«E’ proprio nella faglia dell’identificazione tra l’essere e il corpo, mantenendo cioè che in ogni caso il soggetto ha un rapporto dell’ordine dell’avere con il corpo, che la psicoanalisi mantiene il suo spazio».

Jacques-Alain Miller, Biologia lacaniana, “La Psicoanalisi”, 28, Roma, Astrolabio, p. 24.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°17 – 23 luglio 2020

Trauma e après-coup*

Philippe La Sagna
Membro AME ECF e AMP – Bordeaux – 08/06/2020

Nella lettera a Fliess1 del 14 novembre 1897 Freud introduce il termine di nachträglichkeit.2 Il risveglio della sessualità durante l’adolescenza colora sessualmente il ricordo dell’attentato sessuale vissuto nell’infanzia dalla giovane Emma. La «causa» del sintomo della ragazza si trova nel colpo (coup) originario oppure nella sua rielaborazione secondaria après-coup, persino nel ritorno del rimosso in quanto tale? Il caso, però, che fonda veramente la nozione di après-coup, per Freud, è quello dell’uomo dei lupi3. È qui che si pone la questione del legame tra il ricordo infantile, cioè la scena primitiva, e il fantasma, legame divenuto imprescindibile per concepire la natura del «colpo».

Un sempre già lì

La novità del caso è che la scena del transfert con Freud è anche il luogo dell’aprèscoup, essa ne fa parte. La storia mostra che questo caso si iscrive nel dialogo – la disputa – tra Jung e Freud. Jung aveva la tendenza a mostrare a Freud che si lasciava ingannare dalla tendenza dei nevrotici a rifiutare la realtà per collocare la causa dei loro sintomi nel passato. Freud, dal canto suo, tiene all’ipotesi della seduzione del bambino dalla e nella scena primitiva. Seduzione che si ripete poi per l’uomo dei lupi, in particolare per il tramite della sorella. Si può dire che l’après-coup qui è caratterizzato da un sempre già lì, che diventa inseparabile dal reale del colpo. Il sogno dei lupi costituisce esso stesso un après-coup traumatico. Lacan parte dal caso dell’uomo dei lupi, di cui fa il commento nel tempo zero del suo insegnamento. Per Lacan, l’evento qui è in ristrutturazioni, che all’inizio assimila a delle «risoggettivazioni»4. Freud «suppone senz’altro tutte le risoggettivazioni dell’evento che gli sembrano necessarie per spiegarne gli effetti a ciascuna delle svolte in cui il soggetto si ristruttura, cioè altrettante ristrutturazioni dell’evento che si operano, secondo il suo termine, Nachträglich, successivamente [après-coup].»5 Lacan aggiunge in nota: «traduzione debole del termine»6. L’après-coup per Lacan non è semplicemente la determinazione di un senso in un secondo momento rispetto all’evento ma un fenomeno che egli assimila al tempo logico: «[Freud] annulla cioè i tempi per comprendere a favore dei momenti di concludere»7. Ma Lacan riduce allora, tuttavia, l’après-coup all’assunzione da parte del soggetto della propria storia.

Il nucleo di un tempo reversivo

Nel 1963, dieci anni dopo, Lacan mette in risalto la chiusura dell’inconscio così come si svolge nel transfert, con la funzione qui capitale dell’oggetto a. Essa dimostra quello che Lacan chiama il «nucleo di un tempo reversivo»8. Tale nucleo non è contraddittorio rispetto all’effetto di senso après-coup ma eccede rispetto ad esso. Vi è, in effetti, una temporalità propria dell’oggetto a in quanto causa del desiderio. Lacan potrà dire nel suo testo «Posizione dell’inconscio»: «il soggetto traduce una sincronia significante in quella primordiale pulsazione temporale»9. Tale «aumento», è un calcolo del tempo che si affranca dalla storia e dalla cronologia. Cronologia in cui Freud rimane invece prigioniero nel caso dell’«uomo dei lupi». Il tempo qui è il tempo della seduta e del transfert. Ripensando al mito della caverna di Platone, Lacan mostra che ciò che opera su quello che chiama ancora «l’essere» del soggetto, si anima «di una palpitazione il cui movimento di vita va colto»10. Formula che «il nachträglich, l’aprèscoup, il dipoi secondo cui il trauma si implica nel sintomo, mostra una struttura temporale di un ordine più elevato.»11 Più elevato rispetto al tempo logico. Questa implicazione rende difficilmente separabili trauma e sintomo. L’après-coup diventa quindi il nome di tale implicazione!

Quello che è cruciale, non è la storia, neppure il senso, ma quindi il tempo che è dato da una buona acquisizione dell’oggetto, così come lo fornisce l’operazione del transfert. Appare una messa in palpitazione della temporalità. Jacques-Alain Miller ha ripreso questa questione dell’inversione temporale12. L’analista è lì per rappresentare il «tempo regressivo»13 che va verso il passato. Miller aggiunge: «Cioè egli incarna al presente e si consacra a incarnare l’iscrizione passata dalla parola – è ciò che si chiama soggetto supposto sapere – e questo egli l’incarna al presente – non è una nozione»14, la nozione che farebbe dell’analisi un ritorno verso il passato che nega la vita reale. Tale passato reale, che si costruisce nel transfert, necessita «il presente dell’analista come corpo vivente»15. L’analista rende passato il presente e presente il passato. Classicamente il trauma si presenta come un passato che insiste nel presente e non può mai diventare veramente passato. Il trauma sovverte le istanze del tempo. Nel trauma vi è un paradosso della memoria. Il ritorno delle scene sotto forma di incubi è spesso di un’estrema precisione e sembra per l’appunto sfuggire ai rimaneggiamenti propri del racconto. Il che contrasta anche con l’oblio, ugualmente violento, delle scene traumatiche, oblio che talvolta può essere completo! Ma questa reticenza del trauma al movimento e al divenire mostra la sua natura di resto, di reale. Freud non ha cancellato questo reale e gli ha persino attribuito una portata generale nella coazione a ripetere. Se il trauma, nella ripetizione, rende attuale una tendenza mortifera, è anche il modello di un passato che uccide la memoria e che uccide il tempo superandolo. È contro questa cosa che entra in gioco l’oggetto a e l’analista che gli dà corpo nella presenza, per rappresentare il movimento della vita. La vita concepita qui a partire dal suo battito, dalla sua palpitazione, come nuova modalità del tempo.

