«spero che sarete accoglienti con i più giovani, che non dimentichiate che anche voi siete stati dei giovani che hanno iniziato»

Jacques-Alain Miller, Presentazione del n°9 della Rivista di Psicoanalisi in Russia, 15 maggio 2021

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°34 – 26 giugno 2021

In copertina:
Aleksandr Deineka, La staffetta, 1945, bronzo

Foto di Alfredo Cacciani dalla mostra:
Aleksandr Deineka: il maestro sovietico della modernità,
19 febbraio/1 maggio 2011, Palazzo delle Esposizioni, Roma

Presentazione del n.9 della Rivista di Psicoanalisi in Russia*

15 maggio 2021

Jacques-Alain Miller

Mi sentite? Sì, parlo qui. Ancora non ho imparato il russo. Lo ascolto. È da molto tempo che non vi vedo, ragazzi. Mi fa piacere vedervi. Non sento. C’è molta eco.

Potremmo quasi fare una seduta di analisi. Avreste il divano a Mosca e la poltrona sarebbe a Parigi. Sarebbe formidabile. Cominciamo?

Questa è solo la seconda videoconferenza che faccio via Zoom. Devo dire che avevo una certa fobia di Zoom. Per me parlare richiede la presenza fisica. Avevo la necessità di seguire gli effetti del mio discorso sui volti dei miei interlocutori. Sono molto attento agli occhi. Si riconosce davvero rapidamente lo sguardo di qualcuno che non capisce e mi fa anche molto piacere vedere quei lampi di comprensione che posso riuscire a far sorgere. Avevo l’idea che con Zoom non si potesse vedere tutto ciò. Che errore! Al contrario! Via Zoom si vede perfettamente il volto di alcuni interlocutori. E quando mi sono reso conto di questo nella mia prima esperienza Zoom, non solo la mia fobia è sparita ma è stata rimpiazzata da una vera giubilazione. Adoro Zoom! Sono molto contento per questa opportunità di riprenderlo con voi.

Il mio primo Zoom è stato in lingua spagnola. Io parlo spagnolo e mi rivolgevo a colleghi della Spagna e c’erano migliaia di persone ispanofone che erano connesse con la conversazione, specialmente dall’Argentina. In Argentina tutti sono in analisi. Il tassista è in analisi. Quando sa che trasporta un analista, gli parla della sua analisi. Quando Judith era con me in Argentina, e quando il tassista ha visto che era parente di Lacan, le ha chiesto se era la figlia del famoso analista. In Argentina, si nuota nella psicoanalisi. Non è ancora così in Russia. Ma è prezioso parlare anche ai russi come sto facendo oggi perché avete la fortuna di essere pionieri. La psicoanalisi inizia a espandersi in Russia. Si sta espandendo grazie e voi e un po’ anche grazie a noi che siamo impegnati con voi su questo fronte. Allora, primo Zoom, Spagna, Argentina, Brasile e tutta l’America Latina, e, secondo Zoom, Russia, terra di promesse per la psicoanalisi. La psicoanalisi comincia a essere ricercata anche in Cina, ma con molti più problemi di quanti ce ne siano per noi, perché una gran parte della Russia è europea. Condividiamo abbondantemente la stessa struttura mentale, le nostre lingue hanno strutture comparabili, ma è molto diverso in Cina. Il cinese aspetta con pazienza un Lacan o un Freud cinese. Non l’ha ancora incontrato.

Rimaniamo in Russia e direi che la scelta dei testi per la rivista è una scelta eccellente, specialmente la scelta dei miei testi. Perché sono testi dove riesamino nella maniera più semplice i fondamenti della psicoanalisi. In uno di questi presento la seduta analitica vista dall’esterno, in qualche modo in maniera behaviorista, comportamentista. In un secondo testo mi occupo dell’interpretazione e identifico inconscio e interpretazione. Spiego che l’interpretazione non è un metalinguaggio dell’inconscio, ma che sono allo stesso livello, nello stesso registro del linguaggio. E in un terzo testo descrivo il dottor Lacan che fa le sue presentazioni di malati, ovvero, che interroga pazienti psicotici in ospedale. Mostro come utilizza il linguaggio, il suo modo di non capire, e come fa percepire delle cose che altrimenti resterebbero invisibili e inaudibili.

Il punto comune di questi testi è il seguente: la psicoanalisi prima di tutto è una pratica. Vale a dire, non è propriamente una teoria. La teoria è uno sforzo di riflessione sulla pratica analitica. La pratica è un fatto a partire da Freud. Per Freud, evidentemente, era diverso. Per Freud la psicoanalisi derivava da una teoria o da uno sforzo teorico che lo portò a cercare, a costruire il suo dispositivo analitico. Si rese conto che doveva lasciar parlare liberamente i suoi pazienti. Non doveva avere un questionario preparato in anticipo. Per un periodo sperimentò l’ipnosi, poi l’abbandonò. Per un periodo toccava la fronte ai pazienti pensando che questo li avrebbe aiutati a liberare la loro parola. Perché introdusse il divano? Lo disse con molto onestà e semplicità. Era molto faticoso per lui avere lo sguardo dei pazienti su di lui per un’intera giornata quando li riceveva. Risolvette il problema facendo in modo che il paziente non lo vedesse.

Noi, la nostra generazione – la mia generazione è ovviamente più vecchia della vostra – incontriamo la psicoanalisi come un fatto. Si pratica e pratichiamo la psicoanalisi nella nostra società. Per questo non mi disturba dire che la psicoanalisi è un fatto sociale che può essere esaminata dai sociologi come un fatto sociale. È meno un fatto sociale in Russia che in Francia. È questo ciò che fa di voi dei pionieri. Ho cercato di essere un pioniere espandendo la psicoanalisi lacaniana nel mondo perché quando morì Lacan c’era essenzialmente una Scuola in Francia. In Belgio, per esempio, che è molto vicino, non c’era una Scuola propriamente lacaniana. C’erano dei belgi che si analizzavano a Parigi. In Belgio avevano costruito una Scuola eclettica dove si faceva riferimento anche ai grandi anglosassoni come Bion, Winnicot o anche Szondi. E Lacan era uno tra gli altri. Lacan è stato anche in Svizzera, ma non riuscì a creare un gruppo lacaniano. Viaggiò molto in Italia che era un paese che gli piaceva molto, aveva analizzanti italiani che andavano a Parigi, ma erano divisi in varie correnti. C’era una corrente cattolica, ovviamente lacaniano-cattolica; c’era una corrente lacaniano-socialista, c’era un alunno statunitense sposato con un’italiana che era una specie di diva, eccetera. Ma non ci fu una Scuola lì nonostante i suoi sforzi. Ci furono solo due o tre argentini che si mostrarono timidamente verso la fine della vita di Lacan.

Oggi la situazione è molto differente. Ci sono sette grandi Scuole lacaniane nel mondo, e di ciascuna ho scritto gli statuti. C’è un’Associazione Mondiale di Psicoanalisi che è lacaniana e che rappresenta un numero che è il 10% dell’International Psychoanalytical Association. L’IPA fu fondata da Freud nel 1926. Aveva alcuni vantaggi a quei tempi rispetto a noi. Siamo un challenger, ovvero, tutti noi siamo in qualche modo dei pionieri e come disse un grande politico cinese: «Quello che conta non è ciò che è grande e rimpicciolisce, ma quello che è piccolo e cresce». Spero che un giorno ci sarà una Scuola Lacaniana Russa. In quel momento, sarete dei vecchi, sarete i vecchi di questa Scuola e spero che sarete accoglienti con i più giovani, che non dimentichiate che anche voi siete stati dei giovani che hanno iniziato.

