“In questo movimento di ritorno alla sfera pubblica voglio comunque conservare il punto utopico. Vale a dire essere nel mondo qui ed ora, ma al tempo stesso altrove. Non vedo come si possa essere analista senza conservare al contempo questo punto utopico. In secondo luogo, voglio condurvi con me. Non intendo assolutamente ritornare da solo nella sfera pubblica. Penso che sia giunto il momento per l’Ecole di mettersi in moto. E’ di questo che possiamo discutere questa mattina”. 

Jacques-Alain Miller, Allocuzione sul disgelo, “Appunti”, 92, novembre 2002, p. 5.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°15 – 19 giugno 2020

A Giuliana

Laura Storti

Il 14 giugno ci ha lasciati la nostra cara amica e collega Giuliana Grando.

Legati a lei sono i miei ricordi dei primi incontri del Gruppo Italiano della Scuola Europea di Psicoanalisi (GISEP) fino alla costituzione della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano nel 2002 e questi diciotto anni di condivisione di un transfert di lavoro che ci ha viste tante volte insieme per impegni nazionali e internazionali.

Di lei mi piace ricordare l’entusiasmo, la generosità, la curiosità, l’allegria e l’impegno con i quali si è contraddistinta da sempre.

La sua passione per la clinica psicoanalitica, il suo interesse sulle tematiche della femminilità, in particolare sulla violenza maschile contro le donne, sono stati terreni di incontro e di scambio per me sempre proficui.

Il suo interesse in ciò che accadeva nel mondo, in particolare in America latina e nella sua amata Cuba, il suo impegno contro le ingiustizie la rendevano una raffinata lettrice delle contraddizioni del mondo capitalista. Da quelle terre inondate di luce, di odori e di suoni nasceva forse il suo amore per la musica, il ballo, così come per la poesia e l’arte.

Il suo amore per la vita l’ha portata a lottare fino alla fine contro un male invalidante e inesorabile. Solo poche settimane fa ci siamo scambiate commenti e saluti affettuosi su facebook.

Poi, la notizia della sua morte, mi ha colto di sorpresa, come quando si stenta a credere che un tale carico di vitalità possa spegnersi.

Sono lieta di aver accolto nel numero 14 di questo a-periodico la sua ultima intervista sul tema del trauma legato alla pandemia COVID-19.

Mi piace ricordare il suo volto bellissimo e sorridente, la sua figura imponente e armoniosa, accanto alla quale malgrado la mia statura, non mi sono mai sentita a disagio.

Cara Giuliana, grazie.

Dietro la grata, il soggetto

Conversazione con Sebastiano Vinci

Sergio Caretto Grazie Sebastiano Vinci di questa intervista per Rete Lacan, rivista elettronica della SLP che si pone quale compito quello di esplorare il reale che, di volta in volta, bussa alle nostre porte con tutta la sua portata di disagio soggettivo e sociale. Le porte che vorremmo oggi aprire con te, tenuto conto dell’importante esperienza di clinica istituzionale che hai nella città di Palermo dove vivi e lavori, sono fondamentalmente due: psichiatria e migrazione, in particolare l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. Cosa ci puoi dire Sebastiano da quella frontiera del mediterraneo nella quale metti a frutto la tua esperienza e formazione psicoanalitica?

Sebastiano Vinci Colgo l’occasione di questa intervista per fare una sorta di punto di capitone rispetto all’esperienza professionale di questi anni, per riprenderla e rivisitarla affinchè possa prodursi un nuovo senso e significazione. Premetto che se non avessi incontrato Lacan nella mia vita mi sarei trovato davvero molto male e probabilmente non avrei avuto la possibilità di lavorare in questi diversi ambiti. L’insegnamento più importante che ho acquisito nell’incontro con la formazione lacaniana è il rispetto per il soggetto. Si tratta di una delle condizioni più semplici che se nel nostro ambito vengono date per scontate, non è per niente detto che lo siano altrove. Nella realtà della clinica psichiatrica così come nella nell’accoglienza dei soggetti migranti, questa dimensione etica dell’attenzione al soggetto sovente è inesistente nella pratica di coloro che svolgono attività di assistenza, trattamento e cura. Questo schierarmi dalla parte del soggetto è quello che mi ha permesso di “sopravvivere” ai dieci anni di lavoro in ambito “manicomiale” e che mi ha orientato come un timone nel collocarmi all’interno di un contesto dove era andato perso il rispetto per il soggetto psicotico. Nel centro residenziale uomini dove lavoravo c’erano anche 3 ragazzini autistici di cui due nati in Ospedale psichiatrico da genitori che erano ricoverati. La prima volta che entrai in uno di questi reparti, ricordo uno di questi grandi cameroni con al termine una porticina con una grata dalla quale sbucavano due mani. Chiesi di chi fossero quelle mani. Si trattavano delle mani di Nardino, un ragazzino rinchiuso in un piccolo giardino all’interno del reparto, dove viveva nudo estate a inverno, perché era considerato un disturbo per l’istituzione e potenzialmente violento. Ricordo ancora le mani di Nardino che mi accarezzano nel momento in cui decisi di mettere le mie mani nella grata. Feci allora aprire la porta dagli infermieri e questo bellissimo ragazzo uscì come una furia dandosi dei grandi colpi alle orecchie, urlando a squarcia gola, ma senza tuttavia fare cadere nulla. Da allora fu libero di muoversi nel reparto.

Sergio Caretto: “Chi è quel soggetto rinchiuso dietro la grata?”. Ecco come intendere avere rispetto per l soggetto: non rinchiuderlo in categorizzazioni ma dargli parola affinchè sia lui stesso a dirci chi è. Stare dalla parte del soggetto è allora stare dalla parte dell’inconscio, del soggetto quale effetto del dire.

Sebastiano Vinci: Sì, ritrovo questo in ogni ambito della mia esperienza, anche nel campo del Centro antimobbing pubblico di Palermo di cui sono responsabile. Anche lì dove può apparire meno presente la dimensione soggettiva per via delle diverse istanze sindacali e politiche presenti, quello che mi interessa (non credendo che il fenomeno del mobbing “esista” se non quale effetto di scenari fantasmatici soggettivi) è fare sorgere una domanda soggettiva con e al di là della domanda di risarcimento anche materiale.

Sergio Caretto: Quindi partire dal mobbing quale identificazione sociale universale, per fare emergere il soggetto dalla trama fantasmatica in cui si situa la sua singolarità…

Sebastiano Vinci: Basta farlo parlare un po’! E vengono fuori i tratti di ripetizione e la trama fantasmatica che sostiene e guida il soggetto. Nel mio percorso mi ritengo fortunato nell’avere incontrato uno psicoterapeuta che praticava lo psicodramma analitico e che poi mi ha introdotto alla psicoanalisi lacaniana. Ricordo ancora anni fa alla Sezione Clinica di Roma quando nella pausa pranzo tutti andavano a mangiare e io e altri facevamo un cartello con V. Baio. Quando passava qualche collega dicendo “Ma voi non mangiate?” Virginio, indicando i libri, rispondeva: “Ma questo è il nostro cibo!”. Baio un giorno ci disse: Lacan è come la peste! Se riesci a cogliere la questione del soggetto al Centro dell’analisi, allora ti rendi conto che è difficile lasciare Lacan. Mi ritengo fortunato a ritrovarmi nell’insegnamento di Lacan in quanto si fa esperienza di una clinica differente da ogni altra clinica proprio in quanto ha di mira il soggetto dell’inconscio al di là del luogo in cui incontriamo la persona e delle etichette che vorrebbero definirla: psichiatria, mobbing, migranti… Coi “migranti” in particolare abbiamo sovente a che fare con soggetti che in realtà non domandano in quanto sovente non gli viene data la possibilità di domandare. La sfida sta lì: far sorgere una domanda senza essere invasivi, intrusivi, direttivi o violenti; ovvero senza utilizzare delle modalità che purtroppo son quelle che loro hanno sovente conosciuto nella loro storia: quelle della devastazione del desiderio dell’altro.

Sergio Caretto Effettivamente Lacan precisava che la domanda dipende dall’offerta, da come ci implichiamo là dove accogliamo un soggetto nei più diversi luoghi.

Sebastiano Vinci Partendo anche dalla convinzione che non c’è una modalità standard. Ogni incontro è un atto creativo che risponde al soggetto che abbiamo di fronte e che può produrre un aggancio per l’altro e dell’altro. Per quanto i racconti dei ragazzi migranti possano apparire simili, occorre andare al di là di un possibile standard per cercare di cogliere la cifra singolare e unica del soggetto.

Sergio Caretto Essendo ogni incontro creativo non possiamo allora farne una tecnica standardizzata…come la mettiamo allora Sebastiano col fatto che al clinico viene sempre più domandato di tradurre la sua esperienza in tecniche, questionari, protocolli?

