«La psicoanalisi è ciò che fa vero […] l’inconscio viene […] in un tempo secondo; si ri-aggiunge senso […], “un po’ di senso”. Ma questo senso resta un sembiante».

Jacques-Alain Miller,
L’orientation lacanienne, Le tout dernier Lacan, Lezione del 14 marzo 2007, inedito.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Note su desiderio e isolamento*

Marcus André Vieira
Membro AME EBP e AMP – Rio de Janeiro – 27/04/2020

1) Macchina mortale

Ricordo come mi sembrasse imbarazzante, al college, studiare la vita dei virus, quando ho scoperto che la vita è proprio ciò che un virus non ha. Non è considerato un essere vivente perché, tra le altre ragioni, non si riproduce. È una molecola proteica che si replica solo quando invade una cellula in grado di riprodurla. È più un invasore ben ordinato e prevedibile, una macchina, come un frattale, anche se include mutazioni nel processo.

L’idea di un agente indipendente, mortale, ma prevedibile turba i nostri approcci abituali al reale. Non è il reale di un muro, per esempio, contro il quale inciampiamo e che ritorna sempre nello stesso posto nella vita e nell’analisi, né è il reale inatteso come uno tsunami o la catastrofe casuale. Come sottolinea M. Bassols, il virus non ci si presenta con un reale senza legge, come siamo abituati a pensare, ma con un vero reale  “con-una-legge”.

2) Paranoia ed Epidemiologia

Questo reale disumano ma relativamente prevedibile, che si sta diffondendo su scala globale, ha cambiato le nostre vite, probabilmente per sempre. Fino ad oggi eravamo abituati a trovare modi collettivi per affrontare l’assurdità della vita, per affrontare un reale senza legge, senza alcun senso. Ci siamo abituati a dare forma a un mondo attraverso la religione, attraverso l’ordine della tradizione patriarcale o persino attraverso la paranoia, che individua e definisce l’altro come la radice del male.

Quando ci troviamo di fronte a una pandemia, tutto sembra diverso. Si può sempre avere fede, fare appello alla paranoia, eleggere la Cina come il cattivo che sta producendo il virus, per esempio.  Trump e il suo compare brasiliano hanno provato a farlo, ma non funziona così bene perché è molto difficile imputare cattive intenzioni a un virus. Come Éric Laurent sottolinea, è stata l’epidemiologia, il controllo statistico delle popolazioni, che è venuta ad orientarci. La scienza, che è stata trattata così male ultimamente, ha riacquisito importanza, anche in Brasile, dove il nostro presidente furfante sta ancora cercando di sfruttare i nostri assurdi livelli di disuguaglianza per opporre salute e economia.

3) Il desiderio dell’altro

Ci isoliamo, quindi, per ritardare il contagio da parte di un nemico che, come ricorda Romildo Rêgo-Barros, non è nemico per la semplice ragione che non ha desiderio. È difficile dire che un virus vuole qualcosa, persino più difficile imputargli intenzioni malvagie.

Questo è esattamente ciò che paradossalmente le pandemie ci costringono a ricordare: siamo esseri desideranti. Non possiamo liberarci dal desiderio che ci mette in moto. Evidenziare questo punto è l’obiettivo di queste note.

Se qualcuno insegna il valore fondativo del desiderio dell’Altro, questo è Lacan. Ma egli rimarca anche l’importanza di affrontarlo, più specificamente affrontare ciò che di questo desiderio non è definito. Quando possiamo dargli un significato, quando possiamo trasformarlo in una domanda, è possibile parlarne, discuterne, negoziare. Queste sono cose che solitamente ci calmano. Ma quando incontriamo un’alterità con un desiderio essenzialmente indeterminato, oltre all’ansia che può portare, può emergere qualcosa di nuovo.

L’Altro dell’ansia è immaginato da Lacan come una gigantesca mantide religiosa. Cosa fa l’ansia, questa cosa imperscrutabile? Questo Altro, come una mantide religiosa, il diavolo, ma anche il rapinatore all’angolo o persino la persona amata, cosa vuole da me? Tuttavia, è proprio in questa indeterminatezza del desiderio dell’Altro che troviamo la possibilità di interpretare il nostro proprio desiderio: «Come sono finito qui? Che cosa sto facendo della mia vita?»  In quel momento, un abisso si apre tra me e ciò che sono; lì, abbandonato da tutte le analogie tra cielo e terra, per quanto incredibile possa sembrare, è allora che posso fare di più. Posso uscirne, dire la parola mancante, sposare una causa o una persona. A seconda di come agiamo in risposta alla domanda del desiderio, il potere di un nuovo destino può aprirsi a noi.

4) Strada vuota

Si scopre che il virus non è una mantide religiosa. Nella sua espressione generalizzata, quella del reale delle pandemie, non vi è alcun incontro con alcuna alterità, solo la certezza di un reale mortale senza una localizzazione precisa. Come dice M.-H. Brousse, la strada vuota è il deserto dell’Altro.

Non è un caso che, oltre alla paranoia, interpretazioni prefabbricate arrivino a proiettare un desiderio su questa macchina proteica con cui ci confrontiamo. Tentiamo di affrontare l’ignoto come facevamo prima. Alcuni si basano sulle loro tendenze fobiche, che possono provocare un radicale isolamento, altri sulle loro ossessioni con una disinfezione interminabile, ad esempio, o una paura ipocondriaca o un malinconico ‘siamo condannati’. Ci sono anche quelli che si isolano nelle loro case e contano i giorni fino a quando potranno tornare come schiavi dai loro capi e riunirsi come prima.

Ho riscoperto, in questo momento difficile del deserto dell’Altro, quanta parte della mia pratica consista nel trovare, nel punto esatto dell’ansia, un passaggio alla dimensione del desiderio. In questo modo capisco perché le parole degli analizzanti e i testi che ho letto mi abbiano toccato. È qualcosa che mette in scena delicatamente la seguente testimonianza di P. B. Preciado.

5) Amore

Il soggetto del testo, colpito dalla malattia all’inizio dell’epidemia, trascorre vari giorni con la febbre e, una volta guarito, scopre, in isolamento, un mondo di strade vuote. Si immerge quindi in una fantasia disperata: e se questo durasse per sempre? L’amante che ha mancato di coraggio si biasimerebbe senza perdono per non essere mai riuscito a trovare la sua amata se non virtualmente; il coniuge che sognava avventure sessuali dovrà continuare per sempre con partner virtuali; la figlia che aveva bisogno di imporre le distanze da sua madre dovrà rimanere senza di lei per l’intero periodo di quarantena; chiunque avesse desiderato la solitudine ora sarebbe stato immerso in essa per sempre.

Questa fantasia di confinamento eterno rivela uno dei più grandi valori di un vero evento. Nell’assoluta indeterminatezza di ciò che verrà, almeno sappiamo, con crudele certezza, cosa abbiamo fatto finora della nostra vita, incuranti del nostro desiderio.

Non è la volontà del virus ad essere decisiva, ma la svolta che può costituire per noi il desiderio di chi è il nostro Altro. Pertanto, la prima cosa che Preciado fa, dopo essersi chiesto se varrebbe la pena vivere in queste condizioni, è di scrivere una lettera al suo ex per parlare, immagino, del suo amore e di quanto l’enigma del desiderio del suo ex lo abbia paralizzato.