Ho presentato un po’ un panorama generale. Ho detto il contesto in cui parlo. Aggiungerò che parlo per voi perché considero che siete gente molto seria. Prenderò l’esempio di qualcuno che conosco bene, la nostra amica Inga. Posso dire che è un’analizzante molto seria, che fa molti sforzi per poter andare a Parigi, e che ha realmente un gusto per la psicoanalisi. Si è anche iscritta al Dipartimento di Psicoanalisi di Parigi VIII. Ha fatto una tesi eccellente di investigazione clinica e spero che potremo pubblicare questa tesi in francese. Ritengo che i russi siano nella psicoanalisi, e anche se con grandi difficoltà, che siano dei grandi guerrieri applicati, per riprendere l’espressione di Lacan. È un’espressione che Lacan ha preso da Jean-Paulhan.

Passiamo quindi al fondamento della psicoanalisi, della psicoanalisi come pratica. Rimarrò a livello dei fatti perché ho cominciato così.

Il primo fatto è l’ascolto. È ora ammesso, credo in tutti i paesi del mondo – occorre essere prudenti, non li conosco tutti, oggi con i mass media si ricevono notizie da tutti i paesi del mondo in modo più o meno esatto – che ascoltare qualcuno dire il suo malessere, dire ciò che di doloroso accade nella sua vita, ascoltare senza punirlo, senza sanzionarlo, senza disapprovarlo, è ammesso ovunque che questo faccia bene, il fatto di essere ascoltato in questo modo; che questo produce una soddisfazione. Nella civilizzazione universale dei nostri giorni questo ascolto è valorizzato. Possiamo dire che lo si sapeva da sempre, per esempio, per la pratica della confessione nella religione cattolica e nella religione ortodossa. Per esempio, è la tesi che sostenne Michel Foucault quando volle cancellare il taglio freudiano. Amava dire che la psicoanalisi era una piccola variazione sulla pratica della confessione. È una tesi polemica molto divertente, ma era un gioco. Non era qualcosa di serio. Il dispositivo religioso è totalmente diverso dal dispositivo freudiano. La confessione è un sacramento, uno dei sette sacramenti, la cui finalità è perdonare i peccati del penitente. Vale a dire che da subito quando qualcuno si presenta alla confessione entra nella sfera di un grande giudice, un grande giudice che è Dio, agli occhi del quale le persone si considerano colpevoli. E, grazie all’intermediazione del prete, riceveranno la punizione dei peccati e l’assoluzione. È molto diverso, non ha niente a che fare con il dispositivo freudiano. Nel dispositivo freudiano non c’è il grande giudice, non c’è peccato, non c’è l’interrogatorio sui peccati come definiti in anticipo, non c’è la punizione – a meno che non vogliamo considerare che pagare la seduta sia una punizione – e tantomeno c’è l’assoluzione dei peccati.

Ora vorrei andare nella direzione del mio vecchio maestro Foucault – perché mi piace molto Foucault, ho lavorato con Foucault, ho accompagnato Foucault agli archivi Charcot. E Foucault mi diceva: «Non capisco niente di Lacan. Dovresti spiegarmelo un giorno». Non ne abbiamo trovato il tempo. Quindi, in un certo modo, non capì mai Lacan, ma questo non gli impedì, il giorno in cui morì Lacan, di rendergli un bell’omaggio. Credo che capisse il primo Lacan. Nella sua formazione di filosofo, direi che lesse i primi grandi articoli di Lacan, in modo particolare il suo grande testo sulla psicosi, e questo ebbe evidentemente molta influenza su di lui. E non bisogna dimenticare che nel suo gran libro che si chiama Le parole e le cose e che è un’archeologia delle scienze umane, considerava che il punto culminante delle scienze umane fosse la linguistica strutturale di De Saussure e Jakobson, l’antropologia strutturale di Lévi-Strauss e la psicoanalisi di Lacan. Rileggiamo la conclusione di Le parole e le cose. È quello che dice a chiare lettere. È il Lacan successivo che non capiva.

Vorrei andare in questo senso dicendo che c’è qualcosa dell’assoluzione in psicoanalisi. Per il solo fatto che si riceva qualcuno per ascoltarlo, non lo si rifiuta, lo si accetta. Così, in un certo modo, è già accettato, è già accolto. Ovvero, «qualsiasi cosa tu abbia fatto, ti ammetterò alla mia compagnia e ti ascolterò». E questo produce un sollievo nel soggetto. Lo vediamo molto chiaramente nei casi di omosessualità che non osano dichiararsi come tali alla società o ai propri familiari e che sono pieni di senso di colpa. Il fatto di venire da uno psicoanalista e vedere che questo non lo rifiuta, non gli dice «Ti curerò dalla tua omosessualità», non gli dice «Farò in modo che il tuo modo di godimento scompaia», è per il giovane gay come essere reinscritto nell’umanità, è come dirgli che nel mondo ci sono più cose rispetto alle norme tradizionali. E per lui l’entrata in analisi è una liberazione. E direi che questo funzionava così già da prima che lo psicoanalista se ne rendesse conto, dato che per molto tempo molti analisti hanno creduto  che si dovesse curare l’omosessualità, mentre il dispositivo in sé diceva altra cosa. È per questo che la psicoanalisi è sempre stata più avanti degli psicoanalisti. Ed è ancora così ora. Io corro come un’anima che fugge il diavolo – non so se si conosce questo modo di dire – vado molto veloce per cercare di acciuffare gli effetti della psicoanalisi che vanno più veloce di me. Quando il transessuale dice che è perfettamente normale voler cambiare il corpo, è evidentemente una conseguenza della psicoanalisi. La psicoanalisi è parte in causa qui. Questo non vuol dire che dice esattamente quello che dicono i trans. Ma deve riconoscere che il movimento trans è un proprio figlio. Perché siamo di fronte a un effetto generalizzato delle rivendicazioni della depatologizzazione, la rivendicazione della depatologizzazione per tutti i malati di mente, del fatto che quelli che chiamiamo malati di mente non lo sono ma sono forme dell’essere, e questo è un punto di vista conseguente alla psicoanalisi. Voi sapete che Freud distingueva nella sua clinica tra nevrosi, perversione e psicosi, ammesso che ci sia una categoria clinica della perversione, ma Lacan giunse anche a considerare che ogni desiderio è perverso. La causa di ogni desiderio è marchiata da una radice perversa. Non c’è desiderio puro. Il desiderio passa sempre attraverso quello che si chiama oggetto a che è un elemento contingente in grado di suscitare il godimento di un soggetto.

