“Io chiamo sintomo tutto quello che viene dal reale. E il reale è tutto quello che non va, che non funziona, che ostacola la vita dell’uomo e l’affermazione della sua personalità. Il reale torna sempre allo stesso posto, lo trovi sempre lì, con le stesse sembianze. Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale […] non lo sanno di stare in una posizione insostenibile”. 

Freud per sempre, Intervista a Jacques Lacan di E. Granzotto, “Panorama”, n. 21, 1974, in “La psicoanalisi”, n. 41, Roma, Astrolabio, 2007, p. 17.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°20 – 18 novembre 2020

In copertina:

Gradiva Reiter, senza titolo – Cartografias, 2017, acrilico su carta

La crisi finanziaria vista da Jacques-Alain Miller

intervista per “Marianne”

Nel 2008, il settimanale “Marianne” ha pubblicato un’intervista a Jacques-Alain
Miller sulla crisi finanziaria.

       1. Come ricorda la sua etimologia, esistono delle affinità tra la parola crisi e la
       parola critica. La crisi fa appello al giudizio, ma è soprattutto un punto di svolta,
       un po’ come la malattia che può portare alla morte o alla guarigione. Per lo
       psicoanalista, cosa significa innanzitutto questa parola crisi?
Lo psicoanalista è amico della crisi. Entrare in analisi costituisce sempre per il
soggetto un momento critico, che risponde a una crisi o che ne rivela una. Solo che,
una volta cominciata, l’analisi è un lavoro: basta crisi! Le crisi di lacrime? Si attende
che passino. Le crisi di angoscia, persino di panico? le si disattiva. Le crisi di follia? Si
evita di scatenarle… In un altro senso, però, ogni seduta è come una piccola crisi,
che conosce il suo parossismo e la sua risoluzione. Per dirla in breve, c’è crisi, in
senso psicoanalitico, quando il discorso, le parole, le cifre, i riti, la routine, l’intero
apparato simbolico si verificano d’un tratto impotenti a temperare un reale che fa di
testa sua. Una crisi è il reale scatenato, impossibile da padroneggiare. L’equivalente,
nella civiltà, a quegli uragani con cui la natura ricorda periodicamente alla specie
umana la sua precarietà, la sua innata debilità.

       2. Come interpreta la paura di perdere il denaro? Tenere ai propri soldi ha lo stesso
       senso per un piccolo risparmiatore e per un miliardario?
Mi è capitato tempo fa di ricevere per qualche settimana un paziente che era
miliardario, un poco maniaco, che mi annunciava regolarmente, ridendo, di aver
guadagnato o perso un milione di dollari la mattina stessa, speculando sulle valute. Il
prezzo della seduta per lui era una sorta di mancia, non esisteva. È andato in rovina.
Ci sono altri tipi di ricchi, parsimoniosi, addirittura avari, e più accorti. Ma se uno è
veramente ricco, è piuttosto inanalizzabile, perché non è in condizione di pagare, di
cedere alcunché di significativo: l’analisi gli scivola addosso come l’acqua sul marmo.
Il “piccolo risparmiatore”? risparmiare, accumulare, è sacrificare il desiderio o
quanto meno rimandarlo. La cassetta di Arpagone è l’incassa-godimento, del
godimento congelato. Il denaro è un significante senza significazione che uccide
tutte le significazioni. Quando ci si consacra al denaro, la verità perde ogni senso, la
si considera solo uno specchietto per le allodole.

       3. L’avidità di guadagno, la volontà di accumulare somme tali da diventare irreali,
       ha a che fare, secondo lei, con l’angoscia della morte?
Si, la spinta-al-risparmio specula apertamente sulla morte, sulla paura delle malattie,
sul desiderio di perpetuarsi nella propria discendenza. Ma c’è anche la spinta-al-credito,
al consumo immediato, alla spesa sfrenata. E, in terzo luogo, c’è il denaro
per il denaro, il puro piacere di possedere, la spinta-al-più. Morte, godimento e
ripetizione sono tre facce di una piramide la cui base è data dalla natura inconscia
del denaro: questo è dell’ordine dell’oggetto anale. Che cosa s’intravede nel
momento di verità costituito da una crisi finanziaria? che tutto ciò non vale niente.
Insomma, che il denaro è merda. Questo è il reale che sconcerta tutti i discorsi. Li
chiamano gentilmente “i titoli tossici”… Benedetto XVI, sempre attento, non ha
esitato a sfruttare la crisi finanziaria: questo prova – ha detto – che tutto è vanità e
che solo la parola di Dio resiste!

       4. Questa crisi comporta una forte dimensione psicologica. Cosa spiega secondo lei
       questi movimenti di panico, che si osservano in particolare con le scosse dei
       mercati finanziari? Cosa li scatena? E come possono essere placati?
Il significante monetario è un sembiante che si fonda su convenzioni sociali.
L’universo finanziario è un’architettura di finzioni, la cui chiave di volta è quello che
Lacan chiamava un “soggetto supposto sapere”, sapere il perché e in che modo. Chi
svolge questo ruolo? Il consesso delle autorità, da cui a volte spicca una voce, Alan
Greenspan per esempio, a suo tempo. Su questo si fondano le aspettative, e le
aspettative delle aspettative, degli operatori. Tutto questo insieme fittizio e iperriflessivo
tiene grazie alla “fiducia”, vale a dire al transfert per il soggetto supposto
sapere. Se questo crolla, c’è crisi, disastro dei fondamenti, il che produce
logicamente effetti di panico. Ora, il soggetto supposto sapere finanziario era già
molto disgregato perché si aveva deregolamentato a tutto spiano. E lo si era fatto
perché la finanza credeva, nel suo delirio d’infatuazione, di poter fare a meno della
funzione di soggetto supposto sapere. Era credere a Babbo Natale. Primo tempo: gli
attivi immobiliari diventano spazzatura. Secondo tempo: a poco a poco la merda
invade tutto. Terzo tempo: gigantesco transfert negativo nei confronti delle autorità,
l’elettroshock del piano Paulson fallisce. No, la crisi durerà finché non si sarà
ricostituito un soggetto supposto sapere. Questo avverrà, in prospettiva, con un
nuovo Bretton Woods, con un concilio incaricato di dire il vero sul vero.