Sebastiano Vinci Rispetto a questa richiesta sempre maggiore di tecniche standardizzate e protocolli devo dire che mi ritengo felicemente disadattato! Mi piace ritrovarmi in questo essere un po’ “a parte”, con una vena un po’ “rivoluzionaria” che, in fondo, fa anche parte della mia storia.

Sergio Caretto Stare dalla parte del soggetto vuol allora anche dire rinunciare ad ogni forma di adattamento del soggetto ai “nostri” protocolli o programmi. Stare dalla parte del soggetto, come ci insegna l’incontro con Nardino, vuol anche dire tollerare un certo grado di fastidio legato alla differenza tra l’uno e l’altro, piuttosto che reprimere le singolarità.

Sebastiano Vinci Rinchiudere Nardino e gli altri pazienti psichiatrici tra le mura e limitarsi a svolgere un lavoro di controllo in fondo è più semplice in quanto non comporta alcuna messa in questione da parte del curante. Diverso è assumersi la responsabilità etica dell’atto e farsi carico di volta in volta del soggetto in questione, posizione questa che richiede una certa dedizione e impegno che necessariamente scardina l’inerzia di alcune logiche istituzionali sedimentate nel tempo. Occorre dimostrare con la propria presenza che il paziente non è un numero tra altri ma che conta nella sua assoluta singolarità.

Sergio Caretto L’atto pertanto sovverte la logica istituzionale e richiede un certo dispendio da parte del clinico, fin dai più piccoli gesti e dettagli del quotidiano. A tuo avviso, quali forme prende la segregazione oggi in ambito psichiatrico?

Sebastiano Vinci La segregazione ha cambiato immagine e sembianti; la violenza dell’istituzione oggi si presenta propriamente nella dimensione del fare sparire il soggetto, nella forma del non farsene carico. Che questo passi dalla segregazione della cella manicomiale, dal ragazzino chiuso nudo in un giardino, piuttosto che dall’anomia in cui vengono attualmente trattati i pazienti nei servizi di psichiatria, la violenza sta sempre nel non rispettare il soggetto, nel non farsi altro dell’ascolto. Oggi non vediamo più le scene dei bambini autistici lavati con la pompa dell’acqua e con la scopa, scene che fanno ormai parte della storia della psichiatria, ma vediamo ragazzi imbottiti di farmaci lasciati soli, come automi, su di un letto senza che nessuno si metta accanto a loro. In questo senso la violenza cambia forma ma, alla radice, è sempre la medesima. La psichiatria ha fallito in questo, ovvero nel non avere avuto la capacità di cogliere che nella sofferenza non c’è solo un corpo che soffre ma c’è un parlessere.

Sergio Caretto La logica che ci proponi è stringente: dove il soggetto viene espulso in quanto parlessere che può dire la sua, non resta che la gestione dei corpi ridotti al loro statuto di scarti da gestire. Questo valeva ieri come oggi, basti pensare alla gestione dei migranti che prendono il posto di un problema da risolvere, nel senso di dove collocarne i corpi.

Sebastiano Vinci Si, un problema da risolvere via “normalizzazione” e “integrazione” unilaterale: adattarsi alla nostra cultura e tradizione senza volerne sapere niente della loro. L’accoglienza non può ridursi a fornire alle persone che arrivano sulle nostre coste solo da mangiare e da dormire. Penso a 3 bambine/ragazzine migranti arrivate con una storia indicibile di sofferenza: violenza sessuale, prostituzione e atrocità di ogni genere. Un giorno Hawa racconta di una banda di guerriglieri libici che dopo essere entrati nella casa dove era ospitata, violentarono la madre e la bruciarono mettendone i resti carbonizzati in un sacco di plastica nero. La settimana dopo i guerriglieri si ripresentarono in casa violentando anche Hawa che allora aveva 11 anni.  Successivamente un’operatrice dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) constatò che la ragazza era incinta. In quell’occasione fui chiamato e mi toccò a parlare con la ragazza per prospettarle anche la possibilità dell’aborto, cosa che significava anche riaprire la ferita delle violenze subite.

Sergio Caretto Là dove il soggetto incontra violenze e vissuti così brutali e inenarrabili al punto da lasciarlo  senza parole, allora lì, ci dici, tocca a noi prendere parola affinchè il soggetto possa, anche solo per l’istante di un incontro, riagganciarsi all’altro e ritrovare il suo posto, la sua dignità di soggetto. Lì, tra l’uno e l’altro, sorge il soggetto. Quando dici “mi è toccato parlare con Hawa” in una situazione così dolorosa, trovo entri in gioco una dimensione etica legata all’atto del clinico.

Sebastiano Vinci Proprio così, nella mia pratica coi ragazzi migranti, ad un tratto mi sono reso conto che parlavo, e che parlavo più rispetto a quello che poteva essere una qualsiasi idea e formazione teorica di quel che avrei “dovuto” fare. Ero lì, con la mia presenza, in ascolto di una sofferenza che non trovava le parole per potersi dire. Toccava pertanto a me dire qualcosa in più, là dove l’altro aveva perduto l’esistenza della parola.

Sergio Caretto Quando dici di esserti ritrovato a parlare tu stesso, e ancor di più con questi ragazzi, ho pensato a quanto Lacan diceva a proposito dell’incontro col bambino autistico là dove affermava che pur nel malinteso, resta sempre “qualcosa da dire loro”. Anche là dove la parola pare non esserci parola in esercizio, si tratta di supporre sempre l’esistenza di un soggetto, ricordandoci quel che dice Lacan nel Seminario III Le psicosi là dove afferma che quel che accade in un soggetto dipende anche da quel che accade nel campo dell’Altro.

Sebastiano Vinci Prendendo la parola corro il rischio con tutto il mio essere.

Non senza l’Altra scena*

Catherine Stef 
Membro ECF e AMP – Laon  – 08/06/2020

Dopo un richiamo logico preciso, Marie-Hélène Brousse ci invita a interrogare la nostra formula singolare di scelta forzata, nel modo in cui vi siamo confrontati nel contesto del Covid-191. L’alienazione implica una scelta forzata, un vel, dell’ordine di o la borsa o la vita, o la libertà o la morte2. Nel primo insegnamento di Lacan, l’alienazione è descritta come una delle due operazioni di «causazione del soggetto». Abbinata alla separazione, essa permette all’essere di avvenire come soggetto dell’inconscio, un soggetto rappresentato nel simbolico da un significante per un altro significante, a costo di una perdita, che è perdita di godimento. Si tratta di una scelta forzata, poiché per avvenire, il soggetto deve acconsentire a tale perdita. Alcuni, tuttavia, vi si rifiutano in virtù di una «insondabile decisione dell’essere»3. Tale rifiuto di entrare nei discorsi comuni li obbliga a dover inventare un facente funzione di discorso, un nome, un corpo: la follia esige «l’inafferrabile consenso della libertà»4. La dimensione logica dell’alienazione e della separazione pone, quindi, le condizioni della scelta etica proposta da M.-H. Brousse nella forma di: il legame o il virus? Il futile o l’utile? La questione, sotto forma di scelta forzata, concerne ciascuno nel proprio intimo: come coniugare il proprio sintomo con gli effetti delle esigenze del nuovo padrone nell’ambito che lei qualifica come «propaganda»? Nel latino medievale, propaganda è l’aggettivo verbale di propagare che significa letteralmente «ciò che deve essere propagato». Effettivamente, si propaga. Ma che cosa si propaga di preciso? Il termine propaganda ha assunto un tale valore peggiorativo nel corso della storia (si pensi a Goebbels) che ora, talvolta, gli si preferisce il termine di comunicazione politica.

Con la comunicazione politica, si tratta ugualmente di convincere le masse della validità di un’organizzazione sociale, della suddivisione del lavoro e degli svaghi, di un’architettura, di un comportamento elaborati allo scopo di ottimizzare i costi di produzione, di aumentare il plus-valore e di ridurre le diminuzioni del rendimento e le perdite dei profitti.  In questo periodo di post-confinamento, salta agli occhi il fatto che un confinamento possa nasconderne un altro e che il legame sociale esca da questa vicenda piuttosto modificato.

La parte aleatoria, soggettiva, che costituisce la singolarità di ognuno resta mascherata, non indispensabile; solo la logica mercantile ritorna con forza. Siamo pronti ad acconsentire a questa degradazione di ciò che costituisce la nostra specificità di corpi parlanti? Quello che costituisce la cultura, in particolare, per il momento, è scomparso dalla scena. Lo spettacolo dal vivo è secondario? Accessorio? futile? È il momento dell’utile e ci viene chiesto di acconsentire a limitarci all’utile, al bisogno, da bravi soldatini. Relativamente alla coniugazione intima della mia alienazione con il discorso del padrone potrei dire, dal canto mio, non senza l’Altra scena, quella del sogno, che permette di leggere l’inconscio di cui si è il soggetto, in analisi, e neppure non senza quella dell’artista che ci permette di leggere, nel discorso del padrone, le conseguenze sulla civiltà, sempre minacciata dal ritorno delle tendenze più oscure, le sue propensioni criminali, come dice Jean-Claude Milner5.

