“C’è una domanda che allo psicoanalista si rivolge sempre meno: cosa sia per lui la follia. Eppure non sarebbe una provocazione per-versa, ma semplicemente un modo per chiedere ragione della sua posizione.

Carlo Viganò, Psichiatria non psichiatria, Roma, Borla, 2009, p. 223.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n° 22 – 21 dicembre 2020

In copertina:
Vincent Van Gogh, Corridoio dell’ospedale, 1889
Colore a olio, essenza e gessetto nero su carta vergata rosa (“Ingres”)

La clinica psichiatrica in via di estinzione*

Jean-Pierre Deffieux
Membro AME ECF e AMP – Bordeaux – novembre 2020

La clinica psichiatrica classica è oggi in via di estinzione. Gli “scienziati” vogliono ridurre la psichiatria a uno studio neurologico del cervello. Dev’essere una medicina come le altre, una medicina dell’organo, facilitata, si crede, dalla informatizzazione dei circuiti neuronali grazie al cosiddetto progresso delle neuroscienze.

La psicoanalisi stessa tende, negli ambienti psichiatrici, a essere considerata come una vecchia nozione ormai superata. I giovani psichiatri, eccetto qualcuno che ha seguito o segue una cura, non hanno la minima idea di ciò che differenzia la psicoanalisi dall’efflorescenza di psicoterapie di tutti i tipi. La teoria del linguaggio è sostituita da quella dei codici informatici e statistici. Il pensiero è a un punto morto, le risorse del linguaggio sono ormai ignorate.

La psichiatria non crede più alla storia. Questa clinica solida che resisteva da circa un secolo, solidamente basata sull’opera di Freud, ha cominciato a crollare a partire dagli anni cinquanta.

La chimica prevale sulla clinica

La scoperta delle terapie chimiche, i neurolettici, la clorpromazina, nel 1952, e il primo antidepressivo, l’imipramina nel 1956, ha prodotto una rivoluzione.

D’un tratto si era trovato il modo di trattare i malati e di ottenere dei risultati tangibili e rapidi! Tutti gli sguardi scientifici si sono quindi rivolti verso questo nuovo dato, per non dire degli enormi interessi che non hanno tardato a spuntare, quelli dei laboratori farmaceutici che non hanno mai più smesso, da allora, di fare dipendere la clinica dall’efficacia farmacologica. La chimica iniziava a prevalere sulla clinica. È così che gli scienziati, a partire dagli anni settanta, sono giunti a mettere in primo piano lo sviluppo della biologia molecolare e delle neuroscienze.

La loro applicazione alle terapie cognitiviste è stata ampiamente diffusa come mezzo per modificare le condotte, i comportamenti e «gli schemi cognitivi errati», con trattamenti brevi basati sul controllo, la forzatura.

La ricca nosografia psichiatrica che aveva impiegato un secolo per costruirsi con i classici, poi con Freud e Lacan, si è trovata rimpiazzata da quello che l’Associazione americana di psichiatria ha chiamato il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM). Questo manuale costituisce di certo «un notevole sforzo di classificazione», ma non una nosografia clinica.

A un punto morto

La ricerca neuroscientifica ha inesorabilmente continuato la sua strada, senza veri risultati ma sempre di più in linea con la ricerca farmacologica, che, ugualmente, non ha portato niente di veramente nuovo dopo gli anni cinquanta. Per farsene un’idea è sufficiente leggere gli articoli preparatori al Congresso mondiale di psichiatria, previsto per fine novembre di quest’anno, un “e-congresso”, doverosamente. Ho scelto di presentare due articoli, uno del Dr. Christian Trichard, responsabile di un’unità di ricerca in psichiatria nella regione parigina, l’altro di Xavier Briffault, ricercatore in scienze sociali ed epistemologia della salute mentale al CNRS.

La scienza avanza, la clinica retrocede

Il primo articolo, La scienza avanza, la clinica retrocede, annuncia fin da subito che la ricerca verte innanzitutto sul modo di prescrivere i farmaci. La psichiatria potrebbe presto beneficiare di esami para-clinici che permettano di orientare un trattamento. Studi sui biomarcatori potrebbero permettere di determinare quale farmaco ha più chance di essere efficace.

Perché no. In compenso è molto più pericolosa l’attuale tendenza a decostruire la nosografia clinica. Come scrive l’autore: «la maggioranza degli approcci attuali non si inscrivono in effetti in una prospettiva categoriale ma cercano piuttosto di definire delle nuove dimensioni trans-diagnostiche basate sui dati delle neuroscienze»; l’interesse verte sul «funzionamento del cervello come lo si può stabilire a partire dai dati provenienti dall’ottenimento di immagini, dalle neuroscienze cognitive e comportamentali, e dalla genetica».

Oggi quindi si ritiene che «nessun sintomo, neppure quelli più tipici delle malattie mentali, può essere specifico di una malattia particolare» e non viene neppure considerato come appartenente al campo della psichiatria. È la morte del sintomo e della diagnosi.

Certi scienziati pretendono che la «capacità di prendere distanza dalla clinica potrebbe essere il principale motore della maggiore evoluzione delle nostre conoscenze», e si fissano esclusivamente sulle immagini e la biochimica.

 

Quando la ricerca vuole lasciarsi alle spalle il DSM

Il secondo articolo è intitolato Research Domain Criteria (RDoC). Quando la ricerca vuole lasciarsi alle spalle il DSM. Il tempo del DSM è dietro di noi, almeno a livello della “ricerca” scientifica. Il DSM e la Classificazione internazionale delle malattie (CIM) che erano e sono ancora il riferimento della psichiatria francese in questi ultimi cinquant’anni, stanno subendo una messa in questione profonda. Potremmo rallegrarcene dato che l’articolazione tra DSM e i metodi cognitivi comportamentali è stretta e che le conseguenze politiche di questi metodi, nella psichiatria e in particolare nelle istituzioni sono state e sono sempre molto deleterie, tanto più che mirano a eliminare la psicoanalisi dal campo della salute mentale.

Ma non rallegriamocene troppo in fretta: le nuove ricerche sono peggio. Il RDoC è stato lanciato dall’Istituto della salute mentale americano (NIMH). Non si tratta assolutamente più di clinica psichiatrica ma di fisiologia e fisiopatologia del cervello. Il CNRS è molto interessato. «È giunto il momento, per la psichiatria, di abbandonare queste categorie cliniche consensuali (DSM) che si rivelano senza validità naturale e di adottare una modalità traslazionale». La medicina traslazionale, nata negli anni sessanta, si prefigge di fare da ponte tra le scoperte teoriche e la produzione effettiva di farmaci.

