“Il desiderio di risveglio – è quello che io propongo qui – è il desiderio dell’analista in quanto non si identifica al soggetto supposto sapere, ovvero a ciò che non è che l’effetto di senso […] ma in quanto attesta della sua presenza”

J.-A. Miller, Risveglio, in Scilicet. Il sogno. La sua interpretazione, il suo uso nella cura lacaniana, Panozzo Editore, Rimini, 2020, p.12

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°19 – 19 ottobre 2020

In copertina:

Gradiva Reiter,  Sin titulo, Cartografias, 2018

tecnica mista su tela, 100 x 120 cm

Editoriale: un nuovo slancio

Laura Storti
Responsabile Rete Lacan – Roma – 10/10/2020

Il 16 marzo 2020 usciva il primo numero di Rete Lacan, l’a-periodico online della SLP-Cf. Stavamo vivendo l’inizio di un improvviso smarrimento, con quel contagio del virus COVID-19 che ben presto si sarebbe trasformato in una vera e propria pandemia, spaventando l’Europa e il mondo intero. Un evento che con la sua straordinarietà ha modificato profondamente la vita di ciascuno, la nostra pratica, e impedito le attività che scandivano la vita stessa della nostra Scuola.

Rete Lacan nasceva, in questa contingenza, come necessità di comunicazione e di scrittura in un momento di distanziamento e di isolamento; ci era sembrato necessario continuare a intessere una rete, seppure virtuale, che garantisse la continuità del lavoro di Scuola. Sotto l’auspicio di “[…] mettere in atto uno strumento che vada a contribuire al discorso dell’analista e sia messo in circolazione con gli altri discorsi1”.

Nel corso del suo cammino, nel quarto numero di Rete Lacan si produce un taglio, dall’Edizione straordinaria Coronavirus al Reale senza legge. L’obiettivo è stato quello di traghettare Rete Lacan oltre la contingenza della pandemia affinché potesse costituire un’occasione di riflessione e di scambio sul reale, come e dove si presenti. Da qui, la decisione di pubblicare alcuni interventi apparsi sulle riviste online di altre Scuole, al fine di tenerci in Rete con la Scuola Una.

Negli ultimi numeri abbiamo inserito alcune conversazioni tenute con colleghe e colleghi della SLP sul loro lavoro quotidiano per poter dire qualcosa su come il discorso dell’analista faccia loro da bussola anche in momenti di grande “scombussolamento”.  Abbiamo anche riportato conversazioni fatte con chi è impegnato in altri campi e altri dialoghi ancora pensiamo di aprire.

Si tratta ora di riprendere la sua pubblicazione con maggiore slancio e rinnovato entusiasmo, nella convinzione che questo piccolo strumento ci possa accompagnare al di là della pandemia da cui ha sentito l’esigenza di nascere e che possa ancora evolversi.

Con l’intento di dire qualcosa sul Reale senza legge che quotidianamente incontriamo nel nostro lavoro: negli studi dove riceviamo, piuttosto che nelle Istituzioni, nei luoghi dove operiamo o nelle équipes che abitiamo. Dunque, con un nuovo slancio, la redazione di Rete Lacan ricorda che è possibile, a chi lo desideri, inviare nuovi contributi.

In questo numero troverete l’intervento di Massimo Termini Un nome del reale che, commentando il testo di J.-A. Miller Risvegli, in un gioco di opposizione tra sonno e veglia, realtà e reale, desiderio e godimento, ci introduce all’uso del sogno nella clinica dell’ultimo Lacan; l’articolo di Éric Laurent Il Risveglio dal sogno o l’esp di un rev con il quale l’autore ci indica come alla fine di un’analisi si verifichi l’incontro con un fuori-senso nel sogno e solo allora esso può diventare strumento di risveglio; il testo di Matteo de Lorenzo Due questioni sulla violenza nel discorso comune nasce come risposta a due domande sul fenomeno della violenza tra i giovani e ne indaga le cause usando le lenti della psicoanalisi lacaniana. E infine, il testo di Omar Battisti e Pierangela Pari La Scuola, tra il dire e il fare… nasce da una conversazione sul loro lavoro a scuola e mette in luce come la pandemia COVID-19 abbia svelato l’inesistenza di un ideale di trasmissione del sapere e abbia fatto emergere più che mai la sua dipendenza dallo stile con cui ogni insegnante opera.

Buona lettura.

[1] Biondi, L., Rete Lacan: a-periodico online. Edizione straordinaria coronavirus, in “Rete Lacan”, 1, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n1/#Loretta_Biondi

Un nome del reale. A proposito di Risveglio di J.-A. Miller*

Massimo Termini
Membro SLP e AMP – Roma – settembre 2020

Sonno e veglia. Il significante, con il suo funzionamento binario, disegna un’opposizione che solo uno spirito audace può mettere in dubbio. Chi può negare che il tempo della nostra vita sia spezzato e variamente distribuito tra questi due modi? Per la psicologia sono due differenti stati di coscienza, correlati a specifici parametri psicofisiologici. La contrapposizione sembra solida, persino evidente e ogni dubbio ha quasi l’aria di un vezzo.

