Il bello sta nel fatto che negli anni a venire l’analista dipenderà dal reale e non il contrario. L’avvento del reale non dipende assolutamente dall’analista. Egli ha la missione di contrastarlo. Nonostante tutto, il reale potrebbe anche prendere la briglia, soprattutto da quando ha l’appoggio del discorso scientifico. […]
La cosa si fa divertente quando sono gli stessi studiosi essere presi da una certa angoscia. È davvero istruttivo. È proprio il sintomo tipo di ogni avvento del reale. Il bello è quando i biologi, per nominarli questi studiosi, s’impongono l’embargo di un trattamento di laboratorio sui batteri col pretesto che facendone di troppo duri e troppo forti, i batteri stessi potrebbero scivolare sotto l’uscio e ripulire tutta l’esperienza sessuata, ripulendo il parlessere. Questo attacco di responsabilità è straordinariamente comico. Ogni vita finalmente ridotta all’infezione che, a quanto pare, essa realmente è, ecco il colmo dell’essere pensante!

J. Lacan, La terza, in La Psicoanalisi, n.12, Astrolabio, Roma, 1993, pp.21-22

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Carlo De Panfilis

Sommario

Rete Lacan n°2 – 20 marzo 2020

Editoriale

Laura Storti
Responsabile Rete Lacan ‐ 19/03/2020

La nostra comunità analitica è vitale e risponde: molti i contributi che arrivano da diverse parti d’Italia, da altri Paesi europei e dall’America latina.

Mentre il coronavirus continua il suo contagio e i nostri incontri a livello nazionale e internazionale vengono annullati o rinviati, ciascuno dalle proprie situazioni di  lavoro ancora attivo o di maggiore o minore isolamento trova in Rete Lacan a‐ periodico uno spazio per dare il proprio contributo, per tenere aperto uno scambio, per segnalare che l’analista, come ci insegna Lacan, deve essere all’altezza della soggettività della sua epoca.

In questo numero troverete il messaggio del nostro collega e amico Nelson Feldman che ci comunica di aver scoperto al suo rientro da un incontro internazionale del Gruppo di studi sulla Tossicomania e l’Alcolismo (TyA), di essere stato contagiato dal coronavirus. Abbiamo avuto modo di incontrarlo a Padova alla fine dello scorso  anno e con lui lavorare nella giornata clinica nazionale organizzata dalla  SLP  dal titolo Addictions! Dipendenze del XXI secolo. A lui rinnoviamo la nostra stima e inviamo i nostri affettuosi auguri di una pronta guarigione, insieme alla reciproca promessa di incontrarci ancora.

Ci saranno testi inviati da colleghi, italiani e non, oltreché partecipanti e allievi dei diversi istituti della SLP. Tutti affrontano la situazione di eccezionalità che ha invaso le nostre vite: alcuni come continuare a fare Scuola nel tempo del coronavirus (A. F. Amendola) o evidenziando la precarietà che ha fatto irruzione nelle nostre esistenze (O. Battisti), altri ponendo questioni sulla pratica clinica (F. Galimberti); oppure riportando  suggestioni  letterarie  (M.  Mauas)  o  cinematografiche  (M.  Matteoni), annodandole a concetti analitici. Altri ancora, rivendicando la funzione del sogno come protezione da un troppo di reale e come manifestazione dell’inconscio (M.L. Tkach).

La redazione ha deciso di tradurre in italiano i testi dei colleghi di altri Paesi e di pubblicarli anche in lingua originale: e ciò per segnalare il carattere transnazionale e translinguistico di Rete Lacan che si colloca nella Scuola Una.

Ci scusiamo con i colleghi se, come avremmo voluto, non siamo riusciti a pubblicare ancora più velocemente i loro contributi. Ci rendiamo conto che questa situazione inedita, tra le tante cose, ha cambiato anche la percezione del tempo. Se da una parte sembra che il tempo si sia fermato, dall’altra sentiamo di “lottare contro il tempo”.

Quello che pensiamo e quindi mettiamo per scritto oggi, già domani non sappiamo se sia così attuale. Ebbene, per questo chiediamo a ciascuno di indicare la data di stesura dei propri testi.

Un saluto e un incoraggiamento a ciascuno di noi e buon lavoro.

Testimonianza

Nelson Feldman
Membro ASREEP – NLS ‐ Ginevra ‐ 15/03/2020

Chère Loretta,

Dans ce moment difficile pour l’Italie et pour L’Europe, je voulais te témoigner de toute ma sympathie dans ce moment compliqué.

Merci de transmettre mon message au collègues amis de la SLP.

De mon coté, j’ai contracté le Coronavirus la semaine dernière suite à un déplacement à Barcelone pour une conversation du TyA. Je suis confiné dans une chambre à mon domicile et heureusement ma famille m’aide avec mes besoins, J’espère que dans qq jours ce sera un mauvais souvenir pour ma santé.

En Suisse il y a eu 800 nouveaux cas en une seule journée ce weekend. Salutations cordiales

Nelson

Cara Loretta,

In questo momento difficile per l’Italia e per l’Europa, volevo testimoniarti tutta la mia simpatia in questo momento complicato.

