«La tolleranza? Certamente. La vera tolleranza avanza su ali di colomba. Non si mostra inquisitoriale ma tollerante. Parla dolcemente e in punta di piedi cammina nelle profondità del gusto. Si diffonde attraverso tutte queste pratiche che voi vomitate e che, da anni, cercate invano di estirpare»

Jacques-Alain Miller, Messaggio anti-discriminazione: quando lo Stato pretende di insegnarci la tolleranza, in “La Marianne”, 3 giugno 2021

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Messaggio anti-discriminazione: quando lo Stato pretende di insegnarci la tolleranza

In queste settimane in Francia una campagna educativa e di sensibilizzazione alla tolleranza, voluta dal Governo, ha invaso ogni mezzo di comunicazione e di diffusione, dalle pagine dei giornali ai cartelloni pubblicitari delle stazioni di bus e metropolitane alle immagini televisive.  Di seguito, la traduzione in italiano dell’articolo di Jacques-Alain Miller pubblicato nella Tribuna della rivista La Marianne il 3 giugno 2021 con il titolo: Messaggio anti-discriminazione: quando lo  Stato pretende di insegnarci la tolleranza e l’8 giugno nel blog  https://jacquesalainmiller.wordpress.com/ con il titolo: In limine. La scuola della tolleranza.

Jacques-Alain Miller

Lo psicoanalista Jacques-Alain Miller denuncia i metodi di propaganda dello Stato, in nome del Bene e della tolleranza.

Non sfuggirete! Sarete braccati, stanati, vi cercheranno fin sotto le vostre coperte, sarete destati, scossi. Sarete assaliti con ogni mezzo di comunicazione e di propaganda, televisione, video, on line, sui manifesti, sui quotidiani cartacei e su quelli digitali, con lo slogan #iofaccioladifferenza. Il messaggio antidiscriminatorio sarà cinguettato senza posa allo scopo di addestrarvi, per tre settimane sarà martellato, ripetuto, declamato, cantato, filmato, vi sarà messo sotto il naso, gli occhi, le orecchie, sarà inculcato nella testa di «tutti i francesi».

«Tutti i francesi?» Ebbene proprio così si esprime l’annuncio che promuove la campagna dimenticandosi di includere le francesi. Un punto negativo! Uno!

Chi parla? Chi parla ai Francesi? Chi rompe i timpani alla Nazione? Chi mobilita le risorse più recenti della tecnica pubblicitaria per invadere e occupare «il tempo del cervello umano disponibile» nella popolazione, secondo la famosa espressione di M. Le Lay? State tranquilli non è Coca-Cola, non è Amazon e neppure Apple. La voce che vi rintrona nelle orecchie non potrebbe essere più francese di così: il Ministero delle Solidarietà e della Salute.

«Questa burocrazia, che sguazza nel marciume dei suoi privilegi, ha deciso di sottomettervi a un bombardamento intensivo di slogan».

Ebbene sì, siamo nel paese della conoscenza e dobbiamo questa campagna tonitruante «contro le violenze e le discriminazioni» alla burocrazia sanitaria, la stessa che, da decenni e sotto ogni governo, non ha mai smesso di cercare di sradicare le pratiche di ascolto e di parola. Il suo ultimo exploit è il decreto del 10 marzo 2021, fatto per addomesticare gli psicologi, piegarli sotto la ferula del cognitivismo e, sulla scia di quanto accade, ridurre la clinica alla «biologia del comportamento» (Canguilhem).

Se questa burocrazia corrotta dai privilegi ha previsto di sottoporvi a una raffica di slogan, d’informazioni e d’immagini, è solo per rendervi, voi che siete francesi, migliori. Essa conosce il meglio, sa dove si trova il Sommo Bene e vuole che anche voi abbiate accesso al Bene e al sapere sul Bene. Agisce attraverso uno stabilimento pubblico amministrativo che è sottoposto alla tutela del Ministero della Salute: l’Agenzia nazionale «Santé Publique France». Non conoscete questo nome? È relativamente recente e sostituisce l’INPES (Istituto nazionale de prevenzione e di educazione alla salute).

Lotta contro la depressione

Ah! L’INPES! L’Istituto nazionale di prevenzione e educazione alla salute! Che nostalgia! È stato l’Istituto che, alla fine del 2007, ha lanciato nel paese una campagna di propaganda massiva per individuare la depressione, poiché, vedete, è accaduto che «eravamo già in ritardo sugli Stati Uniti», che celebrano ogni anno il Giorno nazionale della prevenzione della Depressione, il National depression Screening Day, che si svolge durante la settimana di presa di coscienza della malattia mentale, la Mental Illnes Awareness Week. All’epoca si faceva parecchio caso a un pronostico de l’OMS: nel 2020 la depressione sarà la prima causa d’invalidità nel mondo intero, prima delle malattie cardiovascolari. Il segnale è lanciato, preparatevi all’attacco! Tutti sul ponte di combattimento!

Per curiosità, guardiamo quelle che sono oggi le cause di mortalità che vanno tuttavia distinte dalle cause d’invalidità. Un documento dell’OMS del 9 dicembre 2020 è istruttivo a riguardo:

Oggi quasi non si parla più di «depressione», oggi ci si scaglia contro la discriminazione. Codice penale alla mano, si vuole inculcare in voi la tolleranza, branco di ritardati! Avete finito di ridere. Agli intolleranti faremo passare la voglia di vivere.

Lo Stato e la propaganda

Lo scopo? È detto a chiare lettere: «un cambiamento di mentalità» (Elisabeth Moreno, Ministro senza portafoglio, della diversità e delle pari opportunità, incaricata dell’uguaglianza tra donne e uomini). Ecco come, in buona coscienza, ci parlano i padroni dello Stato, in guisa di pedagoghi autoritari, sicuri del loro buon diritto, orgogliosi delle loro buone intenzioni, presi come sono nel compito di riformarci.

Il metodo? È lo stesso che per la depressione: un bombardamento a tappeto. Un glossario trovato su internet spiega che «l’espressione è americana e fa riferimento a una pratica di diffusione massiva dei messaggi pubblicitari. Questa espressione è stata tradotta imperfettamente con martellamento pubblicitario. Termine che si applica anche alla comunicazione intesa in senso largo, si tratta allora di prendere la parola il più spesso possibile attraverso annunci destinati a conquistare terreno». Il risultato? È prevedibile e sarà nullo se non inverte l’effetto atteso. La psicoanalisi ha qualcosa da dire su questo, non foss’altro perché l’inventore della propaganda moderna, che chiamiamo con un eufemismo «relazioni pubbliche», fu un nipote di Freud, Edward Bernays, il quale sfruttò ciò che aveva imparato dallo zio a profitto della nuova disciplina.