Eppure la psicoanalisi, quando è vigile, poco o nulla lascia di invariato nelle cose che tocca. Guardare alle manifestazioni della psicopatologia come ai fenomeni della vita quotidiana con la lente dell’inconscio scombina le opinioni, riformula le teorie. Sicuramente ha riformulato quella del sogno – l’opera di Freud è sempre lì a dimostrarlo – ma a ben vedere ha fatto altrettanto con l’idea di risveglio. C’è una “Teoria del sogno e del risveglio” in psicoanalisi. Non è un azzardo dirlo. Anzi risponde al titolo attribuito da J.-A. Miller a uno dei momenti memorabili del Seminario XI1, incastonato nel capitolo V e centrato sul commento da parte di Lacan del famoso sogno riportato da Freud: Padre non vedi che brucio? Una frase può colpire con la stessa forza di un sasso e svegliare. Ma in che modo? Cosa incontra questo padre immerso nel sonno e nel dolore per la morte del figlio, nel momento in cui gli giungono in sogno parole così impietose?

Una delle lezioni da trarre dall’indagine psicoanalitica della vita onirica – ed è Lacan a farlo per noi – è che non si scombina la teoria del sonno e del sogno senza scombinare quella del risveglio. Dunque, siamo pronti a seguire Lacan e a scollare questo termine dal suo senso comune? A non considerare il risveglio soltanto come un semplice avvenimento, ovvio nel suo accadere, generalmente affidato a un qualche congegno che suona e che magari inaugura il primo conflitto del giorno? Nel maneggio che ne fa Lacan l’idea è molto più affilata, ritaglia un nuovo uso del concetto ed è quanto mostra J.-A. Miller in Risveglio2.

«Questa parola ‘risveglio’ è uno dei nomi del reale in quanto impossibile»3. La frase è da cerchiare. Si incontra abbastanza presto nel testo e ne scopre la tesi principale. È detta chiaramente e conviene riprenderla: la parola risveglio in Lacan è uno dei nomi dell’incontro con il reale. Se qualcosa ci sveglia veramente è il confronto o lo scontro con il reale. Attenzione però, con il reale e non con la realtà.

Chi pratica l’insegnamento di Lacan lo sa, e qui lo ricordo appena: il reale lacaniano non va confuso con la realtà. È da situare, ci ricorda Miller, sul lato dell’impossibile e del sintomo, come il reale del sintomo impossibile da ricondurre al principio di piacere. Reale e realtà quindi non coincidono e la loro articolazione, in estrema sintesi, risponde al fatto che la realtà, alla cui base non c’è che il fantasma, si organizza a partire dal misconoscimento del reale, dalla sua dissimulazione, dalla sua schermatura.

Cosa vuol dire questo se non che il momento, ogni volta ripetuto, che ci sbalza fuori dal sonno, questo momento dove ogni mattina risorgono le coordinate che sostengono la nostra realtà, è anche quello in cui continuiamo a non volerne sapere? Il sogno protegge il sonno e nel sonno trascuriamo il reale, lo teniamo a distanza. Se per caso si avvicina, se bussa alla porta e vuol destarci, preferiamo di no, non essere disturbati. La tendenza è quella che già Freud registrava nell’Interpretazione dei sogni come il «persistente desiderio di dormire»4. Tuttavia, anche quando ci svegliamo le cose non procedono tanto diversamente. Continuiamo in ogni caso a voltare le spalle al reale, continuiamo a sognare, sebbene questa volta ad occhi aperti. Vista da qui, l’opposizione tra il sonno e la veglia, tra dormire e risvegliarsi, così come è generalmente intesa, appare meno solida, meno netta, sicuramente smussata, e di molto, persino sfuma nell’indistinto. Inoltre appare sotto una luce più chiara la distanza che separa l’uso comune della parola risveglio, il risveglio alla realtà, da quello propriamente lacaniano. Questo è il risveglio al reale, o come lo chiamerà più tardi Miller in Pezzi staccati, il “secondo risveglio”5. Un rapporto lega i due impieghi del concetto ed è così delineato: «Il risveglio alla realtà non è che fuga del risveglio al reale»6. Il primo non è che un modo di eludere il secondo.

Desti e dormienti, quindi. In fondo desideriamo addormentare e addormentarci. Soprattutto desideriamo mettere a dormire il reale del sintomo e la sofferenza che procura. Mentre che ci sia un voler risvegliarsi non è affatto scontato ed è tutto da verificare. Lo lascia ben intendere Miller quando parla del «duro desiderio di risveglio, che non ha niente di naturale, che è anche contro natura, e in particolare contro la natura della pratica della psicoanalisi»7. Notiamolo, il passaggio si chiude portando il fuoco dell’attenzione sull’esperienza analitica, e più avanti ne incontriamo altri due che vi fanno eco: «C’è nell’analisi, lo si sa da tanto tempo, una propensione che porta ciascuno dei partners della coppia analitica a sonnecchiare insieme»8. E poco dopo, a seguire: «Bisogna ammettere che una psicoanalisi soddisfa comunemente il desiderio di dormire di un soggetto irritato dal reale del sintomo»9.

