«È il rischio che ci si assume che fa sì che vi sia dell’insegnante»

Pierre Naveau, Il rischio di insegnare, in J.-A. Miller e 84 amici, Chi sono i vostri psicoanalisti?, Roma, Astrolabio, 2003, p. 370.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°35 – 22 luglio 2021

Nota editoriale

Dedichiamo questo numero di Rete Lacan al nostro caro collega Pierre Naveau che da poco ci ha lasciati.

Fine clinico e insegnante di grande qualità, ha saputo assumersi “il rischio d’insegnare”.

Da sempre vicino alla SLPcf, ci ha accompagnato nelle giornate di studio degli Istituti, così come nei lavori clinici delle Antenne e delle Segreterie di città.

Ci mancheranno i suoi modi gentili e il suo dolce sorriso, restano i suoi scritti e i suoi insegnamenti.

Non prima di aver ringraziato i nostri lettori li invitiamo alla lettura di questo numero che segna l’inizio dell’interruzione estiva, salvo sorprese ovviamente, per le quali la redazione si renderà prontamente disponibile.

A ciascuna e a ciascuno auguriamo buone vacanze e la promessa di ritrovarci a settembre, con tanti nuovi contributi.

A presto.

Biopolitica della norma trans*

Éric Laurent
Membro AME ECF e AMP – Parigi

Estensione delle fake news e delle casse di risonanza

Pubblicato su “L’Obs”, dopo essere intervenuto su “Médiapart”, poi aver scritto a lungo su “Libération”, Paul B. Preciado è passato, con la stessa energia, dal digitale al quotidiano e infine al settimanale. Chi lo ha sentito parlare per quasi un’ora durante le Giornate dell’École de la Cause freudienne (ECF) nel 2019 riconoscerà in questa dichiarazione, presentata come un’intervista, la sua vivacità di tono e la sua alacrità. Tre numeri, corrispondenti a tre ore di interviste, sono presentati in un trittico sul sito de “L’Obs” sotto il titolo generale: Un gran colpo femminista nella psicoanalisi. Il testo è preceduto dal seguente cappello introduttivo: «Il 17 novembre 2019, Paul B. Preciado, filosofo transgender, […] è stato invitato a parlare davanti a 3.500 psicoanalisti riuniti nelle Giornate Internazionali dell’École de la Cause freudienne sul tema Donne in psicoanalisi. Davanti a questo pubblico, egli non ha potuto leggere più di un quarto del testo che aveva preparato. Perché se metà della sala lo applaudiva, l’altra metà lo fischiava [sic]. Nei giorni seguenti, il “discorso filmato” ha cominciato a circolare su Internet. Per non vedere il suo discorso distorto e troncato, Paul B. Preciado ha deciso di pubblicare un libro che riproduce il testo in questione, e che racconta la storia di questa esperienza: Je suis un monstre qui vous parle (ed. Grasset)».

Le stesse persone che hanno assistito alla sua performance all’ECF probabilmente non crederanno ai loro occhi. Nonostante P.B. Preciado sia stato ascoltato fino alla fine, abbia utilizzato tutta la sequenza a lui riservata, trascurando il tempo di discussione previsto per proseguire meglio la sua diatriba, si legge «che non ha potuto leggere più di un quarto del testo che ha preparato». Inoltre, il discorso è stato effettivamente filmato, ma non solo furtivamente da smartphone di parte. È stato ripreso dalle telecamere molto istituzionali del Palazzo dei Congressi. Si può vedere che il discorso ha avuto luogo e che le manifestazioni del pubblico non hanno disturbato in alcun modo l’oratore. Infatti, è stato generalmente applaudito. Le reazioni del pubblico lo hanno piuttosto stimolato.

Quindi, ecco un cappello introduttivo che è una vera e propria fake news. La cosa sorprendente è che non si tratta di un testo che circola sui social network. Si tratta di un testo pubblicato sul sito di un settimanale che comprende giornalisti che intervengono costantemente sul fronte delle fake news per denunciarle con il fact checking, e ricordarci così l’utilità del giornalismo e delle sue procedure di verifica delle fonti.

Questa verifica è fondamentale in questi tempi di “casse di risonanza” dove ciascuno legge e ascolta solo ciò che gli conviene e che gli assomiglia. Sembra che qui ci siano due distinti regimi di verifica: la verifica dei fatti o la verifica che ciò che viene detto è effettivamente un’affermazione militante, una volontà di colpire la psicoanalisi e l’«edificio eteropatriarcale e coloniale», accettata come tale.

Allo stesso modo, poco prima, è stata pubblicata sullo stesso sito una tribuna radicalmente a favore della norma trans firmata da Silvia Lippi, Patrice Maniglier & altri e subito dopo, la presentazione del nuovo libro di Frédéric Lordon: Figures du communisme. Queste tre proposte, diverse, persino eterogenee nella loro radicalità, mostrano chiaramente che il sito del settimanale cerca un pubblico tentato da proposte radicali. Sotto la nuova direzione di Cécile Prieur1, “L’Obs” sta cercando di raggiungere un pubblico più giovane. Non possiamo più fare il colpo del pensiero anti-‘68, ora si dice “OK boomer!” Possiamo sperare di ripetere il trucco dell’Anti-Edipo con l’annuncio dell’Edipo trans. L’omicidio generazionale ha ancora il suo fascino.

