« […] Pulsa nei rami digitali il sangue e io adduco ancora scuse».

Francesca Sangalli, Poesie anatomiche, n°5 – Indecisione (bis)

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°30 – 9 maggio 2021

In copertina:

Fotogramma tratto dal video Poesie Anatomiche – Lingua Madre

(Video gentilmente concesso da LAC – Lugano Arte e Cultura)

L’esergo è tratto da Francesca Sangalli, Poesie Anatomiche, n°5, Indecisione (bis)

Grazie da Rete Lacan

Note a «Docile al trans» Giovane e bella*

Jacques-Alain Miller

Do qui una nota che ho redatto dopo aver riletto «Docile al trans». L’espressione «giovane e bella» figura nel testo a pagina 1, quarto paragrafo.

Non mi sfugge il fatto che, scrivendo «giovane e bella», epiteti accoppiati che riecheggiano il titolo-cliché del film di François Ozon, mi designo io stesso come se fossi quello che si dice un «maschilista». Così sia. Non si insegna ai gatti ad arrampicarsi [1]. Anche se…

No, non va – poiché è proprio di questo che parlo, di nuove abitudini che i gatti devono imparare al più presto, per non stonare nel paesaggio ed essere raccordo con il Mitsein contemporaneo, il nostro «con-vivere», come è stato tradotto il termine di Heidegger. Quindi, l’ho detto, cancello «giovane e bella».

E poi, dopo tutto, no. Perché Eugénie B. sarebbe così presente in televisione se non avesse quel bel faccino? Lo stesso vale per una Rokhaya Diallo, per esempio, dibattitrice senza pari che mai nessuno, che io sappia, ha messo k.o., ma anche eye candy, come dicono gli americani. Alcuni di loro, scopritori di talenti, l’avevano individuata da tempo, e l’hanno formata, formata benissimo, sotto l’egida degli Young Leaders.

Certo, in Francia, vecchio paese che un tempo seppe promuovere «un ideale di misura e di equilibrio», come dicevano i manuali dell’epoca in cui ero uno scolaro – era già il «Niente di troppo» di Montaigne –, non si cade negli eccessi di Fox News. Altrimenti E. L. non sarebbe la beniamina di C News, che è la versione Bolloré del canale tv della famiglia Murdoch. Fox News porta sullo schermo solo belle donne giovani, hot, a cui si chiede di mostrare ai telespettatori le loro gambe e la loro scollatura – e, all’epoca del rimpianto Roger Ailes, in più c’erano anche i pompini da fare al boss, cfr. il film uscito due anni fa, Bombshell, con Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie. In Francia siamo più pudici. Ciononostante, chi non constata a occhio nudo che il fisico dei presentatori/trici dei canali francesi è più attraente di quello della media della popolazione?

Questo si chiama pretty privilege. Se non ha ancora la notorietà del «privilegio bianco», è stato comunque bene isolato e quantificato in moltissimi studi americani. Basta cercare su Wikipedia scrivendo «privilegio della bellezza» e «pretty privilege», per raccogliere dati molto divertenti che sembrano convincenti. Un altro termine che si deve conoscere è il lookism, che designa l’insieme degli stereotipi, dei pregiudizi e delle preferenze di cui sono oggetto le persone che godono del pretty privilege.

A partire da tutto ciò, si aprono molte questioni. Giacché, in definitiva, quali sono i criteri di questa «bellezza» o «graziosità» di cui si quantificano gli effetti? Si tratta di una realtà oggettiva? Niente affatto! Le famose e nefaste «strutture di predominio» anche qui, come ovunque, sono all’opera. Dietro l’effetto di bellezza si nasconde la sua causa infetta: l’imperialismo delle norme bianche occidentali. Belle e belli che vivono adeguatamente nella loro handsome bubble, non possono che misconoscere quello che il loro successo deve al loro privilegio. Si dovrà quindi far scoppiare per bene la bolla in cui ciascuno/a è rinchiuso/a per imparare a vivere.

Di fatto qui vado molto avanti giacché, nonostante l’abbondante letteratura consacrata ai misfatti del p. p., non mi sembra che ci siano, neppure negli USA, militanti della bruttezza che si dedicano ad affrontare persone il cui carattere hot e sexy li offende e li umilia. Ma non so tutto. Ad ogni modo, se questo non succede ancora, succederà. Rientra nella logica woke.

C’è tanto da dire sul tema, per cui lo riservo per una prossima uscita. Nel frattempo avrò letto, di Gretchen E. Henderson, Ugliness: a cultural history, e di Mona Chollet, Beauté fatale. Nel frattempo, considero dimostrato che non è affatto triviale e non pertinente scrivere che Eugénie è «giovane e bella». Quindi, lo lascio come mi è venuto. È comunque maschilista? Forse, non lo escludo.

Ma, di fatto, cos’è il maschilismo? Cercheremmo invano il termine nel Littré. Le Robert online dice invece: «ideologia della supremazia del maschio», ed evoca in seguito il «comportamento da macho», e i termini «fallocrazia», «fallocentrismo» – neologismo dovuto a Lacan (Scritti, p. 551), a metà degli anni ‘50) e non a Derrida, come si crede (a lui si deve il «fallogocentrismo», metà degli anni ’60) – e «sessismo». Un macho è definito come un «uomo che pretende di far sentire alle donne la sua superiorità di maschio». Si deve consultare il Robert cartaceo per trovare menzionata l’origine «segnatamente» messicana del termine e una data, il 1971: «uomo di cultura latinoamericana che ritiene che l’uomo, il maschio, possegga tutti i valori positivi nei rapporti psicologici e sociali e che agisca di conseguenza». Su questo sarebbe utile avere la testimonianza dei nostri colleghi dell’America latina, che analizzano sicuramente dei modelli di macho. E perché 1971? A cosa corrisponde questa datazione? D’altro canto, c’è un esempio del termine come aggettivo: «Non è troppo macho: ha cucinato un po’ durante le vacanze!»

Eccomi scoperto: non cucino mai, nè durante le vacanze, nè nei giorni lavorativi. Da solo mi faccio al massimo del té, del caffè, dei sandwichs, e ho imparato ad utilizzare il forno a microonde. Da quando c’è il confinamento, mi sono abituato a rivolgermi, nel fine settimana, ai servizi di consegna a domicilio, che possono essere attivati tramite internet. La mia arte non va oltre. Non ci trovo nessuna «supremazia», al contrario. Alcuni dei miei amici analisti, il rimpianto Michel Silvestre un tempo, oggi Philippe La Sagna, bordolese di chez bordolese, meriterebbero tranquillamente una stella Michelin, e li ho sempre sentiti superiori a me. Un giorno in cui mia moglie Judith, figlia di Lacan, stava portando i bambini all’île de Ré presso sua madre, mentre io restavo solo a Parigi, mio figlio, che doveva avere quattro o cinque anni, le chiede, con il visetto corrugato d’angoscia: «Come farà papà a mangiare?» Non mi sembra che mi credesse superiore a sua madre, vedeva bene che ero come lui, molto dipendente dal suo beneplacito per nutrirmi. C’è il Nome-del-Padre, sicuramente, l’abbiamo sufficientemente detto, ma il No-della-Madre non è che non conti.

Ora mi ricordo del seguente aneddoto. 1963. Poichè decantavo a Lacan il filetto con cui Althusser ci aveva deliziato in rue d’Ulm, noi suoi allievi, «gli althusseriani», più Barthes, di cui eravamo andati in gruppo ad ascoltare la conferenza intitolata «L’avventura strutturalista» in rue Victor-Cousin, conferenza che venne poi pubblicata da Nadeau ne Les Lettres nouvelles, poi, l’anno successivo, raccolta nei Saggi critici, Lacan mi confidò – era molto poco prodigo di confidenze – che lui non cucinava affatto, ma che curiosamente tutti coloro che ammirava di più – ho ben memorizzato i quattro nomi – Koyré, Kojève, Lévi-Strauss e Jakobson, loro cucinavano molto bene.