Rilevato il dato, a questo punto, quasi si sente il fruscio di un velo che cade e lascia scoperta una figura che ha le sembianze del disincanto. Una volta ammessa la difficoltà di ispirare il desiderio di risveglio al reale, di per sé innaturale, potevamo sperare che l’esperienza analitica facesse eccezione. Potevamo aspettarci che il dispositivo inventato da Freud custodisse un rimedio. Invece no, il risveglio è qualcosa di contrario alla natura stessa della pratica analitica. E se consideriamo che in questo contesto, il termine natura sta per struttura, allora possiamo dire che c’è qualcosa di intrinseco all’esperienza analitica, un dato strutturale che la inclina al sonno. Miller non esita a individuarlo, si tratta del discorso. Il punto viene marcato con precisione: «È il fatto primario di ogni discorso di addormentare»10.

Il discorso quindi, il senso prodotto dal discorso, addormenta. In particolare quel che induce al sonno è l’effetto di senso che si deposita al fondo del discorso, nelle libere associazioni, e cioè il soggetto supposto sapere. La cosa non è certo sfuggita a Lacan e lo prova il fatto che non soltanto ha formalizzato tale concetto, non soltanto ha riconosciuto in esso la condizione di possibilità dell’interpretazione11, ma ha pure cercato di elaborare una funzione differente in grado di contrastarne la tendenza e orientare la pratica analitica nel verso del risveglio. L’ha cercata è anche l’ha individuata nel desiderio dell’analista. Infatti il duro desiderio di risveglio, prima accennato, non è che una maniera di dire, un modo di qualificare il desiderio dell’analista. Miller lo indica in maniera esplicita: «Il desiderio di risveglio – è quello che io propongo qui – è il desiderio dell’analista in quanto non si identifica al soggetto supposto sapere»12.

Intendiamo il messaggio? Un allarme suona nel testo: piuttosto che identificarsi al soggetto supposto sapere conviene che l’analista prenda su di sé un’altra funzione. Che sia in grado cioè di incarnare una presenza singolare, una posizione capace di attestare che oltre ogni discorso, al di là del senso che diamo alla nostra realtà e ai nostri sogni, c’è un reale che proprio non vi è compreso.

Allora sarà il caso che l’analista non perda l’occasione quando si presenta, per esempio quella che il sogno stesso può fornire: «l’immaginario del sogno offre talvolta a ciò che è forcluso del simbolico, una figurazione patetica che si paga con l’angoscia»13. Diversamente dai sogni che deliziano o che lasciano indisturbato il sonno, quelli che invece virano verso l’incubo, sono animati da uno sforzo speciale, lo sforzo di dare figura a ciò che il simbolico di per sé non può afferrare. L’immaginario viene come a ricoprire, a voler mascherare tale punto. Ma che il prezzo dell’operazione si paghi con l’angoscia ci dice almeno due cose: che non c’è raffigurazione possibile del reale e che pertanto è proprio lì che si annuncia.

Insomma, nonostante il senso prodotto dal discorso, un altro ordine di effetti è atteso e sono gli effetti di risveglio. Perché non chiamarli così? Perché non dare al risveglio lo statuto di effetto? Effetti sparsi che eventualmente ciascun analizzante può raccogliere, sottolineando in tal modo che non si tratta di uno stato o di una condizione da raggiungere o in cui permanere. Mi sembra questa una considerazione conseguente a quella rilasciata da Miller, secondo cui «il risveglio al reale è impossibile»14.

La riflessione pertanto, e per come l’ho afferrata, converge su un argomento che provo adesso a stringere: se non c’è da aspettarsi alcun effetto di risveglio sul lato del discorso allora dobbiamo attenderlo dall’analista, da ciò che l’analista con la sua presenza, con il suo desiderio introduce nel discorso di un’analisi, disturbandolo. La scansione della seduta, la contrazione della sua durata o più in generale l’uso del tempo sganciato da ogni ordine fissato per convenzione, a cosa rispondono se non a tale esigenza? Il testo, in apertura e poi anche in seguito, ritorna su questo aspetto della pratica che sconvolge ogni consuetudine e la ragione di tale insistenza non deve sfuggirci: mettere in rilievo l’invenzione escogitata da Lacan affinché nella seduta analitica qualcosa del reale possa emergere.

Diversamente dal destarsi di ogni giorno, infatti, il secondo risveglio non può essere ordinato, programmato, non risponde a nessun tempo prefissato. Non siamo mai in anticipo sul reale e il risveglio, quando accade, è ora, nell’imprevisto.

* Intervento presentato all’incontro Scilicet-Sogno, organizzato dalla Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo freudiano e tenutosi il 27 settembre 2020, su piattaforma Zoom.

[1] J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2003.

[2] J.-A. Miller, Risveglio, in Scilicet. Il sogno. La sua interpretazione, il suo uso nella cura lacaniana, Rimini, Panozzo Editore, 2020.

[3] Ibid., p.9.

[4] S. Freud, L’interpretazione dei sogni (1899), in OSF, vol. 3, Torino, Boringhieri, 1966, p.520.

[5] J.-A. Miller, Pezzi staccati, Roma, Astrolabio, 2006, p.113 e sg.

[6] J.-A. Miller, Risveglio, in Scilicet. Il sogno. La sua interpretazione, il suo uso nella cura lacaniana, cit., p.12.

[7] Ibid., p.9.

[8] Ibid., p.10.

[9] Ibid.

[10] Ibid.

[11] Come nota Miller, «il soggetto supposto sapere non è che l’effetto di senso che implica la possibilità dell’interpretazione» (Ibid., p.11).

[12] Ibid., p.11.