Ebbene sì, il desiderio può essere manipolato al servizio dell’atto di acquisto. Sì, in una campagna elettorale, i voti possono essere cambiati attraverso un pilotaggio intensivo di contro verità. Sì, si possono aumentare le vendite di un prodotto grazie alla suggestione, vantandolo in lungo e in largo e in tutti i toni possibili. Esaltati dal successo del marketing pubblicitario a livello della consumazione, vi autorizzate a penetrare nella sfera più intima delle persone per rieducare e trafficare sul desiderio in seno alla famiglia. Che hbris! Che intemperanza! Quale abiezione!

«La vera tolleranza avanza su ali di colomba».

Chi siete voi per arrogarvi questo diritto esorbitante che supera ogni decenza? Non siete altro che una burocrazia di Stato, una banda di alti funzionari la cui inettitudine, per molti di voi, è stata rivelata dall’epidemia di Covid. Vi siete circondati di uno stuolo di profittatori, attaccati alla vostra sottana, che nello slancio hanno aperto laboratori di rieducazione non gratuiti ed ecco che voi pretendete oggi di insegnarci la tolleranza. Si salvi chi può!

E ora, spingete l’impudenza al punto di aprire un sito che promette l’accesso a «tutto il sapere sulla sessualità»! Quelli-delle-mezze-maniche sanno tutto della sessualità! Ridiamoci su, Courteline non avrebbe osato tanto. Non invento nulla, andate a vedere questionsexualite.fr, il «portale dedicato alla sessualità di tutti i francesi» (ancora!).

La tolleranza? Certamente. La vera tolleranza avanza su ali di colomba. Non si mostra inquisitoriale ma tollerante. Parla dolcemente e in punta di piedi cammina nelle profondità del gusto. Si diffonde attraverso tutte queste pratiche che voi vomitate e che, da anni, cercate invano di estirpare.

Traduzione: Emanuela Sabatini

Undici osservazioni sulla Tesi neurologica o come fare con un paradigma epistemologico che vuole essere esclusivo per la clinica*

Hervé Castanet

«Gli dei sono morti. Sì, sono morti dal ridere

sentendo che uno di loro diceva di essere l’unico.»

Nietzsche

1. Siamo nel 2021, la storia sembra ripetersi. Ma la storia non balbetta salvo se si crede che, corsiva, è una serie cronologica in cui i fatti concreti si iscrivono gli uni dopo gli altri su una superficie vergine e quindi possono tornare alle fissazioni precedenti con uno spostamento retrogrado. La Scuola degli Annali, per la storia come disciplina di ricerca, ha spazzato via questa stupidaggine che legittima ciò che è in quanto non può essere tale. Al contrario, la storia è buchi, tagli, scansioni e i fatti derivano non dalla realtà, ma da una costruzione di racconti che li assembla, e che poi li linearizza. «Il fatto è solo d’artificio», dice Lacan. Jacques Prévert, nel suo poema, «Le belle famiglie», si è divertito ad enumerare i re di Francia sino a Luigi XVIII, aggiungendo, per ridicolizzare ogni successione cronologica: «e più nessuno più niente/ Ma che gente è mai questa/ che non ce l’ha fatta/
a contare fino a venti?» La storia non si ripete, e tuttavia un’aria di déjà-vu e di già sentito giunge, di questi tempi, agli psicoanalisti. Basterà che loro sappiano contare sino a venti, per capire quello che succede? No!

2.Circa vent’anni fa, un tentativo di uccidere la psicoanalisi fu orchestrato per farla finita con la clinica della parola e del transfert. La causalità psichica, in cui la scoperta freudiana dell’inconscio trova la propria ragione, fonda questa clinica. L’argomento per giustificare questa scomparsa programmata segnò il dibattito: «Finiamola, dicevano, certi delle loro prerogative e delle loro funzioni universitarie, con pratiche che fanno della parola di colui che soffre, o che semplicemente si interroga sulla propria vita, l’unico strumento d’orientamento.»

La frase celebre di Lacan: «la psicoanalisi non ha che un mezzo: la parola del paziente», che faceva da bussola dell’ascolto per generazioni di clinici (e non solo per gli psicoanalisti), era messa da parte come un’antifona non verificabile dagli avanzamenti della scienza basata sulle prove (evidence based medecine). Come fidarsi di quello che, in ognuno, è quanto di più impreciso, di meno affidabile, di più relativo, di meno dimostrabile: quello che ognuno dice e ordina in racconti disseminati di allusioni, di doppi-sensi e di equivochi – cioè una parola che non è padrona dei suoi enunciati che traducono (e tradiscono) un Altro discorso – quello dell’inconscio?

Alcuni, per raggiungere i propri scopi, riuscirono a mobilitare alla casaccia l’INSERM e le sue misure di valutazione, le neuroscienze e i loro zeloti, la protezione degli utenti dal rischio dei ciarlatani, gli eletti politici per legiferare, finalmente su qualcosa che era durato anche troppo a lungo. La reazione di migliaia di clinici, per i quali la causalità psichica non era una vana espressione, fu decisa e si ottenne una forma di status quo politico-amministrativo. Il legislatore rivide al ribasso le sue pretese di controllo e la scienza convocata si dimostrò, grazie a dei lavori ad hoc, nelle sue erranze scientiste, quando si applica alla vita psichica – cioè una serie di argomenti ideologici per farla finita con una clinica in cui verità e libertà si annodano. Le pratiche cognitivo-comportamentali, ritenute più efficaci e più fondate secondo i metodi randomizzati, si diffusero: di breve durata, basate sui sintomi visibili, con obiettivi fissati in partenza, non sarebbero più messe in difficoltà da quel «sapere» che sfugge all’essere parlante – il suo inconscio. Le pratiche orientate dall’ascolto, in cui il sintomo è già il trattamento di una questione non avvenuta, continuarono ad iscriversi nel campo della clinica.

La mobilitazione lanciata e portata avanti da Jacques-Alain Miller resta nelle memorie di tutti. C’è una «funzione sociale dell’ascolto»: «sradicate, scriveva, ne Le Monde del 29 ottobre 2003, la psicoanalisi […] e vedrete come per miracolo riapparire patologie scomparse, come le grandi epidemie isteriche, vedrete crescere e moltiplicarsi sette e stregoni, che si avventureranno nelle profondità della società e sfuggiranno ancor più alla censura». L’assassinio della psicoanalisi, quindi, fallì ma persistono delle cicatrici di quel tentativo.

3.Oggi, dei nuovi attacchi, in particolare contro gli psicologi, riportano alla memoria la lotta passata. Vogliono porre le pratiche psicologiche sotto l’autorità medica ed esigere che si orientino esclusivamente a partire dalla tesi neurologica. Secondo questa tesi, ciò che fa sintomo e malessere deve essere costruito come un disturbo (disorder) che ha la sua localizzazione nei meccanismi cognitivi del cervello. In tal senso, le terapie cognitivo-comportamentali sono invecchiate in vent’anni. Giacché, in quelle terapie, si continua a parlare e ad ascoltare i pazienti, anche timidamente e con riluttanza. Altrimenti, in che modo sapere quello che li agita senza le loro parole e il vaso di Pandora che in questo modo immediatamente si apre? La voce del superio scientista risuona: «Non è abbastanza scientifico. Troppe parole. Ancora uno sforzo per essere neurologici

4.La lotta degli anni 2000 verté sull’opposizione cognitivo-comportementale vs inconscio. È quella del 2021? Questa opposizione non è scomparsa, ma è diventata secondaria. È emersa una tesi principale. La tesi neurologica sostituisce la tesi comportamentale o, più precisamente, la ingloba.

