“Una seduta d’analisi è come una parentesi, niente di più, ma niente di meno. Una parentesi nell’esistenza, calcolata al minuto, del soggetto contemporaneo, questo soggetto destinato all’utilità diretta.
La seduta analitica è una spiaggia di godimento sottratta alla legge del mondo, che permette così a questa legge del mondo di esercitare il suo regno, procurandogli un sostegno, un sollievo, una pausa, mentre prosegue questa estrazione instancabile di plusvalore, che giustifica – crediamo noi – che si esiste”. 

J.-A. Miller, L’orientation lacanienne III, lezione del 5 Marzo 2003, stabilito da C. Bonningue

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Temporalità dell’inconscio in confinamento*

Dalila Arpin
Membro AE ECF e AMP – Parigi – 06/05/2020

 

Il tempo del confinamento è vissuto diversamente dagli uni e dagli altri. Perché, per alcuni soggetti, è l’occasione per aggiornare questioni rimaste in sospeso per mancanza di tempo, addirittura per trovare finalmente un po’ di tempo per scoprire nuove esperienze, mentre, per altri, il tempo si eternizza e si consuma o, al contrario, scorre a un ritmo sfrenato al punto che non si ha tempo per niente?

Il tempo è un reale da cui non si esce1, indica Jacques-Alain Miller; il tempo è sempre mancante, per le necessità del corpo vivente o per l’urgenza del movimento logico. Nella situazione di confinamento che stiamo vivendo, è evidente che è lungi dall’essere lo stesso per tutti. «L’inconscio […] officia al momento giusto»2, indica Pierre-Gilles Guéguen. In questo mondo impaziente, che oggi sembra in sosta, cosa ci insegna la temporalità dell’inconscio sul parlessere e il suo attuale malcontento o appagamento?

Temporalità e soddisfazione

Il confinamento può essere sperimentato su un tempo lineare poiché se ne possono contare i giorni, le settimane, ma anche, nella sua retroazione, in quanto alcuni lo associano a eventi traumatici precedenti (la guerra, la dittatura, altri traumi dell’infanzia). Riconosciamo qui i due vettori del tempo, isolati da Lacan in Freud (presenti nella lettera 52 a Fliess3 in quanto Nachträglich, retroattivo): un tempo lineare che va verso il futuro e un tempo retrogrado che va verso il passato4. È il fondamento della ripetizione, «che consiste a far ritornare sempre la stessa cosa per mezzo della realtà»5. Tramite la retroazione, il confinamento fa ripercuotere i traumatismi propri di ognuno che bucano, pertanto, la cronologia. In altri termini, il tempo del confinamento è bucato dagli eventi che hanno lasciato una traccia indelebile e che non cessano di riaffiorare.

Si può vivere l’isolamento anche come un presente dilatato, come una giornata unica che si eternizza oppure che è contrassegnata dalla fugacità. All’idea filosofica di un presente evanescente, Lacan oppone la nozione della sua durata6, la cui percezione è variabile: il che dà uno spessore al presente, è la soddisfazione pulsionale che vi può essere alloggiata. Tale soddisfazione si concentra su delle zone del corpo, dette «erogene», passibili di produrre un godimento. A ognuna di tali zone corrisponde un oggetto parziale: orale, anale, scopico, invocante – Lacan chiama «oggetti a» gli oggetti capaci di condensare il godimento pulsionale legato a una zona specifica. La soddisfazione pulsionale legata a tale oggetto aggira la zona erogena da cui deriva una soddisfazione parziale sui suoi bordi.

È questo rapporto con gli oggetti pulsionali che dà la percezione del tempo che passa. Il filo della temporalità propria dell’inconscio s’intesse con quello della soddisfazione nell’essere parlante. A seconda del carattere più o meno riuscito di tale soddisfazione pulsionale, si sperimenta il tempo secondo un ritmo rallentato o accelerato, ristretto o dilatato7.

Questa situazione di confinamento rivela questo annodamento del tempo e della soddisfazione, in quanto essa mette a distanza delle soddisfazioni possibili e mette a confronto ciascuno con la propria parte di malcontento. Eppure, l’insoddisfazione, lungi dall’essere il prodotto di una contingenza, affonda le sue radici nell’incontro dell’essere parlante con il linguaggio, che provoca un impatto che determina un disaccordo fondamentale rispetto alla soddisfazione. Un godimento «resterà in eccesso, disfunzionale rispetto al corpo»8. Il tempo «si stacca, non come una stringa infinita di istanti da riempire, ma come l’avvento di uno strappo sullo sfondo di un godimento da abbandonare per conquistarne un altro»9.

Singolarità dei godimenti

In questi tempi di confinamento, ognuno sperimenta il tempo in funzione del proprio modo di godere: alcuni godimenti sono più facili da far stare tra quattro mura rispetto ad altri. E quando il tempo percepito come interminabile o inafferrabile si combina con la reclusione, questo può essere vissuto come claustrofobico o come una tortura.

Se l’inconscio non conosce il tempo, per contro, il godimento come pure il desiderio e l’amore lo conoscono10, sottolinea J.-A. Miller. Quando si è confinati, quello che si butta fuori, pensando di chiuderci una porta sopra, rientra dalla finestra: il godimento non tarda a manifestarsi su tutti i fronti. Nei discorsi politici, si intuisce l’intenzione di ostacolare il godimento: non appena sono stati chiusi i locali all’aperto, i bar e i ristoranti, per impedire alle persone di stare vicine, queste si sono precipitate nei parchi … che sono poi stati proibiti la sera stessa; dopo la chiusura dei negozi ritenuti non essenziali, sono esplose le vendite online nei settori che traducono modi di godere che si devono alloggiare con urgenza. Il godimento si mantiene nel rigido rispetto della regola come pure nella sua trasgressione, nelle discussioni infinite come nella buona intesa ad ogni costo, nella precipitazione a intrattenere contatti virtuali, quando l’incontro non è possibile, come nella pratica di piaceri solitari.