Prendo un esempio. Non voglio prenderlo dalla mia pratica, ma dal mio proprio caso. Farò una testimonianza. Sono eterosessuale. In questo modo sono normale, ma c’è qualcosa che mi attrae particolarmente nelle donne, è la forma del corpo. È una cosa molto precisa che ho incontrato nella letteratura, segnalata da Lacan, che si ritrova nell’artista inglese del XVIII secolo che si chiama Hogarth, William Hogarth. Disegnò una linea sinuosa che chiamò la linea della bellezza, The line of beauty, un’ondulazione fatta così. Bene, quando una donna presenta qualcosa di quest’ondulazione, questo risveglia il mio desiderio. È un elemento e posso dire da dove viene, dato che ho fatto un’analisi: ho ritrovato che all’età di sei anni ero affascinato da un’immagine di donna in un fumetto comico all’interno di un periodico che rappresentava una femme fatale in mezzo a gangsters e detectives. Era un fumetto comico tratto da una novella di Peter Cheyney, che poi diede luogo a film francesi. All’età di sei anni ero affascinato dalla linea del corpo disegnata in questa femme fatale. Voglio dire, sette anni. E ora che ho settantasette anni, sono ancora sensibile a questa linea della bellezza. È ciò che diceva Jean Cocteau: «Ciò che è terribile della vecchiaia è che uno resta giovane». È veramente un mio elemento nella relazione con le donne, non è solo la linea della bellezza. Non posso esporre tutta la mia analisi davanti a voi, anche se tra i lacaniani quando uno finisce l’analisi lo racconta. È questo che si chiama la passe. Non ho avuto l’opportunità di fare la passe perché l’istituzione dell’École freudienne si dissolse in quel momento, era la dissoluzione dell’École freudienne del 1980. Se avessi potuto presentare la mia testimonianza formalizzata, avrei parlato della linea della bellezza, la linea di Hogarth scoperta in un fumetto comico da un bambinetto di quasi sette anni. Questo in relazione al fatto dell’ascolto. L’ho preso in esame a partire dal fatto dell’ascolto.

Ora, secondo fatto, l’interpretazione. Non bisogna credere che l’interpretazione sia dire: «Tuo papà, tua madre», eccetera. È quello che fanno tutti oggi nelle società sviluppate. Questo tipo di interpretazioni si fanno prima che uno entri in analisi. Ieri sera ero a cena con un consigliere di stato che al posto di «mia moglie», ha detto «mia madre»; parlava con un giornalista e il giornalista ha sottolineato il fatto così come lo avrebbe fatto uno psicoanalista di una volta. Poi si è voltato verso di me dicendomi: «non è così, Signor Psicoanalista?». Gli ho detto: «È da molto tempo che non interpretiamo così». Oggi sono interpretazioni da giornalisti.

L’interpretazione si basa fondamentalmente su questo: «Io ti dico che hai detto qualcos’altro da quello che volevi dire». È molto chiaro nell’esempio di dire: «mia madre» al posto di «mia moglie». Dico «mia madre» al posto di «mia moglie» ed è ciò che incontriamo ogni volta che c’è un lapsus. Ho una certa intenzione di significazione e la mia intenzione di significazione è tagliata da un’altra intenzione. Voglio dire «mia moglie» e qualcuno mi taglia la strada e dice invece «mia madre». Uno dei primi schemi di Lacan, questo Lacan così difficile da leggere, è fatto così, con una croce: da un lato l’intenzione dell’io, e, dalla parte opposta, l’intenzione dell’Altro che dice un’altra cosa da quello che io volevo dire, e che quindi è più forte di me. È per questo che Lacan scrive questo Altro con la maiuscola, per mostrare che questo Altro è più forte dell’io. È così in un lapsus, è molto semplice. Bisogna rifletterci fino in fondo. Bisogna porsi veramente la domanda di come questo sia proprio così. Vale la pena rompersi la testa con questa cosa. Il segreto è prenderlo sul serio, non dire «Non ha alcuna importanza». Tutte questa piccole cose che venivano trascurate, Freud le ha sottolineate genialmente e ha dato il via alla psicoanalisi. Se prendete sul serio il lapsus, perfino il più semplice, questo vuol dire che dentro di voi, nelle vostre teste, c’è un Altro più forte. E non è un tumore. Non si può sognare di sbarazzarsene con la chirurgia. A volte, nelle psicosi, questo Altro fa sentire delle voci dentro la vostra testa. Questo Altro non agisce allo stesso modo nella testa di un nevrotico o nella testa di uno psicotico, ma è lì, con la sua A maiuscola, di supremazia. Direi che nel lapsus, dato che questo avviene tramite un intoppo e in seguito uno dice: «ah no, non è quello che volevo dire», è evidente.

Ma c’è un fenomeno più complesso del lapsus. È il fenomeno dell’omofonia. Voi dite qualcosa e questo può essere ascoltato in modi differenti a seconda del modo in cui si scrive o di come si tronca, si accentua il suono. Ci sono due frasi che si pronunciano allo stesso modo, ma, senza dubbio, hanno due sensi completamenti differenti. Questo succede in ognuna delle nostre lingue. Qui allora l’interpretazione può consistere nel far ascoltare l’altra frase in ciò che ha detto il soggetto. Il soggetto ha pronunciato questo senso con l’intenzione di significare tale vocabolo, tale frase, e l’analisi può far sorgere l’altra costruzione grammaticale o lessicale che ha lo stesso suono. Non posso fare esempi perché non conosco il russo, ma suppongo che voi li potrete inventare. Questa è una difficoltà quando si analizza qualcuno in un’altra lingua. Non si può giocare con le omofonie della sua lingua materna. Con Inge come analizzante, non posso giocare con le omofonie del russo. Ma visto che parla molto bene il francese, posso giocare con le omofonie in francese.

Tuttavia ci sono altri modi di interpretare. Per esempio il soggetto dice qualcosa ma non lo prende seriamente, non lo prende sul serio. Per esempio, in un attimo dice: «Non riesco a farlo. Sono un imbecille». Allora, come analista, gli si può dire: «Sì». Questo provoca una sorpresa. Si dà conto del fatto che lui ha detto quella parola. Ma questo può prendere un’altra forma. Ad esempio, parlavo fuori da una seduta analitica con qualcuna che era stata mia analizzante e le rimproveravo di essersi allontanata da me adesso che è un’analista affermata. Mi rispose quindi che aveva molto da fare, che era molto ricercata e che si occupava anche dei suoi figli. E disse: «non sono Wonderwoman». Questo vuol dire solo una cosa, che pensa di essere Wonderwoman. Vale a dire che c’è una relazione con Wonderwoman in lei che parla e se si allontana è perché pensa di essere Wonderwoman. In ogni modo, quella che ho fatto è un’interpretazione selvaggia, dato che non è in analisi. Adesso potremmo porci la domanda: ha ragione di non essere in analisi? Evidentemente, Wonderwoman non è in analisi.

C’è un ulteriore modo di interpretare. È quando il soggetto non trae le conseguenze di quello che dice. In quanto analista uno si accorge che tutto il suo discorso converge in un punto, ma non riesce a formularlo. Allora, svelare questo punto di arrivo può avere valore di interpretazione. Può anche avere valore di interpretazione sottolineare al soggetto la ripetizione di un certo numero di significanti, o di comportamenti significanti, sono ripetizioni che fanno sistema. È così che nei primi schemi di Lacan troviamo dei grafi che mostrano linee che passano varie volte per lo stesso punto.