Il fantasma tanto reale quanto il trauma

L’irruzione dell’elemento traumatico come condizione universale nel mondo contemporaneo si è realizzata nel momento stesso in cui si rinunciava ad annodarlo con la «realtà» dell’evento. Con il PTSD16, il trauma non era altro che un quadro clinico. Molte persone tendono ad accusare Freud di aver ridotto il trauma al fantasma, ma Freud non ha ridotto il trauma al fantasma, ha mostrato piuttosto che il fantasma era tanto reale e determinante quanto il trauma e che la sessualità era traumatica in quanto tale. Il modo in cui questo trauma si attualizza è singolare per ciascuno. Oggi si tende ad omologare il trauma e i sintomi traumatici. Non si cerca tanto la storia o i fatti quanto la predisposizione del soggetto spesso qualificato come fragile. Salvo poi, in un secondo tempo per il soggetto traumatizzato, tentare di sostenere il reale della sua testimonianza su una scena più ampia, sociale o mediatica. «Altra scena» in cui il trauma risulterà rifondato dalla convalida di quelli, e oggi soprattutto di quelle, che testimonieranno di aver vissuto le stesse cose. Il soggetto tocca con mano un reale nel trauma che vuole condividere con altri ma rifiuta che venga dissolto nel senso o nell’immaginario. I soggetti vittime di trauma diffidano delle diverse scene che la società offre loro. Preferiscono scegliere il tempo e il luogo in cui portare alla luce la loro sofferenza. Spesso questo passa attraverso la scrittura, per coloro che possono farlo. La psicoanalisi non offre questo tipo di scena (giuridica, politica, letteraria), anche se sa accompagnare i soggetti su questo cammino difficile. Ma l’idea secondo cui i giudizi après-coup, giuridico, critico o mediatico, possano permettere alle vittime di «fare il lutto» è spesso un’illusione dolorosa. Analogamente, il linguaggio, lungi dal pacificare le cose, come spesso si crede, apporta un godimento proprio del corpo e viene a risvegliare i primi incontri con il godimento traumatico.

Cogliere il reale del tempo

La psicoanalisi, dal canto suo, propone di cogliere, non la storia o la realtà, ma il reale del tempo in quanto tale, per cogliere in che modo questo tempo può diventare per un soggetto altra cosa, nell’evento di un dire. La dimensione dell’oggetto a causa del desiderio, permette di «scombinare il tempo»17 secondo la formula di J.-A. Miller. Il sintomo allora può testimoniare del godimento singolare del soggetto, prima e dopo l’esperienza del trauma, senza cancellarne il marchio. Nel dibattito tra l’immaginario o la realtà di quello che fa trauma, il traumatico mostra la continuità tra l’immaginario e il reale. Il ricordo nell’après-coup è rimaneggiato da quanto vi è di reale e di impossibile per un essere sessuato preso dentro il linguaggio. L’après-coup è anche l’incidenza di quello che vi è di irrappresentabile, di impossibile, nella sessualità umana. «L’impossibile è la condizione dell’evento in quanto reale»18.

Traduzione di Adele Succetti

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* Articolo pubblicato sul sito preparatorio alle Giornate dell’Ecole de la Case freudienne 2020, intitolate Attentat sexuel, e disponibile su: https://www.attentatsexuel.com/trauma-et-apres-coup/

[1] Cfr. S. Freud, Le origini della psicoanalisi, Lettere a Wilhelm Fliess, Torino, Bollati Boringhieri, 1968, pp.166-170.

[2] Il concetto freudiano di nachträglichkeit e gli aggettivi ad esso connessi, che in italiano è stato tradotto a partire dalla Standard Edition come “azione differita”, in francese è stato tradotto da Lacan come “après-coup”, in senso letterale a colpo (coup) avvenuto, ovvero a posteriori, successivamente.

[3] S. Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi), Opere, vol. VII, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp.481-593.

[4] J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.250.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem. La citazione in nota si trova solo nella versione francese degli Scritti.

[7] Ibidem.

[8] J. Lacan, Posizione dell’inconscio, in Scritti, cit., p.842.

[9] Ivi, p.839.

[10] Ivi, p.848.

[11] Ivi, p.842.

[12] J.-A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo, “La Psicoanalisi”, 37, Roma, Astrolabio, 2005, pp.33-36.

[13] Ivi, p.35.

[14] Ibidem.

[15] Ibidem.

[16] Post-traumatic stress disorder o disturbo post-traumatico da stress.

[17] Ivi, p.43.

[18] Ivi, p.41.

Giocare in transferta

Conversazione con Matteo De Lorenzo a cura di Sergio Caretto

Sergio Caretto: “Rete Lacan” ospita oggi la testimonianza di Matteo De Lorenzo estratta dalla sua esperienza in ambito istituzionale in particolare nel campo dell’infanzia e dell’adolescenza. Matteo De Lorenzo è partecipante della SLP, responsabile di un centro diurno orientato secondo la pratique à plusieurs, lavora nell’ambito degli interventi domiciliari coi minori e ha collaborato a un progetto rivolto a donne e minori che hanno subito maltrattamenti e violenza. Occorre precisare che le attuali politiche di genere raramente contemplano la presenza di figure maschili in progetti di contrasto alla violenza verso le donne. Il confinamento presso le proprie dimore e la tendenza alla chiusura, certamente esasperata dalle misure prese per il contenimento della pandemia, è tuttavia una delle manifestazioni che da tempo ritroviamo nei giovani e anche nei meno giovani; pensiamo al ritiro scolastico che preoccupa molto genitori, insegnanti, operatori dei servizi… Cosa può dirci, dal suo osservatorio, dei modi di manifestarsi del disagio dei giovani oggi?

MDL: Partirei dal lavoro dell’assistenza domiciliare coi minori che svolgo da circa 15 anni. La prima osservazione da fare è: chi ci contatta e perché. Distinguerei qui due campi: quello costituito dai bambini e adolescenti che definiremmo “normali”, da situazioni di minori decisamente più gravi. Anche là dove la domanda dei genitori prende la forma di “aiuto compiti”, di fatto troviamo presto ben altre difficoltà che non quelle scolastiche. Ricordo quando, chiamato a domicilio dalla madre di un quindicenne, mi trovai di fronte a un ragazzo che aveva contemporaneamente tre schermi accesi: giocava alla playstation con le cuffie, chattava sul telefonino e guardava i compiti sul registro elettronico. Era interconnesso con 3 schermi e la sua idea era di fare i compiti con me mentre giocava e chattava. Questo aspetto della molteplicità degli schermi accesi rinvia, a mio parere, a una questione fondamentale per il bambino e per l’adolescente che concerne l’identificazione e la sua messa in atto in questo tempo.

SC: In questo periodo di “confinamento”, la questione dei più schermi accesi interroga noi tutti…

MDL: Certamente! Aggiungo che io trovo particolarmente faticosa questa modalità di relazionarsi con gli schermi, tanto più che nel lavoro domiciliare si gioca perennemente fuori casa e ci si sposta parecchio da una parte all’altra della città. L’operatore domiciliare gioca sempre in trasferta, cosa che rende l’incontro molto differente da quando, per esempio, incontriamo un giovane in consultorio portato dai genitori. Di sicuro i ragazzi, oggi, è proprio a partire da questi schermi che cercano un contatto con l’Altro, come afferma anche J.-A. Miller in quel bellissimo testo intitolato In direzione dell’adolescenza. Miller nota infatti come, un tempo, il sapere veniva ricercato nell’Altro e questo determinava un’erotica del sapere, mentre ora il sapere lo si ha in tasca attraverso gli oggetti tecnologici. Gli effetti di questo cambiamento si riscontrano anche nelle identificazioni, comprese quelle di genere, che si pluralizzano in maniera impressionante. Ricordo un ragazzo che mi diceva di essere gray-sessuale, ovvero “grigio sessuale”. Andando a cercare su Wikipedia cosa volesse dire gray-sessuale, ho scoperto esistere un’intera sezione dedicata ai generi, ognuno dei quali ha anche una sua bandiera. Ci sono i gray-sessuali, i demi-sessuali, i black-sessuali, gli a-sessuali e così via. Apparentemente questi ragazzi sembrano smarriti rispetto alle identificazioni sessuali ma, a ben vedere, ritrovano in questo frazionamento qualcosa dell’identificazione che svolge a suo modo una funzione unificatrice.

