“Mi riferisco piuttosto a quel misconoscimento sistematico del mondo da parte di ognuno, a quei rifugi immaginari in cui, come psicoanalista, non potevo che identificare per il gruppo, in preda in quel momento a una dissoluzione veramente panica del suo stato morale, le stesse modalità di difesa che l’individuo utilizza nella nevrosi contro la propria angoscia, e con un successo non meno ambiguo, altrettanto paradossalmente efficace e a sua volta suggellante, ahimè!, un destino che si trasmette alle generazioni successive”

Jacques Lacan, La psichiatria inglese e la guerra

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Carlo De Panfilis

Rete Lacan: a-periodico online

Edizione straordinaria coronavirus

Loretta Biondi
Psicoanalista a Rimini, Presidente della SLP, membro AMP

Perché ho proposto alla SLP questo strumento? Ciò che posso scrivere in apertura di questo n.1 straordinario è:
un virus sta contagiando rapidamente: siamo in pandemia. Le geografie politiche stanno saltando, eppur ci sono! L’Italia è al fronte. SLP: presente!

1. Interpretare la Scuola. Sveglia!
La funzione di presidente, la comunità analitica della SLP, ora: una punteggiatura fatta, interpretando soggettivamente la SLP, non senza il Consiglio e il Direttivo.

2. Connessa con l’inconscio reale soggettivo che si riattualizza così rapidamente, che l’attimo è già passato, sarà già stato, è un tempo in cui il mio intimo rapporto con l’inconscio si manifesta, si scrive, si legge, annodato a un reale inedito, che solletica il fantasma, fa sintomi, formazioni dell’inconscio. Ad esempio, un piccolo dettaglio, se volete è l’aver digitato la data del Consiglio SLP nel 12 febbraio! Era il 12 marzo… Il tempo si è fermato al passato, et voilà. L’inconscio è in azione, eccome! Il tempo di connessione con il corpo parlante, con l’inconscio reale non si ferma. Va tenuto in aggiornamento.

3. È in gioco il desiderio dell’analista, il transfert. Analizzanti che telefonano all’analista: “Sono positivo!”, si ripetono. Uno per uno, ascoltare telefonate, le più diverse.

4. Ognuno deve stare nella propria casa: qui a Rimini, dove vivo e lavoro, da tre giorni la nostra, la mia spiaggia, il litorale è presidiato dalle Forze dell’ordine, auto della Protezione Civile fendono il silenzio assordante, calato in una città densa di rumori, di movida, mandando a ripetizione un disco con la voce del Sindaco: “State tutti nelle vostre case”. L’Ospedale Infermi della mia città è al fronte: stanno crescendo i ricoveri, posti letto che hanno da costruirsi, un ospedale da campo è pronto. I colleghi della Lombardia, poi del Veneto sono stati i primi ad avere questa inedita condizione.
Colleghi che lavorano in istituzioni residenziali in condizioni nuove. Altri lavorano nei servizi sanitari pubblici. Gli studi privati si stanno chiudendo, sono chiusi: crescono i contagiati, le Ordinanze, le Circolari dei Sindaci si stanno susseguendo.
Ora su tutto il territorio nazionale vi è restrizione di incontri, di uscire nel suolo pubblico, se non per necessità primarie o urgenze comprovate. Ci saranno ulteriori restrizioni in arrivo. Accadrà presto, a pioggia, per tutto il mondo, anche se finché non arriverà a toccare ciascuno, ciascuna comunità nazionale, non ne comprenderà la portata. Capiremo poi anche questo…

5. Che uso può avere questo strumento per la SLP, contenitore di contributi che già si stanno depositando? La redazione è al lavoro da ieri, sabato 14 marzo 2020: è al fronte. Occorre “saper leggere una lettera”.
Occorre selezionare i testi.
Ben vengano da ciascun membro, partecipante, allievo degli Istituti del Campo freudiano.

Ho qui la lezione del 9 gennaio 1973 di Jacques Lacan:
Scrivo per questo n.1 dell’edizione straordinaria, scegliendo questo passo:

“se non ci fosse discorso analitico, continuereste a parlare come degli storni, a cantare il disco(rso)corrente, a far girare il disco, quel disco che gira perché non c’è rapporto sessuale – è una formula che può essere articolata solo grazie a tutta la costruzione del discorso analitico e che vi propino ormai da molto tempo ”.