Bene, non lo svilupperò oltre e prenderò il terzo punto. Il terzo fatto è un fatto che non è un tratto della psicoanalisi ma un tratto, come dire, dell’opposizione alla psicoanalisi. Senza dubbio è una conseguenza della psicoanalisi. Consiste proprio nel privilegio che si dà all’ascolto rispetto all’interpretazione. Vale a dire, il terzo fatto è l’ascolto senza l’interpretazione. C’è gente, sempre più numerosa – ad ogni modo in Francia però ancora di più negli Stati Uniti – che invoca l’ascolto. «Bisogna ascoltare quello che dice l’Altro», «bisogna prenderlo sul serio quando parla». Questo porta in modo sconsiderato all’idea che quello che dice il soggetto sia vero, sia esatto, che sia così. Il soggetto dice questo: «È così».

Ci rendiamo conto di questo con il problema drammatico del bambino trans. Il bambino trans che ha 4 anni, dice: «Non è il mio corpo. Voglio un altro corpo da quello che ho». E molto velocemente si esercita un’enorme pressione sulla famiglia per dargli soddisfazione. Si mobilita l’apparato scolare, si cambia il suo nome – informalmente ma effettivamente – e si prepara affinché riceva dei trattamenti ormonali, perfino chirurgici, in un certo lasso di tempo. E se qualcuno pone qualche riserva dicendo: «È un bambinetto, ha 4 anni. Può cambiare opinione. Dopo tutto è il modo in cui interpreta il malessere che ha ma la verità di questo malessere può essere differente». Ebbene, se uno dice questo passerà per un orribile dominatore che rifiuta di ascoltare le parole dell’altro. Allora, è una conseguenza della popolarità dell’ascolto, un dispositivo apprezzato universalmente, ma allo stesso tempo è il contrario della psicoanalisi dato che rifiuta ogni interpretazione del soggetto. Se voi dite: «Il bambino dice questo, ma lo si può interpretare in altro modo» siete dei mostri che rifiutano di ascoltare la parola innocente e vera del piccolo bambino. Vedete che è complesso. Da un lato quest’ideologia riprende la psicoanalisi nell’importanza data all’ascolto, ma allo stesso tempo tappa ogni possibilità di interpretazione. Oggi in Francia c’è una lotta su questo. Ci sono praticanti che hanno firmato una petizione per il sostegno incondizionato all’autodeterminazione del bambino e tra loro ci sono psicoanalisti che hanno firmato, ma ci sono anche praticanti che si oppongono radicalmente a questa posizione. Dico “radicalmente”, anche se mi sembra che non siamo tanto radicali. Ritengo che la posizione di questi altri sia una mostruosità anche a livello di quello che vuol dire essere un cittadino, che se si cancella ogni differenza tra un bambino e l’adulto, venga messo in questione il fondamento stesso della democrazia. E io sono favorevole alla redazione di una petizione molto più radicale di quella fatta finora. Il punto di vista opposto, il punto di vista protrans, domina negli Stati Uniti ma non dominerà in Francia! E per un certo numero di ragioni non dominerà neanche in Russia.

Bene, sto parlando da molto tempo. Potrei continuare perché è molto piacevole Zoom. Parlo per Trakov che vedo, al suo lato Inge che scalpita e si diverte. Così che potrei continuare ancora a lungo. Ma adesso mi piacerebbe ascoltare le vostre domande e dialogare un po’.

Traduzione: Omar Battisti

Revisione: Giuliana Zani

* https://psicoanalisislacaniano.com/2021/05/15/jam-presentacion-revista-rusia-20210515/
https://www.youtube.com/watch?v=mEAtgBAoXPg 

Transizione, detransizione e la cancellazione della donna La donna non esiste

Alfonso Leo -membro SLP e AMP
Avellino – giugno 2021

Nel marzo scorso il Karolinska Hospital di Stoccolma ha stabilito che non si possono più somministrare trattamenti ormonali a minorenni con “disforia di genere”, per coloro che manifestino un’incongruenza tra la propria identità di genere e l’identità sessuale assegnata alla nascita[1].

Viene menzionata la recente vicenda di una ragazza britannica di 24 anni, Keira Bell, che aveva citato in giudizio il suo istituto di cura sostenendo che i medici avrebbero dovuto indagare più a fondo in merito alle ragioni della propria transizione di genere prima di iniziare il trattamento, essendo sedicenne all’epoca. La Corte Suprema britannica ha stabilito che i minori di 16 anni con disforia di genere non possano dare un pieno consenso al trattamento con bloccanti della pubertà. In Italia è possibile iniziare il trattamento in età inferiore, prima della comparsa dei caratteri sessuali secondari, così da evitare di crescere secondo il sesso cromosomico o biologico.

In merito a bambini e adolescenti, la World Professional Association for Transgender Health Standards of Care si pronuncia in modo netto nei confronti degli interventi «finalizzati ad adeguare l’identità e l’espressione di genere per diventare più congruenti al sesso assegnato alla nascita», definendoli non etici. Le motivazioni sono riportate anche nell’adattamento italiano delle Linee-guida per la pratica psicologica[2] che affermano tuttavia che «molto meno controverso è il campo della pratica con gli adolescenti che presentano problematiche inerenti all’identità di genere».

Nei bambini il trattamento consiste nella somministrazione di farmaci bloccanti della pubertà per un massimo di tre anni. Tuttavia, alcuni studi hanno dimostrato l’insorgere di possibili effetti negativi e rischi per una crescita armonica. Quasi il 100% dei bambini ha proseguito assumendo ormoni sessuali del genere opposto a quello assegnato alla nascita, contraddicendo le affermazioni secondo cui i bloccanti della pubertà funzionino come una “pausa” per considerare le diverse opzioni; sembra piuttosto che i bambini entrino in un percorso a senso unico verso la transizione medicalmente assistita.

Segue l’assunzione di ormoni sessuali, in grado di mascolinizzare o femminilizzare il corpo, i cui effetti vengono definiti “parzialmente reversibili”. Alcuni cambiamenti potrebbero necessitare di chirurgia ricostruttiva per invertirne l’effetto (ginecomastia causata da estrogeni), mentre altri cambiamenti non sono reversibili (l’abbassamento della voce, la crescita del clitoride nelle ragazze che assumono testosterone e la possibile infertilità e disfunzione sessuale).

Passo successivo è la chirurgia:  l’asportazione del seno o l’impianto di protesi; la ricostruzione dei genitali in maniera conforme al sesso percepito. Queste operazioni sono solitamente eseguibili solo dopo i 18 anni; in Italia è possibile prima.

Fino a qualche anno fa erano in prevalenza maschi adulti a interessarsi ai trattamenti per il cambiamento di sesso, oppure i tutori di minori che si percepivano intrappolati nel corpo sbagliato. Attualmente la stragrande maggioranza è composta da adolescenti, di cui il 70% femmine; un nuovo quadro clinico – definito disforia di genere tardiva, adolescenziale o a esordio rapido. Negli USA si è rilevato un aumento del 4000% dal 2006 e si sono verificati aumenti simili in altri paesi occidentali. In Italia non esistono studi sistematici, ma la percezione dei professionisti conferma i sondaggi internazionali: la cosiddetta disforia di genere è un problema soprattutto delle ragazze all’inizio della pubertà.

