“La mia tesi è che la solitudine non è l’isolamento. Isolarsi è evitare la solitudine. Isolarsi può benissimo essere fatto con un oggetto che stimola il soggetto, un oggetto tossico, un fantasma o un delirio, senza che ci sia la minima realizzazione della solitudine. La solitudine in effetti non è l’esclusione dell’Altro, che è l’isolamento, ma separazione dall’Altro. Per essere separati occorre avere una frontiera comune. Abbiamo una frontiera comune con l’Altro quando siamo nella solitudine, mentre l’isolamento è il rifiuto della frontiera. L’isolamento è un muro. E noi siamo nell’epoca della costruzione di isolati dal momento che ciascuno non sa più dove cominciano e dove finiscono le frontiere.”

Philippe La Sagna, Dall’isolamento alla solitudine, “La psicoanalisi”, 45, p. 260.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°10 – 26 aprile 2020

Città vuota*

Marie-Hélène Brousse
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 04/04/2020

Questo secondo testo s’impone come ripresa del precedente1, che costituisce una sorta di cronaca dei tempi del coronavirus che si era conclusa sul vuoto.

Sono scesa nelle strade della città in cui abito per fare la spesa, munita della mia autorizzazione per uscire di casa. Una sensazione, che potremmo qualificare come «bizzarra», mi ha colto allora. Prima avevo ricevuto un video di Venezia, vuota, echi da New York, bloccata. Ed ecco Parigi vuota. Tutte le strade attorno, vuote; le piazze, vuote; le prospettive, vuote. Che sentimento di estraneità!

Dopo essere tornata al mio confinamento, lasciandomi guidare dalle parole, ho quindi riletto «Il perturbante», «Das Unheimliche», che fa parte dei testi un po’ a parte di Freud, in quanto si colloca tra due momenti di elaborazione della teoria analitica.

Un’esperienza pericolosa

Il vuoto della città la rende unheimliche. Questo termine, in francese, non ha che una traduzione infedele; la sua traduzione in inglese da parte di James Strachey, The Uncanny, lo è altrettanto. Ad ogni modo, Unheimliche è un impossibile della traduzione. Va ricordato che l’impossibile è, in questa forma, il primo tratto che caratterizza l’Unheimliche e va notato che è anche uno dei nomi del reale in Lacan.

Unheimliche esce già dalla penna di Freud nel 1911, nella sua corrispondenza con Ferenczi, che gli racconta una delle sue esperienze di premonizione. Il nome di uno sconosciuto è emerso in lui, anche se non conosceva né la persona né il suo nome; Freud risponde che trova questa storia «unheimlich schön», ma, pensando allo sviamento di Jung, aggiunge: «è un’esperienza pericolosa in cui non voglio accompagnarla». Termina la sua lettera con: «La saluto, lei, lo strano inquietante». Qualche anno dopo, nel 1919, poco prima della morte della sua cara figlia Sophie, a causa dell’epidemia di influenza che ebbe origine negli Stati Uniti, scrive «Das Unheimliche», «Il perturbante» per la rivista Imago. Unheimliche coincidenza, rispetto all’epidemia che ci mette ora alla prova.

Declinazione dell’Unheimliche: un’esperienza freudiana

«Il perturbante» è un articolo curioso. Freud vi affronta la nozione deposita in questo termine della lingua tedesca utilizzando tre vie: attraverso i dizionari, la storia del termine stesso nella lingua, attraverso la letteratura, nell’opera di E. T. Hoffmann, e da ultimo attraverso la sua esperienza clinica (autoanalisi) del fenomeno psichico in gioco2, in particolare utilizzando due vignette cliniche.

La prima vignetta integra il «fattore della ripetizione involontaria»3. Mostra Freud che passeggia nelle strade di una cittadina italiana, e poi che si affretta a lasciare la strada in cui si trovava, dopo aver constatato che era il quartiere dei bordelli, ma in cui ritorna, quasi a sua insaputa, per ben tre volte. Condotto a sua insaputa verso il sesso, lo coglie allora la sensazione di perturbante. La seconda vignetta, in nota, riporta la sua esperienza, «solo, nello scompartimento del vagone-letto»4, vede «un signore piuttosto anziano, in veste da camera, con un berretto da viaggio in testa» che entra nel suo scompartimento. «Mi accorsi subito, con grande sgomento, che l’intruso era la mia stessa immagine riflessa dallo specchio fissato sulla porta di comunicazione.» Il fattore in gioco qui è il doppio che viene a disturbare quello che Freud chiama «l’esame di realtà». In queste due esperienze, il punto comune – che Freud peraltro non sottolinea – è questo ribaltamento della cosiddetta «realtà» di fronte al ritorno del medesimo, indipendentemente dal modo diverso in cui questo medesimo si presenta. In entrambi i casi, l’equivoco permette di dire che non vi si riconosce.

Tre parti e un percorso: da Unheimlich a Entfremd

Dapprima Freud cita in extenso i diversi sensi repertoriati del termine heimlich nel dizionario della lingua tedesca di D. Sanders (1860). Heimlich rinvia a quello che è familiare, in quanto fa parte della casa o della famiglia, domestico (nel senso di un animale domestico), caro, intimo, fidato, allegro, sereno, e anche un qualcosa di nascosto, di tenuto celato. Freud nota che, tra tutte «le molteplici sfumature del suo significato», il termine heimlich «ne mostra anche una in cui coincide col suo contrario»5 – osservazione contro cui alcuni linguisti famosi, fra i quali Émile Benvéniste, sono insorti. Ne conclude, al termine di questa prima parte, che heimlich evolve verso unheimlich, sino a una coincidenza, una sovrapposizione, delle due nozioni.

La seconda parte, che si basa su uno studio dei racconti di E. T. Hoffmann, pone la tesi freudiana6. L’Unheimlich è il ritorno dell’angoscia di castrazione edipica rimossa. «Quella sorta di spaventoso»7 indica quindi il ritorno del rimosso. «A questo punto saranno sufficienti alcune integrazioni perché con l’animismo, la magia e l’incantesimo, l’onnipotenza dei pensieri, la relazione con la morte, la ripetizione involontaria e il complesso di evirazione abbiamo più o meno esaurito l’ambito dei fattori che trasformano l’angoscioso in perturbante»8. A questa riduzione del perturbante alla teoria edipica, aggiunge tuttavia «che spesso e volentieri ci troviamo esposti a un effetto perturbante quando il confine tra fantasia e realtà si fa labile»9.

Nella terza e ultima parte del testo, cerca di precisare questo punto distinguendo diverse modalità di quella che egli chiama realtà: «realtà materiale», «realtà psichica», «realtà consueta», «realtà fittizie». Insomma, assistiamo all’esplosione del termine «realtà». È il prezzo del dogma freudiano della verità, ovvero il cosiddetto complesso d’Edipo, in quanto essa implica nel soggetto Freud un insuperabile del padre. In effetti, nella sua lettera a Romain Rolland, Freud nel 193610, a ottant’anni, ritorna per la prima volta sull’esperienza che aveva fatto molto tempo prima sull’Acropoli. Analizza il fatto che, nel momento in cui compie un passo al di là del padre, è invaso da un sentimento strano, che qualifica non come Unheimlich, ma come «Entfremdungsgefühl », una sorta di depersonalizzazione che sperimentò allora e che egli formula in questi termini: «ciò che vedo non è reale»11. Entfremd viene al posto di Unheimlich quando si passa al di là del padre.

