«Manchiamo, in effetti, di qualcosa che lui o lei possiede in sovrabbondanza. Questo qualcosa si chiama serietà».

F. Leguil, Il transessualismo tra credenza e certezza

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°31 – 20 maggio 2021

In copertina:

Niki de Saint Phalle, Les trois Graces,

sculture per il National Museum of Women in the Arts, New York

fotografia

Un godimento anor-mâle

Laura Storti
Responsabile Rete Lacan

Dopo aver ottenuto l’approvazione della Camera, è in questi giorni all’esame della Commissione giustizia del Senato la Proposta di legge per la «prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alla disabilità». Più nota come legge Zan, integra in sostanza la già sperimentata legge Mancino, che prevede specifiche aggravanti nei reati commessi per motivi etnico-razziali e religiosi.

Il provvedimento ha come obiettivo la prevenzione dei fenomeni omolesbobitransfobici. Da una parte estendendo i già normati reati d’odio (istigazione a delinquere e/o atti di violenza), se agiti nei confronti di persone «a partire dal sesso, dal genere, dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere», e dall’altra proponendo una serie di politiche attive che educhino e sensibilizzino al rispetto verso tutte e tutti. Una legge che conferma e in qualche modo aggiorna i principi costituzionali di riconoscimento della pari dignità per ciascuno.

D’altra parte, laddove il legame sociale evidenzia tutta la sua incapacità di tenuta, si fa sempre più appello alla legge che, attraverso nuove norme, ha come inevitabile esito quello di identificare e categorizzare le differenze, oltreché moltiplicare le identità che domandano riconoscimento e tutela.

Non sfugge di certo come tale disegno di legge esprima l’esigenza di intervenire in una situazione che vede l’intensificarsi di manifestazioni d’intolleranza e di aggressività, nonché di violenza, nei confronti di persone in ragione del loro orientamento sessuale.

Il Ddl Zan ha incontrato in Italia un’aspra critica da parte dei partiti di destra e delle associazioni più conservatrici di matrice cattolica, secondo cui il provvedimento rischierebbe di avallare l’estensione del diritto all’adozione e alla filiazione alle coppie gay e lesbiche, con relativa approvazione della maternità surrogata, a tutt’oggi vietata nel nostro paese, nonché, in modo del tutto surrettizio, incoraggiare ogni forma di prostituzione. Appellandosi alla difesa della sacralità della “famiglia naturale”, si è arrivati anche a paventare il pericolo di una limitazione della libertà d’espressione e di religione: una tesi, per quanto strumentale, che ha tuttavia incontrato una qualche condivisione anche in settori della sinistra parlamentare. A riprova che quando si parla di sesso e di orientamento sessuale entra in gioco qualcosa che nell’essere parlante non sta alla norma e rappresenta sempre un’eccezione: la pulsione.

L’iter del Ddl Zan ha visto aggiungere all’omolesbobitransfobia e ai comportamenti discriminatori basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere anche la misoginia e i comportamenti discriminatori basati sul sesso e sul genere, includendo così le donne tra i soggetti da tutelare. Ciò ha fatto emergere divisioni nel Movimento femminista, fra chi è favorevole a questa inclusione, poiché ritiene che le discriminazioni contro le donne abbiano tutte la stessa radice eteronormativa e patriarcale e chi invece, ritiene che essa riduca le donne al rango di una minoranza fra le altre.

La divisione che oggi si esprime all’interno del Movimento femminista, non solo in Italia, attraverso aspre critiche e reciproche accuse, che si tenta di neutralizzare attraverso la sua pluralizzazione, ha radici profonde e sembra destinata a non ricomporsi facilmente, almeno sul terreno aperto dal linguaggio giuridico, un linguaggio che mira alle classificazioni e all’universalizzazione.

Il Movimento femminista italiano si è costituito ed è cresciuto a partire da pratiche condivise. Ed è per questo che l’approfondimento di alcuni significanti come sesso, genere, identità e conflitti, potrebbe essere un terreno utile su cui confrontarsi, laddove la politica, intesa come il discorso del padrone o dell’inconscio, come ci ricorda Lacan, non può esserci d’aiuto.

Cosa il discorso dello psicoanalista può apportare sul terreno dell’«essere uomo» o dell’«essere donna»? Come aprire la strada a una nuova concezione della ripartizione sessuale fuori dalle secche della biologia come destino o del genere inteso come un insieme di norme culturalmente precostituite e imposte?

Già Freud nella sua Conferenza del 1931 dirà che la femminilità ha un «carattere sconosciuto che l’anatomia non è in grado di cogliere»1, e di seguito: «Neanche la psicologia è in grado di sciogliere l’enigma della femminilità2». Per Freud insomma la femminilità ha rappresentato un impossibile enigmatico da decifrare, la roccia basilare3 contro la quale s’incagliavano le cure analitiche, di uomini e di donne.

Ed è stato J. Lacan, con il suo ritorno a Freud, a mettere nuovamente la questione della femminilità al centro del dibattito della comunità analitica. In psicoanalisi le categorie di uomo e di donna non sono sotto l’egida delle norme, piuttosto il risultato di un percorso soggettivo dell’essere parlante che porterà il segno dell’interesse singolare che egli prova nei confronti del suo desiderio.

Nessuna norma permette al soggetto di dare un senso al sesso, «la prospettiva dell’inconscio fa del sesso il luogo di una domanda che conduce il soggetto a inventare il proprio rapporto con il genere, a partire dalla sua esperienza del desiderio4».

Proprio come gli stereotipi di genere, le norme considerano gli esseri parlanti come esemplari appartenenti a classi o a categorie, e non come esseri unici. Incontrare la psicoanalisi significa dunque incontrare un luogo che è l’antitesi di ogni sottomissione alle norme, così come un’analisi ha come obiettivo la differenza assoluta.

Sarà proprio il termine sessuazione, coniato da Lacan, a dare conto del divenire dell’essere umano nell’assunzione della propria soluzione e dell’insondabile decisione dell’essere di fronte alla propria posizione sessuale.

Anche il tema dell’identificazione è centrale nella clinica psicoanalitica. Un’esperienza analitica incide sulle identificazioni immaginarie e simboliche, e porta a isolare un punto identificatorio strutturale e fondativo, quell’S1 che si rivelerà come ciò che ha governato a sua insaputa, le diverse identificazioni del soggetto. L’ultimo insegnamento di Lacan spinge la questione dell’identificazione fino a individuare nel sinthomo ciò con cui al termine dell’analisi ci si può identificare, elemento di godimento irriducibile e singolare.

Come sappiamo, il legame sociale contemporaneo si struttura diversamente rispetto ai tempi sia di Freud ma anche di Lacan, seppure quest’ultimo l’aveva lucidamente predetto. La caduta degli ideali a favore dell’ascesa allo zenit degli oggetti di consumo e di godimento produce effetti di isolamento, generando individualismo, frammentazione dei legami, segregazioni e auto-segregazioni, fino alla violenza agita contro l’altro.

Potremmo pensare allora che l’odio che si scatena violentemente contro le donne possa essere dettato dalla volontà totalitaria di riuscire a piegare al tutto universale la resistenza del non-tutto femminile? Così come la violenza che colpisce colui o colei che s’identifica come “diverso” non sia altro che l’espressione dell’«odio del godimento dell’Altro»5, ciò che è alla base di tutte le forme di razzismo?

A mettere al lavoro questi interrogativi ci viene in aiuto Jacques-Alain Miller nel suo intervento alla conferenza di Madrid: «Per operare in politica, affidarsi all’autonomia del proprio pensiero è necessario quanto abbassare il livello delle identificazioni e ottenere che ciascuno faccia riferimento alla propria opinione. Detto altrimenti, non massificare le reazioni, non farsi incantare dal riferimento a un capo. Al contrario, si tratta di fare qualcosa di multiplo, di articolato e discusso»6.

[1] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi, nuova serie di lezioni, in Opere, vol. XI, Torino, Boringhieri, 1989, p.221.

[2] Ibid.

[3] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile, in Opere, vol. XI, Torino, Boringhieri, 1989, p.535.

[4] C. Leguil, L’essere e il genere. Uomo/donna dopo Lacan, Torino, Rosenberg&Sellier, 2019, pp.66-67.

[5] J.-A. Miller, Le cause oscure del razzismo, in Attualità Lacaniana, n°28, Torino, Rosenberg&Sellier, 2020, p.28.

[6] J.-A. Miller, Campo freudiano Anno zero, (a cura di Marco Focchi), Roma, NeP Edizioni, 2018, p.50.