La psicoanalista Deborah Gutermann-Jacquet pone il problema dei detransitioners che si sottopongono all’inversione delle operazioni di cambiamento di sesso[3]. Non esistono studi ampi sulla casistica ma si tratta soprattutto di ventenni che hanno deciso di cambiare sesso durante l’adolescenza. La giornalista Abigail Shrier[4] afferma: «Il mondo occidentale ha visto un’improvvisa impennata di adolescenti che affermano di avere una disforia di genere e che si auto-identificano come transgender. Per la prima volta nella storia della medicina, ragazze di sesso femminile alla nascita sono presenti nella popolazione trasgender e ne costituiscono la maggioranza»[5]. Il numero di operazioni chirurgiche ha avuto un incremento del 10-15% annuo da circa 10 anni a questa parte[6]. Secondo Shrier nella cultura queer contemporanea le ragazze con aspetto mascolino sono equiparate a ragazzi veri[7]. A dispetto di una preferenza sempre più limitata per l’autoidentificazione in “lesbica”, l’identità “trans” pare assumere un rilievo socioculturale preponderante.

Si constata con Lacan dell’impossibilità che c’è a dire una verità “tutta”, una verità totalizzante o una verità immutabile. Essere al 100% ci rimanda a un ideale identificatorio che meriterebbe di essere decomposto affinché ci si possa sentire un po’ alleggeriti dal dover incarnare un tipo[8]. Come ha affermato una ragazza determinata alla transizione in una testimonianza citata da Gutermann-Jacquet: «Io non so se voglio essere esattamente un ragazzo ma di sicuro non voglio essere una ragazza»:

Si evidenzia il rifiuto del proprio corpo. […] La questione è nell’accettazione o nel rifiuto dell’alterità che è in sé. Laddove il soggetto che ha transizionato prova un’inadeguatezza per il suo sesso e il suo genere e, in un certo modo quando si sente alleviato da questa transizione, si trova alla fine liberato da questa inadeguatezza. Ebbene colui o colei che ha detransizionato fa l’esperienza della persistenza di questa inadeguatezza, nonostante la transizione, e deve fare i conti con la sensazione di un corpo straniero, di essere e di avere un corpo straniero: corpus alienum[9].

È rilevante parlare di corpus alienum, considerato anche che la maggior parte delle ragazze che operano la transizione si limitano alla mastectomia; solo il 15 % pratica una falloplastica. In un’epoca in cui il significante maschile ha perso molto del suo appeal, dove la castrazione generalizzata fa parte del nostro tempo, è significativo avere dei trans a metà, dei maschi castrati in senso letterale! Anche qui si inserisce il “discorso del capitalista”. Big Pharma interviene in quella che viene definita una grande liberazione, chi ne trae profitto è ancora l’industria e chi pratica gli interventi chirurgici. La scienza dà l’illusione che tutto sia possibile. Secondo Miller:

Il trans ai giorni nostri è spesso descritto come un eroe dei tempi nuovi per aver stroncato l’antico patriarcato e i suoi odiosi stereotipi al fine di aprire all’umanità la via radiosa dell’autonomia di genere. Il non-trans, invece, appare come un trans vergognoso, inibito o nevrotico, che nega per codardia, stupidità e transfobia, il divenire-trans che sarebbe la vocazione di ogni essere umano. Cavalcando l’euforia demografica generata dalla crescita esponenziale del numero di trans di cui abbiamo visto prima la realtà effettiva, i dirigenti del movimento di emancipazione trans sono inclini a proferire ora degli enunciati che a volte assumono la forma di quello che potremmo chiamare suprematismo trans[10].

Si arriva all’esaltazione delle cosiddette fuorilegge di genere, non binarie[11]. Ruth Barrett afferma che il gender non è una parte innata della nostra identità: «Senza patriarcato non vi è necessità di genere». In gioco c’è la cancellazione del corpo femminile, l’ideologia del transessualismo come il pifferaio di Hamelin[12] che fa sparire i bambini legandoli all’ideologia trans.

Una affermazione radicale, quella del timore di fronte allo sviluppo dell’ideologia trans, che richiama tanto il tema del prossimo convegno dell’AMP “La Donna non esiste”, un’occasione importante perché anche gli psicoanalisti possano avere voce in questo dibattito. Se il 2021 è stato definito l’anno trans, come afferma Jacques Alain Miller[13], sarà dunque necessario essere: “docile al trans”?

[1] Nationellt kunskapsstöd, God vård av barn och ungdomar med könsdysfori, Socialstyrelsen, marzo 2021, https://www.socialstyrelsen.se/globalassets/sharepoint-dokument/artikelkatalog/kunskapsstod/2015-4-6.pdf (data di consultazione: giugno 2021)
[2] Commissione minorenni, Linee guida per la presa in carico dei minorenni con sviluppo atipico della identità di genere, Roma, ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere), https://www.onig.it/drupal8/docs/SOC_ONIG_minorenni.pdf (data di consultazione: giugno 2021).
[3] Deborah Gutermann-Jacquet, Détransition: quand l’inadéquation persiste, “Lacan Web Télévision”, canale YouTube, https://www.youtube.com/watch?v=Tzm3qLmsKBc (data di upload: 9 maggio 2021).
[4] Abigail Shrier, Irreversible Damage: The Transgender Craze Seducing our Daughters, Regnery Publishing, 2020.
[5] Ivi, p.XXI.
[6] Grand View Research, U.S. Sex Reassignment Surgery Market Size, Share & Trends Analysis Report By Gender Transition (Male To Female, Female To Male), And Segment Forecasts, 2020–2027, dicembre 2020, https://www.grandviewresearch.com/industry-analysis/us-sex-reassignment-surgery-market (data di consultazione: giugno 2021).
[7] Shrier, Irreversible Damage cit., p.13.
[8] Gutermann-Jacquet, Détransition: quand l’inadéquation persiste cit.
[9] Ivi.
[10] Jacques-Alain Miller, Docile al trans, in “Rete Lacan”, n°29, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-29-edizione-straordinari/ (data di consultazione: giugno 2021).
[11] Ruth Barrett, Female Erasure: What you need to Know about Gender Politics’ War on Women, the Female sex and Human Rights, Tidal Time Publishing, 2016, p.88.
[12] Ivi, p.205.
[13] Jacques-Alain Miller, Docile al trans, cit.

WOKE o Razzismo al tempo dei molti senza l’uno*

 Credo sia inutile dire che non ci sono razze. Affinché non ci siano razze, dovrebbe esserci l’Altro dell’uomo… Ci vorrebbero degli esseri parlanti di un altro pianeta perché si possa dire “noi, gli uomini”… Quindi ci sono delle razze, razze che non sono fisiche. Ci sono razze che rispondono alla definizione data da Jacques Lacan: una razza «è costituita dal modo in cui i posti simbolici sono trasmessi dall’ordine di un discorso». Le razze sono effetti di discorso… è l’uso del godimento nell’ordine di un discorso che crea le differenze.

