“Lacan ritiene che si possa destituire il soggetto del suo fantasma fallico, farlo rinunciare a questo rifiuto della femminilità, cosa che affligge non solo l’uomo, ma l’essere parlante, e fare anche in modo che vi acconsenta. Il migliore esempio ai suoi occhi è lo psicoanalista stesso”. 

J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, p. 57

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°21 – 9 dicembre 2020

In copertina:

Roberta Moscheo – vivere in bianco e nero (dettaglio) – 2020

tecnica mista su tela

Quello che la psicoanalisi insegna sui femminicidi

Francesca Biagi-Chai
Membro AME ECF e AMP – Parigi*

L’inaspettata intrusione di godimento che è «L’attentato sessuale», attraverso cui l’Uno del significante ha marcato l’Altro del corpo per il soggetto stesso, cambia significazione quando si tratta di violenze fisiche o di omicidi? Il limite della parola è superato, ma esso vi rimane attaccato per la dimensione causale da cui si origina il godimento. «Della nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili»1 scrive Lacan rispondendo a Freud che si chiede se dobbiamo considerarci responsabili dei nostri sogni, che però sono fuori dalla portata della coscienza. L’inconscio non è l’Inconscio, l’après-coup permette di cercare di saperne qualcosa. Ma il legame del sapere con la «posizione di soggetto» è quanto meno problematico poiché «il soggetto rappresentato da un significante per un altro significante» non potrebbe riuscirci, riuscire a prendere realmente la sua parte, la sua parte di godimento, nei fatti che denuncia così come in quelli che commette. Lacan prolunga la sua affermazione dicendo che «Si è responsabili sono nella misura del proprio saper-fare»2, la responsabilità passa cioè sul lato di ciò che si manifesta concretamente nel legame con il mondo, sul lato dell’esistenza, sul lato del sinthomo. Un passaggio che è un annodamento viene fatto con la terza formula «non c’è responsabilità se non sessuale»3 nella misura in cui il corpo fa obiezione al puro soggetto e alla piena volontà verso cui si tende oggi con l’eliminazione del sintomo. Ora, il fallimento che costituisce il sintomo è sessuale, e si può rispondere solo da lì, si può rispondere solo «a lato». Definendo l’inconscio come parlessere, Lacan reintroduce il per tutti, non il per tutti della parrocchia del fallo, ma quello di «La donna, che non esiste» e della singolarità del godimento, che deborda dalle strutture e le sovverte. A partire da lì, ogni processo di segregazione o di tipificazione è impossibile, così la giovane Milena s’interroga a proposito del «femminicidio» commesso dal padre nei confronti della madre.

«Ritengo che per mio padre si sarebbe potuto fare una valutazione psicologica, sapere in che stato si trovasse, da dove veniva il problema», dice la giovane Milena dopo che il padre ha ucciso la moglie e poi si è sparato. Culmine di una logica sfrenata del peggio che non ha incontrato nulla sul suo cammino e che è terminata con «un proiettile per lei, un proiettile per me».4

Il termine femminicidio, apparso di recente, nomina fatti sempre più numerosi, se ci si riferisce alle statistiche. Rendendoli visibili, fa esistere un sottoinsieme nella categoria degli omicidi che fonda la criminalità. Ma l’elemento statistico, anche se nominato, basta a far esistere il femminicidio in quanto tale? Oppure si deve concepire un legame organico proprio al fatto che un uomo uccida una donna? Un legame organico dello stesso ordine di quello che, nell’infanticidio, unisce una madre al suo bambino, come la letteratura ha abbondantemente constatato.

E, per quanto concerne i femminicidi, come provare il carattere sessista, cioè come provare che «che un uomo ha ucciso la propria donna perché essa è una donna e non perché è la sua donna»5?  Il termine stesso di femminicidio tende verso l’articolo indefinito – «uccidere una donna» –, dando così consistenza alla categoria della donna in sé, attenuando il valore dell’articolo possessivo che l’ha iscritta in un legame con l’altro.

Ma è il possesso (la sua donna) che è incriminato da tutti gli specialisti come movente essenziale del crimine. Non possiamo rilevare una certa tensione tra questi due modi di affrontare le violenze nei confronti delle donne? È qui che deve collocarsi la profondità della clinica.

Nell’epoca precedente alla nostra, quella in cui l’immaginario abbondava, le rivendicazioni vertevano già sul rifiuto del «possesso» e della «schiavitù», come pure sulla profonda ingiustizia che sanzionava, allora, l’adulterio in modo dissimmetrico6.  Oggi la sostituzione, nel legame sociale, di un reale pragmatico e cinico vede crescere, al di qua di ogni parola, i passaggi all’atto. Il più delle volte si rivelano come immotivati, il che riporta alla de-soggettivazione, alla de-singolarizzazione del movente a favore dell’articolo indefinito (una donna), il che riduce il genere al significante-padrone: la donna. Questo apre la via all’uso in serie di significanti-padroni al posto del sapere. Ora, come sappiamo, La donna non esiste, ma delle donne esistono, una per una, ognuna.

La storia delle donne mostra che dire «mio marito» o «mia moglie»7 non ha esattamente lo stesso valore, diciamo lo stesso valore di godimento. Eppure è l’uguaglianza assoluta che ci si attende, che si rivendica nella coppia. Questa differenza significativa, che si prova ancora oggi, nonostante la modifica delle leggi positive, cammina sempre «nelle profondità del gusto»; un altro modo di dire il discorso del padrone. Per questo motivo, «le violenze fatte alle donne» sono sempre di enorme attualità.

Lacan con Lévi-Strauss

Lacan, che non ha trascurato queste profondità, fin dall’inizio si è avvalso di Claude Lévi-Strauss per individuare il punto mitico all’origine di questa strutturazione iniqua che, socialmente, ha suffragato la differenza tra i sessi. Le donne vi sono apparse come oggetti di scambio, meno tra gli uomini che attraverso di loro, tra le generazioni, generazioni fondamentalmente androcentriche e patriarcali. «Vi è per lei, dice Lacan, qualcosa di insormontabile, diciamo di inaccettabile, nel fatto di esser messa in posizione di oggetto in un ordine simbolico cui d’altra parte è interamente sottomessa al pari dell’uomo»8. Questa frase comporta in se stessa quello che è un per tutti: ogni essere parlante è sottomesso alla castrazione, sottomesso all’impossibile del dire tutto, impossibile che il fuori senso del sessuale introduce nel discorso; al contempo, una differenziazione si impone a livello del godimento. questo si caratterizza come godimento fallico, godimento femminile che vi si aggiunge, e godimento forclusivo con i suoi effetti di de-soggettivazione e di frammentazione. Per questo Lacan può dire che «della nostra posizione di soggetto siamo sempre responsabili», e «non c’è responsabilità se non sessuale».

Lo spiegamento di questa concezione iniziale condurrà Lacan, al di là di qualsiasi segregazione e nel rispetto delle differenze, alla definizione dell’inconscio che dà nel suo ultimo insegnamento, ovvero: il parlessere. Unica definizione dell’inconscio (mix di parola e di godimento) atta a mantenere la psicoanalisi come il campo di un’esperienza aperta.

 

L’inconscio e il fallo

Il significante femminicidio, in quanto tale, partecipa all’evidenza della pluralizzazione dell’Uno dell’universale negli uni dei particolari, omogenei, di cui testimonia la serie dei significanti-padroni collegati ai godimenti collettivizzati. Nessuna linea di finzione/fixion che il significante comunque installa, il loro funzionamento tenta piuttosto di far esistere degli universi di discorso, precisamente l’interscambiabilità dei godimenti. Ora, «non c’è universo di discorso»9, dice Lacan, giacché se il linguaggio è un sistema aperto, se non può chiudersi su se stesso, allora lo stesso vale per il discorso. In queste sfere, queste micro-società in cui l’identificazione vale come identità, è l’inconscio in quanto tale che è scomparso, e con esso la funzione della parola. Giacché l’inconscio lacaniano, al di là della roccia della castrazione, ha incluso nella sua concettualizzazione quello che se ne deduce; l’apertura come causale, l’impossibile come reale, e la funzione del significante come risposta, difesa, invenzione contro tale reale. Alcuni hanno potuto o potrebbero rimproverare a Lacan il suo strutturalismo, il binario nevrosi/psicosi incentrato sulla significazione fallica, ma questo vuol dire che non hanno saputo leggerlo. Il fallo ha assunto in Lacan la funzione simbolica del significante di una differenza, di un più o di un meno che non traducono in nessun caso una gerarchia giacchè questo dipende dalla natura stessa del simbolico. Analogamente, quando Lacan scrive Phi0 a proposito della psicosi, non si tratta di un non-fallo o di una concezione deficitaria della psicosi, ma del fallo simbolico indicizzato 0, vale a dire dei fenomeni e degli eventi di godimento nel soggetto della forclusione – conseguenze del reale, non come godimento ignorato, ma come godimento provato, martirologia dell’inconscio.

