Il […] fattore per cui secondo me oggi ci sentiamo così stranieri in questo mondo che un tempo è stato così bello e rassicurante, è il turbamento determinatosi nel nostro modo, fino ad ora ben fermo, di considerare la morte
[…] La morte non può più oggi essere rinnegata; siamo costretti a crederci.
[…] Lo smarrimento e la paralisi di cui soffrono le nostre facoltà, dipendono in gran parte dal fatto che non possiamo più attenerci al nostro vecchio modo di considerare la morte, pur non avendone ancora trovato uno nuovo.

S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915), in Opere Complete, vol.8, Bollati Boringhieri, Torino, 1968, pp.137-139

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Carlo De Panfilis

Sommario

Rete Lacan n°3 – 23 marzo 2020

Editoriale

Squarci di vita a Rete Lacan – Emergenza corona virus

Sergio Caretto
Redazione Rete Lacan – Torino – 21/03/2020

Ore 17,50 del 20 marzo 2020. Eva invia alla redazione di Rete Lacan la proposta per l’esergo tratta dal testo di Freud Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915) aggiungendo, quasi a scusarsi, “«[…] se la trovate un po’  triste, (sono le 18 e fra poco conosceremo i bollettini di guerra di questa giornata, forse ne sono influenzata) possiamo mettere la seconda parte». Non faccio in tempo a rispondere che Laura invia alla redazione i testi giunti dai colleghi di ogni Scuola dell’AMP: un vero diluvio di scritti. Arrivano le prime traduzioni dei testi dal francese di Adele e dallo spagnolo di Giuliana che non manca di ricordarci l’importanza e l’attenzione alla redazione degli stessi, tanto più in questo tempo dove ogni forma rischia di essere spazzata via dal virus. Matteo compone rapidamente il numero e presenta le possibili copertine colorate per i prossimi due numeri. Sebastiano, da Palermo, comunica alla redazione che potrà tardare alla riunione di redazione via Skype  a causa del suo impegno all’Ospedale di Palermo per l’emergenza in corso nell’accoglienza dei malati di corona virus. Nel frattempo ricevo due mail: una della collega di Bergamo, città tra le più colpite da questa emergenza per diffusione del contagio e numero di morti, che conclude così: «Prima o poi dottore torneremo a vederci di persona, vero? a volte mi viene il dubbio…»; l’altra di una collega di Tirana, Jolka: «Chez nous le gouvernement à mis des horaires strictes de sortie pour les courses, pharmacie etc. mais les personnes ne respectent pas toujours la distance sociale d’un mètre et durant les heures de sorties il se rassemblent dans les supermarchés par peur de rater l’heure ….c’est une folie. J’ai l’impression que tous le désordre social et politique est en train de nous revenir dessus» .

Ore 18,00 escono i dati quotidiani del Ministero della Salute. 627 deceduti nella giornata (il numero più alto fino ad oggi); totale positivi 47.021, totali decessi 4.032, totale guariti 5.129. Le restrizioni aumentano ulteriormente e in alcune città scendono in campo i militari per farle rispettare.

Ore 18,20 dopo avere finalmente letto l’esergo proposto da Eva, rispondo ai colleghi della redazione: «In fondo Freud mette in luce come la morte in tempo di guerra colpisca soggettivamente tutti, nessuno escluso, pur da posizioni certamente differenti. L’Italia tutta sta diventando un grande ospedale da campo; si sta tornado a morire a casa e il virus, come dice Lacan, passa sotto i nostri usci. Forse abbiamo troppo delegato agli ospedali, per troppo tempo, la gestione di questa spiacevole incombenza che, per una ragione o per l’altra, la morte è per l’umano».

Ore 23,44 ricevo la mail di Laura: «Caro Sergio, ti va di fare l’editoriale per il n.3? Mi sembra che alla luce dei nuovi dati emersi questa sera, dell’esergo che abbiamo scelto, forse potresti scrivere. Il tuo commento mi sembra possa essere un buon inizio».

Ore 24,00 Nasce così l’editoriale di questo primo numero di Primavera di Rete Lacan, in tempo per essere consegnato nelle mani di Carlo che si occuperà di caricarlo sul sito. Ebbene sì, è arrivata la primavera cari colleghi! Grazie a quanti, italiani e stranieri, contribuiscono a tenere viva Rete Lacan attraverso la scrittura, la lettura e la diffusione dei testi dentro e fuori le Scuole dell’AMP. In questo istante dello sguardo, possa Rete Lacan costituire un’occasione di risposta a questo reale che fa buco nelle nostre vite e contribuire ad aprire, grazie alla nostra comunità, un tempo per comprendere proprio a ciascuno.

Buona lettura.

Pale Blue Dot1 e lembi di reale, al tempo del coronavirus

Gelindo Castellarin
Membro AME SLP e AMP – Udine – 17/03/2020

In questi giorni di carcerazione volontaria, causa coronavirus, mi posso dedicare, senza orari, allo studio delle cose che mi appassionano. A partire dall’intersezione tra Neuroscienze e Psicoanalisi2, sto cercando un’implementazione logica che tenga uniti il Nodo Bo e il Neurofeedback3, attraverso una lettura serrata de La terza4 di J. Lacan, mio fondamentale punto di illuminazione e partenza per molte mie riflessioni teoriche. Più di sempre, però, il mio pensiero deraglia sul coronavirus e sugli ultimi passi di una soglia/traguardo che mi sono dato, a meno sei dagli ottanta, ma che il Corona, l’Altro Reale (nome in codice Covid-19), potrebbe annichilire in pochi giorni. Pale blue dot, quindi, un banale punto azzurro pallido, la nostra terra, un soffio la nostra esistenza. Ma una speranza, con Lacan, non tutto è vano!