Tuttavia, il rapporto dell’essere parlante con la soddisfazione è complesso. Il linguaggio introduce un divario profondo tra il soggetto e la pulsione. Costrette a passare attraverso la parola, le soddisfazioni legate agli orifizi corporei sono sempre parziali. Nessun istinto nell’essere parlante viene ad indicargli l’oggetto adatto. Il linguaggio colora la nostra vita pulsionale, le nostre preferenze, i nostri evitamenti, ma la subordina al suo regime, autorizzandoci o proibendoci alcuni oggetti. Per questo motivo, contrassegnato dal marchio del linguaggio, l’accesso agli oggetti di soddisfazione può essere sbarrato e il soggetto può non essersi sufficientemente liberato per poterli accostare. Non è padrone a casa propria per quanto concerne il suo soddisfacimento. Gli oggetti possono essere a sua disposizione, ma non vi si autorizza. Il soggetto può desiderare ciò di cui non gli è permesso di godere.

La situazione inedita che viviamo ci mette di fronte a un duplice dilemma: in primo luogo, rispetto all’oggetto di soddisfazione, che diventa raro; in secondo luogo, rispetto alla meta della pulsione11, in quanto siamo, da un lato, liberati da certe attività e, di conseguenza, nella capacità di alloggiare soddisfazioni che non possiamo appagare nella nostra vita quotidiana ma, dall’altro, non ci sentiamo liberi di farne uso.

Lacan sottolinea che tutto quello che siamo, tutto quello che viviamo, ivi compresi i nostri sintomi, appartiene alla soddisfazione. Soddisfacciamo «a qualcosa»: i soggetti che siamo «non si accontentano del loro stato ma, comunque, pur essendo in questo stato così poco contentativo, si accontentano». E Lacan interroga: «Tutta la questione è precisamente quella di sapere che cosa è questo si che lì è accontentato.»12

Questa situazione forzata dalle misure di confinamento potrebbe così avere degli effetti d’interpretazione per quanti tenteranno di circoscrivere meglio il loro modo di godere. Il nostro scontento non sarebbe anche un appagamento? Cogliere, in quello che viviamo, a che cosa soddisfacciamo. In questo tempo offerto dalla situazione attuale, mi sembra che ognuno possa trovare la via del godimento che gli è proprio e prendere delle decisioni di conseguenza. Alla luce dell’ultimo insegnamento di Lacan, questa è l’occasione per ognuno di trarre alcune conseguenze. E potremmo vedere in questo arresto obbligato un invito ad accettare il proprio modo di godere, a riconciliarsi con esso.

Traduzione di Adele Succetti  

*Il testo è stato pubblicato, in francese, in “Lacan quotidien”, 886, disponibile qui: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/05/lacan-quotidien-n-866-2/

[1] Cfr. J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Le tout dernier Lacan, insegnamento pronunciato nel quadro dell’Università Paris 8, corso del 6 giugno 2007, inedito.

[2] P.-G. Guéguen, Le temps de Freud et celui de Lacan, in “La Cause freudienne”, 45, 2000, p.30.

[3] Cfr. S. Freud, Lettera 52, in Le origini della psicoanalisi. Lettere a Wilhelm Fliess, Torino, Boringhieri, 1968, pp.123-130.

[4] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, “La Psicoanalisi”, 37, Roma, Astrolabio, 2005, p.25.

[5] Guéguen P.-G., Le temps de Freud et celui de Lacan, cit., p.36.

[6] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, cit., p.44.

[7] Ivi, p. 45.

[8] Cfr. J. Lacan, Le phénomène lacanien [1974], Les cahiers cliniques de Nice, 1, 1998, pp.9-25, citato da É. Laurent, L’Envers de la biopolitique. Une écriture pour la jouissance, Paris, Navarin/Le Champ freudien, p.15.

[9] P.-G. Guéguen, Le temps de Freud et celui de Lacan, cit., p.35.

[10] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, cit., p.26.

[11] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2003, p.158.

[12] Ivi, p.162.

Cinque domande al volo a Loretta Biondi, Presidente SLP*

Intervista di Laura Cecilia Rizzo – membro SLP e AMP – Roma, a Loretta Biondi – Presidente SLP

Italia, soglia della vertiginosa diffusione del virus. Improvvisamente questo reale ci riguarda. Molto prima che sulla scena mondiale, i corpi italiani, la loro routine. Alla fine di febbraio, la SLP era impegnata nella Conversazione su Questioni di Scuola 2020: Interpretare la Scuola. La giornata si sarebbe conclusa con Cinema e Sogno: omaggio a Federico Fellini, in collegamento con Buenos Aires 2020 e con il tema del Congresso AMP.

1.Vorremmo che ci dicessi come hai vissuto, nella tua funzione di presidente della SLP, questo impatto.

Il tempo dell’orologio correva veloce, sabato 22 eravamo a una settimana di distanza da questi importanti incontri di vita della Scuola. Il secondo degli appuntamenti era stato aperto al pubblico nell’ambito degli eventi ufficiali inerenti alla celebrazione del centenario della nascita di Federico Fellini.

Ero lì, precisamente nel tardo pomeriggio, in riva al mare, a visitare i locali che ci avrebbero ospitati. Le luci erano state testate, ma non ero soddisfatta, volevo che funzionassero con l’efficienza richiesta.

Sorda! Sì, sorda a ciò che stava già accadendo e pensare che avevo sentito ciò che stava accadendo in un altro continente … eppure avevo ricevuto la sua portata di reale. Era stato un attimo fugace, un lampo. Questo istante si era sistemato da qualche parte e aveva raschiato, e poi … si era rimesso a dormire.

La domenica a mezzogiorno arriva nella mia posta elettronica la nota del Sindaco di Rimini. Avevamo chiesto il patrocinio del Comune, ci tornava indietro una Messa in allarme. Sveglia! Convocazione del Consiglio con l’obiettivo di comunicare l’Ordinanza che vietava gli spostamenti e gli assembramenti di persone.