Termino qui questa nota che mi ha condotto molto lontano dal mio punto di partenza, e rinuncio e rileggermi e a correggermi, altrimenti non finirei più. Chi mi vuole chiosare, mi chioserà. – 4 aprile 2021

 

RIPRESA DEL 4 MAGGIO

Nella mia nota del 4 aprile evocavo i protettori americani di R. Diallo. Ormai sappiamo chi sono. In effetti, in data 3 maggio, l’università di Georgetown si rallegra di accoglierla nel suo grembo: «Rokhaya Diallo joins Georgetown University Gender+ Justice Initiative as Researcher in Residence.» Nessuno in Francia conosce questa grande istituzione? Cercate su Wikipedia. Prima frase: «L’università di Georgetown è un’istituzione cattolica d’insegnamento superiore diretta dai gesuiti.»

Si dica quello che si vuole, i gesuiti restano i migliori educatori al mondo. E i più sensibili allo spirito del tempo. La loro «Gender + Justice Initiative» esiste da tre anni. É chiaramente la macchina messa in piedi da quegli incomparabili ingegneri di anime per recuperare ad majorem gloriam la moda del gender.

Ebbene! Non mi farò scrupoli a copiarli, e ad aprire anche io, nel Campo freudiano, una Unità di ricerca «Sex, Gender and Justice», o qualcosa di simile. Bisogna solo trovare, per incarnarla, una Rokhaya repubblicana. Scrivete alla redazione, che trasmetterà.

Traduzione: Adele Succetti

*Articolo pubblicato in Lacan quotidien, n°929, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/05/lacan-quotidien-n-929/

[1] In francese, il proverbio, molto espressivo, dice: «Ce n’est pas à un vieux singe qu’on apprendra à faire des grimaces nouvelles », letteralmente, non si insegna a una vecchia scimmia a fare nuove smorfie.

Conversazione con Alessio Maria Romano

Conversazione con Alessio Maria Romano

Coreografo, pedagogo, regista, danzatore. Docente di “movimento espressivo” presso la Scuola del Teatro Piccolo di Milano – Leone d’argento alla Biennale Teatro 2020 [1]

a cura di Eva Bocchiola – 18/04/2021

EB: Grazie per avermi ricevuto nella scuola del Piccolo Teatro di Milano, nella grande sala dove tiene le sue lezioni e dove i suoi allievi stanno già provando. Difficile trovare un termine per definirla, Alessio Maria Romano è regista, coreografo teatrale, ricercatore però anche danzatore, insegnante o con un termine un po’ retrò pedagogo.

AMR: È vero, è complicato trovare un significante che descriva quello che faccio, soprattutto la critica è in difficoltà, non sono un coreografo vero, non sono un regista vero però faccio entrambe le cose e faccio anche altro. Mi piace forse l’espressione curatore del movimento o anche analista del movimento perché c’è molta ricerca nel mio lavoro, tuttavia il termine pedagogo ha delle risonanze che mi appartengono.

EB: In un suo recente scritto sottolinea come per lei la posizione di pedagogo sia importante per arrivare a valorizzare la personalità degli allievi nella loro interezza, per far emergere le parti nascoste e puntare alla loro singolarità…  ma in questo termine “pedagogo” c’è forse qualcosa anche della sua singolarità.

AMR: La parola pedagogo non è molto più in uso adesso, nel mio mondo si usa piuttosto la parola maestro che è ancora più ridondante e io chiedo di non usarla con me. La pedagogia è sempre stata molto presente nella mia vita, direi “familiare” sia da parte materna sia paterna, provengo da una famiglia di insegnanti e di docenti di filosofia, di storia e di lettere. Il mio bisnonno era l’unico maestro elementare del paese, abbiamo addirittura un diario suo di quando iniziò, un resoconto del suo primo anno di tirocinio in cui era tenuto ad annotare quotidianamente compiti e considerazioni.

Negli anni ‘60 in pieno baby boom i miei genitori hanno deciso di intraprendere la via dell’insegnamento, erano molto appassionati e vi si dedicavano interamente, ricordo riunioni fino a sera tarda con i colleghi. Come spesso succede, un po’ per reazione a qualcosa che li impegnava molto a discapito di noi figli, mi dicevo fermamente che io non avrei mai fatto l’insegnante.  Già da piccolo pensavo di voler fare questo mestiere, volevo fare l’attore, amavo il teatro e la scena, però per caso finii a fare un liceo pedagogico che mi piacque moltissimo. Era una scuola sperimentale a Verbania dove i miei genitori avevano voluto trasferirsi, una pedagogia fatta con passione, io l’ho vissuta, l’ho amata e odiata, mi sono scoperto molto sensibile a questo tema.

Anni dopo ho incontrato una maestra in Accademia, Maria Consagra, che mi ha fatto conoscere il movimento e la danza, mi disse che dovevo sviluppare questo aspetto. Nella mia famiglia si parlava di tutto ma non si parlava del corpo, io sono molto alto e allora mi sentivo goffo e pesante, con il movimento ho scoperto che il corpo poteva costituire una linea di fuga, muovermi mi dava la possibilità di essere qualcos’altro. Mi regalava una certa libertà da questo corpo che per me era anche un problema di identità, di accettazione, di visualizzazione rispetto allo specchio, mi affrancava da quella immagine di me. Muoversi in quelle lezioni, che si chiamavano di movimento espressivo, in cui si era sciolti, senza regole, senza uno sguardo esterno, fosse anche il proprio, diventava una esperienza straordinaria.  Non c’erano specchi, nelle mie lezioni ancora oggi non c’è mai lo specchio, è sempre bandito.

Ho trovato una consapevolezza che non avevo, e pure in una grande disorganizzazione del corpo, grazie a questa insegnante, scoprii che nel mio movimento c’era qualcosa anche di più artistico, una espressività forte e nuova, non solo un semplice sfogo, e questo mi piaceva, mi piaceva più che recitare e l’ho perseguito. Ho studiato molto, prima a New York e poi a Londra; sono diplomato in analisi del Movimento secondo il sistema di Rudolf Laban e Ingmar Bartenieff, sua assistente che fuggita negli Stati Uniti, ha sviluppato meravigliosamente il suo lavoro.

Questa mia esigenza costante di approfondire la ricerca pedagogica e performativa sul movimento per passare alla creazione scenica è diventata una mia particolarità e penso si percepisca chiaramente in certi miei spettacoli.

EB: Un pedagogo nel movimento…

AMR: Noi siamo in una posizione di ricerca continua, lo dico spesso ai ragazzi, non sappiamo a priori cosa è giusto e cosa è sbagliato, c’è l’oggettività del corpo fatto in un certo modo e noi lo scopriamo lo analizziamo. Spesso scopro che i ragazzi a vent’anni, quando entrano in Accademia, non hanno consapevolezza ossea e muscolare del proprio corpo e questo pedagogicamente è un problema. Dovremmo insegnare già ai bambini a saper riconoscere come è fatto il loro corpo e le sue potenzialità nel movimento.

E poi c’è la soggettività del corpo, è un altro mondo enorme che qui esplode in dinamiche talvolta pericolose, i ragazzi si esercitano anche otto ore al giorno con grande impegno e fatica, per essere professionali lavorano duro, si distruggono, si imbattono in momenti di euforia ma anche di smarrimento e di crisi. Queste nuove generazioni hanno il dono della fragilità che è bellissima ma attraverso il respiro si tramuta facilmente anche in pianto, in singhiozzi laceranti, urla, o addirittura in attacchi di panico.  In questi casi tendo a tagliare e talvolta in modo brusco. Questo è il punto per me più difficile, avverto che concedere quel pianto, quell’urlo, è come se poi non lo potessero più controllare e sfociassero in un altro contesto che non è più quello teatrale di una Accademia ma piuttosto un contesto terapeutico dove io mi devo fermare.

EB:  Ah, il mistero del corpo parlante… Anche una psicoanalisi lacaniana punta al reale del corpo, con i tagli, le interpretazioni, gli atti, il terapeuta mira alla soggettivazione del corpo che gode, anche in modo sofferente.

AMR: Benchè legga molto di psicologia, sono convinto che le professioni siano specifiche, mi arrabbio con certi miei colleghi che usano psicologismi e tendono a pensare che il teatro possa sconfinare nel campo della psicoterapia. A partire dal dolore che scaturisce dal corpo esprimono interpretazioni della verità di cosa uno sia o non sia dal punto di vista fisico e dell’identità. Questo mi spaventa, sono consapevole che ci vogliono gli strumenti giusti e ci vuole tempo.