 

Una vera notizia

Lontano dalle fake news, una vera notizia è venuta a risuonare alla fine di aprile. Il servizio specializzato nell’accoglienza di domande di riassegnazione di genere per i bambini all’ospedale Karolinska2 di Stoccolma ha annunciato che rinunciava ad applicare il “protocollo olandese” per bloccare la pubertà – divenuto ora la norma, che era stato applicato per più di dieci anni. Nel dicembre 2019, l’Agenzia svedese per la valutazione delle tecnologie sanitarie e dei servizi sociali (SBU) ha infatti pubblicato uno studio su tutti i dati e il follow-up a lungo termine dei bambini che erano passati attraverso questo protocollo: esso rivela che gli effetti negativi riscontrati a lungo termine non supportano la legittimità del trattamento.

Gli inibitori della pubertà e gli ormoni utilizzati possono portare a conseguenze irreversibili come malattie cardiovascolari, osteoporosi, infertilità, aumento del rischio di cancro e trombosi. I miglioramenti transitori del rischio di suicidio, ottenuti con l’approvazione della transizione, non sono sufficienti per escludere rischi iatrogeni indotti.

Alla luce di questi risultati e del cambiamento di politica da parte del Servizio Sanitario Nazionale inglese, dovuto alla sentenza dell’Alta Corte di Londra del 1° dicembre 2020, il Karolinska Institute Children’s Hospital sta cambiando il suo protocollo di cura: non prescriverà più ormoni che bloccano la pubertà prima dei 16 anni; tra i 16 e i 18 anni sarà necessario ottenere il consenso informato del paziente. La data effettiva del cambiamento è il 1° aprile 2021. Gli attuali trattamenti dovranno essere attentamente rivalutati, alla luce di questi rischi, dal medico curante3.

La decisione della Svezia, dopo quella dell’Inghilterra, è anche coerente con le decisioni della Finlandia, che enfatizzano gli interventi e i supporti psicologici piuttosto che quelli medici.

 

Nuova geopolitica della norma trans

Sta emergendo una nuova geopolitica della norma trans. Questi paesi del nord Europa si stanno separando dalle linee guida della World Professional Association for Transgender Health (WPATH), mentre le associazioni trans nei paesi del sud come la Spagna e la Francia stanno facendo una campagna per allineare le consultazioni specialistiche ai suoi standard di intervento, favorendo interventi medici precoci4. Nel continente americano, il Canada è diviso5, così come gli Stati Uniti, mentre l’Argentina sembra voler favorire gli standard del WPATH, pur mantenendo il suo status di paese pioniere che segue la propria strada.

Va notato che la scelta di applicare o meno il protocollo olandese dipende in modo cruciale dal rischio di morte, sia che si tratti di una minaccia di suicidio o di un rischio iatrogeno irreversibile. Il primum non nocere ippocratico è molto difficile da collocare. Questo rischio onnipresente sottolinea il fatto che non è possibile separare la questione del sesso da quella della morte.

 

Sesso, vita, morte

Come fa la vita a trovare il suo posto nel discorso? La vita ha un luogo paradossale, una “radicale ambiguità significante”, perché la vita di un essere sessuato implica la morte. La dimensione del sesso introduce la connessione tra vita e morte, poiché la riproduzione «in quanto tale, in quanto sessuata, le comporta entrambe, vita e morte»6.

Questo è ciò che Judith Butler nega quando vuole prendere in considerazione per la politica delle identità solo il minimo comune denominatore di tutte le esigenze identitarie, quello di essere formulate in termini di esigenza di vita. «In nome del corpo vivente, un corpo che ha il diritto di vivere, di persistere e persino di svilupparsi» nel corso del tempo; essi pongono così la questione della «vita vivibile in prima linea nella politica»7. La norma della vita vivibile che attraversa tutte le identità concepite come modi di godimento è un punto cruciale della geopolitica della norma, come ha ben evidenziato Éric Marty. Elimina il legame vita-morte introdotto dal sesso. «Il concetto di Norma, nella misura in cui si oppone e sostituisce quello di Legge, è, in questo senso, il concetto positivista per eccellenza, senza esterno, senza sfondi, senza segreti, senza oscurità, senza retroscena, una pura serie di positività che regolano la vita invece di dare rifugio alla morte»8.

La norma trans si rifiuta di riconoscere la minaccia di morte che comporta la riassegnazione attiva del genere. La morte non ha posto se non attraverso la minaccia di suicidio, se si rifiuta l’inclusione nel protocollo. È voler essere il padrone, accettando il rischio di morte alle proprie condizioni. Questo è un primo modo di sciogliere i legami tra sesso e morte.

L’altro modo di sciogliere sesso, morte e riproduzione consiste nell’ignorare i rischi per la fertilità che l’uso massiccio di ormoni comporta.