Queste scoperte scientifiche non riguardano più le lesioni cerebrali ma i disturbi nell’implementazione delle funzioni da parte dei circuiti neuronali. L’implementazione è l’installazione su un computer di un sistema operativo o di un software. Nel cervello si cerca il difetto del programma principalmente con l’intenzione di decostruire le principali entità delle nosografie categoriali.

 

Lacan, 1950

Ho trovato insegnante, dopo questi due articoli preparatori al Congresso di psichiatria 2020, rileggere l’intervento del dottor Lacan al primo Congresso mondiale di psichiatria nel 19501. Questo salto di settant’anni pur in circostanze analoghe, mi ha entusiasmato.

Lacan è intervenuto nella 6° sessione di quel congresso, intitolata Psicoterapia, psicoanalisi dopo Franz Alexander, Anna Freud, Melanie Klein e Raymond de Saussure. Questo primo congresso di psichiatria ebbe una grande risonanza: vi parteciparono più di 2000 medici, rappresentanti di circa 50 nazioni. È ammirevole l’intransigenza teorica ed etica di Lacan nei riguardi dei colleghi intervenuti prima di lui: R. de Saussure, Thomas de Quincey, Maurice Piaget e F. Alexander.

Nel suo intervento si dedica comunque più a criticare la psicoanalisi del tempo che non la psichiatria, eccetto nella parte finale. Avanza le sue tesi fin da subito e ci si rende conto una volta di più che corrispondono già a ciò che dirà tre o quattro anni dopo nel suo Seminario: la primarietà del significante sull’immaginario, l’alienazione del soggetto al linguaggio e la potenza d’illusione dell’ego, tutto in totale opposizione con i suoi colleghi del congresso. Già nel 1950 Lacan metteva in primo piano il linguaggio e le significazioni incluse nel linguaggio, da cui l’immaginario dipende.

Nomina Claude Levi-Strauss, Jakobson, Ferdinand de Saussure per prendere come orientamento la linguistica, la nozione di fonema e dimostrare che il linguaggio è una struttura e che il bambino, fin dall’inizio del suo apprendimento e in qualunque società egli viva, usa delle forme sintattiche del linguaggio, delle regole grammaticali del linguaggio – tesi che si oppone qui al preverbale.

 

Sulla verità

In questa conferenza Lacan sostiene con forza la dimensione della verità: non c’è psicoanalisi senza ricerca di verità, a condizione di non confondere realtà e verità e di fare della verità l’emergenza di un movimento del discorso. La verità risulta dalla parola presa nella struttura del linguaggio.

Cito una frase degna di nota da questo testo, sulla verità: «La verità che sarà la sua salvezza [quella del soggetto nella psicoanalisi] non è in vostro potere dargliela, perché essa non si trova da nessuna parte, né nel suo profondo né in una qualche bisaccia, né davanti a lui, né davanti a voi. Essa è quando il soggetto la realizza, e se voi siete lì pronti a risponderle quando essa arriva, non potete forzarla prendendo la parola al suo posto»2. Notiamo che «quando la realizza» prefigura l’inconscio del 1964, l’inconscio non nato.

Lacan risponde con grande forza ai sostenitori dell’ego psychology. L’ego viene definito da Lacan come «una potenza d’illusione, ovvero di menzogna»3. Critica duramente F. Alexander per la sua teoria dominante dell’io: «misconosce così lo spirito della terapeutica freudiana»4.

 

La minaccia meccanicista

Lacan, alla fine del suo intervento, ringrazia Anna Freud e comunica la sensazione di una minaccia che grava sulla psicoanalisi. Lo spirito di Freud è minacciato, «anche in America alcuni ritengono, come noi, che esso sia minacciato»5. Nel paragrafo precedente dà un elemento di questa minaccia ed è straordinario leggerlo oggi. Critica la nozione di feedback, molto in voga negli Stati Uniti, che proveniva dalle teorie della comunicazione. Il feedback è la teoria che comprende il comando e la comunicazione, sia nell’animale che nella macchina. Si vede bene quanto Lacan sia ben collegato con il sapere del suo tempo perché nel 1948, due anni prima di questo congresso, Norbert Wiener aveva definito la cibernetica (nascita dell’informatica) come una scienza che studia esclusivamente le comunicazioni e le loro regolazioni nei sistemi naturali e artificiali. Cito questa straordinaria affermazione di Lacan nel 1950: «gli animali meccanici che si stanno montando un po’ dappertutto facendo leva sul feedback […] non mancheranno di manifestare di qui a poco una nuova voglia di fare l’amore»6.

Lacan qui dice già tutto, dice dell’uccisione del desiderio che la scienza ci infligge e nella quale ci fa sprofondare. La psichiatria è ai primi posti di questa calamità contro la quale «gli animali meccanici» dovrebbero più che mai resistere.

Traduzione di Giuliana Zani

* Testo pubblicato su “Lacan Quotidien”, n°898, disponibile qui:https://lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/11/LQ-898.pdf

[1] J. Lacan, Intervento al 1° congresso mondiale di psichiatria, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, pp.127-130

[2] Ivi, p. 129.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 130.

[6] Ibidem.

Liberi tutti?

“Ci resta una sola scelta: affrontare la verità o ridicolizzare il nostro sapere”1

Adele Succetti
Membro SLP e AMP – Milano – 25 novembre 2020

Da quando è iniziata la pandemia, quello che più mi ha stupito è il silenzio assordante che si è fatto attorno alla follia. A parte qualche breve notizia su alcuni centri per pazienti psichiatrici in cui, forse, si era verificato un contagio … della follia in Italia non si parla, né ora né prima. Salvo, ovviamente, quando esplodono i casi di cronaca nera, gli omicidi-suicidi incomprensibili, a cui, però, proprio perché incomprensibili, si affibbia il significante di “mostro” e a cui si dedicano talk show televisivi per fare audience, incuranti delle parole e delle diagnosi psichiatriche che, lanciate a casaccio, non fanno altro che stigmatizzare il cosiddetto autore di reato.