Il coronavirus, come la mia vita è un’emergenza che gode nel Reale, e come la mia vita insegue il suo oggetto a di generazione in generazione. Così il Corona deve necessariamente iscriversi nel Nodo Bo, almeno due volte: una volta nel Reale della vita che gode, impossibile a dirsi tutta e una volta nel Simbolico, possibile a dirsi nella sequenza trasmissibile della sequenza significante delle circa 30mila basi nucleotidiche, cioè nel codice genetico che lo compongono5.

Quale lezione magistrale offre, a noi analisti lacaniani, il Corona?

Banale sarebbe rispondere che il Corona, battezza l’homunculus, con un imprevisto atto analitico di rettifica soggettiva, con sicuro effetto di sorpresa nella direzione di una castrazione del logocentrismo significante e del narcisismo del mulino vuoto delle parole vuote, ma soprattutto ci indica la necessità, per ognuno, di riscoprire il Silenzio di Arpocrate6 rimasto inudibile nel frastuono della modernità.

Così udiremo, in silenzio, l’ Esistente incarnato nel Nodo Bo dell’umano, nelle sue componenti Reali (fisiche, chimico-organiche, spazio-temporali, evoluzionistiche e emergenti, ecc., dal big bang all’homo sapiens), nelle sue componenti Immaginarie (rispecchiamento dell’Esistente  nelle sue rappresentazioni) e Simboliche (Lingua, Linguaggi, Simboli, Cultura, Storia e Antropologia).

Questo Nodo Bo è un disegno intelligente dell’Esistente che ha in sé, con Lacan del Sem. IV7, un Significante nel reale, significante che non necessita di un Altro dell’Altro per esistere, ma che ci lascia inesorabilmente del tutto soli di fronte alla unica nostra responsabilità soggettiva di esistere.

Qualunque cosa possa succedere, comunque, sono felice di poter dire: «ci sono stato!».

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Pale_Blue_Dot

[2] Vedi anche: Castellarin G. (2002), Neuropsicologia delle parole. S. Freud, R. Jakobson e le ricerche attuali sull’afasia in “La Psicoanalisi”, 32, Roma, Astrolabio, pp. 109-140; Castellarin G. (2016), “Lacan e i neuroni specchio: un’introduzione” in “Attualità lacaniana”, 20, Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, Alpes; Castellarin G. (1992) Hommelettre, una possibile lettura informatizzata della  catena L di J. Lacan, Atti GISEP, Napoli, 1992, pp.63-100.

[3] Che sto imparando con gli elettrodi in testa, guidati da BrainAvatar®4.6.4 (64-bit) by BrainMaster: https://www.brainmaster.com/

[4] J. Lacan, La terza in “La Psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, 1992.

[5] Il SARS-CoV-2 è un virus “giovane”. Essendo stato identificato solo tre mesi fa, del SARS-CoV-2 conosciamo relativamente poco sia dal punto di vista biologico che da quello clinico ed epidemiologico. Alcune sequenze di riferimento (RefSeq NC_045512: lunghezza pari a 29903 coppie di basi di ss-RNA) dell’intero genoma di SARS-CoV-2 sono già disponibili a tutti i ricercatori del mondo e depositate nella banca dati del NCBI (Usa) (Fonte don Roberto Colombo, genetista Un. Cattolica-Roma).

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Arpocrate

[7] J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione d’oggetto [1956-1957], Torino, Einaudi, 1994, pp.251 e segg.

J moins un avant l’annonce du confinement en France

Catherine Lacaze-Paule
Membre AME ECF – Talence – 18/03/2020

Le coronavirus, ce signifiant nouveau sonne et résonne dans toutes les bouches, à la radio, la télévision, tous les médias. Il insiste, se répète, s’immisce ou se martèle, et frappe les corps. Il semble même muter puisque les autorités avancent le signifiant de « covid-19 », signifiant plus scientifique qui introduit la particularité, la spécificité et tente de décontaminer de la viralité de la peur panique que le signifiant virus peut parfois engendrer.

En France, nous avons eu le temps de nous préparer, pourrions-nous croire. Nous avions l’exemple et les informations venues de Chine, de Corée, tout près de nous celles de l’Italie, de l’Espagne, même les anglais. Mais non, « l’étranger, c’est l’autre », et suit par dénégation : « ce n’est pas moi », où l’on se reconnait pour aussitôt dénier.

« Noli me tangere »

Alors en tant qu ’analyste nous sommes pris dans un calcul individuel et collectif. Se faire responsable du réel de l’épidémie, maladie qui se transmets par le contact et la proximité, et produire une réponse au un par un. Au cas par cas, tantôt provoquer un réveil au danger de l’épidémie ou au contraire interpréter l’angoisse mais à chaque fois avec tact, car l’effet d’angoisse se traduit par un symptôme de protection ou de panique. Freud dans « Inhibition symptôme, angoisse » s‘interroge sur « le tabou du toucher »1 dans la névrose obsessionnelle et questionne comment « l’évitement du toucher, du contact, de la contamination joue un si grand rôle ». Dans certains cas au contraire « l’Éros veut le toucher car il aspire à l’union, à la suppression des frontières spatiales entre moi et objet aimé »2. Nous y sommes entre Éros et Thanatos, entre amour et haine, le virus touche au lien social.

Cette pandémie convoque notre rapport à la vérité, au savoir, à la jouissance du corps vivant, et au réel comme impossible à supporter propre à chacun et pris dans le collectif. L’individuel c’est le collectif, trouve sa force et donne orientation.