La flessibilità del genere e il transessualismo

Luisella Mambrini
Membro SLP e AMP – Bologna – maggio 2021

In un momento in cui la flessibilità del genere impera, prospettata ipso facto come segno di sovversione e liberazione, sintomo per eccellenza del disagio di civiltà del XXI secolo il transessuale è rimasto solo a credere fermamente alla differenza dei sessi, nella convinzione di essere nato con una falsa anatomia, convinzione spesso uscita dall’infanzia e costante, che si impone con le caratteristiche della certezza assoluta. Di fronte al proliferare di identità sessuali determinate dalla pratica sessuale, la T del transessuale del movimento LGBT «la T, lei, è discordante»1 dal momento che si tratta in questo caso non di una pratica sessuale ma «di un cambio di identità sessuale»2.

Dal 2018 la disforia di genere passa dall’elenco delle malattie mentali a quello dei disturbi della salute sessuale. La Associazione Americana di psichiatria, editrice della quinta edizione del DSM che ha accolto alcune delle richieste avanzate dal mondo trans3 accompagna le sue proposizioni ad un commento; «la non conformità del genere non è di per sé un disturbo mentale» e accentua la dimensione umorale presente nel termine di disforia e cioè l’infelicità e l’ansia che le persone possono sentire a proposito della disparità tra il loro corpo e la loro identità di genere. Detto in altri termini l’incongruenza non sarebbe di per sé patologica se non come disagio individuale. Rimane il dato che Il termine di transessualismo che era stato introdotto nel DSM III non è più presente come termine in quello attuale ma è considerato tuttora una categoria che è forma estrema della disforia di genere. Dunque si può dire che oggi a rivolgersi a una stessa entità clinica è un amalgama di posizioni soggettive diversificate e cioè soggetti che in generale soffrono della disparità tra corpo e identità di genere tra cui quelli la cui sofferenza deriva dal credere fermamente di appartenere all’altro sesso

I gruppi associativi rappresentativi delle tematiche trans oggi giudicano che passare attraverso la diagnosi di disforia di genere, nonostante la riformulazione fattane nel   DSM V abbia risposto a qualche loro richiesta, rappresenti un requisito ancora patologizzante. Sono gli stessi che oggi svolgono un ruolo decisivo al fine della dismissione dell’identità sessuale assegnata nel senso che è presso di loro in prima battuta che il soggetto trova la nominazione nell’Altro che va ad attestare il suo cambiamento identitario, nominazione che passa attraverso l’identificazione al gruppo “degli stessi“ e  che  può tenere per un certo tempo rappresentando in ogni caso una base orientativa rispetto a decisioni future.

E sono sempre gli stessi gruppi associativi che indicano il binarismo sessuale come concetto superato e nefasto, minaccioso nei confronti dei diritti dei loro rappresentati al punto che si è arrivati al paradosso che alcuni transessuali che attraverso i media fanno sapere di non collocarsi tra quelli che si oppongono al binarismo vengono oggi accusati di transfobia. Non solo, il movimento LGBT oggi in Italia come in altri paesi è diviso tra le femministe radicali, le TERF4, che sostengono che la definizione di donna deve restare legata all’anatomia e non all’identità di genere, ritenendo che senza questa distinzione si danneggerebbero le politiche dedicate ai diritti delle donne, e le donne transessuali che anche in questo caso accusano le prime di transfobia. Certo la posizione delle femministe radicali che riducono la femminilità all’anatomia proponendo di costituire in questo modo un insieme chiuso   è irricevibile ma questo scambio di accuse è comunque rivelatore di punti ciechi, in impasse che sembrano destinate a moltiplicarsi a macchia d’olio.

Quello che appare provenire dai gruppi associativi, assieme ad un operato di difesa rispetto alle discriminazioni e alla esclusione sociale, pratiche e temi che la psicoanalisi non può che appoggiare con forza, è una sorta di “suprematismo trans“5 che vede il trans come “un eroe dei nostri tempi“6, qualcuno che apre “all’umanità la via radiosa dell’autonomia del genere“7. Gruppi associativi che, almeno nella versione più radicale, si sentono legittimati a proporre, tra le altre cose, un approccio terapeutico unico, standardizzato: ad esempio in Francia una tribuna di intellettuali pubblica su “Liberation”8 un appello in cui propone di applicare in tutti i casi ai giovani transgender un trattamento che prevede il blocco della pubertà nel momento in ci si presenta e l’avvio del trattamento ormonale opposto al sesso di nascita a 16 anni.

In Italia a sua volta da alcuni gruppi associativi  giunge  la richiesta di autodeterminarsi  senza passare da un percorso medico psicologico e giuridico, una procedura  extragiudiziale semplificata che almeno per ora non appare ulteriormente declinata  ma rispetto  alla quale, sembra  si possa intendere, il gruppo dovrebbe   occupare un ruolo decisivo all’insegna dello slogan diffuso che autorizzati a  trattare il tema trans in tutti i suoi sviluppi sono appunto solo i gruppi che li rappresentano.

Quel che Miller invita a fare, ricordando come Lacan elogiava Freud nel suo mostrarsi docile con le isteriche, è appunto mostrarsi docili9 come analisti al soggetto trans ma non docili nei confronti di quelle che sono le posizioni e le proposte di trattamenti universali veicolati dai gruppi associativi. Non si tratta naturalmente di opporre a tutto questo gli imperativi universali della legge altrettanto coercitivi e mortiferi nella loro inadeguatezza10. Sembra piuttosto un invito a non farsi intimidire dalla pressione e dalla aggressività espressa in questi discorsi e che vorrebbero fare dello psicoanalista un alleato della causa trans, misconoscendo che l’analista ha già una causa propria.

Assumere il proprio sesso sfugge alla presa di una simbolizzazione normativa, un eccesso senza nome abita il corpo marcato dal linguaggio, uno spazio vuoto tra il godimento del corpo e il linguaggio che né i gruppi associativi né gli imperativi della legge possono regolare in modo universale. La psicoanalisi tratta questo vuoto nella sua singolarità accompagnando il soggetto nella elaborazione soggettiva e nella soluzione che andrà trovando in una logica dell’inventiva che sfugge a qualsiasi standardizzazione e che è dunque aperta a trattamenti diversificati.

La domanda di chi si appella alla diagnosi di disforia di genere, qualunque sia la posizione soggettiva che la esprime, fa parte di una costruzione molto più intricata e complessa di quella che la norma e le sue leggi applicative contemplano e che soprattutto come ogni domanda in psicoanalisi deve essere trattata perché emerga il suo al di là e il suo al di qua, condizione imprescindibile per le scelte future.

[1] E. Marty, J-A Miller, Entretien sur “Le sexe des Modernes”, “Lacan Quotidien” n°927, p.32 e anche in “Rete Lacan” n°27

[2] Ibid.

 [3] Termine che oggi viene usato in un  senso  inclusivo in modo da comprendere i transessuali come articolazione interna estrema

 [4] La sigla sta per Trans-exclusionary radical feminist, temine coniato nel 2008 da militanti trans per designare le femministe che assumono questa posizione.

 [5] J.-A. Miller, Docile au trans, “Lacan Quotidien”  n°928, p.16 e anche “Rete Lacan” n°29.

 [6] Ibid.

 [7] Ibid.

 [8] Transgenres et intersexes: Les enfants sont des personnes, Tribuna pubblicata in “Liberation” il 31 marzo 2021, “Lacan Quotidien” n°928, p.29.

 [9] J.- A Miller, Docile  au trans, cit., p.18.

 [10] E.Laurent, Age de raison, age d’inclusion?, Lacan Quotidien n°929, p.8 e seguenti.

Jacques Bouveresse e i Cahiers pour l’Analyse: la giovinezza degli albori del Campo freudiano

Sergio Sabbatini
Membro AME della SLP e dell’AMP, Roma

È morto a Parigi il 9 maggio scorso Jacques Bouveresse (1940-2021), autorevole filosofo del linguaggio di impronta analitica e forse il più importante studioso di Wittgenstein in Francia. In Italia è noto per il suo Filosofia, mitologia e pseudo-scienza. Wittgenstein lettore di Freud, del 1991, pubblicato da Einaudi nel 1997. Un libro che ha avuto il suo rilievo nel dibattito Freud-Wittgenstein in Italia. Certo le pagine che dedica a Lacan (pp. 64-67) sono un po’ deludenti per un accademico consacrato: così scrive che il tentativo di sganciare Freud dal ‘materialismo volgare’ è fallimentare, che la linguistica a cui si rivolge Lacan è altrettanto aporetica dell’energetica freudiana. Sfugge, ancora una volta – penso a un grande del secolo scorso, Claude Lévi-Strauss – la nozione di inconscio freudiano, di soggetto dell’inconscio. La conclusione, che in realtà è mutuata da Grahame Lock (1948-2014), professore di filosofia a Oxford, è umoristica: Wittgenstein e Lacan sono due discepoli di Freud; il primo non ha fatto altro che sollevare obiezioni, il secondo ha voluto rispolverare l’ortodossia freudiana. Ciliegina sulla torta: di fronte al Lacan degli anni 70, Wittgenstein sarebbe un anti-Lacan ante litteram. Testuale.