Forse questa situazione eccezionale fa emergere ancora di più, come una cartina di tornasole, il diniego a cui la follia, e con essa i pazienti che in un qualche modo vi afferiscono, è stata ridotta in Italia. Di fatto, quello che Lacan preconizzava quando ha parlato, in modo ironico, dell’antipsichiatria come “movimento il cui senso è la liberazione dello psichiatra”2 è sempre più evidente e tragico. I servizi di psichiatria, CPS compresi, sono ridotti a dei dispensari in cui si distribuiscono psicofarmaci e, a parte il colloquio mensile con lo psichiatra e, se è fortunato, anche con lo psicologo, il paziente in acuzie e anche quello che sta cercando di riprendersi dopo una situazione di difficoltà, non trova granché. Liberi tutti!! E la burocrazia ospedaliera – che si nutre del discorso della valutazione e che produce e alimenta la frammentazione dei luoghi di cura – serve precisamente a questo: rompere i legami per buttare fuori (chi non rispetta il contratto di cura, chi non segue il mainstream, chi di per sé è fuori legame), per liberare o liberarsene … essa serve soprattutto per non assumersi la responsabilità delle decisioni, anche cliniche, che hanno effetti sulle vite di quanti, per necessità, si rivolgono ai servizi di cura.

Il disastro italiano mi è parso ancor più evidente, e doloroso, dopo aver letto il libro di Francesca Biagi-Chai, Traverser les murs. La folie, de la psychiatrie à la psychanalyse3, illuminante e fondamentale per entrare nella clinica lacaniana delle psicosi, a partire da quello che l’autrice racconta del suo lavoro in ambito psichiatrico. Dentro l’ospedale psichiatrico – che ancora esiste in Francia – Francesca Biagi-Chai, con la sua invenzione dell’ospedalizzazione di giorno, è infatti riuscita a torcere, seguendo il modello della striscia di Moebius, l’istituzione per farne un luogo in cui sia possibile costruire un transfert (necessario) affinché i pazienti psicotici possano trovare un legame morbido, su misura per ognuno, che li aiuti nella costruzione di un sapere, e quindi di un loro savoir-faire, rispetto al loro specifico reale. Come scrive infatti Francesca Biagi-Chai: «il discorso analitico si fonda sul soggetto, sul suo reale, quella forza che lo supera o che lo assale e, nella psicosi, lo spinge verso il fuori-legame. (…) la cura implica una continuità che trascende i luoghi, una continuità che fa legame e che si può chiamare transfert. In altri termini, il paziente esce dall’istituzione ma non esce dal transfert»4, il che gli permette un ancoraggio, un luogo, un destinatario in cui collocare ed elaborare qualcosa del proprio reale.

Questa elaborazione e questa esperienza clinica sono state possibili perché, come mostra nel suo testo ricco di esempi clinici e di spiegazioni molto chiare, la psicoanalisi (lacaniana) è il futuro della psichiatria. Senza la psicoanalisi infatti la psichiatria si limita a medicalizzare con il farmaco, cerca di mettere a tacere il reale (per quanto si illuda sia possibile) poiché è priva di una bussola che le permetta di leggere il reale del soggetto e di agire pragmaticamente per aiutarlo a costruirsi un sapere contro, anche contro la libertà stessa della follia, che lo spinge fuori dai legami, talvolta disegnando una spirale mortifera che sfocia inevitabilmente nel dramma. Secondo l’esperienza dell’autrice in ambito psichiatrico, che in questo assomiglia alla situazione italiana, la parola del soggetto viene annullata, non viene ascoltata per quello che è, mentre quello che si manifesta come il suo reale viene negato, messo a tacere, addirittura evitato. Come scrive però l’autrice, ciò non toglie che «il reale è un punto di arresto per il soggetto, qualcosa di insuperabile a cui è sottomesso, e che niente nei registri classici della rassicurazione, dell’educazione, della comprensione, del ragionamento, degli esempi, del confronto, niente può ridurlo. Soltanto se lo si conosce, quindi se lo si identifica, si offre una possibilità di trattamento nel registro della riorganizzazione di un godimento a partire da esso»5.

Quindi, far finta di non vederlo, metterlo a tacere con i farmaci o con i buoni consigli non serve a granché. È necessario il coraggio di assumersene il carico, permettendo che una forma di legame – quella singolare, morbida, unica, che il paziente psichiatrico può creare e sopportare – si instauri affinché, in seguito, egli possa trovare un luogo in cui collocarlo, e quindi possa costruirsi un personale modo di trattarlo. In caso contrario, il Liberi tutti! si mostra per quello che di fatto è: la politica dello struzzo, che non vuole vedere (perché poco redditizio dal punto di vista economico) ma che poi si stupisce di fronte ai casi estremi in cui il reale si manifesta per quello che esso è… l’orrore fuori senso.

[1] J. Lacan, Proposta del 9 ottobre sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.250.

[2] J. Lacan, Je parle aux murs, Seuil, 2011, p.14.

[3] F. Biagi-Chai, Traverser les murs. La folie, de la psychiatrie à la psychanalyse, Paris, Imago, 2020. Il testo ha come prefazione un articolo di J.-A. Miller, Insegnamenti della presentazione di malati, che parla dell’esperienza pluriennale di presentazione di malati di Lacan.

[4] Ivi, p. 24.

[5] Ivi, p. 29.

Una sfida

«[..]dovremo allora affrontare il compito di adattare la nostra tecnica alle nuove condizioni che si saranno create»1

Pamela Pace
Partecipante SLP – Milano –

Rifletto sull’attualità del monito freudiano, proprio in questo momento in cui, come sottolinea  J.-A. Miller «c’è crisi, in senso psicoanalitico, quando il discorso, le parole, le cifre, i riti, la routine, l’intero apparato simbolico si verificano d’un tratto impotenti a temperare un reale che fa di testa sua»2.

Il virus, soprattutto nel suo virulento ritorno, ci ha costretti ad un incontro angosciante: come se ci avesse riconsegnati all’evidenza della presenza della contingenza nella vita e del suo potere. Assistiamo ad una crisi che riguarda innanzitutto un ribaltamento del paradigma che struttura il dominio consumistico- capitalistico. Il virus, “come un uragano”, ha scoperchiato una verità a cui il discorso capitalista ci ha disabituati, illudendoci di poter essere padroni della nostra esistenza e della precarietà del vivere incarnati. Dall’illusione di poter governare la vita e il corpo, la  verità che la Pandemia ha scoperchiato è che il “padrone” non siamo noi  e che, il reale scatenato a cui si riferisce Miller non è padroneggiabile. Siamo messi di fronte alla precarietà, al potere della contingenza, alla caduta quindi del progetto utopistico della modernità.