Con Lacan, in questo al di là

L’abbiamo capito, in questa esperienza della città vuota, si tratta del reale. Cosa dice Lacan a questo proposito?

Nel Seminario L’angoscia12, si trovano ovviamente alcuni riferimenti essenziali al perturbante. Jacques-Alain Miller, che ne ha stabilito il testo, ha intitolato il capitolo III «Dal cosmo all’Unheimlichkeit» e il capitolo IV «Al di là dell’angoscia di castrazione». J.-A. Miller traccia la via con questo ultimo titolo. Si tratta di un al di là. L’angoscia è l’affetto che non inganna, che scorge l’emergere, nel mondo della realtà, sparsi ma nascosti tra gli oggetti del quotidiano, degli oggetti a che la provocano13. Li nascondono sia l’immagine del corpo che i significanti, i(a) e anche A. Una delle molle dell’Unheimliche è quindi la funzione -φ. La scena del mondo, abbandonata dai corpi parlanti che la animano, è vuota di oggetti quali il rumore e la furia della parola, delle parole come dei suoni. Silenzio della pulsione. Eppure, rimaniamo in un campo in cui immaginario, simbolico e reale rimangono annodati. Resta comunque abitato. Lacan ne dà una riduzione sorprendente nella sua formula: «Com’è risaputo, l’uomo abita, e anche se non sa dove, ha comunque questa abitudine.»14

Talvolta, però, questo annodamento vacilla. Ci si ritrova allora confrontati con quello che Roland Barthes chiama un «effetto di reale», una Uberdeutlichkeit, un chiarore troppo forte, secondo il termine che Freud utilizza a proposito del sogno di Signorelli. Ma correggiamo subito questo punto. Non si tratta di un sogno. Si tratta del sonno quando, appunto, non è disturbato dal sogno. Ça dorme, per davvero, persino a New York. Quindi è l’inconscio ad essere confinato. Quando non è più correlato a -φ, al segno del desiderio dell’Altro, il vuoto diventa «segnale del reale»15, espressione che prendo da un testo di J.-A. Miller a proposito dell’angoscia. Per riprendere l’apologo di Lacan sull’incontro con la mantide religiosa, non c’è più mantide religiosa.

L’effetto dell’emergere del reale, laddove era la realtà, indica la subitaneità di un attraversamento che si afferra precisamente nell’affetto che è l’Unheimlich. Il soggetto è sloggiato sia dal suo modo di godere pulsionale sia dall’Altro, che è scomparso. Unheimlich lascia il posto a Entfremd.

 

Parole analizzanti

Tutto questo è molto teorico, mi direte. Avete ragione. Facciamo spazio quindi alla parola analizzante. Confinato con la sua famiglia, racconta un affetto strano e improvviso che l’ha colto durante «l’approvvigionamento in un supermercato. Il nostro carrello, vuoto all’inizio, si riempiva di viveri. Sono stato colto allora da una strana impressione. Più il carrello si riempiva, più mi sentivo vuoto. Quando questa impressione si è allentata, dopo che me la sono formulata nella sua stramberia, ho poi potuto nominare a me stesso questo momento di vuoto legandolo a una tensione tra il bisogno e persino il dovere di nutrire la famiglia, i miei amati cari, e quell’accumulo di prodotti di consumo mi è apparso, allora, indecente. Una tensione tra la pancia e il vuoto si era incarnata nel mio corpo.» In questo soggetto, l’oralità è uno dei modi di godere preponderante, che porta il marchio della parola materna nell’infanzia – doveva finire i piatti serviti alla tavola di famiglia. Non aveva accesso al vuoto, ma su di lui poggiava la responsabilità di svuotare l’oggetto orale.

Poniamo, quindi, che il confinamento produca nei corpi parlanti che noi siamo un accesso allo svuotamento del godimento pulsionale che traccia la via del nostro habitat, come dice Lacan, in cui abitiamo, anche se non sappiamo dove, e di cui abbiamo comunque l’abitudine. Ne deriva, nella subitaneità di un istante, un incontro con il reale, un attraversamento al di là del segno che costituisce, per ciascuno, l’angoscia. Al di là dell’angoscia, emerge il reale. È il vuoto là dove era la pulsione.

Traduzione di Adele Succetti

*Testo pubblicato in Lacan quotidien, 878, 4 aprile 2020. Disponibile su: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/04/lacan-quotidien-n-878/

[1]M.-H. Brousse, I tempi del virus, in Rete Lacan n.7, su:
https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n7-5-ap/#art_2

[2] S. Freud, Il perturbante, in  Opere, vol. 9, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp.77-118.

[3] Ivi, p.98.

[4] Ivi, n. p.110.

[5] Ivi, p. 86.

[6] Ivi, pp. 88-106.

[7] Ivi, p. 82.

[8] Ivi, p. 104.

[9] Ivi, p. 105.

[10] S. Freud, Un disturbo della memoria sull’acropoli: lettera aperta a Romain Rolland, Opere, vol. 11, pp. 471-481.

[11] Ivi, p. 478.

[12] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Torino, Einaudi, 2007.

[13] Su questo punto si legga un passaggio fondamentale del Seminario, Libro X, op. cit., pp. 99-100.

[14] J. Lacan, Televisione, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 532.

[15] J.-A. Miller, L’angoscia, Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan, Macerata, Quodlibet, 2006, p.80.

Due brevi constatazioni da questo pandemonio

Sergio Caretto
Redazione di Rete Lacan – Torino – 25/04/2020

In tutto questo pandemonio, due brevi constatazioni. La prima deriva dalla mia analisi e, al pari di una certezza, la sintetizzerei così: mai e poi mai la mia esperienza analitica avrebbe potuto iniziare e concludersi se non mi fossi recato dallo psicoanalista in carne e ossa, fino al punto di cedere l’osso1 della mia analisi, l’oggetto a del mio fantasma a cui si era ridotto il mio corpo spogliato delle identificazioni, oggetto incarnato dall’analista che solo ora, non senza orrore e dolore, potevo abbandonare come scarto immondo. Effetto traumatico, evento di corpo, in quanto rinnovante l’incontro con il non senso della lalingua propria e col buco da cui l’atto prendeva ora appoggio, in luogo del fantasma di cui, per l’istante di un lampo, potevo intravederne la funzione di tappo. Per oltre 20 anni la parola era sì fluita in analisi, ma la voce no, quella era rimasta come incastonata nel buco orale, analogamente alla ciliegia rimasta serrata nella bocca del nonno al momento della sua morte, avvenuta quando avevo un anno, nonno adorato dalla madre e di cui il soggetto portava il nome e le insegne. Solo al termine dell’analisi la voce e con essa l’analista, poteva liberarsi come soffio vitale svincolato da qualsiasi parola, senso e significazione. Per farla breve, si può parlare per una vita al fine di trattenere la voce e rimanere fissato ad un’imago “mortifera”, nella quale il soggetto si annulla, godendosi come oggetto, sotto lo sguardo amabile/odiabile dell’Altro.