6) Il vicino

In una pandemia, la questione del desiderio rimane cruciale, ma si sposta.  Non sarà più collocato in coloro che stanno dall’altra parte, sulle frontiere immaginarie di una cultura  – le persone delle favelas, i neri, le donne – i luoghi dell’angoscia; sarà in coloro che stanno da questa parte. Il desiderio dell’Altro, come imponderabile, diventa il desiderio del vicino, del cassiere del supermercato, di chi può starnutire in qualsiasi momento per contaminarci per puro piacere, o anche di chi –– chissà? ––  canta per noi dalla finestra.

Pertanto, il virtuale diventa relativo. È possibile avere un vero incontro senza un incontro di corpi? La psicoanalisi esisterebbe in questi termini? Non penso che questa sia la più grande sfida in quarantena. Nessuno sarà in disaccordo sul fatto che non è la stessa cosa, se i corpi si incontrano o no.  Alcuni saranno assolutamente sicuri che l’analisi, o l’amore, sia possibile o impossibile, tramite i mezzi virtuali. Cosa ne possiamo sapere? Prenderemo gli accorgimenti necessari e vedremo. L’importante è sapere se quella persona, sullo schermo del computer o all’orecchio, sarà in grado di materializzare la magica combinazione di stranezza e vicinanza che costituisce il piacere di un vero incontro.

7) Collettività?

Il mondo si trova a fronteggiare i limiti del comportamento virulento del capitalismo, ma tende a scegliere il controllo e la sorveglianza, o, nel peggiore dei casi, una necropolitica più inclusiva estesa agli anziani e ai poveri. Una soluzione collettiva, necessariamente di molti, resta da essere inventata.

Potrebbe esserci una nuova soluzione se le soluzioni si concentrano solo sui soliti segmenti della società o nelle regioni sviluppate del globo? C’è una via d’uscita se le soluzioni non includono Maré e Leblon? Se non include le moltitudini che si trovano proprio in questo momento per le strade perché non c’è nessun posto dove isolarle? C’è una via d’uscita se dimentichiamo l’orrore del semplice fatto che il Burkina Faso ha solo 11 respiratori per i suoi 19 milioni di abitanti?

Che tipo di mondo ci aspetta? Guardando una strada vuota, ma sapendo che le strade delle favelas sono piene, presumo che dovrà essere un mondo che includa la dimensione del desiderio come operatore dell’imprevedibile, che debba essere un mondo in cui la politica dell’inconscio avrà il suo ruolo da svolgere, sempre collettivo perché non c’è modo di desiderare senza il desiderio dell’Altro.

È l’esperienza dell’inconscio, precisamente, nella vita e nell’analisi, che mi permette, esiliato come sono lontano da quelli che amo di più, di sapere che i piccoli oggetti, le canzoni, gli odori ci legano insieme finché lo vorremo. È solo necessario, di tanto in tanto, che l’incontro porti lo splendore dell’essere, in un secondo, nella contingenza, nell’esperienza del desiderio.

Traduzione di Eva Bocchiola

Riferimenti bibliografici:

* Testo pubblicato in The Lacanian Review online, il 27 aprile 2020: https://mailchi.mp/200e13355d0b/real-encounters?e=bac132e491  e, in precedenza, in portoghese in  Correio Express da EBPhttps://www.ebp.org.br/correio_express/2020/04/18/notas-sobre-o-desejo-e-o-isolamento/.

Rêgo-Barros, M. A. Vieira, “The Presence of the Analyst” : https://youtu.be/w4iaqv4_ybs

Bassols, L. Salamone, “Conversations on Psychoanalysis and Our Times”:
https://www.youtube.com/watch?v=Rvo_QmgOisc

M.-H. Brousse, “Città vuota” : https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n10-26-aprile-2020/#art_1

Laurent E., “L’Altro che non esiste e i suoi comitati scientifici”: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/#art_2

B. Preciado, “A conspiração dos perdedores”: https://www.liberation.fr/debats/2020/03/27/la-conjuration-des-losers_1783349 e https://medium.com/@sarawagneryork/a-conspira%C3%A7%C3%A3o-dos-perdedores-babd1f6b4c10

Rêgo-Barros, “Us and the virus”: https://www.ebp.org.br/correio_express/2020/03/22/nos-e-o-virus/

Sulla situazione dei ventilatori nei paesi africani: https://noticias.uol.com.br/ultimas-noticias/bbc/2020/04/09/coronavirus-3-respiradores-para-5-milhoes-de-pessoas-drama-da-pandemia-na-africa.htm

Dalla rete-balcone

Alejandro Reinoso
Membro AE SLP e AMP – Santiago del Cile – 29/04

Ora è il momento di prendere la parola e dire qualcosa. Innanzi tutto, mi congratulo con la Presidente e il Consiglio per Rete Lacan, questa iniziativa-dispositivo che mantiene attivo il legame di Scuola e lo orienta nel lambire qualcosa di questo reale e dei suoi effetti sui corpi parlanti. Questo è apprezzabile. Il suo appello, la diversità e le elaborazioni preliminari hanno raggiunto persino alcuni angoli estremi dell’America Latina. Questa rete catapulta la discussione della SLP nel CF e, a sua volta, accoglie gli scritti di colleghi di altre Scuole, che hanno una funzione di cerniera, con i toni della conversazione e ciò fin dove sarà possibile.

Araceli Fuentes ha evocato nel primo numero il posto dei balconi napoletani, qualcosa che si è generalizzato oltre il Mediterraneo come luogo sociale non solo per celebrazione, incontro, grida e musica, ma anche come metafora evocativa del bordo abitato, della finestra sull’altro; ma anche come specchio e sguardo sul modo in cui si è vissuti e, certamente, al confine del confinamento. Dal balcone, ne abbiamo viste di tutti i colori in questo periodo dal vescovo, al generale, personaggi differenti dal giudice di “Il balcone” di Jean Genet, citato da Lacan nel suo Seminario: gli untori, leader consistenti, senza bussola, il dottore o lo psicologo universitario che cercano di educare, i mercanti e i pirati, i martiri e i discorsi epici, tra gli altri, la mafia che se ne approfitta in silenzio. Giochi di maschere e illusioni e anche cadute di sembianti.

Mi permetto di dire qualcosa dall’interno della mia finestra. Sono rimasto un po’ sbalordito, sconcertato e silenzioso. Ecco perché le parole di Bernard Seynhaeve mi hanno interpretato: dignità e silenzio. In questo tempo ho scritto e talvolta chiamato alcuni colleghi e amici dell’AMP per scoprire come stanno e per fare legame, una piccola forma di presenza, è il transfert di lavoro e l’amicizia. Continuo a lavorare con piacere nella Redazione di “Attualità Lacaniana” e nella Segreteria dei cartelli della NEL, dove ho trovato un posto che ci permette di vivere questo momento. Nel frattempo, dico Sì ad alcune cose e No grazie ad altre.

Quando ho letto i testi, non finivo di stupirmi della capacità di alcuni colleghi di scrivere e produrre in un momento come questo: ma come fanno? Danno tracce di elaborazione che guidano e accompagnano. Confesso, tuttavia, che nel contesto attuale difficilmente riesco a sopportare l’eccesso di elaborazioni e di senso che provengono incessantemente dai vari social network. La prevalenza del discorso universitario con il suo tutto-sapere sulla prevenzione dei virus, delle statistiche, degli effetti dello stress post-traumatico e dei consigli di Psy per l’autocura, mi causano disaffezione. Silenziare e mitigare il modo in cui l’economia finirà, d’altra parte, mi irrita sempre di più quando vedo tra i miei cari, i pazienti e i colleghi l’ombra concreta della crisi economica. Sono preoccupato che parte del discorso universitario sia presente anche nelle nostre scuole. S2 splendore!!!