« Il n’y a pas »

Ce S1 covid-19 se représente comme un signifiant tout seul, isolé. Il ne se raccroche pas ou mal ou de façon brève, sans savoir établi et assuré, sans stabilité de routine, au S2 des experts, il met à jour le non-rapport entre les signifiants, entre S1 et S2. Deux fois, trois par jour entre annonces contradictoires et fakes news, la varité règne. L’ère de la post-vérité, sa vérité liée à la varité nous invite à nous orienter du réel, la « viralité ».   Nous vérifions depuis quelque mois que la médecine, comme le politique comme le psychanalyste procèdent par l’acte, il n’y a pas de garantie de l’Autre ni de ses comités d’éthique3. L’éthique des conséquences donne plus d’orientation que toute idéologie ou croyance.  L’erreur est fatale.

Beaucoup éprouvent durement que J.-A Miller notait : « Les vérités sont des solides – ce ne sont pas des surfaces, c’est à dire quelle se présentent avec trois dimensions. On peut regarder la même vérité sous des angles différents. Elles ne sont pas plates. La vérité est multiple et l’erreur une. »4 J.-Alain Miller, cours d’orientation. Chaque un est amené à s’interroger sur ce qu’il sait, ce qu’il croit, est-ce qu’il croit, ce qu’il sait ? Et ce qu’il ne sait.  Mais qu’est-ce qu’il ne sait pas ? s’il savait ce qu’il ne sait pas alors il saurait tout ? Impossible de Tout savoir.

Barrière

Le signifiant de gestes barrière (se laver les mains, la distance etc.) évoque pour le lecteur lacanien, l’expression de J. Lacan5, où il enseigne aux psychiatres de sainte Anne que l’angoisse est une barrière, protectrice elle est le signal d’un danger pour le moi.

Juste avant le confinement que l’on pressent, son annonce dans la soirée, pour demain ou après-demain, j’ai choisi de ne pas arrêter ma pratique. Attendre et accueillir jusqu’au dernier jour avant la date de confinement, comment au un par un les patients allaient réagir. Il y a les appels très matinaux, ils veulent savoir s’ils auront leurs séances, les SMS déterminés, les appels à ne pas venir, les hésitants : qu’est-ce que vous faites, est-ce que vous recevez ? La culpabilité et les justifications sont palpables, il y a une modification du régime de la jouissance sauf quelques-uns qui continuent à dormir.

Le p’tit fil

Cependant il semble que la proximité du réel provoque une levée de l’immunité symptomatique qui a fait barrière et nouage des registres IRS. Parfois pour le meilleur, levée des inhibitions, et décision du choix du lieux de confinement ou pire précipitation dans les lieux de rassemblements, faire la fête reste le surmoi contemporain ou l’angoisse paralysante.   Il s’agit donc à chaque fois de retrouver «  ….un p’tit fil, quel qu’il soit, ça vaudrait mieux que n’importe quoi, d’autant plus que ça vous mènerait quand même nécessairement à ce dont il s’agit. »6. A chaque fois retrouver le fil symptomatique.

Les symptômes liés au confinement

Déjà on entend les douleurs d’exister liées à la solitude, mais aussi que « l’enfer, c’est les autres »7, les difficultés à faire famille, les soignants pris dans un conflit entre leur devoir et leur désir. D’ores et déjà, garder un lien au téléphone ou par Skype ou FaceTime, semble le moyen de substitution à l’arrêt des rencontres.  Ni enthousiasme, ni vraiment de refus non plus, à ce mode d’échange, il y a toujours un mot, une phrase pour dire que cela ne sera pas pareil mais que faute de mieux, c’est possible. Car le « virtuel « ne remplacera pas la « présence » des corps dans les séances.

A suivre

[1] S. Freud, Inhibition, symptôme, angoisse, p.37, PUF de France.

[2] S. Freud, Inhibition, symptôme, angoisse, p.37, PUF de France.

[3] J.-A Miller, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique, cours d’orientation lacanienne, inédit.

[4] J.-A Miller, …du nouveau ! introduction au Séminaire livre V, collection éditée par l’ECF, rue Huysmans.

[5] J .Lacan, Petit discours au psychiatre, 1966, Sainte Anne.

[6] Idem.

[7] Sartre, L’enfer c’est les autres, pièce de théâtre.

G meno uno prima dell’annuncio del confinamento in Francia

Catherine Lacaze-Paule
Membro AME ECF – Talence – 18/03/2020

Il coronavirus, questo significante nuovo suona e risuona sulla bocca di tutti, alla radio, alla televisione, su tutti i mass-media. Insiste, si ripete, s’intromette o martella e colpisce i corpi. Sembra persino che muti, poiché le autorità portano avanti il significante di “covid-19”, significante più scientifico che introduce la particolarità, la specificità e che tenta di decontaminare dalla diffusione virale del panico che il significante virus può talvolta generare.

In Francia, abbiamo avuto il tempo di prepararci, così potremmo credere. Avevamo l’esempio e le informazioni giunte dalla Cina, dalla Corea, vicino a noi quelle dell’Italia, della Spagna, anche degli inglesi. Eppure no, “lo straniero è l’altro” a cui segue, per diniego: “non sono io”, in cui ci si riconosce per poi, immediatamente, negare.