Una prova tra le altre: in un decreto del 10 marzo 2021, relativo alla valutazione specifica degli psicologi verso la popolazione target dei bambini da zero a sette anni, il bambino di riferimento è pensato in termini di neuro-sviluppo. Un bambino che cresce è un «neuro-sviluppo» in atto. Chi dice sviluppo dice anche che può misurarne lo stato e determinare i disturbi che lo colpiscono. Il disturbo è arresto, modificazione, divagazione, nello sviluppo ideale lineare e normalizzato. Che fa quindi lo psicologo? «Gli interventi e i programmi degli psicologi rispettano le raccomandazione delle buone pratiche professionali stabilite dall’Alta Autorità per la salute (HAS) specifiche per ogni disturbo del neuro-sviluppo, e si basano su programmi conformi allo stato attualizzato delle conoscenze.» Tra queste pratiche si trovano sempre le terapie cognitivo-comportamentali, ma queste hanno perso la loro sicumera a favore delle terapie in cui viene privilegiato l’aspetto neurologico. Quest’ultimo occupa tale posto perchè la definizione di base lo implica. Se la vita di un bambino da zero a sette anni è sviluppo e se è questo è fondato come neurologico, allora ogni approccio dovrà avvicinarsi sempre più alla causalità neurologica che vi è postulata. Quest’ultimo occupa tale posto solo perché è implicito nella sua definizione di base.

Il neurologico è più del cognitivo che designa le modalità di funzionamento; è l’organo in cui alloggia la causa. La causa neurologica ha il suo fondamento nel cervello così come la diagnostica per immagini la consegna all’osservazione.

5.L’utilizzo della diagnostica per immagini non è che uno strumento neutro a servizio di una decodifica del funzionamento cerebrale e dei neuroni che vi alloggiano. Tale diagnostica è un vero e proprio eldorado per dei ricercatori che, in fin dei conti, vogliono studiare l’organo che rimane ancora il più oscuro di tutta l’anatomia degli esseri umani: il cervello. Fra i più brillanti, vi è anche la volontà di impiantare in ogni angolo del cervello una bandierina su cui scrivere il proprio nome. A proposito del microscopio, Gaston Bachelard aveva notato, con una formula choc, che esso non prolunga la vista ma il concetto. La diagnostica neurologica per immagini è una forma sofisticata del vecchio microscopio dei laboratori di biologia. Quale concetto prolunga? Dirlo in questi termini significa affermare un nuovo paradigma epistemologico per la scienza con le sue conseguenze cliniche. Alcuni, persino tra gli analisti, rifiuteranno di attribuire alla tesi neurologica lo statuto di «paradigma epistemologico». Non significa forse dare troppo onore a queste descrizioni in cui briciole del sapere neurologico sono sollecitate dallo psichiatra e dallo psicologo addirittura dallo psicoanalista, ormai in camice bianco, che vogliono sposare la causalità psichica con la tesi neurologica? Un paradigma epistemologico è euristico per l’appunto se deriva al contempo da una tesi di rottura, debitamente argomentata, che fondi un campo nuovo, e da implicazioni banali che ogni clinico utilizza a propria discrezione. Questo nuovo paradigma non si trova quindi negli psicologi o negli psichiatri – ancor meno nei neurologi. Questi ultimi lo utilizzano ma non l’hanno delineato.

6.Questo paradigma ha un nome: è il linguaggio della mente e appartiene al campo della filosofia. La sua tesi afferma l’indipendenza del pensiero e del linguaggio. Certo, l’annodamento pensiero/linguaggio è, in seno alla filosofia analitica e ai suoi grandi riferimenti storici, complesso. Vi sono coloro che affermano la dipendenza del pensiero rispetto al linguaggio e altri che, a rovescio, sostengono che la parola esprime il pensiero, vale a dire l’indipendenza di quest’ultimo rispetto al linguaggio. Lo stesso Frege passerà dalla tesi dell’indipendenza a quella del legame costitutivo, quindi alla dipendenza – in quanto il linguaggio dà, per lui, al pensiero la sua «forma sensibile». A questa opposizione, se ne aggiungono altre che fanno variare le definizioni della parola e del concetto. La maggiore complessità delle tesi e dei ragionamenti distingue il sapiente dall’ignorante. Il primo padroneggia il concetto che ha acquisito seguendo un continuum di apprendimenti. Il secondo può avere le parole che indicizzano solo dei pensieri confusi, vaghi. Il pensiero scientifico rientra nel pensiero pieno, il pensiero dell’ignorante è un pensiero verbale. Adottiamo due affermazioni: a) quella dell’indipendenza del pensiero dal linguaggio, b) quella del linguaggio come, e solo come, strumento del pensiero quando viene posta la dipendenza. Il linguista Chomsky arriverà persino a porre il linguaggio come un «organo» – cioè un «fatto genetico» (Lacan).

7.Queste due tesi, che si escludono ma che possono, a seconda delle definizioni secondarie utilizzate, relativizzarsi, sono interne al campo filosofico. Ognuna rifiuta la tesi freudiana di pensieri che non si sanno tali (giacché la coscienza li ignora) e che, manifestandosi, si strutturano come dei giochi significanti, in cui prevale la retorica dell’inconscio. Esse non rifiutano le conseguenze dell’inconscio e delle sue formazioni. Rifiutano la possibilità di un inconscio in cui il pensiero è un discorso. Emerge, quindi, un’obiezione: ma chi se ne frega di queste teorie filosofiche dato che esse escludono, nella filosofia, le conseguenze cliniche. Disinteressarsi di tali teorie ha finito col farci dimenticare che il legame con la clinica è già avviato e che tali teorie oggi costituiscono il basamento stesso della clinica neurologica. Il percorso è ormai realizzato: si passa dall’indipendenza del linguaggio dal pensiero alla tesi neurologica che ne fornisce la prova anatomo-cognitiva. La prova è fornita dall’immagine del cervello. Senza quest’ultima, la giunzione tra la tesi filosofica e la clinica non poteva essere assicurata.

8.Come dimostrare questa giunzione? È più semplice di quanto sembri. Andiamo a vedere quello che succede al Collège de France – luogo emblematico dell’eccellenza intellettuale alla francese. Leggiamo (brevemente) i corsi di due suoi titolari di cattedra. Da un lato, François Recanati, titolare della cattedra di filosofia del linguaggio e della mente (è succeduto a Jacques Bouveresse) dal 2019, che, da giovane, è intervenuto tre volte al seminario di Lacan. Dall’altro, Stanislas Dehaene, titolare della cattedra di psicologia cognitiva sperimentale, che vi insegna dal 2006. Nella sua lezione inaugurale, il primo sottolinea il trionfo della filosofia analitica in tutto il mondo e in particolare in Francia, che a lungo fu invece reticente rispetto ad essa. Segnala che lui ha partecipato a questa buona riuscita. La filosofia teorica fa della questione della mente scientifica il proprio riferimento fondamentale, poiché si propone di fondare il «modo formale» in filosofia seguendo i suoi due padri fondatori: Frege et Russell.