SC: Vi è pertanto oggi una pluralizzazione delle identificazioni sessuali un tempo impensabile. Tema questo che potremmo mettere anche in tensione con l’altro ambito nel quale lavora, quello delle politiche e dell’identità di genere. Forse occorrerebbe interrogare le politiche di genere anche alla luce della pluralizzazione di queste identità, che non sono più nettamente definite e definibili in senso binario: maschile e femminile.

MDL: Non è così facile in campi al fuori del discorso analitico far passare questa pluralizzazione rispetto all’identità sessuale. Ad esempio coloro che tendono a riconoscersi in un non-genere come i queer o le queer, di fatto potremmo dire che si riconoscono in un genere al di fuori dei generi: un po’ come se, nel non essere né l’uno né l’altro, sono qualcosa, si crea un altro genere, un genere-non-genere se proprio vogliamo essere precisi, ma che ha una sua consistenza e offre anche una consistenza nella relazione con l’altro. Di fatto potremmo dire che lo psicoanalista, anche là dove sia un uomo, di fatto lavora sempre al femminile, orientato dall’uno per uno, dal non-tutto. In altre parole si può lavorare da uomo ma senza fare riferimento al monolite fallico, cercando di appoggiarsi su qualcosa che sfugge sempre ma che può lasciare comunque posto a un proprio stile. È chiaro che tale posizionamento nell’esperienza non è una questione tecnica ma si lega al proprio lavoro analitico.

SC: È questo un passaggio molto freudiano: Freud affermava che ciascun analista può portare avanti il lavoro coi suoi pazienti non oltre il punto in cui ha portato la sua stessa analisi.

MDL: Qualcosa della propria posizione può passare anche a colleghi che hanno tutt’altra formazione. Ricordo una coordinatrice dichiaratamente non lacaniana che a un tratto ha iniziato a chiamarmi al femminile: un’operatrice. Io ero un uomo ma per lei restavo in ogni occasione, anche pubblica, un’operatrice del centro.

SC: Da ridere… come si agganciano a voi questi giovani? come entrate nel loro mondo?

MDL: Si tratta di giocare qualcosa del proprio stile essendo attenti all’uno per uno, nel senso che ogni accoglienza è a sé. Mi capita sovente di dire ai genitori, in presenza del giovane, se lui non vuole venire, io non intendo vederlo e non mi interessa che lo portiate al centro. La condizione è che lui o lei voglia venire. Questo può produrre nel giovane un certo acconsentire a parlare. Vi sono poi parecchie difficoltà. Per esempio ci sono giovani che ricorrono alle sostanze più varie e all’alcool per poter stabilire dei rapporti sociali, sentimentali o sessuali, preoccupando ovviamente genitori e insegnanti…

SC: Interessante questo tratto… un certo uso di sostanze che oggi più che configurarsi come strumento di “rottura” del legame, si presenta invece nella sua funzione di mezzo per tentare di “includersi” nel legame.

MDL: Sì, il consumo tra i giovani, oggi, non è più solo tentativo di isolamento e chiusura nella sostanza, ma è piuttosto associato a delle occasioni “sociali” in cui il giovane sta con gli altri. Non se ne può fare una regola ma direi che oggi è molto diffuso questo uso delle droghe o dell’alcool finalizzato al tentativo di fare legame.

SC: Curiosa la formulazione che usa, Matteo: “non se ne può fare una regola”. In fondo la questione della regola pone la questione del limite. Quando constata un certo uso di sostanze che scandisce alcuni legami e tempi nella vita di un soggetto, paradossalmente troviamo il tentativo del soggetto di mettere dei limiti tramite una certa ritualizzazione legata al consumo di sostanze. Un limite che ovviamente non ha una grande tenuta simbolica perché svincolato dall’Altro della parola e del linguaggio.

MDL: Sì, oggi domina l’illusione di usare le sostanze per disinibirsi e per superare i limiti… in realtà  bevendo il gin con lo xanax, usando cocaina, fumando canne o altro, di fatto si introduce un limite che consente al soggetto di non mettersi in gioco in quanto non si riconosce capace di stare nel legame sociale.

SC: …si tratta allora della difficoltà di entrare nel legame, di fare legame sociale tra l’uno e l’altro, anche tra i giovani e non solamente tra giovani e adulti. Un uso delle sostanze non tanto per rompere col legame sociale ma, al rovescio, per entrare nello stesso senza tuttavia passare attraverso il discorso.

MDL: In un lavoro con allievi della quinta elementare e della seconda media alla domanda “Come dite a qualcuno che vi piace?” la risposta è: “su WhatsApp!”; nessuno di loro sa dire perché sia meglio passare attraverso WhatsApp piuttosto che incontrarsi di persona. Noi potremmo dire che in questo modo si evita l’ingombro del corpo: non si arrossisce, non si suda e così via… ma quello che sorprende è che i giovani non si pongono alcuna di queste questioni; vi è automaticamente l’uso del virtuale per fare legame sociale. Il problema sorge quando effettivamente si tratta di stare nel legame in presenza in quanto a quel punto cercano disperatamente di corrispondere a quell’immagine di sé postata su instagram o su facebook, immagine che immancabilmente prima o dopo crolla. Talvolta è proprio per tentare di mantenere una certa immagine di sé che si innesta l’uso di sostanze.

SC: Interessante questo tentativo di cercare una consistenza sulla via di un certo immaginario virtualizzato. Forse non è lo stesso immaginario di cui ci parla Lacan nel suo ultimo insegnamento a proposito di Joyce; qui sembra piuttosto un immaginario che tende a fissarsi in delle immagini statiche e illusoriamente padroneggiabili, poco flessibili.

MDL: Sì, sono immagini che comunque restano sotto l’egida del fallo, immagini che, come usano dire loro stessi, sono “fiche” e nelle quali Il soggetto cerca il suo valore. La questione della contemporaneità è che queste identificazioni che normalmente sostengono il soggetto sia per il loro valore immaginario che per i tratti simbolici a cui rinviano, oggi passano su queste piattaforme virtuali. Si tratta di un funzionamento dell’immaginario in cui il corpo è come cortocircuitato, messo fuori gioco. La domanda è pertanto: che ne è del reale nel legame tra l’uno e l’altro in questa immagine carica di senso e di godimento che, fin quando resta su instagram, offre una consistenza, ma che poi crolla nel momento dell’incontro con l’amico che mi prende in giro ai giardinetti?

SC: Un po’ come se ci fosse il tentativo di costruire un’immagine di sé senza passare attraverso il legame con l’altro, sia l’altro simbolico che, forse, anche l’altro dell’immagine speculare inteso come il simile. Ci si costruisce un’immagine di sé per poi postarla nel campo dell’Altro, Altro escluso nel momento di costituzione dell’immagine dell’Io.

