«L’evento è traumatismo quando disturba un ordine preliminare e non si assimila, quando cioè rimane inassimilabile. Ed è quello che Freud nella sua clinica chiama una fissazione. Nella sua clinica una fissazione genera due tipi di effetti. Da un lato, la ripetizione; dall’altro, la difesa. La ripetizione è una rimemorazione che si ignora essa stessa; difesa, la cui forza si esercita in senso contrario. E questi due effetti, di ripetizione e di difesa, non sono separati, ma formano un misto di ripetizione e difesa. Questo è ciò che Freud chiama una formazione di compromesso».

Jacques-Alain Miller, Uno sforzo di poesia, lezione dell’11 giugno 2003, inedito. 

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°14 – 5 giugno 2020

IL VIRUS DELLA PSICOANALISI

Conversazione con Bernard Seynhaeve (presidente NLS, membro ECF, NLS e AMP) di Violaine Clément – (membro NLS e AMP) – 26/05/2020

V. C.: Lei ha interpretato con queste due parole: «dignità e silenzio» la cancellazione del congresso sull’interpretazione previsto a Gand il 27 e 28 giugno. Può spiegarci che cosa intende con questi due significanti?

B. S.: In effetti la cosa ci è piombata addosso, a tutti, e quindi ci siamo trovati senza parole: da qui il silenzio che è dunque il silenzio del «senza parole», che può anche essere forse il silenzio dell’analista, è un silenzio che deve fare interpretazione e mi trovo nel posto giusto per testimoniare di questo, del silenzio dell’analista. Non del mio silenzio durante le cure che conduco, ma del silenzio dell’analista che mi si è imposto durante la mia stessa cura. Il silenzio ha a che fare con questo, non c’è parola, qualcosa ci piomba addosso e fa buco nel sapere. È un primo punto ed è importante sottolinearlo poiché ho subito notato come questo buco sia stato utilizzato in diversi modi, in molti hanno provato a riempirlo, con delle parole, con del sapere, e io non mi sono opposto ma in ogni caso non vi ho aderito. Alcuni, alcuni gruppi – non li giudico, penso che ciascuno risponda a questo buco come può – hanno proposto, per esempio, di offrire consultazioni per il personale medico e paramedico perché potessero parlare del loro trauma. Penso che non sia stata una buona idea, questa era la mia opinione. E poi altri hanno voluto mettersi a scrivere, per riempire questo buco. Io non volevo, volevo acconsentire, è la parola giusta, volevo acconsentire a questo reale.

Qui, in relazione a ciò che ci piomba addosso, c’è il silenzio e occorre acconsentirvi. Ecco perché ho detto «silenzio», anzi, posso dirlo après-coup perché è uscito così, ora penso che faceva da interpretazione. Mi è stato anche detto. Silenzio, e quindi vero silenzio, vale a dire lasciare questo buco, acconsentire al buco, e di conseguenza acconsentire al fatto che non ci sarebbe stato alcun congresso. Non solo non ci sarà un congresso, ma il tema del congresso non verrà rinviato all’anno successivo. Passeremo a qualcos’altro. Ci sarà una pagina bianca lì e non si tratta di riempirla, sarà necessario girare questa pagina bianca. Girare la pagina e andare avanti. Per molte ragioni, ma sempre per acconsentire al fatto che, rispetto a tutto ciò, non c’è più niente da dire. Ma anche perché la nostra Scuola, tutti i suoi membri, tutta la nostra comunità, ha continuato a lavorare per un anno su questa questione dell’interpretazione, e quindi sono stati fatti molti lavori; non vedevo come avremmo potuto rimettere all’ordine del giorno lo stesso tema un anno dopo e ricominciare a lavorare sulla stessa questione. No, c’era un passo da compiere ed è stato fatto, poi passeremo ad altro.

Perché la dignità? Perché è piombato addosso a tutti, sul corpo, e alcuni ne sono rimasti feriti, afflitti nei loro corpi. Abbiamo avuto testimonianze del genere, alcuni ne hanno sofferto, ne conosco molti. Restiamo dignitosi e rispettiamolo, rispettiamo la sofferenza di chi è stato ferito nel proprio corpo.

Quindi silenzio e dignità. Mi è sembrato che queste due parole fossero necessarie e sufficienti rispetto a ciò che ci era piombato addosso e sulle conseguenze future di questo acconsentimento, al fatto cioè che quest’anno non ci sarebbe stato nessun congresso.

VC: Quando si ascolta silenzio, si ascolta parola e quando si ascolta dignità, si ascolta indegnità. Questa interpretazione ha avuto su di me l’effetto di una questione: nella parola ci sarebbe qualcosa di indegno, di insufficiente? Certamente ciascuno riceve questi significanti, ma io li ho ricevuti come un secondo colpo: non c’è niente da dire, questo passo per me è come un passo nel vuoto, come una sospensione …

BS: Ci si inchina davanti alla morte, davanti alle persone che soffrono. Non si deve interpretare la loro sofferenza …

VC: Ci sarebbe una sorta di oscenità nell’interpretare?

BS: Sì, sono d’accordo con questa parola, c’è una dignità da rispettare rispetto alla sofferenza, sì, ci si inchina davanti a questo. Occorre accogliere questo «niente da dire».

VC: E accogliere questo «niente da dire», come se lo immagina oggi in Belgio, nel deconfinamento?

BS: Sì, oggi, in Belgio come in Svizzera, in Italia e in Francia, come dappertutto, si esce dal confinamento, non si sa. C’è solo una certezza, è che non si sa. Gli scienziati fanno come al solito, provano ad analizzare, a vedere se il virus scomparirà come è arrivato, se si troverà un vaccino … L’obiettivo attuale è impedirne la circolazione per evitare il contagio.