 

Il transessualismo e la logica del sesso

Quando Lacan venne a conoscenza del lavoro di Robert Stoller nel 1971, lo raccomandò, e allo stesso tempo fece notare come «l’apparato dialettico con il quale l’autore tratta tali argomenti sia del tutto inefficace […] l’aspetto psicotico di questi casi viene completamente eluso dall’autore in mancanza di ogni punto di riferimento, non essendogli mai giunta alle orecchie la forclusione lacaniana»9. Questa espressione “l’aspetto psicotico” ha tutto il suo peso. Non dice che tutto è psicotico e quindi che il transessualismo non aggiungerebbe nulla alla clinica della psicosi. Afferma che l’aspetto psicotico da esplorare passa attraverso la logica della forclusione.

Lacan prosegue il suo movimento di depatologizzazione delle categorie cliniche10, in favore del mantenimento della loro coerenza logica in quello che chiama «il discorso del sesso». Questo movimento porterà alla sua famosa dichiarazione, fatta per Vincennes, secondo la quale «Tutti sono folli, cioè deliranti»11. Questa depatologizzazione non toglie nulla alla logica del discorso della psicoanalisi e della sua clinica. Lacan si accontenta, durante questa prima presentazione del lavoro di Stoller, di dire che l’importante è leggere questi casi a partire dal fatto che non esiste un’essenza dell’uomo o della donna, che sono solo significanti, che sono due e che conta solo la loro relazione. Si parla di loro.

Lacan aveva già compiuto un’operazione logica dello stesso ordine in occasione della pubblicazione del libro di Maud Mannoni su “il bambino ritardato e sua madre”12. Le tesi dell’autrice facevano parte di un dibattito in cui si trattava di sapere in che modo la psicosi e la debilità si inserivano nel guazzabuglio del ritardo mentale. La debilità era una via d’uscita dalla psicosi infantile o era un modo originale di sussistenza del soggetto? All’epoca, non tutto era attribuito ai disturbi neurologici dello sviluppo. Lacan ha formulato la sua soluzione facendo riferimento a una logica del rapporto tra i due termini clinici. Lo afferma così: «È nella misura in cui […] il bambino debile, prende il posto […] di quel qualcosa a cui la madre lo riduce, a non essere più che il supporto del suo desiderio in un termine oscuro, che si introduce nell’educazione del debile la dimensione psicotica»13. Questo non significa che tutti i debili siano psicotici, ma che non dobbiamo ignorare la logica forclusiva all’opera nella relazione del soggetto debile con il sapere.

 

Due posizioni: il transessuale, l’omosessuale

L’anno successivo alla sua prima presentazione dell’opera di Stoller, Lacan stesso dà la risposta alla domanda che poneva. Come chiarire questa nuova risposta con la logica della forclusione? Egli contrappone la logica della posizione transessuale e quella della posizione omosessuale femminile di fronte al reale portato alla luce dal discorso della psicoanalisi o “discorso sessuale”. L’impossibilità di iscrivere il rapporto sessuale implica che la differenza sessuale è un fatto di discorso e non di essenza. Che ci sia un organo che fa una differenza immaginaria è solo un’illusione di incarnazione. L’organo dà solo l’illusione di accedere all’altro sesso cessando di essere un organo e diventando un significante, un fatto di discorso. Si iscrive nelle chiacchiere sul sesso che ci fanno dimenticare l’incommensurabile dei godimenti sui lati maschile e femminile della sessuazione. Uno può sognare di essere situato in un organo, l’altro no.

Da lì, Lacan contrappone due modi logici di trattare il significante fallico, quello del transessuale, quello della omosessuale. Il transessuale non lo vuole più come significante. Esce dal discorso e passa al reale attraverso la chirurgia. Anche la omosessuale non lo vuole come significante, ma rimane nel discorso sessuale. Sviluppa il discorso amoroso in modo tale da rovinare ogni prestigio di questo fallo, «rompendo il significante nella sua lettera»14. L’esempio princeps è il movimento delle Preziose.

Passaggio “dal reale” e passaggio “al reale”

Per il transessuale, che qui ci interessa, Lacan mostra la logica forclusiva in due fasi. In primo luogo, la posizione del soggetto transessuale partecipa all’errore comune. Egli incarna in un organo la differenza sessuale che è un puro fatto di discorso: «la piccola differenza, che passa subdolamente nel reale con la mediazione dell’organo»15. In una seconda fase, dopo essersi sottomesso all’errore comune, nasce una passione particolare. «La passione del transessuale è la follia di volersi liberare di questo errore, l’errore comune di non vedere che il significante è il godimento e che il fallo è soltanto il suo significato»16. Qui, Lacan non parla più di psicosi, ma di passione e follia. La liberazione desiderata dal transessuale mira all’organo come misura comune. Questa liberazione vuole ignorare che i sessi sono incommensurabili per il non-rapporto dei godimenti, al di là dell’organo.