A tale evidenza di un reale non imbrogliabile si aggiunge l’imbroglio dell’esperienza di un Altro (istituzioni, medici, virologi, governo) evanescente, sregolato, che non solo non dà garanzie, bensì delega al solo sapere scientifico tale responsabilità. Sta alla scienza illudere ancora circa il suo potere. L’altro del governo, del potere vacilla, non interviene cioè dando testimonianza dell’assunzione di una responsabilità, bensì confonde, rimanda, delega, attende che siano altri ad esporsi. Il discorso mass mediale veicola tale incertezza e confusione. Mai, come in questo momento epocale, assume rilievo la centralità del concetto di Lacan che “l’Altro non esiste!” Ascoltiamo un disagio anche come effetto della caduta, dell’assenza di una presenza simbolica istituzionale. Orfani di una parola simbolica, tuttavia tale assenza si fa presente nelle norme, nei DPCM, nelle cifre che, oltre a chiudere le singole esistenze a luoghi e spazi vitali, reifica la soggettività ad un’oggettività incarnata nelle cifre, nelle percentuali.

Siamo costantemente sospesi, in attesa di…; al di qua di una soglia. La seconda ondata ha soppiantato la paura generando un’angoscia diffusa: siamo dunque tutti al di qua di una “soglia” e l’angoscia pervade trasversalmente questo secondo tempo.

Riprendendo il monito freudiano e nel rimando kirkerdiaardiano all’angoscia come perdita dell’innocenza e, quindi,  il tempo della convocazione ad una decisione, penso che siamo chiamati, in quanto psicoanalisti, ad una sfida rispetto ad un modo nuovo di riconsiderare la tecnica, o meglio l’ascolto, senza tuttavia compromettere il rigore di una posizione etica della pratica psicoanalitica. Se, come evidenzia Miller, c’è crisi,  allora vi è riferimento ad un passaggio, a una trasformazione.  Mi riferisco all’apertura all’incontro con soggetti – in particolare adolescenti e giovani – che portano una domanda diversa, riflesso dell’attuale drammatico mutamento sociale. Una domanda che veicola innanzitutto una richiesta di risarcimento. Risarcire da cosa? Forse dal più di rinuncia alle esigenze pulsionali che il particolare momento attuale impone, unitamente all’esigenza soggettiva di un lavoro di ricucitura, rappezzamento – come si evince dall’etimo di risarcire – rispetto all’inganno promosso dalla cultura iperedonista della libertà. La libertà va ripensata, dunque! L’offesa rispetto all’evanescenza dell’Altro simbolico, l’offesa circa l’attesa creata dalle utopie del regime consumista-capitalistico, sviluppano angoscia e disorientamento.  I sintomi, non più portatori di un messaggio, trasmettono il lamento per un’offesa, richiedono un ascolto di tale risarcimento  che possa  agevolare il loro inserirsi poi in un dispositivo di cura. Accogliere tale trasformazione della domanda può considerarsi una sorta di trattamento preliminare al preliminare di una analisi?

Mi sto interrogando sui rischi sia di tale possibile apertura della cura psicoanalitica a nuove forme di trattamento sia viceversa agli effetti di una chiusura alle trasformazioni della domanda. Il perno della prospettiva psicoanalitica spinge, radicalmente, a riconoscere sempre la propria responsabilità: è possibile dunque cum-prendere, tale richiesta, cioè   “nec ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere”?

[1] S. Freud, Vie della terapia psicoanalitica, in Opere Vol.9, Torino, Bollati Boringhieri, 1989 p.27.

[2] “Rete Lacan”, n°20.

L’istituzione scolastica e la pandemia – prime riflessioni

Donata Roma
Membro SLP e AMP – Milano – dicembre 2020

Uno studente del liceo Fermi: «mi pesa non vedere gli amici, ma non si può fare niente. Metto la mascherina e sto attento per non passare il virus ai miei nonni».

Un insegnate del Liceo Fermi: «quello che mi mette in difficoltà è passare dalle lezioni in presenza alle lezioni on line perché le lezioni non possono essere fatte nello stesso modo che in presenza. Nessuno studente può seguire per 5 ore senza avere distrazioni. Allo stesso tempo alcuni studenti lavorano meglio con la didattica a distanza, altri fanno più fatica».

Un genitore del liceo Fermi: «sono in angoscia, non so se mio figlio si connette e cosa fa quando è connesso, mi sembra di aver visto una volta che giocava. Come si fa a controllarlo?».

Il preside del liceo Fermi: «dobbiamo fare una riflessione sulla didattica a distanza e questo ci può aiutare anche nella didattica in presenza. Le lezioni frontali funzionano solo in parte. Serve una didattica interattiva in cui i ragazzi non siano sacchi vuoti da riempire, ma che ognuno possa avere uno spazio per dire cosa ne pensa rispetto a quello che viene loro insegnato».

La psi è costretta a fare tutti gli incontri di accoglienza con ogni studente, con ogni insegnante e con ogni genitore online. Mentre il lavoro in Equipe e i Laboratori con i genitori sembrano funzionare bene, i colloqui individuali si sono quasi bloccati. Nessun ragazzo chiede un colloquio alla psi. Sono connessi per la didattica tutto il giorno e fare un colloquio on line sarebbe in un continuum. Allora piuttosto i pochi ragazzi che chiedono un colloquio preferiscono usare il mezzo telefonico.

Come ci siamo organizzati tenendo conto dell’esperienza dell’anno precedente.

  1. Facciamo dei laboratori in presenza in modo che durante la settimana vengano a turno gli studenti delle prime, il giorno dopo gli studenti delle seconde e così via. Ogni settimana l’orario slitta di un giorno in modo che i ragazzi possano incontrare tutti gli insegnanti. La presenza non è obbligatoria e gli insegnanti nei laboratori in presenza non introducono nuovi argomenti.
  2. Questo permette ai ragazzi di continuare a vedere i propri insegnanti e i compagni in presenza e a viversi come studenti.
  3. Si è potuto verificare che gli insegnanti con la didattica online riescono maggiormente a lavorare con gli studenti uno per uno.
  4. La difficoltà maggiore è che gli studenti fanno molta fatica a farsi vedere in video. Questo per più ragioni. Un insegnante in Equipe dice: «ci ho riflettuto: entriamo in qualcosa di molto personale, invadiamo il loro privato, è come chiedergli di puntarsi un dito addosso».

Un altro insegnante in un testo portato alla discussione in Equipe dice: «Una cosa che perdiamo è la qualità della capacità di lavorare e vivere insieme. Perché la scuola non serve solo a riempirsi la testa di conoscenze. É anche un luogo dove impariamo e sviluppiamo delle competenze trasversali. E se togliamo il contatto tra gli studenti, che già non è sempre facile, che conseguenze ci saranno sulla nostra società fra 10, 20 anni?».

Siamo in un’epoca in cui il consumo si presenta come una soluzione identificativa usando gli stessi oggetti di godimento: cellulari, giochi on line, chat. Tutto questo, purtroppo si amplifica con il dover stare chiusi in casa producendo una cosa molto importante, soprattutto per l’adolescente, gli permettono di eludere la messa in gioco del corpo che in adolescenza è molto importante.