VC: Abbiamo visto che Cambridge, ad esempio, ha deciso di annullare tutte le lezioni fino all’estate del 2021. E lei come ha continuato a praticare?

BS: Devo proprio parlare di questo? (sospiro). Durante il confinamento penso di essere stato uno dei primi a fermarmi, prima di chiunque altro. Dal primo giorno ho detto: ci fermiamo. Stop! Ho contattato tutti i miei analizzanti, dicendo che non mi era più possibile riceverli e che se avessero avuto bisogno di parlare, eventualmente avrei potuto mettere in campo l’uso del telefono o di Skype ma precisando che non sarebbe stato un contesto di cura analitica bensì di conversazione. Qualcuno mi ha chiamato, ma non in modo sistematico. Ovviamente l’ho accettato.
È difficile mettere un po’ di leggerezza sotto questa cappa di piombo. In Svizzera si è fatto molto uso dell’umorismo per attraversare questo periodo, anche nei riguardi del governo che ha accettato di prestarsi al gioco.

VC: L’altra domanda riguarda quello che lei ha detto a Tel Aviv, che è stato molto forte: l’urgenza della vita.

BS: Sì, dovendolo rifare, intitolerei il congresso di Tel Aviv “L’urgenza della vita”.
È buffo come si articolino quest’ultimo congresso e il congresso sull’interpretazione, tutto verte sulla questione della presenza dei corpi, tutto si coniuga. È sorprendente come questo sia in presa diretta con l’attualità. Conosce la differenza tra caso e contingenza? Che nella contingenza il soggetto è responsabile di ciò che gli accade. Il significante «urgenza della vita» per il congresso di Tel Aviv,  è un significante che ho prelevato. Questo significante esiste in Lacan, in Freud … Dominique Holvoet lo ha usato anche nel corso del suo insegnamento. È stato usato da Freud una prima volta all’inizio del suo lavoro, per fare una distinzione radicale tra la soddisfazione del bisogno e l’urgenza della vita. Freud diceva che, al di là della soddisfazione dei bisogni, c’è un’urgenza senza oggetto, c’è l’urgenza della vita. Lacan ha usato questa espressione nel suo Seminario sull’etica, citando Freud. Quindi c’è qualcosa che spinge al di là della soddisfazione dei bisogni. Questo ‘qualcosa che spinge’, Miller lo ha ripreso nel suo corso.

VC: Giorgio Agamben aveva ripreso questa idea della nuda vita, in quanto insufficiente. Non basta mangiare per vivere e per me che sono nonna, dare il latte senza il miele della parola, non basta … Perché ci sia analisi, bisogna che ci sia la voglia di parlare, e non a chiunque. Quindi il peso di questa parola, silenzio, lei l’ha messa lì come una pietra sul mio cammino e, paradossalmente, per me è stato molto stimolante. La ringrazio per quello che dice sull’urgenza della vita, è una questione etica.

BS: L’urgenza della vita si basa sull’ultimissimo testo di Lacan, quando parla dell’urgenza della soddisfazione, è qualcosa che ha a che fare con l’urgenza della vita. Un’analisi può condurre a questo. Lacan, nel suo ultimo testo, L’esp d’un laps, parla dell’urgenza della soddisfazione, che si articola molto bene con l’urgenza della vita, sono il dritto e il rovescio della stessa moneta.

VC: Lacan diceva che aveva cinque anni, diceva anche che non aveva spesso l’occasione di ridere. Lei fa parte di questa Scuola belga che ci sa fare con il riso. Ho ricevuto un testo di Pierre Malengreau sull’interpretazione e trovo che il riso sia lo stile della vostra scuola. Il riso come la faccia di soddisfazione del godimento. Oggi ci ha portato qualcosa di insegnante sul suo modo di fare, sul suo invito a ciascuno di richiamarla. Questo non è niente, non è il silenzio come buco. Vuole dire: sono qui. Come vede il seguito?

BS: Il seguito? Vedremo, dovremo adattarci. Non lo so. Anche per me è un buco nel sapere. Forse dovremo adattarci ai dispositivi artificiali messi in campo per poter continuare il lavoro, la clinica analitica. Vedremo, non lo so. Il virus scomparirà, diminuirà, non circolerà più, ci sarà un vaccino e una cura? Affronteremo tutto questo, se sarà necessario, semplicemente non si viaggerà più, perché non si potrà più viaggiare, non ci si potrà più riunire, non lo so. Non mi chieda che cosa succederà, non lo so.

VC: Una Scuola di Psicoanalisi è precisamente il luogo in cui porre la domanda di ciò che non si sa. Non si sa che cosa sarà domani, ma ci si dà appuntamento lo stesso … Si è un po’ svelato qualcosa dell’esistenza della morte, forse ci vorrà del tempo per mettere un po’ di parola, un po’ di velo, di blabla su questo.

BS: Ancora una precisazione sull’urgenza della vita e l’urgenza della soddisfazione. Ritengo che l’urgenza della soddisfazione sia uno degli ultimi concetti fondamentali della psicoanalisi. Ci sono stati degli altri ultimi concetti, come per esempio il parlessere, la lalingua. Il parlessere ha preso il posto dell’inconscio, annodando il corpo e la lingua, ma non si sottolinea mai abbastanza che la questione della passe, della fine della cura, è la questione dell’urgenza della vita, dell’urgenza della soddisfazione.

VC: Fermiamoci su questa soddisfazione, su questo: è abbastanza!

BS: sono d’accordo.