6. I contributi che si scrivono sono indirizzati alla Scuola-soggetto trans-individuale. Altro è parlare all’analista, indirizzare uno scritto all’analista nella CST. Siamo e stiamo sul registro del discorso dell’analista, che in questo momento deve interrogarsi, costruirsi davanti a questo reale e stare all’erta!

7. Il titolo di questo strumento è una scrittura da decifrare in ogni suo significante che lo compone.
Lo si sta facendo e lo si farà in après-coup.

8. Rete Lacan a-periodico della SLP edizione straordinaria nasce con questo personale, soggettivo auspicio:
mettere in atto uno strumento che vada a contribuire al discorso dell’analista e sia messo in circolazione con gli altri discorsi.
Quattro lettere, due barre a cui servire per la Cosa analitica, per il Campo freudiano!

[1] J. Lacan, Il Seminario Libro XX Ancora, Einaudi, Torino 2011, p. 33

Editoriale

La pratica analitica “contagiata”

Laura Storti
Psicoanalista a Roma, membro AME della SLP, membro AMP, responsabile di Rete Lacan: a-periodico online

Perché creare Rete Lacan? Perché offrire una tribuna, ancorché aperiodica, che intende diventare un nuovo spazio di elaborazione e scambio all’interno della SLPcf? E’ uno strumento online, agile e immediato con cui comunicare e suscitare riflessioni in comune, che accoglierà contributi dei membri della Scuola, dei suoi partecipanti, degli allievi dei diversi Istituti e dei colleghi del Campo freudiano.

Ci troviamo in una condizione di emergenza. Molti di noi – e non parlo soltanto dei più giovani – non hanno, prima d’ora, vissuto una simile situazione.

Le nostre abitudini, il nostro lavoro, il nostro sentire, tutta la nostra vita hanno subito cambiamenti molto repentini.

Uno spettro si aggira per l’Europa: sembra provenire dalla Cina ma velocemente si propaga nei quattro continenti, passando crea scompiglio, panico e morte. Si chiama Coronavirus. Una pandemia che si diffonde velocemente e che il caso, o chissà quale altro accidente, hanno stabilito che l’epicentro europeo sia il nostro Paese. Oggi l’Italia è il territorio con il maggiore numero di contagiati, ma è fondato il sospetto che altrove non siano stati altrettanto rigorosi e vi siano o vi saranno altrettanti contagi.

È proprio questo reale che brutalmente irrompe nelle vite, con la sua portata traumatica, che ci ha spinto a progettare un contenitore di scritti, che ci tenga svegli al lavoro, come singolari solitudini e in quanto Scuola.

L’emergenza ha impedito di incontrarci il 28 e il 29 febbraio a Rimini, dove erano stati programmati due importanti momenti: la giornata di studio Questioni di Scuola “Interpretare la Scuola” e l’incontro pubblico SLP in preparazione al XII Congresso AMP, che avevamo declinato “Cinema e sogno – omaggio a Federico Fellini”. E le sorti del nostro Convegno da tenersi a giugno a Roma sono a tutt’oggi incerte, benché Il titolo – “Paure?” – non fu mai più appropriato.

Mi piace a questo punto cogliere l’occasione di questa mia breve nota editoriale per accennare alcuni interrogativi e riflessioni, sperando che offrano ulteriori spunti e approfondimenti.

Solo lo scorso lunedì ho regolarmente ricevuto nel mio studio, e da allora tutto è cambiato. Le allarmanti notizie del propagarsi veloce del virus e le Ordinanze via via più restrittive con le quali il Governo limitava gli spostamenti, fino alla raccomandazione di rimanere a casa, hanno determinato un totale mutamento.

Inizialmente, dopo la prima Ordinanza, ho pensato di lasciare la decisione se venire o no in seduta ai singoli analizzanti, uno per uno. Alcuni esprimevano il timore di contagiarmi, e, data la mia non più giovane età, ciò li angosciava. Elemento questo che è servito anche a me per prendere atto della mia fragilità. Ben presto ho capito che lasciarli scegliere non era utile né, tantomeno, appropriato. Alla paura che spesso si trasformava in panico e in angoscia, il dover scegliere rappresentava per loro un aggravio.