[13] Ibid., p.12.

[14] Ibid., p.11.

Il Risveglio dal sogno o l’esp di un rev*

Éric Laurent
Membro AME dell’ECF – Parigi – gennaio 2019

I congressi dell’AMP sono dei momenti decisivi per realizzare una comunità di lavoro tra scuole, tra psicoanalisti di lingue e orizzonti diversi, in una parola per far esistere la Scuola una. Questa Scuola una, nei suoi incontri biennali, tenta di rispondere alla domanda «Che c’è di nuovo nella psicoanalisi?» rispetto ad alcuni punti precisi nella pratica dei suoi membri. Questo «Che c’è di nuovo nella psicoanalisi?» è al contempo, ogni volta, un modo di realizzare un Ritorno a Freud e, nello stesso tempo, di affermare la nostra eresia rispetto a Freud. L’eresia lacaniana ha avviato un rinnovamento radicale della pratica freudiana e questo slancio deve essere sempre approfondito. Ogni congresso, in un certo qual modo, è eretico. L’ultimo congresso “Le psicosi ordinarie e le altre, sotto transfert”, aveva un tema che prendeva esplicitamente le distanze rispetto ai divieti posti da Freud sul maneggiamento del transfert nelle psicosi, per esempio nel Compendio di psicoanalisi. Melanie Klein e i suoi allievi hanno per primi osato andare al di là del divieto e hanno mostrato che era possibile fondare una pratica psicoanalitica con gli psicotici. Lacan, su altre basi, ha costruito un “ritorno a Freud” che permetteva anch’esso di sviluppare un trattamento possibile delle psicosi. Durante il nostro ultimo congresso abbiamo esplorato in che modo questo approccio includa le psicosi ordinarie, nuova categoria.

Il nostro prossimo congresso1 toccherà un punto cruciale tanto quanto quello del transfert. Ci chiederemo cosa ci sia di nuovo nell’interpretazione del sogno. Nell’eccellente testo che ci hanno presentato Fabian Naparstek e Silvia Baudini, da subito la questione cruciale è stata posta, già nell’esergo. Lacan propone un approccio antifreudiano del sogno. «Ho ben il diritto, come Freud, di rendervi partecipi dei miei sogni che, contrariamente a quelli di Freud, non sono però ispirati dal desiderio di dormire; è invece il desiderio di risveglio che mi agita»2. È a partire dal seminario Ancora, il 13 Febbraio 1973, che Lacan generalizza l’idea che il sogno debba essere trattato in quanto strumento di risveglio.3 Questo presuppone di colpire quello che Freud aveva chiamato principio di piacere, come limite e temperanza del godimento. È ciò a cui si consacra il seminario Ancora, in diversi modi. Dire che il sogno è uno strumento di risveglio presuppone anche di toccare quello che chiamiamo risveglio. Freud è partito dall’opposizione tra sonno e risveglio come da un’opposizione naturale, quasi-biologica. Si dorme, ci si sveglia. La sua pratica lo ha portato a considerare i fenomeni di risveglio nel sogno. A partire da lì Lacan ha sovvertito l’evidenza del limite tra veglia e sonno per svegliarci, noi suoi lettori, a qualcos’altro. Ha così prodotto una serie di enunciati talvolta contraddittori come: «l’inconscio è precisamente l’ipotesi che non si sogna solo quando si dorme»4; «si svegliano, cioè continuano a sognare»5; «rientro come tutti nel sogno che si chiama realtà»6; «non ci si sveglia mai»7, «il risveglio assoluto è la morte»8. Questi enunciati definiscono bene un rovescio dell’approccio freudiano del sogno, che si inscrive nell’orizzonte de “l’Altro Lacan”, che Jacques-Alain Miller aveva evidenziato sin dalla fine degli anni settanta.9

Ognuna di queste citazioni meriterebbe di essere commentata da sola, una per una, ciascuna nel suo contesto. Se le enunciamo nello stesso tempo, in una stessa catena significante, ci serve una certa elasticità dialettica per poterle legarle e farle risuonare nella maniera giusta. «Il desiderio di risveglio è un desiderio particolare»; «ci si sveglia per continuare a sognare»; «non ci si sveglia mai»; «il risveglio assoluto è la morte», l’accostamento è delicato ma l’insieme definisce una nuova prospettiva. Questo nuovo approccio del risveglio è conforme con il risveglio buddista. Se si dice di Budda che è il “risvegliato”, lui che in genere è rappresentato mentre dorme, è perché è assolutamente liberato dal desiderio. Sa che il desiderio non è che sembiante10.

Il risveglio a cui Lacan ci invita fa del sogno uno strumento del risveglio. Ciò vuol dire che esso permette di articolare in maniera nuova il desiderio e ciò che gli è incompatibile, il godimento. Il sogno diviene una nuova introduzione all’opposizione tra desiderio e godimento. Il godimento, in questo senso, non è realizzazione del desiderio. É ciò che non si può articolare sui sentieri del desiderio.