Traduzione di Laura Rizzo
Revisione di Adele Succetti

Psicoanalisi ibrida?

Sergio Caretto
Membro AME SLP e AMP – Torino – 08/11/2020

Recentemente ho acquistato un’auto, un’utilitaria, la cui caratteristica è di essere
ibrida. Non è particolarmente scattante, ma per le modeste velocità a cui viaggio fa
il caso mio. In compenso è ecologica, consuma poco e vedere le luci sul cruscotto
indicare il passaggio da un’alimentazione all’altra ha il suo fascino, il fascino
dell’illusione di non perdere niente. La particolarità della tecnologia ibrida non è
solamente il passaggio da un’alimentazione all’altra ma il fatto che le due
alimentazioni generate da due motori differenti, l’uno termico a benzina e l’altro
elettrico a batteria, si alimentino vicendevolmente in una circolarità
apparentemente senza fine e senza resti. In realtà l’illusione ecologica e di purezza
energetica cade rovinosamente nel momento in cui, a distanza di anni, riaffiora il
resto di questa formidabile tecnologia: una batteria esausta contenente metalli rari,
altamente inquinanti e difficilmente riciclabili quali il litio, il nickel, il cobalto… Ad
oggi la quasi totalità di questi scarti finisce negli altiforni tedeschi che ad altissime
temperature fanno fuoriuscire la cosiddetta “black mass” che a sua volta prenderà
la via della Cina e del Sud est asiatico. In questo modo gli scarti circolano da una
parte all’altra del mondo fin quando generano profitto, per poi andarsi a depositare,
generalmente nei medesimi angoli, lontani dal luogo di produzione e dalla giostra
sulla quale eravate comodamente saliti.

Black mass analitica
In ultima analisi possiamo ben dire che l’analista quale prodotto di un’analisi è la
black mass, lo scarto del discorso da cui deriva. Nel 1973 in Televisione Lacan, en
passant, dice di preferire il termine di abietto, per “designare ora il mio oggetto (a),
che uno dei miei ha avuto la vertigine di lasciarmi, proprio come questo oggetto,
cadere”1. Dal latino abiectus, participio passato di abicere, gettare via, respingere
una cosa spregevole, ignobile, vile. Pertanto l’oggetto a di cui Lacan ci aveva già
messo in guardia dal farne una consistenza e una sostanza, viene ora a coincidere
con l’abietto, con l’atto stesso del gettare via, del lasciare cadere quell’oggetto da
sempre perduto che l’analista aveva acconsentito ad incarnare nella cura. Per
questo Lacan ne parla piuttosto in termini di “sostanza episodica” o di una “[…]
consistenza che si sostiene per pura logica”2. Egli inventa e propone la passe agli
analisti della sua Scuola, avendo constatato come questi abbiano la tendenza a
misconoscere e negare sistematicamente il reale, l’abietto da cui provengono,
indietreggiando e non volendone sapere niente del buco da cui si staccano. La passe
è atta a verificare che un analista derivi effettivamente dall’abietto singolare della
propria analisi e non da altro; istante questo di caduta vertiginosa e traumatica, che
rinnova e porta la marca dell’incontro primario e insensato della lalingua sulla carne.
Passe pertanto quale esperienza che mira a tenere viva l’esperienza del reale al
cuore della Scuola, della Scuola soggetto per dirla con la Teoria di Torino di J.-A.
Miller3.
Nel suo insegnamento l’AE è chiamato a far parlare, ancora e una volta di più,
l’abietto espulso, a tenerlo vivo nel discorso quale causa di un dire, atto a provocare
il passaggio da un discorso all’altro, per contrastare il rischio che la psicoanalisi si
richiuda sugli altri discorsi, su di una weltanschauung tra altre: “L’effetto che si
propaga, infatti, non è di comunicazione della parola, ma di spostamento del
discorso”4. Nei 3 anni successivi alla nomina, la Scuola offre un tempo e un luogo in
cui l’AE possa fare il lutto legato della perdita dell’oggetto/abietto da sempre
perduto. Curiosamente tre anni sono anche quelli che Freud considerava essere il
tempo utile per compiere il lavoro richiesto da un lutto. Parlerei qui di “lutto
entusiasmante”. Lo voglia o meno, l’AE interpreta la Scuola in quanto ne costituisce
la sua black mass, lo scarto che esce dagli altiforni della Scuola. In questo senso l’AE,
scartina al tornasole della formazione analitica che deriva dalla Scuola, è ora
chiamato dalla stessa nel luogo dell’agente del discorso a tener viva e aperta la
dimensione analizzante nell’annodamento tra l’individuale e il collettivo: “Una tale
esperienza è essenziale per isolare la psicoanalisi dalla terapeutica, la quale distorce
la psicoanalisi, e non solo perché ne attenua il rigore”5.

I due motori dell’esperienza analitica: sintomo e fantasma
La sofferenza del sintomo, dice Freud, è il primo motore della cura in quanto ne
causa la domanda terapeutica. L’interpretazione analitica, là dove non chiuda sul
senso, non mancherà di fare emerge un secondo motore, più silenzioso del primo
ma non meno importante per l’analisi e per il movimento psicoanalitico: il fantasma.
Si tratta di un motore, il fantasma, che tende piuttosto a frenare la cura in quanto si
alimenta propriamente del godimento del sintomo di cui l’io vorrebbe sbarazzarsi. Il
“tornaconto secondario del sintomo” si radica in questo accumulatore di godimento
che determina una certa inerzia e resistenza al progresso dell’analisi. Qui
l’interpretazione non fa più presa e entrano in gioco il lavoro di costruzione e l’atto
analitico, atto che prende le mosse dall’abietto causa di desiderio più ancora che
dalla concatenazione significante inconscia.
Pertanto il discorso analitico, al di là del terapeutico, mira all’inconscio reale che si
innesta sul corpo del parlessere, e rivela il suo carattere intrinsecamente ibrido non
solamente perché concerne dimensioni eterogenee tra loro che si annodano alla
meno peggio, ma anche perché tale annodamento non è necessariamente forgiato
sul Nome-del-Padre. Ibrido deriva dal latino hybrida, che vuol dire bastardo,
proveniente da un incrocio di varietà, generi e specie diverse. Tuttavia, ancora alla
fine degli anni ’70, Lacan ammoniva dallo sbarazzarsi tout court del riferimento
Edipico: “[…] togliete l’Edipo e vi dirò che la psicoanalisi in estensione diventa
interamente riconducibile al delirio del presidente Schreber”6. “Fare a meno del
Nome-del-padre servendosene” formula che Lacan estrarrà non senza
l’insegnamento di Joyce, indica nell’atto, la possibilità di sostenere un annodamento
dei 3 registi sulla via del Sinthomo, al di là dell’Edipo ridotto al suo nocciolo di reale.
Nella mia esperienza l’atto analitico quale passaggio dall’analizzante all’analista, non
può prescindere dalla presenza, nell’incontro, del corpo pulsionale che pone un
limite ad ogni principio di sostituzione possibile, ritagliando un litorale singolare
dove la suggestione non trova più pane per i suoi denti. In questo senso, per quanto
la psicoanalisi abbia a un carattere ibrido, al tempo stesso la sua implicazione negli
altri discorsi non è all’insegna dell’ibridazione ed è per questo che Freud sottolineava
un quantum di resistenza ineliminabile al discorso analitico da parte della società.