Ripassando un’altra volta dal significante, dalla sua scrittura e dalla sua traccia a livello del soggetto, Lacan amplierà la portata del potere separatore del fallo riportandolo, sul cammino del sinthomo, alla coalescenza del corpo e del pensiero meno ristretta. Nel Seminario …o peggio egli precisa: «Ciò che è scritto si è pensato? Ecco il problema. È possibile che non si possa più dire da parte di chi si è pensato. Questo è qualcosa con cui avete a che fare in tutto quello che è scritto. La coda di pensieri di cui ho parlato è proprio il soggetto, il soggetto di questi pensieri, il soggetto in quanto ipotetico. Con questo ipotetico […] lo chiamerò lo strascico, lo strascico della coda di pensieri, di quel qualcosa di reale che produce l’effetto di cometa che ho chiamato coda di pensieri, e che forse è proprio il fallo»10. Quello che succede qui, questa sorta di evento di godimento può «essere riconquistato nachträglich», nell’après coup, l’après-coup di quello che Lacan chiama qui lo sgomento, ovvero la disgiunzione tra il sessuale e il senso. Questo apre, qui, la possibilità che qualsiasi reale sia individuato diversamente rispetto alle strutture classiche del sintomo e del fantasma. «Perché vi possa essere psicoanalisi, e per dirla tutta interpretazione, è necessario che ciò di cui si parla la coda di pensieri sia stato pensato, pensato in quanto pensiero reale». Cioè è necessario che il significante abbia fatto marchio laddove ha preso corpo, e questo interessa sia l’esperienza che la clinica.

 

«Femminicidi, meccanica di un crimine annunciato»11

Il giornale “Le Monde” di recente ha consacrato un dossier speciale ai femminicidi, dando seguito a un anno di inchieste sugli omicidi coniugali.  Anche se la maggior parte degli inquirenti, esperti e altri specialisti delle patologie dette psicosociali non conoscono Lacan, resta il fatto che la dimensione dell’inconscio che essi rifiutano imperla i diversi casi sviluppati. Sì, l’inconscio scorre dietro le domande poste e lasciate in sospeso, tanto è evidente il fatto che lo schema fornito, di questo fenomeno complesso, non è così! Tutto comincia con «l’acquisizione radicale del controllo»12 di un uomo sulla propria compagna, ma cos’è una acquisizione di controllo? In quale registro causale rientra? E cosa significa «radicale»? In seguito si svolge «una vita soggiogata»13 di cui non si conosce lo spessore. In che modo è cominciato? Perché il silenzio di quella donna? Che offerta si fa a tale silenzio? In seguito giunge la minaccia o la decisione di separazione ed ecco «la rottura, primo fattore scatenante del passaggio all’atto»14. Questi significanti testimoniano che si individua il reale nel senso di Lacan, laddove ciò che si coglie in genere con i termini di rottura e di scatenamento raggiunge la faglia nel simbolico. Questo per dire che il reale emerge, insiste e a fortiori sfugge al discorso del padrone. Ed esso insorgerà proprio perchè sarà misconosciuto, giacché l’inconscio, come Lacan lo sottolinea15, implica che lo si ascolti. Nel prosieguo dello schema tipo, il passaggio all’atto viene caratterizzato come «un’esplosione di violenza», un «overkill»16. Questo termine designa l’accanimento nel numero di colpi inferti e la molteplicità dei modi operativi che accompagnano l’omicidio. Come si spiega una simile esplosione in uomini in cui questo è il primo e unico crimine – il femminicidio non rientra in quanto tale nella categoria degli assassini seriali? Gli psichiatri lo spiegano con «la scarica pulsionale», «la liberazione di una tensione»: ma cos’è una pulsione che non si fonda nella parola? Allora bisognerebbe chiamarlo istinto, quello che la natura programma negli animali. Nel suo corso L’Uno-tutto-solo, Jacques-Alain Miller estrae questo punto raffinato da quello che è la pulsione in Lacan, ovvero il fatto che nella pulsione «ça parle»17, e che il soggetto nella pulsione è «tanto più lontano dal parlare quanto più parla»18. La pulsione, affrancandosi dal linguaggio, porta la parola al suo culmine. Ed è proprio perchè ça parle nella pulsione che la parola può avere su di essa un’incidenza19. Nel passaggio all’atto si trova precipitata la congiunzione del reale e del simbolico, reale sul quale ci guadagneremmo, se si sapesse qualcosa. Si tratta del reale di un soggetto che, sul bordo del vuoto, tenta di estrarre dall’Altro la funzione del vivente che è l’oggetto a oppure che tenta di colpire il male, il proprio kakon che è anch’esso l’oggetto a? Si tratta della precipitazione nel senso psicho-chimico del termine, di quello che era lì da sempre in quanto non-identificato, la propria insufficienza addirittura l’odio di sé? Quegli assassini dispotici sono ben lungi, si dice, dal «momento di follia». Proprio perchè vengono designati come soggetti della volontà autodeterminati, la possibile follia molto spesso non è identificata, poiché il «momento di follia» non è più la sua caratteristica essenziale da molto tempo. Sorprendente ignoranza che tralascia, a proposito di diversi femminicidi, il suicidio che li accompagna. Il fatto è che il significante-padrone del «controllo» nasconde quello che è un delirio, un delirio di gelosia, per esempio, com’è probabilmente il caso del marito di Laetitia Schmitt20. Lo sappiamo: un delirio non è un’immaginazione e la bipolarità e la depressione non spiegano niente. Si tratta del reale di una logica irriducibile già in movimento. Una porta potrebbe aprirsi sul trattamento possibile della psicosi, a condizione che i segni più o meno discreti ma significativi siano presi sul serio, vale a dire facciano serie. Questa cosa la si può avere sotto gli occhi ma non saperla leggere, è comunque ben formulata a proposito di Lucie: «Ma Lucie non abbassa la guardia: è pericoloso come mai prima d’ora. In tre mesi, Julien ha fatto tre tentativi di suicidio». Il rovescio del controllo, distacco in cui si annunciava il carattere insostenibile del suo reale: «Ha preso dei farmaci, si è tagliato i polsi ma si è anche lanciato con l’auto a tutta velocità contro il muro di una pensione e ha tentato di impiccarsi nella sua stanza d’ospedale. È sopravvissuto a tutto, alle ferite gravi e al coma profondo». Continuiamo a leggere: «i suoi gesti assomigliavano sia a un ricatto che a una confessione, non sopportava che Laetitia vivesse senza di lui». Abbiamo semplicemente dimenticato che le parole possono equivalere strettamente a quello che dicono, in altri termini prese alla lettera, il che sigla l’impossibilità per un soggetto di far uso del sembiante, cosa che lo distoglie dall’azione. Nella frase che segue troviamo: «La stava manipolando per dirle attenzione, senza di te, morirò». Dopo averla uccisa, è stato ritrovato disteso sui binari della stazione, un treno l’ha investito poco prima di mezzanotte, è morto sul colpo. Per concludere, è scritto che: «Julien non sarà mai giudicato per l’omicidio di de Laetitia», e per la polizia: «il crimine legato al genere è fuori dubbio».

Cosa può la psicoanalisi?

Spetta alla psicoanalisi far intendere il proprio discorso, rendere il reale trasmissibile e questa è, d’altronde, la sfida delle Giornate di studio che si terranno a novembre21.