Così, è risveglio tutto ciò che è attraversamento, alterazione, danno dell’omeostasi del principio di piacere che garantisce la vita. Il disturbo assoluto della vita, in questo senso, è la morte. Il risveglio assoluto è la morte. Nel frattempo, i piccoli risvegli, parziali, svegliano per il fatto che sono dei superamenti dell’omeostasi. Il principio di piacere è anche il principio del senso. I risvegli parziali si producono quando la barriera del senso viene superata. Si può concepire il risveglio finale come dimostrativo del godimento in una sorta di corto-circuito fuori-senso? Dapprima bisogna servirsene per, alla fine, farne a meno. Si dovranno anzitutto decifrare i sogni, si dovranno attraversare orge d’interpretazioni di senso, accompagnare l’analizzante, autorizzarlo a sturare tutte le associazioni possibili su un sogno per giungere, infine, in un secondo tempo, dopo che ce ne si è serviti e serviti bene, a un punto di fuori-senso.

Si arriva così, alla fine di un’analisi, come Marie-Hélène Brousse ha mostrato nella serie dei sogni di fine analisi degli AE, all’incontro con un fuori-senso nel sogno. Solo allora il sogno diventa strumento di risveglio, quando mostra un punto in cui non si può dirsi. Qualcosa cessa di non scriversi. Non si tratta di un’iscrizione definitiva, come abbiamo già notato per i nomi di godimento che si svelano alla fine dell’analisi. L’importante è l’evento in cui sorge questo spazio fuori senso. È l’esp. di un rev. Quei significanti separati dal loro senso, quelle onomatopee si rispondono le une alle altre. Il Kekkek dell’una raggiunge il crac e il boum e l’huh di altri. Non è un’iscrizione sul marmo, viene a mostrare, mostra. Se ci si presta troppa attenzione, svanisce e non mostra più niente.

Questo mostra accostiamolo alla logica dimostrativa secondo Wittgenstein. Certamente, per lui, il problema non è il godimento e il desiderio, ma il linguaggio, composto da tutto quello che si può dire, dall’insieme di proposizioni e dal mondo a cui esso rinvia. Sostiene che il linguaggio non può che mostrare il mondo. Il linguaggio, dal punto di vista logico, è in fin dei conti una tautologia. Arriva a dirci che A=A. Ma che cosa vuol dire A? Sono altri discorsi, l’etica, la religione, l’arte che arrivano a mostrarlo. Trasponiamo il problema di Wittgenstein. In che modo, con uno strumento strutturato come un linguaggio, si potrà mostrare il godimento? Questo è il nostro risveglio.

Ci dirigeremo gradualmente verso questo congresso, verso questo risveglio. Dovremo tenerci sulle spine per due anni, avere l’idea che avanziamo verso l’apertura alle prospettive dell’ultimo insegnamento di Lacan, senza dimenticare il commento a Il sogno dell’iniezione a Irma del Seminario II. Dovremo mangiare il libro abbastanza per comprendere ciò che questi cambiamenti di prospettiva implicano nella pratica dell’interpretazione del sogno. Dovremo mostrare che sappiamo servirci di quel che Freud ci ha lasciato, delle finzioni freudiane, del senso sessuale, e della finzione del Nome-Del-Padre di cui bisogna fare uso. E se misuriamo la difficoltà, lo scarto, la tensione tra la pratica freudiana e la pratica lacaniana aperta dall’ultimo insegnamento, in ogni caso quella a cui Lacan tenta di svegliarci, allora, forse potremo arrivare al congresso persino sufficientemente disponibili per fare, per un certo momento, una vera e propria comunità di lavoro della scuola Una e rispondere insieme alla bella domanda che era stata posta, sia nel testo di Silvia Baudini11 che in ciò che ci ha fornito Marie-Hélène Brousse12: che c’è di nuovo nella pratica del sogno 120 anni dopo? L’appuntamento decisivo sarà al congresso. Nel frattempo, diremo tutto ciò che possiamo per prepararci all’incontro.

Traduzione: Dario Alparone

Revisione: Adele Succetti

*Articolo già pubblicato sul blog dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. L’espressione «l’esp di un rev» riprende quella usata da Lacan all’inizio della prefazione all’edizione inglese al Seminario XI in riferimento al lapsus:«l’esp d’un laps». Si tratta di una formulazione contratta di«l’espace d’un lapsus», letteralmente«lo spazio di un lapsus». «L’esp d’un laps» sottolinea ancora di più la discontinuità del manifestarsi dell’inconscio, il “lasso” (laps) come intervallo in cui può mostrarsi, nell’attimo fulmineo del lapsus, la verità.E. Laurent sostituisce quindi “lapsus” con “ sogno” (rêve), altra formazione dell’inconscio [N. d. T.].

[1] A causa della pandemia, il XII Congresso dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi dedicato al sogno, che si sarebbe dovuto tenere a dicembre 2020 a Buenos Aires, è stato annullato e sarà in parte ripreso durante il XII/XIII Congresso che si terrà nel 2022 a Parigi.

[2] Lacan, J. La Terza, “La Psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, 1993, p.27.

[3] Lacan, J., Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.53.

[4] Lacan, J., Le Séminaire, livre XXV, Le moment de conclure, Ornicar?, 19, Paris, Lyse, 1979, p.5.

[5] Lacan, J., Il Seminario, Libro XX, cit., p.53.

[6] Lacan, J., Le Séminaire, Livre XXII, R.S.I., lezione dell’11 febbraio 1975, inedito.

[7] Lacan, J., Improvisation: désir de mort, rêve et réveil, “l’Ane”, 3, 1974.