Ti chiederei di trasmettere questo mio messaggio ai colleghi amici della SLP.

Dal canto mio, ho contratto il Coronavirus la settimana scorsa, dopo un viaggio a Barcellona per una conversazione del Gruppo di Studio sulla Tossicomania e l’Alcolismo. Sono confinato in una stanza a casa mia e fortunatamente la mia  famiglia mi aiuta nei miei bisogni.

Spero che entro i prossimi giorni questo sarà un brutto ricordo per la mia salute. In Svizzera ci sono stati 800 nuovi casi in una sola giornata questo fine settimana. Cordiali saluti

Nelson

Hacer Escuela: una red libidinal frente al COVID‐19

Andrea Fernanda Amendola
Membro EOL e AMP ‐ Buenos Aires ‐ 18/03/2020

Y uno aprende a construir sus caminos en el hoy, porque el terreno del mañana es demasiado inseguro para planes y los futuros tienen una forma de caerse en la mitad.Y después de un tiempo, uno aprende que, si es demasiado, hasta el calor del sol quema.

V. Shoffstall

¿Cómo habitar la Escuela en tiempos de pandemia? ¿Qué nos anima? En un crucecaprichoso y fuera de sentido, lo real con su ley comprimió el tiempo y ya no sabemos si esperamos apurados que el futuro devenga pasado para soportar las inclemencias de nuestro presente. O quizás, para inyectarle a los minutos vacíos algo de sentido.

Hoy es el planeta entero el que se ve azotado por un virus que no da tregua. De repente, una modificación radical se impone y en cada arista del mundo somos convocados todos a resituar el valor de la vida. La comunidad analítica se ve llevada entonces a un hacer inédito que haga lugar de otra manera al discurso analítico, guiados por la inexorable prevención en materia de salud que cada Estado determina para su país.

Pasaje de la aceleración cotidiana que nos repliega autísticamente sobre nosotros mismos hacia una pausa fundamental y vivificante: detenerse y no circular, cuidar a los otros y de nosotros mismos. Casi como si el presente fuese una espesa capa libidinal en donde es necesario tramar el tiempo para comprender, a pesar de que se escurre demasiado rápido.

Al respecto señala Miller que «el primer resultado de la velocidad en el mundo es un aumento del malestar en la cultura»1 y hay cosas que requieren su tiempo. Somos testigos de que mientras algunos ciudadanos acatan las medidas de cuidado para  que la vida prosiga, otros se arrojan a la fiesta de un goce mortífero que nada quiere saber de la espera. Como muertos vivos de la era del Otro que no existe suscitan el horror que se tensa hasta virar en odio, aplanando dramáticamente la categoría que diferencia a unos de otros. Sabemos que Lacan dio un especial valor a la espera, pues ella «presentifica el futuro antes de que sea registrado como pasado»2.

¿Qué hacer como analistas cuando este real atraviesa los consultorios,  los encuentros de Escuela, los carteles, los controles, la sesión de análisis, las jornadas, los congresos, el vital lazo con los otros?

Lo inédito clama el tiempo veloz de la anticipación, allí en donde se inventen nuevos modos de hacer lugar al discurso analítico.

Y si bien las redes son recursos que muchos analistas ya utilizaban, hay un hacer Escuela bajo el modo de la red que se constituye en una experiencia libidinal inédita  a la cual somos convocados hoy. Colegas postean de qué modo proseguirán con las actividades que hacen a su práctica. Skype y las llamadas de video en muchos casos toman la delantera. En otros, el aula virtual se vuelve un instrumento para muchos que antes ni la consideraban. Y allí la angustia merma un poco, algo empieza a novelarse frente a tanta crudeza de lo real. Carteles y revistas toman forma por whatsapp, se acuerdan citas en la agenda para pautar lecturas, desgrabaciones de noches de Escuela y conversaciones entre colegas.

Prevenidos de un real que no desconocemos, aunque desearíamos que fuese un mal sueño, nos disponemos a conformar una red libidinal que aloja y pone al rescate nuestra  labor  con  los  otros,  porque   nos  necesitamos  ligados  ya  que estamos amorosamente concernidos por la causa analítica allí en donde la Escuela instaura entre sus miembros una comunidad de experiencia3.

La transferencia de trabajo pone en marcha entonces, en medio de esta pandemia, una multiplicidad de lazos libidinales que se valen de las redes para propiciar aquello que siempre nos ha convocado: las singularidades con sus padecimientos hilvanados en el malestar de la cultura actual.

Ese invisible pandémico nos ha llevado a aislarnos pero sin desligarnos. Ligados lo estamos y muy, porque la libido que nos motoriza a hacer Escuela lleva en su fibra más íntima, el acicateo  de un deseo que hace huella indeleble: el deseo del analista.