Jacques Bouveresse ha peraltro un suo posto nel Campo freudiano perché ha partecipato in Francia, negli anni sessanta, a una irripetibile avventura intellettuale, il Cercle d’épistémologie de l’ENS con la rivista Cahiers pour l’Analyse. Dieci numeri, con la veste editoriale di una dispensa universitaria, escono tra il 1966 e il 1969; Althusser, Canguilhem e Lacan come riferimenti, al centro l’Analisi, come indagine sulla combinatoria degli elementi di una disciplina. A partire dalla logica, dalla linguistica e dalla psicoanalisi si definiscono le “scienze congetturali del soggetto.”

I Cahiers pour l’Analyse diventano presto uno straordinario crocevia tra filosofia, antropologia, strutturalismo, psicoanalisi, logica e matematica.  Non a caso nel mondo anglosassone i lavori che i Cahiers hanno ospitato sono integralmente disponibili sul sito della Kingston University, http://cahiers.kingston.ac.uk/.

L’elenco degli autori pubblicati nei dieci numeri è impressionante: Louis Althusser, Jacques Lacan e Georges Canguilhem naturalmente. E poi i classici, David Hume, Antoine Lavoisier, George Boole, Georg Cantor, René Descartes, Kurt Gödel e Bertrand Russell. E ancora Claude Lévi-Strauss, Michel Foucault, Jacques Derrida, Gaston Bachelard, Georges Dumézil, Alain Badiou, François Regnault. C’è il lavoro di Jacques Brunschwig, La proposition particulière chez Aristote, che ha ispirato la logica del non-tutto di Lacan. Trascuro altri nomi per arrivare ai giovani normaliens: Jacques-Alain Miller, Jean-Claude Milner, Jacques Bouveresse, Alain Grosrichard, Judith Miller. Perché proprio loro, in particolare Miller e Milner, con Grosrichard e Regnault, sono stati i promotori di questa vicenda unica.

Jacques-Alain Miller è il più giovane e a 21 anni pubblica nel primo numero dei Cahiers un articolo, La sutura. Elementi della logica del significante che lascia il segno.

Il temine ‘sutura’ serve a designare il rapporto tra il soggetto e la catena significante; il soggetto figura nella catena come l’elemento che manca e che però resta presente grazie a un altro elemento, che funge da luogo-tenente. «Il significante rappresenta il soggetto per un altro significante». Il soggetto manca ma non è assente. La mancanza è un elemento della struttura. La catena significante è la struttura della struttura. Nella costruzione di Miller con la sutura è possibile afferrare la divisione del soggetto tra tratto unario e rimozione: è la base logica dell’alienazione.

Jacques-Alain Miller sceglie come filo conduttore della sua analisi I fondamenti dell’aritmetica (1884), di Gottlob Frege. Oggi sappiamo che Lacan ha ‘agguantato’ il giovane Miller proprio con Frege:

«Mettendomi tra le mani I fondamenti dell’aritmetica, di Gottlob Frege, Die Grunlagen der Arithmetik, 1884, elaborazione logicista del concetto di numero (secondo lui l’aritmetica aveva come base la logica). Lui stesso, Lacan, si era messo d’impegno, tre anni prima, a dimostrare ai suoi followers la similitudine che esisteva tra la genesi dinamica della successione dei numeri naturali (0, 1, 2, 3, ecc.) in Frege e lo sviluppo di quella che lui stesso chiamava una catena significante. “Non vi hanno colto che una fissa – mi disse – vediamo se lei farà meglio”».  (Jacques-Alain Miller, Docile Al Trans, in “Rete Lacan” n°29, 2021). L’apporto di Frege si coglie in particolare nella logicizzazione del numero 0 della successione numerica. Lo zero è il concetto della disidentità, del non essere identico a se stesso. Il rapporto tra lo zero e la successione dei numeri è già una formulazione del rapporto che il soggetto ha con la catena significante. È una prima formulazione del vuoto, del buco che abita gli esseri umani, i parlesseri.

Miller racconta oggi che Jacques Bouveresse non aveva apprezzato questa commistione di Frege e Lacan. Forse era sorpreso del fatto che La sutura era diventata un classico della French Theory. Ma già nel 1990 Alain Badiou ne parla come del primo grande testo lacaniano non di Lacan, (Le Nombre et les Nombres, 1990, p.37). E questo crea un circolo curioso: nel 2009 Bouveresse critica Miller e loda la competenza di Badiou, che a sua volta loda Miller…

Vedi: http://cahiers.kingston.ac.uk/interviews/bouveresse.html

Così il pensiero del numero è il modo che Miller propone, e che Lacan svilupperà nei seminari successivi, vedi … O peggio, per accostare il soggetto.

Lettera a Jacques-Alain Miller sul contrappunto intersessuale e trans*

François Ansermet
Membro AME ECF, NLS e AMP – Ginevra

Caro Jacques-Alain Miller,

le scrivo in merito a quest’altro dibattito sui bambini intersessuali che si intreccia con quello sui trans, in contrappunto.

Innanzitutto, una definizione: diamo, perché no, quella dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che definisce le persone intersessuali come persone che «sono nate con caratteri sessuali (genitali, gonadici o cromosomici) che non corrispondono alla definizione binaria tipica dei corpi maschili o femminili».

In un certo senso, si potrebbe dire che gli intersessuali hanno a che fare con l’inedito del vivente, mentre i trans lo richiedono. Anche se le problematiche inter e trans si manifestano in modo inverso, l’una potrebbe insegnare all’altra: gli intersessuali chiedono l’abbandono degli interventi endocrini e chirurgici precoci, mentre i trans vorrebbero avervi accesso.

Il Ministero della Solidarietà e della Salute inizia dei lavori per andare verso la redazione di un’ordinanza relativa alla «presa in cario dei bambini che presentano variazioni dello sviluppo genitale»1. Questa iniziativa si iscrive nel quadro generale della legge sulla bioetica in corso di elaborazione tra l’Assemblea Nazionale e il Senato, anche a seguito del Parere 132, emesso il 19 settembre 2019 dal Comitato Nazionale Consultivo di Etica (CCNE): «Questioni etiche sollevate dalla situazione di persone con variazioni dello sviluppo sessuale (VDS)».

Sviluppo genitale per il Ministero, sviluppo sessuale per il CCNE: si vede già attraverso questi titoli fino a che punto si tocca il linguaggio quando si tocca il sesso. I termini utilizzati sono diversi, non riescono a essere fissati e sono oggetto di un dibattito, spesso appassionato. L’ermafrodita della mitologia2 è stato sostituito dallo pseudo-ermafrodito della medicina, rilanciato dal disturbo della differenziazione sessuale (DSD), diventato intersesso attraverso le rivendicazioni delle associazioni, per arrivare al concetto di Variazione: variazione dello sviluppo sessuale (VDS) per il CCNE, variazione dello sviluppo genitale (VDG) per il Ministero della sanità, che opta per il genitale piuttosto che per il sessuale. Il termine intersesso e poi quello di Variazione è stato introdotto sotto la pressione delle associazioni, che rifiutano che l’intersessualità venga considerata in termini di patologia, militando invece perché questa venga prima di tutto considerata e accettata come una differenza.

L’intersesso – né l’uno né l’altro, e l’uno e l’altro, tra maschile e femminile, o entrambi allo stesso tempo3 – dove e come situarlo? Il dibattito si è persino spostato sulla questione di una terza casella sulla carta d’identità e sui documenti di stato civile (come in Germania e in Australia), o di nessuna casella, e ancora sul modo in cui sono designati i servizi igienici negli uffici pubblici.

È importante cogliere che con gli intersessuali, come lo svilupperò più avanti, siamo in un mondo diverso rispetto a quello dei trans – anche se si uniscono a loro nei movimenti LGBT, che sono diventati LGBTI (I per intersessuale), ma anche LGBTIQ+, e la lista continua, comprendendo orientamenti sessuali e scelte d’identità.