DALLA CINA CON TERRORE

Panayotis Kantzas
Membro SLP e AMP – Milano – 19/05/2020

Il virus è venuto silenzioso, afono, misterioso come la terra che l’ha generato. Le notizie che parlavano di lui erano fantasiose e oscure come lo è l’Oriente. Il mercato di Wuhan è una mescolanza di viventi, uomini e animali intenti a scambi e commerci; lì, a quanto si dice è nato il virus, figlio di pipistrelli, altri invece spostano lo sguardo verso grattacieli luccicanti e super connessi, post umani, laboratori misteriosi dove la vita si manipola cercando di dominare e replicare la creazione. Mercati sporchi traboccanti di liquidi biologici e laboratori post umani l’uno o l’altro hanno generato questo mostriciattolo che ha sconvolto l’intero pianeta. Con un po’ di sufficienza, con un po’ di distacco e certo anche con un po’ di curiosità leggevamo notizie che venivano da un altro mondo, si pensava così, un altro mondo, senza rendersi conto che l’altro non era altro. Wuhan cinquanta milioni, cento milioni di mascherine in isolamento. Meraviglia e sgomento, non abbiamo fatto in tempo di dire, ma! e la Cina, come diceva una volta un film di Bellocchio, era vicina, aveva invaso non solo i nostri ospedali, le nostre città, i nostri commerci, le nostre case, aveva invaso anche il nostro mondo più intimo e più profondo: la nostra psiche. Perché il virus, come tutti gli oggetti è un oggetto ma è anche un significante. Una parola che si insinua, come il virus nei corpi, nella nostra psiche diventando un elemento decisivo per la nostra vita pubblica e politica. Il COVID-19 sottolinea il 2019 come un anno decisivo. Un’invasione che è partita, questo è certo dalla Cina e che minaccia il mondo e soprattutto l’Occidente di due morti. La morte fisica e la morte della sua civiltà. Per noi cristiani, per la civiltà occidentale, comunque cristiana, la morte fisica, a causa della resurrezione di Cristo, è diventata κιμισις (kimisis), addormentamento, cimitero è appunto il luogo dei dormienti: il significato morte come addormentamento ha avuto come effetto un’esistenza lieve sostenuta dalla fede e dalla speranza. La fede, la speranza e l’amore sono le parole che abitano il corpo e lo rendono immortale. Trattiamo i nostri morti con rispetto e affetto, non come resti trasportati da camion militari.

Come abbiamo affrontato come ci siamo relazionarti con il COVID-19? Purtroppo nello stesso modo in cui sono relazionati i cinesi; abbiamo usato la stessa logica. Non saprei dire se abbiamo fatto bene o male e se non avessimo altre scelte. I miei pensieri sono viziati dalla mia posizione: sono cristiano di fede e di cultura, la mia logica si fonda su tre colline Acropoli, Golgota e Campidoglio; Cristo ha fatto di me più che soggetto, ha fatto di me figlio di Dio con tutti i diritti e il rispetto che spettano a tale discendenza. Io non ho a che fare né con Tao né con Nirvana ma sono desiderio e amore: senza Cristo i diritti cosiddetti umani non esisterebbero. Da psicoanalista quale sono non vedo il mondo come il viandante sul mare di nebbia dipinto dal pittore tedesco romantico Kaspar David Friedrich: l’infinito per lui si articola tramite una prospettiva brunelleschiana, per me l’infinito si manifestava tramite la prospettiva rovesciata.

Nel mio studio entrano tramite le parole da una parte i desideri, le passioni, le inquietudini e le gioie delle persone che sono l’effetto della memoria e del tempo. Il tempo in cui siamo immersi è strano e vorace. La mia generazione, dopo un periodo di stabilità e di certezza sta vivendo il terremoto delle nuove tecnologie. Un uragano di informazioni divora gli anni; in un batter d’occhio ogni cosa assume aspetti insospettabili. Non si fa in tempo di dire ora e questo ora è già un passato lontano. La tecnologia non si è mai domandata se il cervello umano fosse in grado di elaborare questa tempesta di stimoli, si limitava semplicemente a consigliare flessibilità. Flessibilità era il nuovo imperativo. Flessibilità nel lavoro, niente posto fisso, flessibilità negli affetti, pluriamori, famiglie allargate, flessibilità nei cambiamenti, due tre città, ecc. ecc. Se il cervello non potesse tenere il passo pazienza. Un sussidio di cittadinanza, cibo a buon mercato e intrattenimento a costo zero, sono disponibili. I sussidiati entravano a far parte di una categoria umana che Hannah Arendt chiamava “umanità superflua”. Noi psicoanalisti l’abbiamo chiamata “psicosi ordinaria”; e questo è un paradosso che suscita grande meraviglia. I sintomi sono gli stessi indicati dalle autorità come rimedio al Coronavirus: lockdown, distanziamento sociale, fobia del prossimo. I più esposti erano e sono gli adolescenti e i vecchi.  Un altro aspetto che voglio sottolineare è quello del desiderio deve essere conforme all’ordine della Polis: Dio incarnandosi ha nobilitato la carne; nello stesso tempo la parola finalmente poteva rendere visibile l’invisibile. Nel corpo, dice Platone, lottano due cavalli diversi quello nero che libero galoppa spaccando la crosta della terra e quello bianco che scende lentamente dal dorso del cielo attraverso lo spazio e la storia, raccogliendo la luce e il buio. I due si annusano, si avvicinano e si allontanano e verso il tramonto si fondano in un solo oggetto. L’oggetto della pulsione e quello dell’amore nel corpo fanno vita di coppia. Ma quando la Polis abdica alla sua funzione di essere legge e desiderio, che noi psicoanalisti chiamiamo funzione del nome del padre, l’intero edificio della logica occidentale si sbriciola. Poco tempo fa, negli studi psicoanalitici più che altrove la questione del godimento era all’ordine del giorno. Un certo tipo di cultura incitava la gente a trovare la libertà liberando il corpo dalla parola, matrice di tutte le sovrastrutture e proibizioni: e il corpo senza l’anima aveva piena libertà. Lui amava lei, lei amava lui ma anche un altro lui amava solo lui ma lui amava anche lei insomma il corpo senza parola poteva fare tutto, a eccezione della pederastia. Eravamo rimasti soltanto noi psicoanalisti e i preti a pensare che la sessualità umana è carne e parola. Con il COVID-19 assistiamo a una tendenza che rovescia tutto: questa volta ad essere messo al bando è la carne: la parola d’ordine è che tutto deve essere virtuale. La distanza fisica è compensata da un’intimità virtuale, igienica e alla moda. Ai giovani al posto del sesso libero e amico si consiglia l’auto erotismo igienico e senza controindicazioni: ai professionisti del sesso si consiglia di orientare il loro business nel virtuale. Mi sembra strano, penso che dovrò superare un certo disagio, ero infatti abituato a dire ai miei pazienti che l’intimità dei corpi se non è espressione e desiderio dell’anima non vale niente e ora dovrò recitare i versi di Tarkovsky padre, regista russo: “l’anima senza il corpo si vergogna, come il corpo quando è svestito”!