El COVID‐19 hoy galopa sin cesar. La ciencia hará lo suyo y se lo agradeceremos. Ahora bien, hacer Escuela es tener presente que «la cuestión para el psicoanálisis, para la práctica del psicoanálisis, para esa práctica que determina un lazo social inédito, es la de ubicarse de modo de responder en el uno por uno a la impasse de la civilización de la ciencia, jugando su apuesta por la particularidad del sujeto, por la singularidad de su goce, y poniendo en juego otro saber que el saber científico»4.

De esta manera, hacer Escuela frente a la pandemia que hoy oprime al planeta, es un hacer que no sólo sabrá manipular lo inédito para proseguir como “comunidad de experiencia” a través de una red libidinal, sino que fundamentalmente es un hacer que toma aquello que la ciencia y el capitalismo dejan por fuera: la palabra del parlêtre como sello distintivo de su humanidad.

1 Miller, J.‐A., (1998) Seminarios en Caracas y Bogotá, La lectura del inconsciente, Paidós, Buenos Aires, 2015,  p. 585

2  Miller, J.‐A., (2000) La erótica del tiempo, Tres Haches, Buenos Aires, 2014, p.24

3 Lacan, J. Proposición del 9 de octubre de 1967 sobre el analista de la Escuela, en Otros Escritos, Paidós, Buenos Aires, 2012.

4 Tarrab, M: http://www.revistavirtualia.com/articulos/764/destacados/un‐lazo‐social‐inedito

Fare Scuola: una rete libidinale di fronte al COVID‐19

Andrea Fernanda Amendola
Membro EOL e AMP ‐ Buenos Aires ‐ 18/03/2020

Si impara a costruire il proprio cammino nel presente, perché il terreno del domani è troppo incerto per fare piani e il futuro fratturato. Con il tempo si impara che, se è troppo, anche il calore del sole può bruciare.

V. Shoffstall

Come abitare la Scuola nel tempo della pandemia? Che cosa ci anima? In una convergenza capricciosa e fuori senso, il reale con la sua legge ha compresso il tempo e non sappiamo più se attendiamo spaventati che il futuro diventi passato per sopportare le avversità del nostro presente o per iniettare un po’ di senso ai minuti vuoti.

Oggi l’intero pianeta è colpito da un virus che non dà tregua. Di colpo si impone un cambiamento radicale e in ogni angolo del mondo siamo tutti convocati a riposizionare il valore della vita.

La comunità analitica si trova quindi a muoversi verso un fare inedito che dia un posto al discorso analitico in modo diverso, guidata dall’inesorabile prevenzione sanitaria che ogni Stato decide per il proprio paese.

Passaggio dall’accelerazione quotidiana che ci fa ripiegare autisticamente su noi stessi, a una pausa fondamentale e vivificante: stare fermi e non circolare, prenderci cura degli altri e di noi stessi. Quasi come se il presente fosse una spessa cappa libidinale sulla quale è necessario tramare il tempo per comprendere, malgrado scorra troppo velocemente.

A questo proposito Jacques‐Alain Miller segnala che “il primo risultato della velocità nel mondo è un aumento del disagio nella civiltà”5 e che ci sono cose che hanno bisogno di tempo. Siamo testimoni del fatto che mentre alcuni cittadini rispettano le misure di sicurezza perché la vita prosegua, altri si tuffano a capofitto nella festa di un godimento mortifero che dell’attesa non vuole sapere nulla.

Come morti viventi dell’era dell’Altro che non esiste, suscitano un orrore che tende a virare all’odio, appiattendo drammaticamente la categoria che differenzia  gli  uni dagli  altri.  Sappiamo  che  Lacan  ha  dato  un  valore  speciale  all’attesa,  in   quanto

«presentifica il futuro prima che esso si registri nel passato»6.

Che fare in quanto analisti quando questo reale attraversa gli studi, gli incontri di Scuola, i cartelli, i controlli, la seduta analitica, le giornate, i congressi, il legame vitale con gli altri?

L’inedito reclama il tempo veloce dell’anticipazione in cui si inventano modalità nuove di fare posto al discorso analitico.

È vero che le reti sono una risorsa che molti analisti utilizzavano già, ma c’è un fare Scuola nella modalità della rete che si costituisce in un’esperienza libidinale inedita alla quale oggi siamo tutti convocati.

Alcuni colleghi postano le modalità con le quali proseguiranno le attività che fanno parte della loro pratica. Generalmente Skype e le chiamate video sono i preferiti. In altri casi l’aula virtuale diventa uno strumento per tanti che prima non la prendevano neppure in considerazione. E lì l’angoscia si riduce un po’, qualcosa comincia a farsi racconto di fronte alla crudezza del reale. Cartelli e riviste prendono forma su WhatsApp, si concordano appuntamenti per condividere letture, trascrizioni di momenti di Scuola e conversazioni tra colleghi.

Avvertiti rispetto a un reale che non disconosciamo, benché desidereremmo che fosse solo un brutto sogno, ci apprestiamo a dare forma a una rete libidinale che alberghi e preservi il nostro lavoro con gli altri, perché abbiamo bisogno di stare legati dal momento che siamo amorosamente implicati dalla causa analitica, lì dove  la Scuola instaura tra i suoi membri una comunità di esperienza7.