Quello che ci interessa è il riferimento che Recanati fa, nella sua lezione, alla psicologia. Per questo, egli deve affermare il riferimento alla pragmatica, che si interessa agli atti di parola nella comunicazione, di cui il linguaggio è un mezzo certo, ma non l’essenziale. La teoria degli atti di parola risponde alla domanda di quello che motiva l’agente all’intento di comunicazione. Essa apre direttamente alla psicologia: «Gli atti di parola sono degli atti. Comprendere un atto è comprendere l’intento che motiva l’agente – un intento comunicativo nel caso di un atto di parola. Per riconoscere le intenzioni comunicative dei nostri partner conversazionali è necessario l’esercizio di una facoltà studiata dalla psicologia cognitiva, ovvero la teoria della mente.» La teoria della mente delinea gli stati mentali (credenze, desideri, intenzioni, ecc..) dotati di contenuti che sono altrettante attitudini proposizionali. Due tesi si oppongono secondo i filosofi della mente: la tesi letteralista e la testi contestualista, che è quella di Recanati: in che modo si comunicano degli stati mentali? Ecco la sua risposta: «In questa concezione letteralista la proposizione espressa è un livello di contenuto linguistico, vale a dire un livello di contenuto determinato dalle regole del linguaggio. Il contestualismo, così come lo comprendo e lo difendo, rifiuta questa concezione. Nell’ottica contestualista, la proposizione espressa dal locutore – e a maggior ragione la proposizione secondo Austin – non è un livello di contenuto propriamente linguistico. É un livello di contenuto che deriva radicalmente dalla comunicazione, e la cui identificazione dipende dal contenuto degli stati mentali che sono attribuiti al locutore dal destinatario per spiegare il suo atto di parola. In altri termini, i pensieri hanno un contenuto, le frasi con cui li esprimiamo hanno un contenuto, e gli atti di parola che compiamo quando enunciamo tali frasi nella comunicazione hanno pure un contenuto, ma tali contenuti non sono tutti della medesima natura. Il contenuto delle frasi, in particolare, non è di natura proposizionale, e se le frasi esprimono delle proposizioni in un contesto, tali proposizioni non sono altro che il contenuto degli atti di parola realizzati enunciando tali frasi.» Questa lunga citazione argomentata iscrive il fondamento epistemologico della tesi neurologica in psicologia. Perché?

9.La tesi contestualista insiste sulla comunicazione e articola gli oggetti del pensiero a tutto quello che può creare un contesto indicizzato per esempio con «io», «qui», «ora». Così il nome proprio «Marcel», inteso al volo in una conversazione, è un segno tra gli altri – come il suo viso, la sua andatura, il suono della sua voce, le storie in cui è stato coinvolto, ecc. «Marcel» costituisce un «dossier mentale». Proprio perché è contestualista, Recanati fa riferimento alla psicologia, cioè a quello che è mobilitato nel locutore nelle «rappresentazioni» che si fa del suo interlocutore e in cui alloggia il suo intento di comunicazione. In altri termini, questa tesi è anti-saussuriana mentre sappiamo che Lacan fa ritorno a Freud proprio con la teoria del segno linguistico che, certo, sovvertirà rapidamente affermando la preminenza del significante sul significato. Sovvertirla non significa però annullarla. Recanati dice che la sua posizione contestualista deriva dal linguista Benveniste, che scriveva: «Si lascia l’ambito della lingua come sistema di segni e si entra in un altro universo, quello della lingua come strumento di comunicazione, la cui espressione è il discorso. Non si tratta più, questa volta, del significato del segno, ma di quello che si può chiamare l’intentato, di quello che il locutore vuole dire, dell’attualizzazione linguistica del suo pensiero. Dal semiotico al semantico, vi è un cambiamento di prospettiva radicale. […] Il semiotico si caratterizza come una proprietà della lingua, il semantico deriva da un’attività del locutore che mette in azione la lingua». Per Recanati, la linguistica ormai non è più saussuriana poichè si è appropriata e ha validato i risultati derivati dalla «filosofia del linguaggio del XX secolo». Ecco che i fondamenti epistemologici della psicoanalisi – la sua invenzione da parte di Freud, la sua reinvenzione da parte di Lacan – sono rifiutati senza essere minimamente citati, neppure come riferimenti minori. La psicoanalisi – e con essa la parola, l’ascolto e il transfert – sono forclusi dal «formale in filosofia» che fa del filosofo, potenzialmente, il pari del matematico o del fisico. La celebre frase de Lo stordito, «Una lingua fra tante altre non è niente di più che l’integrale degli equivoci che la sua storia vi ha lasciato persistere», è rifiutata dalle definizioni di questa filosofia della mente. Resta ancora da fornire le prove; e questo sarà il ruolo del neuroimaging.

10.La dimostrazione di questa affermazione si trova in Dehaene, che cita Recanati. Leggiamo la sua lezione inaugurale del 2007, che Jacques-Alain Miller ha commentato nel suo corso, Tutti sono folli, del gennaio e febbraio 2008: «Tutti i livelli di organizzazione, dalla molecola sino alle interazioni sociali, cospirano per determinare il nostro funzionamento mentale. Non c’è, quindi, compartimentazione stagna tra biologia e psicologia. Al contrario, lo psicologo e il neurobiologo, per vie differenti, mirano entrambi a comprendere in che modo una funzione cognitiva emerga dall’architettura gerarchica e incastonata del sistema nervoso. Le leggi della psicologia possono certo essere formulate, transitoriamente, tramite algoritmi formali. Tuttavia, esse saranno comprese in profondità solo quando saranno messe in relazione con tutti i livelli di organizzazione del cervello», scrive il professore. Il fondamento neuronale proposto fa appello alla diagnostica per immagini come mezzo per verificare le ipotesi proposte dalla «filosofia della mente»: «Anzitutto, intervengono delle leggi fisiche, chimiche e biologiche. Agganciare il pensiero alla biologia del cervello implica che i principi di organizzazione del vivente vincolino la nostra vita mentale. Come sottolineato da Jean-Pierre Changeux, «il cervello umano è una formidabile macchina chimica in cui si ritrovano gli stessi meccanismi molecolari in atto nella mosca drosophila o nel pesce torpedine». La clinica è convocata: «l’anomalia di tali geni o la loro interazione con dei patogeni, per esempio l’esposizione all’alcool in utero, potrebbe spiegare la discalculia ovvero l’assenza di intuizione aritmetica di certi bambini nei quali la diagnostica per immagini mette in evidenza una disorganizzazione del solco intraparietale? Ho già detto che i modelli psicologici – in ogni caso, i buoni modelli – dovevano, come l’ipotesi del neutrino, verificarsi a livello neuronale».