Ed è anche quello che viene messo in gioco quando gli psicoanalisti lavorano nelle istituzioni – ospedali, centri psico-sociali e altri luoghi – laddove si tratta di ripristinare la funzione della parola in quanto ha delle conseguenze di godimento. È  anche la sfida delle cure delle donne cosiddette «sotto controllo» che intraprendono un’analisi, cercando di fare il necessario per «uscirne», per uscire dalla devastazione che, attraverso il proprio godimento, le ancora a quell’altro. Una paziente, ad esempio, che non riusciva mai a dire di no a nessuno e a niente, subisce la sorveglianza stretta del marito, che si amplifica, diventa irrespirabile ed è accompagnata da insulti, minacce e talvolta botte. Si lamenta di quello che lei chiama facilmente il proprio masochismo. Il filo dei suoi significanti-padroni e la loro fissazione di godimento l’hanno portata più lontano. L’ha condotta ad accorgersi che non aveva mai potuto esistere nella famiglia. Benchè avesse del carattere, era l’annullamento stesso, «cane che abbaia non morde», dice. Era colei che, poiché «sapeva meglio di sua madre» e meglio di chiunque essere La donna, pacificava tutti i rapporti, in particolare con il padre, di cui si temeva continuamente… il peggio. Il suo masochismo era il nome della sua docilità all’assenza di dialettica nell’altro. È riuscita, con il marito, al di là dell’indicatore del tutto o niente, a porre un limite che dà esistenza. I rapporti di coppia si modificano e il marito va a consultare uno psichiatra. È la separazione così come la concettualizza Lacan che, in esclusione interna al soggetto, condiziona il disimpasto dei godimenti in cui ognuno trova il proprio posto.

Traduzione: Adele Succetti

*Testo pubblicato in francese sul blog del 50° Convegno dell’Ecole de la Cause freudienne, disponibile qui: https://www.attentatsexuel.com/ce-que-la-psychanalyse-enseigne-sur-les-feminicides/

[1] J. Lacan, La scienza e la verità, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.862.

[2]J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, p.57.

[3] Ibid., p.60.

[4] Documentario féminicides, Antenne 2.

[5] “Mental”, n°41, p.61.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Torino,  Einaudi, 2006, p.303.

[7] In francese, “ma femme” significa sia “mia moglie” che “la mia donna”.

[8] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, cit., p.303.

[9] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un Altro all’altro, Torino, Einaudi, p.9.

[10] J. Lacan, Il Seminario, libro XIX, …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, pp.110-111.

[11] Cfr. “Le Monde”, domenica 31 maggio/lunedì 1/martedì 2 juin 2020.

[12] C. Prieur, « Un an d’enquête pour ouvrir les yeux », Ibid., p.12.

[13] D. Zineb, Ibid., p.12.

[14] N. Chapuis e F. Vincent, Ibid.

[15] J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.513.

[16] “Le Monde”, cit., p.12.

[17] J.-A- Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, p.60.

[18] Ibid. (cita Lacan negli Scritti, p. 820.)

[19] Ibid.

[20] L. Schmitt, Une vie sous emprise, “Le Monde”, 2 giugno 2020, p.12.

[21] 50ᵉ Giornate  dell’École de la Cause freudienne, consacrate all’Attentato sessuale, che si sono tenute il 14 e il 15 novembre 2020.

L’opinione lacaniana

Christiane Alberti
Membro AME dell’ECF e dell’AMP – Parigi – 15/11/2020*

Cosa ci insegna la parola delle donne nell’epoca del #MeToo?

La questione dell’attentato sessuale ha invaso l’attualità attraverso una presa di parola da parte di donne la cui enunciazione concreta ha toccato molti, ha colpito nel segno. Questo evento planetario ha prodotto indubbiamente una breccia nel discorso, infrangendo la cappa di piombo di un silenzio che risale a molto tempo fa.

L’eco virale che accompagna tale movimento denota, nei suoi strascichi, un’estensione dell’ambito dell’attentato con tutta la gamma della molestia fisica, verbale, morale. Mostra che il femminismo, in quanto discorso, è cambiato: siamo passati dal femminismo politico in senso moderno, cioè un femminismo dei soggetti (universalismo dei diritti), a un femminismo dei corpi. La guerra dei sessi è entrata nello spazio pubblico e la guerra politica a livello del privato con la nota di satanizzazione degli uomini, che non era nuova nel femminismo d’oltreoceano, come attesta la posizione di Catharine MacKinnon1 che, negli anni ’80, riteneva che tra la relazione sessuale normale e lo stupro «c’è ben poca differenza».

Un primo passo si è compiuto nell’ordine di una cultura del contratto, in cui i diritti e i doveri di ognuno sono codificati in disposizioni regolamentari rigide, in particolare per accertarsi del consenso, sempre con l’intento di cercare una protezione contrattuale del «debole» di fronte al «forte». La tendenza attivista tende a riportare questo scontro a un faccia a faccia corporeo, che fa appello alla legge del più forte.

Un neofemminismo radicale, che può arrivare sino al separatismo lesbico2, riconduce così ogni donna al proprio corpo (persino al proprio colore), in una frammentazione infinita. Il risultato di questo sarebbe una violazione della cultura e del legame sociale, se si considera che la struttura del gruppo che ne emerge è fondata sull’immaginario dei corpi, ci si assomiglia. Una comunità dei fratelli senza il mito del padre morto? L’unica risposta al reale pulsionale sarebbe quindi il gruppo, una falsa fraternità in definitiva, una sorellanza di corpo. Basta col soggetto, basta col desiderio e acqua in bocca sul godimento.

Si deve rilevare che la nozione di molestia si è anzitutto generalizzata in misura tale che si ha la tendenza a credere che la lingua stessa possa essere priva di malintesi e soprattutto che sia svuotata da tutto quello che potrebbe essere offensivo. L’offesa e il senso di colpa che essa produce a sua volta sono al centro di questo discorso. Questo movimento, che tende ad esercitare una vera e propria polizia del linguaggio, riprende un’idea che non è nuova: colpendo la parola, si porrà fine alla cosa stessa, si manderebbe in rovina il fallo. Questo tratto risuona nei suoi estremi come una vera e propria «censura» anti-illuminismo. Utilizzo qui il termine «censura» nel senso in cui Barthes, nel suo Sade, Fourier, Loyola3, ha detto che la vera censura non consiste nel proibire ma nell’invischiare negli stereotipi, non nel trattenere ma nel nutrire eccessivamente, nel costringere a parlare in un certo modo.

Cerchiamo di essere dialettici. Su un versante, c’è il rifiuto, il rigetto. Si tratta di ricusare tutto quello che, nella lingua, può risuonare come predominio maschile, insomma tutto quello che è di pertinenza dell’ordine virile – proprio in un tempo in cui si mostra che, al declino del padre, ha fatto seguito il declino del virile. Ma questo non va forse nel senso di promuovere un nuovo padrone? e, in particolare, di occupare, misconoscendolo, il posto del padrone della lingua?

Su un altro versante, c’è un’aspirazione. Si può vedere, in questa rabbia purificatrice della lingua, a colpi di sintagmi consolidati e di eufemismi, il tentativo disperato di trovare o di imporre la parola giusta, la parola vera, la parola nuova per alloggiare quello che, per l’appunto, non può essere nominato – giacché non è un linguaggio – ovvero la parte femminile di ogni parlessere? La parola nuova che emerge dal fatto che essa manca radicalmente.

Pertanto, non si deve forse leggere questo movimento a partire da quello che Jacques-Alain Miller ha chiamato «aspirazione alla femminilità»4 contemporanea? Aspirazione in quanto ne siamo radicalmente separati, poiché il femminile è l’Altro per eccellenza. Egli indica che «il fenomeno più profondo si situa nell’aspirazione contemporanea alla femminilità e nelle resistenze, nel delirio e nella rabbia così ingenerati nei sostenitori del vecchio ordine. Le grandi fratture alle quali assistiamo tra l’ordine vecchio e quello nuovo si leggono, perlomeno in parte, come l’indietreggiamento dell’ordine virile davanti alla protesta femminile»5.