Sentimento transoceanico
J.-A. Miller, nel 1996 nel Rapporto all’Assemblea generale AMP di Buenos Aires
intitolato “La terza epoca” scriveva: “L’epoca dei gruppi ha utilizzato la posta;
l’epoca delle Scuole è stata dominata dal fax (introdotto nel Campo freudiano alla
fine del 1990); l’epoca AMP esige Internet”7. Occorre dirlo: mai presente fu più
remoto. Mai come oggi, a causa del “distanziamento sociale”, questa esigenza di
internet si è fatta così sentire nella nostra comunità analitica a più livelli:
organizzativo, di legame tra di noi, tra le Scuole, di insegnamento e, non ultimo,
clinico.
Se il sintomo si costituisce in due tempi, la cosiddetta seconda ondata di covid 19
non può non risignificare la prima, fornendole retroattivamente la sua portata
“traumatica”. Per quanto mi concerne l’imbarazzo e lo scetticismo iniziale ad
utilizzare le potenti protesi tecnologiche per sostenere un lavoro nel campo
analitico, sia di trasmissione e insegnamento che di tipo clinico, ha poi per un breve
periodo lasciato il posto ad un effetto euforico/maniacale favorito dall’assenza di
gravità nel quale avevo l’impressione di muovermi. Eppure ero fermo, confinato
come un Hikikomori tra le mura della casa, ridotta vieppiù a celletta tecnologica. Il
tempo due, legato alla progressiva riapertura si caratterizzava piuttosto per una
certa logica scandita non tanto dalla presenza/assenza, ma piuttosto
presenza/presenza su remoto. In altri termini bye bye castrazione. Ora alternavo
momenti in cui stavo comodamente seduto a casa e partecipavo ad eventi
oltreoceano, ad altri dove viceversa il mio corpo si spostava come una trottola da un
luogo all’altro, rimanendo però sempre connesso, al fine di consentirmi di non
perdermi alcun incontro, tra i quali la partecipazione in sella alla mia ibrida alla
redazione di Rete Lacan.
In altri termini l’illusione di sostituire in remoto la presenza in carne e ossa del corpo
col suo ingombrante limite, favoriva l’ascesa dell’uomonline animato da un certo
sentimento transoceanico. Il sintomo, implacabile, non tardò a presentare il suo
conto: mi recavo in presenza ad incontri che erano stati indetti via skype e viceversa.
Ovviamente cercavo subito di rimediare all’inciampo con l’ausilio della tecnologia.
Inoltre, con la seconda ondata covid sperimentavo una certa fatica e nausea a stare
per ore attaccato al video, constatando anche come gli interessanti eventi ai quali
partecipavo e che certamente meritavano in quel momento il mio LIKE, di fatto sulla
distanza non scrivevano in me un granchè. Eppure c’ero. La decisione dell’AMP di
non spostare in remoto il suo Congresso data l’impossibilità di incontrarsi in
presenza, è stato per me un segno che non tutto, nell’analisi, si può sostituire e che
a qualcosa occorre ancora rinunciare nonostante le sempre più formidabili protesi
tecnologiche di cui siamo dotati. Grazie AMP che per un attimo ci distacchi dalla
giostra e ci ricordi che La donna non esiste!
L’avvenire della psicoanalisi dipenderà sempre più dal buon uso bucato che sapremo
fare di queste tecnologie e, ancora una volta, sarà solo la black mass che uscirà dalle
singole analisi e dal movimento psicoanalitico a dirci se e come saremo stati analisti
all’altezza del nostro tempo.

[1] J. Lacan, Televisione (1973), in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.520.
[2] J. Lacan, L’atto psicoanalitico (1969), in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.371.
[3] J.-A. Miller, Teoria di Torino sul soggetto della Scuola, in Appunti, n.78, 2000.
[4] J. Lacan, Radiofonia (1970), in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.403.
[5] J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, p.244.
[6] Ibid., p.254
[7] J.-A. Miller, La terza epoca. Rapporto all’Assemblea generale AMP di Buenos Aires, (luglio 1996)
in Appunti n.47.