E lo sguardo? Boh! Faceva capolino, al di là dell’immagine e in maniera perturbante, ogni qualvolta vacillava la cornice fantasmatica sotto i tagli dell’interpretazione e i colpi dell’atto analitico. L’avvento dell’analista quale scarto del lavoro analizzante è pertanto condizionato da un discorso che pone l’oggetto nel luogo dell’agente, oggetto che l’analista si presta ad incarnare in maniera avvertita nella cura. Solo così tale oggetto può ritagliarsi nel discorso dell’analizzante, consumarsi fino all’osso nel tempo per comprendere, fino a cadere nel momento di concludere, dove «il reale arriva al dunque»2. E non basta, occorre, ancora, dimostrarlo… Il reale arriva al dunque in forma di segno più ancora che di significante: « […] non si immagini, con il pretesto che ho definito il significante come nessuno mai ha osato fare, che il segno non sia affar mio! È anzi il primo e sarà anche l’ultimo. […] Psicoanalista è dal segno che sono edotto»3. In un’analisi oltre alla dimensione del soggetto rappresentato da un significante per un altro significante, entra in gioco l’effetto/affetto “segno” che, non articolandosi ad un significante, pone un arresto alla significazione e al senso. Segno che piuttosto è precipitazione e marchio della  lalingua sul corpo del parlessere. Su questo punto, come afferma Lacan ne La terza4, l’inconscio, per quanto possa apparire folle, si innesta sul corpo, sul reale del corpo pulsionale. Concluderei questa prima “constatazione” della necessità della presenza dei corpi in analisi affinché vi sia discorso analitico con la seguente citazione: «Il corpo, se lo si prende sul serio, è anzitutto ciò che può recare il marchio atto a schierarlo in una schiera di significanti. In conseguenza di questo marchio esso è supporto della relazione, supporto non eventuale ma necessario, poiché anche il sottrarsi a essa è un farle da supporto»5.

Seconda constatazione. In questo periodo mi sono prestato a dire sì alla richiesta di incontri via skype proveniente da tre pazienti. Ad altri che lo domandavano ho invece consigliato di leggere poesie, di dedicarsi alla famiglia, di attendere… Mi sono assoggetto, timidamente, a questa pratica. Qui due considerazioni. La prima è che, con mia sorpresa, colgo l’importanza e l’opportunità che tale pratica può svolgere, caso per caso, nel mantenere un filo di lavoro soggettivo all’interno di un transfert analitico già in atto. Una sorta di “effetto conversazione” che contribuisce a mantenere per il soggetto un ancoraggio all’Altro della parola e del linguaggio, in un tempo in cui l’Altro è andato a gambe all’aria ingenerando smarrimento, paura, angoscia e terrore. Credo però  indispensabile interrogarmi su questa pratica, ovvero sulla posizione che occupo incontrando un soggetto che sta dall’altra parte di un monitor. Qui giunge la seconda considerazione che sintetizzerei così: non è dal posto dell’analista inteso come incarnazione dell’oggetto a che opero quando “l’incontro” avviene tramite una piatta-forma digitale. Ritengo che questo non sia né un bene né un male, e neanche la finalità che mi pongo in questi incontri «Giacché  far uso della tecnica dal lui (Freud) istituita fuori dall’esperienza a cui si applica, è altrettanto stupido quanto affannarsi ai remi quando la nave è sulla sabbia»6. Mi sentirei di affermare, anche ascoltando amici che insegnano all’Università o che esercitano in politica, che tramite le piatte-forme informatiche non si produce fattivamente alcuno dei quattro discorsi, proprio in quanto l’assenza dei corpi in cui si incarna l’impossibile, fa venire meno il discorso stesso che, proprio nell’impossibile, trova la sua molla. Certamente l’ascesa dell’uomonline, ovvero dell’uomo sempre connesso alla macchina fino quasi ad incorporarla, va a nozze col discorso del capitalista, quello sì. Voce e sguardo certamente entrano in gioco più che mai nell’incontro tramite il mezzo tecnologico, ma in questa pratica trovo che l’assenza dei corpi renda impossibile, fortunatamente, la loro localizzazione e incarnazione nell’analista, pena il rischio che questi si prenda davvero per l’analista, altra cosa dal fare, come dice Lacan, la «scartità». D’altronde Lacan, proprio in Televisione, non mancava di ribadire la posizione di analizzante dalla quale parlava: «Perché non c’è differenza tra la televisione e il pubblico davanti al quale parlo da molto tempo in quello che viene chiamato il mio seminario. In entrambi i casi uno sguardo: a cui non mi rivolgo né in un caso né nell’altro, ma in nome del quale parlo»7. Lacan indica qui come l’oggetto sguardo si incarni nella televisione. Lo sguardo, al quale Lacan non si rivolge, è piuttosto quel che ne causa la parola, al punto di arrivare a parlare in nome di uno sguardo. Parlare in nome di uno sguardo, senza rivolgerci allo stesso, mantiene in sé un impossibile che, forse, può orientarci là dove, nella contingenza di questo tempo, e più in generale nel nostro tempo, ci prestiamo all’utilizzo di queste piatte-forme informatiche.

[1] Cfr. J.-A. Miller, L’osso di un’analisi [2001], Milano, Franco Angeli, 2001.

[2] J. Lacan, Radiofonia [1970], in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.441.

[3] Ibid, p. 409.

[4] Cfr. J. Lacan, La terza, “La psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, 1992.

[5] J. Lacan, Radiofonia (1970), in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.405.

[6] J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi [1957-1958], in Scritti, vol. 2, Torino, Einaudi, 1974, p.579.

[7] J. Lacan, Televisione [1973], in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.505.

Convocato!*

Jean-Daniel Matet
 Membro AME dell’ECF e dell’AMP – Parigi – 17 aprile 2020

Convocato: si comincia con l’enunciato dei vostri sintomi ai diversi interlocutori del 151, è stata chiamata anche l’ambulanza; vi prendono sempre più sul serio e vi convocano d’urgenza al centro più vicino. Tutto cambia. Eravate un uomo influenzato, diventate di colpo un malato a rischio, di morire, di contagio, ecc… Il ricordo di quelle prime ore è confuso, inghiottito dalla contingenza e dalla materialità delle cose.

Trentasei ore dopo, lo stato della mia salute è considerato allarmante e mi viene offerto di andare al servizio di rianimazione che è appena stato aperto. Non esito un istante. Vuole firmare il protocollo per l’accesso alle cure sperimentali? Idrossiclorochina? Sì, ovvio! Voglio solo venirne fuori e non è la telefonata notturna alla persona di fiducia, alle tre del mattino, che annuncia l’urgenza di essere attaccato a un respiratore che mi rassicura. Niente è in grado di rassicurarvi in quel particolare momento della vostra vita. Abbandonato all’Altro della tecnica e della scienza, a questa medicina, quella che non avevo scelto, che oggi scatena non solo gli applausi delle otto di sera per il personale medico, ma anche l’ammirazione illimitata dei mass-media. Non abbiamo mai sentito un Primo ministro dire: “Non sono avvocato, finanziere, ex allievo dell’ENA2….”; ma viene ripetuto in ogni discorso pubblico: “Non sono medico”. Sono d’accordo con lui, questa medicina dei bravi studenti che non hanno scelto la finanza, che hanno conservato una parte di ideale del bene altrui, merita la nostra considerazione e la nostra ammirazione.