Noli me tangere

In quanto analisti, invece, noi siamo presi in un calcolo individuale e collettivo. Farsi responsabile del reale dell’epidemia, malattia che si trasmette per contatto e nella vicinanza, e produrre una risposta uno per uno. Caso per caso: in un caso si tratta di provocare un risveglio di fronte al pericolo dell’epidemia, in un altro, invece, di interpretare l’angoscia ma ogni volta con tatto, poiché l’effetto d’angoscia si traduce con un sintomo di protezione o di panico. Freud, in Inibizione, sintomo e angoscia, si interroga sul “tabù del contatto”1 nella nevrosi ossessiva e si chiede perché «l’evitare contatti, toccamenti, contagi abbia una parte così importante in questa nevrosi». In alcuni casi, invece, «l’Eros vuole il contatto, poiché tende all’unione, all’abolizione delle barriere spaziali tra l’Io e l’oggetto amato»2. Ci siamo, tra Eros e Thanatos, tra amore e odio, il virus tocca il legame sociale.

Questa pandemia convoca il nostro rapporto con la verità, con il sapere, con il godimento del corpo vivente e con il reale come impossibile da sopportare proprio di ciascuno e preso dentro il collettivo. L’individuale è il collettivo, vi trova la sua forza e dà orientamento.

“Non c’è”

Questo S1 covid-19 si rappresenta come un significante da solo, isolato. Non si aggrappa o si aggrappa male o in modo rapido, senza un sapere stabilito e sicuro, senza la stabilità della routine, all’S2 degli esperti, aggiorna il non-rapporto tra i significanti, tra S1 e S2. Due volte, tre volte al giorno, tra annunci contradditori e fakes news, regna la varità. L’era della post-verità, la sua verità legata alla varità ci invita ad orientarci con il reale, la “viralità”. Verifichiamo, da qualche mese, che la medicina, come il politico e come lo psicoanalista derivano dall’atto, non c’è garanzia dell’Altro e neppure dei suoi comitati d’etica3. L’etica delle conseguenze dà più orientamento di qualsiasi ideologia o credenza. L’errore è fatale.

Molti provano duramente quello che J.-A Miller osservava e cioè che: «le verità sono dei solidi, non sono delle superfici. Sono dei solidi, si presentano cioè con tre dimensioni: si può guardare dunque la stessa verità da angoli differenti. Le verità non sono piatte. […] la verità è multipla […] l’errore è uno»4. Ognuno è portato ad interrogarsi su quello che sa, quello che crede, crede? sa? E su quello che non sa. Ma che cosa non sa? Se sapesse quello che non sa allora saprebbe tutto? Impossibile sapere Tutto.

Barriera

Il significante di gesti barriera (lavarsi le mani, la distanza, ecc.) evoca per il lettore lacaniano, l’espressione di J. Lacan5, in cui insegna agli psichiatri dell’ospedale di Sainte-Anne che l’angoscia è una barriera, che protegge, è il segnale di un pericolo per l’io.

Poco prima del confinamento, che si intuisce, il suo annuncio in serata, per domani o dopodomani, ho scelto di non interrompere la mia pratica. Attendere e accogliere sino all’ultimo giorno prima della data del confinamento, in che modo uno per uno i pazienti avrebbero reagito. Ci sono le telefonate di prima mattina, per sapere se avranno le loro sedute, gli SMS determinati, le chiamate per dire che non vengono, quelli che esitano: cosa fa, lei riceve? Il senso di colpa e le giustificazioni sono tangibili, vi è una modifica del regime del godimento, salvo alcuni che continuano a dormire.

Il filo sottile

Tuttavia, sembra che la prossimità del reale provochi una revoca dell’immunità sintomatica che ha fatto da barriera e da annodamento dei registri IRS. Talvolta per il meglio, revoca delle inibizioni e decisione della scelta del luogo del confinamento oppure, nei casi peggiori, precipitazione nei luoghi di assembramento, divertirsi resta il Superio contemporaneo o l’angoscia paralizzante. Si tratta, quindi, ogni volta, di ritrovare «[…] un filo sottile, quale che sia, sarebbe meglio di qualsiasi cosa, tanto più che ciò vi condurrebbe comunque necessariamente a ciò di cui si tratta»6. Ogni volta ritrovare il filo sintomatico.

I sintomi legati al confinamento

Si sentono già i dolori di esistere legati alla solitudine, ma anche il fatto che “l’inferno sono gli altri”7, le difficoltà a stare in famiglia, i curanti presi dentro un conflitto tra il loro dovere e il loro desiderio. Sin da ora, mantenere un legame al telefono o via Skype o FaceTime, sembra il modo di sostituzione di fronte all’interruzione degli incontri. Nessun entusiasmo ma neppure nessun rifiuto rispetto a questo modo di scambio, c’è sempre una parola, una frase per dire che non sarà la stessa cosa ma che, in mancanza di meglio, è possibile. Giacché il “virtuale” non sostituirà la “presenza” dei corpi nelle sedute.

Da seguire.

Traduzione di Adele Succetti

[1] S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia, in Opere, vol. X, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p. 270.

[2] Ivi, p. 271.

[3] Cfr. J.-A Miller, L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique, corso dell’orientamento lacaniano, inedito.

[4] J.-A. Miller, Il nuovo, Roma, Astrolabio, 2005, p.15.

[5] J. Lacan, petit discours aux psychiatres de Sainte-Anne, 1966, inedito.

[6] Ibidem.

[7] Cfr. J.-P. Sartre, Le mosche-porta chiusa, Bompiani, 2013.