Il femminile, quello di cui J.-A. Miller segnala la crescente importanza, non è dell’ordine di un nuovo padrone per il semplice motivo che sfugge in quanto tale a ogni padronanza, a ogni sapere, e perché ex-siste ai sembianti del genere.

Non possiamo fare a meno di pensare qui all’insegnamento del movimento delle Preziose, che Lacan traeva da quella «società interamente dedicata al perfezionamento del linguaggio»6. Sottolineava in particolare le «innovazioni introdotte nella lingua» da quei circoli femminili comunque poco organizzati, ma dei quali assaporiamo ancora il lascito. Vi era anche una sfida al fallo nella preziosa che vuole rompere «il significante nella sua lettera»7. Il fenomeno delle Preziose illustra anche, per Lacan, gli effetti sociali dell’eros dell’omosessualità femminile, quello che egli chiama, nei suoi Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, «l’istanza sociale della donna»8 in quanto essa trascende l’ordine del contratto e tocca l’intera società. In sintesi, le modifiche durevoli introdotte nel sociale, tutto quello che tende a superare il conforme senza per questo perseguire il consenso, contrastano con il legame omogeneizzante delle comunità omosessuali maschili. Lacan accentua qui l’asimmetria tra la coesione del gruppo assicurata dall’Ideale mentre nessun significante-padrone collettivizza il movimento delle Preziose che, in questo senso, risponde alla struttura del non-tutto.

Quando si vuole cambiare la lingua in un senso radicale, è un «muro di linguaggio» che si impone senza nessuna sfumatura: disinteressandosi di ogni sembiante, si sfocia oggi com’è logico sul corpo, non sulla conversazione tra i sessi, ma sul silenzio consustanziale alla violenza: lo stupro o l’omicidio. In questo modo, non si prendono di mira degli uomini, ma «tutti gli uomini», cioè l’universale del «Tutti gli uomini sono mortali»: «tutti gli» non ha nessun senso, ci dice Lacan, «tutti gli» non si immagina, non si prova che tramite la morte.

J.-A. Miller ha indicato, tempo fa a proposito di Ornicar?, un orientamento che rimane di bruciante attualità: «Mantenere vivace l’opinione lacaniana (la sua opinione vera, orthè doxa), propagarla nel pubblico»9. Cos’è un’opinione vera in psicoanalisi? Un’interpretazione, un dire vero, giusto, aggiustato al presente. Nel disagio attuale, deve vertere sull’Altro femminile, che non è dell’ordine del «tutte le donne» (non c’è «tutte le donne» e ogni donna non è tutta). L’esperienza di un’analisi permette questo percorso verso quello che ex-siste ai sembianti del genere, non la posizione sessuata, ma l’esperienza del sesso in quanto tale; è la via del sintomo. Non sarà quindi invano che saremo al di là della corrente.

In risposta a una domanda sul separatismo

Se ho menzionato questo discorso estremista, che rivendica un lesbismo politico sino al separatismo, non è per dargli consistenza, esso rimane un discorso con la sua dimensione fantasmatica, fittizia, rimane un sogno (il sogno di una società delle sorelle emancipate cfr. Pauline Harmange). Resta da esaminare l’impatto accertato che questo avrà sulla soggettività contemporanea. Si tratta piuttosto di interrogare quello che emerge di nuovo nel discorso.

E quello che è nuovo, mi pare, è il fatto che il femminismo in quanto discorso si è spostato a livello del corpo stesso. Questo dipende al contempo da una continuità storica – secondo Michèle Perrot, la storia del femminismo è «una storia del corpo delle donne»10 – con il Movimento di Liberazione delle Donne (MLF) o il Women’s lib degli anni ‘70, nella misura in cui si trattava anche dei diritti di disporre del proprio corpo, uno dei famosi slogan era «Noi e il nostro corpo», e da una discontinuità storica, nel senso che è il corpo stesso che diventa il luogo dell’emancipazione, il luogo della lotta politica e anche il corpo in pezzi staccati: il seno, la peluria, il flusso mestruale11.

Questo fa apparire che ciò che non è stato trattato dal femminismo universalista, e neppure in un certo qual modo dal movimento LGBT, sembra manifestarsi nella forma di una rivendicazione femminista o «di femminilità» sul corpo, in una frammentazione infinita e, al contempo, in una segregazione infinita. In sostanza, a mano a mano che si vincono le lotte per l’uguaglianza dei diritti, si scopre progressivamente quello che, del femminile, fatica a trovare alloggio nel discorso universale (sempre virilizzante).

Quello che, quindi, è iniziato con la volontà di cambiare la lingua (con il compito senza fine del politically correct, la caccia alle micro-aggressioni, la femminilizzazione della lingua), di dare la caccia al fallo nella lingua, si conclude sul corpo e, com’è logico, sull’assenza di dialogo tra i sessi.

A fronte di ciò, una psicoanalisi è l’opportunità per aggiornare con un analista, non solo i malintesi che si hanno con l’altro sesso, ma anche i malintesi che si hanno con se stessi. Da questo punto di vista, è un’esperienza anti-segregativa, giacché la differenza che se ne estrae ci dà un’identità di un genere speciale, quello del sintomo, cioè un marchio singolare che non si può collettivizzare e che, per questo, sfugge a quella che, per Lacan, è la china di ogni discorso, ovvero il predominio.

Traduzione: Adele Succetti

*Intervento pronunciato durante le 50esime Giornate dell’École de la Cause freudienne sul tema Attentato sessuale, 15 novembre 2020 e pubblicato in francese su “Lacan quotidien” n.897, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2020/11/lacan-quotidien-n-897/

[1] C. MacKinnon è all’origine della definizione di molestia sessuale nel diritto, negli Stati Uniti, nel 1977.

[2] Cfr. A. Coffin, Le génie lesbien, Paris, Grasset, 2020 o anche P. Harmange, Moi les hommes, je les déteste, Paris, Seuil, 2020.

[3] R. Barthes, Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come eccesso, Torino, Einaudi, 1977.

[4] J.-A. Miller, A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, p.57.

[5] Ivi, pp.57-58.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro I, Gli scritti tecnici di Freud, Torino, Einaudi, 2014, p.331.

[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.12.

[8] J. Lacan, Appunti direttivi per un Congresso sulla sessualità femminile, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.732.

[9] J.-A- Miller, Liminaire, in “Ornicar?”, n°28, gennaio 1984, p.6.

[10] M. Perrot, Mon histoire des femmes, France culture/Seuil, coll. Points, histoire, 2008.

[11] Cfr. Les glorieuses, newsletter di Rebecca Anselem oppure Camille Froidevaux-Metterie, Le corps des femmes. La bataille de l’intime, Philosophie magazine éd., 2018.

Si può fare (uno)?

Barbara Aramini
Partecipante SLP – Roma – dicembre 2020

 

Igor Sibaldi, nell’introduzione a La morte di Ivàn Il’íč e altri racconti di Lev Tolstòj ci presenta il grande Russo come colui che ha stabilito un nesso tra le due questioni irrisolte dell’uomo: il sesso e la morte.

Dal 2013 lavoro a scuola con gli adolescenti; negli anni, grazie a un progetto sulla violenza di genere, omo-transfobia e nuove famiglie, i ragazzi hanno toccato la tematica dell’incontro con l’altro. Sono emersi detti sulla femminilità come lingua incomprensibile; sul femminile come possesso da controllare e sottrarre agli altri ragazzi; sull’incontro sessuale come naturalmente determinato o come scelta soggettiva, ma regolata dal discorso dominante secondo cui la donna, quando è la propria, deve necessariamente essere morigerata. Sono affiorati gli intoppi del giovane corpo maschile che scopre la sessualità articolata all’amore e al desiderio, ma anche la scelta della verginità in nome di Dio.

L’amore: terreno difficile per molti. Il sesso: non sempre una via solo felice.

Perché nell’incontro amoroso accade che non ci sia il turgore atteso per fare uno? Perché “farlo” se non sarà la moglie? inoltre per alcuni è possibile fare sesso, realizzare le fantasie erotiche “più spinte”, solo con chi non è amato. Non si possono chiedere alla propria ragazza “certe cose”; se si scopre che le desidera, il timore che sia “una troia” divora.