Gli anni tra i 19 e i 25 sono un periodo importante nella vita di una persona, avvengono rivoluzioni, scoperte sessuali e identitarie e ci sono anche momenti di rottura del corpo, frantumazione in pezzi della idea di corpo. Perché è tutto molto legato a una idea, il tuo corpo può fare moltissimo devi solo concederglielo. C’è anche molto l’imbarazzo, il sentirsi ridicoli, la faccenda del maschile e del femminile che non è per nulla superata, mi sorprendo a constatare come ancora per queste generazioni la questione dell’omosessualità continui a essere un problema, persino in questo ambiente di teatro, danza e arte culturalmente aperto, molti non si concedono il pensiero ma il corpo talvolta li tradisce.

Non nego che ogni giorno ci siano crisi molto forti, ne parliamo spesso e li faccio anche scrivere, chiedo loro di esprimere quello che sentono e anche i limiti che incontrano. Non si tratta di avere un nuovo corpo ma aprirgli le porte, porte che spesso fanno paura. Succede che qualcuno non abbia voglia di varcarle, per niente.  È normale, alcuni scelgono che professionalmente a loro non interessa il movimento.

Siamo in un ambito accademico dove si formano dei professionisti e sento di dover mettere un confine.  Il mio ruolo è fare in modo che loro diventino fragili davanti allo spettatore, che regalino un mondo interiore meraviglioso che è quella cosa per cui si innesta la specularità tra il pubblico e l’attore, lo spettatore gode della bellezza dell’altro che è in scena; l’incanto del teatro è in questo scambio.

L’aspetto professionale deve prevalere sempre, il professionista deve riuscire a rimettersi in piedi a continuare lo spettacolo, mentendo forse, deve trovare una strategia per uscire dalla crisi che gli sta venendo e andare avanti The show must go on! È fondamentale, noi recitiamo e danziamo per l’altro, per il pubblico. Se un performer piange o si emoziona per questioni personali lo spettatore lo capisce «stai piangendo per te non per me», pensa, così non si crea nessuna catarsi. Mi è capitato ogni tanto di vederli che danzavano solo per se stessi. È per questo che io crudelmente, anche se mi sento male, devo fare proprio il maestro accademico e dire loro «Apri gli occhi e guarda gli altri, vivi degli altri danza con gli altri e per gli altri, non danzare con te!».

EB: Negli articoli che parlano del suo lavoro si usa moltissimo il termine movimento, nel video Poesie Anatomiche – Lingua Madre, che ha gentilmente messo a disposizione anche per i nostri lettori[1], quel movimento è una vera e propria danza.

AMR: Ha ragione per me è danza a tutti gli effetti, la ringrazio per questo commento. Quando ne parliamo fra noi è assolutamente così, però sulla definizione di danza arrivano commenti, polemiche, contraddizioni, nell’ambiente ci si interroga se il movimento sia o non sia un linguaggio. In Italia ma anche in Francia, dove la cultura viene molto più considerata, c’è un grande problema di definizioni, pensiamo per esempio alla tendenza a fare un distinguo tra un danzatore che talvolta recita e un attore che fa teatro anche ballando.  In certe culture orientali, in Thailandia o in India per esempio, la danza non può essere scissa dal teatro, sono la stessa cosa.

Per non rimanere bloccati in etichette, noi abbiamo deciso di andare alle radici, forse potrei anche usare l’espressione andare alla grammatica del movimento che è un termine che mi piace tantissimo. Noi analizziamo le relazioni esistenti tra il corpo che si muove e lo spazio in cui si esprime, andiamo a capirne prima le parti oggettive e poi le parti interiori che scattano, che esplodono. Ciò che un po’ mi dispiace è che in fondo io vengo considerato pedagogo ma faccio anche spettacoli, mi viene detto che il pedagogo non può fare spettacoli, in Italia c’è questa distinzione.

EB: Ma lei ha vinto un Leone d’Argento a Venezia proprio come regista…

AMR: In effetti ho vinto questo Leone per le mie capacità di coniugare i due mondi ma non è stato facile, sono stato premiato con grande stupore da parte del mondo teatrale.  Alcuni miei colleghi, anche in questa occasione, si sono chiesti se allora ero un artista oppure un pedagogo perché il leone deve essere dato a degli artisti. Penso che chi mi ha premiato ha visto come lavoro, ha colto che le mie lezioni sono come una lavatrice, nel senso positivo del termine naturalmente, sono un flusso continuo di questioni, la lezione stessa diventa uno spettacolo, diventa una performance.

I miei lavori a teatro non sono facili da seguire, anzi sono abbastanza complessi, nell’ultimo spettacolo che ho portato in biennale Bye Bye o anche nel video Poesie Anatomiche lo spettatore è invitato ad esplorare, a capire, può guardare l’esibizione, leggere le poesie, ascoltare la voce, la musica. Sono lavori che richiedono una responsabilità dello spettatore che deve porsi le domande e cercare poi le sue risposte. Io lascio dei mondi … e così anche a lezione.

È un po’ una mia caratteristica, gli allievi ogni tanto mi dicono che la mia è la pedagogia del “non lo so” perché dico sempre: «non lo so … forse … chissà…»  ma è così, io non so quale sia la verità. So che qui c’è una tibia, qui c’è un femore ma quello che accade nel corpo lo scopriamo di giorno in giorno, voglio lasciare loro la scelta, l’opportunità di indagare. Gli allievi devono scegliere, molto spesso non dico niente, lascio l’iniziativa a loro.  Do la consegna e li guardo da fuori, li osservo, fornisco dei consigli, accomodo qualche movimento ma sono loro che devono scegliere, ogni passaggio è loro responsabilità. Questo li mette in difficoltà, è più facile avere dei compiti chiari assegnati, talvolta pensano di avere più bisogno di una guida … ma la mia modalità è questa.

Vederli poi quando ce la fanno è molto interessante, commovente.

EB: Poesie anatomiche  è un video che avete realizzato dopo il periodo di lockdown dello scorso anno, lei ha ritenuto opportuno fermarsi completamente, non ha preso in considerazione le lezioni in Dad, ha chiesto invece una riflessione e uno scambio di e-mail sul presente e su quello che stava accadendo. Questo periodo di silenzio e attenzione al proprio vissuto ha avuto degli effetti sul suo lavoro e sui suoi spettacoli?

AMR: Questa situazione ha comportato un grosso cambiamento anche di visione del mio lavoro, molti miei colleghi, giustamente, si sono organizzati hanno deciso di sperimentare nuove modalità di interazione via video … ma io proprio non sono in grado.  Quando siamo tornati in teatro, ho realizzato che l’isolamento aveva comportato una grande curvatura del mio corpo, confrontandomi con i ragazzi che hanno trascorso settimane chiusi nelle mansarde o in spazi ristretti, abbiamo capito che la percezione spaziale del corpo era cambiata, si è un po’ come Gulliver o come Alice nel paese delle meraviglie, rimpiccioliti sia nella visione sia nella sensazione muscolare ed epidermica della nostra presenza nel mondo, non si poteva più correre o saltare per esempio.  In Lingua Madre ho scelto di non lavorare su un palcoscenico, dopo aver attraversato luoghi inediti ma suggestivi: corridoi, scale, bagni eccetera, si legge su una porta “Palco” … ma si salta in una platea vuota dove non c’è più nessuno. Dove sono allora questi fantasmi, questi cadaveri? questi corpi dove sono finiti? Noi stessi artisti siamo morti, il nostro corpo ormai si è liquefatto, non ha più consistenza … Anche i ragazzi sono stanchi, si stancano molto più di prima, manca il fiato, dove è finito il respiro? E la possibilità di vedere? Lo sguardo è una cosa fondamentale su cui noi lavoriamo costantemente, dove proietta, cosa guarda veramente.

Di contro il lockdown ci ha dato forse una possibilità per andare oltre, la possibilità di immaginare, di sognare di più perché chiusi in casa siamo dormienti; citando un libro di Philip K. Dick Svegliatevi Dormienti in cui l’autore ha previsto un certo mondo simile a quello di oggi, direi che ora è tempo di risveglio.