Il virus contro la Corona

Adele Succetti
Membro SLP e AMP – Milano – 19 marzo 2020

Oggi mi è capitato di leggere un articolo di fuoco1 di Daniela Scotto di Fasano, nota psicoanalista freudiana, contro “le illusioni consolatorie” di M. Recalcati che, in un articolo pubblicato ne La Repubblica del 14 marzo scorso, legge la pandemia che stiamo subendo come l’occasione di una “nuova fratellanza”.  Così mi sono letta il suo articolo, ma, a dire il vero, non ho trovato nulla di nuovo rispetto al suo solito stile buonista-evangelico. Quello che, invece, mi ha interrogata è la virulenza – è il caso di dirlo – della critica della collega SPI nei confronti del più noto “lacaniano d’Italia”. Come mai proprio ora? Fino a poco tempo fa nessuno psicoanalista avrebbe mai scritto un articolo così critico… Allora è vero che il buco del virus, il suo reale, fa emergere quello che ci sta sotto o che ci sta dietro! E temo che, in questo senso, avremo modo di vederne ancora delle belle.

Al di là delle parole in difesa di quello «che dovrebbe fare e fa un vero psicoanalista» (??) e cioè «contrastare le illusioni, inquietare e mettere in discussione se stessi, svelare lo scontato, far riconoscere i pregiudizi», quello che sta dietro questo attacco è un’idea dell’inconscio, e quindi della psicoanalisi, molto particolare, rispetto alla quale Lacan ci ha messo all’erta da tempo: un inconscio della profondità e non fondato, invece, sulla materialità della lalingua soggettiva e un’idea della psicoanalisi per così dire educativa. E inoltre, mi sembra, ci sta dietro anche un problema di ordine istituzionale, in quanto la pandemia mette particolarmente in crisi la pratica della psicoanalisi, fondata sulla presenza dei corpi, soprattutto quando sono le regole del setting (tre sedute a settimana, sul lettino) a farla da padrone, e non l’etica della psicoanalisi.

In effetti, sul sito italiano della SPI, ho trovato, oltre all’offerta di «un servizio di ascolto psicoanalitico nell’emergenza del coronavirus» con indicazioni standard che valgono per-tutti, anche un’intervista a Stefano Bolognini, Past-President dell’IPA che, alla richiesta di consigli da parte del giornalista, dice: «Occorre reagire da persone mature. In termini psicoanalitici significa ascoltare il Super-Io, in questo caso gli scienziati e gli amministratori ma poi essere in grado a livello dell’Io cosciente di condividere il dato di realtà e di non viverlo come un’ingiunzione persecutoria»2. Allora abbiamo capito! Alla Corona dell’influencer di tendenza si oppone la Corona del padre, con le sue regole e il suo per-tutti! In situazione di crisi si va diretti, come indica Lacan in chiusura di Televisione, «dal padre al peggio»3. È la solita tentazione… rispetto alla quale è necessario, però, restare svegli.

La mia esperienza analizzante, invece, mi ha insegnato e mi insegna a saperci fare meglio con il parassitaggio del mio inconscio, con il parlessere che io sono ed è a partire da questo che mi presto ad accogliere gli analizzanti e le loro costruzioni sinthomatiche, le loro soluzioni soggettive, uno per uno. A livello dell’istituzione, invece, ora più che mai, si tratta di far esistere la Scuola di Lacan con gli strumenti che abbiamo a nostra disposizione, la Rete Lacan, i cartelli e le riunioni di lavoro (via Skype per ovvi motivi) che ci permettono di tenere vivo il transfert di lavoro e il nostro rapporto con la causa analitica.

Come ha detto Lacan nel 1978, in conclusione al Congresso dell’École freudienne de Paris: «come comunicare il virus di questo sinthomo nella forma del significante? È quello che ho tentato di spiegare nel corso di tutti i miei seminari»4. Invece della Corona paterna, noi optiamo per il virus non-tutto, che è più prossimo alla peste di cui parla Freud.

[1] http://temi.repubblica.it/micromega-online/coronavirus-le-illusioni-consolatorie-di-recalcati/

[2] https://www.spiweb.it/stampa/la-repubblica-14-3-2020-la-paura-del-contagio-s-bolognini/

[3] J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 538.

[4] J. Lacan, Conclusions, Congrès de l’École de Paris, 9 juillet 978, inedito.

Iniezioni di senso

Andrea Ventimiglia
Allievo al IV anno dell’Istituto Freudiano di Roma – Pisa – 15/03/2020

Sono giorni di reclusione forzata in casa. Per qualcuno, tra cui per il sottoscritto, sono anche giorni di lavoro. Uscire significa scontrarsi con il silenzio della città. Come si combatte un contagio pandemico?

Facciamo finta che siamo ammalati e non conosciamo la causa, facciamo gli esami strumentali del caso ed attendiamo i risultati. Il tempo intercorso ad attendere i risultati lo trascorreremo angosciati.   Questa   angoscia   è   uno   squarcio   verso   l’onnipotenza dell’immaginario, in questo momento qualunque cosa può essere: l’immaginario è talmente rarefatto che è disancorato da una logica di senso.

Non vi è malattia, non vi è nome, nulla di nulla; l’angoscia non ha ancoraggi e fluttua. La domanda del paziente affetto è: cosa ho? Che patologia ho? Cosa mi succede? È un modo vacillante di collocarsi, di prender posto. È su questa traccia che vorremmo essere nel campo dell’Altro, senz-a resto. I fenomeni di angoscia hanno la caratteristica di essere legati alla possibilità di non potere1 e come nel caso di questo virus «Nel suo punto di rottura tra causa ed effetto, sorge il reale senza legge»2.