Ma l’esperienza è altrove. Vi siete mai chiesti come viviamo una simile esperienza? Nella letteratura medica ci sono certamente delle risposte tecniche. Cosa diventano quei corpi manipolati – a pancia in giù, mi è stato detto – per permettere la rianimazione?

Ero stato portato via da dei delinquenti, che mi trascinavano da un paese all’altro, che parlavano lingue diverse, potrei comprendere in spagnolo, in portoghese; ma c’erano anche delle lingue asiatiche incomprensibili. L’obiettivo alla fine si affermava, era quello di farmi girare un film. In effetti, non è forse tempo, a questo punto della mia vita, di mostrare quello che sapevo fare in un simile contesto? Per questo era necessario subire delle trasformazioni e resistere a una sorta di avvelenamento che prevedeva di cambiare il mio sangue con tecnologie sempre più moderne. Si facevano tentativi con del sangue giallo, poi blu e, alla fine, un sangue incolore si imponeva.

Quello che mi ha colpito, sin dal mio risveglio – e che ho raccontato ai miei cari – è sino a che punto avessi mobilitato un delirio per assumere la situazione. Un delirio nel senso che si tratta di una neo-costruzione, che non è un sogno la cui significazione deve essere interpretata, ma una successione di asserzioni, di traduzioni di segni.  Per il soggetto psicotico, il confronto con la realtà non cambia nulla. Ho avuto la fortuna che fosse diverso per me, il che mi ha permesso di raccontare questo tentativo di preservare un corpo in quanto luogo della sua esperienza psichica e soggettiva.

Sono stato al lavoro del delirio per il tempo di uno “scollegamento” (in coma indotto per permettere la respirazione artificiale). Non era forse un sogno e il suo lavoro freudiano dell’inconscio? No, era una costruzione, solida, in cui le zone di perplessità tentano di essere riempite da abbozzi di senso sempre inefficaci. Ma il delirio tentava di farsi strada in quel soggetto privato artificialmente di un corpo.

Parlo di delirio poiché ero preso dentro una storia di cui tentavo di risolvere le incoerenze. Nessuna struttura di cura era stata accessibile in terra francese e mi ritrovavo, quindi, a causa proprio del mio rapimento iniziale, in un paese lontano, un’isola dalle grandi capacità di cura o anche di trasformazione dei corpi, una sorta di Fondazione dell’AP-HP3 all’estero, sostenuta da fondi privati. Delle molle (identificate in seguito come le tubature che sostengono le maschere dei respiratori) invadevano la mia testa. La cosa essenziale era chiedermi come sarei rientrato a Parigi, data la grande distanza dovuta a condizioni tecniche. In aereo, in nave, in ambulanza? Nessuno mi rispondeva e mi facevano capire che non era ancora il momento. Sarei scomparso, lontano dai miei? Ma cosa facevano per tirarmi fuori da lì, tutti quelli che sapevo capaci di sollecitare le persone più influenti? Mi avevano forse abbandonato? In altri momenti, bastava attendere che l’Altro si decidesse a riaccompagnarmi. A metà tra un viaggio culturale e un viaggio d’affari, si faceva di tutto per rendermi la vita piacevole, sino a farmi partecipare a spettacoli teatrali d’altri tempi, con vecchi attori rifugiati da vecchissimi in quei paesi lontani, a vivere d’espedienti cercando di distrarre lo strano turista che io ero – qualcosa come Sacha Guitry in un vecchio teatro di varietà. In uno di questi, dovevo recitare, l’altro era noioso e patetico. Tutto questo era lungo, gli spettacoli, l’organizzazione degli spostamenti, ecc.. Non arriva nessuna risposta circa il mio ritorno a Parigi.

E poi giunse un periodo in cui gli infermieri mi interrogarono; l’abbigliamento del personale di cura confermava la mia idea di essere all’estero (abiti monouso, cuffie ermeticamente annodate, guanti in una sorta di blu Klein) – non avevo mai incontrato quelle uniformi di circostanza per far fronte alla contagiosità del virus. “Dove si trova?”, mi ripetevano. Non ne sapevo nulla. Assomigliava all’ospedale della Pitié, la sua architettura, i suoi immobili, ma poteva essere solo un facsimile, data la grande distanza da Parigi. Le luci, le terrazze mobili, come dei ponti portaerei, rendevano quegli immobili iper-tecnici molto diversi da quello che mi ispirava l’ospedale parigino.

Tentavo di leggere il logo sulla biancheria, sul materiale: “Fondazione Oumany (o qualcosa che gli si avvicinava) – Assistenza pubblica di Parigi”, invenzione che imponeva il fatto che ci fosse un legame tra quell’immobile e l’APHP. Ma restava misterioso. E quegli orologi, gli orologi ELAMI (è la loro marca), la cui lancetta dei minuti era lunga quasi quanto quella che segnava le ore, quest’ultima molto più contrastante, non poteva che corrispondere a un costume locale.

L’insistenza dei “curanti” a localizzarmi all’ospedale della Pitié, mentre stavo ancora risvegliandomi, non faceva che rafforzare la mia perplessità. A posteriori, intravedo il livello dei segni che tentavo di interpretare, nonostante la mia “disconnessione”: gli odori – quelli dei prodotti di rianimazione mi sembravano molto forti e persistenti –, gli innumerevoli rumori delle macchine e la presa in carico dei corpi da parte di quelle ammirevoli persone che forniscono le cure più elementari come pure quelle più tecniche. Incapace, sino al risveglio, di stabilizzare una risposta all’insorgenza di perplessità, ho avuto chiaramente la convinzione che questo delirio mi avesse permesso di conservare una sorta di unità psichica che poteva andare in frantumi.

Al risveglio, mi dicevo che avrei potuto prendere la mia bicicletta, contando su una percezione del corpo, ma, al contempo, non ero niente più che la realtà di un corpo sparpagliato in ognuna delle sue funzioni, incapace della minima coordinazione. Sollevare la mano o il piede era un esercizio da cosmonauta su un pianeta senza gravitazione.

Rinunciando alla necessità del trasporto e riconoscendo, finalmente, l’architettura dell’ospedale, in cui si era svolta la mia formazione da studente, le minacce cominciavano a calmarsi.

Un infermiere, che finalmente raccoglieva la testimonianza della mia localizzazione, mi propose di guardare alcune immagini in televisione e vi scoprii, tre settimane dopo l’inizio di questo esilio, un pianeta disabitato, con i suoi abitanti confinati, come mai avrei potuto immaginare.

Traduzione di Adele Succetti

* Testo pubblicato in Lacan quotidien, disponibile qui:
https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/04/lacan-quotidien-n-880/

[1] Il numero 15 in Francia corrisponde al nostro 112, il numero delle urgenze.

[2] L’ENA è la Scuola nazionale di amministrazione.

[3] AP-HP è l’Assistenza pubblica degli ospedali di Parigi.