A scuola, non è facile adattarsi e trovare la distanza giusta tra insegnante e studenti. Oggi, con la DAD, questa questione si pone ancora più forte. Ci vediamo o ci sentiamo attraverso uno schermo. Questo può facilitare la partecipazione di alcuni, ma può anche essere vissuta come un’intrusione. Forse è un motivo per il quale è così diificile per gli studenti tenere la videocamera attiva durante le lezioni. Si può capire questo: sono nella loro intimità. Fino ad ora la scuola non andava dentro casa. Adesso chiediamo loro di mostrarsi direttamente nella loro casa, in uno spazio di studio che tutti non hanno uguale e che forse per loro non è proprio uno spazio di studio, ma la loro camera, il loro spazio.

Su questa questione si rischia di darsi la colpa uno con l’altro: per i genitori la scuola dovrebbe obblirgarli, per gli insegnanti sono i genitori che dovrebbero obbligarli e alla fine non trovando un metodo per obbligarli che non sia espulsivo, la colpa è dei ragazzi come scrive Hannah Harendt.

Allora cosa fare? Punirli dandoli per assenti se non si fanno vedere? Obbligarli, ma come?

Cosa può funzionare davvero? Il rischio è che non si colleghino più. Abbiamo solo in Lombardia il 25% di ragazi che non lavorano e non studiano. E di questo è responsabile ognuno di noi adulti. Le scuole cosiddette dell’eccellenza sono dei buttafuori di ogni ragazzo un po‘ fragile. Come invece essere una scuola dell’eccezione iniettando desiderio? Pronti ad accogliere ogni studente con le proprie difficoltà tenendone conto, ma senza pensare di sapere qualcosa di quel ragazzo lì.

Inoltre la questione delle verifiche e delle interrogazioni: durante il lockdow gli insegnanti delle scuole di ogni ordine rimpiangono la didattica in presenza per la mancanza di una possibilità di controllo durante le verifiche, controllo che gli studenti non copino e hanno cercato di mettere in atto modalità di controllo a distanza quasi umilianti.

Molti intervistati in programmi televisivi dicono che stiamo producendo una generazione di ignoranti se non si riaprono subito le scuole. C’è un’urgenza sospetta unita a previsioni catastrofiche. Urgenza mai posta relativamente alla ormai strutturale dispersione scolastica. Forse temiamo di dover rivoluzionare la didattica? Temiamo che gli studenti ci mettano del loro insegnandosi da soli?

Forse si sta iniziando una ricerca sui modi di rinnovare la didattica; una possibile rivoluzione della didattica e questo ci mette in impasse ma è dalle piccole crisi e dalle impasses che possiamo inventare nuove modalità.

Il tempo imperfetto della soluzione

Raffaella Borio
Membro SLP – Torino – 01/12/2020

C’era una volta un bambino, JH, particolarmente e unicamente in difficoltà per la separazione dei suoi genitori: un giorno, in studio, iniziò a sfogliare uno dei libri presenti nel salottino: L’isola del tesoro. Per alcuni incontri volle leggerlo, poi, chiese di costruire una mappa perché voleva “fare il pirata”. Disegnò due galeoni e fece compilare due liste di nomi: da un lato inserì i nomi dei  pirati della morte, dall’altro quelli dei pirati dell’isola. Lui non si schierò. Assegnò all’analista  la funzione di guardiano dicendole  che sarebbe stata una “strana cosa”, in parte umana e in parte animale. Mise, infine, i suoi genitori a capitanare le due bande rivali. Alla domanda rispetto al perché avesse deciso in questo modo, in prima battuta, disse: «I pirati vogliono il tesoro e fanno le battaglie!». I genitori, nonostante il grande impegno nel portare avanti la separazione consensuale, con rispetto e collaborazione, incontravano momenti di incomprensione e di contesa che, inevitabilmente,   procuravano grande sofferenza a JH.  Non ne parlava, manifestava però aggressività e si rifiutava di  vivere con i suoi a settimane alterne. Voleva, piuttosto, stare con i nonni. JH frequentò per un inverno intero lo studio: molte son state le mappe inventate e diversi i viaggi ai Caraibi! Un giorno,  appena varcato l’uscio, JH cercò una delle sue mappa e si disegnò seduto sulla cassa del tesoro, dicendo «Fregati! Sono arrivato prima io!». Questo collocarsi, darsi una posizione (non lo aveva mai fatto prima) produsse effetti pacificanti: JH acconsentì a vivere una settimana con la mamma e una settimana con il papà. Acconsentì a vivere, non senza dolore e forse, scommetterei, con felicità a tratti. C’era una volta è il tempo imperfetto della soluzione bambina: nel senso che la fiaba può diventare uno strumento per affiancare un bambino alla ricerca delle sue soluzioni. Quando un bambino ascolta o legge una storia si domanda chi desidera essere tra i personaggi che incontra. A  partire dal momento in cui si situa nella trama, il bambino entra in uno scambio con un altro e in rapporto con l’Altro. Il ricorso spontaneo alla fantasia nelle fiabe, così come nei giochi simbolici, può esercitare una importante e spontanea funzione attraverso cui bordare qualcosa che non è dell’ordine della parola. La fiaba apre a un Altrove grazie all’intreccio di significanti e immagini che,  ergendosi  a vera impalcatura di senso, consente a un bambino di trattare affetti ingombranti, come l’angoscia, quel quanto di reale in gioco. L’aggancio ai significanti stessi della fiaba contribuisce alla costruzione della soluzione, producendo vortici di desiderio sorprendente. Freud, in uno scritto del 1913, Materiale fiabesco nei sogni, sottolineava quanta importanza le fiabe avessero nella vita psichica dei bambini, tanto da precisare che in alcuni «il ricordo delle fiabe preferite si è sostituito ai ricordi di infanzia; le fiabe sono diventate per costoro ricordi di copertura»1. Freud era convinto che i temi delle fiabe fossero congruenti con i contenuti della vita psichica.  Lungo tutta la sua opera si trovano riferimenti al rapporto tra i sogni e le fiabe , rapporto che sosterrà non essere né sporadico, né casuale. Appassionato di favole dei fratelli Grimm, Freud era, come sappiamo, interessato al risvolto mitico e antropologico delle fiabe e, grazie alle sue analisi, abbiamo ereditato anche quell’attenzione verso il modo in cui un soggetto usa la fiaba dando valore, soprattutto, al significato inconscio che condensa.

[1] S. Freud, Materiale fiabesco nei sogni, in Opere,  Vol.7, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p.195.