In questo periodo in cui il Festival di Cannes è stato annullato, mi vengono in mente tre film che trattano di questa questione: Tempi moderni e Il grande dittatore di Charlie Chaplin, Metropolis di Fritz Lang. Si noti tra l’altro che l’unica cancellazione del Festival di Cannes sino ad oggi si è avuta quando esso è stato creato, da Jean Zay e Philippe Erlanger, il primo settembre del 1939, e lo si è potuto organizzare alla fine solo nel 1946. Un altro film, diffuso di recente su Arte, in un certo qual modo li riecheggia: Freislatt (Sanctuary. In fuga verso la libertà in italiano) di Marc Brummund che denuncia, attraverso la storia di un adolescente alla fine degli anni sessanta, il regime carcerario e totalitario dei riformatori in Germania per circa quarant’anni. Freislatt fa riferimento al film di Jean Vigo, Zero in condotta, dapprima proibito nel 1933 ed uscito nel 1953, che evoca le conseguenze dell’addestramento e della scelta forzata della servitù. E Zero in condotta è l’espressione ripresa nel 2006 da un collettivo di operatori e di professionisti che si occupano dell’infanzia (fra cui Pierre Delion, Bernard Golse e Boris Cyrulnik), per opporsi al programma di screening della delinquenza nei bambini da zero a due anni, programma fondato sulle neuroscienze.

Senza confondere l‘alienazione di struttura, che decifriamo nelle cure analitiche, e l’alienazione al discorso del padrone contemporaneo, che struttura il legame sociale, siamo tenuti a sapere, nella politica come pure nella sfera intima, ciò di cui possiamo ritenerci responsabili. Con il suo straordinario sguardo sul mondo della sua epoca e su quello di domani che già prefigurava, Charlie Chaplin ha dato le più sconvolgenti lezioni di politica a generazioni intere, ovviamente a quelle di cinefili, ma anche ben al di là. Fritz Lang ci ha fatto vedere un mondo regolato come una macchina. Attendo con impazienza di scoprire il trattamento che i registi di oggi faranno di questa incredibile crisi del Covid 19 – di cui non sappiamo ancora quello che uscirà vincente.

Lacan, a proposito della dissoluzione del sapere nel mondo dei mercati, ha detto: «Il vincitore ignoto di domani, fin da oggi è lui che comanda»6. Oggi acconsentiamo al distanziamento, abbiamo adottato le mascherine, l’assenza di contatti. Abbiamo acconsentito a queste ingiunzioni dell’Altro, che d’un tratto ha ripreso il suo colorito. Le sue parole d’ordine: fare ludico a scuola, privilegiare la scuola virtuale per gli insegnamenti, le videoconferenze, il telelavoro, evitare i trasporti in comune, gli spostamenti, le perdite di tempo, i costi supplementari, inutili…. Privilegiare quello che è immediatamente produttivo, o ciò che assicura una soddisfazione immediata, armonia e tranquillità. La promessa è: tutto è facilità, tutto è semplificato, armonizzato, igienico e in ordine. Il sogno lontano della società ideale si conforma su un familistero new wave, con confinamento individuale integrato: un confinamento può nasconderne un altro e un vecchio sogno vintage può nascondere un vero incubo.

Se acconsentiamo a diventare quei bravi soldatini, che diventerà il nostro «inafferrabile consenso della libertà»? In altri termini, il nostro pizzico di follia?

Traduzione di Adele Succetti

*Articolo pubblicato in francese l’8 giugno 2020 su “Lacan quotidien”, disponibile qui: https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/06/lacan-quotidien-n-891/

[1] Cfr. M.-H. Brousse, Scelta forzata?, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n14-5-giugno-2020/

[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2003, p.208 e segg.

[3] J. Lacan, Discorso sulla causalità psichica, Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.171.

[4] Ivi, p. 181, citato da J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Cause et consentement, insegnamento pronunciato al Dipartimento di Psicoanalisi di Parigi VIII, inedito, lezione del 2 dicembre 1987.

[5]J.-C. Milner, Les Penchants criminels de l’Europe démocratique, Paris, Verdier, 2003.

[6] J. Lacan, Di una riforma nel suo buco, “La Psicoanalisi”, 65, Roma, Astrolabio, 2019, p.10.

Un ritorno al futuro

Sara Bordò
Membro SLP e AMP – Bologna – 06/062020

Oggi, 6 giugno 2020, è l’ultimo giorno di scuola, in altri tempi si direbbe il tanto desiderato e festeggiato ultimo giorno di scuola, da sempre rappresentato nelle scene cinematografiche e credo nei ricordi di tutti noi, attraverso immagini di libri e quaderni gettati al vento, grida liberatorie di studenti. Immagini, queste, che in fin dei conti evocano soprattutto la libertà da un luogo dove  il significante “obbligo” ha il suo peso e il suo valore, immagini che festeggiano la fine di un anno dietro ai banchi fatto di sacrifici, di buoni e cattivi incontri, di soddisfazioni e delusioni, luogo di nuove scoperte e di affetti che nascono, luogo dove cominciano a farsi strada interessi e passioni che lasceranno traccia nelle scelte future di vita, luogo dove iniziano a manifestarsi i primi sintomi di una sofferenza inconscia, dove nascono le prime ribellioni organizzate attraverso scioperi e  occupazioni per dire il proprio no, dove si scende in piazza per far risuonare forte il messaggio all’Altro: “No, tu non mi rappresenti, tu non sei dalla mia parte”.

Ho voluto elencare tutto quello che può accadere nello scenario della scuola per metterne in evidenza un filo conduttore che vorrei approfondire in questo testo, il fatto cioè che in ognuna delle situazioni sopra citate si fanno strada per il soggetto occasioni di scoperta di un proprio desiderio e di separazione dall’Altro.

Dunque, ciò che nella necessaria chiusura della scuola a causa dell’emergenza Covid-19 è venuto a mancare, non è stato solo un luogo di istruzione e educazione, ma da un punto di vista credo più interessante per la psicoanalisi, è venuto a mancare un luogo dove i bambini trascorrono gran parte del loro tempo quotidiano e quindi un luogo che li tiene effettivamente separati dal loro Altro familiare, dove si sperimentano i primi tentativi di separazione dai suoi desideri e dai suoi imperativi, dove il soggetto può costruire una parte importante del proprio futuro.

Dagli asili nido fino alla scuola dell’obbligo è proprio in questa «formazione umana» che si fanno le prime esperienze di socializzazione, di separazione fisica dalla famiglia, è a scuola che si incontrano maestre, professori ed educatori che verranno messi nell’importante posizione di Ideale dell’Io.

Non a caso i primi segni di una difficoltà o sofferenza soggettiva si manifestano a scuola, perché laddove non c’è stata l’operatività simbolica della separazione dal campo dell’Altro o comunque laddove la separazione è avvenuta con delle difficoltà, allora una separazione fisica diventa fonte d’angoscia, non solo per il bambino ma anche per i genitori: negli asili nido, per esempio, ci sono degli inserimenti infiniti di bambini per i quali ogni giorno è il primo giorno, senza possibilità di passare a un altro tempo, al tempo del futuro, senza nessuna possibilità di trovare lì qualcosa o qualcuno che abbia funzione di aggancio per sopportare una delle prime traumatiche separazioni dall’Altro materno e che faccia sì che dal primo giorno si passi al giorno due e poi al tre e via via fino ad arrivare all’ultimo, in un’infinita ripetizione del primo giorno e dei suoi vissuti come lo spaesamento, la confusione data dall’enigma di un luogo sconosciuto, popolato da un Altro totalmente e continuamente estraneo.

Nell’evidenziare l’errore che risiede nella nozione di Piaget di discorso egocentrico del bambino, Lacan ci dice che anche quando nel suo discorso non si rivolge a un altro, comunque il bambino non parla per sé e aggiunge «Ma è necessario che ce ne siano degli altri lì – e mentre sono lì, piccoli, tutti insieme dediti, per esempio, a dei piccoli giochi di operazioni come quelle che si danno loro in certi metodi detti di educazione attiva, è lì che essi parlano – non si rivolgono a questo o a quello, ma parlano, se mi permettete il gioco di parole, à la cantonade»1, dunque attraverso un espressione del teatro che include il suo nome, Lacan sottolinea la necessaria importanza di una scena e di piccoli spettatori, tutti insieme dediti a una qualche attività, durante le quali anche se non si rivolgono a qualcuno di preciso, sono comunque parole pronunciate in una scena.