L’errore logico è «voler forzare attraverso la chirurgia il discorso sessuale che, come impossibile, è il passaggio del reale». Leggiamo qui la distinzione tra il passaggio “del reale” e il passaggio “al reale”. Il passaggio del reale, come diciamo il passaggio di un tifone, è l’impossibile del rapporto sessuale nel discorso. L’errore logico è quello di volerlo iscrivere passando “al reale”.  Il soggetto transessualista, per la sua passione di passare all’altra riva, essenzializza la differenza sessuale e fa esistere l’identità dell’uno e dell’altro lato senza tener conto dell’alterità radicale del godimento femminile. È per questo che al soggetto transessuale operato non importa sapere se la protesi del pene o vaginale gli darà delle sensazioni. Non è una passione sensualista. È oltre. Ci saranno sempre abbastanza sensazioni.

 

Passione transessuale e passione trans

La passione transessualista fa passare al reale l’impossibilità del rapporto tra i sessi. Mentre è un’impossibilità di una misura comune dei godimenti, si trasforma in una polarità radicale tra l’essenza maschile e l’essenza femminile incarnata in un corpo sessuato secondo un desiderio. È in questo che la passione transessualista e la passione trans sono separate. Questa è la passione dell’autodeterminazione della scelta del sesso, la passione del self made, del cambiamento su richiesta. Il suo riconoscimento è iscritto nelle leggi che permettono il cambiamento di stato civile senza necessariamente accompagnarlo con un trattamento ormonale o chirurgico.

Il teorico transessualista Jay Prosser17 dell’Università di Leeds ha dichiarato con le sue stesse parole il suo deciso rifiuto di ridurre la propria transizione a un percorso trans o queer. Sembra che sia la rivelazione di queste differenze, di queste opposizioni, di queste impasse, in lotte differenziali feroci e irriducibili che hanno allontanato Judith Butler dalle dispute sul genere. Ora è altrove, facendo del razzialismo il vero fondamento intersezionale delle rivendicazioni delle minoranze, dei precari e dei dominati. Lì, il raduno sembra possibile. Non è possibile nel genere.

 

Le faglie nell’imposizione di una norma

Con l’uscita del DSM 5 e l’adozione del termine accozzaglia di “disforia di genere”18, la maggior parte dei paesi con servizi specializzati ha adottato il protocollo olandese come norma ideale per il trattamento affermativo della riassegnazione di genere. Questa nuova norma ha spazzato via i modi più attendisti in cui le richieste di riassegnazione erano state ricevute in passato. Gli scontri di Kenneth Zucker con le associazioni di pazienti trans a Toronto incarnano questa sostituzione e le sue conseguenze per gli attori del sistema sanitario19.

Un nuovo periodo sta iniziando con la pubblicazione del follow-up delle coorti della Tavistock Clinic e del Karolinska. In Inghilterra, Svezia e Finlandia, hanno portato alla sospensione del protocollo olandese. In Inghilterra per ragioni legali, in Svezia per ragioni puramente mediche di beneficio/rischio del trattamento, in Finlandia per la preferenza dei trattamenti non invasivi. Finché la riassegnazione affermativa era il modello dominante, le associazioni di attivisti e i team di endocrinologia e chirurgia erano sulla stessa lunghezza d’onda, con le associazioni di attivisti che spingevano per trattamenti più aperti e più numerosi. Il divario emergente nella nuova geopolitica della norma tra i paesi del Nord e del Sud distribuirà le carte in modo diverso e farà emergere dibattiti che saranno complessi e accesi.

Politica delle norme e potere biomedico

Le tesi di Michel Foucault sulla politica delle norme hanno permesso alle comunità delle minoranze sessuali di affermare i loro desideri di modificare la norma patriarcale. Durante l’epidemia di AIDS, i gruppi di pazienti attivisti AIDES, ARCAT-SIDA, Act Up-Paris e Act Up negli Stati Uniti hanno attinto al lavoro di Foucault in vari modi per stabilire nuove relazioni di potere con il biopotere medico. AIDES voleva essere universalista ed esprimeva la sua riluttanza di fronte alla burocrazia sanitaria e al suo carattere della moralità, ARCAT-SIDA pensava a se stessa come raduno di intellettuali specifici, e Act Up-Paris è stata la prima associazione a presentarsi come avente un’identità in questo concerto. Come nota Philippe Mangeot in un articolo importante sulla storia di queste associazioni, Act Up-Paris ha dimostrato «una pratica ininterrotta del cortocircuito: universalista e minoritaria allo stesso tempo; sfidando lo stato e chiedendogli costantemente conto; occupando sia le strade che i ministeri; pronunciando alternativamente un discorso di contro-esperienza e una rabbia cruda». Le associazioni trans sono eredi di questa storia nelle loro diverse pratiche di rapporto con il potere biomedico, specialmente Act Up nella sua pratica proteiforme.

Gli autori americani hanno notato, con una certa Schadenfreude sulle ambiguità rivelate dalla French Theory, che il recente periodo pandemico ha brutalmente spostato l’uso delle tesi di Michel Foucault sulla denuncia del potere biopolitico medico da parte della sinistra e della destra americane sul lato opposto20. Da un lato, la destra americana si è impadronita delle tesi che denunciano i poteri della burocrazia sanitaria e la sua biopolitica invasiva. D’altra parte, i democratici, compresa la loro ala radicale, hanno fatto della scienza medica, incarnata da Anthony Fauci, l’eroe della pandemia. Hanno chiesto a gran voce l’estensione dei suoi poteri coercitivi.