Quando il Teatro Piccolo con mille precauzioni ci ha dato  la grande opportunità di riaprire i teatri per fare le prove, per prima cosa abbiamo lavorato sul contatto, soprattutto sulla sua mancanza, nel nostro lavoro il contatto è fondamentale.  Nello spettacolo che stiamo preparando, a partire da alcuni scritti degli allievi, emerge questa solitudine e separazione e infatti lo spettacolo si intitolerà SOLI e loro saranno soli sul palcoscenico a imitare delle danze fatte in videoclips. Isolati ma insieme nella sala prove, per loro comunque è una gioia e una possibilità di scoperta e indagine su di sé e sullo spazio.  Solo alle coppie nella vita hanno concesso di potersi toccare e quindi solo i congiunti, in SOLI, si sfioreranno e finiranno con un ballo di coppia.

EB: È interessante confrontarsi su questi aspetti, anche per il nostro lavoro è importante il corpo in presenza, certo alcuni colleghi utilizzano di più Skype, in certi casi è indispensabile. Dopo mesi di pandemia anche per noi il ritorno in presenza è cambiato.

AMR: Al di là della presenza, della consistenza, della visione anche tridimensionale del corpo, c’è bisogno di respirare aria nello spazio, di sudare, di vedersi, di sentire che l’altro c’è in una dinamica, in una spazializzazione, in una espansione di sé nella propria grandezza o nella propria piccola dimensione.

Qualcosa in me è senz’altro cambiato, sento che uso molto di più la parola e ho anche uno sguardo più attento, se prima era un po’ sul “bisogna fare questo oggi” adesso mi sono accorto di aver bisogno di fare un passo indietro, di ascoltare e di guardare con attenzione. Ho preso un’altra concezione del tempo, nelle lezioni per esempio mi sono scoperto a fare delle pause per prendere fiato anche dalla ricchezza di quello che arriva.  Mi sento più simile a loro, una esperienza così forte ha ridotto le differenze, siamo tutti più fragili e come dicevamo la fragilità va maneggiata con cura.  Siamo senz’altro più in difficoltà, rispetto al passato, a ricordarci che balliamo per l’altro ecco questo sì mi sento di dirlo.

EB: Nuovi progetti?

AMR: Farò un lavoro, Covid permettendo, che è un augurio, ci tengo moltissimo, un augurio sul ritorno. Uno spettacolo con quaranta persone che faremo all’alba in montagna a Rovereto al Festival di Danza, con professionisti e non professionisti che si incontrano. Un lavoro sul ritorno perché è la ripresa di uno spettacolo che si intitola CHOROS che tratta il tema della collettività e si contrappone al lavoro sull’individualità di questo periodo.  Per me poter riprendere a settembre quel lavoro dove c’è molto contatto sarà importante, è un ritorno a quello che per me è danza, Choròs in greco è il luogo dove si danza, torniamo insieme nel luogo dove si danza.

[1] https://www.alessiomariaromano.it/it/home/

[2] Video gentilmente concesso alla visione da LAC – Lugano Arte e Cultura: http://www.paneacquaculture.net/2021/04/06/danzare-nel-vuoto-del-teatro-su-poesie-anatomiche-progetto-lingua-madre-del-lac-di-lugano/

Una sessualità senza centro*

Marco Focchi
Membro AME SLP e AMP – Milano – aprile 2021

Freud considerava ci fossero state tre grandi rivoluzioni che hanno progressivamente fatto perdere all’uomo la propria centralità. La prima è quella copernicana, ed è quella che ci interessa per il nostro argomento. Con grande prudenza Copernico sosteneva che il sistema eliocentrico, dove il sole diventava il centro dell’universo, era solo questione di semplificare i calcoli e non si impegnava a esprimersi su come di fatto stessero le cose. Non incorse mai infatti nelle ire della Chiesa. Gli effetti concreti della rivoluzione copernicana cominciano piuttosto con Giordano Bruno, che è subito in grado di trarre tutte le conseguenze dalla rivoluzione scientifica a lui contemporanea, e con il suo libro De l’infinito universo e mondi ci rappresenta la straordinaria fantasmagoria di un universo senza punti privilegiati, popolato di sistemi solari analoghi al nostro, dove nessun astro nello spazio infinito è il centro. Bruno era meno disponibile ai compromessi di Copernico, e la sua vicenda finisce a Campo dei Fiori.

Dire che il fallogocentrismo derridiano ha il proprio punto di partenza in Giordano Bruno può forse essere un po’ tirato, ma non c’è dubbio che, senza la grande scossa bruniana alla nozione di centro, anche il fallo e il logos non avrebbero avuto alcuna possibilità si declassarsi dal rango primario che la vicenda umana per un lungo tratto ha loro destinato.

Conosciamo la storia nella sua versione classica: l’accesso alla titolarità del fallo introduce alla norma del desiderio, almeno quello maschile. Questa norma è però stata decostruita da Lacan: dal Nome-del-Padre al père-vers si consuma l’idea di una normalità del desiderio, si apre l’orizzonte dei modi di godimento, si prospetta un godimento femminile al di là del fallo, si muove insomma tutto un ambito di concetti intorno alla sessualità che destabilizzano gli equilibri da sempre mantenuti nel mondo patriarcale.

La teoria del gender di Judith Butler chiede un passo in più: vuole trasferire l’universo bruniano nell’ambito della sessualità, vuole aprire il binario maschile-femminile alle infinite possibilità di pratiche sessuali che sfuggano alle identificazioni sociali normate, che si insinuino nelle smagliature della macchina distributrice di ruoli, vuole approfittare dei punti d’inciampo che questa incontra per creare linee di fuga dalla norma in grado di inventare possibilità inedite.

Potremmo domandarci: non avevamo per questo già il termine perversione? Ovviamente no, perché perversione implica un riferimento stringente alla norma da cui devia. Inoltre il termine perversione, che al tempo di Freud e nel lessico psicoanalitico di allora era comune e d’uso corrente, è uscito dal vocabolario attuale, non è più politicamente corretto. Tant’è vero che il DSM si è premurato di sostituirlo con il termine parafilia, che significa un modo di amare collaterale, marginale. Il presupposto di questa definizione tuttavia è evidentemente che se c’è una marginalità, si presuppone ancora l’esistenza di una linea principale, un mainstream dell’amore che costituisce il modello della normalità.

Come la perversione, la parafilia presuppone in fondo una norma da cui si dia uno scostamento. Non ha le stesse risonanze morali, ma non cambia il panorama logico.

Cosa possiamo dire per il gender? Se si produce sfuggendo dall’ingiunzione sociale che assegna i ruoli, non presuppone essa stessa una norma da cui evadere? Non fa della norma la condizione della propria costituzione?

Comunque sia, se perversione non è più un significante socialmente attivo, il gender ha camminato nelle profondità del gusto e si è man mano imposto. Gender è ormai un significante che produce effetti nella vita delle persone, nelle loro scelte, nel loro modo di pensarsi. La clinica psicoanalitica è un osservatorio particolarmente favorito in questo senso.

Fino a una decina d’anni fa le persone che frequentavano il mio studio erano uomini, donne, omosessuali. Intendo dire che ognuno aveva un proprio orientamento, che questo andasse bene oppure no al soggetto che se ne faceva portatore. C’era l’uomo che non si sentiva uomo perché aveva difficoltà d’erezione, o perché non riusciva a imporsi di fronte ai suoi colleghi, o perché la moglie lo metteva sotto il tacco. C’era la donna che si sentiva uno straccio, e che come Dora davanti alla madonna di Raffaello a Dresda passava ore a parlare ammirata di quel che considerava un modello per lei irraggiungibile di femminilità. C’era l’omosessuale che non osava fare coming out, e che viveva conflittualmente la propria inclinazione, ma che non aveva nessuna intenzione di cambiarla, solo cercava di non soffrirne. Oppure c’era l’omosessuale realizzato, che non aveva nessun conflitto con il proprio orientamento sessuale e aveva problemi di tutt’altro tipo. Di omosessuali in analisi abbiamo parlato a suo tempo a Nizza, nel Convegno franco-italiano tenutosi il 22-23 marzo 2003 con il titolo Des gays en analyse. Su questo avevamo le idee chiare: un omosessuale non viene in analisi per guarire dall’omosessualità, ma può venirci per mille altre ragioni. Si parlava già dei queers e dei gender studies, Éric Laurent vi si era ampiamente riferito, ma non potrei dire che questi fossero per noi già una realtà clinica. L’acronimo stesso LGBT aveva cominciato a circolare in Italia non prima del 2000, l’anno in cui, su spinta di Franco Grillini, presidente dell’associazione Arcigay si organizzò a Roma l’Europride per l’orgoglio gay.