La solitudine organizzata*

Gustavo Dessal
Membro AME ELP e AMP – Madrid – novembre 2020

Qualcuno ricorda l’epoca d’oro del confinamento quando l’umanità ha potuto
credersi Una nell’amore universale? Molti vi videro la speranza di una redenzione, la
promessa di una rettifica storica: saremmo rinati migliori e più buoni. Quel sogno
non è durato molto, si è trasformato molto presto in un incubo e sono tornati gli
zombi, le funeste creature che dormivano in quello stesso fango da cui proveniamo.
Oltre al virus che è già una disgrazia che si sparge sulla terra, ogni nuova ondata
trascina con sé il risorgere del male. La pandemia e le più oscure ideologie hanno
stretto una poderosa alleanza dando vita a vecchi simboli e riti che celebrano l’odio
e la morte. Perché la ripetizione demoniaca prospera nella pandemia esibendo la
ghigno del totalitarismo? Forse l’arcaico timore cosmico che ci avvolge si è smosso
per mano di un nemico invisibile che avvelena i corpi e le nazioni. Hannah Arendt1
ha formulato la tesi secondo la quale il fondamento del totalitarismo consiste nella
capacità del pensiero ideologico di rinchiudere gli individui in una solitudine
organizzata. Quando l’esistenza si incrina a causa di un evento che ci spoglia di quel
poco di senso al quale ci aggrappiamo per perdurare, il terrore e la vulnerabilità ci
fanno alzare lo sguardo verso il sole nero del pensiero ideologico per cercare lì una
risposta. Secondo Arendt, il totalitarismo si instaura mediante l’organizzazione
calcolata della solitudine e la distruzione dei legami che vincolano i soggetti tra di
loro e con l’esperienza individuale della realtà. Il totalitarismo sostituisce la cornice
individuale del fantasma, lo scenario su cui ogni soggetto costruisce la propria
esperienza singolare della realtà, con uno stampo in cui le singolarità muoiono
schiacciate sotto il peso della paura collettiva. L’ideologia è questa paura ancora più
forte del terrore che si impadronisce di noi quando dobbiamo affrontare l’abisso del
nostro inconscio. Allora preferiamo isolarci nella solitudine della massa e
trasformarci in automi selvaggi, sprovvisti di ogni solidarietà umana, pronti a seguire
il cammino indicato dai profeti salvatori. Il pensiero ideologico inocula la sensazione
che, al di là dell’esperienza singolare di ogni soggetto, esista una realtà più reale che
nessuno ha saputo vedere, una realtà occultata, non percepita, ma che ci è rivelata
dal discorso totalitario. «Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista
convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà
e finzione, fra vero e falso non esiste più»2, scrive la Arendt nell’opera citata. Le
cosiddette “reti sociali” possono tramutarsi nello strumento perfetto per la
desocializzazione, il veicolo più idoneo per farci scivolare lungo la china della
fabulazione paranoica. In un importante saggio sulla distinzione tra solitudine e
isolamento, Samantha Rose Hill rileva che in uno dei suoi diari la filosofa tedesca si
chiede se esiste un modo di pensare che non sia tirannico e quale sia la ragione per
la quale gli esseri umani sono facili prede delle formule più orrende. Conclude che gli
uomini preferiscono la schiavitù alla possibilità di pensare per conto proprio.
Sicuramente la psicoanalisi, introducendo la dimensione dell’inconscio, può portare
ancora più lontano questa terribile questione e la sua possibile risposta. Il linguaggio
costituisce la prima tirannia dalla quale non possiamo fuggire ed è probabile che in
questa inevitabile cattura sorga il germe di tutti gli ulteriori regimi. Diversamente da
ciò che credeva la grande Arendt, per la psicoanalisi la libertà non consiste solo nella
facoltà di pensare al di fuori dell’ideologia, ma nell’impossibilità per la parola di
organizzare tutta l’esperienza singolare di ogni soggetto. Mediante questo resto
inassimilabile al Tutto e che si rifugia nel sintomo, qualcosa riesce a sfuggire
all’istituzione del linguaggio e al suo potere dottrinario. Per questa ragione il
sintomo è il primo che un sistema totalitario dovrà eliminare. I tedeschi lo avevano
capito perfettamente: solamente l’Uno può regnare sulle ceneri dei sintomi. Non
hanno avuto il tempo di eliminarli tutti ma i loro nuovi emuli disseminati per il
mondo e meglio equipaggiati per organizzare la solitudine, vogliono tornare e
portare a termine il compito.

Traduzione Giuliana Zani

* Testo pubblicato nel blog Zadig España, disponibile qui:
https://zadigespana.com/2020/11/02/la-soledad-organizada/
[1] H. Arendt, Le origini del totalitarismo (cap.13, Ideologia e terrore), Torino, Einaudi,
2004, pp.630-656.
[2] Ivi, p.649.