Le associazioni trans, che hanno preso una forte piega identitaria, continueranno a cercare la simbiosi con il potere biomedico mentre le distanze dal protocollo olandese si accentuano? Inoltre, il ricorso della burocrazia sanitaria a pratiche Nudge eccessive negli ambiti dell’intimo21 sostituisce la politica con un controllo più o meno discreto dei comportamenti. Queste pratiche stanno anche prendendo una piega identitaria, come si è visto nella campagna per la tolleranza.

L’alleanza tra le associazioni identitarie radicali e la burocrazia sanitaria sarà praticabile? Dovremo interpretare gli sviluppi a cui stiamo per assistere. La campagna per il diritto all’interpretazione che Jacques-Alain Miller ha appena lanciato può svilupparsi solo nel ripristino delle condizioni per un dibattito aperto.

Traduzione: Adele Succetti

*Articolo pubblicato in francese in “Lacan Quotidien”, n°932, disponibile qui: https://lacanquotidien.fr/blog/2021/06/lacan-quotidien-n-932/

[1] Cécile Prieur, precedentemente a “Le Monde”, nel 2005 scriveva un articolo per rilevare «il mistero singolare dello psichismo», disponibile su internet.

[2] Ospedale per bambini Astrid Lindgren all’interno della famosa università Karolinska di Stockholm.

[3] Policy Change regarding hormonal treatment of minors with gender dysphoria at Tema-Barn-Astrid Lindgren children’s hospital, 5 maggio 2021, & Sweden’s Karolinska Ends All Use of Puberty Blockers and Cross-Sex Hormones for Minors Outside of Clinical Studies, 8 maggio 2021, disponibile sul sito della Society for evidence based gender medecin.

[4] É. Laurent, Età della ragione, età dell’inclusione?, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n31-20-maggio-2021/#art_6

[5] Cfr. Entretien avec les membres de Pour les droits des enfants du Québec, disponibile su internet.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, testo stabilito da J.-A. Miller, ed. italiana a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi, 2011, p.29.

[7] J. Butler, Rassemblement, Fayard, 2016, p. 147, citato da Barillas L. & Charpentier A., Pour situer la discussion, postfazione di Butler J. et Worms F., Le vivable et l’invivable, Presses Universitaires de France, 2021, p.70.

[8] É. Marty, Le Sexe des Modernes, Paris, Seuil, 2021, p.380.

[9] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVIIIDi un discorso che non sarebbe del sembiante, Torino, Einaudi, 2010, p.25.

[10] J.-A. Miller, intervention à Espace Analytique, 29 maggio 2021, inedito.

[11] J. Lacan, Lacan pour Vincennes!, in “Ornicar?”, 17/18, primavera 1979, p.278.

[12] M. Mannoni, Il bambino ritardato e la madre, Torino, Bollati Boringhieri, 1977.

[13] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, testo stabilito da J.-A. Miller, Torino, Einaudi, 2003, p.233.

[14] J. Lacan, Il Seminario, Libro XIX, … o peggio, Torino, Einaudi, 2020, p.12.

[15] Ivi, p. 11.

[16] Ibidem.

[17] J. Prosser & J. Butler, Queer Feminism, Transgender, and the Transubstantiation of Sex, in Stryker S. & Whittle S., The Transgender studies reader, Routledge, 2006.

[18] Espressione di Jean-Claude Maleval, Dysphorie de genre, un fourre-tout précoce, in “Lacan Quotidien”, n°918, 4 marzo 2021.

[19] É. Laurent , Les questions des enfants trans, La Sexuation des enfants, Lavori dell’Institut psychanalytique de l’enfant, Navarin, 2021, à paraître.

[20] G. Schullenberger, How we forgot Foucault, American Affairs”, 20 mai 2021.

[21] J.-A. Miller, Messaggio anti-discriminazione: quando lo stato pretende di insegnarci la tolleranza, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n33-19-giugno-2021/#art_1

The other side of the Zoom

Omar Battisti
Membro SLP e AMP – Rimini – luglio 2021

“The medium is the massage”
M. McLuhan

“due suoni specificamente identici

possono comparire solo in tempi diversi”
E. Husserl

 

Durante PIPOL 10, oltre a seguire il dispiegarsi del tema Volere un figlio. Desiderio di famiglia e clinica delle filiazioni, alcuni momenti del convegno hanno evocato le due frasi in esergo. In particolare la seconda di E. Husserl che ho tratto da un testo chiamato La geometria dei vissuti, inserita in questo passaggio:

«Soltanto le qualità visive e tattili ammettono una vera e propria ‘localizzazione’, ed è in virtù della ‘determinazione individualizzante’ del ‘luogo’ che possono coesistere nel medesimo istante, anche quando sono uguali tra loro. Di contro, ‘due suoni specificatamente identici possono comparire solo in tempi diversi»1.