Erano insomma tutti argomenti nell’aria, ma che non entravano ancora nella realtà della nostra clinica.

Qualche anno dopo, nel 2010, mi arriva sulla scrivania, da parte di un amico sposato con un’appassionata femminista, e quindi molto addentro in quei temi, un libro dal titolo: Il corpo senza qualità. Arcipelago queer, di Fabrizia Di Stefano, sociologa transessuale, lettrice attenta di Lacan. C’era da poco stato lo scandalo di Piero Marrazzo, presidente della regione Lazio colto a recarsi con un’auto di servizio a incontrare un transessuale. La stampa aveva sollevato un polverone, ne aveva parlato per settimane, Marrazzo si era dovuto dimettere, e Fabrizia Di Stefano aveva rilasciato un’intelligente intervista ricca di riferimenti a Lacan. Nella sua prospettiva il concetto di queer si pone come diagonale rispetto a quelle che lei considera due categorie cofondative del discorso sessuale moderno: l’eterosessualità e l’omosessualità. Il queer diventa allora l’heteron radicale, irriducibilmente nomade, che sviluppa una neo-eterosessualità rizomatica, non normata e non normativa, o all’opposto una neo-omosessualità fondata sulla decostruzione dell’idea di genere. Con tutte le risonanze deleuziane della sua prosa, Fabrizia Di Stefano utilizza evidentemente il queer come punta di lancia per trafiggere il gender.

È in quegli anni comunque che qualcosa comincia a cambiare nella ricezione sociale di questi temi. I riferimenti ai queer e al gender non sono più solo materia di dibattiti intellettuali e politici ma cominciano a entrare nella testa delle persone e da qui arrivano nei nostri studi.

Negli ultimi anni infatti si sono moltiplicati i pazienti che si dichiarano bisessuali, o che conducono una vita sessuale nomadica e indifferente al sesso biologico del partner, o che cambiano orientamento anche dopo una lunga relazione.

Al centro clinico dell’Istituto freudiano ho incontrato un giorno un uomo che veniva a parlarmi perché lasciato dalla moglie dopo diversi anni di matrimonio. Era un matrimonio senza conflitti, di lunga durata, trascorso in ottima armonia. Aveva conosciuto la moglie ai tempi della scuola secondaria, e poiché nella sua famiglia d’origine aveva sofferto delle traversie della sua coppia genitoriale, desiderava un’unione sicura, solida, non perturbata dalle ubbie di desideri divergenti. L’erotismo con la moglie non era estuoso, ma l’intesa sentimentale era ottima e non soffriva incrinature. Fino al giorno in cui la moglie viene a dirgli che deve lasciarlo perché si è innamorata della sua migliore amica e si è resa conto di essere lesbica.

Si comincia quindi a non sentire più l’incaglio in un particolare orientamento sessuale. Un giorno un paziente che soffriva di una pesante omofobia viene in seduta terrorizzato perché ha sentito in televisione un famoso attore dichiarare di essersi reso conto di non sentirsi più interessato alle donne e di aver sviluppato desideri omosessuali. «Pensa che potrebbe capitare anche a me?», mi chiede profondamente angosciato.

Una paziente che ha vissuto parecchi anni con un’altra donna comincia a sentire scemare il desiderio nei confronti della compagna. Al tempo stesso comincia a vedere con occhi diversi gli uomini, fino a che lascia la compagna e va a convivere con un giovane studente d’ingegneria con il quale ha una soddisfacente intesa erotica.

Un’altra paziente, alla soglia dell’adolescenza sente di non potersi collocare. Si tiene lontano dai maschi, ma non riesce a identificarsi con quel che fanno le sue compagne. Le pare di stare come in una zona neutra, sospesa, e questa sospensione rimane finché viene a vedermi. Ora sta convivendo con una donna, pur senza aver interiormente imboccato una direzione che l’allontani dalla sua neutralità protettiva.

Una giovane donna che viene a vedermi perché non riesce a sedare la rabbia dentro di sé, e di cui la madre è il detonatore, si è appena separata dal marito, e mi dice subito che lei è bisessuale, e non ha preclusioni in materia di scelta del prossimo partner.

Nel momento insomma in cui la perversione sparisce dal panorama dei significanti socialmente fruibili, gender, queer, nomadismo sessuale, libertà di scelta in materia erotica hanno preso il largo, si sono imposti, hanno creato nuovi solchi in cui le persone entrano e in cui fanno scorrere le loro vite.

Direi che non è difficile vedere che si tratta di rifugi, vie di fuga, la possibilità di un’isola, come direbbe Houellebecq, luoghi immaginari dove trovare riparo per gli esuli dal rapporto sessuale. C’è la donna che vive con una donna perché questo la rassicura dal timore della violenza maschile. C’è quella che librandosi come un aliante senza posarsi in nessun luogo differisce indefinitamente il prezzo della scelta sessuata. C’è l’uomo che tormentato dall’omosessualità inconscia si ritrae nella roccaforte omofoba e guarda estasiato la donna del desiderio ricevere il fallo dall’altro uomo e fare da schermo o da mediazione all’oggetto rimosso dei suoi desideri. C’è il ragazzo che ha avuto rapporti omosessuali con il fratello in giovane età, e che riesce a eccitarsi solo se si immagina di essere la donna con cui è a letto mentre sta ricevendo il fallo da un altro uomo. Per un verso sono fantasmi classici, ma sdoganati da un immaginario sociale che li rende stili di vita, o posti di blocco nel corso della vita.

Non è necessario andare a cercare la teatralizzazione del sesso che si fa politica, rivendicazione, aspirazione, militanza per vedere quel che in modo meno esibito ma più labirintico appare nella nostra clinica: il nomadismo identitario sessuale come maschera o come tentativo di soluzione dell’assenza di rapporto sessuale. L’apparente infinità di vie è la cosmesi del passaggio stretto che tutti dobbiamo traversare, quello dell’assenza di rapporto sessuale.

Credo siano due i piani su cui porre la questione del gender. Uno è quello dei diritti civili. I moti di Stonewall del 1969 sono l’avvio del movimento di riconoscimento dei diritti degli omosessuali.  Questa deve essere una strada senza ritorno, ed estensibile a tutta la varietà LGBT con le successive aggiunte, LGBTQ, LGBTQI eccetera. È evidentemente una lista continuamente aperta.

Freud in questo è sempre stato lucido: quando Ernest Jones ricevette dall’associazione psicoanalitica olandese la domanda di adesione di un medico noto per la sua manifesta attività omosessuale e nel dubbio girò la richiesta a Freud, la risposta di Freud fu nitida: l’omosessualità deve essere considerata un fattore neutro per la valutazione dei candidati. Sappiamo che poi l’IPA andò in una direzione diversa, e che in particolare analisti di primo piano come Anna Freud e Edmund Bergler consideravano l’omosessualità come una patologia che si poteva e che si doveva curare. Il bando ai candidati omosessuali nell’IPA rimase fino al coming out di alcuni analisti omosessuali che per diventare membri avevano dovuto nascondere il loro orientamento: spicca tra questi Ralph Roughton.