MDL:  Sì, trovo una differenza tra la questione dello specchio e quella del selfie: se è vero che il selfie lo faccio per esibirlo all’altro, pensando all’altro che lo vedrà, di fatto questo altro è assente nel momento in cui lo scatto. Assistiamo allo spostamento da una certa interazione della relazione a una sua sempre maggiore virtualizzazione.

SC: In cosa consiste il vostro lavoro con questi giovani?

MDL: a volte si tratta di far si che si realizzino dei piccoli spostamenti che aprano a nuove identificazioni più “vivibili”, più compatibili con il legame sociale e fonte di sostegno del proprio desiderio… modo questo per uscire un po’ dal doversi presentare all’altro col proprio selfie, supponendo che l’altro mi desideri in un certo modo, troppo fissato in un’immagine che mortifica il desiderio soggettivo.

SC: Si tratta allora di prestarsi a entrare in un legame affinché torni a circolare del desiderio.

MDL: Tanto più nell’adolescenza le identificazioni restano fondamentali nella costituzione del soggetto e per questo occorre essere attenti a non funzionare e prendersi come modello nella relazione con l’adolescente, non prendersi come l’Altro del soggetto facendo i maestri, gli educatori, il guru o la canaglia. Occorre saper uscire di scena al momento giusto, dalla relazione, in modo che il giovane possa ritrovarsi a sostenersi sui propri passi. Non si tratta certamente di fare un’analisi ma, soprattutto là dove vi siano sintomi piuttosto gravi, di svolgere quel lavoro che gli consenta di cogliere la logica sottostante di quei sintomi.

SC: Come intendere la pratique à plusieurs nel suo lavoro?

MDL: In questi anni posso dire di avere cercato di far funzionare la logica à plusieurs anche nel lavoro a domicilio o in una relazione “a due”. Vi è sempre un certo funzionamento dell’Altro: un’équipe, un coordinatore che chiamo in causa per regolare il mio rapporto col giovane, anche nel lavoro individuale.

SC: Mettere in atto un lavoro in cui si sia in più, è anche modo per mettere in gioco e mobilizzare maggiormente le identificazioni affinché non si fissino troppo sull’Uno preso come modello.

MDL: Penso al caso di un giovane presentatoci con una diagnosi di disturbo generalizzato dello sviluppo che ho seguito da quando aveva 11 anni fino a oggi che ne ha 26. Una prima fase di lavoro, durata fino alla fine delle superiori e svolta a domicilio, è stata orientata dalla passione che il ragazzo aveva per le pietre, per i minerali. L’aver acconsentito a questa sua passione ha condotto il giovane dapprima a iscriversi in un liceo artistico a indirizzo gemmologico, sostenendo la sua trasformazione progressiva della sua fissazione delirante sui minerali in uno studio, per poi farne una professione, l’orafo, fino a divenire un artista. Oggi non sono più io che vado al suo domicilio ma è lui che viene a farmi visita.

SC: Dalla fissità della pietra, nel lavoro con lui, siete riusciti a far diventare un sinthomo quella passione delirante, una supplenza che adesso si annoda socialmente, dandogli un posto e una consistenza.

MDL: A quelle due operazioni che A. Di Ciaccia definisce nel lavoro à plusieurs come autocostruzione e autodifesa, vi è stata l’aggiunta del mio desiderio. Di quella fissazione delle pietre di cui tutti non volevano più saperne, il giovane è riuscito a fare una collezione fino ad arrivare a comprare la pietra preziosa per eccellenza, un diamante. Dall’età della pietra si è passati all’età dell’oro. Io ho detto sì a quella pietra fin dall’inizio, laddove tutti dicevano no.

SC: Un caso che insegna anche sul fatto che forse, tanto più in questo tempo, una delle modalità di entrata nel legame che il clinico occorre metta in atto, passa attraverso gli oggetti. Occorre passare sovente dall’oggetto di consumo a cui il soggetto è radicalmente fissato per arrivare a produrre un legame di transfert che non è dato dall’inizio, occorre investire quegli oggetti di godimento affinché possano divenire  oggetti significanti che tornino a circolare in uno scambio desiderante, in un legame sociale.

MDL: Lui oggi è arrivato a farsi un nome come artista della pietra, ha una lingua e un vocabolario che gli consente di stare nel legame sociale a modo suo. Non è più il bambino isolato con le sue pietrine…

SC: In fondo, Matteo, l’immagine del soggetto chiuso sulle sue pietrine sembra ben rappresentare il soggetto contemporaneo…

MDL: Anche i videogames sono oggetti coi quali possiamo fare un lavoro di entrata…

DRIN! DRIN! DRIN! DRIN! DRIN! DRINNNNNNNNNNNNNNNNN

MDL: Scusi ma mi sta chiamando insistentemente un ragazzone e la linea va e viene…

SC: Un conto è il soggetto risucchiato dal videogioco, un altro è chiamare a più riprese l’operatore… in questo senso il ragazzone che chiama e disturba esemplifica bene quel che intendevo prima come prestarsi ad entrare nella relazione a partire dal posto dell’oggetto. Quando il soggetto è sganciato dal discorso effettivamente non suppone alcun sapere all’altro in quanto lui stesso ha in tasca il sapere… allora la questione è come entrare in gioco con soggetti che sono risucchiati completamente dal gioco. Il ragazzone che la chiama in diretta, qui e ora e a ripetizione, è un bell’esempio di come oggi per questo ragazzo non vi sia più solo il videogioco a risucchiarlo ma ha anche Matteo De Lorenzo. Ecco il transfert…

MDL: L’operatore deve certamente saper-non-sapere, al tempo stesso occorre un certo saperci-fare con gli oggetti proposti dal giovane, esserne interessati e non indietreggiare dal giocare con lui.

SC: Si tratta allora di essere autenticamente interessati al gioco dell’altro affinché questi ci faccia entrare nel suo gioco. È lui che deve farci entrare nel suo gioco per poi eventualmente verificare che possa staccarsene un po’ nel momento in cui il giovane si riallaccia all’altro del discorso, o quanto meno all’Altro del linguaggio.

MDL: Se si è autenticamente interessati al soggetto e ai suoi giochi, ecco che questi si illumina. Solo in questo modo il soggetto potrà farsi adottare da noi, adottandoci.

SC: Bella espressione questa, Matteo. Effettivamente occorre che il soggetto si ”faccia adottare” dal discorso che, per struttura, è Altro. Solo se il soggetto sente che ha posto in questo Altro allora potrà farsi adottare dal discorso. L’operatore è allora quel ponte che consente questa adozione…

MDL: Sì, occorre acconsentire a parlare una lingua che possa intercettare la lalingua propria a ciascun soggetto.

We will go on and on…

Gabriela Camaly
Membro EOL – Buenos Aires – 10/06/2020

La clinica psicoanalitica deve consistere non solo nell’interrogare l’analisi, ma nell’interrogare gli analisti, in modo da far emergere ciò che è casuale nella propria pratica e che giustifica l’esistenza di Freud1

Jacques Lacan

Leggo quotidianamente ciò che i colleghi dell’AMP scrivono dal loro confinamento sul reale. Li ho letti quasi tutti, sono una bussola. I loro testi sono la testimonianza vivente della comunità di desiderio che formiamo. Questo esiste! Fortunatamente, non era un sogno. Quando ci sveglieremo dall’incubo chiamato “pandemia”, ci sarà una Scuola per vivere di nuovo.