Diversamente dai convegni in presenza, locuzione da non dare per scontato ma interrogare seriamente, il programma online prevedeva che in ogni sala simultanea fossero presenti a video tutti i relatori della mezza giornata. Altrimenti ci sarebbe stato un avvicendarsi di presidenti e relatori negli stessi posti accompagnati dalla sostituzione dei cavalierini con i nomi di ciascuno. Quindi i posti restano invariati, quello che cambia è il nome di chi lo occupa, cosa che in sé richiede una durata. Non avrei mai fatto caso a questo dettaglio forse insignificante se non avesse richiamato quel passaggio riportato in cui la presenza contemporanea di due elementi identici posti in posizioni diverse viene messa in tensione con un’impossibilità legata al tempo e al suono. Ci vuole del tempo perché sia posta la differenza tra un suono al tempo n e un suono al tempo n+1, differenza di tempo che può portare a riconoscere uno stesso suono in tempi diversi.

Molto banalmente, scrivendo 1 e 1, si può leggere e cogliere istantaneamente che lo stesso 1 occupa due posti diversi. Ma se si legge ad alta voce: 1 e 1, c’è una durata che separa il primo uno dal secondo 1, una durata che non si può cancellare a questo livello. Ancora più banalmente, durante le simultanee questa durata, forse non così lontana dalla durata necessaria all’avvicendamento dei diversi presidenti e relatori negli stessi posti, ha portato per me a rilevare una dimensione del tempo amplificata proprio dall’uso dello strumento Zoom (come qualsiasi altra piattaforma). Sia chiaro, non è qui in causa un discorso nostalgico su com’erano belli i tempi passati oppure un frenetico entusiasmo sulle possibilità aperte dall’uso del virtuale. Si tratta di far emergere un elemento che trovo accompagni questo uso: l’amplificazione del tempo, ed interrogarne l’incidenza per il discorso analitico.

Mentre in presenza, il dispiegamento del programma era necessariamente accompagnato dall’avvicendarsi dei corpi nei posti assegnati e all’alternanza tra presenza e assenza in cui era possibile cogliere una discontinuità, questi passaggi sono praticamente istantanei dal momento che tutti i relatori erano simultaneamente presenti come immagini su uno schermo fuori corpo. Per questo la sincronizzazione acquista una funzione essenziale nello scandire i passaggi. Tutto il balletto di presenza/assenza che accompagna il dispiegamento del programma di un convegno non online, viene così sostituito dall’amplificazione data alla necessità di sincronizzare i passaggi istantanei tra chi ha la parola e colui a cui viene data per proseguire il discorso del convegno. Convegno in cui la presenza in causa non è tanto quella dei corpi di chi vi partecipa, ma quella del discorso dell’analista come legame sociale di chi ha l’esperienza dell’analisi, sia come analista che come analizzante. Allora, quali sono le incidenze che quello che ho provato a chiamare amplificazione del tempo e l’uso dello spazio virtuale mettono in gioco rispetto a questo discorso? Che cosa di questa presenza non può passare tramite l’uso di uno spazio virtuale? Durante l’assemblea SLP abbiamo ascoltato la presidente AMP Angelina Harari che interrogava l’uso di questo spazio in riferimento alla passe, ricordando come i passant durante la pandemia abbiano sempre trovato il modo di spostare il proprio corpo per andare a incontrare i passeurs. Spostamento che implica un tempo, una durata e che subito evoca in me quel balletto di presenza/assenza che accompagna i passaggi nel programma di un convegno. Forse la necessità di usare uno spazio virtuale può essere l’occasione per interrogare, isolare e circoscrivere in dettaglio la virtualità e la presenza del discorso dell’analista nel contemporaneo. Contemporaneo che fa della virtualità e della presenza una semplice opposizione in termini di corpi che occupano uno stesso spazio in uno stesso tempo, come se il virtuale fosse solo da una parte e la presenza solo da un’altra. Il linguaggio snatura questa semplice opposizione dal momento che un corpo lo abita e che un dire vi può alloggiare. Per cui c’è una presenza che supera i limiti del corpo e una virtualità che si presenta dal momento che si parla. La posta in gioco trovo stia nel modo di maneggiare questa virtualità e questa presenza servendo il discorso analitico, «tormento [che] riguarda una formazione che possa qualificarsi come umana. Ogni formazione umana ha per essenza e non per accidente di porre un freno al godimento»[2].

Trovo che nelle simultanee di PIPOL10 è di questo che si è parlato. Bénédicte Jullien, al termine della simultanea in cui rivestiva la funzione di maiuetica, ha messo in valore una citazione di JAM che ha circolato nella conversazione, «volere è un godimento».

Forse una pista da seguire in merito a virtualità e presenza rispetto al discorso dell’analista nel contemporaneo può passare dal prendere a prestito dalla matematica la differenza tra oggetto e funzione.

 —

[1] C. Sinigaglia, La geometria dei vissuti, in C. Bartocci, P. Odifreddi (a cura di), Matematica. Suoni, forme, parole,  Einaudi, Torino 2011, p. 831.

[2] J. Lacan, Allocuzione sulle psicosi infantili, in J. Lacan, Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, pp.357-358.

Il rischio d’insegnare*

Pierre Naveau

«La causa è dell’atto e dell’etica che lo anima»
J. Lacan

La prima volta che l’ho letta, ho provato un vivo interesse per questa frase: «Chiunque insegna, lo fa a suo rischio».