Jacques-Alain Miller, Extimité, lezione del 27 novembre 1985

 

Marie-Hélène Brousse – membro AME ECF e AMP –
Parigi

Questo breve testo mi si è imposto lentamente. È sempre così. Impressioni sparse prodotte dalla cacofonia dei discorsi circostanti, l’insistenza di certe affermazioni, la ripetizione di prese di posizione che sembrano emergere da individui che si credono autonomi – tutto questo arriva a costituire una sorta di sinfonia di significanti che creano l’atmosfera di un’epoca e che ci guida come un’onda, talvolta ci sommerge. L’innesco per il testo, in questo caso particolare, è stato un significante proveniente dagli Stati Uniti e che si è diffuso come una parola d’ordine: Woke[1], punta di diamante di un pensiero identitario.

Di recente delle voci si fanno intendere nel mondo per denunciare questo pensiero comunitario identitario. Asra Nomani, saggista e autrice, ex professore all’università di Georgetown, ha pubblicato un articolo trasmesso da “Charlie Hebdo”[2]. Alain Mabanckou, scrittore e professore all’università di Los Angeles, prende anche lui posizione, affermando contro il pensiero woke che «non si può lottare contro l’esclusione reinventando nuove forme di marginalizzazioni»[3] – di recente è intervenuto su questa posizione al Collège de France.

Per le coordinate storiche della mia nascita, la nozione di razza mi è estranea. Peggio ancora, è letale. Andare negli USA e dover compilare un questionario sulla razza a cui appartenevo è stata una sorpresa, una brutta sorpresa. Ho risposto spuntando tutte le caselle. In seguito, una discussione con delle accademiche francesi che lavoravano sul tema delle deportazioni dei lavoratori da parte delle autorità francesi ha confermato che anche loro erano impegnate in un lavoro molto politico e si rifiutavano di usare questa nozione, nata con lo sviluppo di quello che sarebbe diventato il capitalismo. Lacan, evocando l’opposizione tra il proletariato e la grande borghesia nel 1969, ci offre un “piccolo ricordo”: «questa bella donna mi diceva: sono di pura razza proletaria»[4].

Si dà il caso che la psicoanalisi sia la mia bussola e che trascorra la mia vita ascoltando quelle che qui chiamerò “le parole degli analizzanti”. L’identità in psicoanalisi è caratterizzata dalla divisione o dalla barra: $ soggetto barrato, %, Altro barrato. In altri termini, ciò che sono mi sfugge, mi ritorna nella modalità di sorpresa nelle diverse forme di interpretazione che l’inconscio produce. Ma in francese identitaire, identitario, lascia intendere – lo sentite pure, credo – il verbo imperativo “tacere” [taire]. Precisamente, non tacere ma ascoltare piuttosto ciò che si strombazza qui, affrontando l’Ego e il Super-io.

Politica d’orientamento lacaniano

Nel 1972, nel Seminario… o peggio, Lacan diceva: «Ma siccome non è il caso di dipingervi il futuro unicamente di rosa, sappiate che ciò che sta crescendo, di cui non si sono ancora viste le conseguenze estreme e che si radica nel corpo, nella fratellanza del corpo, è il razzismo. Ne sentirete parlare ancora»[5]. Nel 1974, in Televisione, questa volta in risposta a una domanda di Jacques-Alain Miller sulla sua «fiducia nel profetizzare l’ascesa del razzismo», disse: «Perché anche se non mi sembra divertente, è tuttavia vero. Nello smarrimento del nostro godimento, non resta che l’Altro per situarlo, ma solo in quanto siamo separati da esso. Ne derivano dei fantasmi che erano inediti quando non ci si mescolava. Lasciare questo Altro al suo modo di godimento sarebbe possibile solo a condizione di non imporgli il nostro, di non considerarlo un sottosviluppato. Se a questo aggiungiamo la precarietà del nostro modo, che ormai si situa solo come plus-godere, il quale a sua volta non si enuncia più in altri termini, come sperare che continui l’umanitarieria d’obbligo di cui si vestivano le nostre esazioni?»[6].

Per prima cosa ricordiamo questa formula: «quando non ci si mescolava».  Perlappunto oggi, e in un modo mai visto prima, ci si mescola; migrazioni e andirivieni stanno mettendo sottosopra l’intero pianeta. Se è giusto dire che lo scambio e l’indebitamento sono sempre state le regole operative delle trasformazioni del legame sociale, la loro grandezza nello spazio e la loro rapidità nel tempo sono fattori fino a poco tempo fa sconosciuti. Vorrei anche sottolineare il ribaltamento del colonialismo introdotto da Lacan. L’umanitarismo come velo che maschera l’esazione, il furto in questo caso. Questo svelamento, operato da Lacan, dovrebbe farci diffidare di tutte le cosiddette azioni umanitarie perché l’una non può esistere senza le altre. Basti pensare al brillante film di Francis Coppola Apocalypse Now.

Nuove forme di razzismo vengono inventate oggi, senza sostituire il razzismo nelle sue forme ancestrali. Sono radicate nel sorgere di una fratellanza dei corpi. Questa ascesa è correlata alla caduta del Padre e quindi del Nome. Il fratello sostituisce il Padre. Il corpo sostituisce il Nome. Jacques-Alain Miller enuncia questo cambiamento inventando i concetti di “inconscio reale” e di “corpo parlante”. D’altra parte, alloggiando i nostri godimenti in oggetti prodotti dall’Altro dell’economia capitalistica che non è più l’Altro definito a partire dal Nome e dal no, questi oggetti, latuse, sovraprodotti, ci ingombrano e gettano gli oggetti causa di desiderio nel panico, così che il fantasma da cui operavano infrange la barriera che separava la realtà quotidiana – diciamo i deliri di ciascuno – dal reale.

La psicoanalisi, come la praticava Lacan, gli ha permesso di predire il futuro. Questo termine mi sembra più preciso di quello di profezia. È infatti una previsione resa possibile da una disciplina scientifica.

Quello che sto dicendo qui è un po’ provocatorio. Ma lo prendo in prestito da Jacques-Alain Miller, che inizia il suo corso del 1985-1986, dal titolo Extimité,[7] facendo risuonare, a proposito della psicoanalisi, la domanda posta da Fabrizio del Dongo ne La Certosa di Parma: «C’è qualcosa di reale in questa scienza?». Le lezioni dal 13 novembre al 18 dicembre 1985 includono infatti lunghe esposizioni sul razzismo e anche sul sessismo, Jacques-Alain Miller aveva preso la parola in quel periodo a SOS Racisme [un movimento di ONG antirazziste, fondato nel 1984]. La risposta è quindi sì. Sì, la psicoanalisi è una scienza che riesce a toccare qualcosa di reale. J.-A. Miller mostra poi che extimo nomina ciò che, nel più intimo di sé, rimane assolutamente inaccessibile al soggetto parlante. L’extimità, così definita, apre una via che gli permette di affrontare in modo nuovo il razzismo.

Il lavoro nell’orientamento lacaniano sul razzismo non si è fermato a questi testi. Il 25 gennaio 2014, Éric Laurent ha pubblicato un articolo fondamentale dove ha evidenziato la logica all’opera nel razzismo, strappandolo così dalla sua riduzione all’affetto di odio dell’altro, odio che è sempre invocato e mai dimostrato e che certamente ha l’effetto di ridurre quello che è un meccanismo logico alla dimensione del pathos[8]. Il ricorso all’odio è sempre attraente, mai falso, ma del tutto irrilevante quando si parla di razzismo.