Questi dibattiti in corso sono il risultato dell’iniziativa di associazioni radicalmente critiche nei confronti degli interventi medici in tenera età, quando questi si realizzano in assenza di un’indicazione che corrisponde a un motivo vitale4, senza il consenso del bambino e senza la sua partecipazione alle scelte che vengono fatte, dove il suo sesso viene deciso in modo irreversibile.

Si tratta dunque di una critica del famoso paradigma detto del Johns Hopkins, l’ospedale dove lavorava John Money negli anni ‘50, che concepiva la cura degli intersessuali sulla base della nozione di un’identità di genere da assegnare fin dalla nascita, applicando un’educazione corrispondente al genere assegnato. Ma non solo: si trattava anche di intervenire organicamente, con mezzi chirurgici ed endocrini, per rettificare, o addirittura correggere, l’anatomia genitale del bambino secondo la scelta del genere.

Nell’applicazione concreta di questo paradigma, l’assegnazione del genere è decisa da équipe mediche, più o meno in collaborazione con i genitori, ed è accompagnata da interventi chirurgici e ormonali, tra cui la gonadectomia, che richiede successivamente la sostituzione ormonale, e altre operazioni importanti; per esempio, se si sceglie il sesso femminile, come spesso accade, una vaginoplastica a partire da un frammento del tubo digerente, che richiede quindi ripetute manovre di dilatazione, nonché una riduzione del clitoride. Questo tipo di procedure è attualmente messo fortemente in questione dalle équipe mediche e dalle associazioni intersessuali5, che hanno perfino sollecitato le commissioni del Consiglio d’Europa, tra cui il Commissario per i Diritti Umani6, così come il Comitato contro la Tortura dell’Ufficio dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani, e la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Bambino, che hanno confermato le loro rivendicazioni

In effetti, questo movimento di opposizione al paradigma John Money della Johns Hopkins è iniziato già alla fine degli anni ‘90, quando alcuni medici e ricercatori hanno cominciato a mettere criticamente in discussione questo piano di trattamento imposto precocemente. Da un punto di vista storico, questa rimessa in questione era particolarmente legata alla rivalutazione del famoso caso John/Joan, il bambino “senza pene”, a seguito di una circoncisione accidentale, che fu riassegnato ed educato come una bambina7. Si tratta quindi di un caso che non è un intersessuale, ma che è al centro dell’interrogazione delle cure intersessuali – il che è piuttosto paradossale (portando ad una certa sovrapposizione tra intersessuali e transgender).

All’epoca, John Money è partito da questa situazione accidentale di rimozione del pene per dimostrare il dominio dell’educazione di genere nello sviluppo sessuale del bambino. John Money sembra essere stato il primo a introdurre la nozione di genere negli anni ‘508, anche se il termine è stato ampiamente diffuso dai lavori di Robert J. Stoller, in particolare in un libro del 1968 in cui teorizza la distinzione tra sesso e genere9. La distinzione tra sesso e genere è stata curiosamente ripresa da coloro che saranno i più critici degli approcci di Money e Stoller, basando su questa messa in discussione le prospettive costruttiviste proprie degli studi di genere, a partire da Judith Butler e anche da Anne Fausto-Sterling.

Il cosiddetto caso John/Joan è stato commentato criticamente da Milton Diamond e Keith Sigmundson10, che evidenzieranno il completo fallimento di questa riassegnazione forzata da maschio a femmina. Hanno rivelato la storia concreta di John che diventa Joan. Contrariamente a ciò a cui mirava John Money, questo paziente (di cui è emerso il vero nome, David Reimer) si è vissuto sul lato maschile sebbene nell’infanzia fosse stato assegnato ed educato dal lato femminile: David Reimer, nonostante l’ablazione degli organi genitali maschili, e la sua educazione come bambina seguito da John Money, non si è mai considerato una femmina. Va notato che aveva un fratello gemello, che è stato seguito nello stesso periodo, che si è rivelato essere schizofrenico. A quindici anni, David Reimer ha voluto recuperare la sua identità maschile. In seguito, ha pubblicato la sua storia per scoraggiare la riassegnazione di genere senza il consenso e l’autodeterminazione della persona coinvolta11. Si è suicidato all’età di 38 anni, due anni dopo che suo fratello gemello, Brian, era morto per un’overdose di droga. Successivamente, un libro di John Colapinto racconta anche tutta questa storia12. E Judith Butler ha dedicato un capitolo specifico alla situazione di David Reimer nel suo libro La disfatta del genere13, rendendolo una figura emblematica nella lotta intersessuale, anche se non lo era di fatto.

Al di là di questo caso, la crepa del paradigma di Johns Hopkins di John Money si è irrimediabilmente ampliata, soprattutto per via delle critiche sempre più serrate della  nozione di «sesso di attribuzione», del verificarsi di domande di chirurgia di riassegnazione trans in alcuni intersex operati, ma anche per il fatto del segreto (o di conoscenze solo parziali) che finiva per essere rivelato rispetto agli interventi fatti sul corpo in età precoce, in particolare quando si poneva un desiderio di procreazione.

Qualunque siano le ragioni addotte, la fondatezza di una presa in carico centrata su «soluzioni» chirurgiche è ormai minata. Il consenso professionale esistente fino ad allora viene irrimediabilmente messo in discussione. A partire dalla fine degli anni ‘90, infatti, emergono appelli sempre più numerosi per vietare la chirurgia genitale precoce14, anche nell’ambiente medico. Le società professionali, in particolare la Lawson Wilkins Pediatric Endocrine Society, hanno discusso animatamente la gestione dell’intersessualità in occasione di un importante congresso tenutosi nel 1999 a Dallas, e poi in occasione di una Conferenza internazionale di Consenso sull’intersessualità tenutasi nel 2005 a Chicago, e di una dichiarazione di Consenso nel 2012. Anche se le numerose linee guida che sono emerse da questo dibattito mettono in discussione gli interventi precoci, questi dibattiti sono ancora in corso, in particolare attraverso la resistenza di alcune equipe mediche, anche se altre sostengono il punto di vista delle associazioni intersessuali di non eseguire interventi irreversibili.

Bisogna quindi riconoscere il contrasto tra, da un lato, le rivendicazioni degli intersessuali, incentrate sulla difesa dei diritti del bambino per porre fine a questa medicina normalizzante, arrivando a voler proibire per legge qualsiasi intervento in tenera età, e dall’altro, le rivendicazioni delle persone transgender di avere accesso a interventi chirurgici ed endocrini precoci.

Come possiamo pensare questa contraddizione tra due movimenti che si oppongono nelle loro rivendicazioni di fronte alla medicina? E come possiamo pensare alle connessioni esistenti tra intersessuali e trans, associati in un movimento LGBTQI+? Forse il loro legame ruota attorno ad una rivendicazione di consenso e di una possibile autodeterminazione; o forse è dovuto al fatto che alcuni attivisti intersessuali optano per un destino queer.

Va a finire che ci si perde. Eppure, come diceva Lacan: «che venga su [il bambino] ermafrodita, tanto per vedere!»15 Per vedere cosa?  Per vedere forse cosa è la sessuazione al di là del biologico: questo è ciò a cui sono confrontati coloro che nascono con una discordanza tra il loro sesso morfologico e il loro sesso cromosomico, quando i riferimenti si confondono, disturbando la differenza dei sessi che risulta non essere né cromosomica, né genetica, né endocrina, né morfologica, né sociale. Che l’anatomia non sia sufficiente a determinare un destino obbliga a rivedere tutto ciò che si sa della sessuazione, fino al suo punto limite: quello dell’impossibile articolazione tra il linguaggio e il vivente.

Vale lo stesso per i trans? A loro volta, cosa ci fanno vedere… “tanto per vedere”? La transizione di genere è situata all’intersezione dell’intimo e del collettivo, come nel caso dell’ermafrodito nel mondo antico? Cosa ci fanno vedere i trans sull’intimità della loro scelta e sul mondo in cui viviamo? Questa domanda potrebbe essere un motivo per pensare insieme trans e intersessuali: una via da esplorare al di là di ciò che li separa radicalmente.

Traduzione: Rachele Giuntoli

*Articolo pubblicato in francese in Lacan quotidien, n°929, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/05/lacan-quotidien-n-929/

[1] A proposito dell’articolo 21-bis del progetto di legge di bioetica.

[2] M. Delcourt, Hermaphrodite, Mythes et rites de la bisexualité dans l’Antiquité classique, Paris, PUF, 1958, 2e éd. Revue 1992.

[3] J. Pigeaud, Ni l’un ni l’autre. L’androgyne ou l’hermaphrodite, Paris, Payot, 2014.