Il giorno del mio compleanno

Alfonso Leo
Membro SLP e AMP – Avellino – 02/11/2020

Tra qualche giorno sarà il mio 65° compleanno, in piena pandemia da SARS COV 2.
In altri tempi avrei pensato ad organizzare una festa per parenti ed amici.
Dopotutto, compiere 65 anni ha un valore simbolico e certo porta con sé dei
vantaggi: la riduzione del prezzo del biglietto sui mezzi di trasporto, quello che mio
figlio tempo addietro definì lo sconto Matusalemme, o l’ingresso gratuito in alcuni
musei. Mai avrei pensato di non poterlo festeggiare, a causa delle note restrizioni da
pandemia, mai avrei pensato di essere considerato a livello sociale, per l’età
raggiunta, come una sorta di bestia rara da proteggere, ad essere buoni. Che i vecchi
non fossero di moda è, ormai, un dato acquisito: una volta la vecchiaia dava
prestigio, autorità nelle società tradizionaliste (spesso anche a prescindere dai meriti
effettivi del singolo, che diventava meritevole di rispetto per ragioni esclusivamente
anagrafiche). Ora i valori dominanti sono ben altri: la bellezza, la gioventù, la
performance. La vecchiaia fa paura, anche perché, come dice Martin Jarrige sulla
rivista “Mental”1, «il “vecchio” richiama la vittoria futura della morte sulla vita» e di
questi tempi non è proprio l’ideale.
Il 30 ottobre 2020 è stato pubblicato uno studio dell’ISPI2 (Istituto per gli studi di
Politica Internazionale) in cui si propone che al lockdown sia soggetta solo una
porzione della cittadinanza, solo le fasce di età più a rischio. Le cifre esposte sono
drammatiche. Esiste una notevole differenza tra l’assenza di intervento, con la
speranza che si raggiunga la mitica “immunità di gregge” che prevedrebbe 42 milioni
di contagiati e almeno 430.000/700.000 morti (circa l’1% della popolazione), ed un
lockdown totale quale quello di marzo col conseguente enorme danno economico
per gli anni a venire.
La soluzione proposta del lockdown per fasce d’età prevede una percentuale di
decessi “solo” dello 0.7% (43.000 persone), un numero comunque 10 volte inferiore
rispetto a quello dei decessi che cagionerebbe l’assenza d’intervento. Lo studio
prosegue dicendo che questo ridurrebbe anche il numero di persone ricoverate in
terapia intensiva. Visto che 3 persone su 4 tra quelle ricoverate per COVID in
rianimazione hanno più di 56 anni, il lockdown per fasce d’età ridurrebbe di molto la
pressione sulle strutture del S.S.N. Si potrebbero aumentare le ammissioni in
rianimazione per gli interventi chirurgici più complessi, che invece devono essere
rimandati perché i posti letto di terapia intensiva sono occupati dai pazienti COVID.
Resta vero che gli ospedali garantiscono in ogni caso le urgenze e i trattamenti per le
patologie oncologiche che rappresentano, in genere, la gran parte delle ammissioni
in terapia intensiva. Si pone, comunque, un problema di carattere quasi etico o
morale per l’individuo âgé al tempo del Covid. Ci si rende conto che, oltre alla
sensazione di essere una sorta di panda (specie protetta), aumenta anche il senso di
colpa. Il “Vecchio” per voler “vivere” sottrae vita agli altri!
La soluzione che propongono i ricercatori dell’ISPI è semplice: l’isolamento degli
anziani. Di certo non isolandoli tutti assieme in degli “hotel per anziani”, sorta di
campi di reclusione, visto quello che è successo nelle R.S.A. (Residenze Sanitarie
Assistenziali), spesso diventate focolai di infezione con conseguente aumento del
carico sugli ospedali. Sono sicuro che qualcuno obietterà che la soluzione potrebbe
invece essere proprio quella: stiparli/ci in case di riposo, così da togliere almeno il
fastidio e risolvere anche il problema della spesa pensionistica. Forse in questo
senso va la dichiarazione di Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, che il
giorno 1° novembre 2020, su Twitter, ha proposto l’isolamento per gli anziani
«Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese,
che vanno però tutelate». Siamo ancora alla protezione/reclusione della specie.
Insomma, mettere gli anziani con gli anziani non è la soluzione, metterli con i giovani
non se ne parla proprio, e allora?
Sarebbe preferibile quello che l’ISPI definisce «isolamento diffuso» sul territorio
(ciascuno nella propria abitazione). E se l’anziano trasgredisce ed esce? Come dicono
gli studiosi dell’ISPI, fatti suoi! Si esporrebbe al rischio di contagio causando un
danno a se stesso, «frutto di un calcolo personale»; ma vivendo isolato non
metterebbe a rischio l’intera comunità. Soluzione trovata?
Il 30 ottobre 2020, in contemporanea con la pubblicazione dello studio dell’ISPI, si è
fatto appello agli anestesisti in pensione a ritornare in servizio per dare una mano.
Non mi pare che le leggi attuali permettano di andare in pensione prima dei 60 anni,
quindi è logico supporre che si appresterebbe al servizio, e al rischio di contagio, un
battaglione di “reduci”, che vale a dire “vecchi”. Io, del resto, sono ancora in
servizio, per scelta, in ospedale, anche se non in un reparto COVID.
È facile comprendere che mettere in isolamento gli over 60, o anche gli over 50
come proponeva lo studio, creerebbe una enorme carenza di medici e infermieri nel
S.S.N. E gli over-60 che lavorano in sanità non sono naturalmente resistenti al
COVID, come mostra il prezzo alto pagato in vite umane.
A parte coloro che lavorano in sanità, la cui assenza costituirebbe un’emorragia
profonda nell’organico del S.S.N. e renderebbe quanto mai palese l’opinabile
gestione delle strategie d’impiego in questo settore, gli altri “vecchi” possono essere
chiusi in casa, senza vedere altre persone, se non a proprio rischio e pericolo. Ma i
vecchi continuano a desiderare, continuano ad essere vitali, fino alla fine della loro
vita. Altri studi hanno mostrato che gli anziani hanno una resilienza maggiore allo
stress da pandemia da COVID 19, rispetto ad altre fasce di popolazione.
Una ricerca della Società Americana di Gerontologia ha evidenziato che la
maggioranza degli anziani si è tenuta lontana dai luoghi pubblici, ha cancellato le
visite mediche non urgenti, ha passato meno tempo con gli amici e parenti,
cancellando le gite fuori porta (si tratta di una ricerca condotta in primavera ed
estate), evitando la partecipazione a feste o cerimonie familiari.
Di certo gli anziani soffrono per l’isolamento e la solitudine. La Zoom family può
funzionare per un tempo limitato, ma non si può vivere in un universo virtuale
all’infinito. In un articolo pubblicato su Medscape la dottoressa Preeti Malani
dell’Università del Michigan afferma: «tante famiglie responsabili sono lontane dai
propri genitori perché non vogliono esporli a rischi, ma, ormai, siamo a un punto in
cui i rischi possono essere mitigati con una attenta prevenzione. Le mascherine
aiutano tanto. La distanza sociale è essenziale. Fare i test è utile».
La soluzione, allora, non è la segregazione degli anziani ma, come ribadito, l’uso di
adeguate precauzioni di distanziamento “individuale” più che latamente “sociale”.
Ancora la dottoressa Malani, a proposito dei suoi comportamenti: «lo faccio anche
io con la mia famiglia quando vado a trovare i miei suoceri. All’aperto, fisicamente
distanti, niente abbracci, ma io ne faccio un punto fondamentale, visitarli è
fondamentale, il pericolo dell’isolamento è troppo alto».
Ma poi a che età si è vecchi? Quando si prendono le distanze dalla costante ricerca
del nuovo e ci si riappropria di antichi piaceri? Questo articolo lo sto scrivendo con
penna e carta e sto ritrovando il piacere della scrittura a mano, anche perché diversi
studi di neuropsicologia dimostrano che scrivere a mano migliora le performances
del cervello, mentre l’uso dei devices elettronici potrebbe essere controproducente.
Essere vecchi dipende dalla concezione che si ha di se stessi. Fin quando c’è
desiderio, un progetto, un sogno, allora sicuramente c’è vita. Essere vecchi non è
una malattia. Il vecchio, come tipo sociale, non esiste! Esistono gli anziani uno per
uno, ognuno con le sue domande e le sue soluzioni. Esistono persone più o meno
anziane. Esiste un reale a livello del corpo, il corpo di un anziano non è quello di un
giovane, ma lasciare spazio alla sua parola può essere un arricchimento per tutti.
Anzi, in un certo senso l’anziano è quanto più vicino al concetto di parlessere.
Spesso si parla che una persona adulta non è adatta alla psicoanalisi, l’ho sentito
dire tante volte, come se davvero non avesse diritto alla parola, ma anzi come dice
Francoise Labridy3: «la vecchiaia denuda la struttura della mancanza, il fuori norma,
quello che sfugge alla norma, infrange i limiti o restringe le possibilità». Bisogna
accettare la sola vera malattia umana, di essere preso come un corpo vivente nel
linguaggio, come afferma Lacan, di continuare ad essere, nonostante la vecchiaia,
una «substance jouissante»4, un soggetto ancora desiderante.
Ridurre il vecchio ad una sorta di bambino fragile significa negare il carico di
esperienza che ha e che potrebbe essere utile ai più giovani.
Quando tutto questo sarà finito, uno dei miei desideri/sogni è quello di creare punti
di aggregazione tra vecchi e giovani, per una trasmissione di conoscenze ma
soprattutto di pratiche di esperienza. Di creare nuovi nodi, alla maniera dell’ultimo
Lacan. Vi è bisogno di una nuova cultura in merito. Vedremo… Nonostante i 65
anni…