2. La Scuola di Lacan, come Giano bifronte, si trova così a dover affrontare i suoi effetti sempre inimmaginabili. Ogni Scuola all’appuntamento?

Sì, sono d’accordo con questa affermazione, in effetti, su due facce. Un tempo, lampo per sostenere la vita della Scuola, con un nuovo ordine! Eravamo ancora in quello che era imminente, in attesa di un atto, in attesa di mettere a punto gli ultimi dettagli, accordare gli strumenti in modo che tutto funzionasse; bene, il sipario si è abbassato, ma non il desiderio di Scuola! Ho potuto notare come il discorso della Scienza stesse già occupando la vita quotidiana, l’altro, quello del Padrone stava martellando, secondo me non criticabile, tra Ordinanze e comunicazioni. Un giro attraverso quello dell’Isterica fu necessario per permettere ai discorsi di ruotare. In effetti, il discorso dell’Analista, lo diciamo spesso, è più difficile da incarnare. Penso che in quel momento dovevamo essere pronti alla chiamata, ancora senza comprendere. Due decisioni, di cui una imposta: annullare date ed eventi. L’altra, in fase di creazione, nuovo respiro: una rivista online poteva iniziare nella SLP, con una redazione che seguiva la logica del saper fare con una politica editoriale, un editing. È iniziato come a-periodico, edizione straordinaria Coronavirus, è così che l’abbiamo chiamato all’inizio.


3. Un’invenzione che fa tesoro del translinguismo della Scuola Una; a proposito di ciò che non cambia, cosa cambia nella vita della Scuola e cosa deve essere preservato mentre si attraversa tutto questo? Vedi un rischio? Intendo nella pratica.

La vita della Scuola è in continua evoluzione, diciamo che mette al lavoro ciò che cambia. Non senza principi o fondamenti, come è stata fondata da Lacan. Da un lato, ciò che accade genererà risposte e sconcerto. La psicoanalisi deve fare sintomo – e qui torno alla tua domanda – non deve dare risposte generali, questo rimane sul lato della psicoterapia. Preservare in questo senso, sì, attraversiamo una guerra continua tra godimento e desiderio, per esempio. La psicoanalisi ha un motore straordinario: il desiderio dell’analista. La Scuola si attiva per mantenere questo desiderio impuro continuamente in vita. Il progetto è di inchiostro indelebile: sintomi, formazioni dell’inconscio, sempre in funzione sebbene – come diceva Jacques-Alain Miller a Buenos Aires – non senza «una monotonia del fantasma». La pratica analitica e il suo orientamento saranno, qui ti rispondo con un’anteprima, l’orientamento di questo anno della comunità analitica della SLP. L’ouverture di un nuovo spartito che punta a consolidare e trasmettere la psicoanalisi di orientamento lacaniano in Italia e nel Campo freudiano. Sì, è certo. Oggi ci ascoltiamo di più.

4.  A proposito, l’a-periodico online per SLP è ancora attivo. La rete mette in connessione e pesca. Quali effetti stai leggendo oggi?

In effetti è nato su un’emergenza, come ho detto prima, siamo stati i primi a essere scossi dalla furiosa escalation di vittime e dal sistema sanitario allo stremo. Oggi è possibile una certa distanza. Quindi, un’imprudenza nell’uso della scrittura era qualcosa da tenere in conto: quali deviazioni si potevano insinuare, specialmente in quel momento di presa di coscienza di entrare in uno stato di isolamento.

5. Come accogliere quel corpo di scrittura, vivo, che è giunto alla Rete?

Sì, un po’ a macchia di leopardo, come si dice dei modi di contagio che non sono stati ancora scientificamente provati. Le restrizioni in Italia si intensificavano sempre di più. Come effetto collaterale alla chiusura, la rete poteva fungere da bussola, uno spazio per ospitare lampi di testimonianze, effetti di discorso e di colloquio sul web, un tam tam tra Scuole nel Campo freudiano.

Beh, sembra un buon rumore di contagio in chiave trans-individuale. La perla che Jacques-Alain Miller ha salvato alle origini del Campo freudiano. Grazie!

Traduzione di Laura Storti

* Pubblicata sulla rivista online della EOL, “Virtualia” n.38, disponibile qui: http://www.revistavirtualia.com/articulos/856/relatos/tres-preguntas-al-vuelo-a-loretta-biondi-presidenta-de-la-slp

Andrà tutto bene?*

José R. Ubieto
Membro ELP e AMP – 02/05/2020

 

Le emergenze – catastrofi naturali, attentati o pandemie come quella attuale – suscitano sempre atteggiamenti e sentimenti diversi. L’ottimismo è di solito più politicamente corretto del pessimismo ed è per questo che non smettiamo di inviare meme e messaggi che si appellano al “tutto andrà bene”, “resisteremo” o “lo sconfiggeremo”. Il pessimismo, venato di angoscia, lo riserviamo alla nostra intimità o a coloro che ci sono più vicini.

Questo appello è logico a causa del nostro bisogno di fare buon viso a cattivo gioco, ma anche perché viviamo in una cultura in cui essere ottimisti e felici è un imperativo, un obbligo piuttosto che un’opportunità. Abbiamo persino leader, come Trump o Johnson, che fanno dell’ottimismo (unito al cinismo) un tratto caratteriale e un segno del loro splendente narcisismo. Sono i The Best One. Il loro “successo” sta nel fatto che, come i guru dell’auto-aiuto, cancellano ogni impossibilità, ogni ostacolo. A loro non importa di infrangere qualche regola. I muri sono per gli altri, per loro Nothing is Impossible.

Freud aveva invece un’altra idea. Come disse al suo amico, il pastore Pfíster, «l’ottimismo è una premessa, il pessimismo un risultato». Un altro modo per dire che la vita ci pone di fronte ai nostri limiti, quelli della natura, del corpo e del legame con gli altri. Concordava con Kant nel ritenere che educare e governare fossero compiti impossibili e a questi aggiunse il curare. L’impossibile non va considerato come ciò che non si può realizzare, ma come ciò che non ha una soluzione garantita. Nessun insegnante, nessun politico, nessuno psicoanalista ha il manuale di istruzioni in grado di risolvere qualunque problema. Devono rischiare un atto per il quale non esistono garanzie; a volte funziona e a volte no. In ogni caso, non può essere anticipato con precisione matematica.