L’omosessualità un nodo problematico, spesso innominabile per sé e punto di orrore nell’altro. Affiora la tematica isterica: il disgusto. “Che schifo”, “che impressione”.

Come rispondere a tali questioni? Come introdurre che per tutti la sessualità è un ripetuto inciampo sul sassolino del marchio iniziale?

La psicoanalisi separa la genitalità dalla sessualità: non c’è un programma universale prestabilito sin dalla culla a cui l’uomo possa affidarsi. La femminilità, come la mascolinità, per organizzarsi non si pone sotto l’egida esclusiva dell’anatomia. Non si tratta nemmeno di istinto: l’uomo è un parlessere, parla ed è parlato dalla lingua, e questo fa sì che abbia un corpo pulsionale e non istintuale. La sessuazione è una scelta inconscia: attraverso identificazioni e godimenti si arriva a scegliere inconsciamente di situarsi dal lato maschile o femminile. È necessario un processo complesso, mai completamente riuscito, affinché ognuno faccia proprio il sesso che è suo. Per rispondere al quesito ‘come si diventa uomo o donna’, Freud è ricorso all’Edipo: attraverso la rinuncia all’oggetto primordiale e le identificazioni, specialmente quelle edipiche, si verifica l’accettazione o il rifiuto del proprio sesso.

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è, nella contemporaneità e società occidentale, vertiginoso: il corpo cambia e insorge un godimento che ritorna. Le identificazioni dell’infanzia: maglie bucate. Il desiderio dell’Altro non è più interpretabile e addomesticabile come nell’Edipo dove il desiderio della madre, grazie all’intervento del padre, è reso meno enigmatico. Nell’Edipo, la funzione simbolica del padre viene a regolare il desiderio della madre e permette, al bambino, l’accesso all’identificazione fallica che è la vera posta in gioco della castrazione. Nell’adolescenza le identificazioni con l’altro familiare vacillano, vengono rigettate. Si incontra la mancanza nell’Altro. Il sintomo: la via che testimonia del non rapporto e che allo stesso tempo permette un rammendo dell’inesistenza.

Freud, in Contributi alla psicologia della vita amorosa, cerca di spiegare le difficoltà dell’incontro amoroso e sessuale con l’articolazione edipica, il funzionamento inconscio e le fissazioni ai primi oggetti di godimento. Parlando di impotenza “psichica” scrive che compare quando nell’oggetto scelto affiora qualcosa che rammenta l’oggetto da evitare. Affinché questo non accada, è necessario un doppio passaggio: la degradazione psichica dell’oggetto sessuale e la sopravvalutazione dell’oggetto incestuoso o dei suoi sostituti. La sessualità può essere realizzata e può portare piacere quando l’oggetto è stato degradato: «diventerà veramente libero e perciò felice solo colui che abbia superato il rispetto dinanzi alla donna e si sia abituato all’idea dell’incesto con la madre o la sorella»1.

Per Freud la diffusione sempre più estesa dell’impotenza nella civilizzazione (sul lato femminile mette la frigidità) risiede nell’incapacità di superare la barriera, figlia della rimozione, del disgusto e del pudore, affinché l’Altro possa essere sufficientemente degradato da rendere possibile il pieno godimento sessuale.

Ne La direzione della cura e i principi del suo potere, Lacan approfondisce la terna domanda, desiderio, bisogno. La domanda rivolta agli altri, in primo luogo alla madre, è sempre domanda d’amore; è una domanda di riconoscimento della propria particolarità, al di là dell’oggetto che richiede. Certo è anche domanda transitiva, domanda di qualcosa. Il desiderio nasce da ciò che vi è di irriducibile alla soddisfazione della domanda d’amore.

Il passaggio, detto velocemente, che deve compiere il soggetto è dal desiderio di riconoscimento da parte dell’Altro al riconoscimento del proprio desiderio. Questo passaggio porta con sé una degradazione dell’Altro: per potersi soddisfare il desiderio deve ridurre l’Altro a un oggetto.

Nell’inconscio esiste solo la madre (come esiste solo il fallo): innalzata a ideale su cui agisce l’interdizione. Questa architettura inconscia rende la riduzione della donna amata a oggetto del desiderio e del proprio godimento un passaggio per nulla lineare e semplice.

[1] S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa. Secondo contributo. Sulla più comune degradazione della vita amorosa, [1912] in Opere, vol.VI, Torino, Boringhieri, p.427.

Da un reale all’altro

Luca Curtoni
Partecipante SLP, Sondrio, 01/12/2020

 

In questi ultimi mesi, il mondo della scuola continua a ribadire che la didattica a distanza non è quella che fa della scuola una scuola vera. Meno scontato è capire quali sono gli aspetti che rendono la DAD un pallido surrogato della didattica frontale. Perché, a distanza, non si riproduce la “magia” che gli insegnanti affermano essere qualcosa che non appartiene alla dimensione dell’ordinario ma che si produce sempre nel momento in cui si verificano certe condizioni?

Credo che per rispondere a questa domanda sia fondamentale mettere in tensione le due sotto-domande alle quali tale formulazione necessariamente rinvia. Che cosa vuole dire insegnare? E ancora: che cos’è una classe?

Appoggiandomi sulla mia esperienza di insegnamento della Filosofia e delle Scienze umane, ritengo che uno degli aspetti più interessanti della professione sia quello di potersi cimentare con il cosiddetto “gruppo classe”, sempre che lo si intenda come una realtà in continua trasformazione, rispetto alla quale il docente è chiamato a doversi proporre in modo docile e intelligente, non solo per la comprensione delle dinamiche agite, ma soprattutto per produrre  interventi efficaci e rispettosi dei molteplici e fragili equilibri che solo in minima parte traspaiono dai comportamenti manifesti. È proprio operando sul campo che ho trovato molto feconda una mia vecchia lettura universitaria, quella relativa al pensiero di Kurt Lewin, mostro sacro della psicologia sociale per tanti motivi, il primo dei quali è l’aver saputo offrire gli iniziali ma ancora oggi fondamentali strumenti per capire che cos’è un gruppo. Lo ripeto sempre alle mie classi: un gruppo non è la semplice somma dei membri che lo compongono, ma qualcosa di più. È questo “di più” che, se da una parte mi ha fatto vivere anche con disagio il varcare la soglia di aule nelle quali il gruppo classe era attraversato da spinte fortemente conflittuali al loro interno e/o nei miei confronti,  dall’altra mi ha da sempre isterizzato portandomi a ricercare di volta in volta la particolare alchimia che compenetrava la teoria con la pratica. Ebbene, con la didattica a distanza il “di più” viene meno e la classe rimane sul piano di una semplice aggregazione di elementi. Lo schermo del PC, disposto nella modalità “a mosaico”, diventa così lo specchio che mostra impietosamente una somma di solitudini, l’impossibilità di fare di questa molteplicità un gruppo e conseguentemente anche lo scollamento tra la classe e il docente, poiché, come ci illustra in modo insuperabile il Lacan del Seminario VIII, si può insegnare solo all’interno di una relazione viva. L’insegnamento deve fare posto al corpo erotico dell’insegnante, mentre quella a distanza è una didattica che non contempla la presenza del corpo, se non in modo rigido, ingessato, incatenato a una posizione che non può entrare in dialettica con quella degli allievi. Se nella didattica tradizionale il corpo viene a occupare un posto centrale, volano di diversi aspetti che rientrano nella cornice simbolica della formazione, in quella a distanza, come tuona il significante che la denota, il corpo resta lontano, inibito da un dispositivo burocratico che azzera ogni entusiasmo e spinta libidica nei confronti dell’Altro. Insomma, da un giorno all’altro mi sono trovato catapultato in una realtà completamente diversa, dove non è più possibile far lezione camminando tra i banchi e vivere la scuola come un luogo che possa salvaguardare la contingenza dell’incontro, in virtù del quale il desiderio del docente riesce ad accendere quello dei discenti dal lato delle loro singolari particolarità. Il buco nero nel quale la scuola è sprofondata, perché privata nella sostanza del suo dispositivo tradizionale, mi ha fatto tuttavia maturare una convinzione che si era progressivamente sviluppata nei miei ultimi dieci anni di insegnamento, nei quali l’analisi personale e la pratica analitica mi hanno offerto una strumentazione teorica molto più raffinata per leggere la mia esperienza personale di insegnamento. La convinzione che in me ha preso sempre più corpo è che tutti questi aspetti virtuosi del fare scuola e del transfert che questa può suscitare siano resi possibili da un annodamento che solo il reale sa assicurare. Lo smarrimento in cui si è venuto a trovare il mondo della scuola ha quindi permesso, a mio avviso, di capire qual è il quid che innesca il virtuosismo dell’insegnamento; con un movimento di sottrazione ha reso visibile l’invisibile. A differenza della psicologia sociale di Lewin, della sua topologia, che non può rendere conto della funzione svolta dal docente e quindi della triangolazione simbolica che fornisce il quadro dentro il quale far nascere il desiderio, poiché la geometria dello spazio a cui ricorre è tesa esclusivamwente all’individuazione di  forze,  vettori e  tensioni che si creano all’interno di un gruppo (il vero interesse di Lewin), la topologia lacaniana dei nodi si mostra decisamente più feconda. Come nello stemma Borromeo gli anelli si separano se togliamo il terzo che li fa tenere insieme, così l’immaginario e il simbolico non possono trarre il proprio senso l’uno dall’altro se la situazione didattica attuale impone una loro disarticolazione. Perché immaginario e simbolico possano funzionare e annodarsi è necessario un terzo elemento che consenta l’annodamento. E quindi questo qualcosa, che sfugge a tutti perché “resiste al potere dell’interpretazione”, questo qualcosa che è dell’ordine del godimento perché (quasi) ognuno, in quella contingenza magica, trova la sua forma particolare di godere – potremmo con Lacan chiamarlo reale – un reale che però, a differenza di quello che ci angoscia quando il velo della realtà viene lacerato esponendoci al non senso nella sua più terribile declinazione, qui ha un vòlto diverso, poiché la discontinuità che produce rispetto al sonno routinario della normalità della realtà coincide interamente con il rendere possibile i nostri, singolari, slanci più creativi.