Gli Atelier online della Fondazione Martin Egge Onlus, una scommessa

Chiara Mangiarotti
 Membro SLP e AMP – Venezia – 20/4/2020

Gli Atelier online della Fondazione Martin Egge Onlus – di Pittura e disegno, di Video animazione, di Gioco, danza e teatro (maggiori informazioni sul sito www.fondazionemartineggeonlus.org) – creati per far fronte all’emergenza Covid 19 e non lasciare soli i nostri ragazzi e bambini autistici e le loro famiglie – sono un’occasione preziosa e insegnante. Nell’Atelier di video animazione siamo sorpresi dall’entusiasmo dei partecipanti e dall’apporto di tutti a partire dal tema lanciato da Alberto – coordinatore insieme a Silvia – Supereroi versus Covid 19. Una volta tanto, siamo noi ad entrare sui loro schermi, nel loro mondo, anziché forzarli ad entrare nel nostro.

Ognuno presenta un suo personaggio supereroe o una sua idea per partecipare al progetto collettivo: Aldo V. disegna Poisongirl che ha un potere speciale: appoggiando le mani su delle bolle in cui sono rinchiuse le persone da curare, fa entrare del calore in forma gassosa. Nelle bolle che ha rappresentato, vi figurano, in posizioni particolari, le persone raffigurate nell’atto di riprendere forza. Un autistico sa bene come “curarsi” ritirandosi all’interno di una bolla, ma in questa versione la guaritrice è un suo doppio1, un’eroina le cui passioni scientifiche rispecchiano i suoi ideali; quando Alberto propone di inserire una storia d’amore, Aldo V. vede come unica possibilità per Poisongirl un amore “non canonico”, che non c’entra con la trama della storia. Ne vedremo lo sviluppo. Saverio, nella chat, critica l’idea di Aldo V. da un punto di vista scientifico: il calore è una forma di energia e l’energia non può esistere in stato gassoso, solido o liquido, solo una fonte di energia lo può essere. Invia poi un disegno raffigurante macchie di colore generate dall’antagonista della storia, Ink Demon, una proprietà chiamata “melanokinesis”.

Aldo C., che di solito segue Aldo V. come suo doppio, e con difficoltà si ancora a un proprio lavoro, ha immediatamente creato il suo personaggio: Super James, il cui potere è negli occhiali. Anche Gustavo, di solito poco comunicativo e propositivo, aiutato dalla possibilità di chattare, disegna subito il suo personaggio indicandone i poteri: il volo, l’utilizzo di una pistola laser e degli occhiali speciali, che gli forniscono una super vista.

Luciano alterna momenti in cui partecipa all’incontro video a momenti in cui chatta con Gloria, la sua operatrice di riferimento. Il suo personaggio Pylonguy, entità aliena, per risolvere la terribile situazione del pianeta Terra, ha individuato cinque ragazzi e gli ha dato la possibilità di diventare dei super eroi per sconfiggere il virus.

Le conversazioni avvengono in un clima molto disteso, attraverso triangolazioni tra operatori e tirocinanti sono lanciati temi e consegne, con attenzione alla particolarità di ciascuno e del suo oggetto che il mezzo telematico sembra esaltare. Luciano si diverte un mondo il giorno in cui non riesce a collegare l’audio, ascolta e non può parlare, ma può chattare con Gloria, sviluppa giochi di parole ironici e non-sense, prende in giro l’operatrice e accetta di essere preso in giro da lei.

Saverio ha difficoltà a inserirsi nella storia, nel frattempo andata delineandosi, lo può fare con enunciati scientifici che non implicano una posizione di enunciazione o attraverso un personaggio negativo. Nella stessa seduta in cui Luciano non ha il microfono per parlare, Saverio dice di non avere la connessione per attivare il video, ascolta senza essere visto, una modalità voyeuristica in cui si completa con l’oggetto sguardo2. Quando finalmente si  presenta, è radioso, con una gattina in mano, Zizi3. Un’altra modalità di completarsi con l’oggetto sguardo attraverso un doppio meno persecutorio di Ink Demon! Sembra che Saverio per ora abbia bisogno di questa partecipazione on/off per riuscire a mettere in-forma4 l’oggetto a.

Se lo schermo, con le possibilità che offre – essere in diretta con il proprio doppio e protetti rispetto al corpo, maggiore controllo di quello che avviene – favorisce la partecipazione e lo scambio – è la prima volta che i partecipanti accettano di partecipare a un’attività collettiva – la nostra conduzione facilita per ogni soggetto la possibilità di inserirsi singolarmente e sublimare attraverso l’arte il doppio proprio a ciascuno. Abbiamo la chance di aggiungerci all’aletosfera5 dei loro schermi rendendola un’atmosfera desiderante, confortati, a nostra volta, dalle loro risposte.

[1] Sulla funzione del doppio cfr. É. Laurent, La battaglia dell’autismo, Macerata, Quodlibet, 2013, p.91.

[2] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un Altro all’altro, [1968-1969], Torino, Einaudi, 2019, p.250.

[3] Il nome Zizi rimanda al fallo. Commentando il quadro Las Meninas di Velasquez Lacan dice: “Questo oggetto centrale: l’infanta, la bambina, la girl in quanto essa è uguale al fallo, cioè questo segno che vi ho designato come la fenditura”, J. Lacan, Le Séminaire, Livre XIII, L’objet de la psychanalyse, lezione del 25 maggio 1966, inedito.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un Altro all’altro, [1968-1969], p.300, op.cit., Cfr. É. Laurent in La battaglia dell’autismo, p.80, op.cit.

[5] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, [1969-1970], Torino, Einaudi, 2001, pp.201-202.

L’analista oggetto e la psicoanalisi installazione mobile, oggi virtuale?

Marta Goldenberg
Membro AME, EOL e AMP – Córdoba (Argentina) – 12/04/2020

È arrivato il tempo di comprendere, il CIEC (Centro de Investigación y Estudios Clínicos) di Córdoba, Argentina, associato al Campo Freudiano fin dal 1998, è uscito con la sua offerta al sociale. Sappiamo che un praticante della Psicoanalisi non può funzionare se non sta in contatto con il sociale e come dice Jacques-Alain Miller in Il sintomo e il legame sociale: «gli effetti della Psicoanalisi non dipendono dal setting ma dal discorso» dipendono dall’analista, «dalla sua esperienza nella quale si è impegnato»1.

Si legge che l’irruzione del COVID-19 è una guerra, sappiamo che la Psicoanalisi non si occupa della guerra in sè dal momento che la guerra è uno scontro all’interno di una politica basata sulle identificazioni. La politica è la maniera – dice J.-A. Miller – di far funzionare il reale in un discorso mentre «il reale nella clinica sorge come ciò che non funziona»2.

L’irruzione di un sociale in emergenza e la risposta dell’Acción Lacaniana  nel virtuale hanno permesso al praticante della Psicoanalisi di offrire il legame sostenuto dal trasfert, cercando di ubicare «il punto morto»3 di ogni situazione portata dall’analizzante. Questo punto si converte ogni volta in forza propulsiva, giorno dopo giorno, negli incontri nei quali l’analista presta il suo ascolto e il proprio corpo, che sia con la voce e lo sguardo o solo con la voce, perché l’ansia, le paure, l’angoscia possano venire trasmesse in un modo singolare, «dotando il desiderio di risorse visto che questa situazione implica la perdita – anche se non totale – perché porta con sé l’invenzione» nel trattamento del pulsionale; con un praticante avvertito affinché il percorso silenzioso della pulsione non prenda una direzione autoreferenziale.