[8] Ibid.

[9] Cfr. Miller, J.-A., Risveglio, in Scilicet Il sogno, Rimini, Panozzo Editore, 2020.

[10] Frank Rollier si è cimentato a presentare l’insieme di queste citazioni in un articolo disponibile on-line: “Posso sperare di svegliarmi un giorno?” https://www.lacan-universite.fr/wp-content/uploads/2016/03/Rollier.pdf

[11] S. Baudini, F. Naparstek, Intervento durante la Serata dell’AMP, “Una serata da sogno, verso il XII Congresso dell’AMP”, 28 gennaio 2019, http://2a9il.r.ca.d.sendibm2.com/mk/mr/0DLpxJaiqFBaDfD0yLHW7VcSfHXtaQwmwZ8F9yBVjgdz2-cyPD8TOaoh61KRVJlmn99_GYvIjFS9aUVUiQdEWFOnLwUQAfV0c8PrEwTlF5h57TOwXA

[12] M.-H. Brousse, Intervento durante la Serata dell’AMP, “Una serata da sogno, verso il XII Congresso dell’AMP”, 28 gennaio 2019, disponibile qui: https://congresoamp2020.com/es/articulos.php?sec=el-tema&sub=textos-de-orientacion&file=el-tema/textos-de-orientacion/19-09-11_el-artificio-reverso-de-la-ficcion.html

Due questioni sulla violenza nel discorso comune

Matteo De Lorenzo
Partecipante SLP – Roma – 05/10/2020

“non c’è speranza di poter sopprimere le inclinazioni aggressive degli uomini” 1

Ringrazio Aurora Mastroleo che mi ha posto due domande a seguito della presentazione del libro Adoviolenza2.

L’osso delle due questioni:

[…] Nei contesti sociali abitati dalla violenza nascono i futuri violenti del domani?

[…] Vi è un’accusa sociale che va diffondendosi: l’uso dei cosiddetti videogame violenti incita alla violenza, operando una sorta di contagio visivo. Cosa ne pensa, la violenza si contagia attraverso lo spettacolo che offre?

 

Trasmissione/imitazione?

Freud afferma: «Nei […] rapporti che istituisce con i genitori e i fratelli, con la persona amata, con l’amico, […] il singolo subisce l’influsso di un’unica persona o di un numero assai limitato di persone, […] parlando di psicologia sociale […] è invalsa l’abitudine di prescindere da tali relazioni e di isolare, quale oggetto della ricerca, il simultaneo influsso esercitato sul singolo da un numero rilevante di persone […]. Propendiamo […] per due altre possibilità: che la pulsione sociale non sia in effetti originaria e indecomponibile, e che gli esordi del suo sviluppo siano rintracciabili in un ambito più ristretto, quello della famiglia ad esempio»3. Quindi Freud dice di sì?

No, occorre indicare che l’«influsso» non passa per la suggestione cioè da un’imitazione tout-court (o meglio, da un’identificazione). Per Freud, la chiave è la libido, la pulsione.

Dunque, per tutti,  non vale l’equazione “socio-pedagogica”:

crescere in una famiglia violenta = diventare violenti

ma occorre reperire, uno per uno, come la pulsione si articola all’Altro.

Miller ci orienta: «la violenza nel bambino non è un sintomo»4, anzi «è […] il contrario di un sintomo»5. Il sintomo si produce quando la pulsione è rifiutata nel Reale e passa nel Simbolico: tale rifiuto è la castrazione, si attua tramite il funzionamento della parola sottomessa alla legge.

La via è: metafora paterna → Edipo → Altro

Tramite il rifiuto, la soddisfazione della pulsione viene rimossa e nel posto del rimosso viene il godimento del sintomo che ha come caratteristica principale la ripetizione: si ripete quel godimento rifiutato nel Reale che ritorna nel Simbolico. Ecco come la pulsione, se non si articola a un Altro regolato, può essere non-rifiutata nel Reale e quindi agita.

Videogames

I genitori si lamentano: «non si stacca dallo schermo!». I gamers giocano instancabilmente, ripetono. Cosa ripetono?

Quando giocare ai videogames violenti è un sintomo, allora:

giocare videogame violenti ≠ agire violenza

Ma cosa c’è “in gioco” nel giocare ripetutamente, all’infinito, videogames violenti? Uccidere alieni6 e mostri, uccidere nemici e amici, uccidere tutti.

Cosa si agisce uccidendo delle/nelle immagini?

Per Freud l’identificazione è una funzione dell’Io, è in rapporto con quell’apparato della significazione che raccorda Simbolico e Immaginario che Lacan ha chiamato semblant. I nuovi games sono costruiti per realizzare una finzione che sembra vera: UltraHD, 4K7. L’intento è stimolare l’identificazione del gamer con i sembianti che il gioco offre: l’obiettivo è vendere nuovi giochi, il prodotto è un potente dispositivo, eccolo:

identificazione/semblant → godimento.

Per rispondere alla domanda sul «contagio visivo» bisogna saper distinguere se gli effetti del videogame producono una soddisfazione ripetizione/sintomo oppure se generano uno scollamento, cioè un’altra realtà in cui il soggetto può, solo con quell’Immaginario lì, consistere. In questo secondo caso, quando il soggetto si trova al di qua dello schermo, può far ricorso all’identificazione presa al di là.