Lacan suggeriva di disangosciare ed aiutare l’analizzante a cercare la causa dell’angoscia. Così è appena arrivato il nostro referto. È tramite il mezzo tecnologico che riusciamo a definirlo  e  ad  avere  un’immagine.

I  medici  stilano  vademecum  di  comportamenti  da rispettare in assenza di cura. Le parole possono descriverlo: diamo un nome, tale nome deriva dalla sua costituzione al microscopio, cioè riusciamo a dare un posto nel campo dell’Altro. Ebbene, l’iniezione di immaginario è servita. Tramite questa iniezione l’angoscia è camuffata, dosata e può avere il senso del sintomo.

Ma che senso è? E’ tutto lì il senso? C’è qualcosa che non agguanta in pieno l’immagine, che non agguanta il senso. È così che il reale si mostra, vestito, camuffato: sembiante. E’ così che per il discorso psicoanalitico un virus può diventare significante. Un virus che possiamo isolare come esca per il soggetto. Questo è ciò che rivela la scoperta dell’inconscio: «niente nasconde meglio di ciò che svela»3.

[1] Lacan, J., Il Seminario, Libro X, Torino, Einaudi, p.205.

[2] Scilicet, Un reale per il XXI secolo, AMP, 2014, p.XIV.

[3] J. Lacan, Lo stordito, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.448.

Corona virus

Violaine Clément
Membre ASREEP – NLS – Geneve 17/03/2020

Certains veulent faire croire que le latin ne sert à rien. Pourtant, le nom de cet ennemi qui nous condamne ces jours à rester confinés chez nous sonne terriblement romain. Il a l’air bien vivant pour appartenir à une langue morte.

Le mot virus n’est pas bien vieux, né1 en 1478 du latin « virus » désignant le suc des plantes, le sperme ou le venin des animaux. Il est proche du vieil irlandais fi-, poison, du grec ios, venin, poison, et aussi rouille, et du sanskrit visa-, de même sens. On a rapproché ces termes d’un verbe sanskrit vesati, « faire couler ».

Phonétiquement proche de vie, de viril et de virtuel, le mot s’emploie depuis quelques temps surtout dans le champ du net : rien de tel qu’une (fake) new virale pour relancer une discussion sur les réseaux qu’on appelle sociaux. Durant de longs siècles, on voyait le virus comme une substance organique, comme du pus, responsable de contamination. Le virus pue. Et puis, reconnaissons-le, il est sale, surtout lorsqu’on parle de virus dans les maladies vénériennes.

Le mot vaccin était d’abord féminin : on appelait vaccine la maladie de la vache, due à un virus, le virus vaccin. Puis on a appelé au XIXème siècle vaccin2 la substance préparée à partir des microbes, virus ou parasites, qui immunise un individu contre la variole. Variole, de la famille de vair, varié (taché), désignait les maladies épidémiques, qu’on voulait distinguer de la vérole. À noter qu’on appelait la vérole le mal de Naples3, ce qui résonne étrangement aujourd’hui où les Italiens du Nord, tombés malades en premier, se sont vu refuser l’entrée à Capri…

Un virus, c’est donc toujours un corps étranger. Il vient d’ailleurs, et le moyen de s’en protéger est de fermer la porte, de lui interdire l’entrée. C’est ainsi qu’est née la quarantaine, au XIIème siècle, dans la langue religieuse, pour désigner les quarante jours avant Pâques, le fameux carême, que certains aujourd’hui remettent au goût du jour, dans l’idée hygiéniste d’un jeûne purificateur. Mais au XVIIème siècle, le mot désigne aussi la période d’isolement destinée à éviter la propagation d’une épidémie. L’adjectif quarantenaire désigne ce qui est soumis à la période de quarantaine, ou la personne soumise à ce délai et à ce lieu.

On peut se moquer de tout ça, s’en ficher comme de l’an quarante, il n’empêche que cette dernière expression, en revanche, n’a rien à voir avec quarante, mais peut-être avec le Coran. En effet, on peut ne rien comprendre, ni à l’algèbre, ni à l’Alcoran, ce qui me fait conclure avec cette trouvaille d’un enfant-soldat qui a traversé l’Afrique jusqu’en Suisse ; tout jeune, il avait réussi à s’enfuir d’une école coranique. Pour lui, qui ce coronavirus était bien le virus du Coran.

Ne devrait-on pas aujourd’hui se rappeler que le Coran, emprunté au XIVème siècle à l’arabe qur’an, signifie lecture ? Comme la Bible, le Coran est Le livre par excellence. Mais alors, quel est notre livre de chevet aujourd’hui à l’époque de l’illecture4?

[1] Alain Rey, Dictionnaire historique, tome II, p. 2264.

[2] Idem p.2205.

[3] Rappelons que les préservatifs aussi s’appellent du nom de l’autre, capote anglaise, Pariser, french letter.

[4] http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2011/12/LQ104.pdf

Corona virus

Violaine Clément
Membro ASREEP – NLS – Ginevra – 17/03/2020

Alcuni vogliono far credere che il latino non serva a niente. Eppure, il nome del nemico che, in questi giorni, ci condanna a restare confinati a casa nostra suona terribilmente romano. Sembra molto vivo, pur appartenendo a una lingua morta.

Il termine virus non è molto vecchio, è nato[1] nel 1478 dal latino virus che designa il succo delle piante, lo sperma o il veleno degli animali. È prossimo all’antico irlandese fi-, veleno, dal greco ios, veleno, pozione e anche verderame, e dal sanscrito visa-, che ha lo stesso senso. Questi termini sono stati accostati al verbo sanscrito vesati, “far scorrere”.