Il transfert di lavoro mette quindi in moto, in questa pandemia, una molteplicità di legami libidici che si avvalgono delle reti per sostenere ciò che ci ha sempre convocati: le singolarità con le loro sofferenze imbastite nel disagio dell’attuale  civiltà.

Questo invisibile pandemico ci ha portato a isolarci ma non a slegarci. Legati lo siamo e molto, perché la libido che ci muove a fare Scuola porta con sé, nella sua più intima fibra, lo stimolo di un desiderio dalla traccia indelebile: il desiderio dell’analista.

Il COVID‐19 oggi galoppa senza sosta. La scienza farà la sua parte e noi le siamo grati. Ebbene, fare Scuola è tenere presente che «la questione per la psicoanalisi, per la pratica della psicoanalisi, per questa pratica che determina un legame sociale  inedito, è quella di posizionarsi in modo da rispondere uno per uno all’impasse della civiltà della scienza, scommettendo sulla particolarità del soggetto, sulla singolarità del suo godimento e mettendo in gioco un sapere diverso da quello scientifico»8.

In questo modo, fare Scuola di fronte alla pandemia che oggi opprime il pianeta, è un fare che non solo saprà manipolare l’inedito per proseguire come comunità di esperienza attraverso una rete libidinale, ma fondamentalmente è un fare che raccoglie ciò che la scienza e il capitalismo lasciano fuori: la parola del parlêtre come marchio distintivo della sua umanità.

Traduzione Giuliana Zani

5 J.‐A. Miller, Seminarios en Caracas y Bogotá [1998], La lectura del inconsciente, Paidós, Buenos Aires, 2015,  p. 585.

6 J.‐A. Miller, Introduzione all’erotica del tempo [2000], La Psicoanalisi, 37, Roma, Astrolabio 2005,  p. 30.

7 J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2003.

8 M. Tarrab, http://www.revistavirtualia.com/articulos/764/destacados/un‐lazo‐social‐inedito

Una congiuntura virale

Omar Battisti
Membro SLP e AMP ‐ Rimini ‐ 15/03/2020

Una congiuntura, aggiungo ora, virale, ha costretto all’annullamento dell’incontro della SLP: Interpretare la Scuola, che era previsto per il 29 febbraio 2020. Un’ordinanza ha impedito ogni tipo di aggregazione. Se non siamo extraterritoriali, non si poteva ignorare la legge. La data dell’incontro sarà per ora aggiornata al venerdì 12 giugno prima del Convegno SLP di Roma.

Associare il titolo della giornata SLP Interpretare la Scuola e il titolo del Convegno Paure?, secondo la legge del significante, ha un effetto di senso che apre a catene significanti e al lavoro di Scuola. Ma la loro vicinanza può anche fissare l’eco prodotto da una contingenza incalcolabile. Il giornalista Maurizio Ferrara ricordava sul quotidiano Il Corriere della Sera che l’incertezza è oggi una sconosciuta9. La scienza dà l’illusione del controllo, ma è un’illusione. Gli scaffali vuoti nei supermercati possono far cogliere che l’incertezza appartiene al quotidiano, per quanto ci si sforzi di credere il contrario.

“Certo!” È una parola che, grazie al controllo, ha assunto un valore a me proprio, in risposta all’imprevisto di una domanda, facendo cadere l’adesione ad una posizione di sacrificio rispetto all’immaginario della domanda dell’Altro.

Queste righe sono frutto del voler dar seguito a ciò che si è prodotto nell’incontro con quella congiuntura virale: far sì che qualcosa ac‐cada. Nel Seminario XX Lacan evidenzia la differenza tra girare in tondo e cadere, tra rivoluzione e sovversione10.

Una lettera precipita, lasciando andare il versante patetico della ricerca della verità, la sua dimensione di voler dire il vero sul vero, per far emergere un fuori senso.

Certo! Qualcosa può ac‐cadere se ci si fa portatori dell’eco che risuona quando una lettera cade, come un sasso in uno stagno, che genera onde. Un’urgenza che mi riporta a quello che Miller considerava il genio di Lacan, «il risultato della disciplina  di ogni istante»11, una disciplina affine alla scrittura come atto di interpretare un testo nel momento in cui lo si legge.

Un musicista jazz, in un’intervista per il congresso AMP di Buenos Aires12, mi ha raccontato del suo sogno in cui leggeva un libro inesistente, scritto nel sogno medesimo mentre lo stava leggendo; un mio lavoro sul Satyricon13 di  Fellini  ha messo in luce il suo versante di incubo scritto prima ancora di essere sognato! Nel Seminario V Lacan nota l’importanza del sogno per Freud in quanto «testo scritto»14.

Di fronte ad un evento imprevedibile e incalcolabile, la scrittura può funzionare come litorale e cassa di risonanza dell’eco prodotto da una lettera che cade, non senza indirizzarla a chi la legge.