Dal nostro balcone analitico, per quanto riguarda la pratica e l’aspetto del transfert, alcuni pazienti mi hanno detto per scritto o tramite chiamata che hanno “perduto” alcuni aspetti precisi della seduta e il suo ambiente circostante, hanno detto non senza sorpresa e curiosità da parte loro. Sono sottili dettagli dell’ordine della materialità dello spazio e della temporalità della seduta analitica, nonché della presenza del corpo dell’analista: la strada di andata e ritorno, la sala d’attesa, la stretta di mano all’inizio e alla fine, la sorpresa e la “fretta-sorpresa” di fronte al taglio, alcuni rumori, una breve passeggiata dopo la seduta, un caffè al bar nei dintorni, prima o dopo. “Echar de menos”, ovvero, perdere, mi manca qualcosa, sentire la mancanza di …, in spagnolo, evoca un’assenza, una perdita, un meno dell’esperienza analitica con il marchio di qualcosa del godimento non simbolizzato che è criptato lì. Non è solo la perdita dell’habitus, del luogo spazio-temporale della seduta, dell’incontro con l’analista come scansione nel quotidiano. È quella parte della dimensione materiale che manca all’esperienza analitica e che può essere trasmessa in piccoli pezzi evocativi di ciò che non c’è e che la voce sostiene caso per caso, ma che non ricopre né, tantomeno sostituisce.

A Santiago, in Cile, sta arrivando l’autunno, da quello che ho potuto sperimentare dal confinamento e dalle poche uscite da casa che ho fatto. Gli alberi si stanno spogliando: il più vicino è un noce della casa accanto. Il giallo delle foglie secche domina il panorama cromatico e camminarci sopra, questa volta, mi produce un’attenzione senza precedenti, senza malinconia, solo bellezza. Potrei inviarvi una foto o un video – icone dell’epoca – per descrivere qualcosa di questa esperienza, che potrebbe essere evocativo, sebbene il colore, il rumore e gli odori siano semplicemente impossibili da trasmettere.

Traduzione di Laura Storti

Dalla segregazione dei soggetti migranti alla segregazione dei soggetti affetti da COVID

Sebastiano Vinci
Redazione di Rete Lacan – Palermo – 29/04/2020

Negli ultimi cinque anni mi sono occupato dell’ascolto di soggetti che venuti, prevalentemente dall’Africa, hanno sperimentato, una volta in Italia, gli effetti della loro devastante esperienza migratoria, esperienza che li ha visti oggetto di tortura, violenza fisica e psichica, segregazione, tratta umana. È l’ascolto che ho prestato nella istituzione pubblica dove lavoro. Ma, da quando lo scenario italiano ed internazionale è cambiato, gli “ordini di servizio” che si sono succeduti, mi hanno temporaneamente assegnato in due nosocomii della mia Azienda Ospedaliera, facendomi, così,  toccare con mano un’altra forma di segregazione: quella di coloro che, affetti dal virus Covid-19, vengono ricoverati in un ospedale dedicato e quella degli operatori che di loro si occupano. Medici, infermieri. O.S.S..

Se prima le questioni che venivano messe in risalto con i migranti erano legate a come porre un argine agli effetti destrutturanti del godimento mortifero dell’Altro, oggi ciò che ho ascoltato è stato, piuttosto, sul versante degli operatori sanitari, un “silenzio assordante” fatto di dinieghi, senso di onnipotenza, ricorso ad ideali, tanto più immaginari quanto più legati a periodi storici passati ma, non per questo, dimenticati: si è eroi in una guerra dove il nemico colpisce non con proiettili ma con micro particelle sospese nell’aria senza, però, che le trincee scavate negli anni passati possano tornare ad essere utilizzate. Il ricorso alla scienza diviene, così, per gli operatori sanitari, un buon modo per tentare di arginare un reale che sfugge da tutte le parti. Non ci si rassegna all’impotenza, modo del tutto incongruo di chiamare, nell’epoca dell’Altro che non esiste e del discorso capitalistico, il farsi carico della divisione soggettiva e degli effetti che l’essere affetto dal desiderio ha per il soggetto. “Come si può ricominciare?” mi sono spesso sentito domandare e come possiamo reggere al fatto che “non tutto sarà come prima?”. …come prima, già! … come se fosse quella la rotta da riprendere per evitare la deriva sociale a cui eravamo votati.

C’è un’analogia che mi sembra aver colto tra chi ha raccontato, non senza difficoltà, cosa abbia significato per lui essere stato “merce di scambio” per i trafficanti di uomini e chi si è trovato, improvvisamente, a fare i conti con il suo essere, non solo contagiato dal virus, ma anche definito potenziale untore. Questa analogia mi è sembrata di coglierla in quel senso di indegnità che ricopre il corpo parlante del soggetto migrante che non ha saputo e potuto sottrarsi al godimento mortifero dell’Altro sapendo, però, che vi è una responsabilità soggettiva, quella che lo ha portato a lasciare, anche se motivato con mille plausibili cause (ma mai quella con parvenza di verità) la propria casa, i propri amici, il proprio Paese, per avventurarsi nel deserto e sfidare la morte. Questo senso di indegnità l’ho anche ascoltato in chi si trova ad essere abitato dal virus, dopo aver però, precedentemente, tenuto a bada la propria angoscia per il contagio con la maniacale certezza di chi ha pensato che “tanto a me non succederà”, virus che è quanto di più reale possa esserci, così come è stato scritto da più parti, in ultimo da F. Biagi1 anche nello scorso numero di Rete Lacan.

La realtà diventa, in un istante, ben diversa da quella che era prima e non può certo che essere così, vista la violenza della polizia libica o della contagiosità del virus.

Se nelle carceri libiche messe su alla bell’e meglio, dove ci si ritrova in spazi angusti a contendersi anche l’aria da respirare, in piedi e senza possibilità di sdraiarsi per dormire, senza cibo né acqua, dove le norme elementari di sicurezza, igiene, ambientali ed esistenziali  sono azzerate, dove la condizione quasi surreale (se non fosse, purtroppo, realtà) sospende anche il tempo per comprendere ma incista, nella pura materialità della carne umana l’essere in balia dell’Altro e del suo perverso godimento, anche chi vive in prima persona la condizione di positività da Covid -19 dentro un reparto ospedaliero, con il suo corteo di sintomi che portano all’asfissia, ha a che fare con l’irrealtà della situazione: analoga sospensione del tempo, l’ aria da contendersi, un “nemico” , il virus, che si incista nei polmoni, fin dentro le viscere del proprio essere e la speranza e l’attesa che vada via velocemente, quasi magicamente, senza che, di fronte ad un reale incontrollabile, ci sia alcuna risorsa soggettiva se non quella di resistere. “È Dio che decide”, mi ha detto un giorno Oumar, “che il buon Dio mi aiuti e mi salvi”, mi ha detto con un filo di voce Antonietta, da giorni ricoverata al Covid Hospital. In questo luogo, quasi spettrale se non fosse animato da corpi protetti da tute, camici, calzari, mascherine, occhiali e visiere che rendono l’immagine dei curanti “altra”, non umana, raffigurazione di come si è costretti a difendersi da un reale invisibile che detta le leggi del contagio, fa da contr’altare la nudità dei corpi indifesi, intubati, “aggrappati” ai ventilatori polmonari. Anche il virus, in fondo, sotto questo aspetto, mostra i suoi tratti perversi come li ha sperimentati, sul proprio corpo, chi è venuto dall’Africa.