[4] Come un’insufficienza surrenale, nel caso di una iperplasia congenita delle ghiandole surrenali.

[5] Fra cui in particolare l’OII- Organizzazione Internazionale degli Intersessuati, il Collettivo intersexes et Allié.e.s, e in Svizzera l’Associazione InterAction.

[6] Disponibile su internet.

[7] J. J. Money, Ablatio Penis: Normal Male Infant Sex-Reassigned as a Girl, in “Archives of Sexual Behavior”, n°4, 1975, pp.65-71.

[8] J. J. Money & J. G. Hampson, Imprinting and the Establisment of the Gender Role, in
“Archives of Neurology and Psychiatry”, n°77, 1957.

[9] R. J. Stoller, Sex and Gender. On the Development of Masculinity and Feminity, New York, Science House, 1968.

[10] M. Diamond & H. K. Sigmundson, Sex reassignment at birth. Long-term review and clinical implications, in “Archives of pediatric & adolescent medicine”, n°151(3), 1997, pp. 298-304.

[11] Cfr. Colloquio tra David Reimer e sua madre, The Oprah Winfrey Show, 2000 disponibile online.

[12] J. Colapinto, Bruce, Brenda et David. L’histoire du garçon que l’on transforma en fille [2001], Paris, Denoël, 2014.

[13] J. Butler, Rendre justice à David: réassignation de sexe et allégories de la transsexualité, in Défaire le genre, Paris, Amsterdam, 2012.

[14] M. Diamond, Pediatric management of ambiguous and traumatized genitalia, in “The Journal of Urology”, n°162(3), 1999, pp.1021-1028.

[15] J. Lacan, Nota sulla relazione di Daniel Lagache, in Scritti, Torino, Einaudi, 1974, p.647.

Età della ragione, età dell’inclusione?*

Éric Laurent
Membro AME ÉCF e AMP – Parigi

L’attualità trans è scottante. Il 23 aprile, l’ex atleta di triathlon, medaglia olimpica, diventato trans MtF, Caitlyn Jenner, della tribù Kardashian, annunciava la sua candidatura a governatore della California, con queste parole: «Sono un’autentica vincitrice e l’unica outsider che può mettere fine al disastroso mandato [del governatore Gavin Newsom]. Sono stata un’agitatrice compassionevole per tutta la mia vita». L’ex governatore Arnold Schwarzenegger, attore e culturista, ritiene che abbia delle ottime possibilità. La candidatura di Kanye West, tuttora marito di Kim Kardashian, alla presidenza degli Stati Uniti, ha aperto la strada.

Due mesi prima, il 28 febbraio, l’ex presidente Trump teneva il suo primo discorso dopo la sua sconfitta in occasione della riunione della Conservative Political Action Conference (CPAC). Ha ovviamente criticato tutte le decisioni che il Presidente Biden aveva preso o non preso nel corso del primo mese della sua presidenza. Ha ovviamente martellato sul fatto che è grazie a lui se gli americani possono farsi vaccinare in massa ma la cosa più sorprendente è che se l’è presa con le atlete transgender che stavano «distruggendo lo sport femminile». Bisogna, diceva, intervenire immediatamente: le atlete femminili si sarebbero trovate a competere con dei «maschi biologici». Questa formulazione viene ripresa come elemento di linguaggio dagli avversari dell’inclusione e gli avvocati dei trans la denunciano come strumento di oppressione.

 

Una controversia molto americana, e mondializzata

Questa uscita di Trump sulla necessità di «proteggere lo sport femminile» è uno dei temi recentemente cavalcati anche da altri leader a lui oppositori, come Rand Paul o Mitt Romney. L’opposizione alle atlete trans è molto considerata dai think tanks conservatori. La difesa delle donne sembra ben vista dagli elettori repubblicani. Porta diversi gruppi a promuovere iniziative in una trentina di Stati per vietare le competizioni alle trans. Questa decisa opposizione avviene nel momento in cui l’Equality Act, che propone una serie di misure per garantire l’uguaglianza dei diritti dei trans, viene esaminata dal Senato. Davanti a questa assemblea, Rand Paul ha paragonato la chirurgia scelta dai trans alle mutilazioni genitali come l’infibulazione o l’escissione. Ha torto. Non sono delle mutilazioni scelte, autorizzate dalla scienza. Esse sono imposte a tutte in nome di una religione.

Come in altre guerre culturali, non si tratta qui di fatti ma di interpretazioni. Nessuna atleta trans ha mai dominato una disciplina sportiva femminile nonostante partecipino da molto tempo alle gare femminili in 16 Stati. Si tratta di coinvolgere i religiosi, la destra rigida culturalmente, i complottisti, gli estremisti, eccetera. Le iniziative anti-trans non si limitano allo sport e l’Arkansas – stato evangelista, se ce ne è uno – è stato il primo Stato a votare una legge che proibisce i trattamenti di affermazione di genere, come gli inibitori della pubertà e le prescrizioni di ormoni per i giovani trans minori di diciotto anni. Una legge dello stesso genere è in preparazione in Alabama, nel Montana e nel Sud Dakota. È già stata approvata nel Mississippi. L’offensiva repubblicana che ha avanzato 117 obiezioni legali di diversa natura ai progressi egualitari trans in 33 Stati, ha la stessa intensità di quando, nel 2004, i repubblicani si opponevano accanitamente al matrimonio per tutti. Si tratta, per così dire, di proteggere l’infanzia e l’ordine morale.

Questo implica attaccare direttamente la libertà di prescrivere medici che dibattono in merito al trattamento per bloccare la pubertà, mentre questo trattamento è diventato il trattamento di riferimento nella maggioranza delle consultazioni specializzate del mondo occidentale nel corso degli ultimi dieci anni. Questo attentato alla libertà di prescrivere ha spinto il governatore dell’Arkansas, anche lui repubblicano, a mettere il suo veto alla legge che vieta gli inibitori della pubertà. Sapeva che il suo veto sarebbe stato respinto dal parlamento dello Stato, ma voleva marcare un limite1.

Gli USA raggiungono a modo loro i dibattiti che hanno luogo in Inghilterra dove, il primo dicembre 2020, l’Alta Corte di Londra si pronunciava sulla controversia che opponeva il servizio specializzato nell’accoglienza dei trans presso la Tavistock Clinic e una ex paziente, Keira Bell, pentita per il trattamento di trasformazione di genere ricevuto durante la sua adolescenza. Sosteneva che era troppo giovane in quel momento per dare un consenso veramente consapevole a tale trattamento. La Corte ha concluso che si doveva fissare a 16 anni l’età del consenso e che, in certi casi, la presunzione di capacità giuridica doveva comprendere l’autorizzazione di un tribunale.

Le controversie francesi

In Francia si succedono una serie di dibattiti pro e contro i trattamenti per il blocco della pubertà2. In seguito all’Appello dell’Osservatorio dei discorsi ideologici sul bambino e l’adolescente, tre membri di questo Osservatorio pubblicano un dibattito su Marianne, il 13 marzo, denunciando «la strumentalizzazione ideologica della “disforia di genere”»3. Un dibattito pubblicato su Liberazione del 31 marzo4 le risponde. I giovani transgender non sono semplicemente dei «giovani con problemi di identità e in preda a ogni sorta di angoscia» come avevano dichiarato gli autori del dibattito di Marianne, e la disforia di genere ha un trattamento di riferimento: l’accompagnamento medico di affermazione di genere che implica la prescrizione di ormoni. I firmatari notano che «questi trattamenti possono sicuramente avere effetti secondari ma condannare queste pratiche sulla base di questi effetti equivale a ignorare la sofferenza dei giovani che non ricevono nessun trattamento».

Sottolineano che, tra i minori transgender, si trova un’alta frequenza di disturbi ansiosi, disturbi dell’umore, rischi di comportamenti aggressivi o tentativi di suicidio. La questione è posta in modo tale da essere evidente, per i firmatari, che questi disturbi associati sono una conseguenza della discrepanza tra sesso di nascita e genere vissuto. Occorre dunque, ed è sufficiente, transitare di genere perché i disturbi associati migliorino. Il trattamento di riferimento è dunque il blocco della pubertà nel momento in cui questa si manifesta, poi, a partire dai sedici anni, la prescrizione di ormoni opposti al sesso di nascita, secondo le raccomandazioni della World Professional Association for Transgender Health (WPATH). Ai curanti non resta quindi altro che applicare questo trattamento in tutti i casi e limitarsi alla funzione di accompagnare lo sviluppo del loro benessere5.