Può succedere a volte che alcuni bambini e ragazzi non arrivino al loro ultimo giorno di scuola perché qualcosa si blocca prima, si può dire che per molti di loro il Decreto “Io resto a casa” è già in vigore da tempo, emanato non dal Presidente del Consiglio dei ministri, ma da un Altro esercitante comunque un forte potere legislativo ed esecutivo, un Altro che allontana dal soggetto la sua possibilità di costituzione, ne invade il suo campo e che ogni giorno governa le giornate scandendo un tempo in cui l’emergenza trova instancabilmente la propria dimora, dove a volte l’unica risposta possibile è proprio chiudersi in casa, non andare più a scuola, tagliare i ponti con gli altri, con ogni legame. In quella che viene definita “dispersione scolastica” ad essere dis-perso è proprio il soggetto e la sua possibilità di perdere una certa dose di godimento, condizione a volte necessaria per varcare la soglia della classe e poter trovare il proprio posto, il proprio banco, per incontrare i propri compagni.

Il distanziamento sociale ha quindi sicuramente determinato un avvicinamento del nucleo familiare, se per molti è stata occasione di riscoperta di un tempo inedito da trascorrere in famiglia, un tempo liberato dall’impellenza degli impegni e delle scadenze, per altri questa vicinanza è stata contrassegnata da qualcosa di non sopportabile.

Nel servizio di sportello d’ascolto psicologico di alcuni Istituti comprensivi nella città di Bologna, rimasto attivo in questi ultimi mesi nella modalità telefonica e online, ho avuto modo di ascoltare genitori e insegnanti che si sono dovuti confrontare dall’oggi al domani con la “Didattica a distanza” e con le sue problematiche.

Riporto una frase perché mi sembra indicativa: «Sono sempre lì con i miei figli, faccio di tutto, non ho più la gioia di stare con loro», sempre presenti, sempre insieme in casa, dove in queste parole risuona innanzitutto proprio la mancanza di un luogo e di un tempo vitale, per stare separati e lontani, genitori e figli.

Nel 1967 nello scritto Allocuzione sulle psicosi infantili, Lacan pone una questione: «Come fare perché delle masse umane, destinate allo stesso spazio, non solo geografico ma talvolta anche familiare, restino separate?»2, domanda oggi più che mai attuale.

Sempre nello stesso testo scrive: «Ogni formazione umana ha per essenza e non per accidente di porre un freno al godimento»3, la chiusura di questa importante formazione umana, la scuola, è stata necessaria, probabilmente le conseguenze per molti bambini emergeranno ancora di più a settembre, se e quando si potrà varcare fisicamente l’ingresso della scuola e ritornare in uno dei luoghi dove il tempo futuro può incontrare una possibilità in più di essere costruito. Con queste conseguenze e con i suoi sintomi avremo modo di confrontarci e di rispondere.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, [1964], Torino, Einaudi, 2003, p.204.

[2] J. Lacan, Allocuzione sulle psicosi infantili in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.359.

[3] Ivi, pp.359-360.

La violenza nell’epoca del senza limite

Intervista a Paola Bolgiani

EB: A partire dal secolo scorso, si è verificata una rivoluzione nei riferimenti tradizionali che regolavano i legami sociali, sia all’interno della famiglia dove i ruoli erano ben delineati sia all’esterno dove insegnanti e capi poco potevano essere messi in discussione, erano riferimenti chiari e univoci che svolgevano una funzione di limite. La logica che prevale oggi è piuttosto quella del non-tutto, logica che se da un lato regala più libertà e la possibilità di soluzioni singolari dall’altra può essere vissuta come una situazione spaesante e di solitudine.

 

PB: Sì, certamente, una maggiore possibilità di scelta che sicuramente nel passato non c’era. Basti pensare all’epoca di Freud, quando per esempio erano chiare le prescrizioni di che farsene del proprio corpo e del proprio sesso. Per esempio, un ragazzo doveva interessarsi a una ragazza e viceversa. O pensiamo alle prescrizioni relative per le donne, rispetto a cosa farsene del proprio corpo.  Una donna doveva sposarsi, essere sottomessa al marito, avere dei figli… Certamente, questo non significava che tutte le donne seguissero queste regole, che tutte percorressero questa via maestra chiaramente indicata. E questo produceva sofferenze, sottomissione e conflitto.

Ecco, nella nostra contemporaneità è il conflitto che tende a venir meno. Nell’epoca del “tutto possibile” non si produce conflitto, ma piuttosto eccesso. E forse la violenza può essere almeno in parte pensata come il corrispettivo del conflitto nell’epoca del senza limite.

EB:Lacan ci aveva messo in guardia che nella contemporaneità l’avanzare delle tecno-scienze unite al discorso del capitalismo avrebbero comportato un futuro di segregazione. Segregazione che va oltre a quanto sperimentato con la pandemia e che può essere causa di difficoltà nelle relazioni con l’altro. 

PB: Appunto, le tecno-scienze unite al discorso capitalista producono l’illusione del tutto possibile, del senza limite, fino all’idea che, con tecnologie avanzate, si possa sconfiggere la morte. Sappiamo però che si tratta di un’illusione: la pandemia che ha travolto le nostre vite ci ha mostrato quanto fragile sia questa illusione.

Lacan diceva che più fosse avanzata quella che oggi chiamiamo globalizzazione, più avremmo assistito a fenomeni di segregazione. Più viviamo in un mondo che spinge al “per tutti”, più si presenta la necessità di creare identità separate, che sono identità fondate sul modo di godere, sganciate dall’Altro, fluide e cangianti. È una sfida per la psicoanalisi, essere all’altezza di queste nuove soggettività; produrre legame sociale fondato sulla parola dove parrebbe che questo sia cancellato.

EB:Lei opera come direttore clinico in una Comunità riabilitativa psicosociale per minori e giovani adulti che si trovano spesso anche in una condizione di disabilità o disturbo psichico. Ci può fare un quadro della realtà che incontra quotidianamente, si registrano episodi di violenza?

 

PB: La violenza in istituzione è un elemento presente e spesso è “accecante”. Produce emergenza e allarme, poiché si tratta spesso di violenze brutali, che mettono a rischio l’incolumità delle persone, ospiti o operatori dell’istituzione. L’allarme, la paura o l’angoscia, così come la necessità di intervenire, rischiano di soffocare l’interrogativo: di che si tratta? Perché non c’è una violenza, ma diversi modi della violenza, e potersi interrogare intorno a quel che accade è fondamentale, anche se non sempre si riesce. La violenza raramente interroga chi la compie, poiché spesso è una manifestazione della pulsione di morte, per così dire, diretta, quasi senza mediazione. Per questo credo sia fondamentale che interroghi i curanti, chi lavora nell’istituzione. Quando si riesce a costruire una logica del caso, e situare la violenza come elemento che risponde a una logica, si può cercare di trovare dei modi di farvi fronte.

EB: Aggressioni verbali, mobbing, bullismo e fragilità delle vittime

 

PB: Il lavoro in istituzione mi ha insegnato a separarmi un po’ dall’idea di vittima, che è un’idea a mio parere un po’ pericolosa, nel senso che la vittima rischia di essere qualcuno a cui non si riconosce una soggettività. Ogni volta che in comunità si produce il binomio vittima-carnefice occorre essere molto attenti, in quanto questo binomio facilmente si rivela una trappola. C’è certamente una fragilità della cosiddetta “vittima”, ma c’è anche una fragilità del supposto “carnefice” – se vogliamo usare il termine fragilità. In istituzione si constata per esempio che spesso chi aggredisce lo fa a partire dalla persecutorietà dell’altro nei suoi confronti.

EB: La cronaca di queste ultime settimane riporta gravi situazioni di violenza e di conflitto; violenza  domestica a vari livelli, ma anche sul luogo di lavoro o tra adolescenti, situazioni forse esasperate e scatenate anche dal confinamento a cui siamo stati sottoposti.

 

PB: Prossimità esasperata e “distanziamento sociale”: una coppia che certamente non può non aver effetti! Per molti il venir meno di una dimensione di presenza-assenza, il farsi sempre presente del partner per esempio, ha ridotto la dimensione del desiderio che sosteneva la coppia, facendo venire in primo piano la dimensione di estraneità del corpo dell’altro come corpo che gode. Penso a qualche paziente che racconta questo. Questa estraneità, che situiamo nell’altro per non volerne sapere del fatto che ci abita intimamente, è qualcosa che può scatenare la violenza, più o meno agita.