Nella consultazione virtuale ascolto come l’angoscia pervade i corpi di differenti analizzanti: «mi sto sgretolando … non so come fare per blindarmi», «è una sofferenza a tempo determinato», «sono scompaginato», «sento un’energia trattenuta», «sono tra il disgregarmi e l’agglutinarmi», «sento l’angoscia terribile al risveglio … che cosa farò nella mattinata? … c’è  un domani?», «paura di perdere le persone care», «non è facile convivere con se stessi»,  «l’incertezza del giorno dopo», «tutto ciò mi fa riflettere su come togliere l’isolamento da me stessa», «mi sento estranea in modo salutare».

Sono alcuni dei detti dei pazienti che stanno perdendo ogni cattura simbolica e si sentono indifesi, avvolti dall’onda di un mare di godimento che li affoga senza riuscire a trovare un riparo, qualcosa a cui aggrapparsi, che serva da ancora o capitone, e che sentono che il più intimo della propria vita sta per essere compromesso.

Davanti al trauma non si è mai preparati, il reale ci casca addosso, non parla, quindi il nostro desiderio di analista, quello che ci responsabilizza a essere all’altezza dell’epoca, accessibili, malleabili all’altro che chiama, localizzabili come uno strumento da cui è già emerso il proprio oggetto che è stato messo al lavoro, come causa.

Il reale persisterà fino a che avremo un corpo e parleremo …

L’umanità per la prima volta si è collettivizzata con un reale comune; la Psicoanalisi e chi la incarna – l’analista-oggetto con la sua decisione da guerriero determinato 4– può contare sulla plasticità per offrire all’analizzante e anche a chi è stato colto dalla contingenza senza un trattamento in corso, il buon uso della rete.

Jacques-Alain Miller una volta ci disse: «Alea jacta est», (il dado è tratto), e aggiungo, sapendoci fare con la propria solitudine, il proprio dis-essere, e sostenendo la solitudine dell’altro.

Traduzione di Giuliana Zani

[1] J.- A. Miller, Verso PIPOL 4, http://ampblog2006.blogspot.com/2007/12/vers-pipol-4-par-jacques-alain-miller.htm

[2] V. Palomera, En defensa de la democracia, “Lacan Cotidiano”, 23, http://www.eol.org.ar/biblioteca/lacancotidiano/LC023.pdf

[3] M.H. Brousse, Trouver dans l’impasse même la force vive du desir, “L’Hebdo-Blog”, 196,
https://www.hebdo-blog.fr/category/lhebdo-blog-196/ In italiano: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n6-2-aprile-2020/#art_1

[4] J.-A. Miller, L’Orientamento Lacaniano, Seminario 2007-2008, lezione del 12/12/2007, inedito.

Vivere da malati per morire sani

Ilde Kantzas
Membro SLP e AMP – Milano – 19 aprile 2020

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l’altre stanno

timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

Dante Alighieri, Purgatorio, canto III

 

«Il tema della segregazione non arriva sulla bocca o nella penna di Lacan in modo immediato. La tematica della segregazione sorge piuttosto tardi nel suo insegnamento per diventare, nel nostro momento storico, la cicatrice dell’evaporazione del padre, com’egli disse il 12 ottobre 1968 nel dibattito dopo l’intervento di Michel de Certeau: “Io credo che nella nostra epoca la traccia, la cicatrice dell’evaporazione del padre è quello che potremmo mettere sotto la rubrica e il titolo generale della segregazione”1»2.

Come analisti siamo chiamati ad interrogarci e interrogare per quali motivi il mondo intero ha adottato misure di segregazione più o meno forti nei confronti di milioni di persone, adottando il modello di controllo dittatoriale cinese come risposta ad un’epidemia? E come è potuto accadere che queste misure eccezionali, che hanno travolto barriere costituzionali e democrazie, siano state accettate dalla maggioranza degli abitanti del pianeta, senza una riflessione critica, senza che si levasse una voce a dire: “Il re è nudo”, o a reclamare il dovere del rito di seppellire i propri morti come Antigone?

Com’è possibile che la vita umana sia stata ridotta, nel giro di pochi giorni, ad un mero dato biologico, mangiare-dormire-defecare? Ci si accontenti di fare la spesa e basta, senza che si levi una voce, di uno che chiama nel deserto, per dire: “non di solo pane vive l’uomo”?

E ora, che cosa si fa? Ci si chiude in casa, su ordine di una scienza, che peraltro non è in grado né di diagnosticare, né di curare, né di prevenire l’infezione, e che strizza l’occhio a una politica a cui non dispiace un controllo capillare attraverso applicazioni, e con una scusa magnifica: lo facciamo per il vostro bene! Ci si affida alle macchine come intermediari delle relazioni, si festeggiano compleanni online, i computer diventano sostituti del corpo anche nelle sedute di analisi su skype, ma anche la Messa di Pasqua è stata nel segno della disincarnazione, senza il popolo, senza il corpo di Cristo. «Per parafrasare il Vangelo di Giovanni, il Verbo si è fatto macchina, lo spirito soffia anche nell’inorganico e la ragione e il linguaggio, oggettivati in forma di algoritmo, abitano in corpi non umani, creando una “umanità aumentata”. Il pensiero umano, disincarnandosi, è emigrato nelle macchine e si è annidato in esse»3, scriveva Bodei nell’ultimo suo libro, dato alle stampe poco prima della morte.

E la vita da pecorelle segregate arriva a coincidere con quella dei pazienti, come ha detto più di un collega di Milano nell’ultima assemblea: “Siamo tutti sulla stessa barca, analisti e analizzanti”, o, come scriveva Miller, «Mi sembra inoltre un dato di esperienza, confermato dalla testimonianza di chi lavora nelle istituzioni, che la salute mentale è fondamentalmente una questione che concerne l’entrare, l’uscire e il tornare. […] Ritornare diventa essenziale per l’ordine pubblico. […] Il problema centrale, nella pratica della salute mentale, è allora decidere chi poter lasciar uscire purché torni a casa a prendere le pillole»4.

Nella speranza che l’analisi ci accenda a essere gli e-gregi che conducono, in questo Aprile senza corpo,

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte
Ugo Foscolo, I sepolcri

[1] Jacques Lacan, Nota sul padre e l’universalismo, “La Psicoanalisi”, 33, Roma, Astrolabio, 2003, p.9.

[2] A. Di Ciaccia, La segregazione in Lacan, “Attualità lacaniana”, 26, Torino, Rosenberg & Sellier, 2019, p.123.

[3] R. Bodei, Dominio e sottomissione, Bologna, Il mulino, 2019, p.297.

[4] J.-A. Miller, Introduzione alla clinica lacaniana, Roma, Astrolabio, 2006, p.69.

La stoffa del quotidiano

Omar Battisti
Membro SLP e AMP – Longiano (FC) – 19/04/2020

In un’intervista su “Le Point”, il 18 agosto 2011, pochi giorni prima che uscisse il primo numero di Lacan quotidien, Miller sostiene che: «[…] il modello generale della vita quotidiana nel XXI secolo è l’addiction»1.