9 M. Ferrara, L’emergenza e le nostre incertezze, su: https://www.corriere.it/opinioni/20_febbraio_29/nostre‐incertezze‐f7097a0a‐5b29‐11ea‐8b1a‐ b76251361796.shtml

10 Cfr. J. Lacan, Il Seminario. Libro XX. Ancora, Einaudi, Torino 2011, p. 41.

11 J.‐A. Miller, Lettera chiara come il sole per i venti anni dalla morte di Jacques Lacan, per Atelier di psicoanalisi applicata stampata il 13 settembre 2001 a Parigi, traduzione italiana stampata a Roma. p, 3.

12 Intervista a Enrico Rava, su: https://congresoamp2020.com/it/articulos.php?sec=traumdeutung&sub=oniria&file=traumdeutu ng/oniria/19‐12‐26_entrevista‐a‐enrico‐rava.html

13 F. Fellini, Fellini Satyricon, 1969.

14 Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio, Einaudi, Torino 2004, p. 370.

Il peso della parola

Fabio Galimberti
Membro SLP e AMP ‐ Milano ‐ 15/03/2020

A partire dall’ultimo decreto ministeriale, ho deciso di chiudere temporaneamente i miei studi di Milano e di Lodi. Ad alcuni ho proposto di continuare la cura con le sedute online. Non l’ho fatto con gli analizzanti che lavorano dal lettino. Non è stata una scelta facile, anche se può apparire scontata. Gli effetti si vedranno alla ripresa, singolarmente per ognuno. Ma quello che mi ha già sorpreso, è stata la risposta di qualcuno che seguo in terapia, vis à vis. Diverse persone non hanno voluto fare le sedute online. Le motivazioni sono state varie. Alcuni, per la convivenza forzata gomito a gomito con familiari e compagni, non hanno la possibilità di parlare con la dovuta riservatezza. È comprensibile. Anche se un paziente mi ha videochiamato   con Whatsapp dalla macchina (pioveva), pur di trovare il modo di fare il nostro “incontro”. Altri mi hanno detto recisamente che preferiscono aspettare di rivederci di persona. In ogni caso, in cui mi è stato detto o mi è stato fatto capire che “non è  la stessa cosa”, io ho convenuto. Non ho mai insistito e non ho mai letto queste scelte come una resistenza. Potevo, la mia non era una presa di posizione generale.

O forse sì? Magari è una mia resistenza. Lacan scriveva che nella comunicazione della regola fondamentale l’analista veicola la dottrina psicoanalitica fino al punto delle conseguenze che ha avuto per lui. Vado a memoria, perché scrivo da casa e il Testo è nella libreria dello studio. Probabilmente questo vale anche per la proposta che ho fatto di fare le sedute online. Devo aver veicolato che non si tratta della stessa cosa. E sicuramente non lo è per me, per come lavoro io nella modalità telematica. Si potrebbe ribattere che la nostra è una talking cure, che è basata sulle parole e che queste si scambiano benissimo (quando la connessione funziona) anche via etere o ethernet. D’accordo, ma io credo che il loro peso specifico sia un altro.

Non hanno il peso del corpo, quello che le rende così impegnative da pronunciare in presenza di qualcuno. Che le rende così impegnative da assumere.

L’impegno della parola, l’engagement, mi sembra proprio quello che si riduce. Da ragazzo mi era capitata un’esperienza che me lo aveva fatto cogliere. Avevo quindici anni e una fidanzata francese. C’eravamo incontrati d’estate, in una vacanza/scambio internazionale. Poi in inverno avevamo preso a scriverci fittamente. E con che paroloni d’amore! Troppi paroloni d’amore, perché al momento dell’incontro, l’estate successiva, all’inizio non riuscii ad avvicinarla, quasi dovessi rendere conto di quanto avevo scritto. Eravamo un gruppo di italiani, di francesi e di tedeschi. Non è una barzelletta, era proprio così, e io potei  nascondermi nel mio gruppo per evitare di incrociarla. Avevo una fifa blu, non potevo stare al livello della mia parola. Poi, più della nevrosi, poté il reale…

Ho riportato questo ricordo, perché nella seduta credo avvenga qualcosa di simile. Se l’analizzante parla all’analista come se stesse scrivendo una lettera a qualcuno, la presenza fisica dell’analista è quel piccolo o grande shock che lo conduce a impegnarsi in quello che ha detto. Lo si percepisce, ad esempio, al momento del taglio, quando si accorge ancora di più di quello che ha detto. Ha anche delle forme fenomeniche particolari, una vertigine, un imbarazzo, un commento: «È difficile dire certe cose». Ma al di là di queste forme, che lasciano il tempo che trovano, quel che conta è che la presenza dei corpi scandisce l’altro tempo che Lacan segnala, quello che «consiste nel far dimenticare al paziente che si tratta soltanto di parole» (è un passo de La direzione della cura, vado sempre a memoria).

Non è detto per me che chi ha aderito alla proposta di fare le sedute online non desideri impegnarsi nella propria parola. Ma credo che, in parte, chi non ha voluto abbia fatto esperienza nella cura di questa dimenticanza e non voglia adesso alleggerire il peso della propria parola.