Sul piano clinico possiamo invece riconoscere i diversi travestimenti immaginari, i mascheramenti dell’assenza di rapporto sessuale, e credo che debba valere per noi il criterio che Lacan enuncia nelle sue conferenze americane: l’analisi termina dove il paziente trova la propria soddisfazione. Diversamente da Anna Freud e da Bergler non vogliamo curare gli omosessuali dall’omosessualità, e estensivamente non vogliamo distogliere le varietà LGBT dai loro specifici modi si soddisfazione. La pratica della psicoanalisi va tuttavia contro la pratica delle identificazioni, e si tratta di far vacillare i significanti padroni in cui queste identificazioni collettivizzano un godimento di per sé refrattario a qualsiasi universalizzazione. L’equilibrio da trovare è quello che permette di non cadere nell’illusione che un diritto sociale sia un diritto al godimento, perché il godimento, ci ricorda Lacan, non è una questione che si ponga sul piano della giustizia distributiva.

* Articolo pubblicato in “Lacan Quotidien” n°928. https://lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2021/04/LQ-928.pdf

Foucault sulla stampa italiana. Aprile 2021

Sergio Sabbatini
Membro SLP e AMP – Roma – aprile 2021

«Sade non si fa abbindolare dal suo fantasma, nella misura in cui il rigore del suo pensiero passa nella logica della sua vita»[1].

 

Ci sono convergenze e distanze tra Foucault e la psicoanalisi. Michel Foucault apprezzava Lacan, diceva che aveva emancipato la psicoanalisi dal freudismo più retrivo, ma pensava che la psicoanalisi fosse di per sé votata alla difesa della società patriarcale e della differenza dei sessi. Insomma Foucault non distingueva la psicoanalisi al di là dell’Edipo, né l’assioma di Lacan “non c’è alcun rapporto sessuale”: non c’è una dottrina sul sesso, la sessualità è un buco nel sapere.

Nondimeno con le sue straordinarie analisi Foucault ha aperto una pluralità di campi di ricerca sui rapporti tra sessualità, sapere e potere, sulle istituzioni deputate al controllo della follia, della devianza, del corpo. Così ritroviamo Foucault nei dibattiti sulla biopolitica e negli studi postcoloniali. Dal suo pensiero si è elevato un nuovo paradigma, il genere; si veda il colloquio su “Il sesso dei moderni” tra Jacques-Alain Miller ed Éric Marty, su Rete Lacan n°27 di domenica 21 marzo 2021.

Sull’“Huffington post” del 21 e 22 aprile 2021, Pierluigi Battista dedica la sua rubrica alle “Biografie sotto inquisizione”. Caravaggio, Einstein, come tanti altri, da Rimbaud a Heidegger e anche Turing magari, non sono stati nella vita all’altezza delle loro creazioni. Battista invita «la variopinta e chiassosa schiera di inquisitori e inquisitrici» a non esporre al ludibrio coloro che nella vita si sono resi responsabili di atti riprovevoli e a non distorcere il giudizio sulle loro opere. «E la teoria della relatività, teniamocela stretta, anche se partorita da un marito sessista e un padre inqualificabile». E poi arriva a Foucault, in questi giorni sul banco degli imputati per i suoi comportamenti omosessuali, ‘disgustosi’ e pedofilici. Forse è più semplice contestare l’opera di Michel Foucault piuttosto che la teoria della relatività. Così cita Guy Sorman che accusa Foucault di pedofilia coloniale: che idee può partorire una persona tanto indegna? E, continua Battista, si è levata una nuova inquisizione che pretende un’armonia virtuosa tra opera e vita e ricerca lubricamente gli elementi scabrosi nelle pieghe della vita di un autore.

Così su “Il Foglio” del 17 aprile 2021, Giulio Meotti, che già qualche anno prima tacciava Foucault di profeta gay, di filosofo che predicava la morte dell’uomo e negava la libertà: «Tutta l’opera di Foucault è permeata di odio assoluto, odio portato al suo livello assoluto, contro ogni forma di istituzione». Dietro questa distruttività si nasconde un fascino smodato per chi fa il male, esattamente come in Jean Genet e Georges Bataille e il marchese de Sade, trasfigurato sotto la sua penna in una sorta di angelo sterminatore. Riconosciamo lì il lato luciferino di Foucault. Il suo pensiero viveva del desiderio che nulla rimanesse dell’occidente, né le sue istituzioni, né la sua cultura, da qui il suo sostegno agli ayatollah iraniani. Ma è soprattutto nella sua fine che Foucault suggellò la sua filosofia. L’intellettuale francese omosessuale vedeva nel sesso orgiastico senza protezione, fino alla sua condanna a morte per Aids, una risposta al desiderio di anonimato, al diventare “senza volto”.

Meotti pubblica ora, sulla stessa linea, un’intervista a Robert Redeker: e scopriamo che Foucault ha appiccato il fuoco alla civiltà occidentale. A Foucault si deve quanto di peggio emerge dalla cultura woke e cancel: «la libertà di parola è solo fonte di discriminazione». L’intersezionalità, l’aver colto la microfisica del potere all’interno dei processi di decolonizzazione e di emancipazione delle minoranze, ha causato la ripresa del neoliberismo ed il ritorno dei linguaggi identitari, con nuovi processi di esclusione. E poi Michel Foucault era pensatore radicale e pedofilo, per questo ha sfidato i principi occidentali che distinguono tra bene e male, ragione e follia, normale e anormale. Mentre sfidava il potere dei bianchi lui stesso ha perpetrato degli abusi di potere.

«Deleuze ha detto che ammirava la risata di Foucault. Quello che Deleuze non dice è che quella risata era quella del diavolo».

Ma anche il quotidiano progressista per eccellenza è su questa scia. L’allucinante Foucault, titola in prima pagina il “Venerdì di Repubblica” del 9 Aprile. All’interno un articolo di Marco Cicala, Tutti pazzi per Michel Foucault che richiama il Tutti pazzi per Gödel, di Francesco Berto. Nel sottotitolo Cicala si chiede se «il visionario Foucault» sia stato un cattivo maestro.  Lo innalza a ennesimo più importante pensatore del Novecento, che però ha ispirato gli estremismi e l’uso degli allucinogeni.

Storditi da questo filone oscurantista riprendiamo a respirare grazie a un intervento di Giovanna Ferrara, Bisogna difendere Foucault, del 13 aprile 2021. (https://operavivamagazine.org/bisogna-difendere-foucault). Cito ampi brani e invito a leggerlo integralmente.

«Tra i tormenti giovanili c’è soprattutto l’omosessualità. Si è tentato di rileggere la frase varie volte, cercando anche di prendere una distanza emotiva dal gelido stupore che essa imprime. Ma niente, l’atmosfera di reazione e ottusità non si dirada, non stinge. L’articolo è a firma Marco Cicala, che non scrive su “l’Avvenire”, giornale che, tra l’altro, ci ha abituati a posizioni d’avanguardia sul tema dei migranti. È “il Venerdì” di “Repubblica”, che dedica all’ «Allucinante Foucault» un inserto che scoraggia e lascia senza forza. Tutto il pezzo di Cicala racconta, involontariamente, il disagio in cui piomba la società progressista e responsabile, “ben” rappresentata da “Repubblica”, di fronte alle azioni e al pensiero di un uomo libero».

«Il giovanotto non stava benissimo, dice all’entrée del pezzo. Vengono le lacrime agli occhi a pensare che viene liquidata così l’inquietudine che c’è dietro la vita di un uomo tutta spesa nel tentativo di disinnescare la dittatura della norma. Che ne ha smontato l’impianto illibertario pezzo per pezzo, non solo con gli scritti, ma offrendo il proprio corpo all’esperienza marginale. Prendendo la questione del controllo da tutti i lati, da quello della medicina a quello del carcere, da quello della spiritualità a quella dei corpi».

E ancora:

«Il portato di questa concatenazione è veramente sconvolgente. Giacciono a terra come vittime dilaniate tutti gli studi decoloniali, che detronizzano l’occidente dalla sua prepotente centralità come luogo di interpretazione del reale. Vengono sporcate tutte le narrazioni sui sistemi classisti che relegano le periferie e i suoi abitanti (spesso migranti di seconda e terza generazione) a un destino di subalternità e sfruttamento».

[1] J. Lacan, Kant con Sade, in Scritti, p.778.