«A suo rischio», è scritto. La frase in questione, di conseguenza, ha una portata etica. Io vi lessi, gli occhi fissati al testo, che l’insegnamento della psicoanalisi esige il coraggio – coraggio che consiste nell’assumersi dei rischi.

Qualcuno, che mi aiuta e mi sostiene nella mia pratica di analista, s’interrogava un giorno, in mia presenza, ad alta voce: «A parte colui che da trent’anni rende chiaro il nostro cammino e ci insegna a leggere – chi, chi in verità, insegna assumendosi dei rischi?». La questione così posta lancia una sorta di sfida e invita, quindi, ad accettarla. Lacan, quanto a lui, a più riprese ha messo l’accento sul rischio che ci si assume a insegnare. Era giunto a parlare del proprio insegnamento come “senza paragoni”. Questo vuol dire, aveva precisato, che il suo insegnamento era il solo a parlare di ciò che è la psicoanalisi. In opposizione a queste domande che pone il filosofo: «Che cos’è la filosofia? Che cos’è la metafisica? Che cos’è una cosa?», Lacan lasciava dunque intendere che era il solo ad affrontare la questione posta in questi termini: «Che cos’è la psicoanalisi?».

La mia attenzione è così stata attirata da questo modo di evocare il rischio di cui si tratta, il rischio che c’è non solo a parlare (questo non basta), ma nell’osare parlare di qualcosa di particolare (ed è proprio di questo che si tratta). Qualcosa di particolare? Bisogna intenderlo, nel senso in cui, relativamente alla situazione in cui è preso, il rischio che c’è nel dire è grande. L’accento posto sul rischio è ciò che dona il suo valore all’eroe, secondo Corneille. Nel momento in cui Augusto rivela a Cinna che egli sa che lui l’ha tradito, che cosa si appresta a rispondere Cinna? La posta in gioco della conversazione è cruciale. La soluzione dell’intrigo è sospesa alla parola di Cinna. Oserà o non oserà dire ciò di cui si tratta? Proverà a sottrarsi? No, poiché risponde: «Prima di amare Emilia, ho avuto l’intenzione di vendicare mio padre». Certo, l’alternativa è chiaramente messa in luce: tradire o non tradire, qui è la questione. Ho scelto soprattutto questo esempio di un apice della tragedia, perché mostra che la parola è tanto più decisiva o inventiva, quanto più è grande il rischio di assumerla.

L’interrogazione di prima, a proposito di colui che costituisce un’eccezione, taglia nel vivo del nostro pensiero, poiché indica, tutto a un tratto, che la messa in questione dell’insegnamento della psicoanalisi implica l’esistenza di una lacerazione dialettica tra l’insegnamento e l’atto.

Insegnamento e atto

Lacan in effetti, articola l’insegnamento della psicoanalisi all’atto dello psicoanalista1. L’insegnamento, nel suo corso, anche quando è quello di un fiume di fuoco, anche quando è animato dai torrenti di un vivo desiderio, è confrontato a un rischio: che il legame con l’atto si rompa. Giacché l’insegnamento trova la sua sorgente nell’atto, ossia in un salto sempre da compiere. Lacan non arriva forse a dire che: quello che salva l’analista è proprio l’atto? È dunque “a proprio rischio e pericolo” che, se accade, ci si assume la posizione di insegnante. Questo suppone che ce ne sia dell’insegnante. Questa posizione soggettiva dell’essere è marcata dalla contingenza e dalla precarietà. Bisogna crederci, ma è impossibile credercisi, poiché, che ci sia o non ci sia dell’insegnante non lo sappiamo proprio. Per questo propongo di leggere la proposizione di partenza in questi termini: «È il rischio che ci si assume che fa sì che vi sia dell’insegnante».

Il pericolo che si corre a insegnare è che, se il detto è sminuito al rango del ripetuto, lo stile psicoanalitico si muta in stile universitario. Poiché il rischio da prendere è che il detto raggiunga l’inedito. «Non c’è avvenimento che di un dire», ha detto Lacan. È in questo punto nodale che l’insegnamento incontra la storia dei discorsi, poiché la storia dei detti si tesse dei tagli epistemologici provocato dall’inedito.

In questa prospettiva, propongo questo esempio di un frammento di caso, che rileva di una clinica del dettaglio. Basta talvolta un niente, perché la storia di un soggetto sia modificata. Che dei legami si annodino o si sciolgano, ciò può dipendere da quasi niente: una parola o una frase. Una parola non è stata pronunciata nel momento in cui avrebbe dovuto esserlo, o al contrario una parola di troppo è stata detta. Una frase infausta è stata detta e ha ferito. Una parola è stata intesa come fosse fuori luogo. Un discorso è stato inteso di traverso. Un rimprovero è stato preso male. Un ridere a sproposito ha sorpreso. Un silenzio è diventato pesante. Una conversazione ha preso una brutta piega. È cos’è che Perdican dichiara a Camilla: «Non sono felice». Camilla gli risponde allora: «Vuoi dire che non sei felice con me?». Egli mente: «Sono felice con te, e nello stesso tempo semplicemente non sono felice». Camilla gli dice allora: «Ti sento freddo e lontano, anche al più forte dei nostri abbracci». Perdican è toccato da questo rimprovero indirizzatogli da colei che gli è più vicina. Cade allora dalla bocca di Camilla: «Non andremo lontano insieme». Perdican comprende che sarebbe un uomo perduto se il legame con Camilla si rompesse, e si domanda che cosa lo rende triste. L’analista avrebbe potuto semplicemente dirgli: «Non si scherza con l’amore». In realtà, gli dice: «C’è qualcosa che lei non osa dire». Che cosa Perdican non osa dire? Non ha capito, suo malgrado, che Camilla, senza che lo dica apertamente, venuto il momento, lo lascerà, perché sente che non è lei, la vicina, che lui desidera, ma la lontana, l’altra da lei, che viene a incarnare, all’occasione, un’altra donna che lui incrocia cammin facendo.