[1] F. Biagi, Un reale di cui la realtà è il nome, “Rete Lacan”, 11, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-11/#art_1; pubblicato anche su “Lacan Quotidien”, n.882 https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/04/LQ-882.pdf

L’Altro rotto, il confinamento e l’analista come partner*

Fernanda Otoni Brisset
Membro EBP e AMP – Belo Horizonte (Brasile) – 11/04/2020

Quando il confinamento ha scosso la mia routine, qualche settimana fa, mi sono chiesta in che modo continuare la mia pratica analitica mentre le relazioni sociali, nella forma dei corpi in presenza, erano sospese, in risposta al nuovo disordine mondiale dovuto alla pandemia Covid-19.

La «distanza» tra i corpi si impone e diventa un significante insistente, che si infiltra nella domanda di alcuni analizzanti: «Riceve anche a distanza?». Se la misura del confinamento provoca la caduta del «consulto in presenza», è significativo il fatto che, nella domanda, l’investimento libidico del «consulto» non si sospenda. Meglio ancora: si sposta e, di fronte all’esigenza sanitaria dell’allontanamento dei corpi, si aggrappa a una nuova disposizione che forza il legame possibile tra i due significanti «consulto» e «distanza».

Éric Laurent, nella sua conferenza di Barcellona, segnala che «l’analista non deve dimenticare che non è il suo essere la molla dell’operazione analitica»1. Citando Lacan, sottolinea che «colui che sa, nell’analisi, è l’analizzante» mentre l’analista entra qui come «un Altro che segue»2. Oggi la questione sulle condizioni dell’esercizio della pratica analitica è rilanciata: in che modo la psicoanalisi può operare per trattare l’impossibile da sopportare che questa situazione inedita attiva? Se la pratica analitica non ha standard, non è comunque senza principi. Qualche anno fa, realizzavo già alcuni consulti online con qualche analizzante, in situazioni particolari. Tuttavia, ora non si tratta della stessa cosa.

L’Altro rotto: l’Uno, il buco e il legame

I riferimenti quotidiani non ci servono più da guida, i segnali stradali sono divenuti illeggibili e nessuno sa di cosa sarà fatto il domani. Al di là dell’Altro che non esiste, in questo momento, quello che noi concepiamo come Altro, ovvero la routine del mondo che consideriamo tale, si è strappato: appare, a tutti e a ciascuno, quello che É. Laurent estrae da Lacan come «l’Altro rotto»3. Le stabilizzazioni tramite le finzioni, con cui ciascuno ha costruito la propria difesa e ha intrecciato il proprio annodamento, sono state sconvolte. Il godimento fa disrupzione. L’Altro si rompe e «un ordine preliminare istituito dalla routine del discorso attraverso cui resistono le significazioni»4 scompare.

Poiché «l’inconscio non si risveglia»5, come osserva Jacques-Alain Miller leggendo Lacan, siamo portati a sperimentare, in questi giorni più che mai, la radicalità di un Altro rotto che questo reale fa nascere: ci rinvia a quello che si colloca prima del momento in cui un senso poteva apparire, ci precipita in un buco, un vuoto soggettivo che vibra, perturbato dall’instabilità de lalingua di fronte al troumatismo6.La psicoanalisi constata quello che nasce da questo buco, dal buco che traumatizza o dal trauma che buca la concatenazione del senso ; l’Altro è rotto e, in questo vuoto, «sulla via del reale, si incontra l’Uno, che è il residuo della disconnessione»7, della rottura che avviene come una disrupzione.

Non è forse, per l’appunto, in queste situazioni, come possiamo leggerlo in Lacan, che la psicoanalisi si mostra come un fare vero?8 – istante che evoca «l’analista come sembiante, inteso nel senso di un fare nuovo»9. J.-A. Miller, nella sua lettura dell’ultimissimo Lacan, nota che «l’inconscio viene […] in un tempo secondo»: «si ri-aggiunge senso […], “un po’ di senso”. Ma questo senso resta un sembiante»10. Non è un caso che riserviamo al sembiante il valore operativo della cucitura del simbolico con il reale.

Se, da un lato, la disrupzione del godimento che nasce con l’irruzione del reale mette in evidenza l’Altro rotto, dall’altro lato, l’Uno di godimento sloggiato mette sotto tensione, forza un effetto-senso. Evoca all’analista un fare vero, cioè un fare nuovo tra l’Uno, il buco e il legame.

La clinica d’ormeggio

L’esperienza analitica, in questa irruzione dell’Altro rotto, si offre come un dispositivo che può essere attivato, seguendo la forma e il tempo di ciascuno. In alcuni casi, conservare un intervallo può essere necessario per mantenere la valvola dell’inconsistenza in funzione, laddove l’Altro tende a consistere troppo. In altri casi, qualora risulti – per esperienza o per calcolo – che, in assenza di seduta analitica, si precipita un disannodamento, laddove il partenariato analitico funziona come un filo connettore del legame sociale, l’intervallo non può protrarsi indefinitamente. Per alcuni altri, informarli della temporanea sospensione del consulto e mettersi a disposizione può essere un modo di restare a lato, semplicemente, nell’attesa di quello che il parlessere farà del partner analista che lo segue.

Ad ogni modo, il parlessere risponde a modo suo all’offerta analitica, e l’analista segue l’analizzante nel suo sforzo di raggiungere un dire, un saperci fare che può ancorare l’Uno che sussiste fuori simbolizzazione, a seconda di quello che succede a partire dal «buco che soffia»11 – l’Uno scivola, si sposta, per aggrapparsi da qualche parte, è quello che persiste come l’ex-sistenza. In questo universo variabile, la clinica degli annodamenti dimostra la sua plasticità nel trattamento del reale e orienta il lavoro in questo tempo di disordine.

Alcuni decidono – o tentano – di proseguire qualcosa del lavoro analitico tramite connessioni telefoniche o video, altri chiamano in modo intermittente, altri ancora aspettano il ritorno di una routine per riprendere le sedute, tra le altre eventualità che emergono da questo inusuale. L’analista segue, uno per uno e secondo le risorse materiali, ma anzitutto soggettive, del parlessere che permettono un trattamento della disrupzione del godimento.

È tramite una certa elaborazione, che una finzione può restaurare un certo savoirfaire con quest’Altro rotto. Soluzioni fuori standard si servono di risorse tecnologiche moderne, ma anche, talvolta, di risorse più antiche. È quello che mi ha insegnato un analizzante che mi inviava messaggi via WhatsApp: mi dice che è confinato in un piccolo appartamento con i membri della sua famiglia, senza via d’uscita. Poiché condivide la camera con il fratello, sente la propria intimità invasa e confiscata. Non può parlare al telefono e ancor meno tramite videochiamate, giacché teme di essere ascoltato attraverso la porta e le pareti di casa. Nel suo sforzo di aprire un buco per dare sfogo al godimento sloggiato e iterativo, che agita il suo corpo e destabilizza i suoi annodamenti sintomatici fragili, lancia questo invito: «Al posto dei consulti, posso scriverle delle lettere?». Dopo aver inviato la prima lettera per posta, sollecita tramite la sua solita mail una notifica di ricezione. Fa dell’analista un indirizzo, su cui conta, un luogo altrove, e riceve, in risposta, la mia semplice conferma che la sua «lettera arriva sempre a destinazione»12. Per il momento, continuiamo così questo circuito attraverso cui il più intimo non è né confinato né confiscato, con le lettere… che alcuni consideravano già obsolete!