Al contrario, i bambini intersesso non desiderano nessun intervento, che sia farmacologico o chimico. La contraddizione potrebbe sembrare difficile da sostenere per gli adulti curanti. Bisogna agire o non agire? Per gli autori la soluzione della contraddizione è semplice. In entrambi i casi bisogna accompagnare i desideri dei bambini che sono persone a pieno diritto. Certamente è così ma bisogna ricordare che si può trattare di bambini di più di tre anni, che la pubertà può cominciare a undici anni e che questo sarebbe il solo ambito in cui il bambino non avrebbe nessun’altra norma da seguire se non il proprio volere.

Nel sito di Mediapart, una rivista di salute chiamata Rhizome e l’associazione di Tolosa Clar-T di autoaiuto per le persone trans, reagiscono con una lettera aperta6 alla denuncia del Consiglio nazionale dell’Ordine dei medici contro dei colleghi che hanno prescritto ormoni al di fuori dei protocolli della Classificazione comune degli atti medici (CCAM), che conserva ancora il termine di transessualismo nella sua nomenclatura. Questo termine è desueto e patologizzante, sottolineano. La lettera aperta chiede la depsichiatrizzazione «reale ed effettiva» delle persone trans, il che significa un accesso non restrittivo alle prescrizioni di ormoni per tutti e il loro rimborso al di fuori della qualifica di «malattia di lunga durata».

Le controversie fioriscono dunque al di fuori dei circoli professionali ma anche in seno a essi. Esse non hanno gli stessi oggetti. Ma non sono meno intense e virulente.

Fine della disforia. Avvenire dell’incongruenza

Un articolo illustra le controversie recenti negli ambiti professionali che devono definire l’avvenire della «presa in carico» delle domande dei trans7. Una questione decisiva verte sull’abbandono della «disforia di genere» che appare ancora nel DSM-5 sebbene non sia un disturbo, un disorder. Questi dibattiti attraversano i congressi della WPATH8. Per perseguire la depatologizzazione della questione trans, alcuni propongono la creazione della categoria di «incongruenza di genere», Gender incongruence of childhood (GIC), «che sarebbe inclusa in una nuova categoria proposta dall’OMS nella nuova versione della Classificazione internazionale delle malattie (CIM11): “problemi associati alla salute sessuale”».

Chi è a favore della diagnosi, evoca i rischi di suicidio nei bambini. E una diagnosi permette di agire. Permette anche un rimborso dei trattamenti e di mantenere una ricerca medica, delle pubblicazioni verificabili, a cielo aperto. Gli oppositori, anche loro sensibili ai rischi di suicidio, ne deducono, al contrario, che bisogna lasciare i medici e le loro etichette al di fuori delle scelte del bambino. Ricordano che le associazioni sono contro qualsiasi etichetta clinica per il bambino. I medici non devono intervenire a livello ormonale prima dei sedici anni.

Molti sottolineano la diversità delle situazioni trans, specialmente tra i soggetti che si considerano non binari. Una paziente MtF afferma: «Sono una donna e ho un pene. Dunque è un pene di donna». Vuole utilizzarlo nelle sue relazioni sessuali «mentre il fatto di utilizzare sessualmente i propri organi genitali di nascita è stato a lungo considerato, nel modello medico del “transessualismo”, come un indice motivante il rifiuto dei medici di permettere alla persona trans interessata di accedere ai trattamenti ormonali. La WPATH vuole al contrario lasciare la scelta di conservare o meno i propri organi, come un’opzione».

Contrariamente alla WPATH, la Società francese di studi e presa in carico della transidentità (SOFECT), tra il 2016 e il 2018, restava separata dalle associazioni comunitarie trans. Per prima cosa si è interessata a riavvicinare le pratiche di ancora troppo poco numerose consultazioni specializzate francesi, alle norme internazionali. Ha anche esaminato le particolarità nazionali derivanti dalla legge del 2016 sulla «modernizzazione della giustizia del XXI secolo». Questa fa sì che il cambiamento di sesso all’anagrafe non sia semplicemente dichiarativo. Occorre una certa messa alla prova della sostenibilità della nuova identità, ma non è più richiesto il fatto di avere subìto dei trattamenti medici.

L’aggiornamento è continuato, permettendo di avvicinarsi alle indicazioni della WPATH. La possibilità dell’inclusione delle associazioni trans si è posta, specialmente su iniziativa del gruppo delle consultazioni parigine. Il Congresso 2018 della SOFECT ha mostrato forti tensioni sulle modalità da seguire su questa strada. L’opposizione delle associazioni a qualsiasi collaborazione con la società scientifica accusata di volontà di patologizzazione, di medicalizzazione e di transfobia ha indotto la SOFECT a dissolversi nell’autunno 20209. Ha ricevuto nuovi statuti e un nuovo nome: Associazione pluriprofessionale francese per la salute delle persone trans, chiamata ancora FPATH, sul modello delle iniziali WPATH.

Il Presidente non è più, ovviamente, uno psichiatra, ma un chirurgo urologo. In queste condizioni, tre associazioni trans hanno accettato di entrare nel suo consiglio di amministrazione, mentre la maggioranza delle associazioni continuano a rifiutarsi di associarvisi. Per queste, la depsichiatrizzazione non è abbastanza efficace. Ci sono troppe esigenze mediche. La decisione non spetta ancora alle persone strettamente interessate e la libera disponibilità del corpo di ciascun soggetto non è sufficientemente garantita. Insomma, ancora uno sforzo, Francesi, per essere repubblicani, come diceva il divino marchese!

Rifiutarsi di essere lo strumento di un imperativo universale

Abbiamo quindi a che fare con due imperativi opposti e altrettanto vincolanti. Da un lato, il protocollo dell’affermazione del genere, sostenuto dalle associazioni più radicali, auspica che vi sia un solo trattamento della sofferenza disforica. Esso comporta un trattamento praticamente irreversibile, applicato a partire dall’età di sette anni, in varie tappe, fino alla prescrizione di ormoni contrari al sesso biologico all’età legale, 16 o 18 anni a seconda dei paesi.

Dall’altro, abbiamo una volontà di fare appello alla legge per impedire in ogni caso gli inibitori della pubertà, poiché comportano un protocollo univoco e irreversibile. Non è vero che il trattamento è reversibile, poiché nella serie di bambini trattati nella Clinica Tavistock, unico centro di consultazione specializzato del servizio pubblico per tutto il Regno Unito, studio condotto per nove anni, tutti i bambini che hanno ricevuto degli inibitori della pubertà, tranne uno, proseguono con ormoni opposti (cross hormones)10.

Che sia di fronte all’imperativo universale delle associazioni o all’imperativo universale della legge, il medico o il terapeuta dovrebbe semplicemente ridursi al suo ruolo di strumento. Questa riduzione, questo shrinkage, si oppone a qualsiasi linea di condotta che vuole prendere in considerazione le particolarità del dire del bambino e le complessità che possono rivelarsi in seno all’identificazione: Essere trans.

Questa identificazione viene da lontano. Le storiche e storici dei trans hanno mostrato che ci sono stati casi di bambini trans molto prima della loro mediatizzazione e dell’esistenza dei trattamenti ormonali. Essi sono riusciti a manifestare una volontà inflessibile nel corso della loro vita, ottenendo tutto ciò che era possibile, nell’ambito legale dell’epoca, per far riconoscere la loro transizione verso l’altro sesso11. D’altra parte, prima del 2015 e del consenso con le associazioni sui trattamenti di affermazione del genere, gli studi mostravano che tra il 60% e l’85% dei bambini cambiavano idea sulla loro transizione prima dell’età di 16 anni12.

Di fronte a questi fenomeni eccezionali, irriducibili a una comune misura, sembra impossibile pensare che un trattamento universale possa risolvere le questioni singolari e cruciali che si pongono ai medici e ai terapeuti. Il richiamo del governatore dell’Arkansas, secondo cui non si vede perché una legge imporrebbe al medico un’unica via terapeutica, sembra fondato13. Abbiamo anche sostenuto, nel campo dell’autismo, che una legge non dovesse intervenire sulla scelta dei trattamenti che i genitori e il bambino vogliono prendere in considerazione, una volta che hanno avuto accesso a una diversità di approcci terapeutici.Mantenere la diversità degli approcci, dei mezzi a cui ricorrere e poter tener conto della particolarità dei bambini trans non è sufficiente, ma è una condizione necessaria.

La via della docilità

Nel suo testo intitolato «Docile al Trans», Jacques-Alain Miller ci chiede: «I trans, in che modo dei praticanti che provengono da Freud si rifiuterebbero di ascoltarli, quando questi ne manifestano il desiderio, il che non avviene sempre?». Freud era riuscito a rendersi docile al discorso isterico dandogli il suo valore di verità, rifiutando la mostrazione di Charcot. È stato docile all’isteria prendendo quei soggetti una per una.