Il sacrificio nella Dad

Aurora Mastroleo
Partecipante SLP – Milano – 25/11/2020

Parrebbe che ragioni di salute pubblica in Italia obblighino la scuola secondaria italiana all’opzione telematica, parrebbe essere il “male minore” per questa fase dell’epidemia. L’inizio della vicenda: lo scorso marzo la didattica a distanza ha rimediato alla brusca interruzione del servizio scolastico nazionale. Durante l’estate, l’ipotesi della ripresa del normale servizio scolastico si incagliava su una questione legale ancora poco nota e per tanto piuttosto minacciosa: il reato di procurata epidemia. Per contro, il fatto che buona parte del servizio offerto dalle secondarie assolva all’Obbligo Scolastico spingeva nella direzione della riapertura. Forse, tale conflitto può aver contribuito a paralizzare in maniera sintomatica molte delle soluzioni possibili e forse anche isolare i Dirigenti con i propri fantasmi. A fine ottobre il DPCM ha posto nuovamente rimedio, imponendo la chiusura nazionale delle scuole medie e superiori. Come ogni rimedio, tutt’oggi la Dad (Didattica a distanza) tampona l’urgenza e al contempo alimenta ciò che non funziona, come vento che soffia su brace viva. E, giacché i cambiamenti linguistici segnalano nuovi annodamenti tra significante e godimento, mi sembra interessante rilevare la diffusione dell’acronimo Dad che ha determinato nuove espressioni: “siamo in Dad”, “da quando c’è la Dad” etc. Mi torna allora in mente il paragone proposto dal filosofo Giorgio Agamben1 tra i docenti universitari che si adeguano all’insegnamento on line e quelli che giurarono fedeltà al fascio; tale provocazione (che gli ha assicurato aspre critiche) indica forse la posta in gioco nella questione.

La risposta alla Dad dei docenti delle secondarie è molteplice e variegata ma accomunata da un considerevole ricorso al sacrificio – proprio o degli studenti – richiesto e consumato in nome del Principio di massima precauzione, per il bene della pubblica sicurezza.  Nel mezzo, i corpi pulsanti degli adolescenti italiani, confinati nelle proprie case, i cui volti si riflettono quotidianamente sugli schermi. Di fatto, la scorsa primavera il Governo ha fatto loro una gran sorpresa: sdoganando lo spazio virtuale (spegnendo l’assillo educativo a contrasto della dipendenza dalle nuove tecnologie) e annunciando la straordinaria sospensione delle bocciature, ha offerto loro l’occasione inedita per una conquistata libertà. Con la chiusura autunnale, avendo nuovamente a che fare con promozioni e bocciature e trovandosi accanto genitori sempre presenti (chi in smart working, chi in without working) e pure nonni confinati anch’essi ma recentemente digitalizzati, più che inebriati dall’evasione primaverile, i discenti on line oggi si presentano come dei “sorvegliati speciali”.

Un’insegnante delle medie lamenta che una sua alunna rifiuta ostinatamente di caricare sulla piattaforma di classe gli esercizi di scrittura creativa, non vuole che sua mamma li legga. Se nella scuola lo psicoanalista funziona da agente provocatore di un discorso altro, che mette in causa la differenza assoluta di ogni soggetto, nella mia recente esperienza in tempi di Dad, questo si realizza con modalità impreviste, a spot. E così succede che una conversazione occasionale permetta di inventare en passant soluzione ad hoc: la giovane scrittrice potrà fare un esercizio ordinario per la piattaforma on line (a disposizione della mamma) e uno creativo su carta, spedito in via confidenziale all’insegnante. Si ripristina un’altra scena, indispensabile alla sua scrittura creativa.

Una liceale di quinta si sfoga con il Preside. Egli le propone di scrivere una lettera che poi pubblica in forma anonima sul sito della scuola. L’allieva accetta e si passa dal lamento alla lettera. Poi un’insegnante risponde, aprendo un epistolario inedito molto seguito dai compagni. L’atto del Preside rompe gli schemi istituzionali e gli schermi immaginari, e ritaglia un dispositivo ad hoc a cui l’alunna, perdendo un po’ del suo ciclico rimbalzo dal divano al computer”, possa indirizzare il proprio appello.

Sono tanti gli alunni di medie e superiori che in Dad avvertono un impedimento nella motivazione a fare ciò che prima facevano con facilità, ascoltare e fare domande a lezione. Se sappiamo che per gli adolescenti iper-moderni il Sapere è in tasca, non è più l’oggetto prezioso che il professore dispensa, con la Dad l’annosa questione del desiderio di Sapere e dell’incontro si fa sempre più cruciale. Un’alunna delle medie rivela che la sola insegnante che la sua classe riesce a seguire fa lezione con il gatto in braccio. Lo strano felino che appare e scompare dallo schermo sembra autenticamente interessato alle lezioni, e questo li intriga. Lunga vita al gatto, allora!

In un gustosissimo libro ispirato dalla sua lunga esperienza scolastica, Daniel Pennac scrive: «Se dovessi definire queste lezioni, direi che i miei presunti somari e io lottavamo contro il pensiero magico, quello che, come nelle fiabe, ci tiene prigionieri in un eterno presente»2. Rilevo un barlume di apertura al tempo futuro nella laconica domanda che si ripropone nelle conversazioni on line con le classi: si può ancora sperare nella tradizionale gita di classe? Uscite, gite didattiche non rappresentano esperienze culturali utili per la formazione degli adolescenti, ma sono la loro vita, ricorrendo all’espressione di Lacadée sono la Vera Vita3…: sacrificabile? La questione richiede un approccio realista.

Se il consolidamento del significante “Dad” indicasse, come a me pare, l’alleanza tra l’Imperativo all’apprendimento – che già dominava l’istituzione scolastica – ed il Principio di massima precauzione, allora facilmente la voce del Superio rischierebbe di assordare il discorso scolastico a netto vantaggio di soluzioni sacrificali, che – come ci indica Lacan – non hanno proprio nulla di eroico, giacché: «è ormai chiaro che le potenze oscure del superio si coalizzano con i più fiacchi cedimenti della coscienza»4, come i grandi confort della smart-school offerti a docenti e discenti ma anche al sociale, che confinando gli studenti, rimedia così ad obbligo scolastico e minaccia penale.