Separati in classe

Sara Bordò
Membro SLP e AMP – Bologna – dicembre 2020

La riduzione delle possibilità di incontrarsi, la scarsità di momenti di condivisione e di tutto ciò che dà vita al nostro quotidiano, non ha tardato a mostrare i suoi effetti anche nei bambini e negli adolescenti.

L’incontro a scuola, anche quando avviene, è comunque sottoposto a restrizioni che se da un lato sono sicuramente necessarie, dall’altro fanno perdere qualcosa di importante dell’incontro stesso.

Partirò da una frase detta da alcuni ragazzi durante un incontro in una classe di una scuola media. In questa conversazione incentrata soprattutto su ciò che è cambiato per loro dopo le numerose restrizioni, hanno iniziato a parlare di cosa sia difficile da sopportare in questo nuovo modo di stare a scuola: «Noi siamo abituati a parlare vicini, a toccarci mentre parliamo, a darci delle spinte, a rubarci e a prestarci le cose, le penne, gli astucci, è difficile controllare in ogni momento la distanza giusta!».

Allontanati dall’incontro con il corpo dell’altro, sono stati innanzitutto separati da ciò che fa di questo incontro un appuntamento con una messa in gioco dei propri limiti e possibilità, dove avviene un’attenta osservazione delle movenze e dei modi di fare dei propri compagni di classe.

L’insegnamento di Lacan, fin dall’inizio, ci indica che un’esperienza centrale nella costituzione dell’unità del proprio corpo, è l’incontro con un’alterità, innanzitutto con l’alterità costituita dall’immagine del corpo allo specchio riconosciuta e sostenuta dallo sguardo dell’Altro e in un secondo momento con l’incontro del corpo dell’altro simile, precisamente quando i bambini vengono «lasciati alla propria spontaneità ludica»1 si osservano risposte che implicano una comunicazione, avviene infatti «un certo adattamento delle posture e dei gesti tra i soggetti ossia una certa conformità nella loro alternanza e una convergenza nella loro serie che li ordinano in provocazioni e risposte…»2.

Il primo Lacan mette al centro proprio l’immaginario con lo stadio dello specchio, con il complesso di intrusione, con la ripresa della nozione di narcisismo di Freud.

Fascinazione e rivalità, sono significanti centrali quando ci si riferisce al registro immaginario, fascinazione e rivalità sono altresì due significanti centrali quando ci si riferisce a quello che accade ai bambini e agli adolescenti, soprattutto nei contesti scolastici e nei luoghi di incontro tra pari, dove più che altrove si può vedere dare vita a questi molteplici balletti di sfide e di provocazioni.

Lacan nel Seminario II scrive che «la fascinazione è assolutamente essenziale al fenomeno di costituzione dell’io. È perché ammaliata che la diversità scoordinata, incoerente della frammentazione primitiva assume la propria unità»3.

Gli adolescenti fanno quotidianamente esperienza del proprio corpo un po’ scoordinato nella misura in cui c’è l’irruzione di qualcosa di enigmatico, di un reale che scombina e sul quale deve avvenire un certo riassestamento.

Come cercano di cavarsela con questo corpo scoordinato?

A scuola alcuni sono affascinati dal ragazzo o dalla ragazza considerati “popolari”, coloro che ottengono un buon consenso dagli altri, che “si sanno muovere” ed hanno un elevato numero di “followers” sia nei social che nella vita vissuta.

Ciò che manca quando si fa didattica a distanza, è proprio il poter osservare i movimenti dell’altro, i dettagli e le inflessioni del suo dire, sceglierne inconsciamente un gesto preciso, un gusto, uno stile che diventa poi una moda, un’inclinazione del proprio modo di essere e di esserci e anche quando quello stile verrà abbandonato e sostituito, ne resterà comunque una piccola traccia.

Effettivamente, e questo vale soprattutto per i bambini, il corpo dei propri compagni è preso come specchio che riflette piccoli dettagli in cui riconoscono qualcosa di sé, dettagli a partire dai quali scelgono l’amico a cui “rubare” movenze e ritornelli, il compagno a cui distruggere le costruzioni e con cui poi ricostruirne di nuove, l’amico da afferrare nella corsa per poi passare ad essere colui che è rincorso e preso.

Un’insegnante racconta che un suo alunno di 8 anni dopo il lockdown di marzo, al ritorno a scuola a settembre non è più lo stesso, nello specifico la sua difficoltà consiste in qualcosa di ben preciso che ormai accade ogni giorno: il bambino durante le interrogazioni risponde sempre anche quando la domanda non è rivolta a lui, quando fanno una verifica scritta ruba i fogli dei propri compagni, quando fanno un compito prende i loro quaderni, ripreso si butta a terra e un giorno, quando l’insegnante gli chiede di aspettare il suo turno per rispondere, lui dice «Qui dentro non c’è nessuno, l’unica persona sono io, ci sono solo i giubbotti».

L’incontro con l’altro può mobilitare una certa angoscia, ma si può dire che è anche nel poter dare una spinta e verificarne le conseguenze, nel vedere che l’altro non cade o che risponde a sua volta con un’altra spinta, è anche grazie a questi momenti che il corpo scoordinato inizia a capire come non cadere, a “prendere le misure” sia con il proprio corpo che con il corpo degli altri, anche con queste esperienze quotidiane si comprende fino a che punto ci si può “sbilanciare”, quale è l’esposizione nell’incontro con gli altri che si riesce a reggere.

L’impeto e l’irruenza che si vede nei movimenti in cui gli adolescenti cercano di avvicinarsi l’un l’altro, il loro essere impacciati o all’opposto troppo disinvolti, ci dice qualcosa di questo rapporto con il proprio corpo ribelle.

Anche per quei ragazzi che tendono a sottrarsi allo sguardo dell’altro, che si sentono esclusi dalla classe e che si escludono a loro volta, non c’è stata la possibilità di fare l’esperienza dell’escluso, dell’ultimo della fila, poiché è mancato lo sguardo a cui sottrarsi, l’ultima fila dietro cui nascondersi.

Nel lavoro presso gli sportelli d’ascolto a scuola, all’inizio dell’anno scolastico è necessario andare nelle classi e ogni volta noto il cambiamento delle ragazze e dei ragazzi rispetto all’anno precedente, mi riferisco soprattutto ad un cambiamento che riguarda il loro modo di parlare, il loro modo di fare. Quest’anno a settembre mi sono stupita del fatto che non ci fosse nessun rilevante cambiamento, come se andando in una classe di seconda media avessi l’impressione di essere in una prima, andando in una terza media l’impressione di essere in una seconda.