EB: La psicoanalisi, a differenza della psicologia che studia il funzionamento psichico e sociale di un individuo, si occupa di quello che non funziona, sono posizioni molto diverse… 

PB: Indubbiamente. Non solo si occupa di ciò che non funziona, ma non promette di farlo funzionare!

Intervista di Eva Bocchiola

Ragazzo Volpe sul pianeta Vidoc-22

Chiara Mangiarotti
Membro SLP e AMP – Venezia – 17/5/2020

Negli atelier online della Fondazione Martin Egge Onlus ha trovato spazio anche una proposta per i più piccoli. Abbiamo voluto trasferire su Zoom il laboratorio di gioco-danza-teatro In viaggio con Ragazzo Volpe, un progetto per un piccolo gruppo di bambini/e della scuola dell’infanzia, che include anche degli/delle  autistici/he. Questo atelier, iniziato a marzo 2019 si era temporaneamente concluso a dicembre dello scorso anno, in attesa di riprendere con un finanziamento da parte del Comune di Venezia. Con il Covid 19 tutto si è bloccato.

L’équipe formata da Margherita Piantini, regista e dramma-terapeuta nonché ideatrice di tutte le nostre storie, Raffaella Marchiori, psicomotricista, Gloria Badin, psicologa e danzatrice, Carolina Scarpa, psicologa e tirocinante alla Fondazione Martin Egge Onlus, coordinata da Chiara Mangiarotti, psicoanalista, psicoterapeuta, ha così deciso di offrire gratuitamente, a titolo di volontariato, un nuovo atelier, continuando le avventure di Ragazzo Volpe, per l’occasione, sul pianeta Vidoc-22. Vi partecipano due bambini che, nel tragitto accidentato di questo progetto non si sono dispersi, Alessio, autistico, e Gemma, una bambina “normodotata”. Entrambi hanno cinque anni e sono accompagnati dalle loro mamme che li supportano tecnicamente.

Tra le variabili in gioco nella modalità online, la presenza delle madri è quella più evidente di cui dobbiamo tenere conto. Dopo il primo incontro decidiamo di includerle nel gioco, per esempio attribuendo loro un numero, e una maglietta disegnata da loro, come Alessio e Gemma hanno voluto fare per se stessi. Le mamme giocano un ruolo di “assistente” del bambino/a, una presenza discreta che riesce sempre a riportarli verso lo schermo e il gruppo, permettendoci di restare collegati tutti insieme. Nel corso degli incontri, sia Gemma che Alessio hanno evidenziato il rapporto particolare con la loro madre, mostrando problematiche che si sono man mano modificate attraverso i nostri interventi.

Ogni incontro, della durata di un’ora, ha una cornice, un canovaccio, a partire dall’incidente che ha catapultato Ragazzo Volpe sul pianeta Vidoc-22 e dalla richiesta fatta ai suoi amici perché lo aiutino a ritornare sulla Terra; incentrato di volta in volta su un argomento, legato, all’inizio, al luogo in cui si trova il personaggio rappresentato da ciascuna di noi e dal suo burattino – Gloria (Ragazzo Volpe), Chiara (Papà Orso), Raffaella (Mamma Antilope), Margherita (Re Vidocchio-19), Carolina (Consigliera Vidoca-14): la frutta della cucina di Mamma Antilope, i libri della biblioteca di Papà Orso; oppure a un’occasione come la Pasqua, la nascita del mondo dall’uovo; legato a elementi nati dagli interessi dei bambini in corso d’opera: i numeri, i giochi di parola, i gatti del pianeta Vidoc-22. Da questi spunti nascono storie, danze, musiche che si sviluppano prestando attenzione alla particolarità di ogni bambino/a attraverso “triangolazioni” con cui noi operatrici sosteniamo, rilanciamo…

Fin da subito Alessio e Gemma ci stupiscono: per niente intimoriti dalla nuova modalità, riprendono il filo della storia come se ci fossimo lasciati ieri e accettano subito i nuovi personaggi, rispondendo con precisione agli stimoli proposti. L’applicazione ci permette di giocare sia sull’immagine in primo piano che sul suono, con la possibilità di “ammutolire” il gruppo in certi momenti a favore della parola di uno solo. La Consigliera Vidoca-14 esegue questo compito, dopo averlo annunciato, su ordine di Re Vidocchio: fa parte del gioco e i bambini l’accettano di buon grado.

Nel “nuovo spazio” relazionale e tecnico, ognuno di loro sviluppa un percorso singolare.

Alessio

Nell’Atelier in presenza Alessio, all’inizio, era inseparabile dalla madre. Il suo coinvolgimento nel gruppo, il suo interesse per le parole, la scrittura, i libri e la musica, gli hanno permesso di compiere con noi un percorso che l’ha portato letteralmente a “volare via dal nido” (il nido era uno dei “luoghi deputati” che avevamo costruito). Nell’atelier online, soprattutto nei primi incontri, rischiava di “incollarsi” a lei, le si aggrappava come a un “braccio prolungato” per ottenere quello che da solo non riusciva a eseguire immediatamente.

Alessio si è dimostrato in grado di impersonare qualcun altro nella fantasia, di farsi rappresentare da un significante per un altro significante, proprio quella funzione, disturbata nell’autismo, che designa il soggetto. Vederci tutti insieme sullo schermo favorisce il “doppio” a cui il bambino autistico si appoggia1, accentua il gioco dei doppi innescato dal dispositivo teatrale: noi operatrici siamo il personaggio che ci rappresenta, sdoppiato a sua volta nel burattino animato da ognuna; Alessio è Alessio 8 ma anche il Gatto Pistacchio pronto ad essere teletrasportato sul pianeta Vidoc 22 per fare uno scherzetto a Vidocchio – lui, Gemma e Ragazzo Volpe travestiti da gatti – facendogli credere che i bambini e Ragazzo Volpe sono spariti. Un espediente scenico che ci ha permesso di allontanare le madri escludendole dallo schermo negli ultimi due atelier. Manovra che non è stata senza effetti su Alessio, in cui adesso prevale il coté separazione su quello dell’alienazione. Pur accettando di impersonare la sua versione di Gatto Pistacchio-rockstar – si presenta a noi con grande soddisfazione con baffi, orecchie, coda, chitarra e degli enormi occhiali – esclama “Ma io sono sempre Alessio!”.

Al termine dei primi incontri chiede alla mamma: “Dopo cosa succede? Dove vanno dopo?”. Quando Chiara gli risponde che Papà Orso va a leggere i suoi libri e, togliendosi le orecchie e appoggiando il burattino, che Chiara va a preparare la cena, e le altre, una per una, ripetono lo stesso copione, Alessio è pacificato e può interessarsi d’altro, chiede “Dov’è andata la bambina?”, poi ha imparato che si chiama Gemma e ha chiesto di lei. Ha chiesto “Come si chiama quella?” indicando Vidoca. Inventa storie ispirandosi a dei pupazzetti lego che porta sempre con sé, “le sue sorelline” – significante che ci ricorda “le mie bambine” del piccolo Hans intento a costruire il suo mito.

“C’era una volta un uomo che scalava…con una grande forchetta…per mangiare la sua pizza preferita…così quando arrivano i due cavalli di loro…c’erano due fate…montavano sulla moto con quelle…la storia si chiama Le fate innamorate, le fate innamorate si abbracciarono, erano innamorate del signore, di quello che scalava…gli hanno raccontato anche le mie sorelline…poi andava lì lui. Ma chi sono ? Chiede sbalordito un fantasma stupito…le mie fate… chiede perché ?…quando qualcuno ha messo… due fate erano innamorate del rosso  poi si rinnamorarono… E’ finita!”

Alessio gonfia spesso le guance a palloncino, ripete un godimento che con le sue produzioni sta cercando di cifrare2.

Gemma

Anche per Gemma l’uscita di scena della madre ha avuto un risultato positivo. Mentre all’inizio era molto dipendente da lei, anche per le difficoltà tecniche, per esempio stare vicino al microfono per farsi sentire. Gemma aveva partecipato agli ultimi incontri dell’Atelier in presenza In viaggio con Ragazzo Volpe e avevamo notato come spesso si sentisse esclusa e abbandonata, inconsolabile per quanto le prestassimo attenzione. Questa storia è parlante:

“C’era una volta un gattino che si chiamava Stella… e dopo andrà un gattino a giocare, e dopo stanno insieme e dopo il gatto disse non ti voglio, via, via e dopo se ne andò via, e dopo lei con la pioggia rimane là… e dopo finisce con questa storia, e dopo piove e resta con gli altri animali che erano abbandonati…e dissi come ti chiami? E questa storia finisce con un altro gatto innamorato. Fine!”