SCELTA FORZATA?1

Marie-Hélène Brousse
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 22/052020

«Restare a casa» ha risuonato come un’interpretazione in atto. Il confinamento pretendeva di ridurre il legame sociale alla necessità e al bisogno vitale. Ha solo messo più in evidenza come gli oggetti di consumo, per i quali Lacan inventa un nome, le latuse, abbiano preso possesso delle nostre in-vite2. Tali oggetti, gettabili, alimentano lo scarto che ci invade. Capitalismo oblige, la loro abbondanza nasconde al meglio gli oggetti a causa del desiderio che circolano tra di loro, inosservati. La diminuzione della follia consumatrice ha fatto del confinamento un periodo durante il quale ciascuno, in mancanza di latuse, ha potuto allora intravedere in che modo ci orientano.

Usciamo da questo periodo con, in agguato, ad ogni passo, una possibile minaccia per le libertà fondamentali. A Stoccarda si protesta contro le misure «liberticide» applicate dal governo per lottare contro il virus3. Il de-confinamento e il prolungamento del cosiddetto «stato d’urgenza sanitaria» tocca, in effetti, un punto molto sensibile, ovvero la libertà di andare e venire e, di conseguenza, la nozione di frontiera. Nel 1968, Lacan prevedeva «una segregazione ramificata, rinforzata, che fa intersezioni a tutti i livelli e che non fa che moltiplicare le barriere»4. La storia gli ha dato ragione. Lo testimoniano i drammi di coloro che oggi chiamiamo i «migranti». Ironicamente, coronavirus e urgenza sanitaria obbligano, ed eccoci tutti sottoposti a ciò che i migranti, quelli che scelgono rischiando la loro vita di non «restare a casa», subiscono da molti anni: moltiplicazione delle frontiere sull’insieme del territorio e abolizione della libertà di spostarsi. Al contrario, la questione della libertà di spostamento si può anche affrontare storicamente con il termine ghetto, parola italiana che serve per designare le pratiche ancestrali di segregazione imposte alle popolazioni ebraiche e in seguito, per estensione, in un certo modo di parlare, qualsiasi spazio chiuso.

D’altronde, gli scienziati, sollecitati in posizione di esperti, lasciando il loro ambito di competenza, si mettono in gioco e, ignorando ancora in parte le caratteristiche del virus, innalzano le loro opinioni alla dignità di un discorso del padrone «illuminato».

Insomma, siamo confrontati con gli effetti di un’invasiva propaganda mediatica. L’orientamento lacaniano che luce può fare su questa prova che ognuno sarà obbligato a vivere a proprio modo, a partire dalla coniugazione del proprio sintomo con la propaganda di un nuovo padrone?

Due reali da distinguere

Porrò, per cominciare, il fatto che abbiamo a che fare con due ordini distinti di reale. Da un lato, c’è il reale del virus, la sua trasmissione e i suoi effetti. Dall’altro, c’è il reale nel senso che Lacan gli ha dato in psicoanalisi. Il primo è un fatto universale, anche se le manifestazioni differiscono a seconda degli organismi ai quali il virus si attacca. È identificabile e tracciabile, di conseguenza è oggettivabile. Il secondo è una delle tre dimensioni, congiuntamente con l’immaginario e il simbolico, che compongono l’annodamento singolare su cui il corpo parlante si sostiene.

La dimensione del simbolico è fortemente messa a repentaglio in questa epidemia. Prova ne è il fatto che una delle sue invarianti, la cerimonia dei funerali e la sepoltura dei defunti, rituali universali del simbolico delle società umane, è toccata. Quindi, indebolimento della dimensione del simbolico. L’immaginario, al contrario, in questa situazione si gonfia e mette l’io in uno stato di trance. Lacan, nel Seminario X, L’angoscia5, sottolinea la differenza tra l’angoscia, che ha valore di segnale, e la paura, che funziona come segno. Il coronavirus scatena la paura di cui Lacan mostra che provoca risposte particolarmente inadeguate: essa «paralizza, si manifesta con azioni inibenti, addirittura completamente disorganizzanti, oppure getta il soggetto nello sgomento meno consono alla risposta»6. La paura del virus funziona come segno di pericolo; essa nutre l’immaginario ed ogni io, sicuro di sé, vi dà la sua risposta. L’angoscia, al contrario, funziona come segnale e punta un reale, non il reale biologico del virus, ma quel reale di cui gli oggetti a, costruiti a partire dalla caducità dei pezzi del corpo frammentato del parlessere, sono i segnali.