In questa clinica a distanza, servirsi della lettera e modulare l’uso della voce, dello sguardo, come presenza dell’analista, partner di godimento, diventa primordiale. La soppressione dell’incontro tra i corpi non sospende il transfert dell’Uno. Sul lato dell’analista, l’offerta segue senza disfarsi del corpo, il che evoca la funzione del desiderio dell’analista come una causa irriducibile. Della libbra di carne richiesta, Lacan insiste sul fatto che è «il caso di ricordare che questa parte è corpo e che noi siamo oggettuali: il che vuol dire che siamo oggetti del desiderio solo in quanto corpi»13 .

La disrupzione del godimento che nasce da un buco esige dall’analista un buon uso dell’eresia per cogliere, con il suo atto, quello che risuona dell’insondabile dell’essere, seguendo la politica del sinthomo.

Nella nostra comunità analitica di lavoro, per contrastare l’isolamento in cui questo tempo ci installa, sopprimendo l’incontro dei corpi, è il partenariato delle nostre solitudini soggettive che intratteniamo. A distanza, la conversazione del «Banchetto degli analisti»14 mantiene attivo un legame tra di noi. Una scommessa che l’Uno che ci lega non si disperda e si mostri vivo, il che, d’altronde, per ora, si manifesta nella pulsazione di un desiderio che dal corpo si sposta attraverso la posta che continua, ci connette e risuona tra di noi. Attendiamo allora il nostro incontro gioioso, che si realizzerà, lo spero, in un futuro prossimo.

Traduzione di Adele Succetti

* Testo tradotto in francese (da Andrea Orabona e Laurent Dumoulin) e pubblicato su Lacan quotidien n. 884, disponibile qui: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/04/lacan-quotidien-n-884/ Il testo, in precedenza, è stato pubblicato in portoghese, nel Correio Express, dell’11 aprile 2020.

[1] É. Laurent, Disruption de la jouissance dans les folies sous transfert, conferenza pronunciata al Congresso dell’AMP 2018 a Barcellona, Hebdo-Blog, 133, 15 avril 2018, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/disruption-de-jouissance-folies-transfert/

[2] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre, lezione del 10 maggio 1977, testo stabilito da J.-A. Miller, “Ornicar? ”, nn. 17-18, 1979, p.18.

[3] É. Laurent, Disruption de la jouissance dans les folies sous transfert, op. cit.

[4] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, p.120.

[5] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Le tout dernier Lacan, lezione del 14 marzo 2007, pubblicata col titolo En deçà de l’inconscient, La Cause du désir, 91, 2015.

[6] Il neologismo troumatismo inventato da Lacan include il termine trou, buco.

[7] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Le tout dernier Lacan, lezione del 21 marzo 2007.

[8] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXIV, L’insu que sait de l’une-bévue s’aile à mourre, lezione del 10 maggio 1977, op. cit.

[9] É. Laurent, Disruption de la jouissance dans les folies sous transfert, op. cit.

[10] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Le tout dernier Lacan, lezione del 14 marzo 2007, op. cit.

[11]S. Laia, O furo que sopra. Curinga, Belo Horizonte, 45, 2018, pp.155-166.

[12] J. Lacan, Il seminario su La lettera rubata, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.38.

[13] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Torino, Einaudi, 2007, p.233.

[14]J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Le banquet des analystes (1989-1990), insegnamento pronunciato nel quadro del Dipartimento di psicoanalisi dell’Università Paris VIII.

Un motore nello scaffale, psicoanalisi con i bambini in quarantena

Andrea Fernanda Amendola
Membro EOL e AMP – Buenos Aires – 04/05/2020

Quando è iniziata questa pandemia e con essa l’inevitabile confinamento, una delle mie maggiori preoccupazioni era come avrei continuato a lavorare nella clinica con i bambini. Un ricordo che risale a più di 20 anni fa mi ha riportato alla mente una domanda che ho posto a Gaby Grinbaum, quando dubitavo del mio desiderio di praticare la psicoanalisi con i bambini. Senza giri di parole, fedele al suo stile, Gaby mi ha risposto: perché no?

L’effetto di ritorno di queste interpretazioni indimenticabili assume ogni volta il suo valore, ma l’effetto di questa lo avverto ora che lo scrivo. Quindi, anche oggi decisa a continuare, mi sentivo inquieta perché non sapevo come ogni bambino, ogni famiglia, avrebbe potuto acconsentire oppure no di proseguire in un altro modo.

In alcuni casi complessi, ho deciso di rispettare quei bambini che dicevano di no, perché questa modalità poteva diventare un obbligo di rispondere da un luogo non adatto, lasciando quindi la possibilità di fare ogni seduta quando era possibile, sapendo che in alcuni casi l’interruzione può essere anche una parte necessaria di un percorso analitico.

Altri bambini hanno continuato come se avessero semplicemente fatto un salto al di là dello schermo, insegnandomi che la mia preoccupazione sul ‘come’ si risolveva facendolo. Anche questo cambiamento di scenario è stato generoso in termini di effetti analitici. Così sono arrivata a sentirmi un po’ più benevola nei confronti di questa necessità congiunturale.

Nelle consultazioni tramite videochiamate, il coronavirus è diventato, in alcuni casi, un significante padrone che alcuni bambini hanno usato per continuare il loro lavoro sul sintomo che era già in corso, utilizzandolo. Così una sorella che suscita gelosia diventa una coronavirus che infetta. Come dice Lacan, il soggetto «porta in sé il germe della causa che lo divide»1. Il soggetto nasce con il muro del linguaggio incorporato nel suo essere, ecco perché «gli umani non apprendono come le macchine, a causa del fatto che non abbiamo accesso a enormi database. Nella sua vita, un soggetto umano ha accesso a pochissime cose, a pochissimi dati, e con questo impara cose straordinarie»2, sottolinea Éric Laurent in modo così mirabile.

Con questi pochi dati una psicoanalisi è possibile, e chiaramente ciò non è affatto poco perché «la psicoanalisi offre un posto vacuolare, uno spazio tra parentesi, in cui il paziente ha l’opportunità, durante un periodo limitato, di essere soggetto»3.

Da questa prospettiva, è stato grazie a un intervento scolastico che teneva conto dell’importanza di «proteggere i bambini dai legami familiari»4, che è stata possibile una psicoanalisi con videochiamata con un bambino.

Nella nostra prima video intervista, questo ragazzo di undici anni che si rifiuta di scrivere ma che fa ricorso brillantemente alla finzione, mi ha chiamato mentre era nel letto di sua madre, per parlare della tristezza del confinamento. L’effetto del confinamento non aveva raggiunto la parola, al contrario, questa era diventata più necessaria che mai e ha iniziato a raccontare all’analista cose di cui non aveva mai parlato con nessuno prima. Pertanto il confinamento si è trasformato ed è diventato un significante che lo ha fatto parlare oltre la sua intenzione di dire.

A cominciare da quelle cose che non può sopportare dei suoi genitori, fino alle sue invenzioni in corso, molte delle quali sono state riconosciute nella sua scuola per la loro originalità. Pertanto, «cogliendo ciò che fallisce nel bricolage con gli ideali familiari»5, l’analista sostiene queste invenzioni attraverso le quali questo bambino è chiamato a fare una lettura di questo dire in cui si intreccia la sua posizione di godimento: confinamento.

Prima di finire quella prima sessione, questo bambino mi dice: «L’invenzione che mi piace di più è il nostro motore, ce l’ho qui sullo scaffale» e me lo mostra. Un motore con mattoncini colorati ha il compito di permettere a una nave di volare. Mi ricorda che all’interno il motore è vuoto ed è proprio con questo vuoto che funziona.