[1] M. Jagger, Vieillir…, “Mental”, n.15, 2005, p.70
[2] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/datavirus-il-lockdown-gli-anziani-puo-servire-28032
[3] F. Labridy, Nos Vieux, “Mental”, n.15, 2005, p.114.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXI, Le non-dupes errent, lezione del 12 marzo 1974 (inedito).

Logica della pluralizzazione*

A Jacques Borie
Loretta Biondi
 
Presidente SLP

Straordinario clinico, ha ben seminato nei solchi del Campo
freudiano.
La sua singolare destituzione di eccellente maestro, il suo
gioioso rigore di analista, di raffinata, vivace cultura con una
vena politica di rara stoffa è presente a ciascuno che l’ha
incontrato.
Il suo stile ha toccato il soggetto trans-individuale: una capacità di saper trasmettere
i fondamenti della psicoanalisi con una “leggerezza gaia”, effetto di una posizione
desiderante in cui traspariva il legame indelebile fra il lato epistemico, clinico e
politico, ha fatto testimonianza.
Ho ascoltato sempre con attenzione i suoi interventi.
Scelgo un passaggio di una Conferenza che depositò a Rimini:
«La nostra epoca è anche quella della psicologizzazione di tutto: si pensa che non
appena si presenta un problema bisogna parlarne. In un certo modo la psicoanalisi
andrebbe piuttosto nella direzione contraria: non che bisogna tacere, ma la finezza,
la raffinatezza della psicoanalisi è inventare un modo […] giusto di dire, il “ben dire”
come diceva Lacan. Il ben dire è sapere fare con l’impossibile da comprendere e
quindi non è un bla-bla-bla, parlare su tutto, volere capire tutto. È molto difficile
saperci fare con questo […]»1.
Un buco bordato di sorpresa, allegrezza, si è creato per la ricerca di una psicoanalisi
incarnata, al passo continuo con la clinica, con i legami di vita per la Scuola, per la
vita dei nostri giorni con la sua opera per la causa analitica.
I colleghi italiani che lo hanno incontrato negli insegnamenti lasciatici nelle varie
comunità italiane e la comunità tutta della SLP oggi lo piangono.
I suoi scritti rimangono e rimarranno.
Gratitudine ad una presenza militante, a cui ora ciascuno ha da dare un nuovo
ordine: JB.

[1] J. Borie, L’adolescenza o l’enigma dell’incontro con l’altro sesso – Conferenza tenuta a Rimini il
28 maggio 2010 (inedita).

Logica della pluralizzazione
Jacques Borie
Membro ECF e AMP – luglio 2018

L’idea per questo intervento è nata durante un seminario che ho tenuto a Varsavia nell’ottobre 2015 sulla questione del Nome-del-Padre e dei suoi cambiamenti. Come J.-A. Miller ci ha dimostrato, ciò che è interessante è chiedersi perché certi concetti sono usati da Lacan dall’inizio alla fine del suo insegnamento, pur non avendo lo stesso valore.

Il Nome-del-Padre e l’ordine simbolico
Lacan è entrato nella psicoanalisi con il concetto di Nome-del-Padre che non ha mai abbandonato, fino a renderlo l’equivalente del sinthomo alla fine del suo insegnamento. Ciò che è importante cogliere sono le variazioni e la logica a cui questo risponde. Andremo a rendere conto di questa logica che si costruisce, come sempre, dai punti di impasse incontrati.
La questione del Nome-del-Padre è un determinante nella costruzione del punto di capitone, al punto che potremmo scrivere, come fa talvolta Lacan: se P0, se non c’è il Nome-del-Padre, allora Φ0, il fallo non può funzionare, ad esempio come capitonaggio della significazione sessuale.
Il Nome-del-Padre è introdotto da Lacan con riferimento all’ordine simbolico, significante che lo raddoppia nell’Altro in quanto luogo della legge. Questo enunciato, il più classico di Lacan, ci indica chiaramente che il Nome-del-Padre funziona come ordine. Ciò presuppone che metta in ordine ciò che non lo è, e ciò che non è in ordine è l’immaginario. Questo significante è ordine simbolico puro, in altre parole è un significante che porta la morte più che la vita. La conseguenza di questa logica è che l’unica soluzione pensata, a quel tempo, da Lacan al difetto del Nome-del-Padre è la metafora. Essa infatti è dello stesso registro, del registro del significante puro, come supplenza del significante mancante. Il significante sostitutivo rimette quindi ordine là dove manca, laddove è il disordine dell’immaginario. Il Nome-del-Padre esiste e ciò che conta è che esista nel discorso della madre – vi ricordo la frase cruciale: «del caso ch’ella fa della sua parola, diciamo il termine giusto, della sua autorità, in altri termini del posto che riserva al Nome-del-Padre nella promozione della legge» 2. Avete così una definizione del Nome-del-Padre in riferimento, da un lato al padre e alla madre – la questione è pensata qui a partire dalla struttura della parentela e non a partire dalla sessualità – e, dall’altro, è interamente presa nel registro simbolico, poiché sono i significanti che la definiscono – nome, posto, legge, parola, significante, discorso della madre – neppure desiderio della madre. È una logica puramente strutturalista dove gli elementi e i posti determinano la produzione di significazione. Non c’è il minimo riferimento né alla sessualità, né al vivente, né al corpo. Il Nome-del-Padre è pensato a partire da una logica dell’universale. L’unica pratica possibile a partire da questa logica è quindi la supplenza simbolica. Questo ha fornito il modello delle istituzioni che si presentano come trattamento dell’Altro, rette da regole, ecc. Tutte queste osservazioni sono molto importanti e ci interessano perché hanno conseguenze sulla nostra pratica.
In che modo Lacan, a partire da questo punto, modificherà la concezione del Nome-del-Padre? Non posso sviluppare qui tutte le variazioni intermedie – per esempio si vede molto bene, già nel Seminario IV, come il padre del piccolo Hans appaia diversamente da una pura nominazione. Ed è ancora più chiaro nel Seminario X, in cui l’angoscia sorge proprio laddove il Nome-del-Padre è mancante.