Il «fattore letale»

«Rischiando la loro vita», questa espressione, che è uscita dalla mia penna, conduce alla scommessa pascaliana, su cui Lacan ha lavorato a lungo, dimostrando che non è possibile giocare e quindi vincere, senza acconsentire a una perdita inaugurale. Ma che si tratti qui del rischio vitale ci conduce verso la dialettica alienazione-separazione che Lacan sviluppa al contempo in «Posizione dell’inconscio» e nel Seminario XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. Sono «le due fondamentali operazioni in cui conviene formulare la causazione del soggetto. Operazioni in ordine a un rapporto circolare, ma non reciproco»7. È complicato, quindi andiamo avanti.

L’alienazione, dice Lacan, «è il fatto proprio del soggetto»8 – il «soggetto», fate attenzione, non il parlessere. Il soggetto non dipende dal reale, nessun soggetto può apparire nel reale; è strettamente dipendente dai significanti di cui non è che l’effetto giacché un «soggetto vi si impone [nel mondo] solo in quanto in questo mondo ci siano dei significanti che non vogliono [sottolineo questo termine] dire nulla e che sono da decifrare»9. Non costituiscono dei segni del soggetto, in quanto i segni escludono qualsiasi metafora e qualsiasi metonimia. L’alienazione, così come Lacan la definisce, dipende dal fatto che il significante si produce «nel luogo dell’Altro» e fissa il soggetto in un «vel». Il soggetto, quindi, non è mai causa di sé. Eppure gli esempi di alienazione presi da Lacan sono o la borsa o la vita o anche o la libertà o la morte. Una versione di attualità sarebbe o la migrazione o la morte, o anche, per riprendere l’esempio del ghetto (che, in forma metaforica, è molto attuale), o il ghetto o la morte. Mettiamo, quindi, il periodo che stiamo vivendo alla prova della scelta forzata.

L’operazione di alienazione si presenta nella forma di una scelta. Ma questo vel, invece del senso esclusivo che il discorso corrente dà al termine scelta, risponde alla struttura logica dell’unione. Allora si può parlare di «scelta forzata».

In Hegel è così che l’uomo diventa schiavo. Nella scelta tra o la libertà o la morte, scegliere la libertà implica di morire immediatamente e, se invece è la vita, è senza la libertà e, in ogni modo, presto o tardi, il reale del tempo ci si infila, e si finirà per morire. Nel Seminario XI, Lacan, a proposito di queste due formule, enuncia: «Ci deve essere qui qualcosa di particolare. Questo qualcosa di particolare lo chiameremo il fattore letale»10. Poiché Lacan, basandosi sulla logica, a differenza di Hegel che la presenta come dialettica, mostra che l’alienazione si fonda sulla struttura detta dell’unione. Potete aver scelto la vita senza la borsa, il ghetto invece della morte, ad ogni modo, alla fine morirete. L‘unica cosa certa, quindi, è l’emergere di una perdita. Pagare un più di vita con l’assenza di libertà o con il sacrificio della borsa. Ecco l’oggetto denaro che introduce qui l’oggetto a nell’Altro dell’alienazione e quindi la separazione.

Questa operazione, non reciproca rispetto alla prima, «chiude la circolarità della relazione del soggetto con l’Altro, ma in essa si dimostra una torsione essenziale»11. Non è fondata sulla struttura logica dell’unione, ma su quella dell’intersezione. «L’intersezione di due insiemi è costituita dagli elementi che appartengono ai due insiemi»12. Lacan introduce il termine separazione con gli equivoci derivanti dal termine latino separare: se parare, adornarsi, se parere, che deriva dal vestirsi, dalla difesa, dalla messa in guardia e anche dal generare, dal partorire o anche dall’operazione giuridica «procurare un figlio al marito»13. Il punto comune a questi equivoci è la pars, la parte «che con il tutto non ha nulla a che fare». È quasi impossibile immaginare una parte senza un tutto. La separazione rinvia dunque a quello che manca nell’Altro della catena significante di cui il soggetto è il semplice effetto. Essa rinvia a un Altro barrato giacchè la sua intenzione è impenetrabile. Implica il posto vuoto tra due significanti. Questo posto vuoto può essere occupato solo da un oggetto. È in quanto oggetto che il soggetto è quindi richiesto. Questo non può che evocare il faccia a faccia con la mantide religiosa, quando il soggetto ignora quello che è per l’Altro. La separazione consiste quindi nel porre la mancanza-a-essere come oggetto possibile dell’Altro.

L’Altro che mi confina o che mi de-confina, cosa vuole da me? Sicuramente il mio bene, certamente il bene di tutti, l’uscita dalla crisi, la ripresa dell’economia, una gestione provvidenziale dell’epidemia, o anche fare quello che ci si attende da lui in quanto autorità… Ma la separazione implica che, di questo, neanche lui può averne un’idea, giacché si attende da lui nulla e tutto. In altri termini, ci si attende che non sia barrato, nel senso lacaniano e anche nel senso, se non comune, comunque popolare del termine: che sia o/e che non sia folle. In entrambi i sensi, è un impossibile.