Quel motore era stata la sua invenzione nello studio, il «nostro» nelle sue parole testimonia il valore operativo del transfert per questo bambino e, oltre alla risonanza che il motore ha per noi in psicoanalisi, c’è in questo gioco singolare un trattamento della pulsione che continua ad andare.

Il muro non è lo schermo, il muro è quello del linguaggio che spesso ci pietrifica con i suoi eccessi di significato, ecco perché «vediamo che i bambini fanno usi diversi degli schermi»6, e dove ci sono effetti analitici allora possiamo dire che lì c’è psicoanalisi.

Preferisco l’analisi in questo modo? Non lo preferisco, ma mi adeguo perché se c’è un soggetto che desidera parlare con un analista, siamo convocati a fare del desiderio dell’analista versioni inedite che sappiano soddisfare i requisiti del tempo in cui viviamo. Sarà allora essenziale non affrontare diventare, per mancanza di versatilità, il nostro stesso muro.

Questo mi fa sentire che il desiderio dell’analista non è un concetto intorpidito in un libro, è uno strumento che vive del suo uso.

«Fare posto all’inedito, forse, è uno dei più grandi insegnamenti della pratica con i bambini, non ridurla a ciò che è noto, e fare sì che in ogni incontro il nodo tra transfert e desiderio dell’analista sia una novità assoluta»7.

Se esiste un motore che possiamo chiamare con questo ingegnoso piccolo paziente «nostro», è questa invenzione che dovremmo sapere usare ogni volta: la psicoanalisi a orientamento lacaniano anche … in quarantena, perché no?

Traduzione di Laura Storti

[1] J. Lacan, Posizione dell’inconscio, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, Vol. II, p.838.

[2] É. Laurent, El niño y su familia, Buenos Aires, Colecciones Diva, 2018, p.19.

[3] J.-A. Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico, in I paradigmi del godimento, Roma, Astrolabio, 2001.

[4] É. Laurent, El niño y su familia, cit.

[5] Ivi, p. 25

[6] Ivi, P 15

[7] A. Leserre, Enseñanzas del psicoanálisis con niños, in Psicoanálisis con niños 3, (a cura di) Irene Kuperwajs,  Buenos Aires, Grama, 2010, p. 66.

La scrittura si offre…

Céline Menghi
Membro AME SLP e AMP – Roma – 29/04/2020

Aggiungo, mentre scrivo, una piccola nota alla data: mia madre compie oggi 95 anni e non la posso vedere perché sta in zona rossa. Dice che mai avrebbe pensato di assistere a una cosa simile. Questa cosa le evoca l’atmosfera della guerra che ovviamente ha conosciuto, ma, aggiunge, senza gli abbracci e senza la speranza nel futuro. Queste parole mi hanno toccato in modo particolare, facendo sorgere all’orizzonte i giovani dimenticati. Già la speranza nel futuro era per loro alquanto incerta in questo paese, ma oggi sono anche spariti dalla scena. Vengono citati solo a proposito dell’esame di maturità, che sosterranno con un colloquio vis-à-vis e con le necessarie e dovute protezioni. Altrimenti, che fanno? chi si è mai rivolto a loro? per non parlare dei bambini. Ho dovuto andare in Canada per trovare un video, messo in rete dall’Ambasciata, con dei personaggi in Lego che parlano ai bambini di quel che sta accadendo tagliandoli fuori da un pezzo d’infanzia fatta di corpi che giocano…

Che dire?

Serpeggia il malcontento. Non è stato fatto qui… non è stato detto là… Si parla di far saltare il governo… La Costituzione è in pericolo… Si cita Orban come se l’Italia fosse l’Ungheria… Confusione. I medici, gli scienziati sono severi, preoccupati, cercano, provano, e intanto invitano all’estrema prudenza – ancora di più in questa fase 2 che si avvierà il 4 maggio… L’economia deve riprendere… Chi entra nella ripresa? Chi ne resterà fuori a vita o per molto tempo? Un caos, predetto da Ilaria Capua, la nostra eccellenza che ha dovuto riparare negli USA per continuare a fare il suo mestiere di scienziata virologa, fronte a un virus pericolosissimo, secondo le sue parole, e definito dalla mia nipotina di 6 anni “muro invisibile”.

Ancor prima del 4 maggio, c’è rilassamento, le mascherine stanno appese al collo o sulla fronte, com’era di moda presso i play boy con gli occhiali da sole negli anni 60… Mia figlia incontra per strada una famiglia di no vax – padre, madre, due bambine, le compagne di asilo adorate della mia nipotina – tutti e quattro senza mascherina -, acrobazie per fare in modo che le bambine mantengano almeno le distanze… Imbarazzo.

Un’altra figlia consegna pasti ai senza tetto, e, da una settimana, ai così detti nuovi poveri…

L’adrenalina è calata, striscia una certa depressione… Le abbiamo sperimentate tutte, dice qualcuno – cucina, cambio di stagione anticipato, pulizie di fino – pre Pasqua, post Pasqua -, giardinaggio senza paletta perché non si trova, e senza slumacante, sopperendovi con mix di aceto e detersivo per i panni, ginnastica su e giù dal gradino della cucina…

Aperò/Skype e zoom per non perdere i contatti con gli amici più cari, ma anche ritrovamento di amici che non si sentivano da anni, di cui scopri che uno vive alle Canarie in 20 metri quadri. Cosa ci fai? Faccio il canario… Vive giorno dopo giorno e pare felice, dopo anni di teatro, e lì il COVID è super contenuto. Insomma, cerchi di iscrivere brandelli di relazioni su uno schermo…

Tasto famiglia allargata: sparsa tra Lombardia, Francia, USA, GB… Sorvoliamo!

Riunioni Skype e zoom – équipe, tirocini, lettura e correzione di bozze di AL, redazione, comitato di edizione… Entusiasmo! Il desiderio, parola certamente abusata nel nostro Campo, trova dove annidarsi e farsi operante con nuova intensità, sfida all’incertezza, tante questioni…

Un paziente – paradosso! – scopre la libertà in quarantena. La Libertà? con la maiuscola? No. Non esiste la libertà vera, così come non esiste la Verità, anzi proprio per questo non esiste la Libertà con la maiuscola. Solamente nella psicosi esiste, dove sottostare al significante è un problema. Accade piuttosto che la contingenza drammatica abbia un impatto sul reale dell’essere parlante facendo precipitare, inaspettatamente, qualcosa che era già al lavoro nel suo percorso di analisi, dove, peraltro, è buona regola sottostare alla legge della parola e del significante. Il soggetto incontra allora, non la Libertà assoluta, ma una certa libertà – una verità che lo rende un po’ più libero. Una libertà intima, che non concerne la liberazione da barriere e divieti, ma piuttosto da certi lacci che il fantasma impone e che, tra l’altro, fanno vedere fantasmi là dove non ci sono. È la libertà con la minuscola di assumersi gli effetti della verità del reale che riguarda l’essere parlante per farne qualcosa di inedito e sorprendente. Non si tratta di aver attinto la felicità, né tantomeno di scoprirsi improvvisamente con l’Io rafforzato, cosa che gli psicologi auspicano in una contingenza come questa, ma di farsi l’artigiano del proprio impossibile.

Un altro paziente si fa vivo dopo più di un mese. È angosciato – aveva scelto di aspettare di incontrarmi escludendo ogni modalità che non fosse quella legata alla presenza dell’analista. Ora chiede “almeno una traccia di corpo sullo schermo” a costituire un luogo, seppur virtuale, dove depositare la sua parola.

