opportunità o meno della presa in carico del bambino o dell’adolescente da parte di un centro specializzato ospedaliero»[6].

Bene. Fabio Galimberti, nostro collega, sarà lui che interverrà in primo piano nel dialogo con Fabrizia. Fabio, a te la parola.

 

Fabio Galimberti: Sì, grazie Antonio Di Ciaccia, buongiorno Fabrizia Di Stefano. Riparto anch’io dal libro di Fabrizia, in cui un’altra cosa che mi sembra venga messa in rilievo è una tensione tra il soggetto dell’inconscio e la soggettività. Faccio una domanda con questa premessa: l’esperienza dell’analisi di suo trasforma il rapporto col proprio corpo, col proprio essere sessuato, soprattutto fa incontrare una mancanza sul piano dell’identità di genere, dato che fa vacillare e cadere le proprie identificazioni, ed è un’esperienza che rende fluidi sul piano del genere. Poco fa Mary Nicotra, che tra l’altro ha scritto anche lei un testo molto interessante, anzi notevole, Il canto dei sireni[7], riportava questa domanda: «Gli psicoanalisti sono qualificati per essere queer?». Secondo me possiamo dire che l’analisi ha qualcosa di queer, se queer in senso ampio ha a che fare con un generale, come tu scrivi Fabrizia, «rifiuto delle identificazioni» e con l’indeterminatezza e la versatilità sessuale, e con un processo performativo di “disidentificazione”.

Ora, ti chiedo, com’è stato che qualcosa che ha a che fare con il soggetto dell’inconscio sia diventato nella contemporaneità una questione della soggettività, e secondo te quali conseguenze comporta?

 

ADC: Fabrizia, a te la parola.

 

Fabrizia Di Stefano: Sì, innanzitutto ringrazio Di Ciaccia, nel senso di Antonio Di Ciaccia, per le sue parole così gentili e ricordo con molto piacere la presentazione a cui ha fatto riferimento presso la Casa Internazionale delle Donne una decina di anni fa, che fu per me un momento molto intenso. Per riprendere i temi della domanda di Fabio, direi che tutto ciò ha a che fare con quel che Miller ha definito «l’assioma di separazione»[8]. L’assioma di separazione che ha finito col diventare più che un assioma un paradigma, che lui chiama in modo un po’ forzato «assioma Gobineau»[9] che, eccessi a parte, è però un elemento determinante della storia del secolo. Perché se ci pensiamo, il declino dei Nomi-del-Padre Lacan ha cominciato a metterlo a punto e a tema già in uno scritto degli anni Trenta : I complessi familiari[10], vedendolo come un dato assolutamente inevitabile e negativo. Negativo perché svuotava un’esigenza psichica del soggetto, inevitabile in relazione al decorso storico. Se leggiamo poi I complessi familiari insieme agli studi della Scuola di Francoforte sulla personalità autoritaria[11], ci accorgiamo che questo clima, con questa categoria,  comincia a prendere corpo molto presto, negli anni Trenta. Oserei aggiungere altri tasselli: una certa riflessione di Bataille ad esempio. Ma tutto ciò arriva a decantazione tra gli anni Sessanta e Settanta e praticamente non c’è stata pratica politica soggettiva che abbia fatto a meno di questo assioma di separazione. Si va dalla teoria politica, ad esempio l’operaismo,  al femminismo della differenza, alle pratiche psichiatriche indagate dall’antipsichiatria a Foucault e così via. Una serie di istanze eversive che poi hanno prodotto effetti riformatori anche importanti ma che hanno determinato una sorta di irrigidimento della soggettività in una posizione che nel libro anche definisco come psicotizzazione del soggetto per distinguerla dal soggetto psicotico. Questo è quello che semplicemente è avvenuto e quello che ho cercato di fare è mantenere lo stato di frizione tra queste soggettività decentrate e il soggetto nel senso lacaniano del termine. Per cui risponderei a, diciamo, un’osservazione fatta da Miller nel corso del suo dialogo con Éric Marty: il mio punto di riferimento non è il molteplice e fluido, ma il molteplice a confronto e in frizione con l’Uno. Questo è il tema che mi sentirei di mettere all’ordine del giorno oggi. Non è semplicissimo ma è quello che penso.