Quando leggo i loro testi, dico, sono sorpresa dalla capacità di elaborare di questo reale che siamo costretti a vivere. Fanno da contrappunto all’eccesso di informazioni che circola nelle reti, calcoli impossibili da misurare e travolgenti previsioni politiche ed economiche, mentre la scienza mostra i propri limiti. Il numero dei morti addolora in tutto il mondo. L’inconsistenza dell’Altro si rivela in tutte le sue forme. Di fronte al reale, nessuna garanzia. Di fronte a ciò, l’angoscia generalizzata.

Per me la scrittura invece non sorge con chiarezza. La quarantena e il suo confinamento mi ha fatto entrare in un registro sospeso del tempo e dello spazio. Mi abita un certo silenzio, è la forma che assume l’assenza di parole per nominare il reale. A volte s’insinua il malumore, la mia anima si impregna di esso, una vecchia conoscenza di altri tempi. Risposta del reale per sopportare un altro reale.

Come ci insegna Miller, ci sono tanti nomi del reale2. Mi preoccupa il reale dell’esperienza analitica in questi tempi in cui la psicoanalisi è entrata massicciamente in forma virtuale. Mi interroga la sua operatività, mi interrogo sui suoi effetti. Non ci sono dubbi sul valore terapeutico della parola, anche se virtuale. Ciononostante la psicoanalisi esige ogni volta l’incarnazione dell’incontro tra l’analizzante e il suo analista. «La tesi – dice Miller – è che l’analista con la sua presenza incarna la parte non simbolizzata del godimento»3. In effetti, per quanto si dica, rimane l’impossibile a dire. Questa operazione si ripete ogni volta fino a che si inscrive, per ciascuno, il più di godere e l’assenza del significante che lo nomina. Diritto e rovescio di un’unica struttura, quella del parlessere.

Tuttavia, la nostra clinica è caso per caso. Durante le sedute virtuali, una paziente avverte il crescente disagio che si verifica a ogni chiamata all’analista; con sorpresa, scopre che questo la riporta alla connotazione sessuale del trauma infantile. Un altro paziente conferma, in quarantena, che la risposta soggettiva alla situazione traumatica del confinamento è un desiderio senza precedenti legato all’insegnamento, che buca il fantasma della depressione, significante della sua identificazione al padre. Una giovane donna verifica che il punto di massima angoscia costituisce il confinamento sotto lo sguardo minaccioso del partner che la conduce all’orrore e, poiché non riesco a vederla ma è importante che io lo sappia, mi avverte della sua angoscia mentre parla dall’altra parte dell’auricolare. Un’adolescente dice che, ora che è rinchiusa con sua madre, ammette che per tutta la vita ha avuto paura e quando lo dice, mi dice, trema. Nella sua prima testimonianza, Débora Rabinovich riferisce che per lei c’è stata un’interpretazione indimenticabile del suo analista che, in occasione di un’angoscia devastante, l’ha seguita al telefono; quel detto ha toccato il godimento che la intrappolava e ha aperto la strada alla fine. Il reale dell’esperienza analitica non ha nulla a che fare con la realtà, tanto meno con il reale della biologia o della scienza. Ma penso che il virtuale, di cui ci avvaliamo in questa contingenza storica, non sostituisce in alcun modo la necessità del vero incontro che consente alla psicoanalisi di essere «un’esperienza», un «evento di corpo» e non solo un fenomeno discorsivo. Lacan ha insistito: «la clinica psicoanalitica è il reale in quanto impossibile da sopportare»4. Dalla parte dell’analizzante, è l’esperienza del reale di un godimento fuori senso che si annida nel sintomo; dalla parte dell’analista, si tratta del reale di un atto senza garanzie.La vita è un sogno, finzione dalla quale possiamo svegliarci bruscamente. Lacan ha detto che ci svegliamo dal sonno per continuare a sognare a occhi aperti perché non c’è risveglio al reale. «Non ci svegliamo mai: i desideri sostengono i sogni»5. Sognare è essere abitati dal desiderio, è progettare con gli altri, è desiderare ardentemente che si verifichino le contingenze dei buoni incontri… il Congresso AMP potrebbe diventare una realtà, i nostri giorni e le nostre notti di Scuola! Sogniamo insieme, quindi, con gli incontri a venire perché, come disse Daniel Millas, «Fortunatamente, la causa analitica non va in quarantena». Mentre scrivo, la mia finestra è aperta. In lontananza ascolto gli accordi di una chitarra elettrica che un vicino che non conosco suona dal suo balcone, di tanto in tanto, mentre canta. Altri, che neanche conosco, cantano in coro dai confini dei loro balconi e poi le nostre anime si illuminano…. «Vicino, lontano, ovunque tu sia … il mio cuore andrà avanti e avanti…».

[1] J. Lacan, Conferenza di apertura della Sezione clinica di Parigi. Pronunciata il 5 gennaio del 1977 a Vincennes.

[2] J.-A. Miller, A. Di Ciaccia, L’uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2019.

[3] J.-A. Miller, Los usos del lapso, Buenos Aires, Paidós, 2004, p.22.

[4] J. Lacan, Conferenza di apertura della Sezione clinica di Parigi, cit.

[5] J. Lacan, “Risposta di Lacan a una domanda di Catherine Millot. Improvisación: deseo de muerte, sueño y despertar”. Freudiana, 88.

Spazio del soggetto nella psichiatria di oggi

Maria Bolgiani è psichiatra, responsabile di un Centro di Salute Mentale, un ambulatorio territoriale della salute mentale a Torino. Psicoanalista AME della SLP e della AMP, è attualmente segretaria della EFP. Ha ricoperto la funzione di segretaria della SLP dal 2008 al 2010, e successivamente quella di membro del Consiglio della SLP.

Sebastiano Vinci: Allora, Maria, giusto per iniziare questa conversazione, vorrei chiederti di quale psichiatria parliamo, oggi?

 

MB: Difficile rispondere… la prima cosa che mi viene in mente è il titolo del libro di Viganò “Psichiatria non psichiatria”1. Ricordo che quando Viganò venne a Torino a presentare il libro, ci furono diverse domande e considerazioni su questo titolo, che può essere inteso in modi diversi.