Una mutazione nella soggettività dell’epoca

Sulla base di questi richiami, mi sembra che comunque oggi, nel 2021, stiamo assistendo in tutti i campi, per esempio con il movimento Woke in campo politico, ma anche con i dibattiti sul genere e più recentemente con le aspirazioni trans, a una mutazione fondamentale che interessa l’annodamento delle tre dimensioni del reale, del simbolico e dell’immaginario, RSI. Questa mutazione dell’annodamento produce effetti che si manifestano in tutti gli usi dei discorsi e delle pratiche. Ricordiamo la formulazione di Lacan: «L’inconscio è la politica»[9].

Il mio scopo è quindi quello di effettuare un aggiornamento del concetto di razzismo sulla base dei dati che sono emersi molto recentemente. Questi nuovi dati sono strettamente legati all’ascesa dei comunitarismi. Oggi essi regnano ovunque su quello che chiamiamo il legame sociale proprio dei corpi parlanti. Così, di recente, Jacques-Alain Miller ha preso l’iniziativa di fare una lunga conversazione con Éric Marty[10] in occasione della pubblicazione del lavoro di quest’ultimo su Judith Butler, famosa per la sua capacità di diventare cassa di risonanza delle opinioni dominanti negli Stati Uniti.  Il lavoro di Marty rivela i postulati di questo approccio.

Un convegno all’Università di Parigi VIII, alcuni testi pubblicati nelle nostre riviste, oltre a un evento organizzato da Hervé Castanet a Marsiglia, ci avevano permesso di constatare, dalla fine degli anni 2010, la congiunzione tra lo sviluppo dei comunitarismi e l’aumento dell’importanza delle prospettive del sesso attraverso il genere. In questi due movimenti, s’imponeva una stessa logica che associa paradossalmente il tratto identitario al tratto individualista. Questa logica è all’opera anche nel movimento trans, che lega il sesso all’organo, ma fa anche andare avanti congiuntamente l’organismo e il genere. Tutti questi approcci contemporanei ignorano i modi di godimento dei corpi parlanti. Separano i due termini: il corpo da una parte, la parola dall’altra.

Quale rapporto si precisa oggi tra il comunitarismo generalizzato e la moltiplicazione, persino l’istituzionalizzazione, delle forme di razzismi che ora stanno emergendo come conseguenza della sostituzione del Padre con i fratelli?

Questo nuovo rapporto è dovuto a diversi fattori, il primo dei quali è l’evaporazione del Nome, a seguito del crollo del posto del padre simbolico, che fino ad allora era il pilastro della famiglia. Certo, la famiglia resta sia l’ordine primo per situare il soggetto rappresentato da un significante per un altro significante, sia il luogo delle prime cure fornite da una figura materna. Ma la funzione paterna vi ha perso il suo posto d’eccezione. Mi riferisco qui alle formule della sessuazione[11] così come le scrive Lacan nel Seminario XX, Ancora. Un analizzando, già analista lui stesso, ha recentemente raccontato un suo sogno: la formula dell’universale «Per tutte le x phi di x» aveva preso il posto dell’eccezione: «Esiste una x che non è phi di x». Il che dava: Per tutte le x, non phi di x.

Oggi l’eccezione è diventata l’universale. Infatti, “tutte le x” è il multiplo che occupa il posto dell’eccezione, producendo un’eccezione generalizzata a tutti gli esseri parlanti. È dunque sullo sfondo di questa forclusione generalizzata[12] che si sviluppa la fratellanza.

Essa trova nei social network, divenuti la piazza pubblica della nostra epoca, i mezzi ad essa adeguati. La “fiera”[13], come la chiamava Lacan nella sua intervista a un giornalista nel 1974 a Roma, è diventata una fiera senza limitazione di luogo grazie alla potenza del virtuale, che ha modificato la categoria dello spazio percettivo che finora aveva richiesto lo spostamento del corpo.

Come è iniziata e come si è dispiegata questa tendenza nel discorso dominante?  Affronteremo questa questione lungo due assi, quello del genere, significante di una categoria la cui ascesa al potere l’ha reso parte essenziale del discorso contemporaneo, e quello del corpo. Il primo si riferisce sia alle identificazioni sia immaginarie che simboliche. Il secondo si riferisce al reale.

 

L’estensione dell’ambito dei generi

Vale la pena tornare al periodo che va dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Dimostrando già la sua caratteristica sensibilità al discorso corrente, Judith Butler ha pubblicato la sua opera principale, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità nel 1990[14].

Il movimento era infatti iniziato negli anni ’70 presso il Centro Universitario di Vincennes, dove Hélène Cixous aveva creato il primo dipartimento di studi femminili in un’università europea, in connessione con gli women’s studies americani e canadesi. Nel 1975 pubblicò il suo saggio La risata della Medusa[15], un importante contributo al femminismo. Gli studi sulle donne erano una propaggine dei cultural studies negli Stati Uniti. Luce Irigaray, il cui lavoro è iniziato con l’affermazione secondo cui esisterebbe una lingua degli uomini e una lingua delle donne, applicando così il genere alla lingua, ha pubblicato il suo libro Speculum. L’altra donna[16] nel 1974. Sappiamo come Lacan abbia accolto questi vari tentativi di generizzazione del linguaggio attraverso il discorso accademico: implicavano, di fatto, un Altro dell’Altro che non esiste. In quegli stessi anni l’UNESCO decise di sostituire la parola sesso con quella di genere. In questo possiamo misurare l’influenza della cultura americana, che mise questo progresso femminista con il genere al servizio del puritanesimo che la caratterizza.

Una volta che il genere è stato messo sotto i riflettori in vari modi dal femminismo accademico, il concetto è diventato sempre più popolare. È stato incorporato nella lingua attraverso la scrittura inclusiva, per esempio. Ma, tagliando i legami con il sesso, ha potuto dar luogo anche a un’amplificazione categoriale. Si ebbe così la moltiplicazione dei generi: LGTBQIA… Più recentemente, di fatto, dagli anni 2000 in poi, la teoria queer distingue anch’essa tra tipo sessuale biologico e genere e critica quella che chiama una dittatura dell’eteronormatività sul genere.

Mentre nel discorso tradizionale le identificazioni che realizzavano erano complementari, i generi divennero antagonisti, seguendo così il loro ordinamento da parte dell’immaginario.

Sul piano delle identificazioni simboliche, a partire dal momento in cui l’ordine familiare ha posto il padre e la madre su un livello d’uguaglianza, divenendo ciascuno “genitore”, il genere ha potuto aprirsi al molteplice.

In questa prospettiva va infine collocata la parola cisgender. Il termine è apparso su Internet negli anni ’90 ed è usato per riferirsi alle persone che non sono transgender. Un uomo cis è una persona di sesso maschile che si considera uomo e una donna cis è una persona di sesso femminile che si considera donna. È quindi a partire dall’ascesa delle rivendicazioni transgender che il genere viene chiamato qui: cisgender. Alcuni autori hanno iniziato a utilizzare il termine “cisnormatività” in riferimento all’eteronormatività, termine promosso dagli studi di genere. Alexandre Baril, professore all’Università di Ottawa, scrive: «Il cisgenderismo, a volte chiamato transfobia, è un sistema di oppressione che colpisce le persone trans. Si manifesta a livello giuridico, politico, economico, sociale, medico e normativo»[17]. A proposito, preferisce il termine disabilità al termine fobia, che probabilmente è troppo “psi”.