Le sourire de Bocaccio: le réel de la vie, envers de la peste

Marco Mauas
Membro AME GIEP – NLS ‐ Herzlya, Israele ‐ 16/03/2020

Le Decameron de Bocaccio, écrit entre 1351 et 1353, situé dans le contexte de la peste noire, dont le point maximal se situe entre 1347 et 1353, avec plus de 25 millions de morts, et qui a causé aussi des pogroms des juifs, accusés de la produire par intoxication et empoisonnement des puits, commence avec trois histoires. C’est une triade, un nœud de trois qui cerne le réel de la peste avec un sourire, et  avec  un art remarquable.

1 – Le réel du mensonge et l’abjection

 La première, d’un tel Saint Chapelet, un gros malin, pervers, assassin, a été envoyé pour recouvrer des dettes en raison du caractère décisif de sa position pulsionnelle. Arrive à destin chez deux frères usuriers, il tombe très gravement malade. Les deux frères craignent pour leur bonne réputation, puisque certainement il ne recevrait pas l’absolution au moment de sa confession. Quoi faire ? Mais Chapelet leur  indique de demander la présence d’un confesseur, et ses derniers mensonges, au lit de mort, au moment de recevoir l’absolution, ont causé, pas seulement son absolution, mais aussi sa sanctification. Sa tombe es visitée dès lors par des pèlerinages. Les mensonges au lit de mort, plus réels.

2 ‐ Les  péchés des Saint Pères

 Un Juif, nommé Abraham, dont son ami Jeannot de Chevigny avait tenté de convaincre  de  se  convertit  au  christianisme,  mais  Abraham  insista  de  connaître Roma avant toute décision. Jeannot s’inquiéta beaucoup de cette visite de son ami, étant donné les débauches, les excès et pêchés des cardinales et membres  de l’église qui étaient déjà connus à l’époque. Pour surprise de son ami, Abraham effectivement constaté les faits‐ Roma est une cité peuplée par les excès de la chair commis par les plus respectés des religieux et religieuses‐ mais il aussi comprends qu’en dépit de ça, le christianisme a beaucoup de succès, et il consent à se convertir, étant donné que ce succès l’indique que le christianisme est la vraie religion.

3 ‐ L’interprétation de l’entrepret

Un autre Juif, nommé Melchizedek, a été demandé par Saladin, qui avait besoin d’un prêt d’argent urgent, et voulait l’obtenir sans violence de ce riche Juif, de résoudre un problème pas simple : quel des trois religions, le Judaism, lez Christianisme et lIslam, est la plus vraie ? Melchizedek compris immédiatement qu’il était face à une piège. Sin recours a été de raconter à Saladin l’histoire d’un anneau, qui avait été donné à ses fils par un homme riche et puissant, hérité de génération en génération, chaque fois par le préféré entre frères, jusqu’avoir arrive aux mais d’un homme avec trois fils, les trois également aimés pour lui. Il procéda à faire copier l’anneau par un très habile orfèvre, et jusqu’aujourd’hui on ne sait pas quel des très exemplaires de l’anneau est la vraie. En conséquence Saladin compris que Melchizedek n’avait pas tombé dans le piège, et que pourrait demander le prêt et le retourner à temps.

Il sorriso di Boccaccio: il reale della vita, rovescio della peste

Marco Mauas
Membro AME GIEP – NLS ‐ Herzlya, Israele ‐ 16/03/2020

Il Decameron di Boccaccio, scritto tra il 1351 e il 1353, situato nel contesto della peste nera, il cui punto massimo si colloca tra il 1347 e il 1353, con più di 25 milioni di morti, e che ha causato anche dei Pogroms degli ebrei, accusati di produrla tramite l’intossicazione e l’avvelenamento dei pozzi, comincia con tre storie. É una triade, un nodo di tre che circoscrive il reale della peste con un sorriso, e con un’arte notevole.

1 – Il reale della menzogna e dell’abiezione

La prima novella racconta di un certo Ser Cepperello, un furbastro, perverso, assassino che è stato inviato a recuperare dei debiti per il carattere deciso della sua posizione pulsionale. Giunto a destinazione presso due fratelli usurai, si ammala gravemente. I due fratelli temono per la loro buona reputazione, poiché  sicuramente non potrebbe ricevere l’assoluzione al momento della sua confessione. Che fare? Ser Cepperello indica loro di domandare la presenza di un confessore, e le sue ultime menzogne, in letto di morte, quando sta per ricevere  l’assoluzione, hanno causato, non solo l’assoluzione, ma anche la sua santificazione. La sua tomba viene poi visitata durante dei pellegrinaggi. Le menzogne in letto di morte, più reali.

2 – I peccati dei santi padri

Nella seconda novella c’è un giudeo, chiamato Abraam, il cui amico Giannotto di Civignì aveva tentato di convincere a convertirsi al cristianesimo; Abraam però volle conoscere  Roma  prima  di  qualsiasi  decisione.  Giannotto  si  preoccupò  molto per questa visita dell’amico, date le dissolutezze, gli eccessi e i peccati dei cardinali e dei membri della chiesa, che erano già noti all’epoca. Sorprendendo il suo amico, Abraam constata effettivamente i fatti – Roma è una città popolata dagli eccessi della carne commessi dai religiosi e dalle religiose più rispettati – ma comprende anche che, nonostante ciò, il cristianesimo ha molto successo e acconsente a convertirsi, poiché questo successo gli indica che il cristianesimo è la vera religione.