Da un certo punto di vista, mi pare che abbiamo a che fare oggi con una psichiatria che è soprattutto gestionale. Cioè, nel migliore dei casi, si occupa di gestire, organizzare, preparare moduli, registrare. Il posto per la clinica – intendendo il termine “clinica” in un senso molto ampio – bisogna conquistarlo ogni volta. Personalmente credo di avere un’esperienza molto fortunata, credo di lavorare in un ambiente dove è ancora possibile fare della clinica, anche se lo spazio di vivibilità si va restringendo, ma ci sono sicuramente ambienti più complicati da questo punto di vista. Il posto della clinica, in questa psichiatria, lo si deve conquistare, nel senso che ogni volta, con ogni paziente, ma anche, soprattutto, con ogni gesto che facciamo con i colleghi e nell’organizzazione del lavoro, occorre non soccombere alla logica della gestione. Dunque è una psichiatria che è al limite con la non psichiatria perché se ci si occupa soltanto di gestione, non c’è più clinica e non c’è più psichiatria. L’organizzazione è importante, ma per non soccombere alla burocrazia occorre che sia sostenuta da un orientamento clinico e non solo da una supposta idea di efficienza, altrimenti abbiamo solo un’immaginazione di efficienza, mentre in realtà abbiamo burocrazia, cioè protocolli e procedure, che dovrebbero rendere efficiente il nostro operare. A partire da un orientamento clinico, l’organizzazione è importante perché è lo spazio che si dà al funzionamento, a come riceviamo i pazienti e all’articolazione tra le diverse varie professionalità presenti all’interno di un Centro di Salute Mentale. La psichiatria va in una direzione che è quella della nostra contemporaneità e questo non lo cambieremo, ma secondo me nella quotidianità c’è ancora tanto che si può fare: a partire, però, dall’orientamento clinico e non dalla necessità di organizzare, che deve venire logicamente dopo.

SV: Hai introdotto una serie di termini e di questioni che mi fanno pensare che questo connubio e questa convivenza tra un’anima da psicoanalista e un’anima da psichiatra, può comportare sì la possibilità di un felice incontro, ma non per questo darlo per scontato. Ma da come tu, invece, ne hai parlato mi è sembrato di capire che il tuo sforzo è orientato anche a fare coesistere un assetto organizzativo – istituzionale, che ha ovviamente limiti, funzioni ed obiettivi da raggiungere, con un aspetto importante, quello etico, che è quello proprio della psicoanalisi. Quindi, ti chiedo, come pensi di esserci riuscita e quanto, l’essere analista, ti ha aiutato ad attuare una prassi che integrasse, nella psichiatria di oggi, aspetti clinici e non soltanto gestionali?

 

MB: È un po’ difficile dire come. La questione è che, come tu sai e come sa chiunque sia passato attraverso l’esperienza di una psicoanalisi, questa incide nella carne, dunque, incide nel modo in cui, poi, compiamo ogni gesto della nostra vita. E dunque oggi non posso che fare come faccio, come provo a fare. Poi, per quello che riguarda l’aspetto clinico e anche certi aspetti organizzativi, l’essere passata attraverso l’esperienza dell’analisi veramente mi ha dato degli strumenti che non potevo immaginare. Per quello che mi riguarda, invece, c’è un punto che non funziona per niente: in fondo io svolgo il mio lavoro con uno stile che, evidentemente, è il mio stile e che è segnato dalla mia storia e, dunque, anche dalla mia analisi. Ma attraverso il lavoro come psichiatra, mi pare non si trasmetta il fatto che lo stile di qualcuno non ha a che fare solo con le sue caratteristiche personali ma è segnato dalla sua formazione analitica, e non si trasmette, non dico una supposizione di sapere, ma nemmeno un interesse per la psicoanalisi. Questo, per me, è un punto di fallimento, e quindi di interrogazione.

 

SV: Quanto pensi che l’avvento dei vari DSM abbiano inciso in questa quasi impossibilità a trasmettere qualcosa di un’etica e di un ascolto del soggetto all’interno della psichiatria e quanto la normalizzazione dei sintomi ha potuto inficiare la possibilità che la psicoanalisi potesse ancora oggi, avere una funzione di stimolo per la psichiatria?

 

MB: Sicuramente il DSM, con il suo modo di categorizzare delle espressioni soggettive in disturbi, ha prodotto un effetto di spinta alla normalizzazione e ha spazzato via l’interrogazione sulla causa, in pieno accordo con l’ideologia neuroscientifica attuale. Il DSM implica la cancellazione di qualunque spazio per l’inconscio. Mi è capitato di recente di partecipare a degli incontri di formazione in psichiatria e ho constatato ancora una volta che, certamente, ci sono delle attenzioni ad aspetti non farmacologici nell’approccio al paziente psichiatrico ma, di contro, tutti gli aspetti che vengono rubricati sotto l’insegna della psicoterapia riguardano le terapie cognitivo comportamentali, la psico-educazione, etc. O ancora, le diverse terapie sono prese in considerazione come se fossero farmaci: le TCC per questo disturbo, l’arte terapia per quest’altro, la terapia sistemica per quest’altro ancora. Il punto è che anche là dove c’è un’attenzione che va al di là della terapia farmacologica, si ha sempre a che fare con il tentativo di far trionfare l’Io e, dove si parla di inconscio, in realtà lo si intende in un modo che è quasi pre-freudiano, cioè l’inconsapevole.

 

SV: Veniamo ai nostri tempi. Quest’ ultimo periodo è stato caratterizzato dall’irruzione di un reale impossibile da gestire, da circoscrivere, a cui è stato difficile dare un senso … con il virus, la pandemia, è sfuggito tutto, anche quello pseudo controllo che ognuno di noi pensava di avere sia del nostro corpo, sia delle relazioni sociali… Questo ha prodotto degli effetti, secondo te, anche nelle problematiche psichiatriche dei pazienti che avete in carico? C’è stato un effetto che tu hai potuto cogliere e su cui si può discutere?

 

MB: La mia impressione è che sia ancora presto per tirare delle conclusioni, perché non siamo fuori da questa situazione e, dunque, ho delle impressioni, ma non un’elaborazione su questo. Molti hanno detto che ci sarebbe stato un forte aumento di una serie disturbi, quelli classificati come “disturbi d’ansia”, “disturbi fobici”, “disturbi post traumatici da stress”, depressioni, etc.  Quello che ho avuto modo di osservare in maniera importante, anche dal punto di vista numerico, è stato che tra coloro che erano già pazienti dell’ambulatorio, alcuni non hanno fatto tanta fatica a chiudersi in casa, perché in fondo questo rispondeva anche un po’ al loro modo di affrontare il mondo, mentre alcuni di loro fanno molta fatica, adesso che è possibile, a uscire di nuovo. È stato detto da più parti ed è presente anche nella mia esperienza. Poi, per un certo numero il maggior timore ad uscire di casa anche per ragioni consentite, era legato non alla paura del virus ma a quella di essere fermati dalla polizia. Poi mi è capitato di incontrare delle persone, forse più in pronto soccorso che non in ambulatorio, per le quali il periodo del lockdown, la convivenza forzata, magari in case piccole, in famiglie abbastanza numerose, con problemi economici, ha scatenato l’inferno nelle relazioni famigliari. Altri hanno retto bene durante questo periodo ma invece, quando è diminuita un po’ la tensione, è esploso tutto quello che prima non poteva permettersi di esplodere. In termini numerici, però, per adesso non abbiamo avuto un aumento di richieste al Centro di Salute Mentale. È anche vero che in tutto questo periodo abbiamo sempre lavorato. L’indicazione era quella di vedere soltanto i pazienti urgenti e con gli altri mantenere contatti telefonici. Per fortuna, ci è stato lasciata una certa possibilità di valutare le urgenze e noi abbiamo tenuto conto del fatto che, nel nostro campo, qualcosa che non è urgente oggi può diventare un’emergenza domani se lo si rinvia e, dunque, abbiamo fatto molta attenzione a non interrompere il lavoro con alcune persone.