Ma proprio perché sono compiti impossibili, c’è uno spazio di manovra, non tutto è scritto o deciso. È necessario, tuttavia, assumere quell’assioma iniziale, che ci permetterà di fare ciò che è possibile in ogni situazione. L’altro presupposto, quello dell’onnipotenza, ci conduce solo all’impotenza, non alla potenza.

Quindi, in questi tempi difficili, è meglio essere un pessimista avvertito. Avvertito del fatto che la vita non è mai esente da rischi e che ogni battuta d’arresto implica qualcosa di non recuperabile, pur offrendo l’opportunità di fare e inventare qualcos’altro in quel vuoto. Avvertito dei limiti del corpo, che può essere parassitato da un estraneo; dei limiti del pianeta in cui viviamo, la cui sostenibilità ha un limite; dell’avidità, la quale conduce a disuguaglianze che generano gravi conflitti sociali; o della volontà di dominio e abuso che uccide e impone vincoli a donne e bambini.

Un pessimista avvertito sa che il primo dovere dell’essere umano è quello di vivere e di evitare tutte le illusioni che lo rendono difficile. Tutti abbiamo bisogno di illusioni, questo non è un problema finché non ne facciamo una religione, finché non deleghiamo a quelle illusioni il potere che ci manca. Qualcosa del genere sta accadendo oggi con le tecno-scienze, alle quali attribuiamo superpoteri.

Quel pessimista scommette, per vivere, sull’incontro con gli altri come la formula migliore per condividere la gioia quando essa sorge. Lacan lo ha definito «il segreto della gioia». Di fronte alle contingenze a cui il reale ci conduce – in questo caso il Covid-19 – dobbiamo inventare e trovare in questa impasse «la viva forza dell’intervento»1. Non si tratta di illusioni, ma di ciò che provoca il nostro desiderio di vita e che non funziona in solitudine. È la scommessa che qualcosa (noi) andrà bene.

Traduzione di Valentina Lucia La Rosa

*Originariamente pubblicato in spagnolo nel quotidiano Catalunya Plural (02/05/2020) e nel blog Zadig Espana (04/05/2020). Pubblicato in inglese su The Lacanian Review Online (19/05/2020).

[1] J. Lacan, La psichiatria inglese e la guerra, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.107 (N.d.T.).

Religione, scienza e psicoanalisi nei tempi del Covid-19

Valentina Lucia La Rosa
Partecipante SLP – Catania – 07/05/2020

 

Dal 18 maggio le chiese potranno riaprire per le celebrazioni liturgiche, seppur con numerose restrizioni e limitazioni. In questi giorni di pandemia, sono in molti ad aver dibattuto sul silenzio quasi assordante della Chiesa italiana, di fronte a un discorso scientifico sempre più dominante1. Silenzio di fronte al reale del virus. Un virus di fronte al quale la stessa Chiesa ha deciso volontariamente di svuotare le acquasantiere2 … Acquasantiere vuote ma gel igienizzante in abbondanza, come prescritto dal decreto ministeriale … Dalla santificazione alla sanificazione.

La religione sembra dunque aver accettato di buon grado di occupare una posizione marginale nel dibattito contemporaneo sulla pandemia. La sua presenza sulla scena politica e sociale si è liquefatta, senza che questo abbia prodotto un qualunque tipo di reazione nell’opinione pubblica. Le potenti immagini di Papa Francesco in preghiera in Piazza San Pietro non sono state sufficienti a restituire alla Chiesa una voce forte nella gestione pubblica della pandemia. Tuttavia, va detto che non è soltanto la religione cattolica ad aver abdicato alla propria funzione di fronte al coronavirus ma anche le altre grandi religioni tradizionali. In generale, stiamo dunque assistendo a un eclissarsi di quella “gestione sacra” della pandemia che costituiva invece la cifra fondamentale delle grandi epidemie e catastrofi del passato3.

Qualche giorno fa, un noto filosofo4 ha scritto che la scienza, e in particolare la medicina, sono diventate la nuova religione del nostro tempo alla quale sia la politica che la religione hanno scelto di sottomettersi. Si è realizzato lo scenario anticipato da Lacan nella sua celebre intervista del 1974 a “Panorama”: «La scienza si sta sostituendo alla religione, altrettanto dispotica, ottusa e oscurantista»5? Ciò che oggi ci troviamo di fronte non è, tuttavia, un’egemonia della scienza tout court, intesa come blocco monolitico e compatto, ma piuttosto una sorta di variegato patchwork di opinioni dei vari virologi, epidemiologi e statistici, su cui il discorso religioso non riesce minimamente a incidere. La conseguenza è una sorta di atteggiamento religioso-fideistico nei confronti del virologo di turno dal quale ci si aspetta la verità definitiva sul virus.

Ma ecco che Lacan ci ricorda: «Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia»6. Il tempo del Covid-19 è certamente il tempo dell’angoscia, non della scienza ma di un certo scientismo, che “promette di dominare l’angoscia con il sapere”7, salvo poi puntualmente fallire.

La scienza, intesa come scienza moderna, è però qualcosa di diverso ed è impensabile poter prescindere da un certo tipo di discorso scientifico che tutti auspichiamo possa continuare a venirci in soccorso, soprattutto in questi tempi così difficili.

Si tratta di una questione cruciale da cui, come analisti, non possiamo sottrarci. Non dimentichiamo infatti che la psicoanalisi, come scrive Antonio Di Ciaccia, ha la scienza come suo orizzonte e la scienza è la condizione stessa dell’esistenza della psicoanalisi8. La scienza moderna e la psicoanalisi condividono la stessa visione di un soggetto svuotato di ogni rappresentazione e quindi puro riferimento simbolico, un soggetto di cui la scienza decide però di non occuparsi, cosa che piuttosto fa la psicoanalisi chiamandolo «soggetto dell’inconscio»9. Il metodo scientifico moderno, inoltre, è ciò che può dare alla psicoanalisi l’opportunità di non ridursi anch’essa a una «religione»10 con i suoi dogmi e culti e di non lasciare spazio al chiacchiericcio delle opinioni.