Scrittore creativo e docente scafato, Pennac conclude: «Forse è questo insegnare: farla finita con il pensiero magico, fare in modo che ad ogni lezione scocchi l’ora del risveglio»5. Il risveglio dunque, «Nome del reale in quanto impossibile»6 soprattutto in tempi di Dad, può forse orientare la clinica psicoanalitica nelle scuole e sollecitarci a trovare nuove vie per «ispirare il duro desiderio di risveglio»7.

[1] G. Agamben, Requiem per gli studenti, https://www.iisf.it/index.php/attivita/pubblicazioni-e-archivi/diario-della-crisi/giorgio-agamben-requiem-per-gli-studenti.html

[2] D. Pennac, Diario di scuola, Milano, Feltrinelli, 2010, p.137.

[3] P. Lacadée, La varie vie à l’école, Ed. Michèle, Paris, 2013.

[4] J. Lacan, La psichiatria inglese e la guerra, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.119.

[5] Ibid.

[6] J.-A. Miller, Risveglio, in Il sogno, la sua interpretazione, il suo uso nella cura lacaniana, Panozzo, 2020, p.9.

[7] Ibid.

Tra parola e silenzio

Conversazione con don Mario Della Giovanna

di Laura Storti e Florencia Medici

L.S. Ringrazio don Mario Della Giovanna, sacerdote nella diocesi di Bergamo e Florencia Medici, partecipante della SLP, anche lei vive e lavora a Bergamo, per la loro disponibilità a conversare insieme attorno al tema psicoanalisi, scienza e religione.

Che cosa possiamo dire del reale a partire dalla psicoanalisi, dalla religione, ma anche dalla scienza? Per introdurre il tema vi leggo un piccolo stralcio dell’intervista rilasciata da J. Lacan a Emilia Granzotto e pubblicata sul settimanale “Panorama” il 21 novembre del 1974. Alla richiesta di chiarire meglio in che modo la cura analitica possa portare alla guarigione dalla nevrosi, Lacan rispondeva: «La psicoanalisi riesce quando sbarazza il campo sia dal sintomo sia dal reale. Cioè arriva alla verità». E ancora: «Io chiamo sintomo tutto quello che viene dal reale. E il reale è tutto quello che non va, che non funziona, che ostacola la vita dell’uomo e l’affermazione della sua personalità. Il reale torna sempre allo stesso posto, lo trovi lì, con le stesse sembianze. Gli scienziati hanno un bel dire che niente è impossibile nel reale. Ci vuole molta faccia tosta per affermazioni del genere. Oppure come io sospetto, la totale ignoranza di ciò che si fa e si dice».

Mi sembra che J. Lacan, con il suo tono provocatorio, metta l’accento su un tema che ci riguarda molto da vicino, cosa può dire di questa affermazione?

M.D.G. Sicuramente, rispetto al tema della verità nella ricerca scientifica, questo dire accende interrogativi che si sono manifestati nella crisi di inizio ‘900 sia nel mondo matematico (il quinto postulato della geometria euclidea) che nella fisica (la teoria della relatività). Si è aperto, nella stessa ricerca scientifica, un qualcosa che non era più frutto del modello meccanicistico della fisica dell’Ottocento. Quindi, anche nei percorsi della scienza, della fisica e della matematica, si apre a qualcosa di brutale che rompe i paradigmi dell’ideologia del positivismo, dello scientismo. Anche nella scienza teologica e biblica assistiamo alla crisi di un’impostazione dogmatica a-storica… C’è qualcosa che irrompe nella questione umana e nella questione divina. Quindi questa dimensione che Lacan tratteggia come reale, a mio avviso esiste anche nell’ambito teologico e biblico.

F.M. A me interroga la parola “irrompe”, mi sembra una chicca, non so se vuole aggiungere qualcosa su questo.

M.D.G. Irrompe qualcosa quando, in un linguaggio esperienziale che si avvale di termini lacaniani, nello scorrere delle cose avviene e fa trauma. Non ci si attende quello che invece accade. Vorrei provare a dire qualcosa sullo spunto di riflessione che mi sta arricchendo in questo tempo. La dimensione religiosa può essere letta anch’essa, a mio avviso, nei tre registri: Immaginario, Simbolico e Reale. Il religioso nel registro dell’Immaginario è ciò che diceva Freud della religione: la religione è un narcotico con cui l’uomo controlla la sua angoscia; la religione ottunde la mente. Ci sta!

L.S. La religione come oppio dei popoli, così come K. Marx ne parla nel primo libro de Il capitale.

M.D.G. È la critica che fanno prima Feuerbach, poi Marx, Nietzsche e Freud, “i maestri del sospetto”, che dice di una verità. Mi piace anche come dice Lacan nel Trionfo della religione: «La religione è fatta per questo, per guarire gli uomini, vale a dire perché non si accorgano di ciò che non va». Potremmo declinare così una verità intrinseca. Se la questione della dimensione religiosa invece la colgo nel registro Simbolico, tutto si sposta da un piano diadico-narcisistico a triadico. Occorrerebbe approfondire il religioso nel registro simbolico in modo particolare nella religione cristiana.

L.S. La vera religione potremmo dire, parafrasando Lacan: «C’è una vera religione, la religione cristiana».

M.D.G. Si lo so che Lacan così la definisce.

L.S. Però poi aggiunge che si tratta di sapere se questa verità “terrà botta”, ovvero sarà capace di produrre abbastanza senso da sommergerci.

M.D.G. Perché lui dica così mi incuriosisce. Segnalo che nel mondo lacaniano quando ci sono affondi sulla religione e sulla religione cattolica in particolare, si ha sempre presente la teologia prima del Concilio Vaticano II. Mi piacerebbe dire che abbiamo oggi studi di teologia che ci aiutano a reimpostare il discorso e a nutrire prospettive dove la riflessione di Lacan e l’approccio biblico-teologico cristiano possono iniziare un dialogo più vero per le due discipline, che fin da Freud non sono mai andate d’accordo per tanti motivi. E questo sarebbe beneficio reciproco. Sappiamo che non esiste l’Altro dell’Altro ma occorre anche farsi intendere altrimenti non si apre alcun interrogativo o curiosità nell’altro.

L.S. Riprendendo quanto detto mi sembra di capire che c’è da parte sua una critica all’approccio universalizzante di una certa scienza che, attraverso l’impostura della valutazione, tende a non prendere in considerazione la singolarità del soggetto.

M.D.G. Recupero quanto dice nel campo teologico e lo semplifico così. Fino a poco tempo fa il percorso di formazione religiosa cristiana era dovuto al sapere della dottrina, sapere già dato, sapere da apprendere. L’importante era che la dottrina fosse salvata. Qui la svolta del Concilio Vaticano II. La singolarità è diventata fondamentale, singolarità che ha preso una posizione determinante anche sul piano teologico, nella singolarità di Gesù Cristo.

F.M. Vorrei inserire una parola riprendendo la citazione che Laura ci ha letto all’inizio di questa conversazione a proposito dell’ignoranza degli scienziati: cosa avrebbe detto oggi Lacan di fronte a quello che ci sta accadendo? In particolare, la medicina, l’immunologia, le statistiche ci stanno mostrando come dietro al loro apparente “tutto-sapere” affiorino i buchi. Ciò che non viene preso in conto in questa universalizzazione che ha colpito anche la medicina è la parola del malato, ovvero che il malato è un essere che parla e che questa parola colpisce il corpo.

L.S. È veramente straordinario che nella sua intervista del 1974 Lacan parlando del rapporto tra scienza e psicoanalisi dica: «Sembra che stia arrivando anche per gli scienziati il momento dell’angoscia. Nei loro laboratori asettici […] questi vecchi bambini che giocano con cose sconosciute, maneggiano apparecchi sempre più complicati e inventano formule sempre più astruse, cominciano a domandarsi che cosa può accadere domani, a che cosa finiranno per portare queste sempre nuove ricerche. […]  E se fosse troppo tardi? […] E se i batteri così amorevolmente allevati nei bianchi laboratori si tramutassero in nemici mortali? Se il mondo fosse spazzato via da un’orda di questi batteri, con tutta la cosa merdosa che lo abita, a cominciare dagli scienziati dei laboratori?»  Sono veramente sorprendenti queste parole di Lacan viste alla luce di ciò che stiamo vivendo proprio in questi giorni in cui la pandemia ha ripreso la sua sconcertante corsa e i numeri il loro posto in prima fila. L’angoscia? incombe più che mai.