Foneticamente prossimo a vita, virile e virtuale, il termine, da qualche tempo, si usa soprattutto nell’ambito di internet, dove basta una (fake) new virale per rilanciare una discussione su quei canali che si chiamano social. Per molti secoli, si considerava il virus come una sostanza organica, come del pus, responsabile di contaminazione. Il virus puzza. E inoltre, ammettiamolo, è sporco, soprattutto quando si parla di virus nelle malattie veneree.

Il termine vaccino prima era femminile: si chiamava vaccino la malattia della vacca, dovuta a un virus, il virus vaccino. Poi, nel XIX secolo, è stata chiamata vaccino[2] la sostanza preparata a partire dai microbi, virus o parassiti, che immunizza un individuo contro il vaiolo. Vaiolo, dal tardo latino variola, derivato di varius, “vario, chiazzato”, designava le malattie epidemiche, che si volevano distinguere dalla sifilide. Si noti che la sifilide in Francia era chiamata il mal de Naples[3] (mentre in quasi tutta l’Europa la si chiamava “mal francese”), il che risuona stranamente oggi, mentre gli italiani del nord, ammalatisi per primi, si sono visti rifiutare l’ingresso a Capri…

Un virus, quindi, è sempre un corpo straniero. Viene da altrove, e il mezzo per proteggersi è quello di chiudere la porta, di proibirgli l’ingresso. In questo modo è nata la quarantena, nel XII secolo, nella lingua religiosa, per designare i quaranta giorni prima di Pasqua, la famosa quaresima, che alcuni oggi ripristinano, secondo l’idea igienista di un digiuno purificatore. Ma, nel XVII secolo, il termine designa anche il periodo di isolamento destinato ad evitare il propagarsi di una epidemia. L’aggettivo quarantenario designa ciò che è sottoposto al periodo di quarantena, o la persona sottoposta a questo periodo e a questo luogo.

Si può ridere di tutto ciò, fregarsene alla grande (in francese comme de l’an quarante), ciò non toglie che quest’ultima espressione, per contro, non ha nulla a che vedere con quaranta, ma forse con il Corano. In effetti, si può non capire nulla dell’algebra e dell’Alcoran, il che mi fa concludere con questa trovata di un bambino-soldato, che ha attraversato l’Africa ed è arrivato in Svizzera; quando era molto piccolo è riuscito a fuggire da una scuola coranica. Per lui il coronavirus era proprio il virus del Corano.

Non dovremmo oggi ricordarci che il Corano, termine mutuato nel XIV secolo dall’arabo qur’an, significa lettura? Come la Bibbia, il Corano è Il Libro per eccellenza. Ma allora, qual è il nostro libro da tenere sul comodino oggi, nell’epoca in cui non si legge?[4]

Traduzione di Adele Succetti

[1] Alan Rey, Dizionario storico, tomo II, p. 2264.

[2] Ivi, p. 2205.

[3] Ricordiamo che anche i preservativi si chiamano con il nome dell’altro, capote anglaise, Pariser, french letter.

[4] http://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2011/12/LQ104.pdf

Da soli ma non soli

Donata Roma
Membro SLP e AMP – Milano – 17/03/2020

Quando ho letto la proposta di Rete Lacan, l’ho trovata un’ottima idea.

Come dice Araceli Fuentes «Solo sì, ciascuno radicalmente solo di fronte a un reale che è una minaccia per tutti». Dopo la morte di Alberto Visini, mio compagno insostituibile “chiacchierino” (mi sono ricordata solo ora che a volte lo chiamavo così), sono sola, ma alcuni amici e la comunità analitica e il lavoro mi hanno sostenuta.

Ma di colpo, mi è mancata la comunità analitica! Come se la sbroglia ognuno di noi con gli analizzanti che fino all’ultimo giorno permesso ho incontrato? Ho deciso che ognuno di loro potesse scegliere se telefonarmi o usare Skype. Cosa mi è permesso inventare eticamente? E con gli studenti della scuola come fare? Alcuni di loro stanno molto male e non hanno il mio numero telefonico né io il loro. Genitori di adolescenti che mi telefonano angosciati non dal coronavirus, ma dalle crisi dei figli che abituati a uscire, sono leoni che devi tenere in gabbia. Ma de-angosciandosi un po’ riescono ad ascoltare i figli e a trovare soluzioni-inventive che fanno sì che la vita possa essere vissuta in un’atmosfera migliore di quella che c’era prima del coronavirus. Studenti che non hanno mai fatto i compiti che cominciano a mettersi al lavoro perché non si annoiano più obbligati 5 ore in classe, ma tramite i nuovi mezzi di comunicazione inviano i compiti agli insegnanti. Un esempio: un ragazzo, che faceva fatica a mettersi al lavoro, manda un breve compito al preside che gli dice che il lavoro è adeguato, però quando ha tempo guardi il video che gli ha inviato perché gli interessa la sua opinione. Il ragazzo si mette al lavoro molto interessato.

Ma ancora, forse maggiormente responsabile, come fare con le date dei Seminari programmati dell’Antenna di Pisa? Come esserci senza esserci con il corpo?  Come riorganizzarci? Come non prendere pause dalla psicoanalisi e dall’inconscio? Porto un piccolo esempio: avevo detto a un’analizzante molto angosciata che se non fossi partita per l’Antenna di Pisa, l’avrei avvisata. Non era ancora scoppiata la pandemia, ma c’erano già le zone rosse. Ero talmente presa dal decidere insieme a Grazia se rimandare o meno il Seminario che non ho avvisato l’analizzante che non sarei partita. Dopo qualche giorno è lei che mi ha mandato un sms dicendomi che sperava stessi bene e che non mi aveva più sentito. L’analizzante era stupita perché in tanti anni non era mai successo!