Altri ancora li ascolto con e senza traccia di corpo. Altri scrivono. Altri inviano un messaggio di tanto in tanto – Sta bene? Tutto Bene? Mi provano la temperatura… Altri tacciono.

Ci sono analisti contrari all’uso dei mezzi virtuali, sostengono che solo la presenza si addice all’esperienza di analisi.

Dunque, più niente in tempi di COVID-19?

Come possiamo essere contrari in quanto analisti? Mi risuonano le parole di Jacques Lacan: essere all’altezza della soggettività del nostro tempo e dunque, mi dico, à la guerre comme à la guerre, anche se non siamo in guerra. Solo dopo sapremo che cosa abbiamo fatto, senza il corpo, e forse ne trarremo la logica. La presenza del corpo è un principio fondamentale, ma intanto, cercando di mantenere una posizione il più possibile etica, credo che sia importante non rimanere incagliati nell’ortodossia per poter rispondere a chi ci chiama. Non siamo andati in vacanza. Il tempo e lo spazio sono stravolti, non ci resta che fare posto – qualsiasi esso sia, in qualsiasi modalità tra quelle che la tecnologia ci offre – a un messaggio, a una parola pronunciata – alla voce -, a uno scritto, affinché gli effetti del reale che questa drammatica contingenza ha prodotto e produce e produrrà possano, per chi lo desidera, iscriversi in un luogo dove un analista fa eco. Una scrittura anche questa.

Scrivere/iscrivere, quando il corpo è relegato, confinato, e, al contempo, anche sconfinato. Sì, perché il tempo, categoria simbolica preminente, sovvertito e da reinventare, lascia i corpi a doversi reinventare limiti e bucce. Dipende dalla soggettività di ciascuno tale invenzione, lo sappiamo bene. Oggi più che mai. Paradosso? Forse, poiché oggi è il Virus a farci da Altro. Ma non è il nostro Altro abituale – abituale per ciascuno secondo il proprio fantasma. È travestito da Altro, è mascherato, porta la maschera dell’invisibile. Ed è proprio questo suo statuto a renderlo straordinariamente capace di fare da cartina di tornasole del reale che riguarda ciascuno nella sua singolare diversità. Limiti e bucce, dunque, da reinventare per tutti.

Mi accorgo di non aver quasi mai avuto il tempo di scrivere come faccio ora. Scrivo a partire dal mio di reale impossibile – effetto dell’analisi. Cosa scrivo? Fantasia? No. Attualità? No. Un intreccio? Sì. Estrapolo a partire da ciò che a me è caduto dal linguaggio. Estraggo dalla mia lalingua per fare risuonare la contingenza con il reale. La curva pandemica è calata ma non è calato l’allarme – mentre scrivo la curva sta già risalendo in Germania non appena si sono riaperte le scuole, in Francia idem, qui… qui per ora il ritornello: non ci si capisce niente… Non è calato l’allarme che suona per tutti – campana globale -, ma qui si tratta anche dell’allarme che risuona nella forma più intima, talvolta all’alba, dopo che ho perso, durante un fortunato sonno non tanto lungo, la memoria della contingenza epocale in cui sono calata insieme a migliaia di persone che non vedo e non tocco. Suona per me, è il mio di allarme. Scrivere serve a mettere in forma la causa reale del mio di allarme che il virus fa riecheggiare.

In questo scrivere entra una Cinese, una sans papiers, una che dorme in una conca nella mia via, da mesi. Lei, femmina, estranea, fa traccia del reale di un femminile nella via che l’ha adottata. Fa traccia dell’infinto del suo viaggio – di cui piano piano, così dice, imparo qualcosa -, fa traccia del limite del suo corpo nel tempo che l’ha vista arrivare, tempo rimasto sospeso come il suo nome, scoperto solo dopo settimane e non iscritto da nessuna parte. Lei si fa cartina di tornasole dello spazio che prima risuonava di voci e di corpi che si urtavano, sfioravano, di mani che si intrecciavano, e che ora risuona vuoto. Si fa la eco, questa donna straordinaria, della solitudine. Scrive e disegna per terra tra due cartoni. Ho il tempo di salutarla. Ho il tempo di ridere con lei. Ho il tempo di accettare che non voglia niente e di non capire la sua lingua. Ho il tempo di imparare da lei un altro tempo. Parliamo – a modo suo e mio. Ascolto il suo ruscellamento di parole – perché così è la mistura di lettere che esce dalla sua bocca – ruscellamento come quello che Lacan ha letto sorvolando la Siberia. Questo non è siberiano, ma cinese, e viene comunque da una terra vasta.

Scrivo quello che leggo e raccolgo – la medesima etimologia greca, leg, da cui germoglia lògos, che, in una primavera del mondo, è sbocciato in parola, discorso, ragione, causa.  Scrivo perché ci resta la parola, oggi che i corpi sono in ostaggio al COVID-19. Resta la parola ai nostri corpi in souffrance. Resta nel silenzio, perché c’è molto silenzio – silenzio reale, ma anche silenzio di quando le parole sono così tante da otturare le orecchie. Per questa parola silenziosa la scrittura si offre, ancora…

Il virus vira?

Alessandro Siciliano
Partecipante SLP – Bologna – 03/05/2020

Come notato da Bassols, la vicenda del SARS-CoV-2 mal corrisponde al lacaniano «reale senza legge». Si tratta invece di un fenomeno che segue una legge ben specifica, la «legge implacabile della natura»1. Una legge talmente precisa e implacabile che è stato possibile, già nel 2012, allo scrittore e divulgatore scientifico David Quammen preconizzare, a grandi linee, quale aspetto avrebbe avuto quello che allora veniva chiamato il Next Big One, ovvero il momento in cui ci troviamo: «Le malattie del futuro, ovviamente, sono motivo di grande preoccupazione per scienziati ed esperti di sanità pubblica. Non c’è alcun motivo di credere che l’AIDS rimarrà l’unico disastro globale della nostra epoca causato da uno strano microbo saltato fuori da un animale. Qualche Cassandra bene informata parla addirittura del Next Big One, il prossimo grande evento, come di un fatto inevitabile […] Sarà causato da un virus? Si manifesterà nella foresta pluviale o in un certo mercato cittadino della Cina meridionale? Farà trenta, quaranta milioni di vittime? L’ipotesi è ormai così radicata che potremmo dedicarle una sigla, NBO»2.

La natura è un processo assolutamente razionale, in cui il fenomeno-coronavirus si presenta oggi. Merito di Quammen, nel suo Spillover, è infatti focalizzare bene i punti di giunzione tra la natura del virus e delle epidemie e la natura del discorso che informa il legame sociale in cui gli umani sono immersi. In particolare, quel discorso «pazzescamente astuto» che Lacan indagava negli anni ’70, il discorso del capitalista. «Il discorso più astuto che si sia mai tenuto»3, perché lungi dall’avere nella crisi o nell’intoppo un momento di difficoltà o minaccia, vive e prolifica proprio innescando continuamente crisi e facendo della crisi il luogo dell’evoluzione, dell’avanzamento, dello sviluppo. Il capitalismo deve distruggere continuamente i propri confini per poter costruire e continuare a sussistere. Per questo motivo, in accordo con la gran parte degli studiosi, Lacan nel ’72 diceva che è un discorso «destinato a scoppiare, perché insostenibile». Un discorso che fa della crisi il principale trampolino di lancio «procede come su delle rotelle, non potrebbe correre meglio, ma appunto va così veloce da consumarsi, si consuma fino a consunzione»4.