Se dunque, da un lato, la psicoanalisi non può fare a meno di confrontarsi con la scienza moderna e di contrapporsi allo scientismo dominante, dall’altro lato che ne sarà della religione e dei suoi rapporti con la scienza e con la psicoanalisi? Se essa decide di abdicare volontariamente al suo ruolo, che ne sarà della sua potenza? Sarà ancora in grado di trionfare, come predetto da Lacan11?

[1] Marco Politi, Coronavirus, svanisce la religione: al suo posto regna la scienza. Persino il Papa se n’è accorto, Il Fatto Quotidiano, 26 marzo 2020: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/03/26/coronavirus-svanisce-la-religione-al-suo-posto-regna-la-scienza-persino-il-papa-se-ne-accorto/5746372/

 [2] Cfr. Miquel Bassols, La legge della natura e il reale senza legge, “Rete Lacan”, 4: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/#art_3

[3] Italo Testa, La religione a porte chiuse, Le parole e le cose2, 16 marzo 2020: http://www.leparoleelecose.it/?p=37948

[4] Giorgio Agamben, La medicina come religione, Quodlibet, 2 maggio 2020: https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-la-medicina-come-religione?fbclid=IwAR2pHE0SrklpHrQ0_eZfEb049dmdLMRGphPzR-aVbT_gIU4F_TPiQzJzn_k

[5]Freud per sempre. Intervista rilasciata da Jacques Lacan a Emilia Granzotto pubblicata su Panorama, Roma, 21 novembre 1974. http://website.lacan-con-freud.it/ar/lacan_panorama.pdf

[6] Ibidem.

[7] Miquel Bassols, cit.

[8] Antonio Di Ciaccia, LACAN E IL LINGUAGGIO – Il soggetto della psicoanalisi, Psychiatry on line Italia: http://www.psychiatryonline.it/node/7385

[9] Ibidem.

[10] Ibidem.

[11] Jacques Lacan, Il trionfo della religione, Torino, Einaudi, 2006.

Dall’Andrà tutto bene al Μή μου ἅπτου in tempo di pandemia (significante e non)

Renato Bellinello
Psichiatra – Partecipante SLP – Napoli 05/05/2020

 

In questi giorni di irruzione pandemica del Reale insostenibile di un elemento intrusivo, pervasivo, maligno e invisibile tale perturbante viene incessantemente raddoppiato sul versante dei mass media, “muro immaginario del linguaggio”, egualmente insostenibile e pandemico. In tale temperie – tra le tante – una frase, nella sua reiterazione perversamente seriale, è diventata quasi un sutra buddista: Andrà tutto bene. Come ben evidenziato con altre parole da Papa Francesco I nell’omelia di domenica 19 aprile 2020, questo Andrà tutto bene ha una valenza effettivamente terapeutica nel senso di bordare quel Reale insostenibile, di cui l’angoscia è il puntuale “squillo di tromba”, riesce davvero a dare diritto di cittadinanza all’Altro con la sua mancanza, cioè a rendere conto dell’Altro con la questione di cui patisce a partire dalla τύχη dell’evento pandemico?

La vita quotidiana e l’esperienza clinica ci insegnano quanto sembianti consolatori e prêt-à-porter, che, in seguito a un dettame sociale, abbiano il compito di trattenere lo scivolamento della catena significante su cui si basa la realtà discorsiva degli esseri umani, possano misconoscere di chiunque la verità soggettiva che si manifesta sempre in maniera sottrattiva, come elemento differenziale, dissidente e non performativo del linguaggio.

A questo punto, nell’isolamento sociale, dettato dalla pandemia virale, e nella pervasività, ad opera della pandemia significante, le recenti suggestioni pasquali fanno il resto: alla memoria sovvengono alcune icastiche parole, che nel Vangelo secondo Giovanni (20,17) Gesù rivolge a Maria Maddalena subito dopo la risurrezione e che nella Vulgata vengono tradotte dal greco antico al latino con il celebre aforisma, fonte di ispirazione per molti artisti nel corso dei secoli: Noli me tangere (Non mi toccare). Gli esegeti moderni, però, sono sostanzialmente concordi nel prendere le distanze dalla traduzione latina dell’originario Μή μου πτου (Mé mou háptou) del testo evangelico, che, invece, traducono con: Non mi trattenere. Infatti, nello stesso versetto Gesù continua: Nondum ascendi Patrem meum (Infatti non sono ancora asceso al Padre mio). Ecco, allora, la questione in gioco: non certo il tentativo, da parte di Maria Maddalena e ricusato da Cristo, di sincerarsi della tangibilità del corpo risorto, bensì l’esortazione del Figlio di Dio a non essere “trattenuto” in un luogo simbolico che non gli appartiene più e che, in ogni caso, non può essere strutturalmente  esaustivo della sua soggettività. Sul versante femminile, quindi, l’“Apostola degli Apostoli” palesa tutta la sua impasse a separarsi dall’oggetto d’amore e a elaborarne il lutto e, come una madre il cui desiderio non è stornato altrove, sicché identifica il bambino all’oggetto (φ) che immaginariamente colmerà la sua mancanza, cerca di “incardinare” Gesù al suo sembiante terreno, “trattenendone” l’organizzazione discorsiva che possa determinarlo come soggetto.

Allo stesso modo, la realtà intersoggettivamente condivisa dei parlesseri in tempo di pandemia (significante e non) sta agendo da Mater/Matrix non barrata e perlopiù alienante grazie all’effetto amplificatore dei mass media, che ripetono incessantemente i loro sutra tra cui il suddetto Andrà tutto bene, sigillo di un “lavoro del negativo”.