D’altra parte Gemma dimostra di sapere quello che vuole: ha chiesto di avere un numero e ha scelto il 22, identificandosi totalmente con il significante padrone Vidoc 22, ed è stata lei a chiedere di andarci e a guidarci verso il pianeta. Nasce così questa storia collettiva:

Papà Orso: C’era una volta un gatto di nome Pistacchio, Alessio: Il gatto si chiama Elia. Papà Orso: Il gatto Elia ama stare al sole sul balcone, si addormenta e sogna… Gemma: sogna un altro gatto… di nome Pistacchio… Ragazzo Volpe. Cosa fanno? Gemma: stanno al sole, giocano, dormono…Mamma Antilope: Sognano una scala e hanno voglia di salirci sopra… Gemma: Vanno su una nuvola e viaggiano e dopo vedono i paesi…Alessio: (che sembra distratto) Io ascolto. Gemma: E dopo hanno visto un altro gatto che voleva vedere il mondo dall’alto e non poteva… dicono anche che la nuvola scendeva e il gatto montava e ripartono… Ragazzo Volpe: E come si chiama l’altro gatto ? Gemma: si chiama Stella. Alessio: Gli animali non vanno in cielo, perché vanno in cielo? Ragazzo Volpe: Solo se possono montare su una nuvola…i Vidocchiani cavalcano le nuvole.  Gemma: Dopo i tre gatti salgono sulla nuvola e vanno sul pianeta Vidoc22 proprio da Ragazzo Volpe.

Gemma non solo è riuscita a esprimersi staccandosi da un legame di identificazione negativa e di ravage con la madre, ma è stata lei a rilanciare la storia e a coinvolgere anche Alessio nella sua elaborazione.

Ora Ragazzo Volpe è in viaggio, sta tornando verso la terra, speriamo di rivederlo presto, non sappiamo ancora se sugli schermi o di persona. Comunque sia, questa avventura online è un bagaglio prezioso, vedremo se sapremo mettere a frutto quello che ci ha insegnato.

[1] “Possiamo dire che per il soggetto autistico, che non ha un corpo, il doppio funzioni come un bordo del corpo: la funzione di questo doppio è quindi di compensare questa assenza di bordo” in É. Laurent, La battaglia dell’autismo, Macerata, Quodlibet, 2013, p.91.

[2] A proposito di Joyce (Joyce il Sintomo (1976), in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.557), Lacan parla della gonfle  “termina che mescola il narcisismo che rigonfia, che cerca di farsi valere, con l’erezione” (É. Laurent, Il rovescio della biopolitica, Roma, Alpes, 2017, p.23). Avere un corpo è la condizione per cui il godimento – incarnato nella lettera – possa iscriversi e marchiare il corpo, effetti significanti sul corpo che produce effetti di sapere.

Un modo di fare segno con il corpo

Pamela Pace
Partecipante SLP – Milano – 05/06/2020

Propongo delle riflessioni a partire dal prosieguo delle sedute online, anche con i bambini. Tale ascolto mi ha posto un interrogativo: quali effetti nel corpo sta producendo l’incontro con il reale Covid 19? Quali costruzioni stanno emergendo, come risposte soggettive dei piccoli, all’interruzione della frequentazione scolastica, alla segregazione in famiglia, alla cessazione dell’incontro tra i corpi?  Isolamento e reclusione hanno riguardato un contatto più vicino e quotidiano tra i membri della famiglia. Il corpo improvvisamente è balzato al centro dell’attenzione e delle preoccupazioni: il corpo sganciato dalla sua funzione di vocabolario, di scrittura delle emozioni, degli affetti.

Sono stata benissimo, ma anche un po’ male!” Potrei sintetizzare in questa espressione di una piccola paziente, una sorta di crasi tra benessere e malessere, le tante parole dei bambini ascoltate in questi mesi. Anche loro hanno dovuto fare i loro conti con gli effetti della repentina metamorfosi della loro vita: tale disorganizzazione ha generato l’urgenza di capire e dare un senso a tutto quanto stava accadendo. La distanza tra i corpi e dai luoghi abitudinari, la sospensione della scuola e la sua versione “casalinga”, sono stati, soprattutto per alcuni, fonte di ansia e smarrimento. Il contesto familiare ha assunto una centralità anche rispetto alla qualità dei discorsi di padre e madre e della loro capacità di interpretare e tradurre. Laddove i genitori sono riusciti a contenere, ordinare, interpretare e tradurre, l’ambiente familiare ha potuto preservare i figli da un maggiore impatto e vacillamento.

Tuttavia un reale inedito è enigmatico. E il corpo parla: questa è stata senza dubbio la prima scoperta di Freud che ha aperto la prospettiva di una possibile decifrazione dei sintomi del corpo come messaggi, come un linguaggio dell’inconscio e in stretta relazione con la pulsione. Freud  anticipa l’espressione di Lacan circa il mistero del corpo parlante e con ciò l’ evidenza di come esista un rapporto tra il corpo, il nostro essere parlanti, il desiderio e i diversi modi di godimento.

I bambini offrono il loro corpo che può parlare della verità dell’Altro: oggetto del desiderio e del godimento. Lacan, in “Nota sul bambino1, definisce il sintomo del bambino come sintomatico della verità dell’Altro: dunque i bambini sono sintomi dell’Altro ma hanno dei sintomi che rimandano sempre a qualcosa che della comunicazione, della parola, si è rotto o è venuto meno. E’ il corpo che si fa carico anche di ciò di cui un figlio è stato investito e di cui è ricettacolo. Del suo statuto nel fantasma materno. Il bambino interprete, il bambino verità è il bambino lacaniano che va ascoltato in quanto decifratore, costruttore del suo Altro e anche lettore del suo particolare dire che può esprimersi in forme di corporeizzazione e senza specifiche schermature simboliche2.

Ho accolto dai piccoli pazienti, le loro costruzioni e  il  loro modo di fare segno. Bambini in angoscia di cui ho ascoltato significanti senza significato, orfani del loro interprete, di un Altro capace di interpretare e tradurre.

Jacopo, sette anni, improvvisamente mostra una selettività alimentare e la paura di soffocare. Alice, 14 mesi, rifiuta in modo più rigido i cibi solidi unitamente ad una maggior morbosità nei confronti della madre. Altri hanno reagito alle diverse e radicali trasformazioni e al clima familiare teso sviluppando fenomeni del corpo: disturbi del sonno, calo dell’appetito, regressioni, proteste e comportamenti più oppositivi. Ho inoltre notato un aumento di rituali ossessivo-compulsivi dei bambini, ascoltando anche i discorsi dei genitori: “Ogni sera fa le stesse cose prima di andare a dormire, dice tre volte buona notte, soffia sul cuscino e spende e accende la luce del comodino tre volte”. Come ricorda Freud, tali rituali possono essere delle difese al servizio di ansia e disordine, esorcizzano paure e danno al piccolo, transitoriamente, il conforto di ordinare e controllare ciò che lo inquieta3.

La fine della quarantena mi sembra  abbia esacerbato, soprattutto nei più piccoli, sintomi  legati all’angoscia di separazione con i quali il soggetto ottiene direttamente un godimento sul suo corpo. Il rapporto con il cibo e l’atto alimentare diventano funzionali alla possibilità del bambino sia di reagire alla sua passività sia al non volerne sapere della perdita. La clinica dei disturbi alimentari tocca tali questioni e implica l’angoscia dell’impossibilità di riscattarsi dall’assoggettamento all’Altro.

Se, come scrive Miller, il reale dell’inconscio è il corpo parlante4,  è possibile forse leggere la comparsa di fenomeni del corpo nel bambino, “coperto dal calpestio d’elefante del capriccio dell’Altro5, anche come inconsce modalità di opposizione all’attuale reale e alle sue metamorfosi?

[1] J. Lacan, Nota sul bambino (1969), in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, pp.367-368.

[2] J. Lacan,  Due note sul bambino (1966), in “La Psicoanalisi”, 1, Roma, Astrolabio, 1987; J.Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione d’oggetto (1956-1957), Torino, Einaudi, 2005.

[3] S. Freud, Modi tipici di ammalarsi nervosamente, in Casi clinici e altri scritti 1909-1912, OSF, Vol.6, Torino, Bollati Boringhieri, 1989; Le neuropsicosi da difesa (1894) OSF, Vol.2, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p.121; Ossessioni e fobie (1894), in op.cit., p.139.

[4] J.A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante (presentazione del tema del X Congresso dell’AMP) in Aggiornamento sul reale nel XXI secolo, Roma, Alpes, 2015.

[5] J. Lacan,  Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano, in Scritti. Vol.II, Torino, Einaudi, 1974, p.816.