Gli insegnanti stessi hanno confermato questo aspetto.

Lacan, all’inizio del Seminario VI, nella costruzione del grafo del desiderio, ci dice che l’elemento immaginario della relazione dell’io con l’altro interviene per porre rimedio alla «derelizione nella relazione con il desiderio dell’Altro»4 e più avanti precisa che «Si tratta dell’esperienza del simile nella misura in cui questi è sguardo, in cui è l’altro che vi guarda, esperienza in cui il bambino mette in gioco un certo numero di relazioni immaginarie, prime fra tutte le relazioni di prestanza e anche di sottomissione e di sconfitta. È in questo modo che il soggetto procede»5.

Dunque, in mancanza di queste esperienze qualcosa non procede ed il bambino, soggetto parlante, oggi ha sicuramente meno appigli per cercare di porre rimedio a ciò che nella sua relazione con il desiderio dell’Altro non si è giocato nel migliore dei modi al di là e ancor prima del Covid-19.

[1] J. Lacan, I complessi familiari nella formazione dell’individuo, a cura di Antonio Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2005, pag.21.

[2] Ibid.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro II, l’Io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, [1954-1955], Torino, Einaudi, 1991, p.64.

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro VI, Il desiderio e la sua interpretazione [1958-1959], Torino, Einaudi, 2016, p.22.

[5] Ivi, pp.22-23.

D.(e.)a.D.: il padre è morto?

Maura Gaudenzi
Partecipante SLP – San Giovanni in Marignano (RN) – dicembre 2020

Interessante come in Italia gli adolescenti, al tempo della pandemia, siano stati chiamati in causa solo come “untori”: coloro che diffondevano il virus, popolo indifferente alle prescrizioni, presi da un’incontrollata spinta al divertimento, senza nessuna preoccupazione per la salute della nazione…

La risposta degli specialisti?  Qualcosa di nome “D.a.D.”, la nota e discussa Didattica a distanza, omografa di Dad, il modo informale in cui la lingua inglese indica il padre, a sua volta omofono di Dead, morto.

D.a,D.: il padre è morto? La morte del padre rende strutturale l’interdizione che colpisce ciascuno, con la possibilità di accedere alla vita, di accedere al godimento parcellizzato. Il padre morto, nel Seminario V Lacan lo identifica come il Nome-del- padre: «[…] il padre in quanto promulgatore della legge, è il padre morto, vale a dire il simbolo del padre»1, ovvero il padre simbolico. «È il significante che dà supporto alla legge, che promulga la legge»2.

Nell’attualità ci troviamo di fronte al declino del Nome-del-padre, la clinica contemporanea ci propone sintomi che mettono al margine il padre e la legge; i sintomi di dipendenza, tanto per esemplificare, mostrano non tanto una connessione al padre, ma piuttosto al super-io materno, con cui si rapportano senza mediazione.  Lacan nel Seminario XVII dice «Ho fatto notare da tempo che di fronte alla frase del vecchio padre Karamazov, Se Dio è morto, allora tutto è permesso, la conclusione che si impone nel testo della nostra esperienza, è che Dio è morto risponde al niente è permesso»3.

Ma oggi dov’è il padre simbolico, il padre separatore? È (e)-vaporato; nella Nota sul padre e l’universalismo del 1968 Lacan afferma «Io credo che nella nostra epoca la traccia, la cicatrice dell’evaporazione del nome del padre è quello che potremmo mettere sotto la rubrica e il titolo generale di segregazione»4.

Segregazione/isolamento/reclusione/confinamento, significanti che circolano instancabilmente in quest’epoca; certamente il Covid-19 fa la sua parte ma certamente c’è anche dell’altro.

Che cos’ è la D.a.D. per gli adolescenti del nostro contemporaneo? Come vi si declina il «Risveglio di primavera»?5 Come la necessità di relazionarsi con il partner sessuale? Quale tempo, spazio, corpo fuori dallo sguardo adulto per inventarsi un “come si fa con …?”.

In questi giorni, la classe di un noto ginnasio locale ha protestato perché ci sia un tempo nel cambio dell’ora, e che ci sia una vera ricreazione di 15 minuti.

La campanella non c’è più ed ecco il super-Io materno che fa irruzione: lezioni senza limiti, nessuna pausa… Tutto è sotto lo sguardo perpetuo dell’Altro che controlla, esamina, incolla alla sedia, domanda presenza continua, senza sosta e scansione alcuna.

C’è chi spegne la fotocamera, chi salta le lezioni e va a cercare fuori dalle mura domestiche e scolastiche dell’altro, chi dorme, chi resta e sfotte il sistema, chi vi ha trovato una soluzione pacificante per fare legame con l’altro.

Qualche volta alcuni decidono di prendere parola e di fare appello a quel tempo, quello spazio e quel corpo necessari. Tempo che sarebbe stato dedicato alle confidenze con l’amica, all’incontro con lo sguardo del ragazzo dell’altra classe, alla richiesta di andare al bagno per sgranchirsi le membra e vedere cosa succede fuori dall’aula… quando la lezione non è più “di vita”, ma di un sapere morto e didascalico, che ancor più oggi come non mai, non rilancia a nulla.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio (1957-1958), Torino, Einaudi, 2004, p.148.

[2] Ibidem.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Torino, Einaudi, 2001, p.147.

[4] J. Lacan, Nota sul padre e l’universalismo, in “La Psicoanalisi”, n°33, Astrolabio, Roma, 2003, p.9.

[5] F. Wedekind, opera teatrale, 1890. Lacan riprende l’opera ne La prefazione al “Risveglio di primavera” di Wedekind, in “La Psicoanalisi”, n°7, Roma, Astrolabio, 1990, p.9.

Jacques Aubert*

Intervista di Sabrina Di Cioccio

SDC: Professore Aubert, prima di iniziare, terrei a ringraziarla di aver accettato di rilasciare questa intervista. In occasione della VI Conferenza organizzata dalla James Joyce Italian Foundation dello scorso 7 Febbraio a Roma, ha tenuto un intervento sulle connessioni tra Lacan e Joyce. Nel 1975, Jacques Lacan accettò il suo invito ad intervenire in apertura del V Simposio Internazionale su James Joyce. Quando lo ha incontrato per la prima volta, e quando ha iniziato come Joyciano a ritenere rilevanti le connessioni tra di loro?

Potrebbe introdurci agli eventi che definirono l’interesse di Lacan per Joyce, come affatto casuale?

JA: Per molti autori che sono critici letterari o teorici di letteratura, l’opera di James Joyce si presta a confronti con autori o movimenti contemporanei. Tali accostamenti spesso sono facili, troppo facili, ed inoltre tale facilità talvolta può essere da queste persone avvertita come pericolosa, e li mette in fuga.