Pertanto, cosa potrà salvarci dall’essere tutti assujet all’“arbitrarietà procustea” di sembianti consolatori e prêt-à-porter, di cui si pasce un discorso messianicamente autoritario?

Forse l’esempio di Gaia, una bambina di dieci anni, che dalla Sardegna circa due settimane or sono ha portato avanti una sommessa rivoluzione personale grazie a un piccolo gesto, a ciò che poteva essere un elemento poco apprezzato o inavvertito, ma che per fortuna non è passato sotto silenzio. Come la maggior parte dei bambini italiani della sua età, sulla scorta dell’”oppressione significante” vigente, incarnata dall’istituzione scolastica, le viene dato dall’insegnante il compito di eseguire un “disegno di speranza” con l’onnipresente frase Andrà tutto bene. Gaia esegue il compito assegnatole e appende il disegno al cancello di casa. Dopo circa quaranta giorni di isolamento sociale, però, la bambina affigge, affianco al disegno precedente, un cartello con la scritta: «Non credo andrà tutto bene, l’ho fatto solo perché lo volevano le mie maestre e i miei genitori». I genitori le fanno togliere il cartello, ma Gaia, affermando la sua soggettività dissidente rispetto al discorso sociale imperante,  fa valere le sue ragioni e lo rimette sul cancello di casa, in bella vista. Il suo non è il capriccio di una bambina, ma, come lei stessa spiega con il lessico della sua età, la scelta consapevole di non obliterare la dimensione di quel Reale insopportabile, rispetto a cui è meglio che gli adulti si diano da fare.

In fondo, anche Gaia, come Gesù risorto, ha proferito il suo personale e irriducibile Μή μου πτου in barba a tutte le pandemie (significanti e non).

Liceo a distanza: quel che c’era e ora manca

Aurora Mastroleo
Partecipante SLP – Milano – 19/05/2020

 

La “scuola a Distanza” come rimedio all’urgente necessità di contenere i contagi sta anche offrendo l’opportunità per uno straordinario esperimento sociale riportando alla ribalta il dibattito attorno al mondo della scuola. Per ora l’interesse dominante verte su ciò che manca alle scuole italiane per funzionare a distanza. Tuttavia in molti licei milanesi il passaggio è stato straordinariamente efficace e repentino grazie a una buona informatizzazione del tessuto sociale e delle istituzioni scolastiche. Questa condizione ottimale consente quindi di poter affrontare la questione delle mancanze a un diverso livello: c’è altro che manca alla scuola a Distanza quando non le manca nulla? In proposito riporto alcune riflessioni suscitate durante degli incontri di discussione online con alcune classi di un liceo rispetto alla loro esperienza del distanziamento sociale e della scuola a Distanza.

Tutti riconoscono quanto gli manchi l’incontro in classe. Mi sorprende constatare che la quasi totalità dei ragazzi racconta che sia prima che dopo l’ordinanza che ha consentito una progressiva riapertura della libera circolazione (quella del 4 Maggio) non si sono mai incontrati tra compagni di classe né con altri amici. Nessuna eccezione alla regola, né trasgressione. La maggior parte si è prestata a fare le code davanti ai supermercati e a fare le commissioni al posto dei loro genitori; la soglia di casa non è una frontiera inesplorata. Semplicemente ciò che a loro manca – l’incontro tra loro – è rimandato a una data destinarsi.  Oggi manca, allora si può desiderarlo.  Nel discorso il tempo uno della constatazione di un desiderio è seguito da un tempo due che mi sembra ne rappresenti un trattamento che li porta a temporeggiare, riproponendo quanto già avveniva prima del lockdown, grazie alla prevalenza della socialità telematica che permetteva di evitare l’incontro.  Nessuna novità, se non nella tessitura di questa operazione che oggi comporta una fortificazione interessante. «Non ero pronta a dover proteggere i miei genitori» a questa frase segue una pioggia di pollici alzati sulla chat che accompagna la discussione.  Non sono pochi quelli che hanno (o pensano di avere) genitori che per età o per condizione di salute rientrano nelle categorie maggiormente a rischio. Che abbiano ricevuto o meno l’esplicita richiesta di non incontrarsi tra coetanei, all’unanimità riconoscono in questo un loro preciso dovere generazionale a cui non vogliono o non possono sottrarsi. Per trattare il desiderio ricorrono ad un rivestimento immaginario particolare che rende i loro corpi pieni di vita possibili portatori sani e untori e questo li induce a contingentare le uscite e gli incontri ben oltre quanto lo Stato prescriva. Segnati dal significante protezione, molti ragazzi sembrano meglio funzionare da tappo alla carenza dell’Altro genitoriale. Nella pioggia di significanti pandemici, portatore sano e untore condensano quel più di vita dell’adolescente e lo relegano in contumacia a una restrizione colpevolizzante. Così il desiderio precipita in sacrificio? In effetti la trappolina del sacrificio è restituire un certo merito a chi lo compie lasciando l’appetito di libertà a bocca asciutta. Infatti, uscire per le commissioni, la spesa eccetera non è certo come quel “libero pascolo tra loro” che manca ai più. Emerge una certa angoscia. Una domanda aleggia nell’aria: quando finirà?  Aspettano che il Ministro, il Preside, l’istituzione apparecchi per loro un appuntamento.

Molti constatano che da quando la scuola è a distanza tra compagni non si litiga più e nemmeno con i professori: azzeramento del conflitto. Durante le lezioni online si parla uno alla volta e ciascuno per sé. In una straordinaria amplificazione immaginaria i docenti risultano quanto mai distanti e ben più severi di quanto non risultassero in presenza. La protezione, la corazza immaginaria offerta dal gruppo a ciascun membro della classe risulta piuttosto assottigliata, manca l’effetto eco della classe: unirsi e forse confondersi in un coro di voci solidali e quindi passa la voglia di prendere parola. Diversi notano che manca la spontaneità delle battute che serviva a sdrammatizzare le tensioni. L’eco del gruppo classe manca e questo sì, si può desiderarlo, perché presto o tardi saranno convocati in classe, torneranno a sentire la campanella. I maturandi fanno, a settembre saranno altrove, sarà troppo tardi per loro: il loro appuntamento è stato cancellato.