Che cosa significa, nella nostra epoca delle lobby associative, dei gruppi militanti, una volontà di procedere una per una? In primo luogo, significa rifiutare di ridursi ad essere lo strumento di un imperativo venuto da altrove, da colui che si rivolge a noi. Significa anche precisare le articolazioni del simbolico, dell’immaginario e del reale che costituiscono un soggetto, al di fuori delle classificazioni rigide esistenti, che il soggetto, nella sua singolarità, sposta sempre.

Dobbiamo anche interrogare lo statuto reale delle utopie del rapporto sessuale che ci vengono presentate nei discorsi correnti, con la loro dimensione di «follia». Questa dimensione si introduce a partire dal momento in cui un significante diventa reale, in cui il significante uomo, il significante donna, il rapporto uomo/donna o madre/figlio prendono un effetto di senso univoco, assoluto. È ciò che nota J.- A. Miller nel suo colloquio con Éric Marty sui gender studies che «pur disdegnando la differenza tra i sessi, non si rassegnano comunque all’inesistenza strutturale del rapporto sessuale […] producono elucubrazioni che sfociano sempre su una qualsivoglia utopia del rapporto sessuale»14. L’orizzonte dell’utopia del rapporto sessuale può anche sostenere l’utopia di un approccio terapeutico unico, armato dei mezzi di una tecnica biologica di punta. Questo è ciò che avviene anche nel desiderio di diventare un uomo o una donna reali. Non c’è alcun motivo di seguire queste utopie senza interessarsi alla loro propria follia.

La clinica contemporanea non si basa più sul paradigma transessuale, inammissibile. Il transsi è disgiunto dal transessuale, non si definisce per la sua credenza, ma per una volontà di disfare un’attribuzione. Il paradigma trans prende in carico tutta la queerizzazione del sesso. I soggetti trans soffrono dell’inadeguatezza del loro corpo, non della credenza di essere dell’altro sesso. Soffrono di «disforia di genere». In questa prospettiva, il male viene dall’Altro. Non riescono a includere il loro corpo in una società trans-fobica. Cioè una società che ha esigenze etero-normate rigide per ciascuno.

I trans portano con sé una rivendicazione di non discriminazione, e questa ci importa, così come il «matrimonio per tutti» ha permesso di rendere sensibile quanto i sembianti e le routine installate da due secoli potessero essere rinnovati in un dibattito collettivo che ha esteso l’orizzonte di tutti.

Lo stesso vale per l’intero campo delle procreazioni medicalmente assistite. Continua a fornire oggetti di pensiero che permettono di precisare lo statuto del bambino nelle utopie contemporanee.

Dobbiamo sostenere le richieste di non discriminazione dei trans, senza che ciò implichi di ridurci a una posizione di strumento, di entusiasti o di turiferari delle nuove militanze di abolizione della differenza tra i sessi.

Il godimento trans, concepito come un tutto chiuso su un’identità chiusa, implica una rivendicazione. Ogni tutto vuole farsi ammettere al pari degli altri. Sostenere la non discriminazione non significa sostenere la rivendicazione senza riserve. Per esempio questa. Il godimento trans Mtf non è il godimento femminile che non vuole farsi riconoscere come un tutto – esso è non rappresentabile, refrattario al tutto della civiltà; ciò a cui fa appello è un nuovo amore.

La via americana dell’Equality Act vuole dare uno statuto politico rinnovato alla politica delle identità che ha segnato i suoi limiti e portato ai vicoli ciechi che cercano di sfruttare i conservatori americani. Essere docili al trans s’iscrive nello sforzo di cogliere come la nuova visibilità dei trans nello spazio pubblico permetta di far sentire che «un colpo di dadi non abolirà mai il caso», che un’utopia dell’identità sessuale non abolirà mai l’inesistenza del rapporto sessuale.

Traduzione: Giuliana Zani e Laura Pacati

*Articolo pubblicato in francese in “Lacan quotidien”, n°929, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/05/lacan-quotidien-n-929/

[1] Cfr. F. Bruni, Republicans find a cruel new culture war, in “International New York Times”, 12 avril 2021, disponibile su internet.

[2] Cfr. C. Masson avec A. Cognet & A. Perret en conversation avec L. Dupont,  Les Trans dans le sillage du Woke. Ce que l’on voit quand on regarde avec les yeux du nouvel Observatoire des discours idéologiques sur l’enfant et l’adolescent, in “Lacan Quotidien”, n°928, 25 aprile 2021.

[3] C. Masson, C. Eliacheff & A. Cognet, Transgenrisme: “Avec cet effacement des limites, c’est la suprématie des sentiments qui guide les conduites”, “Marianne“, 13 marzo 2021, disponibile su internet.

[4] Transgenres et intersexes: les enfants sont des personnes, in “Libération“, 31 marzo 2021, disponibile su internet e in “Lacan Quotidien“, n°928.

[5] Su questa riduzione accconsentita si veda C. Masson avec A. Cognet & A. Perret in una conversazione con Dupont L., Les Trans dans le sillage du Woke, cit.

[6] Cfr. Accès aux soins des personnes trans: il est urgent d’agir, in “Mediapart“, 31 mars 2021, disponibile su internet.

[7] Cfr. A. Giami & L. Nayak, Controverses dans les prises en charge des situations trans: une ethnographie des conférences médico-scientifiques, in “Sciences Sociales et Santé“, vol.37, 3, settembre 2019, disponibile su internet.

[8] Cfr. ibid., pp. 8-9.

[9] Cfr. J. Chansel. & É. Hervé, Transphobie : la “société savante” chargée des parcours de transition évolue sans convaincre, in “Mediapart“, 25 mars 2021, disponibile online.

[10] Cfr. V. Viner (auteur principal), P. Carmichael, G. Butler, T.J. Cole, B.L. De Stavola, S. Davidson, E.M. Skagerberg, S. Khadr, Short-term outcomes of pubertal suppression in a selected cohort of 12 to 15 year old young people with persistent gender dysphoria in the UK, in “PLOS ONE“, décembre 2020, disponibile online.

[11] Cfr. J. Gill-Peterson, Transgender childhood is not a “trend”, in “International New York Times“, 8 avril 2021.

[12] Cfr. K. Zucker, Debate : Different strokes for different folks, in “Child and Adolescent Mental Health“, n°25, n.1, 2020, pp.36-37, disponibile online.

[13] Cfr. F. Bruni, Republicans find a cruel new culture war, cit.

[14] É. Marty & J.-A. Miller, Colloquio su “Il sesso dei moderni”, in “Rete Lacan“, n°27 – edizione straordinaria, disponibile qui:  https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/

Il transessualismo tra credenza e certezza*

François Leguil
Membro AME ÉCF e AMP – Parigi

Molti di noi pensano – vale a dire credono – di essere del sesso corrispondente all’anatomia che la sorte ha dato loro, e per questo sono certi di non essere del genere «opposto». Ciascuno, tuttavia, deve persuadersi costantemente che deve fare l’uomo per esserlo abbastanza, o la donna per esserlo veramente. Essere certo di non essere una donna non rafforza né consolida la credenza di essere un uomo; analogamente, essere certa che gli uomini sono differenti non facilita né illumina la credenza di essere una donna.

In un caso come nell’altro, il metodo clinico promosso da Lacan sin dalla fine della seconda guerra mondiale, che consiste nel distinguere, nelle confidenze che raccogliamo, che sollecitiamo, la credenza e la certezza, sembra estremamente pertinente se desideriamo orientarci nelle questioni poste da quella che Lacan chiama, negli anni ’70, la sessuazione.

Sessuazione, il termine non è d’uso comune. Ci piacerebbe conoscerne la storia. Assente nel Grand Robert e nel Trésor de la langue française; a fortiori non lo si trova di certo nel Littré. Google ci insegna che ha un uso preciso e scientifico sin dalla fine del XIX secolo: azione di sessuare, di attribuire un genere sessuale, processo di differenziazione sessuale. Vale la pena citare un tale Jean Izoulet, ex allievo dell’École Normale Supérieure, filosofo, professore al Collège de France, concorrente quasi ufficiale di Émile Durkheim: «così come la sessuazione fisica è un modo superiore di generazione a cui l’evoluzione vitale è giunta solo tardivamente, analogamente vedo nella sessuazione psichica un prodotto tardivo e prezioso dell’evoluzione sociale». Il termine viene scritto nel 1898, in un saggio intitolato: Quattro problemi sociali. 1898, proprio poco tempo prima della nascita di Lacan.