 

SV: C’è stata una incidenza maggiore, secondo te, di ricoveri nei reparti di psichiatria e ci sono state delle modifiche, per esempio, nella gestione delle emergenze e, quindi, anche con eventuali TSO?

 

MB: La mia esperienza è limitata alla parte della città e all’ospedale in cui svolgo il mio lavoro, non so rispondere in termini più generali. In altre realtà le cose possono essere molto diverse e, in parte, dipendono anche da come è stato possibile lavorare nei CSM. Il fatto che si producano delle emergenze è anche in relazione con quello che si riesce a fare prima che l’emergenza arrivi. A mia conoscenza tutti gli SPDC2 hanno ridotto i posti per i ricoveri per l’esigenza di assicurare il distanziamento e, ancora oggi, molti lavorano con un numero ridotto di posti. Per quella che è la mia esperienza, nonostante questo, nel periodo del lockdown non c’è stato un aumento delle richieste di ricovero, né un aumento dei TSO. Si è dovuto far fronte al fatto che alcuni SPDC sono stati chiusi per la presenza di casi di Covid. Ma in generale – e questo riguarda in realtà tutti gli ambiti medici e non soltanto la psichiatria – per un periodo abbastanza lungo c’è stata una diminuzione degli accessi al Pronto Soccorso, anche molto problematica per quello che riguarda alcune patologie organiche, per esempio quelle cardiache. Poi, un po’ per volta, gli accessi sono ripresi. Dunque non ho esperienza concreta di un TSO fatto nel pieno periodo Covid, per fortuna non ne abbiamo avuto bisogno.

 

SV: La gestione, tra virgolette, delle urgenze… queste implicano sempre e comunque un’attenzione al soggetto che si ha in cura in quanto è portatore di una storia e di una relazione con gli psichiatri e/o gli psicologi di riferimento. All’interno della vostra organizzazione e della vostra prassi clinica, la gestione delle urgenze ha comportato l’adozione di strategie diverse, oppure siete riusciti ad avvalervi degli strumenti che avevate già a disposizione e che sono il modo con cui avete organizzato il vostro reparto, il vostro servizio, ed anche, ovviamente, il tipo di approccio clinico che avete con i pazienti?

 

MB: Certamente abbiamo dovuto adattare alcune prassi. Perché le persone possano arrivare in ambulatorio fisicamente, devono superare tutta una serie di “filtri”, che sono costituiti da una eventuale telefonata il giorno prima, poi quando arrivano nell’edificio viene consegnato un questionario, viene misurata la temperatura, devono mettere il gel sulle mani, tenere la mascherina. Noi stessi dobbiamo rispettare queste prassi e, forse, questo ha prodotto qualche effetto su alcuni pazienti: non era qualcosa che veniva imposto loro ma tutti vi eravamo sottoposti. Già questo ci colloca in una posizione barrata. Poi, il rapporto con il paziente si è rivelato, ancora una volta, fondamentale per valutare le cosiddette urgenze, dato che un’urgenza non è sicuramente la stessa cosa per una persona o per un’altra. Mi viene in mente il caso di un giovane paziente che un giorno, dopo una telefonata in cui mi parlava solo di ansia, ho invitato a un colloquio in ambulatorio perché ho colto una necessità non rinviabile di parlare di quello che stava vivendo, diversamente, con tutta probabilità avrebbe finito per farsi portare in Pronto Soccorso. Quindi il rapporto con i pazienti, e anche la possibilità di cogliere alcune sfumature del loro discorso, è stato fondamentale per poter valutare che cos’era urgente e che cosa no. Nel nostro caso questo è stato possibile perché la direzione della struttura complessa dalla quale dipendo ha lasciato autonomia sul piano clinico e perché ho trovato un certo accordo nell’equipe, che ha sostenuto questa posizione. Si trattava di proteggersi e proteggerci, di rispettare le indicazioni che abbiamo ricevuto, ma anche di tenere conto che ci sono i pazienti e che, proteggendoci, quando era necessario dovevamo riceverli.

 

SV: La situazione pandemica con cui ci si è confrontato ha creato, nell’ambito della sanità, l’immagine di operatori eroi che hanno accettato di esporsi alla cura di pazienti correndo anche il rischio di essere contagiati. C’è stata anche una parte di operatori che non se la sono sentita e che, in un modo o nell’altro, si sono sottratti ai compiti istituzionali. Per quello che hai potuto verificare, in ambito psichiatrico, che risposte hai potuto osservare? C’è stata anche una loro preoccupazione che ha inciso nella qualità del rapporto e nella cura dei pazienti?

 

MB: I Centri di Salute Mentale sono sempre rimasti aperti. Alcuni operatori si trovavano in situazioni per cui potevano chiedere di rimanere a casa, anche perché ci è sempre stato chiesto di non essere troppi in servizio, per evitare assembramenti. Abbiamo quindi cercato di organizzarci in modo da rispettare le direttive pur continuando a lavorare. Ognuno ha affrontato questo reale come ha potuto e, dunque, c’è anche stato chi avrebbe voluto venire a lavorare anche se per sue condizioni di salute doveva rimanere a casa e c’è stato qualcuno che magari rischiava meno, ma non se la sentiva di venire a lavorare. Penso che questo sia nell’ordine delle cose, ognuno di noi reagisce come può e, personalmente, non ho molto da dire sul fatto che qualcuno, ad un certo punto, non se la sia proprio sentita. Trovo molto più problematico il fatto che, dal punto di vista istituzionale, siano state prese delle decisioni sulle quali non si è aperta la minima possibilità di elaborazione. Un esempio eclatante riguarda il fatto che quasi immediatamente, è stato deciso che gli psicologi dei CSM avrebbero lavorato in smart-working e avrebbero continuato i colloqui e le psicoterapie al telefono o in videochiamata. Per un certo periodo forse non c’era alternativa, ma è un punto sul quale non ci si è posti alcuna domanda, né in quel momento né adesso. Il fatto che non ci fossero più incontri in presenza è passato senza che chi era coinvolto sollevasse il minimo interrogativo, non per dire no, ma per notare e far notare che non è la stessa cosa. L’istituzione ha puntato a tutelare gli operatori e sé stessa, per evitare che in futuro qualcuno possa dire che si è infettato perché è andato in ambulatorio. Ma ci sono professionisti che sembrano non accorgersi della differenza. Ecco, questo lo trovo molto più problematico del fatto che qualcuno non se la sia sentita e abbia deciso di stare a casa.

 

SV: Hai detto che questa nuova organizzazione del lavoro è passata quasi inosservata e che l’istituzione ha adottato questa misura un po’ per auto proteggersi, un po’ come fanno tutte le istituzioni, ovviamente. Chi veramente è stato penalizzato secondo te? Ed anche, chi o cosa in uno scambio attraverso un monito ne ha pagato, eventualmente, le conseguenze?