M.D.G. A proposito di questo, dov’è il luogo in cui il registro del reale entra nella questione di Dio? Sul Golgota. Quando nei racconti biblici si parla della morte dell’uomo Gesù, non c’è né parola, né azione di Dio. C’è un vuoto, un silenzio, un invisibile. In questo senso ho provato a leggere questo come un’irruzione di un reale. Dio non dice e non fa. Un silenzio, un reale che incombe.

L.S. Se non ricordo male in quel silenzio si alza un grido: «Dio perché mi hai abbandonato?»

M.D.G. Si, tra l’altro queste parole andrebbero analizzate e comunque di fronte al reale il registro dell’immaginario e del simbolico saltano. Perfino nell’uomo Gesù, se c’era un rimasuglio del religioso immaginario e simbolico, sul Golgota avviene un trauma, ma non solo un trauma rispetto all’umano ma un trauma rispetto a Dio. Dio si mostra fuori parola. Allora di fronte a questo reale o “ci sai fare” oppure entra in gioco il fondamentalismo religioso o l’ateismo altrettanto fondamentalista.

Forse lei Laura direbbe, come ho letto in un suo articolo su un numero di Rete Lacan, un reale inedito che solletica il fantasma, fa sintomo e produce formazioni dell’inconscio. Quindi penso che quel Golgota, se preso nell’angolatura errata, generi sintomi che vanno a compromettere un rapporto maturo col mistero.

L.S. Per la psicoanalisi il sintomo da una parte rappresenta la porta attraverso la quale si entra nell’esperienza analitica ma dall’altra è ciò che permette all’essere umano di stare al mondo…

F.M. A questo punto vorrei chiedere una precisazione: potrebbe dire qualcosa di più rispetto al rapporto “maturo” che fa posto al reale nella religione? Perché la religione sul registro dell’immaginario è quella che conosciamo tutti: regole, rituali, precetti, è la religione che si apprende nel catechismo. E ancora mi viene da dire che se Dio avesse fatto o detto qualcosa in quel Golgota, l’essere umano non avrebbe avuto la libertà di scelta, la possibilità a esempio di credere o non credere.

M.D.G. Quel tacere di Dio apre a un non-sapere più profondo; è proprio quel silenzio che apre alla libertà di scelta, perché non è una dimostrazione. Non so se questo silenzio riecheggia in qualche modo il silenzio dell’analista. Il Golgota, sul versante del reale, è l’esperienza più radicale di un non-senso. Lì si apre uno squarcio che poi copriamo perché è dura stare lì, sul bordo. Lì si apre un campo che non è per tutti, è uno per uno. Altrimenti scivoliamo nei rituali e nella catechesi che ci ricordava Florencia ma che oggi, non regge più.

L.S. Prima GM ci ricordava il Concilio Vaticano II: come colloca l’operato di papa Francesco in questo momento storico? E in particolare vorrei dire qualcosa sull’ultima Enciclica Fratelli tutti. Papa Francesco mette in luce l’esigenza di sentirsi parte dell’umanità, contro il razzismo, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per una fratellanza universale. Riprendo Lacan e in particolare il Discorso ai cattolici in cui indica che è dal luogo della nostra mancanza-a-essere che possiamo amare il prossimo come noi stessi, perché in lui questo luogo è lo stesso. Quindi non si tratta dell’amore narcisistico o ideale ma di qualcosa che definirei un amore senza limiti del quale Lacan ci dice alla fine del Seminario XI a proposito del desiderio dell’analista. E dal punto di vista religioso?

M.D.G. Direi che hanno ragione Freud e Lacan quando dicono che l’amore verso il prossimo ha sempre una dimensione narcisistica. Ma allora quando si può aprire questa dimensione di amore verso il prossimo? Lacan ha un passaggio unico: è quando «[…] il Verbo s’incarna che le cose cominciano ad andare terribilmente male. Egli non è più felice, non assomiglia più a un cagnolino che scodinzola e nemmeno a uno scimmione che si masturba. Non assomiglia più a niente. E’ devastato dal Verbo». È dall’incarnazione che, letta da un punto di vista cristologico, l’essere umano si può aprire all’amore verso l’altro. Fa apparire un umano che manca e mi manca e questo mi fa incamminare, questa è una prospettiva da indagare.

F.M. Rispetto all’idea della fratellanza, sto facendo un lavoro di lettura con don M. e altri della SLP di alcuni testi che trattano il tema, molto attuale, della democrazia. In relazione a questo stiamo affrontando il tema dello straniero, del diverso, come colui che suscita un tipo di godimento distruttivo. L’idea è che siamo dei “disassortiti” e l’unico elemento che ci accomuna è questa mancanza, questo vuoto, questo buco che l’esperienza umana produce quando l’essere è toccato dal reale.

L.S. Per porre un punto, non certo conclusivo, a questa nostra conversazione vorrei tornare a dire qualcosa, a partire dalle realtà che viviamo, su questa pandemia che continua a imperversare e a seminare sofferenza e morte e non solo in Italia ma nel mondo. In questi giorni siamo nuovamente invasi da dati numerici, statistiche e decisioni che incidono pesantemente sullo svolgimento delle nostre vite. Come accogliamo questa sofferenza? Da parte mia che vivo e lavoro a Roma vedo questa mia città molto diversa, non ci sono le folle di turisti che normalmente la abitano, molti negozi sono chiusi, la città è impoverita e non soltanto sul piano economico. Questo evento traumatico ha colpito ciascuno ovviamente in modo singolare e ciascuno risponde a partire dal proprio fantasma.

F.M. volevo condividere un’idea che parte dalla clinica. Mi sembra di poter dire che questa pandemia sta mettendo a dura prova l’immaginario del controllo. Ora occorre vivere il giorno per giorno, la flessibilità non è scontata nell’essere umano quando è coccolato dalla scienza che gli fa credere che tutto è possibile. Colgo ad esempio negli adolescenti che incontro una difficoltà a fare i conti con l’incertezza, rilevo una sofferenza maggiore di quella che già normalmente si incontra in questi soggetti.

L.S. Questa pandemia mette a nudo la fragilità anche fisica che negli adolescenti, uno per uno, non è un elemento che spesso s’incontra. L’idea della morte si affaccia prepotentemente. Le certezze cadono e i limiti si impongono.

M.D.G. Mi viene da dire che alla scienza si è attribuito un potere che, nel passato, era un certo modo di concepire Dio e che poi nel corso della storia abbiamo visto infrangersi. La scienza si è ammantata di questo. In particolare, la medicina e le biotecnologie ci hanno illuso con la loro onnipotenza e ora di fronte al virus mostrano tutta la loro fallibilità. Questo ha fatto emergere l’irruzione del reale, questo ha aperto un interrogativo potente per l’essere umano.

L.S. La scienza, meglio lo scientismo come nuova religione! Forse la pandemia sta incrinando questa sicurezza e mette a nudo ancora una volta, i limiti delle ideologie e in particolare il “per tutti uguale”.

M.D.G. Laura mi fa venire in mente che papa Francesco in Amoris laetitia, in particolare nell’VIII capitolo quando parla delle coppie e dell’amore di coppia rompe con la regola uguale per tutti e introduce appunto l’uno per uno, del caso per caso.

L.S. Potremmo dire che a partire dal Concilio Vaticano II ma soprattutto con papa Francesco che con la sua soggettività meglio esprime questo processo innovativo della teologia, psicoanalisi e religione sono meno distanti?

M.D.G. In ordine a un cammino di soggettivazione nel riconoscimento del desiderio e della libertà del soggetto.

L.S. Potremmo andare avanti ancora, tanti i punti affrontati, molti gli approfondimenti necessari ma temo che dobbiamo fermarci e magari incontrarci ancora. Ringrazio don Mario Della Giovanna e Florencia Medici della disponibilità. Arrivederci a presto.