A un inusuale quanto repentino tempo libero acquisito – “finalmente potrò leggere, studiare, passeggiare…” – si sono susseguite telefonate e richieste di poter avere degli appuntamenti telefonici o in video chat. A volte, in casi particolarmente delicati o durante le interruzioni estive, mi è capitato di dare appuntamenti telefonici, ma mai con tale intensità e, in ogni caso, mai usando il video.

Ho deciso di valutare caso per caso, interrogandomi sulla mancanza dell’incontro dei corpi, quello dell’analizzante e quello dell’analista, così rilevante per la nostra pratica, ponendo al centro la necessità dell’esistenza di un transfert già installato.

Che statuto dare a questi incontri virtuali e a questo spazio? Si tratta di interventi per rendere vivibili momenti di angoscia insopportabile? Tenere un filo in un lavoro analitico reso impossibile? Mantenere aperto l’inconscio, laddove di fronte a un reale intollerabile il soggetto si rifugia nell’immaginario? E ancora, qualcuno chiede come pagare la seduta? Rispondo che si vedrà poi, prendo tempo.

Non si tratta certo di apportare modifiche alla nostra pratica ma, in attesa che il dopo si sostituisca al prima, siamo chiamati all’invenzione non senza l’etica.

Questi e molti altri sono gli interrogativi affiorati in questi giorni, e di qui il desiderio di condividerli e di metterli al lavoro nella nostra comunità analitica della Scuola in questa forma agile, online, Rete Lacan.

Da qui l’aver accettato il mandato di sostenere la responsabilità di dirigere questo aperiodico – edizione straordinaria.

Azione lacaniana in tempi di CoViD19

Andrés Borderías
Psicoanalista a Madrid, membro ELP, membro AMP
(Nel fine settimana 14-15 marzo sarebbe dovuto essere in Italia)

Mi arrivano via internet, piccoli video amatoriali con scene ammirevoli dei cittadini di Napoli sulle terrazze delle loro case, alle finestre, che cantano insieme. È una bella lezione sul modo in cui in alcune aree del mondo si può inventare un legame sostenuto dalla sublimazione.

Il momento mi ricorda quello vissuto a Madrid in occasione degli attentati dell’11 marzo 2004, l’irruzione di un reale traumatico che lacera il tessuto fantasmatico, la perplessità e l’angoscia nelle persone, l’urgente necessità di ottenere una significazione.

In questo momento di crisi, le basi delle istituzioni politiche sono in tensione: la Commissione europea non è in grado, ancora una volta, di concordare una risposta politica all’altezza degli eventi, che minacciano di paralizzare il vecchio continente.

Nel nostro paese, il governo di Pedro Sanchez ha tardato alcuni giorni nel reagire con la dichiarazione dello “stato di allerta” che conferisce poteri speciali al governo al fine di incarnare un Uno sufficientemente consistente nel campo delle politiche necessarie nella gestione della crisi. Vediamo qui gli elementi in gioco: la costituzione di un Uno in termini di efficienza – che va contro le politiche ultraliberali dell’economia, come ha evocato Orwell per la Gran Bretagna durante la seconda guerra in “L’unicorno rosso” – cioè che sia al tempo stesso rispettoso dei diritti civili democratici. Questo equilibrio è vitale per l’uscita da questa crisi.

Per la psicoanalisi, per le nostre Scuole, si tratta di inventare nuove forme di legame e azione lacaniana. A Madrid, dopo gli attentati dell’11-M, molti colleghi hanno partecipato alla rapida creazione di una Rete di Assistenza per le persone colpite, che in seguito è stata la base del CPCT di Madrid.

Ma il reale traumatico ha in questa occasione caratteristiche molto diverse, impedisce la presenza, il contatto, il corpo a corpo. Contiamo sull’aiuto delle reti internet, le finestre e le terrazze dei nostri tempi non sono quelle di Napoli, ma senza trascurare il piccolo legame che ora riappare nell’ambito dell’isolamento e della quarantena nelle città, è fondamentale l’invenzione di nuove modi di fare con il discorso analitico.