Mai come ora è qualcosa di palese in tutto il suo clamore. Semplici gesti, routine date per certe, acquistano un altro statuto. Così, anche il semplice togliersi il pigiama e vestirsi, perdono il versante di automaton per far emergere l’appuntamento con un giorno che inizia. Decisione dovuta a nessun’altra necessità che non sia lo scandire un tempo diverso da quello del sonno. Dormire, svegliarsi. Al di là della fisiologia, c’è un diverso insopportabile in gioco. O meglio, lo stesso che diventa altro grazie ad una decisione mai eterna, da rinnovare ogni giorno. Dormire, svegliarsi: tra i due sognare, che può servire a continuare a dormire anche quando ci si è alzati dal letto, oppure a incontrare un fugace risveglio. Non senza legame con l’introduzione, o meglio l’incidenza del linguaggio sull’essere che parla. Lacan considera che «Giorno e notte sono molto precocemente codici significanti, e non esperienze»2. Inserire questa rottura che separa dalla natura, da luogo alla possibilità di avere un ordine, di dare senso a ciò che non ne ha. Il fatto è che ognuno dà senso alle cose della vita, in modo del tutto singolare. Da questo senso si è in un rapporto di dipendenza. Una dipendenza che dà la cornice al quotidiano di ciascuno, ai gesti, alle routine, ai problemi e le soddisfazioni, a quell’insopportabile che si incontra nella vita.

È una dipendenza necessaria a che la vita continui. Tuttavia, l’isolamento forzato costringe a fare i conti con qualcosa di molto umano: «[…] dentro una stanza / Era più vicina la mia lontananza»3, come canta Francesca Michielin in Bolivia. La prossimità di qualcosa che non si vuole vedere o sapere, un dettaglio della vita di ciascuno che però sostiene tutto il proprio mondo, che può essere chiuso in una stanza, rendendo palese quanto spesso questo sia «immondo»4.

All’interno del quotidiano, un interno molto areato, «mondato»5 dalle parole che hanno colpito l’esistenza di ognuno, qualcosa poteva – scrivo al passato, a prima di questo evento – squarciare per un attimo la cornice della realtà, per far emergere qualcosa che viene da altrove, da un lontano molto prossimo e proprio a ciascuno. Freud l’ha chiamato inconscio, riferendosi in primis alla «estraneità psichica del sogno»6, ad una «scena […] diversa da quella della vita rappresentativa vigile»7; un teatro privato in cui ci sono tutte le parti della tragedia e della commedia, dove il soggetto interpreta una parte diversa, a seconda dell’atto in cui è preso.

Chi ha fatto o sta facendo un’esperienza analitica, sa che in questo teatro prende posto e gioca una parte un attore particolare: il partner analitico, che dà corpo a questa scena altra con la sua viva presenza, e porta a toccare con mano quell’insopportabile che viene ricacciato fuori dalla cornice della realtà quotidiana.

L’appuntamento con il partner analitico gioca per ciascuno una funzione singolare, calata e data dalla cornice del proprio teatro privato, ma lì si tocca il rovescio del quotidiano, fatto della stessa stoffa, dove le cuciture sono messe in evidenza, per rammendare gli strappi o tagliare un filo da staccare. Per mantenere questo appuntamento, ora che i corpi non si possono incontrare senza rischio, ci si può servire dei mezzi tecnologici per non disfare quella trama, tenendola con un filo di voce o nel solco della scrittura.

Questo appuntamento opera sulla stoffa del quotidiano, tra il suo diritto e il suo rovescio, giocando (to play, jouer, spielen sono usati per il teatro e la musica) con la cornice della vita quotidiana, ora che la sua stoffa è lacerata da un’emergenza senza pari.

[1] J.-A. Miller, Les propheties de Lacan, Le point, 18 agosto 2011, disponibile al sito:
https://www.lepoint.fr/debats/jacques-alain-miller-les-propheties-de-lacan-18-08-2011-1366568_2.php.

[2] J. Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, Torino, Einaudi, 2010, p.171.

[3] Francesca Michielin, Bolivia, “2064”, Sony Music 2018, disponibile al sito: https://www.youtube.com/watch?v=n3O1wXVKiFw.

[4] J. Lacan, La terza, “La psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, 1992, p.33.

[5] J. Lacan, Apertura della sezione clinica, “La psicoanalisi”, 55, Roma, Astrolabio, p.11.

[6] S. Freud, L’interpretazione dei sogni, in OSF, vol. 3, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, p.54.

[7] Ivi.

LAMPI!

L‘effetto-verità del virus

Vilma Coccoz
Membro AME ELP e AMP – Madrid – 21/03/2020

Mentre arrivavano le prime e contraddittorie informazioni, l’oscillazione tra la verità e l’incredulità era evidente, palpabile. Niente ci aveva preparato per un avvenimento di questa natura. Le versioni sulla genesi in laboratorio del virus non si fecero aspettare, occorreva trovare un agente, qualcuno con malevola astuzia che giustificasse il disastro.

Man mano che il contagio si spargeva in Europa e cominciavano a verificarsi le insufficienze del Sistema Sanitario nel prendersi cura dei cittadini, il sentimento di sconforto si faceva più acuto e con ciò la propensione a minimizzare l’impatto, dando credibilità agli esperti che equiparavano questa malattia all’influenza, tentando di convincerci che solo sarebbe stata letale se avesse colpito persone anziane e con più patologie e che, quindi, non c’era motivo per allarmarsi.

Nel frattempo, le vendite dell’opera di Camus schizzavano alle stelle, incluso i professionisti sanitari, tenuti a esserci e rispondere in prima linea, cercavano nel riferimento ai film un modo di rappresentare questa catastrofe.

Il presidente francese ha dato un nome allo stato nel quale ci troviamo: guerra.

Ma il nemico è acefalo.

Abbiamo compreso la responsabilità di ognuno di fronte al pericolo invisibile, senza forma, che minaccia le nostre fragili esistenze.

Il giornale di Bergamo è eloquente, nell’edizione di venerdì scorso i necrologi occupavano non una pagina come era solito, ma dieci.

In effetti, le persone appartenenti alla popolazione a rischio toccate dal contagio, muoiono.

E non valgono più le giustificazioni meschine che sarebbero morte da qualche altra causa. Ora sappiamo in quali condizioni abbandonano questo mondo, sole, senza cerimonia, senza una carezza dei loro cari.

Ora sappiamo che le conseguenze di questa pandemia sono e saranno tremende. E che è necessario darsi sostegno. Il volontariato si sta organizzando rapidamente e quello è il segno inequivocabile della sanità sociale. Per questa ragione mi sono iscritta all’elenco che l’Ordine degli Psicologi di Guipúzcoa ha creato per fare dei colloqui telefonici a proposito di questa emergenza.

Traduzione di Florencia Medici

Che giorno è?

Federico Sacchi
Allievo Istituto Freudiano – Roma – 01/04/2020

Prima del coronavirus

Ogni martedì e giovedì si va in piscina. Si esce, si prende il pulmino, si arriva in piscina. Negli spogliatoi ci si spoglia, poi si entra in acqua.

Una volta a settimana è previsto un rientro in famiglia o un’uscita dai parenti.

D.

Un anno fa era terrorizzata dall’acqua. Si teneva stretta all’operatore, per il timore di sprofondare.