Quali sono i punti di giunzione individuati da Quammen, in cui le distinzioni tra natura e cultura collassano? «C’è una correlazione tra queste malattie che saltano fuori una dopo l’altra [Ebola nel ’76, HIV-1 nel ’81, HIV-2 nel ’86, Hendra nel ’94, SARS nel 2003, e potremmo aggiungere Covid-19 nel 2020], e non si tratta di meri accidenti ma di conseguenze non volute di nostre azioni». Punto uno: «le attività umane sono causa della disintegrazione (e non ho scelto questa parola a caso) di vari ecosistemi a un tasso che ha le caratteristiche del cataclisma. […] In questi ecosistemi vivono milioni di specie, in gran parte sconosciute alla scienza moderna». Punto due: «tra questi milioni di specie ignote ci sono virus, batteri, funghi, protisti e altri organismi, molti dei quali parassiti. Gli specialisti usano oggi il termine «virosfera» per identificare un universo di viventi che fa impallidire per dimensione ogni altro gruppo». Punto tre: «Oggi la distruzione degli ecosistemi sembra avere tra le sue conseguenze la sempre più frequente comparsa di patogeni in ambiti più vasti di quelli originari. Là dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie. Un parassita disturbato nella sua vita quotidiana e sfrattato dal suo ospite abituale ha due possibilità: trovare una nuova casa, un nuovo tipo di casa, o estinguersi. Dunque non ce l’hanno con noi, siamo noi a essere diventati molesti, visibili e assai abbondanti»5.

Che la natura del virus abbia imposto un brusco freno alla natura del discorso capitalista è evidente. Che la vicenda del virus possa costituire un viraggio, dal discorso della corsa alla consunzione verso un modo più sostenibile, è un’ipotesi e una scommessa, un soggetto di cui occorre parlare affinché una «risposta del reale»6 possa sorgere.

Forse il discorso dell’analista ha qui qualcosa da dire – da dire, non da insegnare. Come per quello del capitalista, anche il discorso dell’analista punta a «fare della pietra di scarto, pietra angolare», ma con una differenza sostanziale: nel capitalismo, mancanza e desiderio sono «sfruttati”7 al fine di produrre continuamente nuovi oggetti-mira, nuove merci che piegano il desiderio sul piano del bisogno; nel discorso dell’analista, invece, ciò a cui si mira è lo scarto in quanto causa del desiderio, ciò che sta dietro al desiderio e che lo innesca, sganciato dai circuiti di produzione e circolazione delle merci.

L’analista, dice Lacan in Televisione paragonandolo alla figura del santo, «non fa la carità», cioè non offre compassione e commiserazione, «piuttosto si mette a fare lo scarto: fa la scartità»8. È questo “nuovo”, sempre inedito modo di intendere lo scarto la posta in gioco del discorso analitico, la sua sovversione rispetto al discorso capitalista. Lungi dal farne una ricetta («Il solo inconveniente per gli altri è che non si vede dove tutto ciò lo porti»), Lacan ci ha lasciato qui una rara nota di ottimismo: «In più santi si è, più si ride, è il mio principio, addirittura l’uscita dal discorso capitalista – il che non costituirà un progresso se riguarderà solo alcuni»9.

[1] M. Bassols, La legge della natura e il reale senza legge, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/

[2] D. Quammen, Spillover, tr. it. Luigi Civalleri, Milano, Adelphi, 2014, p. 45.

[3] J. Lacan, Del discorso psicoanalitico (1972), in Lacan in Italia. 1953-1978, a cura di G. B. Contri, La Salamandra, 1976.

[4] Ibidem.

[5] D. Quammen, cit., pp. 42-44.

[6] J.-A. Miller, Produrre il soggetto?, in I paradigmi del godimento, a cura di A. Di Ciaccia, Roma, Astrolabio, 2001, p. 167.

[7] J. Lacan, Excursus, in Lacan in Italia, cit.

[8] J. Lacan, Televisione, Altri scritti, testi riuniti da J.-A. Miller, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2013, p. 515.

[9] Ivi, pp.515-516.

LAMPI!

Quello che manca, quello che cade

Manuela Simone
Membro SLP e AMP – Berlino – 01/05/2020

1917: Marcel Duchamp firma un orinatoio con il nome R. MUTT e lo intitola “Fountain”. Secondo l’artista, qualsiasi oggetto di uso quotidiano con una firma, un titolo e la sua collocazione in una mostra può essere trasformato in opera d’arte. Anche se viene rifiutata dalla giuria della Society of Indipendent Artists, verrà considerata una delle opere d’arte ready-made più importanti del ventesimo secolo e rimane ad oggi una grande provocazione sul ruolo dell’arte e dell’artista.

1961: Piero Manzoni sigilla 90 barattoli di latta, identici a quelli per la carne in scatola. Vi appone un’etichetta firmata e tradotta in diverse lingue: «Merda d’artista. Contenuto netto gr. 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961». Imballare le proprie feci e farne un’opera d’arte diventano per l’artista protesta e provocazione contro le dinamiche e le contraddizioni del sistema dell’arte contemporanea. L’opera si trasforma in reliquia: un resto del corpo dell’artista, venerato come un santo, diviene sacro.

 

2020: Nel Mauerpark di Berlino il graffiti-writer Eme Free-thinker disegna Gollum, che afferra avidamente un rotolo di carta igienica, mentre una didascalia segnala il pensiero: “Il mio tesoro!” Questo personaggio, uno dei principali protagonisti del romanzo fantasy Il Signore degli Anelli, è ossessionato dall’anello che disperatamente conquistò e difese con ogni forza negli inferi per 500 anni. Questo lavoro denuncia e critica la raccolta e l’accaparramento antisociale di carta igienica, oggetto normalmente senza valore, trasformato dal panico attuale in pregiato tesoro.

Dagli Stati Uniti all’Australia, dal Nord Europa ad Hong Kong la recente e vertiginosa diffusione del Coronavirus ha scatenato l’angoscia e causato la corsa folle all’acquisto di tonnellate di carta igienica. Un attuale meme di internet, liberamente ispirato dalla xilografia “Morte e droghiere” dalla Danza della Morte di Hans Holbein Il Giovane, illustra un mercante che porta sulle spalle un cesto traboccante di rotoli di carta igienica, mentre cerca di sfuggire alla morte che lo afferra. Questa bizzarra corsa all’oro ben illustra la funzione del prezioso e morbido rotolo bianco, scudo protettivo contro la paura, antidoto contro il perturbante, “das Unheimliche”, in questo tempo di pandemia.

Nel discorso dell’arte contemporanea oggetti come un pisciatoio, la merda, la carta igienica, vengono sottratti alla loro funzione ordinaria ed elevati simbolicamente allo status di opera d’arte, evidenziandone l’al di là del senso e il legame con la pulsione di morte. Ma cosa svela questo oggetto messo in gioco dall’artista?

Nel Seminario X Lacan fa dell’oggetto anale il paradigma dell’oggetto a, l’oggetto parziale nella forma del resto e dello scarto. In quanto pezzo di corpo, organo che si stacca e cade dal soggetto, incarna l’oggetto perduto. La circoncisione è l’esempio che mostra che l’oggetto a emerge da tale taglio, luogo di mancanza fondamentale, causa di desiderio, che qui ha la sua sede privilegiata. Quello che si desidera è sempre in relazione con quello che si è perso e che manca.

Il desiderio è l’unico strumento a disposizione dell’essere parlante per rispondere e trattare il reale, sempre inedito e perturbante nella forma in cui si realizza nelle diverse contingenze. Tenendo conto che, come ci ha insegnato Lacan nel Seminario XXIII, possiamo toccare solo lembi di reale.