Diversi allievi dell’artistico constatano che il passaggio dalle tavole ai fogli digitali imposto dal distanziamento scolastico annoia e scontenta anche i migliori tra loro. Agli artisti che sognano di diventare manca la materia di cui è fatta l’esperienza, fogli lisci e ruvidi, carboncini e olii. Sono però i compagni dello scientifico a dire che non si sporcano più le mani, leggono e scrivono a video e questo stanca, li annoia. Se manca l’incontro tra compagni, la risonanza delle voci, mancano le mani sporche è perché manca quel particolare trattamento del corpo, della componente pulsionale del corpo che da sempre la scuola tradizionale consente. Senza questo ingrediente, tutto potrebbe funzionare ma la voglia di farlo funzionare arretra.

Uno dei professori più giovani dichiara che per lui senza l’incontro con la classe l’insegnamento della matematica è scarno, povero. Attraverso lo schermo non distingue «quel bagliore che poche volte si accende nell’allievo indolente». È una certa qualità dello sguardo a funzionare da segnale che lì, in quel preciso momento, si è aperto un varco, “è il momento di insistere”. Altri insegnanti si associano, il varco per alcuni è un sipario che si solleva e in quel momento la loro matematica può finalmente salire sulla ribalta. Senza il contatto degli sguardi si sentono miopi, attraverso lo schermo parlano al muro, o forse allo specchio, nessun bagliore si distingue e, come cantava Califano, «tutto il resto è noia, noia, noia»… l’insegnamento richiede passione. Forse l’esperimento della Scuola a Distanza ci rivela che la passione per l’insegnamento richiede l’incontro che si rinnova e non si consuma.

In effetti la vita scolastica incoraggia l’accesso al Sapere perché insieme alla sublimazione consente una particolare circolazione della pulsione. Miller conclude così il Post Scriptum all’Uno-tutto-solo: «Ecco il punto a cui mira l’eresia lacaniana. Si è creduto che l’Altro fosse l’Altro della parola, l’Altro del desiderio […]. Il quadro è totalmente differente quando si ammette che l’Altro è il corpo, organizzato non già rispetto al desiderio ma rispetto al proprio godimento»1. L’attualità ci mostra che nelle condizioni ottimali il liceo a distanza può funzionare molto bene se inteso come trattamento dell’Altro della parola e del desiderio, ma quando con Lacan si ammette che l’Altro è il corpo, allora si può forse mettere a fuoco quel che nella scuola c’era e ora manca.

[1] J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’uno-tutto-solo. L’orientamento lacaniano, Roma, Astrolabio, 2018, p.263.

Intervista a Marta Goldenberg

Intervista di Luz Saint Phat – Quotidiano “Comercio y Justicia” a Marta Goldenberg, membro AME EOL e AMP

 

Che cosa può apportare la psicoanalisi per comprendere alcune situazioni che riguardano i soggetti nell’ambito della diffusione del Covid-19 e le disposizioni di confinamento e distanziamento sociale?

Nel corso di una lunga conversazione, M. Goldenberg afferma, relativamente alla pratica clinica che «di fronte a questa contingenza, assolutamente nuova, non solo locale ma globale, si stanno trovando delle invenzioni», anche se l’utilizzo delle nuove tecnologie – come la videochiamata – che in questi momenti possono risultare innovative, non sono per «per tutti i pazienti».

L’intervistata afferma che si tratta di un momento, di una circostanza, fino a quando potrà esserci l’incontro con gli analizzanti. «E questo incontro deve avvenire perché la psicoanalisi pura è tra due corpi e la presenza è la presenza reale dell’analista che si incarna. Questo è importante perché ci sono il gesto, il colpo di tosse, il borbottio, la stretta di mano, che sono molto diversi se metabolizzate o attraversate da una telecamera».

Tuttavia, oggi più che mai «l’analista deve essere plastico», precisa.

Seguendo questa linea, assicura Goldenberg, «lo psicoanalista deve essere all’altezza della sua epoca, di quello che stiamo vivendo. Cosa vuol dire questo?  Vuol dire interpretare. In un’interpretazione si dice quello che non si vuole ascoltare. Ciò di cui il soggetto non si rende conto». In questo scenario dunque, «la psicoanalisi deve presentarsi alla comunità a posteriori, darsi un tempo, senza fretta, perché siamo ancora immersi in questi imperativi di distanziamento sociale, di confinamento, tutti significanti che ci toccano».

«La funzione che ci si può attendere dalla psicoanalisi, con il suo strumento, lo psicoanalista, è quella di contribuire con l’interpretazione di ciò che oggi è indicibile e inedito».

Significanti

Rispetto a come la pandemia e le disposizioni di distanziamento sociale possono avere effetti sui soggetti e sul legame sociale, Goldenberg afferma che ancora non è possibile dirlo, segnala però che stanno emergendo alcune questioni importanti che bisognerà considerare.

«Per esempio, la solitudine. Anche se la solitudine è sempre stata presente in un soggetto, in un momento cosí può sentirla amplificata».

«In un altro caso, un altro soggetto, per il fatto di non stare lavorando e di dipendere economicamente dal suo partner, si sente svalorizzato. L’analista interviene e fa risuonare ciò che è rimasto in ombra, senza brillio, opacizzato dalla situazione».

«Qualcun altro dice che ha dovuto chiudere il proprio negozio e la sensazione è sempre nel corpo. “Mi sento precipitare”. In un altro caso, il soggetto dice “non so come fare per blindarmi”, un altro dice che “questa è una sofferenza a tempo indeterminato”. Un’altra analizzante rifletteva su come “far uscire l’isolamento da se stessa”».