Quindi è chiaro che, per gli esseri parlanti, non c’è che la scelta forzata e che ogni separazione mette in gioco gli oggetti caduchi del corpo parlante, quella pars più preziosa della vita. Un’analisi spinge ad essa. Per questo è un’esperienza cruciale. Essa permette a ogni analizzante di prendere in considerazione la relazione tra la sua mancanza-a-essere e i suoi oggetti, fra i quali lui stesso, a partire dal rapporto tra alienazione e separazione. In questo modo, essa rende produttive, operative, le perdite a vantaggio del desiderio. La separazione permette di accedere all’oggetto che causa il desiderio, vitale per i parlesseri. Il tratto di non-reciprocità essenziale alla trasformazione dell’alienazione attraverso la separazione, Lacan lo riutilizza nel Seminario XX, Ancora14, facendo sempre uso della logica adattandola alla disciplina del discorso analitico. Vi produce un’altra differenza ugualmente priva di reciprocità: non più tra alienazione e separazione, ma tra maschile e femminile.

Conclusione in forma di gioco

Ritorniamo alla formulazione dell’alienazione così com’è modificata dal posto lasciato agli oggetti causa del desiderio e non agli oggetti desiderati. Inventiamo nuove formule della scelta forzata sul modello di o la borsa o la vita. La mia sarebbe: il legame o il virus. O, per dirlo in altri termini: il futile o l’utile. E la vostra?

Traduzione di Adele Succetti

[1] Articolo pubblicato in francese in “Lacan quotidien”, 890, disponibile qui: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/05/lacan-quotidien-n-890/

[2] Il termine francese envies, che sta ad indicare i desideri, contiene in sé anche il significante “vite”, da cui in-vite.

[3] «La démocratie, pas la virologie: des milliers de manifestants attendus en Allemagne contre les restrictions dues au coronavirus», “Le Monde”, 17 mai 2020.

[4] J. Lacan, Nota sul padre e l’universalismo, “La Psicoanalisi”, 33, Roma, Astrolabio, 2003, p.9.

[5] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Torino, Einaudi, 2007, pp.76-89.

[6] Ivi, p.173.

[7] J. Lacan, Posizione dell’inconscio, Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.843.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi,  2003, p.208.

[11] Ivi, p.209.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011.

IL VIRUS E‘ UN MOSTRO CHE ATTACCA ANCHE L’ANIMA. PER USCIRNE VANNO AFFRONTATI I NOSTRI FANTASMI

Intervista1 di Giovanna Pastega a Giuliana Grando
Membro SLP e AMP – Venezia – 18/05/2020

«La cosa più terribile di tutte nella malattia era lo scoraggiamento». Così Tucidide, raccontando gli effetti devastanti della peste che colpì Atene nel 430 a.C., descrive la depressione e lo sconforto di tutta la popolazione per le conseguenze del contagio. Il grande storico aveva bene compreso che gli effetti psicologici di una pandemia sono devastanti quanto quelli della malattia stessa. La paura dell’ignoto, dell’imponderabile, di qualcosa che non lascia scampo, ha sempre creato conseguenze profonde nel corpo e nello spirito. E così ai giorni nostri anche il Covid-19, oltre sconvolgere le nostre vite e abitudini, sta lentamente creando dentro di noi trasformazioni i cui segni saranno visibili nel tempo. Per dirla con Freud, siamo di fronte a quello che il padre della psicanalisi definiva “Unheimlich”, il perturbante, l’estraneo. Il virus e le sue conseguenze sono entrati violentemente in ciò che per noi è più conosciuto: le nostre vite. E allora le parole, il nostro simbolico, ci vengono quasi a mancare per riuscire a spiegare ciò che stiamo vivendo: una realtà che sembra irreale, un incubo che esce dal sonno e perdura nella veglia.

Una ricerca promossa da Open Evidence, che ha coinvolto varie università nel mondo (tra cui in Italia quella di Milano e di Trento), si è concentrata sui rischi per la salute mentale nella popolazione a seguito della pandemia e a causa dei vari fattori di vulnerabilità socio-economica connessi all’emergenza: stress, ansia e depressione per l’incertezza sul futuro, per le difficili condizioni di vita, spesso confinate in spazi ristretti, sono manifestazioni quasi inevitabili che si stanno moltiplicando in tutti i paesi. In Italia il 59% degli interpellati ha dichiarato di essersi sentito depresso in questi mesi con grande frequenza, il che evidenzia come il livello di stress psicologico sia in realtà molto più elevato del rischio di essere contagiati. Dunque i riflessi del lockdown e delle più diverse paure che la pandemia ha scatenato potrebbero rivelarsi alla lunga molto dannosi.

«Siamo di fronte a un trauma collettivo – spiega la psicanalista e psicoterapeuta Giuliana Grando – che congela la nostra affettività, stacca la parte razionale di noi dalla parte emotiva, che, così bloccata, non trovando più il modo per esprimere il trauma, finisce per manifestare il disagio nella depressione, negli attacchi di panico. Insieme alla pandemia e all’isolamento siamo entrati collettivamente nel trauma, perché l’imprevisto, l’ignoto che è arrivato di colpo nelle nostre vite provoca spavento». Se la paura, spiegava Freud, «richiede un determinato oggetto di cui si ha timore», lo spavento invece «designa lo stato di chi si trova di fronte ad un pericolo senza esservi preparato» ed è proprio questo a generare il trauma.