La conclusione apre un programma di ricerca che Dehaene persegue tutt’oggi nei suoi corsi al Collège de France e nel potente laboratorio che dirige (Unità mista Inserm-CEA di Neuroimaging Cognitiva, Orsay, 2002-2007 ; Saclay, dal 2008): «per quanto mi riguarda, credo profondamente a un rinnovamento del programma psicofisico di Fechner, Wundt, Ribot o Piéron, ma un programma che, diventato “neurofisico”, andrebbe al di là della semplice descrizione di leggi psicologiche “neurofisiche”, per ancorarsi, senza ambiguità, a livello neuronale. La spiegazione ultima degli oggetti mentali che sono le percezioni, le illusioni, le decisioni o le emozioni, deve formularsi in termini di leggi dinamiche di transizione nelle reti neuronali. […] Valuto appieno l’immensa chance che abbiamo di vivere un tempo in cui i progressi congiunti della psicologia e della diagnostica per immagini cognitive, lasciano intravedere la possibilità di rendere finalmente visibile, come a cranio aperto, l’invisibile del pensiero».

Questa teorizzazione di Dehaene, ma l’osservazione può valere indirettamente anche per Recanati, è la creazione di un nuovo reale: il «neuro-reale», come lo definisce J.-A. Miller: «il reale è diventato neuro-reale; il neuro-reale è chiamato a dominare i prossimi anni». Aggiunge: «Detto altrimenti, la neuro-clinica individuale è per domani. Non vi si può mettere a priori una barriera. Quindi ci incamminiamo verso la persuasione della diffusione, della progressiva estensione e senza dubbio ineluttabile di questa concezione a tutte le pratiche. Tutte le pratiche avranno presto un’alternativa cognitivista che ripiegherà il loro modo di fare, la loro prospettiva, sull’osservazione cerebrale». Quello che era annunciato nel 2008, oggi è realizzato. L’operazione non è conclusa, né completa. Ogni giorno, poiché la neuroimaging dispiega la sua potenza di osservazione e di misura, la clinica, quella insegnata nelle università, diviene sempre più neurologica. L’insegnamento di Dehaene è un buon indice di questo punto di arrivo: nel 2018-2019 il titolo del suo corso è «Progressi recenti nell’imaging cerebrale e decodifica delle rappresentazioni mentali»; quello del 2020-2021, «L’influenza del linguaggio e dei simboli sulla percezione e la cognizione». Tra centinaia di esempi, si può prendere quello della lezione dell’8 settembre 2020, intitolata: «Pensieri senza linguaggio e ipotesi di un linguaggio del pensiero»: delle formiche del deserto, grazie a un esperimento in vivo, mostrano di avere un pensiero logico senza linguaggio in quanto possiedono il concetto di spazio, di mappa dello spazio e dimostrano un’intenzione di rientrare nel loro nido. Ci sono dunque dei fenomeni mentali (= un pensiero) pre-linguistici. Il legame tra Dehaene e il decreto che riguarda la consulenza degli psicologi, non è difficile da trovare: dal 2010 è membro del consiglio scientifico della Direzione generale dell’insegnamento scolastico (DGESCO) e, dal 2018, presidente del consiglio scientifico dell’Educazione nazionale.

11.Che fare? Come orientarci? Il progetto di Recanati e dei suoi amici, è chiaro: lascia solo due possibilità alla filosofia: o esserne lo storiografo e ricordare quel che fu e come fu, oppure esserne un attore che coniuga la filosofia al presente. Così è per la filosofia analitica positivista della mente che aspira a essere «la» filosofia di oggi. La stessa cosa vale per Dehaene e i suoi amici cognitivisti sperimentali per la loro tesi neurologica che aspira a inglobare tutto ciò che procede da una clinica della vita psichica diventata mentale.

Dobbiamo essere gli ultimi irriducibili che vi si oppongono facendo valere gli effetti della parola in cui si scopre la forza della causalità psichica? Ma questo lavoro è già fatto e fatto bene: migliaia di libri, di articoli, di conferenze e altri seminari non cessano di riproporlo in tutti i continenti! Rimane una questione: perché questi lavori si allontanano ogni giorno di più dai luoghi di insegnamento, di ricerca universitaria e di cura? Certo, essi sono sempre presenti, attivi e vivi, ma per quanto tempo? Come agire con la tesi neurologica?

Ridicolizzarla sarebbe vano. Spiegarla con la tesi sociologica: il liberalismo di destra delle società occidentali, a servizio del capitale, valorizza i forti e produce i suoi esclusi, trova presto il suo limite – anche se ha una vera legittimità per le azioni di lotta istituzionali. Propongo di attaccare questo nuovo paradigma nella sua base epistemica e non facendo valere i nostri risultati ma smontando i presupposti che nasconde sotto il vocabolo «scienza» – farlo uno per uno, per ciascuno dei suoi presupposti che riducono la «realtà umana al cervello» affermando che «l’uomo è essenzialmente un cervello e il cervello è una macchina per trattare le informazioni» (J.-A. Miller). Sarà nostro compito terrorizzare (sic) intellettualmente coloro che si credono i nuovi Galileo leggendo, a cielo aperto, nei neuroni del cervello, la scrittura matematica del desiderio, dell’amore, del godimento, in breve della «chiacchiera del parlessere» (Lacan). Facciamo di questa lotta un’azione dei Lumi mentre la tesi neurologica ci vuole trascinare nei bassifondi dell’oscurantismo…

Traduzione di Adele Succetti e Giuliana Zani

*Articolo pubblicato su “Lacan quotidien”, n°930, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/06/lacan-quotidien-n-930/

Sull’utilità sociale dell’ascolto*

Jacques-Alain Miller

La pratica delle psicoterapie è passata da mezzo secolo a una dimensione di massa. Essa  ha progredito senza essere in nessun modo organizzata dallo Stato. Essa non ha, fino ad oggi, provocato alcun disastro che sia lontanamente paragonabile a quello della Canicola.  Si è potuto constatare, all’epoca degli Stati generali della psichiatria in giugno  (“Le monde” del 6 giugno), che una domanda di psicoterapia si manifesta massicciamente in Francia dal momento in cui ne ha occasione.

Ecco che il 14 ottobre, alla fine della giornata, l’Assemblea vota all’unanimità, sinistra e destra unite, un emendamento che conferisce al Ministro della sanità il potere di fissare per decreto le differenti categorie di psicoterapie e le condizioni dell’esercizio professionale. In assenza di qualsiasi dibattito pubblico sulla questione, non è sicuro che la rappresentanza nazionale abbia misurato tutte le conseguenze di questo breve testo.