La funzione Nome-del-Padre
Porrò l’accento su due punti. Il primo è relativo al Seminario I Nomi-del-Padre che, come sapete, è un “Seminario inesistente”, quello che Lacan rinuncia a fare quando viene escluso dall’IPA nel 1963. J.-A. Miller, commentando quel Seminario, dice questo: il Seminario dei Nomi-del-Padre ha come segreto che «il Nome-del-Padre come Il […] non esiste»3. L’inesistenza del Seminario è equivalente all’inesistenza de Il Nome-del-Padre. Siamo nella stessa logica di quella de La donna. Dire che Il Nome-del-Padre non esiste può essere equivalente a dire che La donna non esiste, ma in compenso di donne, ce ne sono molte, e che i Nomi-del-Padre è aperto. Che il Nome-del-Padre non esista significa che il Nome-del-Padre non ha essenza, può essere solo una pura esistenza. Non definisce l’essere del padre, è il nome che si mette su di un buco. È un sembiante che tappa il buco dell’inesistenza dell’Altro.
Nessuna essenza ma un’esistenza possibile.
Quello che vale, di conseguenza, non è il Nome-del-Padre come nominazione, ma il Nome-del-Padre come funzione, il che non è la stessa cosa. Il Nome-del-Padre come funzione si scrive f(x), il che significa che la funzione Nome-del-Padre può essere svolta da infinite variabili, x, non definite a priori. La funzione Nome-del-Padre perde il suo valore di universale, che vale per tutti, e si definisce solo dall’esistenza a seconda dei casi. Questo porterà Lacan a dire: «Il Nome-del-Padre […] Se ne può fare a meno a condizione di servirsene»4. Si può fare a meno di dargli una consistenza, una essenza, ma quello che conta è di servirsene, in altri termini è l’uso che prevale. L’uso non è mai definito in anticipo e questo, dunque, apre alle molteplici variabili di f(x).
Il secondo punto permette di rendere conto di questa molteplicità delle variabili possibili, il che significa che tutto ciò che verifica la funzione Nome-del-Padre è possibile. Non è necessariamente un significante, non rientra necessariamente nella logica della metafora. Per dirlo in un altro modo, passiamo dalla logica della catena alla logica del nodo. Il punto cruciale si trova nel Seminario “RSI”, in cui Lacan ritorna sulla funzione Nome-del-Padre con la questione dell’eccezione concepita a partire dal fai-da-te sui miti freudiani. Con la costruzione dell’Edipo e di Totem e tabù, il padre è ciò che fa eccezione. Questa posizione di eccezione fonda l’universale sul lato dei figli, di tutti gli altri, l’insieme dei figli castrati. Lacan ritorna quindi su questa concezione in “RSI”: «È necessario che chiunque possa fare eccezione perché la funzione dell’eccezione diventi modello»5. Non è uno che fa eccezione, è chiunque. La funzione dell’eccezione, qui funzione Nome-del-Padre, può essere tenuta da chiunque, a condizione che realizzi il modello della funzione. Questa è la garanzia della funzione del padre. Vediamo che Lacan non rinuncia alla nozione di garanzia che si credeva ciò nonostante abbandonata, dal momento che veniva messa in evidenza non solo la mancanza dell’Altro ma l’inesistenza dell’Altro. Lacan sostiene che vi è comunque una garanzia. «Basta che [il padre] sia un modello della funzione. Ecco quello che deve essere il padre, in quanto non può essere che eccezione. Può  essere modello della funzione solo se ne realizza il tipo»6. Capite che questo modello, in quanto è l’eccezione, non è affatto una maniera universale, ed è per questo che aggiunge che «la normalità non è la virtù paterna»7.
Se volete avere un modello della funzione paterna, lo si deve fare con la per-versione8, vale a dire non con un modello dell’universale ma con una versione particolare di ciascuno. La funzione del Nome-del-Padre è realizzata solo uno per uno, come esistenza, non è mai garantito in anticipo e Lacan aggiunge un po’ più avanti nel testo che il padre è «piuttosto indietro rispetto a tutti i magisteri»9. Abbiamo l’obiezione al Nome-del-Padre concepito come universale e tuttavia si mantiene comunque l’idea di una garanzia.