#GRAD: Gruppo di Ricerca Adolescenti D…

Irene d’Elia
Partecipante SLP – Cesenatico (FC) – aprile 2021

La chiusura delle scuole e la didattica a distanza, in questo anno di pandemia, hanno fatto sorgere il desiderio di occuparmi di questo fenomeno epocale e di interrogarmi sugli effetti che sta avendo e avrà sulle soggettività coinvolte. Non da sola. Grazie all’appoggio prezioso di Raffaele Calabria e l’egida del CePAD, Centro Psicoanalitico per l’Accoglienza del Disagio Contemporaneo, presso il quale lavoro, che fa riferimento al CRP di Bologna, ho coinvolto alcuni colleghi. In dieci ci siamo messi al lavoro assiduamente e il 4 febbraio 2021, circa tre mesi fa, è nato il gruppo #GRAD un Gruppo di Ricerca sugli Adolescenti a Disagio durante la Didattica a Distanza. L’ hashtag è un aggregatore tematico, richiama l’idea di più persone attorno ad un tema di lavoro: la sofferenza dei giovani. In realtà, la D finale di #GRAD trova diverse declinazioni significanti e ciascun membro del gruppo sta dando il suo taglio singolare alla questione arricchendo il lavoro di tutti gli altri. L’auspicio, sulla scia della movida Zadig  inaugurata da J.-A. Miller,  è che nel dibattito nazionale si possa portare un’opinione orientata dalla psicoanalisi lacaniana.

In questo articolo oltre a presentare #GRAD vorrei condividere alcune considerazioni sul tema. Abbiamo notato, innanzitutto, come questa situazione abbia fatto emergere l’importanza dell’istituzione scolastica, non solo come luogo di didattica, ma nel suo insieme. La scuola, infatti, non è chiusa, la didattica continua a esiste e ha sempre continuato. Manca tutto il resto: la scuola nella sua presenza di corpi vivi. Manca il contorno, ciò che sta attorno alla didattica: fatto di presenze e di quell’erotizzazione che avviene nell’incontro, quel brillore, quel luccichio che rende vivi, il possibile incontro con un desiderio.

Abbiamo tentato di mettere gli adolescenti al centro, di interrogarci su che cosa stia accadendo a questi giovani che hanno dovuto affrontare il loro risveglio di primavera chiusi dentro le loro case e dietro agli schermi, con spesso addosso l’occhio troppo vigile dei professori di là dallo schermo e dei genitori troppo in prossimità dello stesso. Un’eccesiva distanza dagli insegnanti dunque e nessuna distanza dal contesto familiare.

Nel dramma teatrale di Wedekind, Risveglio di Primavera [1] sottotitolato Tragedia di bambini, analizzato prima da Freud [2] e poi da Lacan [3], possiamo cogliere, in modo impattante dalla scena, che per questi ragazzi, questi bambini che diventano grandi, l’incontro con il proprio corpo pulsionale, la scoperta della sessualità, di un corpo nuovo, non è in una primavera felice, ma può essere spesso un risveglio carico di fantasmi e dei peggiori incubi, una vera e propria tragedia.

Quest’anno gli adolescenti questo risveglio l’hanno fatto in solitudine. I loro corpi pulsionali sono cresciuti senza poter sperimentare questo corpo nuovo all’esterno; sono stati privati dell’esperienza dell’incontro con l’altro; non hanno potuto fare quel lavoro che è tipico dell’adolescente di muoversi fuori dalla famiglia e rientrare: il fort-da freudiano, indispensabile alla vita. Questo ha portato ad una retrocessione al contesto familiare-edipico, a un incollamento sintomatico, poiché gli adolescenti «sono necessitati dalle condizioni del proprio sviluppo ad allentare i loro legami con la casa paterna e la famiglia» [4]. Inoltre, c’è stato un incremento eccesivo dell’uso della rete internet. Prima della pandemia l’allarme per i giovani era l’aumento della sindrome hikikomori, oggi questa condizione pare legittimata: spesso gli adolescenti si chiudono in camera per la DAD e ci rimangono tutto il pomeriggio, sempre connessi, alcuni anche tutta la notte. Questa situazione, in alcuni casi, ha generato la sensazione di essere lasciati cadere, con effetti di melanconizzazione, acting out sintomatici e ribellistici o drammatici passaggi all’atto.

Lacan attraverso Wedekind ci insegna che i ragazzi non penserebbero alla sessualità «senza il risveglio dei loro sogni» [5]. Sono i sogni che contribuiscono a sviluppare le fantasie sessuali nelle quali il soggetto si confronta con la sessualità. Attraverso i sogni e le fantasie gli adolescenti mettono in scena il rapporto sessuale, poi in un secondo tempo c’è l’incontro con l’inesistenza di questo, inesistenza che mostra che «la sessualità fa buco nel reale» [6]. Il problema dell’adolescenza è la discrepanza tra l’eccitazione sessuale e l’incontro del non rapporto. Possiamo dire che la vita virtuale fa esistere il rapporto sessuale, quali saranno le conseguenze di questo mancato confronto, in età adolescenziale, con la sua inesistenza?

Oggi molti adolescenti non sanno immaginare un futuro, non sanno prefigurare un progetto di vita, al di là del fatto che questo progetto di vita si possa realizzare o meno, è importante che un sogno ci sia. È importante provare a restituirgli spazio per la dimensione del sogno, premessa essenziale per la vita, un innesto di futuro [7], come suggerisce Paola Francesconi in un suo recente intervento. Cogliendo questo suggerimento abbiamo pensato di porre ai ragazzi una domanda: Cosa desideri per il tuo futuro? #GRAD con il CePAD e la UISP si farà promotore a giugno di un flash mob in tre piazze della Romagna: i ragazzi saranno dentro a degli scatoloni di cartone recanti le scritte fragile, maneggiare con cura; la danza si intervallerà a momenti in cui i corpi resteranno immobili e nell’immobilità dei corpi, una ragazza leggerà i loro desideri. Ringrazio i colleghi del #GRAD per aver dato vita a tutto questo: Omar Battisti, Sara Bordò, Maura Gaudenzi, Alessandra Graziani, Aurora Mastroleo, Mariangela Mazzoni, Adelia Natali e Giorgio Spada.

[1] F. Wedekind, Risveglio di Primavera, Milano, Rizzoli, 1955.

[2] S. Freud, Contributi a una discussione sul suicidio, in Opere, vol.6, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.

[3] J. Lacan, Prefazione a Risveglio di primavera, in Altri Scritti, Torino, Einaudi, 2013.

[4] S. Freud, Contributi a una discussione sul suicidio, in Opere, vol.6, Torino, Bollati Boringhieri, 1997, p.301.

[5] J.Lacan, Prefazione a Risveglio di primavera, cit., p.553.

[6] J.Lacan, Prefazione a Risveglio di primavera, cit., p.554.

[7] P. Francesconi, intervento alla Tavola Rotonda del Rotary Club Distretto 2072, Adolescenti Dimenticati tra Covid-19 e Dad, su piattaforma zoom, 12 aprile 2021

Al di là della pandemia

Sebastiano Vinci
Membro SLP e AMP – Palermo – maggio 2021

È da più di un anno e mezzo, ormai, che l’informazione veicolata dai mass media, è prevalentemente incentrata sulle tematiche relative alla pandemia dovuta al virus Sars-Cov 2. Non poteva, ovviamente, che essere così, dato che di morti se ne sono seppelliti troppi, che di appelli alla prudenza, spesso inascoltati (anche troppo spesso) ne sono stati proferiti tanti, che le prese di posizioni da parte di “scienziati” (ma quanti ce ne sono!!!) hanno contribuito, sovente, a creare quel clima di sfiducia, se non di sospetto, che ha aiutato chi non aspettava altro che questo, sostenere la parte del discredito se non, talvolta, della mistificazione. In questo clima di amplificazione delle voci e dei discorsi, hanno avuto uno spazio d’ascolto, anche le sofferenze legate al dover far fronte a nuovi modi di trasmettere un sapere scolastico, alle difficoltà di inventarsi nuovi modi per rendere credibili, al di là di uno schermo, le nozioni su cui professori di lunga e provata esperienza non avrebbero mai pensato di dover dubitare, così come hanno avuto modo di essere ascoltate le difficoltà di genitori che, alle prese con i figli, sono stati chiamati a rispondere alle loro domande in un tempo ben al di là della loro capacità di sopportazione. Segno di come l’al di là del Padre, abbia creato un buco di sapere difficile da bordeggiare.