Ma allora come se ne potrà uscire? «Dovremo uscirne uno per uno – sottolinea Giuliana Grando – a seconda della resilience che ciascuno ha in dotazione, a seconda del proprio modo di stare nel tempo logico (non cronologico), vale a dire il tempo impiegato da ciascuno per elaborare il trauma, a cui bisognerà aggiungere la portata dei propri sintomi e dei propri “fantasmi”. Il Coronavirus è spesso paragonato a un mostro, a un nemico invisibile che ci assedia, pronto a colpirci alle spalle». «Sono tutte metafore per renderlo in qualche modo visibile e vivibile – aggiunge -, incarnandolo in qualcosa di nominabile. Si arriva a dire, per esempio, che è un potente nemico costruito in laboratorio dalla Cina per attaccare l’economia degli Stati Uniti. A questa teoria, vera o falsa che sia, potremmo unire le tantissime altre che sono circolate in questi mesi, comprese le tantissime fake news uscite a valanghe, che altro non sono che un tentativo di dare un volto e un nome al virus, per poterlo rendere meno imprevedibile, per poterlo rinchiudere in una logica di amico/nemico comprensibile per noi, allontanando così l’asia dell’ignoto».

Nel tentativo di dare un nome e un volto – anche di fantasia – a ciò che non si conosce, riducendone il potere perturbante, il nostro inconscio intanto fa uscire i fantasmi e i sensi di colpa da sempre presenti dentro di noi: dalla paura dell’altro, di essere infettati da chiunque incontriamo, all’opposto al timore di diventare untori inconsapevoli, frutto di un perenne senso di colpa. «A manifestarsi – continua la psicanalista – è però soprattutto la rabbia, il senso di abbandono da parte dello Stato, a cui si attribuiscono le peggiori intenzioni, proprio perché lo si pensa onnipotente. Così l’accusa diventa un modo per rendere la mancata via d’uscita più sopportabile». Insomma, il virus oltre a mietere vittime finisce per essere al livello psichico una sorta di vaso di Pandora (il vaso del bene e del male) scoperchiato d’improvviso. «In questa situazione di forte stress emotivo – conclude Grando – dalle persone escono gli opposti e negli individui che stanno facendo un percorso analitico i fantasmi del passato si mescolano ai vissuti odierni. Negli incontri che continuo a fare online con i miei pazienti in questo periodo è evidente come il distanziamento sia entrato persino nei loro sogni. L’elaborazione del trauma è ancora lontana poiché i suoi tempi sono molto lunghi: c’è il momento del vedere, il momento del comprendere e solo alla fine quello del concludere».

[1] L’intervista, pubblicata su “Il Piccolo”, disponibile qui:
https://ilpiccolo.gelocal.it/tempo-libero/2020/05/18/news/il-virus-e-un-mostro-che-attacca-anche-l-anima-per-uscirne-vanno-affrontati-i-nostri-fantasmi-1.38861188?fbclid=IwAR3nvLb44Dweknq1wLAYPT3-ipwAqlbH7BmU9pp3bo8fNMVMcQwakXwWSro&refresh_ce

PSICOANALISI, MODA, DPI E IL DISCORSO DEL CAPITALISTA

Alfonso Leo
Membro SLP e AMP – Avellino – 29/05/2020

In una conferenza del 12 maggio 1972 a Milano, Lacan parla della crisi del discorso del capitalista: «[…] la crisi, non del discorso del padrone, ma del discorso capitalista, che ne è il sostituto, è aperta»1. Sembra di sentire parlare della situazione attuale. Il discorso del capitalista viene sviluppato tra il 1968 e il 1973 e viene visto come il più esplicito discorso politico di Lacan. Il contesto del maggio ’68 e post-‘68 è importante poiché coincide con un periodo di grave crisi del capitalismo e della sua legittimità, questione su cui ci si interroga ancora ora, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti legati al COVID-19. Ancora Lacan: «Non vi dico, assolutamente, che il discorso capitalista sia debole, al contrario è qualcosa di pazzescamente astuto […]. Molto astuto, ma destinato a scoppiare. Insomma, è il discorso più astuto che si sia mai tenuto. Ma destinato a scoppiare. Perché è insostenibile»2.

Si tratta di un discorso che trova facile applicazione, alla luce di fatti recenti, anche nell’industria della moda, come vedremo. «È insostenibile… con un giochetto che potrei spiegarvi… perché, il discorso capitalista è là, vedete [indica le formule alla lavagna] … un piccolo scambio tra S₁ e S₂, e che è il soggetto… basta perché proceda come su delle rotelle, non potrebbe correre meglio, ma appunto va così veloce da consumarsi, si consuma fino a consunzione»3. Basta una piccola inversione nella direzione delle frecce per creare, al contrario degli altri discorsi, un meccanismo ben oliato che permette una circolazione infinita ma, nel momento in cui si crea un intoppo, il meccanismo si inceppa e niente sarà più come prima (come piace titolare ai giornali in tempo di pandemia). Di recente Armani ha pubblicato una lettera sulla rivista «WWD», la “bibbia della moda”: «Il declino del sistema moda, per come lo conosciamo, è iniziato quando il settore del lusso ha adottato le modalità operative del fast fashion con il ciclo di consegna continua, nella speranza di vendere di più (traduzione personale)»4.

Ancora Armani: «Nella speranza di vendere di più si dà origine a un ciclo senza fine, [le rotelle di Lacan5] per vendere di più e più in fretta, dimenticando che il lusso ha bisogno di tempo, per essere raggiunto ed essere apprezzato. Il lusso non può e non deve essere fast»6.

Il problema della fast fashion era già stato riesaminato in un libro dello scorso anno dal titolo Fashionopolis. The price of Fast Fashion & the future of clothes: «Per essere in grado di vendere vestiti che siano economici ma che diano ancora un profitto tangibile, la produzione è delocalizzata a fabbriche indipendenti in nazioni in via di sviluppo, dove non vi sono condizioni di sicurezza nel lavoro e le condizioni salariali sono a livello di povertà o anche inferiori»7.