Bernard Accoyer (Vice-Presidente del gruppo UMP dell’Assemblea), il promotore di questo emendamento, dice di aver scoperto l’anno scorso, per caso, su indicazione di un corrispondente, l’esistenza di un’inquietante ‘vuoto giuridico’, che minaccerebbe la sicurezza del pubblico. Si è proposto di colmarlo.

Noi non diciamo che il Signor Accoyer ha scoperto la luna. Tuttavia, se fosse stato facile introdurre nel campo delle psicoterapie la licentia docendi (il permesso di insegnare) e il monopolio universitario, si può pensare che questo sarebbe stato cosa fatta da molto tempo.

Se non è stato così, bisogna credere che certi ostacoli esistano. Questi ostacoli, conviene innanzitutto identificarli prima di sapere se possono essere tolti, e a quali condizioni, per quanto questo possa apparire augurabile.

La natura stessa dell’azione psicoterapica si presta male al conferimento universitario di titoli.

Fra le psicoterapie, la maggior parte di quelle che operano attraverso la parola e l’ascolto derivano dalla psicoanalisi (e questa, secondo Michel Foucault, dalla pratica della confessione). Ora, fin dall’origine è un fatto che le teorie differiscono sui parametri del trattamento psicoanalitico come sui fattori che concorrono alla sua efficacia. La natura precisa dell’‘inconscio’ è controversa. Freud stesso ha più volte cambiato teoria. Le correnti si sono moltiplicate e a lungo combattute. Si nota attualmente una certa tendenza alla quiete, ma anche alla frammentazione. Lo sviluppo della disciplina ha dunque proseguito da un secolo fuori dall’Università, essa è profondamente antipatica all’ideale universitario tradizionale, questo tanto più perché si esige che il praticante sia lui stesso passato come paziente attraverso l’analisi, sottoposto a tutti i rischi di una relazione interpersonale, confidenziale per natura. Lo Stato nella sua saggezza si era dunque guardato dal legiferare a questo proposito, a dispetto delle tentazioni che periodicamente ritornavano di ‘colmare un vuoto’.

Cosa è cambiato? Anzitutto, a lato della psicoanalisi propriamente detta, pratica rara e esigente, la domanda sociale ha fatto nascere numerosi surrogati e contraffazioni; l’opinione pubblica esige adesso la protezione del consumatore.

Nello stesso tempo, la medicina, illuminata dalla scienza, è uscita decisamente dall’empirismo e ha conosciuto dei progressi sensazionali, che portano a pensare a come la psicoanalisi possa usufruire di nuovi approcci: codificazione delle pratiche, valutazione matematica dei risultati, costruzione di serie statistiche, elaborazione di

protocolli, ‘conferenze di consenso’ standardizzazione delle ‘condotte da tenere’, ‘procedimento trasversale’.

Lungi da noi l’idea di screditare la scientificità della medicina che è un beneficio. Solamente, accade che, almeno a nostro avviso, i metodi che hanno fatto meraviglie in cancerologia e in epidemiologia incontrano degli ostacoli di struttura in psicoanalisi.

In effetti, per quanto possa apparire sorprendente, in psicoanalisi è ciò che dice il soggetto del suo sintomo che costituisce il sintomo stesso. Altrimenti detto, a differenza del sintomo medico o psichiatrico, il sintomo nel senso analitico non è oggettivo, e non può essere valutato dall’esterno; la valutazione stessa della guarigione è anch’essa tributaria della testimonianza del paziente. Siamo a mille leghe dalla pratica medica contemporanea, che tende sempre di più fare a meno di interrogare il paziente per estrarre dal corpo un insieme di cifre. Fino all’emergenza della psicoanalisi, l’oggettivazione dei migliori psichiatri li conduceva d’altronde a considerare le donne isteriche come delle simulatrici, e le loro malattie come immaginarie.

Se il nome di Freud è restato nella memoria di tutti, è perché è stato il primo ad oltrepassare gli ideali della scientificità che l’aveva formato e a riconoscere, nei termini se non scientifici almeno compatibili con la scienza, il reale singolare e invisibile che era presente nella sofferenza dell’isterica. Quando il dottor Accoyer esercita la sua pratica di ORL, il tappo di cerume è là che ostruisce il condotto uditivo egli lo ammorbidisce, lo estrae. Nei disturbi nevrotici lo sguardo medico non vede niente.

I trattamenti di pura suggestione dove opera il solo ascendente della ‘personalità forte’ e che non sono affatto scientifici, non sono però senza alcuna efficacia. Altrimenti non si capirebbe perché gli aruspici, gli astrologi, i Rasputin abbiano in ogni tempo frequentato i corridoi del potere. Dei cattivi spiriti sostengono anche che il carisma dell’uomo politico, e anche del leader religioso, sarebbe dello stesso ordine di questi ciarlatani.

Nel trattamento psicoanalitico l’analista tenta di sottrarre il fattore della sua personalità: diminuisce i segni della presenza, tende all’impersonalità, si fa invisibile, usa raramente la parola. Secondo le scuole, egli deve, per raggiungere la posizione ideale, pensare sempre alle sue proprie questioni, o non pensarci mai. C’è sempre un accordo molto generale nel dire che il fattore personale rimane come residuo, e che questo residuo è irriducibile. Egualmente, per quanto lunga e esigente essa sia, un’analisi detta didattica, quella che mira a preparare un soggetto a esercitare la psicoanalisi, non giunge mai ad annullare questo resto. Il soggetto scientifico può pretendere l’impersonalità, il soggetto analitico no.

La valutazione di questo fattore – chiamiamolo fattore piccolo (a) – è molto difficile. Non si arriva a calcolarlo, non più di quanto si possa ‘contabilizzare’ la libido freudiana. Esso corrisponde piuttosto a quello che i contabili dell’amministrazione militare chiamano un’uscita di scrittura: un caso che esce dal quadro. Se Freud ha scritto tanto, e rinnovato costantemente i suoi approcci, si potrebbe dire che è precisamente perché voleva disperatamente catturare questo piccolo (a) nel discorso scientifico, e farne un oggetto come gli altri. Poi è venuto Lacan, che ha dovuto  concludere che c’era nel mondo un tipo di oggetto che non era stato rintracciato fino ad allora (almeno in Occidente): lo ha chiamato l’oggetto piccolo (a).

Dal lato dell’analista questo oggetto è la molla dell’atto analitico; dal lato del paziente, è il risultato dell’operazione. La sua valutazione richiede delle procedure singolari e evidentemente confidenziali. È per questo che la formazione degli psicoanalisti è stata tradizionalmente assicurata dopo Freud fuori dall’università, in associazioni, che garantiscono la formazione e la pratica dei loro membri.

La maggior parte di quelli che lavorano, o hanno lavorato per molti anni, nelle istituzioni pubbliche; la stragrande maggioranza ha dei diplomi universitari di psichiatra o di psicologo; altre formazioni universitarie sono egualmente accolte; ma queste formazioni precedenti non si confondono in nessun modo con la formazione psicoanalitica, che è specifica. Non precedenti bensì preliminari. Ciascuna associazione ha i suoi protocolli di valutazione e di accreditamento, controllati senza sosta da colleghi attraverso molteplici incontri.