 

MB: Da una parte la cosa più facile è dire che le conseguenze le hanno pagate i pazienti, però secondo me è importante non generalizzare. Per molti pazienti poter mantenere i contatti è stato fondamentale, anche quando non ci si poteva incontrare. Per l’esperienza che ho – e penso in questo caso anche al lavoro in studio e non solo al CSM – credo che con le chiamate e le videochiamate si possa mantenere una conversazione con un paziente, soprattutto dove c’è del transfert già in atto, mentre non credo che si possa fare una vera seduta analitica, però mantenere una conversazione è importante. Poi ci sono delle persone che ci hanno detto “ma io mi trovo benissimo così, con il monitor”.  Qualcun altro, invece, ha scelto di aspettare di poter incontrare lo psicologo di persona. Molti pazienti, in realtà, hanno saputo utilizzare gli strumenti che potevano utilizzare. Ma, se noi che lavoriamo non cogliamo che c’è differenza, che l’immagine è diversa dalla presenza, viene penalizzata anche la nostra possibilità di elaborare, di lavorare e di imparare da quello che facciamo e, questo, comporta un impoverimento dal nostro lato.

 

SV: Ecco era proprio questo che ti volevo chiedere. La cosiddetta povertà della psichiatria di oggi legata a quello che dicevamo prima, l’irruzione del DSM e di tutte le tecniche psico-educative e comportamentali, hanno sicuramente tagliato le gambe a tutta un’elaborazione che avesse il soggetto al centro della clinica, il soggetto in quanto desiderante. La rottura di un andamento che si è protratto quasi per forza d’inerzia e, mi riferisco, alla psichiatria di controllo, alla psichiatria gestionale, all’irruzione degli psicofarmaci, alla normalizzazione dei sintomi ed alla tendenza a creare una sorta d’identità uguale per tutti, secondo te può offrire uno spunto di riflessione perché la psichiatria possa interrogarsi oggi sulla sua funzione nell’ambito della salute mentale?

 

MB: Ho delle impressioni, in merito, niente più che questo. Non sono stata tra quelli che hanno creduto che niente sarà mai più come prima; la spinta alla ripetizione è inesorabile ed occorrono uno sforzo attivo e un lavoro deciso per uscire da questo circuito. Questa psichiatria è figlia del suo tempo, del DSM, del mercato… credo che non basti nemmeno la catastrofe della pandemia se poi non c’è qualcosa che produce un’interrogazione. Non basta la catastrofe, ci vuole l’interrogazione perché qualcosa si metta in moto.

 

SV: Quindi un effetto di chiusura e non di apertura in ogni caso.

 

MB: Un effetto dell’eterno ritorno, dell’uguale che tende a ripresentarsi… perché se la logica è gestionale, si cercherà di gestire anche questo e la risposta sarà gestionale.

 

SV: All’interno di questa psichiatria gestionale tu che posto occupi, visto che hai una funzione di responsabilità?

 

MB: Certo è una bella responsabilità, perché lavorare in un’istituzione, qualunque essa sia, implica collaborare al discorso che la sostiene, come diceva Lacan in Televisione.3

 

SV: Ma bisogna sapersi anche smarcare…

 

MB: Sicuramente bisogna sapersi smarcare, ed è possibile smarcarsi in tanti piccoli gesti quotidiani. C’è una responsabilità soggettiva che ogni volta è sempre piena, ci sono delle regole del gioco ma poi in ogni momento ciascuno sceglie da cosa lasciarsi orientare, questo secondo me resta fondamentale. Ma certamente, accettare di fare lo psichiatra nel servizio pubblico comporta anche servire quel discorso.

 

SV: Riprendo un attimo l’espressione che tu hai utilizzato all’inizio … “la formazione incide sulla propria carne”. Forse, non so se tu sei d’accordo, è proprio questo che fa la differenza nei piccoli gesti della quotidianità. È un modo di posizionarsi etico rispetto all’ascolto, rispetto all’altro, rispetto alla sofferenza, rispetto alla domanda che viene formulata e che, forse è l’unica cosa che può permettere di smarcarsi rispetto all’ingiunzione, alle norme e al discorso del padrone con cui chi lavora in un’istituzione deve fare i conti.

 

MB: Sono d’accordo. Con una precisazione: è soltanto dopo, di volta in volta, che possiamo dire se il nostro agire è stato etico… perché ci sono molti che lavorano con autentica attenzione alle persone e penso che sia importante avere anche una certa umiltà su questo. A partire dalla nostra formazione, però, siamo gli unici, se così vogliamo dire, che possono avere un’attenzione che va al di là dell’individuo e che ha a che fare col soggetto. Questo ha a che fare con l’etica della psicoanalisi, e questa è la differenza che possiamo mettere in atto.

 

SV: Ti ringrazio molto per questa conversazione che per me è stata piacevolissima. Ti ringrazio molto a nome mio e di Rete Lacan.

[1] C. Viganò, Psichiatria non Psichiatria, Roma, Borla, 2009.

[2] SPDC: Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, reparto di psichiatria inserito nell’ospedale generale.

[3] Cfr. J. Lacan, Televisione (1974), in Altri Scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 512.

LAMPI!

Silenzio, si gioca!

Omar Battisti
Membro SLP e AMP – Rimini – 10/07/2020

Sono passati quasi due mesi dalla fine della chiusura forzata in casa. La vita è ricominciata? Forse che la casa sia un luogo così estraneo alla vita? O magari è l’obbligo a non poter muovere liberamente il proprio corpo in un’andata e ritorno da un posto, ad essere contrario alla vita?

Ho ripreso alcune attività prima interdette: tra cui il lavoro nei centri estivi e l’incontro in studio, anche con alcuni bambini.

Vorrei non usare il suffisso “ri” davanti a quelle parole legate ad una routine nuova da inventare, da creare, ma è difficile non farlo. A volte sembra che niente sia successo. Eppure il tempo forzato in casa e soprattutto alcuni appuntamenti di lavoro online con i bambini, letti ora col senno dipoi1, acquistano un valore importante. Quegli appuntamenti online, ora che l’incontro in presenza tra i corpi, pur con le dovute precauzioni2 è tornato possibile, mette in luce uno stato per me inedito del silenzio, nel lavoro con i bambini. Lavoro che passa e si crea nel gioco. Sia in studio, che nei centri estivi, giocare in silenzio non è tanto un’assenza di parola, quanto un tempo di creazione in cui la presenza dei corpi fa la differenza. Questo lavoro giocoso o gioco laborioso, non è un attività, una delle tante fatte per occupare dei tempi morti, ma un luogo vitale in cui si filano dei fili affinché si possa tessere la vita del corpo e la vita delle parole in un annodamento singolare ad ogni soggetto bambino. Questo silenzio così prezioso e vitale è un partner da incarnare affinché un bambino possa costruire nel gioco, quei pezzi con cui fare la propria costruzione: sia essa una casa di Lego in cui dei personaggi prendono la parola per mettere in scena una storia, sia pure un gioco da inventare in un luogo riservato fuori dal frastuono, dove magari raccontare un brutto sogno, per poi andare a giocare con gli altri.

[1] Una delle traduzioni italiane dell’apres-coup francese con cui Lacan da tutto il suo valore al nachtraglich freudiano, punto cardine del suo testo Il caso clinico dell’uomo dei lupi.

[2] Cfr. Eric Laurent, Le biopolitiche della pandemia e il corpo, materia dell’angoscia, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n16-10-luglio-2020/#art_4