Come afferma Armelle Guivarch nel suo recente articolo “Il coronavirus, un incontro con il reale?” (LQ 872) è il momento della scrittura. Salutiamo quindi lo sforzo poetico di questo nuovo giornale!

Traduzione di Laura Storti

Il corpo parlante

Araceli Fuentes
Psicoanalista a Madrid, membro AME della ELP, membro AMP
(Il 13 e 14 Marzo sarebbe dovuta essere a Rimini. Verrà in Italia appena possibile. Ci troveremo in un altro tempo)

Il reale non parla ma il corpo è parlante, lo vediamo quando la gente impazzita si precipita a comprare svuotando i supermercati, anche quando, in modo ammirevole, i napoletani riescono, dai loro balconi, a ripristinare il legame, necessariamente spezzato tra i corpi parlanti, cantando quelle belle canzoni. Meglio i balconi che i Balcani.

Un reale silenzioso, invisibile, ci minaccia e rompe i legami che sostengono la nostra realtà quotidiana, ognuno deve rimanere in casa, confinato, come possiamo noi esseri parlanti inventare un nuovo legame quando un corpo deve mantenere la sua distanza da un altro corpo?

La voce e lo sguardo attraverso i mezzi tecnologici sono diventati un importante supporto di un legame che richiede l’assenza dei corpi e non la loro presenza. Desideriamo ardentemente la presenza dei corpi e allo stesso tempo la temiamo, mentre aspettiamo un tempo la cui fine non si vede.

Ciascuno solo ma non del tutto, solo con i nostri fantasmi, nemmeno gli eremiti che vivevano nel deserto erano soli, a questo proposito un meraviglioso film di Luis Buñuel, “Simone del deserto”, è una buona opportunità di intrattenimento. Solo sì, ciascuno radicalmente solo di fronte a un reale che è una minaccia per tutti.

Traduzione di Laura Storti

Che cosa fare con il virus

Giuliana Zani
Psicoanalista a Cesena, membro SLP, membro AMP

Una delle domande ricorrenti oggi, rivolta alle autorità sanitarie e di ordine pubblico, riguarda che cosa è consentito fare e che cosa no. In parte per trovare una piccola scappatoia, magari per prolungare le uscite, ma in parte forse anche come appello a qualcuno (un Padre? la Scienza?)  che sappia rispondere e orientare. Che rassicuri e allo stesso tempo sia fermo e rigido sulle regole, provenienti da un’autorità medica che sa quello che dice e sa, o cerca di capire, che cosa è meglio fare. Regole concertate con gli scienziati, anche se pare sia sempre uno scienziato a consigliare a B. Johnson di lasciare che gli inglesi si ammalino affinché si sviluppi “l’immunità di gregge”. È sempre bene non lasciarli da soli, gli scienziati.

Le disposizioni sanitarie sono rigide ma semplicissime e si basano su un concetto incontestabile: se evitiamo i contatti il virus si propaga con più difficoltà, si oppongono dei limiti al senza limite del virus. Forse la ridondanza delle domande, più che essere dettata dalla necessità, è lì per invocare la risposta, perché si presentifichi questo benedetto “Altro che sa”, che dica quello che sa e soprattutto agisca per arginare l’idiozia di tanti che dal reale si credevano al riparo. È sacrosanto che si interpelli un “buon padre” in momenti tanto inediti, quando su scala mondiale una minaccia prende corpo, prende il corpo, ma non basta.

Sappiamo che non tutto è regolabile, sterilizzabile, che non è rivolgendosi unicamente alla scienza che le  persone si sentiranno più rassicurate.

La psicoanalisi ci spinge a mobilitarci per preservare uno spazio per il soggetto, non infettato dal “Coronavirus discorso”, anche solo facendo cenno a certi pazienti che quello spazio non scompare, anzi, è ancora più importante. Verifichiamo che possiamo stare in contatto con gli altri anche senza corpi, anche a distanza: la voce è la parte del corpo che si può continuare a mettere in gioco e può essere sufficiente, anche con alcuni pazienti. Si cerca rimedio, si fa sì che il discorso non si interrompa.