La violenza mascherata da amore*

Giuliana Grando,
Membro SLP e AMP, Venezia

Il nostro tempo è caratterizzato da quello che  Jacques–Alain Miller definisce: il grande disordine nel reale del XXI secolo1. L’attualità, in effetti, presenta un triste elenco di conflitti e violenze.

Seguendo Lacan, Jacques–Alain Miller scrive:  «Il Nome del Padre […] è stato svalutato dalla combinazione di due discorsi, il discorso della scienza e quello del capitalismo»2.  Lacan stesso ha fatto del Nome del Padre la supplenza di un buco: «questo buco, colmato dal “sintomo Nome del Padre”, è l’inesistenza del rapporto sessuale nella specie umana, specie degli esseri viventi che parlano»3. E giustamente, a partire da questa prospettiva, Lacan dichiara che «Tutto il mondo è folle, cioè delirante»4.

Jacques–Alain Miller ci avverte, non si tratta di una battuta ma della «estensione della categoria della follia a tutti gli esseri parlanti che soffrono della stessa carenza di sapere in ciò che ha a che fare con la sessualità»5.

Partendo da presupposti diversi, Luisa Muraro, filosofa delle differenze di genere, esamina la rottura del contratto sociale che si è instaurato con il capitalismo e scrive: «Con sempre maggior frequenza si registrano episodi di una violenza insensata che esplode tra di noi […] credo che siano il riflesso del disordine simbolico che si è installato con il prorogarsi di un patto sociale morto»6.

Per quello che riguarda la posizione delle donne nel diritto moderno, secondo Muraro, esse stanno «dentro al patto sociale perché già sottomesse a un “contratto sessuale”, ne stanno fuori perché non hanno sottoscritto né l’uno né l’altro. Posizione scomoda che per gli uomini – prosegue Muraro – «si è tradotta nella comoda separazione tra il pubblico e il privato. Da qui risulta un’esperienza femminile scissa ed esposta alla interpretazione di altri […] relazioni amorose e familiari solo parzialmente riscattate dal diritto che possono diventare, senza soluzione di continuità, violente»7.

La violenza familiare e di coppia è uscita dall’ambito familiare e ha invaso le aule dei tribunali riducendo così la separazione tra il pubblico e il privato, ma in un modo fondamentalmente non dialettico.

La psicoanalisi si interroga ed è interrogata dalle istituzioni sul motivo della violenza intra moenia e sulle modalità di intervento su una devastazione che non interroga coloro che la stanno vivendo.

Le istituzioni pretendono una risposta applicabile a tutti gli uomini e a tutte le donne implicati nella relazione violenta, ma la psicoanalisi, seppur presente nelle istituzioni pubbliche, può rispondere solo caso per caso, soprattutto per quel che concerne le modalità e la capacità di rinuncia alla cosiddetta relazione violenta.

Molte donne escono dalla situazione di violenza con l’aiuto dei Centri Antiviolenza e di altre istituzioni di trattamento e attention givers; molte donne non chiedono aiuto; altre, anche se chiedono aiuto, mantengono un atteggiamento ambivalente rispetto al partner violento, fuggendo dalle case protette o dai luoghi di cura.

Uscire dalla dipendenza di un godimento mortifero è un percorso lungo e difficile; il tempo della fretta, necessario in molti casi per risolvere l’emergenza, non è il tempo del soggetto che, al contrario, ha necessità del tempo logico nelle sue tre scansioni8.

Nella dipendenza, e soprattutto nella dipendenza amorosa, il tempo logico è dilatato: l’istante di vedere la relazione di cattura tra i partners può essere infinito e coincidere, a volte, con la fine tragica di uno dei due, generalmente della donna; il tempo di comprendere può essere caratterizzato da una continua ambivalenza, tra il restare catturato e l’uscire dalla cattura, anche nel caso che si sia formulata una richiesta di aiuto, mettendo sempre in scacco il Terzo a cui è stata rivolta la richiesta; il momento di concludere è un tempo molto difficile e, in alcuni casi, può essere il passaggio più pericoloso nel momento della separazione fisica.

Come ci dicono le statistiche, nel momento della rottura della convivenza, il partner può rispondere con la follia dell’omicidio della partner, sanzionando così il fatto che, per questo soggetto, la separazione equivale alla morte. E, nei fatti, all’omicidio spesso segue il suicidio.

La relazione violenta, anche se diversa caso per caso, si sostiene sull’asse binario dell’identificazione narcisistica legata a un più di godere mortifero che fa sinthomo nella coppia.

La rigidità dell’identificazione/godimento, fa sì che i cambiamenti nella relazione siano il passaggio dall’amore all’odio, dalla fusione al rifiuto dell’altro, a cui risponde in modo simmetrico l’evoluzione ciclica della violenza intra moenia che segue una ritualità binaria: violenza-pacificazione-violenza-pacificazione e così di seguito.

Il motivo del passaggio all’atto violento è spesso monotematico e può sorgere in un momento determinato del giorno o della settimana: il soggetto incontra un reale indicibile e arriva fino all’esplosione della violenza che stabilisce controllo e possesso esclusivo da parte dell’uomo sulla sua compagna, non solo per gelosia nei confronti di altri uomini ma può riguardare anche qualsiasi relazione sia familiare che amicale.

Nella cornice della violenza che può essere fisica, sessuale, economica, psicologica – spesso tutte queste forme si presentano insieme – si ritrova la rappresentazione di un soggetto maschile egosintonico che non ha nessuna relazione con la propria alterità che si incorpora così nella partner e qualsiasi movimento, domanda d’amore, pensiero soggettivato di lei, si trasforma in una minaccia per la sopravvivenza dell’io e per l’integrità dell’immagine narcisistica. L’aggressione è quindi una risposta al pericolo della frammentazione della propria unità corporea la quale deriva dalla relazione con l’immagine del simile costitutiva e costituente dell’Io.

Se l’altra (la compagna) diventa altra, si apre un’alterità che equivale a una frattura nel reale non assumibile simbolicamente, perciò l’Io/corpo perde tutta la sua consistenza. All’oggetto d’amor – considerato un oggetto da possedere – in quanto integra e fa diventare Una/non Altra rispetto all’immagine dell’Io – si richiede che sia un oggetto immobile, pronto a obbedire a qualsiasi ordine, materiale e sessuale, essenzialmente non distonico.

  1. sta pulendo la casa, il marito guarda una partita di calcio in TV e si arrabbia per il rumore che fa, le dice che ha solo due minuti di tempo per portare via tutto e sparire. Nella fretta, mentre sta mettendo via l’asse da stiro questa cade con un gran rumore, lui la colpisce con il ferro da stiro. F. si reca al Pronto Soccorso e dice di essere caduta dalle scale: la caduta dalle scale è la giustificazione che il personale sanitario e le forze dell’ordine sentono più di frequente. F. torna a casa e lui la “consola” dicendole che quella è stata l’ultima volta.

Lei lo perdona sentendo un recondito sentimento di tenerezza per quest’uomo nel momento in cui si è “pentito” dell’atto violento, nel momento di pacificazione si comporta come un bambino indifeso e diventa gentile e premuroso.

Sono entrambi convinti che questa sia davvero l’ultima volta, così come il tossicomane dice che si tratta dell’ultima dose, la bulimica dell’ultima cena, l’alcolista dell’ultima bottiglia.

È questa la sequenza spesso riscontrata dai familiari, dai vicini, dalla polizia, dai medici, dagli psicologi e dalle operatrici dei Centri contro la violenza di genere i quali interrogano un enigma che li fa sentire impotenti: «perché non lo lascia?».

Nelle prime sedute, F. nasconde i lividi anche all’analista ma in un momento avanzato della cura dirà: «io sono l’unica che può contenere il peggio di lui».

  1. si concede sessualmente al marito, appena lui le fa un fischio, per contenere la sua aggressività. In un sogno che racconta, la coppia si bacia ma accanto a F. c’è una bara aperta. Questa donna incontra, nella relazione con il marito, la ripetizione della sua relazione con un padre violento e di quella di sua madre con un marito violento. Il padre esigeva che questa andasse a fare la siesta insieme a lui. Questo rituale fu interrotto dalla morte del padre, quando lei aveva dodici anni, a causa di un incidente automobilistico.

Le ore del pomeriggio (della siesta) erano le ore nelle quali il padre, «con un fischio», convocava la moglie a letto, per altri motivi.

Può succedere, come nel caso di F., che le donne maltrattate chiedano aiuto perché si è verificata una variazione nella “linearità” binaria della violenza e riescano a superare il sentimento di colpa e di vergogna. Non accade quasi mai per gli uomini violenti.

Il carnefice e la vittima si dividono i ruoli ma come in uno specchio, in modo invertito: la cura si arresta contro questo primo scoglio, in un senza-senso sostenuto da un’altra logica verso la quale dobbiamo dirigerci per trovare una bussola che orienti il nostro ascolto che deve tenere conto della modalità di amare e di godere del soggetto femminile e di quello maschile.