In fondo, nulla di nuovo nella società del disagio inascoltato, si potrebbe dire. Questa società ha continuato a funzionare come sempre, ignorando ancora una volta, il Reale di cui la psicoanalisi ha sempre parlato e che si è presentato, puntualmente, con la sua irriducibile capacità di scardinare certezze, con la sua valenza capace di mettere in questione proclami e progetti consolidati, politiche ambientali e sostegni economici al mondo del lavoro ed a quello culturale e delle idee, società che ha concentrato, come in passato, il proprio sforzo nel sostenere ai margini dell’ articolazione delle sue regole, la presenza di chi non ha avuto la possibilità, per scelta propria o per le politiche di emarginazione, di puntellare il proprio modo di esserci. Diventano, in tal modo, solo fatti di cronaca, da dimenticare in pochi giorni, notizie relative all’ultimo naufragio di giovani esistenze nel canale di Sicilia senza che le istituzioni italiane e libiche intervenissero per evitare la morte di 130 vite umane, malgrado le ore passate in mare ad invocare il loro aiuto. Rimangono solo alcuni istanti fissate nella memoria le immagini di uomini privi di vita, appesi a salvagenti, nel tentativo estremo di aggrapparsi a ciò che restava loro della debole speranza di sopravvivenza. Sono le ultime centotrenta vite lasciate morire nell’indifferenza di chi si nasconde dietro proclami di accordi internazionali non rispettati e di salvaguardia dei confini nazionali e della “razza”. Norimberga, la Shoah, Auschwitz, la testimonianza dei sopravvissuti ai campi di concentramento, diventano ricordi da riesumare solo durante le loro commemorazioni.

Da anni mi occupo di soggetti torturati o fatti oggetto di violenze cosiddette intenzionali. È una sfida, la mia, a non indietreggiare di fronte all’orrore di quel Reale che ha contornato la loro esistenza, ma anche una sfida a mettere ogni volta in questione il limite dell’orrore “toccato” nella mia analisi, limite che, nell’ascoltare le storie di chi è andato via dall’Africa o da ogni altra parte del mondo, mi mette di fronte all’inadeguatezza di un argine ritenuto tale una volta per tutte. Ma questo non può che presentificare quel limite che ogni analisi comporta e che trova, nel non indietreggiare di fronte all’orrore, la possibilità di una sua messa in questione ed un modo per poterla, ancora di più, portare avanti.

Ousmane è un mediatore culturale senegalese che fa parte del gruppo di operatori, con diverse funzioni e qualifiche, con i quali ascolto storie di esistenze che hanno vissuto l’essere stati esposti a quelle esperienze il cui limite comporta l’annientamento soggettivo e la tortura del loro corpo. Durante il racconto di George, giovane ragazzo gambiano, del suo naufragio subito dopo la partenza da Sabrata sulla costa libica, Ousmane ha avuto uno scarto, un moto di chiusura appena percepibile che non gli ha evitato, comunque, di continuare il suo lavoro di mediazione. Solo alla fine della seduta, quando George si era allontanato, Ousmane ha raccontato di essere arrivato in Italia grazie al salvataggio da parte di una nave di una ONG che si trovava nel canale di Sicilia alla ricerca di vite da salvare. Era rimasto 12 ore, ha raccontato, aggrappato ad un tubolare del gommone che si era aperto al centro facendo scivolare in mare 120 tra uomini donne e bambini e si era salvato insieme ad altri dodici uomini. Piangeva, ci disse, perché si era ricordato del bambino di pochi mesi che aveva tenuto stretto a sé sperando che non morisse, con un braccio al tubolare e con l’altro tenuto in alto tentando di sollevare dall’acqua quell’essere solo poco più che un neonato che «non poteva morire, perché con lui saremmo morti tutti, anche se ci saremmo salvati».

Asad è un ragazzo etiope ventiduenne scappato dal suo Paese insieme alla ragazza con la quale, da tempo aveva iniziato una relazione sentimentale osteggiata dai genitori perché di etnie tra loro in guerra. Quando sono arrivati in Libia, Zalika, la ragazza, è stata catturata e stuprata davanti ad Asad, da molti uomini arabi. Di lei non ha più avuto notizie, forse oggi è in Francia, ma il suo rimorso è tale da non avere il coraggio di cercarla. Asad è stato portato in una prigione libica dove è rimasto circa tre anni, bastonato, torturato, lasciato in una cella insieme ad altri uomini alla mercé degli agenti libici che periodicamente, chiedevano loro del denaro con la promessa, sempre rinviata, di essere liberati. Era il tredicesimo di una serie di uomini che sono stati uccisi, davanti e prima di lui, colpevoli solo di non avere più il denaro per soddisfare la fame di ricchezza di chi li avrebbe dovuti tutelare. Sua madre, quella volta, rispose al telefono ed evitò che lui fosse il tredicesimo a cadere ucciso dai colpi della pistola dei poliziotti. Ad Asad, durante la sua detenzione in carcere, sono stati asportati cruentemente («con una pinza», ha riferito) le unghie di tutte le dita delle mani, per poi ustionare, con un ferro rovente, ciò che restava del letto ungueale.

L’arrendevolezza di Ousmane e di Asad e di tutti coloro che ho ascoltato fino ad oggi, quella sorta di torpore che si legge nei loro sguardi e nei movimenti del loro corpo, sono l’espressione di un limite superato, di un godimento dell’Altro così distruttivo e pervasivo da lasciare senza risorse il soggetto, annullandone le sue capacità espressive, togliendogli diritto di parola, svuotandolo da qualsiasi barlume di desiderio.

Se Ousmane e Asad hanno la fortuna, se di fortuna si può parlare, di poter dare testimonianza della loro esperienza estrema, la riflessione fatta ad inizio di questo breve scritto vale, forse, la pena di essere ripresa. Nel mondo, si è continuato a morire e non solo di Covid. Ma, per far fronte alla pandemia, si sono sottratte energie ed impegni da altre forme di patologie e di dolore dirottando gli sforzi su qualcosa che non ha avuto, in tempi recenti, pari virulenza e capacità di diffusione. I camion militari che trasportavano le bare dei deceduti nella bergamasca o le pire erette nelle strade delle città dell’India per cercare di arginare l’impossibilità di dare sepoltura alle migliaia di morti per Covid rispettando i rituali induisti, non possono far dimenticare, però,  che sono presenti altre forme di sofferenza, altre forme di godimento mortifero dell’Altro, senza che queste abbiano le stesse possibilità di contare sulla spinta mediatica e sulla stessa visibilità che gli organi di informazione esercitano, veicolando le informazioni più opportune per un controllo sociale, il cui tentativo è sempre presente nella gestione della cosa pubblica da parte dei governi. La politica inerente la salute pubblica è solo uno dei modi con cui il controllo sociale e degli uomini viene esercitato. È il discorso del padrone che si afferma e si consolida, creando l’esclusione e l’emarginazione di chi non è asservito ad esso.

Gli invisibili, tutti coloro che soffrono o sono stati esposti all’indicibile del Reale senza legge come Ousmane e Asad, ci insegnano che non è possibile tacere sugli orrori che esso comporta e che non vi è pandemia che possa nascondere ciò che attiene ad una questione etica, questione che il discorso analitico ha la possibilità di riconoscere e di dare testimonianza, perché se le parole hanno un valore, come tutti noi siamo impegnati ad affermare e dimostrare, è solo riconoscendo la dignità all’esistenza di tutti che possiamo essere certi di non colludere con un padrone che ha trasformato il proprio discorso, in una forma di dittatura.

I nomi dei soggetti che sono presenti in queste note, sono stati modificati, nel rispetto della loro privacy. Ho scelto di non riportare le loro iniziali ma di modificare il loro nome, perché il nome proprio testimonia di una storia, dell’esercizio in atto di un desiderio dell’Altro che, con il suo atto di nominazione, ha posto le condizioni perché un soggetto possa iscrivervisi, offrendogli la possibilità di scegliere che posto occupare in rapporto a questo desiderio e nella costellazione familiare.