In generale, quando i registri sono annodati per un soggetto, non mi pare si possa sostenere l’equazione socio/mediatica; cioè:

giocare ai videogame violenti (sintomo) ≠ agire violenza

La cosa è più complicata quando i registri non sono annodati. Ci sono giovani che possono nominarsi/riconoscersi solo come un avatar8; altri che non balbettano solo mentre giocano; altri ancora che devono travestirsi9 da quel personaggio per poter incontrare persone a un raduno, altrimenti evitano situazioni di gruppo, etc10.

Si può parlare di funzione sinthomatica del videogame? Occorre tenersi all’uno per uno della clinica.

 

Desiderio? No, grazie.. Game!

Sempre nuovi giochi, infinite variazioni della ripetizione, αὐτόματον.

«Il ritorno del bisogno mira al consumo messo al servizio dell’appetito. La ripetizione domanda del nuovo. Essa si volge verso il ludico che fa di questo nuovo la sua dimensione»11. Il bisogno è di αὐτόματον.

«Il calciobalilla era un mobile con la sua dignità […] in compenso però non poteva essere molto altro che un calciobalilla […] il flipper si poteva vestire in molti modi diversi […] ma insomma, sempre quella cosa lì era, la palla rimbalzava e poi andava giù, fine. L’orrendo mobiletto di Space invaders, invece, AVEVA DENTRO L’INFINITO»12. È in questo infinito che il gamer “muove” il suo αὐτόματον: cioè di gioco in gioco, è fermo: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»13, è questo il bello del game!

«[…] il bello ha per effetto di sospendere, di abbattere, di disarmare, direi, il desiderio. La manifestazione del bello intimidisce, proibisce il desiderio»14. E i “nuovi” giochi sono sempre più belli, sempre più “veri”, semblant in 4k.

La ripetizione è funzionale al principio di piacere, dunque alla stasi, al ron ron del sintomo-αὐτόματον. Di ciò che pertiene a una psicoanalisi, di un desiderio, di un risveglio, dell’incontro con il Reale, di Τύχη, nel sintomo-videogame neanche l’ombra…

[1] Freud, S., Perché la guerra? Carteggio con Einstein, in OSF, Torino, Boringhieri, 1979, Vol. XI, p.300.

[2] Bolgiani, P., (a cura di), Adoviolenza – La psicoanalisi e la violenza degli adolescenti, Torino, Rosenberg & Sellier, 2020.

[3] Freud, S., Psicologia delle masse e analisi dell’Io, in OSF, Torino, Boringhieri, 1979, Vol. IX, pp.261-262.

[4] Miller, J.-A., Bambini violenti, in Adoviolenza, cit., p.15.

[5] Ibid.

[6] Il primo gioco in assoluto, Space invaders è nato – come me – nel 1978.

[7] Attualmente si sta sperimentando l’8k che dovrebbe rappresentare il massimo della risoluzione percettibile da occhio umano. Il 16k, termine ultimo teorico, è possibile solo su multi-monitor. Una curiosità: la prima trasmissione TV in 8k, in diretta, è stata trasmessa il 2/12/2018 dalla Città del Vaticano. https://it.wikipedia.org/wiki/Televisione_a_ultra_alta_definizione

[8] Per esempio il fenomeno furry (da fur – pelliccia, animali antropomorfi), ormai planetario, fa sì che le persone si riconoscano in un avatar, perfino in carne e ossa (e pelliccia!). I furries comunicano tra loro solo attraverso queste identità, in spazi virtuali chiamati fandom (dominio dei fan). Qui più informazioni: https://it.wikipedia.org/wiki/Furry_fandom

[9] Il fenomeno Cosplayers (Costume Players) è in grande auge, negli ultimi anni, in tutto il mondo. A parte i vari raduni, per esempio nel quartiere Akihabara di Tokyo (chiamato electric town) si incontrano normalmente per strada e nei negozi, persone vestite da personaggi di manga (fumetti) o anime (cartoni animati) o di videogames.

[10] Per dare un’idea di quanto il fenomeno videogame “esca dallo schermo” basti ricordare che il personaggio di un videogame, Hatsune Miku (che ovviamente non “esiste”) tiene normalmente dei concerti “dal vivo” in tutto il mondo. Qui si possono trovare le prossime date dei concerti:  https://www.wegow.com/it-it/artisti/hatsune-miku

[11] Lacan, J., Il Seminario. Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 1979 e 2003, p.60.

[12] Baricco, A., The Game, Torino, Einaudi, 2018, p.43.

[13] Tomasi di Lampedusa, G., Il Gattopardo, Milano, Feltrinelli, 1958, p.42.

[14]  Lacan, J., Il Seminario. Libro VII, L’etica della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 1994 e 2008, p.180.

La scuola, tra il dire e il fare…

Omar Battisti– Membro SLP e AMP e Pierangela Pari – Partecipante SLP – Rimini – 16/09/2020

La scuola […] non si deve assumere la prerogativa di inesorabilità,

propria della vita; non deve voler essere più che un giuoco di vita.1

 

Questa estate abbiamo conversato intorno al nostro lavoro a scuola; è nato questo testo.