I corpi sono minacciati e sono minaccia per altri corpi: qual è “la giusta distanza”? Come se davvero potesse esserci quella giusta, quella certamente non pericolosa.

Ma forse è pericoloso anche pensare che “sapere tutto” sul virus possa proteggerci, o che il discorso dell’Altro debba intervenire in ogni ambito: ogni soggetto è responsabile di quello che può fare di questo tempo, non lo si trova scritto nei decreti.

Nel discorso dominante oggi prevalgono i divieti, fino a ieri prevaleva l’opposto: giravolta del discorso del padrone che crea un certo spaesamento, cambia le coordinate. Occorre mettersi un po’ al riparo anche da questo e far sì che ciò non detti legge in ogni ambito delle nostre vite momentaneamente confinate. In questa ridondanza di informazioni relative allo sconosciuto virus, in questo eccesso risuona qualcosa del godimento e del senza limiti.

Il parlessere ha un corpo che ora si scopre essere molto vulnerabile, nessuno, senza eccezioni, è immune, il virus riguarda tutti. Per qualche tempo, non si sa per quanto, i corpi veicoleranno una minaccia, ne vedremo le conseguenze. Nello stesso luogo che alberga il virus con il quale conviviamo da sempre, quel godimento senza nome che riguarda tutti, intimo ed estraneo, lì  giunge qualcosa di nominabile, un significante a cui abbiamo dato dapprima una significazione quasi benigna, o non particolarmente nociva e che ora si mostra invece in tutta la sua virulenza. Sappiamo che cosa fare contro il virus ma possiamo fare anche qualcosa “con” il virus? Una risposta tra le tante possibili: preservare un luogo Altro, senza un nome preciso, affinché non tutto sia pervaso da ciò che “Coronavirus” veicola di mortifero e ognuno possa scriverci su.

Punto di vita!

Céline Menghi
Psicoanalista a Roma, membro AME della SLP, membro AMP

Mentre scrivo rispondo anche all’invito/proposta di un giovane formato all’Istituto freudiano per la clinica, la terapia e la scienza che opera nel sociale a Roma. Ha scritto, non solo a me, chiedendosi sul da farsi nella contingenza drammatica che vede l’Italia piegata, in isolamento per far fronte a un nemico invisibile di cui si conosce meno di niente.

È il 12 marzo, sono preoccupata per le sorti della Francia, mi chiedo come mai i Francesi, pur avendo i “cugini” da cui prendere spunto, siano così lenti nell’affrontare ciò che la Cina ha conosciuto prima e l’Italia affronta da ormai due mesi. Come mai, nelle pagine Fb, i colleghi del Cf d’oltralpe, che postano quotidianamente di psicoanalisi e di politica, non si esprimano in proposito. Siamo in Europa!

È nato un piccolo dibattito.

Alcuni hanno dato voce alla mia stessa preoccupazione; dei giovani del Cf. mi scrivono in privato dalla Francia.

Altri hanno imbastito un discorso, rigorosamente “in lingua”, con l’aria di dire: siete un po’ fessi a farvi prendere per il naso, e dalla scienza e dalla politica.

La noia mi è salita alla testa. Ninnananna lacaniana.

* Psicoanalista a Roma, membro AME della SLP, membro AMP

Mi ha sempre sconcertato l’immediatezza mozza fiato con cui arriva l’interpretazione dei fatti estratta dal cappello a cilindro dell’insegnamento di Lacan. Avrebbe voluto lui che le sue considerazioni, geniali, anticipatorie, fossero ipso facto incollate a una contingenza per etichettarla e dire: è così?

-la politica dello stato di eccezione mondializzato è il confinamento, ciascuno davanti al suo schermo, come fosse lo scafandro per contenere secondo i politici la guerra batteriologica…

-la scienza e il capitalismo sognano la Salute mentale e la Sanità per tutti, ma sappiamo che fronte al reale non vi è immunità possibile….

-il coronavirus non è pericolo medico straordinario… causa un forte danno alla libertà… alla democrazia, ai nostri diritti… con quarantene ingiustificabili…

Sì, i politici fanno giochi di potere; la segregazione perdura anche dopo la Shoah; nazismo e fascismo nell’Europa dei nostri genitori e/o nonni hanno lasciato il segno; xenofobia e rifiuto dell’altro germogliano tra gli esseri parlanti; la democrazia si scontra con i populismi.