Ora, nel suo dialogo con Jacques-Alain Miller, Éric Marty sottolinea che «Barthes nel suo pensiero sul Neutro, mostra che l’opposizione maschile/femminile non è prima nelle lingue indoeuropee. La prima opposizione cruciale è animato/inanimato. […] L’opposizione maschile/femminile è ovviamente reale. L’umanità non poteva sfuggire a questa differenza, ma attraverso l’evoluzione delle lingue possiamo fare l’ipotesi che altre differenze abbiano potuto essere state simbolizzate precedentemente»1. Ci ricordiamo di un passaggio dell’insegnamento di Lacan in cui egli si adopra a sovvertire vigorosamente la relazione tra ciò a cui un soggetto può credere e ciò di cui è certo, grazie all’opposizione tra la vita e la morte2.

È una sovversione di questa misura quella che produce talvolta il soggetto transessuale in coloro che lo incontrano, sino far a sentire loro un discreto segnale d’angoscia. Credere che si è di un sesso, di quello del proprio corpo alla nascita, si appoggia sulla certezza di non essere dell’altro. Nella situazione transessuale, la certezza di essere del sesso altro rispetto a quello della propria anatomia comanda, o spiega, la miscredenza (Unglauben, in Freud) di avere un corpo conforme all’essere sessuato di tale certezza. L’Unglauben giustifica la credenza in un errore all’origine, come pure nell’impellente necessità di correggerlo.

Lacan Quotidien ha segnalato lo sfogo in tv di un’autrice nota a quelle e a quelli che sono informati sulle sue pubblicazioni: «Ritengo che oggi ci sia un’epidemia di transgender. Ce ne sono un sacco!»3.

Storica, sapevamo già che era molto imprecisa; cronista in radio e in televisione, verificavamo il suo essere grossolana e priva di tatto. Eppure l’errore nell’ordine del sapere, o a fini epistemologici, è quasi più colpevole dell’imperdonabile e offensiva mancanza di buongusto. Avremmo forse scoperto qualcosa di valore, nelle scienze dell’essere vivente e nelle scienze congetturali, se fossimo stati avvertiti del fatto che la proporzione delle patologie giustificava o meno lo studio delle grandi funzioni interessate?

Nel campo biologico come pure nel nostro, quello della causalità psichica, il numero non ha importanza. Alcune situazioni cliniche di transessualità, la loro considerazione, basterebbero da sole a giustificare Lacan nella sua teoria che il nostro sesso è un sesso scelto.

Indubbiamente su questo punto possiamo osservare una differenza tra noi, che accettiamo facilmente l’attribuzione che lo stato civile ci conferma, e il transessuale che la contraddice e la contesta. Manchiamo, in effetti, di qualcosa che lui o lei possiede in sovrabbondanza. Questo qualcosa si chiama serietà. Pensiamo di poterci vantare di saper fare buon viso alla buona o alla cattiva sorte del nostro genere, perché abbiamo rimosso la verità della nostra scelta abituandoci al reale della sua struttura. Una cura eventualmente può, per ciascuno, profilarne alcuni indizi e può permettere di comprendere che la nozione di scelta del sesso, senza la quale quella dello stesso soggetto dell’inconscio non sarebbe concepibile, è uno dei nomi dati al reale di una causalità psichica che non si può ridurre a una dottrina integralmente deterministica.

La certezza di essere una donna e la credenza che il proprio corpo d’uomo sia un errore, la certezza di essere un uomo al contrario e la credenza che il proprio corpo di donna sia da modificare – per il ricordo che mi resta delle persone incontrate in ambito ospedaliero – possono essere metodologicamente distinte, poiché questo installa nel dialogo che possiamo proporre la dinamica fragile, ma possibile, di una proroga che può essere d’aiuto; ovviamente non paragonabile alla dialettica della domanda e del desiderio, questa dinamica può comunque organizzare uno spazio, o un tempo, di scambi tra ciò che al soggetto piace e ciò di cui si lamenta (parafrasiamo qui una formula di J.-A. Miller consacrata al sintomo e al fantasma – formula che cito a memoria).

Procrastinare le decisioni difficilmente reversibili che i progressi dell’endocrinologia e della chirurgia rendono sempre troppo avventate, è un’ambizione salubre e che va oltre le regole della semplice prudenza, tant’è vero che quello che non è chiaro lo si prova dolorosamente, quando le parole per lamentarsene fuggono così crudelmente. L’offerta di parola è urgente, cruciale: riteniamo anche la posizione di alcuni nostri colleghi, ben descritta da Jean-Claude Maleval, «coloro per i quali il transessualismo è una psicosi, e che raccomandano di “non collaborare con la psicosi”»4, pretenziosa e infondata; di fatto, scandalosamente abusiva.

La psicoanalisi, il suo discorso, deve farsi un dovere di essere là dove qualcosa resta praticabile nonostante la sua apparente impossibilità. Convocato su questo terreno, l’analista può fare affidamento, con quelli e quelle che lo vogliono, sul legame di «fraternità discreta»5 che a volte Lacan evocava, come gli capitava di annunciare: «ci hanno detto che il canovaccio rivoluzionario della psicoanalisi si sarebbe smorzato […] la rivoluzione sì, comincia a non essere propriamente lì che si pongono i problemi […] posso assicurarvi di una cosa, e cioè che qualsiasi cosa accada al fermento rivoluzionario della psicoanalisi […] quello che vi è di terribile nelle relazioni tra l’uomo e la donna non sarà per questo attenuato»6.

La certezza del transessuale gli permette di credere alla differenza radicale tra i sessi, «di aderire categoricamente quindi al “sistema di genere binario”»7. J.-A. Miller commenta questa contraddizione importante che l’esistenza del transessualismo apporta alla teoria di genere: «I generi, inizialmente, sono i tre grandi orientamenti sessuali: lesbiche, gay, bisessuali, LGB. A partire da lì i generi cominciano a proliferare, a suddividersi. In compenso, il T, lui, è discordante, in quanto per il transessuale non si tratta di una pratica sessuale ma di un cambio di identità sessuale».8 E poco prima: «il transessuale vero non va per il sottile. Il gender fluid, non fa per lui. Crede fermamente alla differenza tra i sessi e agli immobili stereotipi di genere che, a suo avviso, ne conseguono».

Ne Le Sexe des Modernes, libro importante, la perfetta valorizzazione di un’enorme erudizione, la profondità della sua intelligenza, mostrano tutto il tempo il posto centrale dell’insegnamento di Lacan in questa avventura incredibile e decisiva per la nostra civiltà: «non è un caso che Lacan incontri il termine stesso di gender a proposito dei transessuali. È come l’annuncio dello scontro epistemologico, ma anche culturale, simbolico, politico, che è in atto oggi tra la questione trans e il concetto di genere»9.

Jacques Lacan, con più di cinquant’anni di anticipo?

Lo pensiamo effettivamente e rendiamo grazie all’autore de Le Sexe des Modernes che ce lo ricorda istruendoci in un modo così esaustivo su decine di anni di dibattiti e di studi teorici cis e trans oceanici; studi e dibattiti fondamentali quando si tratta di render conto di una clinica che incontriamo poco nei nostri studi ma la cui scottante attualità diventa patente.

Traduzione: Adele Succetti

*Articolo pubblicato in francese in Lacan quotidien”, n°929, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/05/lacan-quotidien-n-929/

[1] É. Marty e J.-A. Miller, Colloquio su “Il sesso dei moderni”, in “Rete Lacan“, n°27, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/

[2] Cfr. J. Lacan, Conferenza di Lovanio, testo stabilito da J.-A. Miller, in “La Psicoanalisi“, n°63/64, 2018, pp.17-19.

[3] Citato da Fred, Épidémie de transphobie, serontet.info, ripreso in “Lacan Quotidien“, n°928, 25 avril 2021, p.22.

[4] J.-C. Maleval, Notes sur la dysphorie de genre, in “Lacan Quotidien“, n°928,  cit., p.31.

[5] J. Lacan, L’aggressività in psicoanalisi, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.118.

[6] J. Lacan, Lettres de l’École freudienne de Paris, n° 6, octobre 1969, p.94.

[7] É. Marty, Le sexe des Modernes. Pensée du Neutre et théorie du genre, Paris, Seuil, 2021, p.501.

[8] É. Marty e J.-A. Miller, Colloquio su “Il sesso dei moderni”, in “Rete Lacan”, n°27, disponibile qui: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/

[9] É. Marty, Le sexe des modernes, cit., p.7.