E poi venne il virus… L’interruzione dei movimenti commerciali e la chiusura delle linee di comunicazione ha interrotto le tradizionali rotte commerciali con i paesi in via di sviluppo, conducendo i grandi marchi della moda a un generale momento di ripensamento. Secondo Armani: «Questa crisi è anche un’opportunità per ripristinare il valore dell’autenticità: basta con la moda come pura comunicazione, basta con le sfilate in giro per il mondo per presentare idee modeste e intrattenere con show grandiosi che sembrano al momento inappropriati e un tantino volgari»8.

Quando il discorso del capitalista non «marche comme sur des roulettes»9, come dice Jacques Lacan, allora il sistema cerca di riconvertirsi. La crisi determinata dalla pandemia obbliga ad una riconversione industriale.

La crescente domanda di DPI (dispositivi di protezione individuale) per i lavoratori della sanità ha determinato una improvvisa mancanza di tali oggetti, mascherine e camici monouso. Alcuni produttori indipendenti e successivamente anche i grandi marchi hanno iniziato a produrre tali DPI senza logo e gratuitamente per la sanità pubblica. Il mercato della moda in recessione viene riconvertito ad una nuova esigenza, si aprono, tuttavia, nuove opportunità.

Gli osservatori concordano che la pandemia da COVID-19, che ha gettato produzione e consegne nel più totale scompiglio, possa portare la moda a una cadenza di immissione in commercio più realistica10.

«The Streetwear Face Mask Market Is Booming»11, le rotelle ricominciano a girare. L’industria della moda cerca di riprendere la sua corsa e poiché i vestiti sono il nostro primo mezzo di comunicazione, un linguaggio a tutti gli effetti, cerca di creare un nuovo mercato.

Guram Gvasalia, cofondatore di Vetements, grande casa di moda internazionale, afferma che la slow fashion è la sola opzione quando la crisi colpisce e predice che: «Fast fashion will go out of fashion»12.

A causa del coronavirus molte nazioni hanno reso obbligatorio l’uso delle mascherine e i grandi brand della moda, che inizialmente avevano iniziato a produrre mascherine senza logo, hanno iniziato a realizzare DPI con logo a un prezzo abbastanza elevato. La mascherina diventa un nuovo accessorio di moda, al punto che Vogue ha pubblicato la classifica delle mascherine più di stile. Il mercato delle mascherine è ufficialmente diventato un’industria13.

Come afferma Eugenie Lemoine-Luccioni: «La maschera, oltre a nascondere, offre una nuova superficie: un viso con cui identificarsi»14. L’autrice parlava della maschera del ballo mascherato e del mimo, ma la sua riflessione si rivela assolutamente attuale, mentre l’industria della moda cerca di aprire uno spiraglio per sé.

In aprile, Emily Sohn ha pubblicato su «Medscape» l’articolo COVID-19. National Psychiatrist-Run Hotline Offers Docs Emotional PPE15. Si ribadisce la necessità di un intervento speciale per promuovere la salute mentale negli operatori della sanità, che richiedono una particolare attenzione. Resta beninteso che l’attenzione vada poi estesa a tutta la popolazione.

È iniziata la seconda fase in Italia, post-lockdown, ed è obbligatorio l’uso dei DPI per riiniziare le attività quotidiane, ma niente sarà più come prima. L’isolamento sociale sperimentato in seguito alla distanza fisica obbligatoria costituisce un problema serio. Forse abbiamo bisogno di un nuovo tipo di DPI: la psicoanalisi come DPI, secondo la quale avremo agio di rimuovere invece la maschera metaforica e cercare una nuova “normalità”. Contro la reiterazione del discorso del capitalista vale la pena di rifunzionalizzare il discorso dell’analista, come affermato da Lacan nel Seminario XVII.

[1] J. Lacan, Lacan in Italia. 1953-1978, traduzione di L. Boni, Milano, La Salamandra, 1978, edizione digitale.

[2] Ivi.

[3] Ivi.

[4] L. Zargani, Giorgio Armani writes open letter to WWD, «WWD- Women’s Wear Daily», 3 aprile 2020:
https://wwd.com/fashion-news/designer-luxury/giorgio-armani-writes-open-letter-wwd-1203553687

[5] Corsivo mio.

[6] L. Zargani, Giorgio Armani writes open letter to WWD, cit.

[7] D. Thomas, Fashionopolis. The price of Fast Fashion & the future of clothes, Londra, Head of Zeus, 2019, p.2.

[8] L. Zargani, Giorgio Armani writes open letter to WWD, cit.

[9] J. Lacan, Lacan in Italia. 1953-1978, cit.

[10] L. Zargani, Giorgio Armani writes open letter to WWD, cit.

[11] S. Hine, The Streetwear Face Mask Market Is Booming, “GQ”, 3 aprile 2020, https://www.gq.com/story/streetwear-face-mask-coronavirus

[12] M. Sacha, Tipping Point. Will the Flood of Collections Yield to Slower Fashion? «WWD- Women’s Wear Daily», 2 aprile 2020:
https://wwd.com/fashion-news/designer-luxury/will-coronavirus-reduce-fashion-seasons-collections-1203549445

[13] S. Spellings, Cloth Masks to Shop Now, edited by M. Fass, 20 maggio 2020: https://www.vogue.com/slideshow/stylish-face-masks-to-shop-now

[14] E. Lemoine-Luccioni, Psicoanalisi della moda, Milano, Bruno Mondadori, 2002, p.54.

[15] E. Sohn, COVID-19. National Psychiatrist-Run Hotline Offers Docs Emotional PPE, «Medscape», 26 maggio 2020, https://www.medscape.com/viewarticle/929325#vp_3