La scuola inizierà tra mille dubbi ma con una certezza: ci saranno gli psicologi e gli educatori come prima del Covid 19. Allora, cosa è cambiato? La pandemia ha smascherato un ideale della scuola attuale: non c’è una ricetta per trasmettere il sapere, ma il modo in cui ciascun alunno può avere accesso al sapere dipende dallo stile con cui ogni insegnante prova a trasmetterlo. Con la didattica d’emergenza questo è emerso chiaramente, ben oltre la disponibilità dei mezzi informatici.

Il lavoro dell’educatore passa dal farsi partner di questo stile per inventare come un alunno “disabile” possa partecipare alla vita in classe e si basa anche sulla creazione di una relazione significativa più importante della tecnologia impiegata. La relazione è lo strumento di cui servirsi per inventare una modalità di lavoro fondata sul reale a cui l’alunno deve fare fronte.

Anche il servizio di ascolto punta alla relazione come strumento per fare fronte al disagio dell’alunno sia dal punto di vista degli apprendimenti, sia dal punto di vista del comportamento. Soltanto attraverso la relazione è possibile delineare un orientamento che si è costruito anche nell’ambito di pochi incontri.

La relazione come strumento non va intesa come una tecnica da applicare in vista di un certo risultato, ma come una posizione etica che punta alla costruzione di una strada percorribile in grado di affrontare ciò che fa soffrire.

Se una delle funzioni dello sportello di ascolto è cercare di trattare la sofferenza, tenendo conto dei limiti e delle coordinate offerte dalla istituzione, questo implica fare attenzione a non rispondere direttamente alla richiesta di sapere che cosa provoca un determinato disturbo, ma di costruire con l’insegnante una possibilità di risposta che agevoli il suo lavoro sia con l’alunno sia con la classe.

Oltre al sostegno all’autonomia e all’integrazione, la funzione dell’educatore può essere di leggere le difficoltà e i comportamenti di un alunno disabile come il modo singolare di far presente e trattare una sofferenza che lo riguarda.

La sofferenza è una dimensione umana e ha una sua dignità, perciò non va trattata come una debolezza di cui sbarazzarsi, come sempre più spesso accade nelle aspettative di chi si affida alla tecnica per risolvere ogni problema. La tecnica funziona quando riduce la sofferenza a oggetto di indagine e valutazione.

 

…c’è di mezzo il mare.

Queste due dimensioni sono intimamente intrecciate ma è difficile tenere vivo il loro legame, senza confonderle o escluderle a vicenda.

Per fare i conti con la sofferenza è importante considerarle sì separate, ma interrelate. Un esempio: un bambino in classe non sta fermo e fa il verso di un animale. Poi racconta del videogioco in cui il protagonista insegue un leone. Ora, non è detto che il suo non star fermo sia dovuto all’uso del videogioco, ma si può leggere questo uso come mezzo per prendere la parola e dire qualcosa del suo disagio. Si tratta, quindi, di fare in modo che il suo dire risuoni per lui come qualcosa da cui è   toccato. Così, l’uso del videogioco non spiega direttamente il suo non star fermo, ma è solo la posizione di chi ascolta a permettergli di prendere la parola e responsabilizzarsi. L’ipotesi dell’inconscio consiste nel sostenere che qualcosa impedisce di ridurre il comportamento ad una causalità lineare.

Anche nello sportello di ascolto le due dimensioni sono intrecciate: è vero che chi si rivolge al servizio desidera essere ascoltato e i ragazzi lo dicono senza problemi. Come ascoltare quello che viene detto ma anche quello che non riesce ad essere detto?

«Si dice che il fatto di esprimersi a parole dia sollievo. Un luogo Alfa è un luogo di risposta, un luogo in cui la chiacchiera prende il risvolto dell’interrogativo, e l’interrogativo stesso prende il risvolto della risposta»2.

A scuola, per lo psicologo e l’educatore c’è in gioco una tensione tra il dire e il fare che può incidere sulla sofferenza, dando risposta a ciò che della pulsione è senza freni. Anche nel lavoro dell’insegnante è in gioco una risposta che chiama in causa le due dimensioni. Senza voler trattare la sofferenza, come sostiene Philippe Lacadée in La vera vita a scuola, questa risposta passa per l’offerta «delle opere che possano permettergli [agli alunni] di manipolare simbolicamente le pulsioni che abitano in loro… e non di essere manipolati da esse»3. Ciò comporta che l’alunno possa relazionarsi con la propria mancanza, grazie anche al lavoro di ricerca che sostiene il ruolo dell’insegnante4.

La scuola non dovrebbe avere nessun’altra finalità se non quella della trasmissione dei saperi. Soltanto se si svincola il sapere da una finalità precisa ciascuno potrà utilizzarlo secondo le sue proprie necessità e desideri.

[1] S. Freud, Contributi ad una discussione sul suicidio, in OSF, vol.VI, Torino, Bollati Boringhieri, 1979, pp.301-302.

[2] J.-A. Miller, Verso PIPOL 4, “La psicoanalisi”, 42, Roma, Astrolabio, 2007, p.220.

[3] P. Lacadée, La vraie vie à l’école. La psychanalyse à la recontre des professeurs et de l’école, Editions Michèle, Paris 2013, p.180, [trad. it. nostra].

[4] Cfr. Franco Lorenzoni, https://www.facebook.com/watch/?v=437440193815846&extid=rBoA7TiEMpuZudGs