Piano piano inizia a nuotare, sempre sorretta dall’operatore che deve tenerla “stretta stretta”. Il suo occhio è vigile, chiede di tornare indietro, sempre all’altezza del convettore che riscalda l’ambiente.

«Indietro!»

Perché forzarla? Perché chiederle di arrivare a fine piscina? Torniamo indietro.

Un giorno avviene l’impossibile. Si supera il limite che ormai sembrava invalicabile. Nessuna parola, né da lei né dall’operatore. Solo uno sguardo fugace “è successo davvero?”. Si arriva, insieme, stretti stretti, a fine piscina. L’operatore esulta:

«Siamo arrivati a fine piscina! Ma ti rendi conto! Sei un drago, un drago marino gigante!»

Lei ride.

«Un drago! Gigante!»

Ogni venerdì D. torna a casa per il week-end dai suoi genitori.

«Ma torni lunedì? Nun te scordà eh!»

«Nun te scordà!»

L.

Non è mai entrata in acqua.

Per lei andare in piscina equivale a un bel giretto in pulmino poi pizza e coca-cola. Durante il suo inserimento diurno in struttura, il pulmino è stato la sua casa. Rimaneva nel pulmino che la andava a prendere dal mattino fino a fine pomeriggio.

«Vuole cochi-cola, vuole piza!»

Ogni venerdì va a cena dai nonni con mamma. Poi torna in struttura

«Vuole moma!»

Durante il coronavirus

Il Dpcm 22 marzo 2020 relativo all’emergenza epidemiologica da COVID-19 prevede la chiusura delle attività produttive non essenziali o strategiche.

Le piscine non rientrano tra i servizi essenziali. Neanche le pizzerie.

Ogni spostamento non indispensabile è altamente sconsigliato, così come i contatti con i familiari.

 

D.

Come spiegarle l’improvvisa e incomprensibile chiusura della piscina? Come rendere comprensibile la presenza di quell’operatore, il martedì e il giovedì, anche senza piscina?

  1. ha sempre avuto paura delle cicale, il loro frinire le causava crisi tanto violente da portarla a lacerarsi le braccia a morsi.

Ora questo animale è nominabile, e le crisi ridotte.

«D. la piscina è chiusa perché la stanno disinfestando dalle cicale. Quando torneremo le avranno uccise tutte!»

Che giorno è? Perché sei qui e non andiamo in piscina?

Lo scorso week-end non ha potuto rientrare in famiglia. Una sera l’accompagno a letto.

“Paura”

“Non preoccuparti, domani faremo tante cose belle. A casa non si può tornare, c’è una brutta influenza che ha colpito le cicale, sono tutte raffreddate e bisogna rimanere qui. Per questo fanno quel rumore -cicicicici- perché starnutiscono!”

Una piccola risata, il più che si può ottenere. Ma la domanda rimane, in sottofondo, silenziosa.

Che giorno è? Perché non torno a casa da mamma e papà?

L.

Qualche giorno prima della quarantena, è stata trasferita in un’altra comunità gemellata con la nostra. Anche lì non si può uscire e il pulmino non può essere usato. Anche le pizzerie sono chiuse.

«L. non si può uscire con il pulmino, bisognerà avere pazienza.»

«Vuole cochi-cola, vuole piza!»

Dove sono, che giorno è? Perché non posso uscire a prendere la pizza e la coca-cola?

La prima cena dai nonni con la mamma è stata mantenuta. Il trasferimento, abbiamo pensato, era già abbastanza traumatico. La seconda, invece, è saltata.

«L. il pulmino è rotto e deve essere riparato. Non si può andare dai nonni a cena questa settimana, ma stai tranquilla, stanno bene.»

«Vuole moma! A-casa-sì!»

Prende i vestiti dall’armadio e li mette in alcune buste. Prepara le valigie, deve andare a cena dai nonni. Si stende sul divano, aspetta. Quanti venerdì dovrà aspettare prima di rivederli?

Che giorno è? Perché è venerdì e non vado a cena dai nonni?

Sulla scrittura

Marianna Matteoni
Partecipante SLP – Riccione (RN) – 23/04/2020

Il sottotitolo del libro che Stephen King ha dedicato alla scrittura, On writing, è Autobiografia di un mestiere.  Il lettore è avvertito: più che di un libro sulla scrittura di per sé, si tratterà di un’autobiografia intrecciata alla scrittura. Nella terza prefazione King aggiunge: «scrivere è umano, editare è divino»1. Tralasciando la funzione dell’editor, che interviene solo quando un testo è già stato scritto, King dice una cosa del tutto evidente: scrivere è umano, è solo perché siamo esseri umani che la scrittura è una possibilità a nostra disposizione.

Secondo Daniel Pennac ci sono verbi che non sopportano l’imperativo: leggere, amare, sognare2. Come si può dire “Leggi!”, “Ama!”, “Sogna!”, senza avvertire una certa dissonanza?

Mi permetto di aggiungere anche il verbo scrivere. “Scrivi!” è ciò che l’insegnante dice all’allievo per fargli produrre un elaborato al fine di una valutazione. Un imperativo poco entusiasmante: è noto il blocco dello scrittore, anche famoso, davanti alla pagina bianca.

Nel 1915 Giuseppe Ungaretti combatte sul Carso. I commilitoni muoiono al suo fianco sul terreno fangoso della trincea e lui scrive senza orpelli:

Un’intera nottata

buttato vicino

a un compagno

massacrato

[…]

ho scritto

lettere piene d’amore3.

Perché il parlessere scrive?

Scrive perché non c’è parola che possa dire il sesso o la morte. Scrive perché c’è un reale impossibile che «non cessa di non scriversi»4 e bisogna farne qualcosa per non esserne inghiottiti. Ungaretti prende la penna, affida alla poesia il reale che lo morde e la scrittura diventa il filo che lo annoda alla vita.

Nell’intervento di Armelle Guivarch su Lacan Quotidien leggo una frase illuminante: «scrivere come modo di essere vicini quando si è lontani»5. Gli epistolari sono da sempre una fonte preziosa di notizie sulla vita di artisti, scrittori, personaggi famosi. Ora la pratica della scrittura su carta è purtroppo al tramonto, superata in velocità da supporti più agevoli: un click e la mail raggiunge il destinatario dall’altra parte del mondo in pochi secondi.

Da qualche mese si è manifestato un reale brutale che ha squarciato il simbolico, le coordinate sono da ricostruire giorno dopo giorno. Siamo confrontati alla necessità di inventare nuovi modi di mantenere i legami quando la vicinanza dei corpi è proibita.

In questo tempo sovvertito, l’atto dello scrivere si sottrae ancor più all’imperativo e diventa piuttosto lo slancio soggettivo che permette incontri, abbatte le distanze e rinsalda legami, se non di amore, di desiderio.

[1] S. King, On writing. Autobiografia di un mestiere, Milano, Sperling & Kupfer, 2000, p.8.

[2] D. Pennac, Come un romanzo, Milano, Feltrinelli, 2000.

[3] G. Ungaretti, L’allegria [1914-1919], in Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 1992, p.25.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora [1972-1973], Torino, Einaudi, 2011, p.139.

[5] A. Guivarch, Le coronavirus, une rencontre avec le réel?, in “Lacan quotidien”, n.872. Disponibile sul sito: https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/03/LQ-872.pdf