Un abbraccio caloroso a ognuno.

Covid 19

Isabel Capelli
Membro SLP e AMP – Firenze – 17/03/2020

M. 67 anni arriva alla sua seduta molto arrabbiato. Qualcosa d’insopportabile si è scatenato a partire dal coronavirus. «Nella mia vita ho conosciuto la minaccia di morte. Crescere con la dittatura militare è stato vivere sempre con la minaccia di essere “chupado”1 in qualsiasi momento. Non sapevi in che agenda di quale persona conosciuta poteva esserci il tuo nome, da lì a poco sarebbero venuti a prenderti per farti sparire. Conosco la minaccia alla vita. So che cos’è non poter muovermi, cioè perdere la libertà dei movimenti. Non solo dovevamo restare a casa, dovevamo cambiare casa in continuazione».

In queste settimane nei nostri studi abbiamo ascoltato come Covid-19 ha toccato ognuno nella singolarità del suo corpo di parole, del corpo immaginario e del corpo reale così come M. lo ha raccontato. Come dice Fabio Galimberti: «Di che cosa abbiamo paura? Del nostro corpo, rispondeva Lacan»2. Giustamente è dall’Altro che è il corpo che ho pensato alcune strategie davanti all’emergenza. Ho scritto un messaggio a ognuno di coloro che viene a trovarmi, in cui la frase “ci sono” fosse inclusa insieme alla possibilità di scegliere, scelta uno per uno. I messaggi non sono identici. Secondo le normative del Sindaco di Firenze, come operatrice sanitaria posso ricevere in studio. Offro a chi sceglie di venire tutti i miei dati personali e professionali affinché siano presentati alle forze dell’Ordine in caso di fermo.

L’altra scelta è un incontro via Skype o via WhatsApp, ma con certe accortezze. Ricordo a ognuno che il tempo e lo spazio in cui ci troveremo dev’essere tenuto alla privacy, – parola che non mi piace – che è parte della deontologia professionale.

Escludo l’uso dell’immagine e anche questa strategia risponde uno per uno.

Non mi piace neanche la parola smart-work, sono convinta che la parola che guida i miei passi è CST, clinica sotto transfert.

[1] Dallo spagnolo, succhiato, espressione riferita a chi veniva fatto sparire ai tempi della dittatura militare.

[2] F. Galimberti, Il corpo e l’opera. Volontà di godimento e sublimazione, Macerata, Quodlibet Studio, 2015, p.13.

Un mondo in quarantena?

José R. Ubieto
Membro ELP e AMP – Barcellona – 15/03/2020

Il COVID-19 è un nuovo nome del reale, che dall’inizio non ha alcun senso dal momento che non sappiamo esattamente cosa sia e sebbene proviamo a confrontarlo con il precedente (altri coronavirus), c’è sempre un resto sconosciuto. È ciò che ci affligge e la fonte del panico collettivo. Al momento, è un singolo significante – COVID 19 o Coronavirus – che manca la seconda parte: l’account completo che lo spiegherebbe, lo individuerebbe e quindi lo metterebbe “sotto controllo”. Stiamo ancora costruendo quella storia, non senza difficoltà, poiché nel mezzo della crisi la narrativa è piena di falsi, dati parziali, a volte sottostimati, altri sproporzionati. Quando la storia avanzerà e sapremo chi è veramente, come funziona e come possiamo prevenirlo, il panico cadrà … fino al prossimo sconosciuto.

Le conseguenze sono quindi in qualche modo imprevedibili, ma alcune possono essere avanzate: il mondo è sempre più in quarantena, alcuni vi sono posti su prescrizione e altri su prevenzione o panico, o addirittura da modus vivendi. Alcune aziende iniziano a notare un aumento del loro prezzo: Zoom, Netflix, Facebook, Amazon o Black. Tutti consentono il telelavoro o l’intrattenimento domestico. Coloro che dipendono da forniture o manodopera diretta o in loco stanno cadendo. Il capitalismo, come sempre, trova il beneficio da qualsiasi crisi.

Da qualche tempo siamo stati tutti un po’ messi in quarantena, protetti nelle serie e sui social network, lontano dal contatto con l’altro, la fobia sociale di cui Freud parlava un secolo fa. Anche un bisogno di base come mangiare non ci richiede di lasciare la fortezza di casa, per questo ci sono i cavalieri e le loro piattaforme in forte espansione.

Un nuovo divario digitale sembra essere tracciato tra coloro che possono resistere al virus, isolati nelle loro case, e quelli che non hanno altra scelta che affrontarlo corpo a corpo. Il paradosso è che molti di coloro che possono proteggersi più facilmente dal nemico ostile sottraendo il corpo, attraverso i loro avatar digitali, sono quelli che in seguito – dopo l’emergenza – saranno in grado di pagare per le cure faccia a faccia (insegnanti che parlano con loro , medici che li esplorano, persone che si prendono cura di loro). Per altri, l’assistenza virtuale (apprendimento remoto, telecare, diagnostica della macchina), rimarrà più economica e universale. Presto il contatto corpo a corpo, nella mischia in condizioni sane, sarà un lusso a cui molti non potranno accedere.

COVID-19 – e come dice uno scherzo virale, arriverà il 20 (e altri) – è venuto a ricordarci della nostra fragilità, ora che abbiamo iniziato a credere che eravamo padroni assoluti del nostro destino, credenti nel potere illimitato della tecnologia. La verità è che abitiamo ancora un corpo.