Si può fare riferimento anche a chi è stato più colpito dalla diffusione del virus, come il personale sanitario e le persone che si sono ammalate. La paura, lo stigma, la discriminazione, sono questioni che emergono.

«Ho ascoltato una persona argentina che vive in Italia e che era stata infettata dal virus, la quale diceva di non riconoscere il proprio corpo. Per la psicoanalisi il corpo è molto importante perché se non c’è corpo non si gode. Diceva di non riconoscere il corpo. “Un corpo che non era corpo” quando era ammalato, diceva, e i dolori che sentiva erano estremamente insopportabili».

Nonostante ciò – sottolinea Goldenberg – quello che accade non costituisce per tutti «un orrore, nel senso del peggio, tutto dipende da come questo reale “colpisce”.

Sovversione

Anche se un reale irrompe, Goldenberg intravede un’opportunità di sovversione: «Mi sembra interessante, per poter interpretare ciò che ha fatto irruzione nella vita di ognuno, la condizione di sovversione delle cose», afferma la psicoanalista.

«Ci sono logiche che hanno prevalso per secoli in una certa maniera e che ora cambiano. Per esempio un professionista mi racconta di un luogo molto piccolo in cui vivono persone molto conservatrici, in una comunità autosufficiente. Solitamente non lasciano entrare nessuno da fuori ma ora queste persone hanno accettato che persone “esterne” possano essere amici. Hanno accettato che il “nemico” entrasse, portasse mascherine e altri dispositivi. Questo mi fa riflettere e posso interpretarlo come una sovversione del reale».

«In questo senso oggi abbiamo un’opportunità. Non nel senso di approfittarne e trarne egoisticamente un guadagno ma nel senso che si possono interpretare gli eccessi. La società detta capitalistica sta mostrando i suoi limiti».

Goldenberg conclude dicendo che «bisogna cercare di scrivere, non solo di sovvertire, di fare in modo che quello che si fa abbia la forza dell’iscrizione».

LAMPI!

Questo virus ci ha rovinati!

Giulia Grillo
Membro SLP e AMP – Palermo – 13/05/2020

 

Pensavo che potremmo vederci in video. Magari il giovedì. Alle cinque”

L’inconscio batte un colpo.

“Ci sono”, rispondo.

Gaia, 8 anni, nel chiedermi un appuntamento stesso giorno e stessa ora di sempre ma in un altro luogo, fa un appello all’Altro e inventa un nuovo modo per tenere il filo di un transfert in un tempo sospeso dalla legge del lockdown.

Ancora un’ingiunzione dell’Altro che le impone nuove regole, adesso il dover fare i conti anche con la necessità di inventarsi un modo nuovo per sfuggire all’assoggettamento di un reale ingovernabile ma che produce i suoi effetti.

Lacan nel suo Seminario sull’Etica della Psicoanalisi ci ricorda che «l’esperienza morale come tale, cioè il riferimento alla sanzione, pone l’uomo in un certo rapporto con la propria azione che non è solo quello determinato da una legge articolata, ma anche quello costituito da una direzione, da una tendenza e, in breve, da un bene che egli invoca generando un ideale della condotta. Anche tutto questo costituisce in senso proprio la dimensione etica e si situa al di là del comandamento, ossia al di là di ciò che può presentarsi come un senso d’obbligo»1.

È una dimensione etica, quella di una contingenza dal nome coronavirus, che coincide con un saperci fare slegato dalla logica di una pratica analitica che esiste dove esiste la stanza dell’analista. È un nuovo che avanza, che ci interroga su nuovi modi di praticare che non lascino cadere chi è alle prese con la costruzione di un proprio discorso e con l’invenzione singolare del proprio rapportarsi all’Altro.

«Questo virus ci ha rovinati!» mi dice Gaia in una videochiamata, scegliendo di lasciarsi parlare con le parole degli adulti, facendo appello ad un lavoro di traduzione di questa angoscia e alla «creazione di uno spazio di enunciazione dal quale poter sostenere le invenzioni soggettive»2.

Ma se questa è la pratica che ci ha lasciato Lacan, quella che per primi a noi richiede un non assoggettamento a regole senza legge e che invece ci rimanda ad una direzione della cura che guarda al soggetto dell’inconscio, ecco che la contingenza diventa il modo di mettere in pratica l’insegnamento di Lacan.

È con Skype? Con videochiamate? È esserci.

Ed è Gaia a ricordarmi che quell’appuntamento il giovedì alle 17 è sempre possibile, a condizione che cambi il luogo ma non l’Altro a cui rivolgersi.

Prendendo a prestito le parole di Judith Miller «non si tratta di sapere se un’analisi si fa con o senza lettino. In realtà si tratta di sapere se il discorso analitico può svilupparsi al di fuori dello studio privato di un analista, se la clinica sotto transfert è possibile altrove.

E’ possibile solo a condizione di coniugare psicoanalisi in intensione e psicoanalisi in estensione. Non c’è la cosiddetta psicoanalisi pura senza la cosiddetta psicoanalisi applicata, e viceversa»3.

Ecco allora che a partire da un’interrogazione su un reale che ci impone la necessità di declinare la pratica clinica in nuove forme possibili di ascolto, nulla di nuovo è sotto il sole, anzi forse un saldo ancoraggio alla clinica Lacaniana e ad una direzione della cura4 che nella tattica ci rende liberi, passando per l’Etica, lì dove si ha a che fare solo con se stessi.

[1] J. Lacan Il Seminario, Libro VII, L’Etica della Psicoanalisi (1959-1960),  Torino, Einaudi, 2008, p.5

[2] G. Salzillo L’uomo (non tutto) epidemiologico (pag. 44) in Parole Minori, La psicoanalisi e le nuove generazioni, a cura di N. Purgato, Torino, Rosenberg & Sellier, 2017.

[3] Intervista a Judith Miller del 16.10.2010 di Laura Rizzo: http://www.ilcortile-consultorio.it/intervista-a-judith-miller-del-16-10-2010

[4] J. Lacan, La direzione della cura, in Scritti, vol. II, Torino, Einaudi, 1974