Il mondo è una merda. Disagio della civiltà è il nome nobile con cui l’ha battezzato Freud.

Freud disse a Jung: portiamo la peste! Possiamo contrastare con l’epidemia psicoanalisi la pandemia coronavirus?

Che il virus sia il prodotto della mutazione da un pipistrello o creato in laboratorio – fino a poche ore fa si paventava lo sbarco in Europa di 30000 militari americani armati fino ai denti, ma senza né guanti né mascherine, dunque vaccinati? ma allora, se vaccinati…. – poco importa. Il virus c’è. Fa paura.

Da che mondo è mondo, l’isolamento è il rimedio a ogni epidemia. In Italia siamo cresciuti con il Manzoni!

Che il reale sia l’impossibile, essendo stati trapassati dall’analisi, praticando come analisti, è, perdonate, la nostra doxa. Ma dovremmo per questo correre a polmoni spiegati e mani nude in contro al virus in nome del reale lacaniano da cui non siamo immuni?

Il virus c’è.

Fa paura.

Avere paura è sano.

Un bambino che non dicesse: ho paura ci interrogherebbe.

C’è un tempo per tutto. Un tempo della sincronia che ci obbliga ad affrontare il virus dal quale non siamo immuni con la fermezza che il primo ministro Conte e il ministro della Sanità pubblica Speranza sono riusciti a trasmettere agli Italiani: tenaci, uniti e solidali in questo sacrificio della libertà.

La democrazia non si fa con dei cadaveri.

La vita è da salvare. Cina docet, Lombardia docet, e ora Centro/Sud in piena battaglia.

Un po’ fessi? Sì! ci proteggiamo: affinché gli ospedali, divenuti trincee – Roma sta saltando in aria -, non collassino; i medici non si ammalino e muoiano, cosa che accade; i cadaveri di chi è morto senza la vicinanza dei cari e le esequie non intasino le morgue, come già accade. Pro memoria: gli over 65 cadrebbero sotto la mannaia della scelta di chi intubare, pertanto “compassionevolmente” lasciati morire.

Il reale del virus impatta con il reale di ciascuno. Un atto di civiltà non impedisce di tener in conto il reale lacaniano.

Quando ho deciso di non ricevere più, ho pensato che avrei dovuto inventare con i miei analizzanti. Fare presenza con loro, uno per uno. Telefono, mail, skype. Provare a saperci fare con gli effetti del reale del virus sull’impossibile di ciascuno, mettendo da parte il sapere dato per incontrare l’invenzione. L’ordine degli psicologi dà per scontata la seduta skype in questa grave emergenza. Per noi lacaniani, non è scontata, anzi.

Per me, ora, è una possibilità per chi lo desidera. Non si tratta di libere associazioni, interpretazioni, tagli, ma di fare sì che ascolto e parola, in un luogo virtuale, si reinventino e trovino posto e tempo.

Prima dell’isolamento, dal lettino giungevano sogni di malattia e di morte dell’analista. Quando nell’aria pendeva il verdetto: isolamento radicale, mi giungevano messaggi sul cellulare: dottoressa, riceverà ancora? posso venire? Come facciamo? quasi a verificare che l’analista fosse ancora lì: viva.

Per alcuni, oggi, l’immagine del volto sullo schermo sembra fare funzione di punto fermo dove la paura decanta: punto di vita. Lo colgo in après-coup.

Pochissime parole, talvolta semplicemente: eccomi, si protegga. Sa come si costruisce una mascherina in casa?

Complici nel contrasto al virus, rispettando le direttive del Governo e della Sanità, ci interroghiamo sui rapporti tra scienza e politica con gli strumenti della psicoanalisi, consapevoli che dal reale non siamo immunizzabili, ma ci tocca incarnare ciascuno di noi un’invenzione per mantenere un filo, seppur labile, precario, appeso alla contingenza con chi ci ha scelto come luogo in cui la sofferenza possa tradursi in parola.

Nell’isolamento, con la faccia in campo, se occorre, per un punto di vita!