 

FG: Sì, rispetto all’Uno è in causa la questione del godimento. Alle origini della psicoanalisi l’evidenza è che il godimento si è presentato sotto forma di corpo. Come corpo estraneo. Il godimento è stato qualcosa di estraneo che riguardava il corpo, in particolare nell’isteria. E nella ripresa di Lacan questa estraneità ha riguardato l’immaginario, il corpo come immagine, il corpo come simbolo e soprattutto il corpo come godimento, ossia come pulsione. Allora, quello che ti chiedo è: che ne è dell’estraneità del corpo nell’ambito contemporaneo del queer e della questione che può porre la transessualità?

 

FDS: Innanzi tutto direi che il corpo, seguendo anche qui alcune linee guida di Lacan, il corpo non può essere preso come un oggetto totale. Mi ricordo che nel commentare una conferenza di Francoise Dolto, che aveva presentato il corpo come un oggetto totale, Lacan, dopo essersi profuso in lodi sul lavoro della Dolto, mette a punto e dice, guardate che il corpo non è un oggetto totale. Il corpo ha ovviamente… perché altrimenti si dà vita ad una filosofia del corpo che è poco adatta, poco adeguata a render conto di fenditure, problemi, beanze, quelli che chiamo anche luccichii del vuoto, che l’esperienza del corpo comporta. Dal punto di vista di quello che si chiama normalmente la sessuazione, e dunque anche il godimento, ho tenuto presente una frase fulminante che Lacan dice in quello scritto a dir poco arduo che è l’Etourdit: chiunque ami un uomo è omosessuale, chiunque ami una donna è eterosessuale[12]. Qui capite che siamo completamente al di fuori di ogni approccio di tipo sessuologico o psicosessuologico. Una cosa è la soggettivazione omosessuale così come è intesa normalmente, o quella eterosessuale, e un conto è dal punto di vista del reale del sesso. Se pensiamo a come si snoda la catena delle significazioni a partire dall’ordine eteronormato io direi che si tratta di un Sì, che è il Sì al rapporto eterosessuale, un No, che è il No omosessuale. Né Sì né No, che è un discorso sulla castità che apre anche una finestra sul cosiddetto gender fluid, e un Sì e No, che sarebbe il posizionamento bisessuale. Rispetto a tutti questi il queer direi che introduce una variante nuova, una serie non ordinabile, non preordinabile di Sì e di No, che cambia le carte in tavola e che secondo me è l’unico modo per cercare di cavarsela con l’inconsistenza dell’Altro. Perché un’esperienza della psicotizzazione del soggetto è questa evanescenza dell’Altro, dell’alterità, e con questa bisogna pur cavarsela. Sotto questo profilo il queer quindi aggiunge qualcosa e secondo me hai ragione tu Fabio a dire che c’è, in un senso lato, una possibilità queer per la psicoanalisi, così come c’è per la filosofia, così come c’è per quello che considero un mio personale fantasma e cioè la possibilità che esista un’eterosessualità queer che sarebbe la cosa più interessante come manifestazione. Finora io conosco una sola eterosessuale queer, ma è una donna, Eve Sedgwick, che è stata una studiosa importante, che purtroppo è morta. Era filosofa, eterosessuale, sposata, ma ha proceduto a uno smontaggio vigile e critico delle categorie delle identificazioni sessuali.

 

FG: Ci puoi dire qualcosa di più su questa formula “eterosessualità queer”? Mi sembra molto interessante.

 

FDS: Ma, diciamo che io come donna aspirerei a incontrare un uomo eterosessuale queer. È molto semplice. Quindi te l’ho esposta in modo, diciamo così, platonico ma in realtà la cosa ha a che fare anche con i vissuti personali. Non so, forse non è una risposta esaustiva. Non posso dettare un programma politico a chi è diverso da me, diciamo. È un auspicio, in fin dei conti Lacan diceva sperate quel che volete purché non rimaniate vittima delle vostre speranze. Ecco, cerco di mantenere questa linea di confine, un po’ agevolata dalla mia età.

 

FG: Ritorno allora a quello che hai detto poco fa, «la variante nuova queer», per chiederti, un po’ in linea con la domanda precedente, qualcosa riguardo ciò che per noi è il trattamento del godimento del corpo, un modo per “farsi un corpo”, per “fabbricarsi un corpo”. Il sintomo è ciò che il soggetto ha a disposizione o inventa per fabbricarsi il proprio singolare modo di godere. Allora, riprendendo ciò che prima, nella riflessione sul queer, hai evocato per andare oltre il gender, ti chiedo se si può dire che per via del godimento ognuno di noi è un degenerato, con l’equivoco che la lingua italiana consente.[13] Ossia che a causa del godimento siamo tutti degenerati. Che cosa ne pensi?