Questo è quanto ho potuto constatare nel 1975, quando organizzai il V Simposio Internazionale su James Joyce: Roland Barthes ma anche Jacques Derrida, e anche alcuni altri che avevo invitato ad intervenire, declinarono quell’invito.

Non fu questo il caso di Jacques Lacan. Ma ciò non mi sorprese affatto. Poiché al tempo del mio lavoro su James Joyce, avevo cominciato a familiarizzare con l’opera di Lacan nei gruppi di lavoro che riunivano analisti della corrente lacaniana e professori universitari. E nel corso di questi incontri e delle letture che li accompagnavano, notai sempre più impliciti riferimenti a Joyce, grandi risonanze con il suo lavoro, soprattutto col suo percorso come ne dà conferma l’articolo Litturaterra (LP, n. 30).

Ciò è in sostanza quel che gli dissi quando gli recai visita nel gennaio del 1975 incoraggiato da Maria Jolas, vecchia amica di James Joyce nonché di Jacques Lacan, che mi aiutò nella preparazione di quell’evento. Gli dissi che aveva molto da dire su Joyce, che gli davo possibilità di farlo in apertura del Simposio presso il grande Anfiteatro della Sorbona. Aggiunsi inoltre che quella era l’occasione per “rompere un po’ di cose”. Su questo ultimo punto non sapevo affatto, fino a che punto la cosa capitasse a proposito.

Non sapevo bene, come tutti d’altronde, la risonanza che ciò avrebbe avuto. Un segno importante stava già arrivando con la ristampa in giugno, della sua Tesi sulla psicosi paranoica, alla quale Lacan aggiunse i suoi primi articoli dell’inizio degli anni Trenta. Essi dimostrano bene l’importanza che dà, a partire da quel momento, non solo alla letteratura ma più specificatamente alla creazione letteraria, all’atto di scrivere, così come si presenta nei Surrealisti.

Ma Lacan ha offerto con discrezione alla nostra attenzione, un altro prezioso segnale, in occasione della ritrascrizione della conferenza alla Sorbona, in cui introduce il nome di Claude Cahun. Questa artista che rinunciò al suo nome per quello di un antenato, si sforzò a lungo, nella prima fase della sua carriera, non solo di fotografarsi a più riprese ma anche di modificare il più frequentemente possibile negli autoritratti, il proprio aspetto, con alterazioni molteplici che non si limitavano all’acconciatura ma deformavano la sua stessa espressione. Ad oggi sappiamo dal biografo di Cahun che Lacan negli anni Venti, e anche oltre, frequentò l’atelier piuttosto regolarmente: dunque nel periodo in cui si avviava agli studi medici, e specificatamente psichiatrici. Nell’introdurre il suo nome nella versione rivista della conferenza, Lacan fa più che rivolgere uno sguardo nostalgico al suo passato: ricorda il momento di un interrogativo inaugurale alle soglie del proprio percorso, con l’enigma di un godimento che si colloca nel cuore del sintomo.

Occorre inoltre ricordare che in quel periodo vennero pubblicati nella rivista Transition di Eugenio e Maria Jolas, dei frammenti di Work in progress, precursore di Finnegans Wake che apparve nella sua forma definitiva nel 1939. E’ difficile immaginare che Lacan non si sia interessato a quelle pagine in cui si inscriveva un altro godimento, quello di un soggetto implicato in un altro registro dell’arte…

SDC: La versione rivista della conversazione tenutasi alla Sorbona, riguarda la lettura di Lacan del caso Joyce, l’implicazione della nozione di lettera nella lingua scritta, la logica sottesa allo spostarsi di Joyce da una posizione all’altra.

Qual è la questione al centro dell’opera Joyciana, puntata da Lacan?

JA: Joyce è sempre stato molto chiaro in proposito, anche se ha posto più domande delle risposte che ha dato. Citerò soltanto quel che disse nel 1930, ad Adolf Hoffmeister: “[Domanda di Hoffmeister] Può dirmi qual è la somiglianza o la differenza tra Ulisse e Work in progress? [Risposta di Joyce] Credo non ci sia alcuna differenza. Il mio lavoro da Gente di Dublino in poi, segue una linea retta di sviluppo. E’ per lo più indivisibile, solo la scala di espressività e la tecnica di scrittura ascendono in qualche modo precipitosamente […] La differenza dunque proviene dallo sviluppo e solo da quello. Tutta la mia opera resta sempre in corso”.

Può sembrare vago ma credo che qui ci dica l’essenziale: ad orientare il suo lavoro è la questione dell’atto, l’atto che costituisce ogni enunciazione. La singolarità di Joyce è che egli tocca e affronta questa faccenda dal punto del letterale, ossia di ciò che è il più esterno al linguaggio in quanto portatore di senso. Ed è a questo punto di quasi-impossibilità che Lacan e Joyce erano votati, ed erano destinati ad incontrarsi.

SDC: Il Seminario XXIII. Il Sinthomo, testimonia di come nell’ultimo periodo del suo insegnamento, Lacan sia stato influenzato dall’opera di Joyce. Nella teoria della psicosi, il passaggio di Lacan al plurale “I Nomi-del-Padre”, segnala come al Nome-del-Padre si possa supplire. In questo senso, l’arte di Joyce è ciò che per lui ha fatto da supplemento.

In conclusione della nostra intervista, Lacan ha illustrato la sola cosa che possiamo afferrare del testo di Joyce: il suo sintomo.

 

JA: Credo di aver risposto prima alla questione dell’influenza. Non si tratta più esattamente di questa ma soltanto di incontro: nel 1975 abbiamo avuto a che fare con delle rimpatriate. Ciò che è importante, è che esse misero in gioco e in moto, il godimento come enigma al cuore dell’analisi e dell’analista che Lacan era sempre. Il significante veniva a firmare, controfirmare, questo reperimento del sintomo come evento di corpo: “LOM chaun corpo e nonnha k’uno. Bisogna dirlo così: egli haun…, non: egli èun”1. Lei, ha pienamente ragione a evocare qui l’ultima fase dell’insegnamento di Lacan su cui la Scuola con Jacques-Alain Miller, lavora ormai da anni, ritrovando e sviluppando le implicazioni di questa insistenza dell’Uno del godimento, a spese dell’Altro.

* Intervista pubblicata nel numero 61 della rivista La Psicoanalisi, Roma, Astrolabio, 2017, pp.86-89

[1] J. Lacan, Joyce il Sintomo, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2016, p.557.