Per-versione
Siamo passati dal Nome-del-Padre definito nel rapporto al discorso della madre, vale a dire in un’astrazione, al Nome-del-Padre concepito nel rapporto tra un uomo e una donna, il che non è affatto la stessa cosa. Potremmo dire che passiamo dall’antropologia alla psicoanalisi. Lacan è partito dall’antropologia servendosi delle strutture elementari della parentela di Lévi Strauss, vale a dire da una definizione dell’universale, della proibizione dell’incesto, delle leggi della parentela. Queste sono leggi che valgono per tutti e che definiscono i rapporti tra le generazioni, non sono leggi che definiscono i rapporti tra gli esseri in quanto sessuati. Con R.S.I., invece, viene messo in evidenza il rapporto tra un uomo e una donna in quanto la per-versione sul lato uomo è ciò che garantisce la funzione del padre perché limita il godimento della madre e lo fissa da qualche parte. Si è passati da una logica dell’universale a una logica della causa sessuale, il che è molto diverso. Questo non sfocia in nessuna norma della pratica, che quindi è aperta a tutte le variazioni possibili a partire dalla possibilità di realizzare la funzione. Questa concezione del Nome-del-Padre in quanto determinante nella misura in cui produce un effetto di garanzia della funzione, vale a dire una limitazione del godimento, ci dà il modello di tutte le modalità di capitonaggio possibili.
L’eccezione non è più pensata come riconducibile a uno solo che fonderebbe l’insieme degli altri, non c’è l’insieme – questa è la conseguenza dell’inesistenza dell’Altro. C’è solo dell’uno per uno. Ognuno è confrontato con la possibilità di realizzare il modello della funzione, non essendo conforme agli altri, ma sostenendo, nella propria versione, la funzione di quello che un uomo può sostenere agli occhi di una donna, dividendola tra madre e donna. A partire da qui, il lavoro con gli psicotici non è più fondato unicamente sulla metafora delirante. Per Schreber quest’ultima – acconsentire a essere la donna di Dio – è ciò che ha permesso una stabilizzazione, con l’unica risposta di una metafora al posto del significante che manca. In questo caso, invece, abbiamo l’infinito delle possibilità della variabile della funzione, nessuna delle quali è definita a priori, a meno di realizzarne il modello, vale a dire produrre questo effetto di limitazione del godimento.

É-pater la famiglia
Lacan aggiunge un punto che mi pare cruciale, nel Seminario …o peggio. Quando gli parlano ancora della carenza paterna, termine che ricusa, dice: «Il padre è colui che deve sbalordire la famiglia»10. Questo termine è essenziale per comprendere questa funzione Nome-del-Padre, ben diversa dalla prima definizione del Nome-del-Padre. Sbalordire la famiglia significa per l’appunto non essere qualcuno totalmente normale, è essere qualcuno che fa cose eccezionali, qualcuno che non è come tutti. Sbalordire, è-pater11, è padre ma, a lato, non a partire dalla norma del padre, ma a partire da un non come tutti. Questa funzione di sbalordire la famiglia, Éric Laurent dice che è un modo di dire che il padre è colui che si tiene alla giusta  distanza dalla norma12. Bisogna essere un po’ speciale, fare un po’ effetto, proprio perché non si è nella norma e tuttavia si incarna qualcosa che permette agli altri, alla madre e ai figli, di collocarsi rispetto a questo tipo speciale. Lacan dice persino che sbalordire la famiglia è questa la virtù paterna. Non è un automatismo della struttura, non è un pensiero strutturalista. È necessario che ci sia dell’esistenza, che qualcuno lo sostenga, in relazione alla causa sessuale, vale a dire a ciò che deve essere incarnato dal desiderio di qualcuno.

Capitone e garanzia
Questo permette di cogliere la funzione del punto di capitone, che non è solo la graffa tra un significante e l’altro, come Lacan lo concepisce all’inizio, ma le variazioni molteplici di tale funzione, dal momento che non si concepisce il simbolico come un ordine ma come una categoria della disarmonia soggettiva. Il parlessere ha a che fare con il reale, con il simbolico e con l’immaginario. Non ci si capisce niente, si parte dalla baraonda e non dall’ordine, dallo storto e non dal diritto. L’ordine simbolico non viene per primo, semmai ci sono i detriti della vita, le parole che vagano, gli oggetti che circolano, le parole che si trasmettono tra generazioni senza sapere da dove escano né chi li ha pronunciate. Con questo, si fa qualcosa che realizza comunque la funzione di produrre una certa garanzia. Insisto su questa parola, garanzia, perché Lacan la utilizza nel momento stesso in cui critica la sua propria nozione di Nome-del-Padre come universale pensato come garanzia, come legge nell’Altro del significante. La nozione di garanzia è completamente cambiata, essa verte sul rapporto con il godimento degli esseri incarnati e non su una legge puramente simbolica. Questo ci lascia molteplici prospettive pragmatiche, perché f(x) lascia un’infinità di possibilità. La x funziona in modo molto variabile e noi dobbiamo reperire in che modo le diverse modalità della x, delle variabili della funzione, permettono di realizzare il tipo senza identificarsi a una norma. Questa esistenza della funzione si esemplifica solo per contingenza, non è una necessità, si incontra oppure no. Dobbiamo verificare questo nella pratica e fornire il nostro contributo affinché i soggetti smarriti abbiano la possibilità di orientarvisi.
Il Nome-del-Padre non è più come all’inizio un deficit quando è precluso, ma piuttosto un punto di appoggio che si produce a partire da questa contingenza. Permette un nuovo annodamento che è diverso rispetto all’imbastitura di un significante con un altro. Non è più un ordine ma un buco da bordare, il che non è la stessa cosa.

Traduzione: Adele Succetti e Eva Bocchiola

[1] Articolo pubblicato in francese, disponibile qui: https://www.lacan-universite.fr/wp-content/uploads/2018/07/04-Ironik31-Jacques-Borie.pdf

[2]  J. Lacan, Una questione preliminare ad ogni possibile trattamento della psicosi, in Scritti, Volume II, Torino, Einaudi, 2002, p.575.

[3] J.-A. Miller, Commentaire du « Séminaire inexistant », “Quarto”, n. 87, 2006, pp.6-7.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il Sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, p.133.

[5] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, « R.S.I. », lezione del 21 gennaio 1975, inedito.

[6] Ibid.

[7] Ibid.

[8] Abbiamo tradotto con per-versione il neologismo di Lacan père-version, che si può intendere come perversione e, al contempo, come versione del padre.

[9] J. Lacan, Le Séminaire, livre XXII, R.S.I., lezione del 21 gennaio 1975, inedito.

[10] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, … o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.204.

[11] Lacan qui gioca con il verbo épater (sbalordire) che può essere letto anche come é-pater (in latino), é-padre.

[12] É. Laurent, Un nouvel amour pour le père, La Cause freudienne, n.64, 2006, pp.77-88.