Ciò che ha scioccato nell’episodio attuale, che dovrà essere rapidamente superato, è la discrezione troppo grande e la precipitazione che hanno contrassegnato l’elaborazione e il voto di questo infelice emendamento, e soprattutto il linguaggio dell’urgenza e della minaccia che è stato usato. Questo stile di intimidazione non era degno della rappresentanza nazionale, e non era appropriato a una materia che chiede di essere trattata con tatto e discernimento, con tutto il rispetto che merita il dolore psichico, anche se esso non appare sulle immagini dell’IRM, con il rispetto anche di questi psicoterapeuti indipendenti talvolta senza diplomi che gestiscono onestamente un piccolo carisma personale offrendo un ascolto attento e modesto alle miserie del mondo.

Ci sono evidentemente in questo campo degli operatori molto dannosi che abusano della credulità pubblica, diffondono delle frottole, prodigano sconsideratamente delle promesse di felicità. Ci sono anche le sette, di cui il Signor Accoyer giustamente si preoccupa, senza dimenticare gli industriali dello psy-business, che accumulano delle fortune, ma si può temere che questi qui non siano degli intoccabili.

No, ‘i 30.000 psicoterapeuti operanti in Francia’ come si dice attualmente, non sono assolutamente, in quanto tali, una minaccia. Al contrario essi assicurano una funzione sociale importante anche se non regolamentata.

Fate scoppiare per decreto l’involucro dell’ascolto che avvolge la società, il cuscino compassionevole sul quale è seduta la società, fate scoppiare i timpani di tutte queste orecchie, sradicate la psicoanalisi, rendete la vita impossibile agli psicoterapeuti, date libero corso al padrone moderno che avanza nel fragore dei suoi protocolli e delle sue accreditazioni, tutto attrezzato di carote e di bastoni, e vedrete come per miracolo riapparire patologie scomparse, come le grandi epidemie isteriche, vedrete crescere e moltiplicarsi le sette e gli stregoni, che si immergeranno nelle profondità della società e scapperanno tanto più alla vostra censura.

Bisogna sapere che le pratiche dell’ascolto sono votate a diffondersi in tutta la società. Esse sono ormai presenti nelle imprese come nella scuola, e ognuno può constatare che esse ispirano anche lo stile del discorso politico contemporaneo. L’ascolto è diventato un fattore della politica, è un obiettivo della civilizzazione. Se ora bisogna quindi arrivare a inquadrare questo settore in crescita accelerata, questo deve essere fatto in piena conoscenza di causa, con l’accordo degli attori seri, nella serenità e anticipando i contro – effetti.

Una regolamentazione deve passare attraverso la creazione di un ‘atto psicoterapeutico’ che adesso non esiste? Se fosse realizzato, sarebbe un atto comune ai medici e ai non medici, quindi considerato come squalificato rispetto alla prescrizione medica: dovrebbe essere rimborsato aggravando di altrettanto i budget della Sicurezza sociale, e subendo le inevitabili restrizioni che si annunciano. Si sa, dall’esempio della Svizzera e dei paesi scandinavi l’uso che può essere fatto dell’appello alla ‘buona pratica’ per giustificare qualsiasi sorta di restrizione all’accesso delle psicoterapie. Si sa anche quanto la diagnosi può essere incerta in questo campo.

In ogni caso, sarebbe eccessivo includere in questo quadro la psicoanalisi, come propone il dottor Cléry -Melin nel rapporto che ha fatto all’inizio di ottobre al Ministro della Sanità. Questo non presagirebbe nient’altro che la regressione profonda della disciplina, il suo avvilimento seguito dal suo deperire. Si è visto accadere questo in parecchi paesi, segnatamente negli Stati Uniti d’America. È questa ‘l’eccezione francese’ che si detesta e che si vuole far sparire?

Immaginiamo che la frontiera oggi porosa fra l’atto terapeutico e l’attività detta di  counselling  si indurisca. Gli psicoanalisti si vedrebbero forzatamente iscritti da questa parte. Delle reti si costruirebbero analista – consulente, medico internista prescrittore occasionale, clinica privata – evitando il passaggio attraverso lo ‘psichiatra coordinatore regionale’, vero prefetto della salute mentale, previsto dal dottor Cléry-Melin. Si arriverebbe molto presto a una stratificazione della distribuzione delle cure. Quello che fino ad oggi era accessibile al pubblico, talvolta con qualche errore di attribuzione (certi schizofrenici trattati con sedute quotidiane di psicoterapie, contabilizzate sui fogli di cura rimborsate), sarebbe ormai gerarchizzato; l’ineguaglianza delle classi sociali di fronte alla cura si accentuerebbe ancora; la psicoanalisi sarebbe allora riservata alla classe media agiata (upper middle class).

Quando è in gioco la salute pubblica e nel campo così delicato della salute mentale è stato molto imprudente legiferare senza aver aperto il minimo dibattito pubblico. La congiunzione fra il voto dell’emendamento Accoyer e la presentazione del rapporto Cléry-Melin ha reso più penoso l’episodio, e l’ha fatto qualificare come guet-apens.

Ma sarebbe vano arrestarsi a dei processi di intenzione. Conviene che l’emendamento Accoyer sia ora ritirato. Esso avrà avuto il merito di aver risvegliato gli psicoanalisti e al di là tutti quelli che non credono che le vie dell’avvenire delle nostre società possano essere tracciate dal calcolo clandestino di valutatori di pretesa universale. Contiamo che il Senato saprà lasciare al dibattito pubblico l’opportunità di svilupparsi nell’opinione illuminata.

Traduzione di Giovanna Di Giovanni

*Articolo pubblicato ne “Le Monde” giovedì 30 ottobre 2003 in prima pagina e in seguito su “Appunti”, n°102, gennaio 2004.

La Scuola e la psicoanalisi in estensione

Carlo Viganò

Nel fondare la sua Scuola Lacan osserva che Freud non aveva tenuto conto, a livello della pratica istituzionale, della sua stessa analisi della Massenpsychologie. Affidando la trasmissione della psicoanalisi ad una istituzione del tipo di quelle da lui analizzate, Freud dimostra di affidare la continuità dell’esperienza analitica unicamente alla ricerca di ciascun analista. La società analitica aveva il compito di favorirne la discussione e di facilitare la diffusione della psicoanalisi pura, di cui anche la cura è un’applicazione. Si può dire che la garanzia della trasmissione sia ancora affidata ad un’etica della scientificità. Pur militando perché si dimostrassero le applicazioni della psicoanalisi (creazione della rivista Imago, insegnamento universitario di Budapest, formazione del medico e dell’educatore, ecc.), Freud non si aspettava nessuna garanzia da questo lavoro per il progresso della dottrina.