 

FDS: Mah, io sono perfettamente d’accordo con quello che hai detto e ben più autorevolmente di me era d’accordo anche Derrida, quando parla della legge del genere. La legge del genere è che i generi non devono mescolarsi, non devono invertirsi. Dice: l’atteggiamento queer in fin dei conti prevede la proliferazione negativa, la degenerazione, la degradazione, fa una serie di enumerazione e poi alla fine mette anche la proliferazione generosa. Ecco, inserisce questo punto positivo in mezzo a una quantità di cose negative che del resto risuonano bene con il queer che, come è noto, è in origine una sorta di insulto, intraducibile in italiano, ma insomma rientra un po’ in quell’ambito di inversione di significazioni che i movimenti delle soggettività hanno fatto già: assumere gli insulti per risignificarli dall’altra parte. Intendiamoci, è una mossa al limite, una mossa anche pericolosa, non esaustiva, però, se non altro, sottolinea un problema, porta a decantazione almeno una serie di questioni. Dopo di che, aspetta, mi avevi chiesto qualcos’altro?

 

FG: In una tua formulazione che è emersa nello scambio che abbiamo avuto prima di questa conversazione tu hai sostenuto una tesi: la transessualità e il transgenderismo sono un sintomo.

 

FDS: Sì.

 

FG: Puoi dire qualcosa di più su questo, perché come dicevi che il termine queer è rischioso e pericoloso, forse è anche scivoloso definire il transgenderismo un sintomo.

 

FDS: Sicuramente mi attirerò le contumelie di molte amiche, però io ci tengo al sintomo, se non altro perché trovo assolutamente congruo quello che ha articolato Lacan in merito al fatto che il sintomo è ciò che rende possibile l’annodamento del nodo borromeo; cioè l’unica cosa che possa impedire nella contemporaneità lo scioglimento del nodo, e quindi la psicosi, è proprio il sintomo, naturalmente il sintomo nella sua accezione non medicalizzata, ma nella sua accezione alla Lacan. Per dire, se uno è figlio di un ragioniere ad Ascoli Piceno e vuole fare il ragioniere ad Ascoli Piceno, forse quello è un sintomo se non più grave, al livello di quello di una transessuale, cioè bisogna avere una visione molto ampia dell’idea di sintomo, non una versione medica o paramedica che sia, o ortopedica. Il sintomo della transessuale è il passing, cioè la domanda: posso passare per una donna? Il che tradisce da una parte l’idea di non esserlo, dall’altra apre a una pratica chirurgica e di interventi ripetuti sul corpo che sostituiscono e rischiano di rimuovere l’essenziale, cioè il fatto che l’unica cosa che attesti di una condizione transessuale è stare dal lato del pas-tout lacaniano. Consentitemi una battuta, il passing è una sorta di passe della transessuale. Quello è. Insomma, Giovanni della Croce, di cui Lacan parla nel Seminario XX, è una sorta di antesignano della transessualità. Io mi sono andata a leggere tutte le sue poesie che sono tutte al  femminile, naturalmente perché è l’anima che si rivolge a Dio e quindi parla al femminile, ma io credo che comunque (mi ha molto interessato anche quello che diceva Mary Nicotra prima sul passaggio dal passe-partout al pas-tout, che trovavo una formula particolarmente convincente) il passing ha a che fare con il pas-tout ma non parte dall’assunzione piena del pas-tout e quindi in questo senso c’è un sintomo e su questo bisognerebbe lavorare, devono lavorare le transessuali che decidono di intraprendere il rapporto analitico. Fino a pochissimi anni fa era impensabile questo, non c’era una transessuale che lo potesse ipotizzare, e d’altra parte non credo che la psicoanalisi allora fosse disponibile, come invece mi pare che sia adesso, ad accogliere questo tipo di relazione analitica. Ecco!

 

FG: Di Ciaccia vuole dire qualcosa, si è parlato di San Giovanni della Croce?

 

ADC: Volevo interrogarti Fabrizia su questo: a mio parere c’è qualcosa che unisce l’eterosessualità queer, la questione del pas-tout e il sinthome.

 

FDS: Sì, certo.

 

ADC: Io sono rimasto molto colpito dal fatto che Lacan, a un certo momento, non parla più di godimento maschile e godimento femminile ma parla, ricorrendo a Joyce il sintomo, di sgabello e di sinthomo, e che quando parla di sgabello è chiaro che è sul versante di quello che si poteva chiamare godimento maschile, poiché parla di scabellostrazione, ossia della castrazione dello sgabello, mentre il sinthomo fila dalla parte del pas-tout. Però quello che io capisco con il tuo termine di eterossessualità queer, sarebbe come, nel pas-tout, quel versante che non è toccato dalla questione fallica.