3 – L’interpretazione dell’interprestanza15

Nella terza novella un altro giudeo, Melchisedech, è stato interpellato da Saladino, che necessitava di un prestito urgente di denaro. Poiché voleva ottenerlo senza violenza, chiese al ricco giudeo di risolvere un problema non semplice: quali fra le  tre religioni – giudaismo, cristianesimo e Islam – è la religione più vera? Melchisedech comprese immediatamente di essere di fronte a un trabocchetto. Senza altre possibilità, si mise a raccontare a Saladino la storia di un anello, che era stato dato ai suoi figli da un uomo ricco e potente, ereditato di generazione in generazione, ogni volta dal preferito tra i fratelli, sino a quando arriva nelle mani di un uomo con tre figli, che lui ama in egual modo. L’uomo si attivò per far copiare l’anello da un abilissimo orefice e, sino ad oggi, non si sa quale dei tre esemplari sia quello vero. Di conseguenza Saladino comprende che Melchisedech non era caduto nella trappola e che, quindi, avrebbe potuto chiedere il prestito e restituirlo in tempo.

Traduzione di Adele Succetti

15 J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 538.

Zona rossa

Marianna Matteoni
Partecipante SLP ‐ Riccione (RN) ‐ 18/03/2020

Cosa mi colpisce di più è il silenzio.

Le mie finestre si affacciano su una strada affollata e trafficata di persone, di studenti, chi entra in biblioteca, chi passeggia nel centro storico. Mi capita spesso di lamentare con veemenza la scarsità di parcheggi, il rumore dei clacson delle auto, il vociare dei passanti.

Da qualche giorno tutto questo sembra appartenere a un altro tempo e dalla strada sottostante sale solo il silenzio. Lo schermo del computer e quello della TV hanno sostituito la finestra sulla strada e mi rimandano pezzi di vita altrui condivisi sui social.

Le vite degli altri è un film straordinario16. Nella Repubblica democratica tedesca, ex DDR, la polizia comunista della Stasi controlla i cittadini fino a violare l’intimità domestica, ogni respiro, ogni brandello di parola viene registrato. Il nemico da perseguire è insidioso e invisibile, ovvero la libera circolazione delle idee, la possibilità della dissidenza, e lo Stato si adopera con qualunque mezzo per proteggere i cittadini, fino a provocarne la morte. La vita quotidiana è pervasa di paure, si inventano espedienti per sopravvivere. Un funzionario disobbediente salva la vita di uno scrittore. Solo dopo molti anni lo scrittore conoscerà la verità: uno sconosciuto, a distanza, lo ha sottratto alla morte.

Somiglianze con l’attualità! Il nemico è invisibile e nel peggiore dei casi porta in terapia intensiva senza ritorno. Anche oggi stare a distanza ci può salvare. Il Governo promuove atti per la salvaguardia della salute pubblica volti a ridurre se non interrompere i legami sociali: l’informazione passa attraverso i social, unitamente al computo di contagiati, ammalati, deceduti. Numeri dietro a cui ci sono o c’erano vite, le vite degli altri.

Risalgono alla settimana scorsa le immagini di persone che affollano la riviera assiepandosi nei bar sul porto. Era una domenica assolata, quasi primaverile, mentre la stagione ci vorrebbe ancora in inverno, anche se un inverno latitante. C’è il sole, la spiaggia, il contagio è lontano, al Nord, cosa vuoi che sia uno spritz in compagnia? Nel mondo globalizzato idee e merci viaggiano rapidamente, viaggia anche l’infezione. D’un tratto l’Oriente non è dall’altra parte del mondo e riecheggia un altro film, La Cina è vicina. Le telecamere trasmettono immagini di Wuhan deserta, i militari impediscono alle persone di uscire da casa, compound con migliaia di anime di fronte alle quali le dimensioni dei nostri condomini metropolitani sono modestissime.

La Grande Guerra e la clinica hanno insegnato a Freud che l’essere umano adotta sovente comportamenti che non lo conducono alla conservazione della vita ma sul lato opposto, dove non c’è il principio di realtà bensì qualcosa di più oscuro. Con fatica Freud ammette che ciò su cui ha fondato la psicoanalisi deve essere in parte rivisto: «non è esatto parlare di un’egemonia del principio di piacere sul flusso dei processi psichici»17. Su questo argomento scrive Al di là del principio di piacere, che dà la chiave di lettura degli eventi contemporanei perché focalizza la pulsione di morte come qualcosa di originario rispetto al principio di piacere, una  pulsione votata alla distruzione propria e altrui.