L’estensione dell’ambito del genere è quindi diventata illimitata. Trasforma i generi in razze fraternamente separate. Perché il razzismo all’epoca dei fratelli risponde al postulato dei multipli senza l’Uno.

Ritorno all’inconscio, reale

Come insegnante al Collège de France, Michel Foucault ha promosso lì il termine bio-potere nel suo corso intitolato La volontà di sapere. La parola è seducente e d’altronde l’approccio di Foucault ha sedotto il mondo delle università anglosassoni. Questo potere di seduzione si spiega con la fascinazione di Foucault per i discorsi, quando sono discorsi di dominazione.

Al contrario, a Vincennes, nel Dipartimento di psicoanalisi che era appena stato aperto, Lacan affermava: «Ci sono quattro discorsi. Ciascuno si prende per la verità. Solo il discorso analitico fa eccezione. Staremmo meglio se fosse lui a dominare si dirà allora, ma, appunto, questo discorso esclude la dominazione, detto in altre parole non insegna niente.  Non ha niente di universale: proprio per questo non è materia di insegnamento. Come fare a insegnare quello che non si insegna? Ecco dove Freud ha mosso i suoi passi. Ha considerato che tutto è sogno, e che tutti (se è consentita una tale espressione) sono folli, ossia deliranti. […] L’antipatia tra il discorso universitario e il discorso analitico sarebbe forse superata a Vincennes? No di certo. Vi è gestita, almeno da quattro anni, dove io ne ho cura»[18]. Da questa gestione si è dispiegato l’orientamento lacaniano[19].

Se il discorso analitico può raggiungere il reale, non è dunque attraverso il biologico e tanto meno attraverso il potere della volontà che lo fa. Non ignora la biologia. La taglia in due, bio-logica; intendete con ciò il ricorso alla logica, alla matematica, alla fisica, tutte discipline che hanno morso il reale. Così, ne Il Trionfo della religione, Lacan afferma: «Il reale, per quanto poco la scienza vi si impegni, si estenderà […]. La scienza è qualcosa di nuovo e introdurrà un sacco di cose sconvolgenti nella vita di ognuno»[20]. È evidente che l’orientamento trans non si sarebbe sviluppato come si è sviluppato senza il progresso delle scienze mediche e dei loro interventi sull’organismo.

Ma questo non intacca il discorso analitico. Un trans è un parlessere, nel senso che non può fare senza l’inconscio e che, di conseguenza, non si vede perché non dovrebbe scegliere, spinto dal suo fantasma, di fare un lavoro analitico. Perché c’è un corpo libidinalizzato dalle parole e dalla parola dell’Altro. Non costituisce quindi una razza specifica, un tipo d’essere parlante. Allo stesso modo, la comunità che rivendica l’identitario associato alla parola woke, cercando di differenziarsi dalle altre comunità, raggiungerà sempre e solo un’autosegregazione dei fratelli.

Torniamo al corso di Jacques-Alain Miller con una citazione con cui introducevo il mio discorso: «Le razze sono degli effetti di discorso. […] È l’uso del godimento nell’ordine di un discorso che fa le differenze». Nella clinica analitica la razza, definita come l’emergere del godimento, è effetto di discorso, e quindi di dominazione. Ciò viene colto in una cura con diversi parametri, quello della famiglia come luogo inaugurale del soggetto e quello del trauma, incontro casuale del corpo con il discorso che ha effetti immaginari e simbolici.

E per quanto riguarda il reale? Rinviamo il woke al mittente! Svegliamoci! Perché, come dimostra Jacques-Alain Miller, l’inconscio è proprio reale. Non è più l’inconscio del Padre. L’inconscio reale si accompagna all’ascesa dei fratelli. Il suo reale è materiale poiché è moterialità. Ma non obbedisce allo spiegamento del «Molteplice-senza-l’uno»[21], equivoca, poetizza. Si radica nello Yad’lun[22] di un’esperienza di godimento inaugurale, sempre singolare e casuale.

Traduzione: Eva Bocchiola

[1] T. McGrath, Woke: A guide to Social Justice, Constable, 2019.
Grazie a Florencia Shanahan per il riferimento a un libro satirico di Andrew Doyle, scrittore cattolico laureato a Oxford, intitolato Woke (Constable, 2019). In esso sviluppa le avventure di un personaggio, Titania McGrath – un riferimento alla Titania di Sogno di una notte di mezza estate – in cui porta l’ideologia Woke al suo apice comico!
[2] Cfr. I. Shevchenko, Asra Nomani: «Le wokisme a la rigueur d’une nouvelle religion», “Charlie Hebdo”, 14 mai 2021, disponible ici:
https://charliehebdo.fr/2021/05/international/asra-nomani-wokisme-rigueur-ideologique-nouvelle-religion/
[3] Cfr. M. Aïssaoui, Imposer une couleur de peau dans la création est une forme de ségrégation, interview, “Figaro littéraire”, 6 mai 2021.
[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Torino, Einaudi, 2001.
[5] J. Lacan, Il Seminario Libro XIX, … o peggio [1971-1972], a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2020, p.233.
[6] J. Lacan, Televisione (1973), in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.528.
[7] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. Extimité, enseignement prononcé dans le cadre du département de psychanalyse de l’université de Paris VIII, 1985-1986, inédit.
[8] Cfr. É. Laurent, Le racisme 2.0, in “Lacan Quotidien” n°371, 25 janvier 2014, publication en ligne, (www.lacanquotidien.fr)
[9] J. Lacan, Il Seminario – Libro XIV, La logica del fantasma lezione del 10 maggio 1967, inedito.
[10] J.-A. Miller e É. Marty, Colloquio su Il sesso dei moderni, in “Rete Lacan”, n°27,  https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/ ed É. Marty, Le sexe des modernes, pensée du neutre et théorie du genre, Paris, Seuil, 2021
[11]  J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011, p.73.
[12]  Cfr. J.-A. Miller, Forclusion généralisée, in “La Cause du Désir”, n° 99, 2018, pp.131-135.
[13] J. Lacan, Il trionfo della religione, Torino, Einaudi, 2006, p.106.
[14] J. Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Bari, Laterza 2017.
[15] H. Cixous, Le Rire de la Méduse et autres ironies, Galilée, 2010.
[16] L. Irigaray, Speculum. L’altra donna, (Speculum of the other woman), Milano, Feltrinelli, 2017.
[17] A. Baril, Transessualità e privilegio maschile: realtà o finzione? su www.anarcoqueer.wordpress.com , 2017.
[18]  J. Lacan, Lacan pour Vincennes!, in “La Psicoanalisi”, 62, Roma, Astrolabio, 2017, p.9.
[19]  Titolo dato da J.-A. Miller a tutto il suo corso tenuto nell’ambito del dipartimento di psicoanalisi dell’Università di Paris 8, a Vincennes prima di essere a Saint-Denis.
[20] J. Lacan, Il Trionfo della religione, Torino, Einaudi, 2006, p.98.
[21] J.-A. Miller, Colloquio sul sesso dei moderni, in “Rete Lacan” n°27, marzo 2021, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n-27-edizione-straordinaria/
[22] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX …o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.123.