Una risposta freudiana

Freud segnala le asimmetrie tra il soggetto femminile e il soggetto maschile: asimmetrico è l’Edipo, asimmetrica la relazione con la castrazione, asimmetrica la formazione del Superio: quest’ultimo avrà importanti conseguenze rispetto alla modalità di identificazione, alla modalità di godimento e alla domanda d’amore nell’uomo e nella donna.

Secondo Freud, l’angoscia di castrazione nelle donne non raggiunge mai un picco così alto come negli uomini a causa dell’assenza dell’organo nella bambina9: «Il suo Superio non diventa mai così inesorabile, così impersonale, così indipendente dalle sue origini affettive come esigiamo che sia nell’uomo»10.

Nel bambino, l’uscita dall’Edipo avviene quando l’angoscia di castrazione mina il legame erotico con la madre e con il padre e il Superio paterno viene introiettato; nella bambina sarà la scoperta della a-fallicità della madre e la conseguente disillusione che la faranno entrare nell’Edipo. Con l’entrata nell’Edipo, potrà aprirsi per lei una domanda di fallo al padre o a un sostituto, domanda che potrà restare indefinitamente aperta e che potrà renderla dipendente dalla domanda fallica dato che è destinata alla stessa persona alla quale ha indirizzato la domanda d’amore. La perdita di soddisfazione diventa tout court perdita di amore, registrata dal Superio femminile come indegnità, come colpa e dunque, come fonte di angoscia.

Il destinatario della domanda d’amore può, conseguentemente, sottomettere il soggetto femminile a esigenze senza limite, alimentando in lei la fantasia che la domanda potrà essere soddisfatta in un tempo quasi asintotico. Questo atroce malinteso potrebbe spiegare, almeno in parte, l’ostinazione che consente a queste donne di mantenersi nella situazione violenta: «prima o poi succederà» è la speranza con la quale giustificano il sostegno garantito al partner e a se stesse.

Articolando la questione alla credenza della bambina nel fallo della madre onnipotente, anche in questo caso la domanda può infinitizzarsi, alimentata dalla vergogna e dalla colpa. Freud rivela che la bambina crede che sia solo lei, e non la madre o le altre donne, a non possedere il fallo. Neppure questa posizione è priva di conseguenze perché se da un lato la bambina dirigerà la sua domanda al padre, dall’altro lato vivrà la propria à-fallicità come un’ingiustizia e come il castigo di un Superio materno ancora più feroce di quello paterno.

Per esemplificare la questione dell’angoscia di castrazione in relazione al Superio, alla luce della clinica possiamo vedere come la soluzione fobica del piccolo Hans e della piccola Sandy descritte da Lacan nel Seminario IV siano entrambe una difesa dall’angoscia di castrazione. Il piccolo Hans è angosciato perché ha ben poca cosa da offrire alla madre (un piccolo pene ingestibile); in seguito interroga il desiderio dell’Altro rispetto al suo avere qualcosa con cui soddisfare l’Altro. La piccola Sandy, invece, scopre la mancanza materna e interroga il desiderio dell’Altro dal lato di quanto lei può ricevere dalla madre. Per Hans l’oggetto è in primo piano, mentre per Sandy l’oggetto è in secondo piano: in primo piano c’è il poter “essere” il fallo che soddisfa l’Altro.

Essere e avere non si incontrano, né nella domanda né nell’offerta, per questo Heidegger, con Lacan, può parlare, anche per la coppia, di Sentieri interrotti che non si incontrano mai. Lui vivrà con la paura di perdere l’oggetto sessuale e lei con la paura di perdere l’amore.

Una risposta lacaniana

Lacan problematizza la questione del femminile e del maschile al di là dell’Edipo nell’enigmatico enunciato: non c’è rapporto sessuale.

Il punto di appoggio nel rapporto tra i sessi diventa il godimento a cui Lacan dedica il Seminario XX, Ancora. C’è una divaricazione assoluta tra il modo di godere maschile e quello femminile, per questo tra un uomo e una donna “non c’è” rapporto sessuale, non nel senso che manca ma nel senso della pagina bianca11.

Secondo Lacan l’uomo è rinchiuso in un godimento dell’Uno, quasi autistico: «il godimento fallico è l’ostacolo grazie al quale l’uomo non arriva a godere del corpo della donna, precisamente perché ciò di cui gode è il godimento dell’organo»12.

Completamente identificato al suo godimento fallico, l’uomo va in cerca del sembiante del suo oggetto nel corpo della donna, nei divini dettagli che coprono la castrazione del corpo femminile.

Al contrario, secondo Lacan, la donna non è tutta nel godimento fallico: «essendo pas-toute, essa ha, in rapporto a quanto di godimento la funzione fallica designa,  un godimento supplementare. Noterete che ho detto supplementare. Se avessi detto complementare, dove arriveremmo! Ricadremmo nel tutto»13.

Dal lato femminile quindi si diramano due tendenze diverse: una diretta al campo maschile in cui si trova un supplemento della sua mancanza ad avere e a essere, un’altra diretta a una domanda di soddisfazione del godimento supplementare che può arrivare fino al volto di Dio come nella mistica, oppure all’erotomania, o a rappresentarsi nelle varie forme dell’eccesso femminile.

Il godimento supplementare o godimento Altro, in effetti, può declinarsi in un’inesauribile fonte di creatività simbolica femminile ma può anche declinarsi in una deriva pericolosa alimentata dalla pulsione di morte, come nei sintomi del femminile che non trovano un modo per simbolizzare la domanda d’amore all’altro e si realizzano invece in un godimento mortifero.

Il soggetto femminile può identificarsi al fantasma maschile dell’oggetto di possesso e così, benché non lo sia, può essere accostato con il masochista ma sembra così perché lei persiste nella ricerca di una risposta alla sua domanda d’amore.

Allo stesso tempo la ricerca incessante del godimento Uno può mostrare un soggetto maschile così identificato al godimento “dell’idiota” da arrivare fino al feticismo del corpo femminile. Questa ricerca quindi potrebbe comportare un rifiuto radicale della parola del soggetto femminile: del modo femminile di godere del godimento di essere.

In questo punto di non incontro tra il godimento Uno e il godimento Altro (o femminile) si può verificare l’esplosione violenta.

Nel regime di follia generalizzata preannunciato da Lacan – senza la bussola che i sembianti della sessuazione danno ai parlesseri come soluzione della castrazione simbolica (attualmente rigettata) – da quel “non c’è” del rapporto sessuale emerge un reale non dialettizzabile che può esprimersi nel maltrattamento della donna da parte dell’uomo fino al femminicidio.

Traduzione di Giuliana Zani

  

 

 

Shivering Mounting
For a young prostitute

He tells her, he loves her
and beats her heart
every bruise a deepening
on her skinny arse
her just formed breasts.

You understand, he loves her,
she knows that
as she steps into the dark, damp night
sliding in and out of cars,
her tiny body a slot–machine.

You understand, he loves her,
and she knows that
to the sound of a punter’s sigh,
her child–hood laughter
disappearing down her throat.

They found her in a ditch
with sludge in her hair
her epitaph reads:
time of death unknown
place of death unknown.

You understand, he loved her.
You understand, she believed him.

Agnetta Falk14

*Testo originale in spagnolo pubblicato nella rivista “Consecuencias”, 13/14, novembre 2014, http://www.revconsecuencias.com.ar/ediciones/014/template.php?file=arts/Variaciones/La-violencia-disfrazada-de-amor.html  Letto da Laura Boldrini, ex Presidente della Camera del Parlamento italiano, nel suo discorso inaugurale.

[1] J.-A. Miller, J.–A., Il reale nel XXI secolo, “Attualità Lacaniana”, 15, Roma, Alpes, 2012, p.7.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] J. Lacan, Journal d’Ornicar?, in “Ornicar?”, 17-18, 1979, p. 278.

[5] J.-A. Miller, Il reale nel XXI secolo, cit., p.8.

[6] L. Muraro , Dio è violent, Roma, Gransasso Nottetempo, 2012, p.20.

[7] Ibidem, pp. 38-39.

[8] Lacan, J., Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata. Un nuovo sofisma, in Scritti, Torino, Einaudi, 2010.

[9] S. Freud,  Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi, Opere, vol. 10, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp.216.

[10] Ibidem.

[11] Per approfondire si veda IRMA, La conversazione di Arcachon, Roma, Astrolabio, 1999, p. 209.

[12] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX , Ancora, Torino, Einaudi, 1983, p. 8.

[13] Ibidem, p. 73.

[14] A. Falk, It’s not Love It’s Love, Casa della Poesia, Baronissi, Salerno, 2000.