Accosto al libro di Freud ciò che Lacan dice sulla «evaporazione del padre»18 e la salita allo zenit dell’oggetto in Radiofonia. Quando la Legge simbolica non funziona, quando il Nome‐del‐Padre non tiene più, viene meno ciò che ordina i significanti e regola il godimento. All’evaporazione del padre si accompagna l’ascesa dell’oggetto e la spinta a godere. Assistiamo alla proliferazione di molteplici leggi, ognuno può farne una su misura per sé, questa volta sotto l’incitamento superegoico a godere di più: siamo nell’epoca della libertà, del “tutto è possibile”, perché sottostare a un limite?

Il sintagma “infrangere la legge” perde il suo significato, la prospettiva di una sanzione non funge da deterrente e l’inventiva non manca: le scuole sono chiuse per evitare adunanze e i genitori si organizzano per riunire i bambini in una sorta di asilo privato casalingo. È una corsa sfrenata verso ciò che fa male, verso il peggio, anche se appare nella forma innocua di uno spritz o di una passeggiata al parco.

Il reale si palesa all’improvviso, non si prevede, né previene. Il reale è ciò che torna allo stesso posto perché il significante lo manca, non riesce a dirlo. A fronte di un reale che non si piega, il simbolico ha la proprietà di essere flessibile perché è dialettico e il soggetto può, nell’incontro con l’analista, non senza sforzo, soggettivare un incontro con il reale che si manifesta come universale, ma che colpisce ognuno in un modo intimo diverso.

17 S. Freud, Al di là del principio di piacere [1920], in Opere, vol. X, Boringhieri, Torino 1989, p. 195.

18 J. Lacan, Nota sul padre e l’universalismo, in La Psicoanalisi n. 33, Astrolabio, Roma 2003, p. 9.

Una buona difesa

Maria Laura Tkach
Membro AME SLP e AMP – Torino ‐ 16/03/2020

Mi lascio prendere da un lampo, agganciandolo all’invito delle istanze della SLP e dell’EFP, a inviare dei brevi scritti all’a‐periodico online Rete Lacan.

Laurent Dupont conclude il suo editoriale del numero 195 dell’Hebdo‐Blog appena uscito, con qualcosa che è più che un suggerimento: «sognare, in questo momento, è già un bel programma».

Sono un sogno d’angoscia e l’angoscia stessa, scrive Freud, i prodromi dell’istallazione della fobia del piccolo Hans. Poche pagine prima aveva individuato, nell’insorgenza di un altro sogno precedente, l’avvenimento di una rimozione. A partire da questa l’inconscio del piccolo aveva creato un sogno che gli aveva consentito di dormire.

Recentemente, un soggetto molto in difficoltà, perché “finalmente, ora che non è sedato vede tutto”, alludeva nel suo discorso alla morte, propria e/o di un altro.

In questi ultimi due anni, lavorando il tema del prossimo Congresso dell’AMP, abbiamo spesso fatto riferimento a qualcosa che ci sembra di poter trovare nell’insegnamento di Lacan in relazione al sogno e cioè, un certo posto come di privilegio attribuito invece al risveglio.

Hans si sveglia angosciato dall’idea che la mamma possa venire a mancargli; la pulsione che lo incalza lo getta nell’angoscia. Sarà la fobia, la soluzione significante che ‐ sebbene creandogli qualche difficoltà, qualche zoppicamento ‐ gli consentirà di vivere con paura ma senza angoscia. Fortunato, il piccolo Hans, di poter contare su questi suoi mezzi.

Lacan stesso ci avverte quanto sia impensabile, impossibile il “risveglio totale”, pena la morte.

«Si può pensare che tutto il linguaggio sia fatto unicamente per non pensare la morte che, in effetti, è la cosa meno pensabile che ci sia. È certo per questo che […] la concepisco come un risveglio […]. Il risveglio totale può prendere, tra le altre forme, quella della conseguenza del sesso, cioè la morte. È dal lato del risveglio che si situa la morte»19. Da questo punto di vista, possiamo pure ringraziare il nostro fantasma di consentirci di sognare, molto o poco che sia, anche  quando  siamo svegli.

Non ci apprestiamo a cadere nel sonno soltanto per riposare il nostro corpo; abbiamo necessità di scollegare la nostra coscienza con una certa regolarità, abbandonandoci al lavoro immaginario e significante dell’inconscio (così come fece  il piccolo Hans con la sua fobia). I nostri sogni testimoniano di un lavorio continuo dell’inconscio, a partire da un reale che di certo non riposa, e che durante il sonno rimane ad una maggiore distanza da noi.

L’insegnamento freudiano è però chiaro. Vi è una condizione sine qua non per poter sognare: l’istallarsi della rimozione.

A sognare, dunque, anche in questo periodo in cui un reale sta invadendo così massicciamente le nostre vite. Sognare, almeno un po’, della buona maniera, ci aiuterà a poter continuare a vivere e a non farci inghiottire dalla pulsione di morte.

La messa in atto di quali buone difese ci consentirà di farlo?

19 Risposta di Lacan ad una questione postagli da Catherine Millot nel 1974, in L’Âne n. 3, 1981.