 

FDS: Non è toccata dalla questione fallica?

 

ADC: Nel pas-tout evidentemente c’è la questione fallica.

 

FDS: Sì.

 

ADC: Pas-tout sous le phallus, sotto il fallo.

 

FDS: Sì-

 

ADC: Allora: come si prende in conto quello che è non-tutto-sotto-il fallo, allorquando si dice che nel pas-tout è compreso anche il fallo? Quando tu parli di eterossessualità queer io vedo questo come un’accentuazione su quel versante del pas-tout che è al di là della questione fallica.

 

FDS: Questa sarebbe la mia intenzione.

 

ADC: Ah! va bene, allora siamo d’accordo. Siamo in due.

 

FDS: È un cantiere aperto però, non mi sentirei ancora di stilare una “sentenza” definitiva.

 

ADC: Fabrizia, noi possiamo ancora vederci alla Sezione Clinica di Roma, no?

 

FDS: Sì certo.

 

FG: Allora, in questo cantiere andiamo avanti qui ancora qualche minuto. Anch’io colgo qualcosa nel tuo discorso che è un po’ a cavallo tra la questione del fallo e il pas tout. Ti volevo chiedere rispetto al passing se c’è qualcosa del fare un’opera – forse era anche questo che Di Ciaccia evocava –, fare attraverso il proprio corpo un’opera, fare del proprio corpo un’opera. Magari lo cito male, ma riprendo anche quello che diceva Umberto Eco parodiando Wittgenstein: «di ciò di cui non si può teorizzare, si deve narrare»[14]. Questa dimensione estetica è presente e ha a che fare con il passing?

 

FDS: Penso che abbia senz’altro a che fare. C’è una segmentazione interna: da una parte, c’è un po’ anche il delirio nichilista dell’epoca – io ricordo che, soprattutto nelle generazioni precedenti, la proliferazione di interventi manipolatori e chirurgici sul corpo ha portato a degli effetti sia dal punto di vista psicologico che dal punto di vista estetico assolutamente negativi per il soggetto –; d’altra parte, è molto utile quello che dici tu, cioè «di ciò di cui non si può parlare, bisogna narrare», ed è quello che nel libro ho cercato di mettere a tema con l’allegoria. Mi sono spinta molto in là e beccherò qualche occhiataccia da parte delle amiche perché ho avanzato l’ipotesi che la transessualità sia solo un’allegoria, ma l’allegoria è un dispositivo potente, lo riprendo da Benjamin ne Il dramma barocco tedesco[15], e l’allegoria non è nient’altro che una metafora che si fa narrazione per l’appunto, che si fa storia. Certo, il corpo come opera, purché non si arrivi all’Orlan, avete presente quest’artista contemporanea che sposta il naso a sinistra, rende dissimmetrici gli occhi, insomma non è quella la strada buona per opporsi alla tirannia del due, è preferibile seguire un’altra strada. L’allegoria sessuata è quella in cui qualsiasi soggetto può assumere qualsiasi posizionamento e questo credo che sia una possibilità sul piano della cultura in generale. Non so, non saprei dire e non mi potrei esprimere sulla pratica clinica, ma mi sembra che costituisca una cornice di riferimento interessante per quello che riguarda il tema dell’operare sul proprio corpo: non bisogna operare sul proprio corpo, bisogna operare forse con il proprio corpo.

 

FG: Rispetto a questo, Di Ciaccia voleva dire una cosa?

 

ADC: No dica lei, abbiamo sei minuti. Allora, dica pure.

 

FG: Rispetto al binarismo, alla tirannia del binarismo che hai citato poco fa, ti voglio chiedere che spazio c’è per l’heteros all’interno del binarismo. Prima di tutto che posizione prendi rispetto alla questione del binarismo e poi che spazio c’è per l’heteros. Te lo chiedo anche in riferimento a Lacan perché penso che il suo sia uno strano binarismo, in cui ci sono due rotaie, una che va dritta, si allunga dritta, mentre l’altra è una rotaia che prende, diverge e va verso l’infinito. Quindi mi chiedo: quale treno può correre su questo binario? E che spazio c’è per l’heteros e il molteplice all’interno di questo strano binarismo?