Lacan nella Proposition attenua molto il dualismo tra psicoanalisi pura e applicata e invece propone un’articolazione tra l’esperienza dell’analisi e la sua trasmissione. I modi dell’applicazione entrano nella garanzia della purezza e quindi anche il meccanismo istituzionale deve tener conto della critica freudiana del gruppo sociale centrato sulle correnti immaginarie dell’aggressività, della fondamentale “cecità del punto di vista sociale” (Seminario VII, cap. 1). Per Lacan non c’è psicoanalisi applicata che si distingua da quella pura, infatti nel Seminario XI arriva a dire che l’inconscio è storico. Nella Proposition per mantenere articolato il reale in gioco nell’esperienza della psicoanalisi, tra cura e società analitica, Lacan parla di psicoanalisi in intensione e in estensione.

Qui mi interessa esaminare l’idea di estensione in quanto permette di sottrarsi alla logica dell’”applicazione” e quindi della riduzione dell’analisi a teoria o a sapere. Per renderci conto dell’importanza di questo passaggio, basta ricordare qualche esempio di questo genere di riduzionismo.

  • A livello della direzione della cura. Genetismo, relazione d’oggetto, introiezione e intersoggettività sono diverse tendenze del dopo Freud che, tutte, non sfuggono al revisionismo del legare il registro simbolico a quello immaginario del transfert non borromeicamente, cioè senza che vi sia esplicitato nulla del reale.
  • Lo psicoanalista nelle istituzioni. Anche qui la logica dell’applicazione fa sì che si perda il reale dell’esperienza, dietro una teoria psicodinamica.
  • L’introduzione del borderline come categoria nosografica laddove esso non può che evidenziare una frontiera della tecnica.
  • L’elemento qualitativo, cioè la diffusione dell’ascolto di un insegnamento della psicoanalisi, quando viene confuso con l’estensione.

Nella Proposition Lacan, per fondare la Scuola sulla psicoanalisi in intensione e quindi per affermare che non si può pensare l’insegnamento come fondante (vedi Atto di fondazione), introduce la passe. Secondo un’espressione di J.-A. Miller, ripresa la volta scorsa da Posillipo, essa è “elaborazione provocata”, che evidenzia la “stimolazione che è sempre significante” in atto nell’intensione analitica. L’effetto del transfert, messo in luce dall’algoritmo proposto nella Proposition, ne sottolinea l’effetto semantico, la struttura di significazione.

È proprio questo effetto semantico, credo, che spinge Lacan a riprendere il termine di estensione, usato per la prima volta da Frege nell’opera Senso e significato del 1892. Frege distingue due classi di significati delle configurazioni linguistiche (che Lacan adotta, riportandole alla significazione del transfert):

  • i significati come estensioni, che rappresentano il riferimento concreto;
  • i significati come intensioni, che ne rappresentano il contenuto concettuale.

È una distinzione antica, già presente in altre logiche, come in quella degli stoici. Mentre è abbastanza semplice comprendere cosa siano intensione ed estensione per quanto riguarda i nomi propri e i predicati (l’estensione sono le persone concrete o le persone e le cose legate tra loro dai termini del predicato), più complicato si è rivelato il caso delle proposizioni. Ed è proprio il nostro caso, dal momento che nella passe non è solo questione di nominare qualcuno, ma di fare uno sviluppo logico alla significazione del transfert. In altri termini la Scuola non si pone come la società di coloro che sono passati, dato che essa coincide con la concretezza del passaggio.

Frege aveva espresso un criterio: “l’estensione (e rispettivamente l’intensione) di un’espressione non deve cambiare quando nell’espressione si sostituisca una sottoespressione con un’altra che abbia la medesima estensione (e rispettivamente la medesima intensione)”. La cosa non è agevole, soprattutto se si introduce nella proposizione una relativa, perché rivela l’eccessiva vaghezza della definizione di intensione. Un’estensione può generare un’intensione di secondo livello, ecc.

Storicamente è successo che si siano sviluppate prevalentemente delle teorie dell’estensione. Ad esempio esse ci possono permettere di differenziare il valore semantico di due espressioni come queste: “io sono analista della Scuola” e “la Scuola dice che io sono analista”. I tentativi di Carnap e di altri per ridare forza all’intensione non pare abbiano portato lontano.

Dunque Lacan si distacca da questi sviluppi della teoria del significato, quando – sempre nella Proposition – dichiara: “pretendo di designare nella sola psicoanalisi in intensione l’iniziativa possibile di un nuovo modo di accesso dello psicoanalista ad una garanzia collettiva” (Prima versione, p. 20). Opera cioè un rovesciamento (che ricorda quello dell’algoritmo saussuriano): mentre in quelle logiche l’intensione conserva sempre i caratteri dell’universale, che poi si estende a diversi mondi particolari, per Lacan l’estensione non è il caso particolare, ma l’orizzonte.

Non un orizzonte generico, al punto che senza di esso ogni riferimento all’intensione risulterebbe pura follia. È un orizzonte che si può connettere solo con la topologia, si tratta infatti di una connessione reale: “conformemente alla topologia del piano proiettivo, è all’orizzonte stesso della psicoanalisi in estensione, che si annoda il cerchio interno che noi tracciamo come beanza della psicoanalisi in intensione” (Proposition, p. 25).

Dunque l’intensione opera nell’estensione come beanza: l’atto in cui l’analista si specifica e si riconosce è quello di uno svuotamento nell’orizzonte istituito come società (immaginario), Edipo (simbolico) e processo di segregazione (reale). Per questo Lacan non può più pensare, come Freud, una società analitica e pensa la Scuola come atto, fondazione della sembianza del legame sociale. Con Lacan l’analista è dove si fa Scuola, nel senso, già citato sopra, dell’atto della fondazione: “Se per questo insegnamento – il Seminario di Lacan – in effetti, l’esistenza di un’audience che non ha ancora colto la sua misura, si è rivelata in quella stessa svolta che ha imposto la Scuola, è comunque più importante rimarcare ciò che li separa”. Ciò che separa Scuola e insegnamento è il tempo di un atto (scansione che si può cogliere solo nell’après-coup).

Un esempio di questo reale è l’effetto che si produce per l’analista nell’estensione (quando insegna): si trova nella posizione dell’analizzante. Mentre “per poco che l’atto ceda, l’analista diventa il vero analizzato” (Scilicet 1, p. 47). Lacan sta parlando dell'”atto di questo compito (l’intensione) che è l’impegnarvi gli altri”. E aggiunge: “il patetico del mio insegnamento è che esso opera in questo punto. È ciò che trattiene il pubblico, al di là di ogni critica. Esso sente che vi si gioca qualcosa, di cui tutti parteciperanno”.

È il punto che giunto nella logica dell’intensione-estensione, punto impensabile di tenuta del nodo borromeo, che può aiutarci a bucare la frontiera tra l’interno e l’esterno. Togliete la Scuola e vedrete collassare l’intensione sull’estensione. Per questo anche nel luogo dei membri (società) il transfert di lavoro dovrà scavare una beanza dentro all’orizzonte creato dall’insegnamento.