 

FDS: Ma guarda, io come persona penso che i sessi siano due. Tuttavia, l’esperienza gender fluid, pansessualismo, insomma tutte queste sigle che vanno accumulandosi, credo che bisogna disporsi all’ascolto perché ho sempre sentito molte transessuali dire «sono una cosa completamente diversa da noi», ma di fatto questa partita si è aperta a partire proprio dallo smarcamento transessuale e ne portiamo – si sarebbe detto in altri tempi – una qualche responsabilità. L’eteros è sicuramente possibile, certo il binario che va verso l’infinito, sicuramente penso che quella sia la linea di ricerca, ma non saprei attestare ancora, perché non vorrei mettere le braghe al mondo, quali siano poi le stazioni di passaggio di questo viaggio, non vorrei trovarmi nel tunnel di Durrenmatt. Insomma preferirei un infinito limitato, dove il queer fosse una sorta di pi greco delle sessualità, che renda possibile non il rapporto sessuale/quadratura del cerchio, ma un con-essere fra i soggetti sessuati. Bisogna pure disporsi all’ascolto con una certa attenzione. Credo che la furia antibinaria sconti un limite perché tutta la nostra vita è basata, tutta la nostra esistenza, su – di fatto – binarizzazioni incombenti, continue, a partire dalla conformazione del corpo, a partire dal modo di funzionare delle nuove tecnologie. Insomma, io penso che il binarismo rinasca sempre come l’araba fenice dalle sue ceneri, ma che ci si guadagna qualcosa a metterlo in discussione perché se non altro si disperde quell’equivoco naturalistico biologizzante che tiene posto in televisione, sulla stampa, eccetera eccetera. Insomma quelli che ho definito gli innumerevoli sergenti Hackmman che ci vogliono far passare per “palla di lardo” a tutti i costi  (Full Metal Jacket). Non vorrei che quel film prefigurasse un nostro destino. Per cui, nella consapevolezza che il binarismo rinasce continuamente, vedo la possibilità ancora di un lavoro di decostruzione a venire.

 

ADC: Bene! Penso che… Fabio vuoi concludere ?

 

FG: Dico grazie e che è molto bella quest’ultima osservazione sulle stazioni che non si sa quali siano.

 

ADC: Esatto. Allora ringrazio, ringraziamo Fabrizia, ringrazio Fabio.

 

FDS: Grazie a voi.

 

ADC: Bene! Penso che continueremo a discutere su questi temi.

 

FDS: Molto volentieri.

 

ADC: Ce n’è uno che ti rilancio subito visto che c’è un minuto, ma non perché tu risponda ora, ma risponderai un’altra volta quando ci incontreremo. Leggo da un testo tuo: «la transessualità interroga non solo un percorso di soggettivazione, ma il soggetto stesso inteso come soggetto dell’inconscio secondo la lectio lacaniana»[16]. Questo sarà il tema dei nostri incontri futuri, ok?

 

FDS: Va bene.

 

ADC: Grazie Fabrizia.

 

FDS: Grazie a voi.

Trascrizione di:

Dario Alparone, Omar Battisti, Luca Curtoni, Alessia Vaudano

[1] La presidente della sezione precedente, dandogli la parola, ha fatto questo lapsus.
[2] J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.125.
[3] F. Di Stefano, Il corpo senza qualità. Arcipelago queer, Napoli, Cronopio, 2010.
[4] F. Di Stefano, Pazze di gioia. Savie di dolore, in P. Marcasciano, Tra le rose e le viole, Roma, Edizioni Alegre, 2020.
[5] J. Lacan, Il Seminario. Libro XIX. …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.11.
[6] Testo inviato per e-mail.
[7] M. Nicotra, Il canto dei sireni, Napoli, Editoriale scientifica, 2019.
[8] J.-A. Miller, Docile al trans, in Rete Lacan n°29 – edizione straordinaria, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-29-edizione-straordinari/
[9] Ibid.
[10] J. Lacan, I complessi familiari, Torino, Einaudi, 2005.
[11] Cfr. Adorno, Frenkel-Brunswik, Levinson, Sanford, La personalità autoritaria, Ivrea, Edizioni di Comunità, 1973.
[12] Cfr. J. Lacan, Lo stordito, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.464.
[13] Il primo significato, come riporta il dizionario Treccani, è «Pervertito, psichicamente e moralmente», l’altro alluso è «al di fuori delle norme di genere».
[14] Cfr. U. Eco, Il nome della rosa.
[15] W. Benjamin, Il dramma barocco tedesco, Torino, Einaudi, 1999.
[16] Testo inviato a Galimberti e Di Ciaccia per mail.