In quali condizioni il clinico accede allora alla posizione di insegnante? La questione si pone. Poiché riportare questa breve sequenza clinica a una congiuntura d’insegnamento ha interesse solo se non mi soddisfo a dire che questo analizzante soffre, e allo stesso tempo gode, di non rivelare il suo desiderio – un desiderio colto qui nel punto stesso in cui si ritorce, e tende verso ciò che divide la propria partner, creando così uno scarto all’interno di lei.

Raggiungo un insegnamento degno di questo nome, solo se porto qualcosa di nuovo, qualcosa che mette in causa l’atto dell’analista, vale a dire l’evocazione, attraverso di lui, del coraggio che c’è nel dire ciò che non si può dire. Insegno nel senso della psicoanalisi se non mi accontento di ripetere ciò che mille volte è già stato indicato a proposito di casi di nevrosi maschili, cioè che il desiderio del soggetto in questione non è là dov’è, ma è là dove non è, e che questo desiderio si nasconde, lontano dal qui e ora, a lato del campo di battaglia dove l’azione si sviluppa (nella circostanza, la conversazione con la propria partner), mettendosi al riparo di una rappresentazione fantasmatica dell’altrove. È necessariamente là che andrebbe meglio.

Non posso forse affermare, per esempio, qualcosa che non può essere detta se non a partire da questa storiella particolare, che se Perdican è così lontano, è perché s’identifica alla lontana, e ancora di più, perché egli s’identifica con identificazione? Crede a questa identità che egli si dà. Egli è proprio lui, ciò che fa macchia nel quadro, poiché lei, la sconosciuta, l’innominabile, l’esiliata al di là dei mari, nel quadro non c’è, manca. Perdican è colei che non è Camilla. Il suo nome di uomo, il suo sintomo, è questo: “il lontano”. Da quando insegno, sono così diviso dalla querelle che oppone senza pietà l’antico e il nuovo. «Sulla castrazione», ha detto Lacan, «nessuna pietà!». Lacan accentua questa divisione: «[…] nel discorso analitico, l’analista può sperare di accedere alla funzione dell’insegnante […] egli rimane analista. Ma si trova nella posizione dello psicoanalizzante»[2]. Che cosa vuol dire? Nient’altro che questo: l’insegnamento della psicoanalisi suppone il transfert.

Insegnamento e transfert

Il transfert è ciò che fa lo stile dell’insegnamento: psicoanalitico o universitario. L’insegnamento mette in questione il rapporto tra la verità e il sapere, e quindi tra la soddisfazione legata alla verità e quella che è legata alla faglia nel sapere. Se è vero, come Lacan indica, che il discorso dell’analista conduce l’analista ad «accedere alla funzione dell’insegnante. Ma […] nella posizione dello psicoanalizzante», ciò vuol dire che si opera una trasformazione. Si passa così dalla situazione in cui il sapere è supposto a lui, all’analista, a quest’altra situazione in cui il sapere è da produrre, dall’analista divenuto insegnante, a partire dal significante, a partire dal testo a cui si riferisce e che interroga prendendo appoggio sulla propria questione. Nel momento in cui è ingaggiato nello slancio dell’invenzione del sapere, l’analista allora si divide tra il vecchio e il nuovo e, animato dal desiderio di sapere, si isterizza e si istoricizza – si istericizza (è così che Lacan propone di scrivere questa parola).

Mi viene in mente un esempio semplice. Faccio l’ipotesi che l’insegnante abbia il desiderio di trasmettere la tesi secondo cui la teoria più avanzata concernente il legame sociale si trovi nel libro di Freud sul motto di spirito. È la tesi enunciata da Jacques-Alain Miller nel suo corso La fuga del senso.

Che l’insegnamento della psicoanalisi sia articolato al transfert, implica che sia messo in questione il modo secondo cui l’insegnante si riferisce a questa enunciazione primordiale. Se ci si limita a riprendere la tesi secondo cui «il motto di spirito annoda un legame sociale», senza essere condotti, come indica Lacan, a prendere la posizione di analizzante, ossia la posizione di un soggetto diviso da ciò che c’è da osare dire, da ciò che bisogna avere il coraggio d’inventare di nuovo, allora si esce dal discorso dell’analista, si entra nel discorso universitario, e ci si accontenta di prendere, o di rubare, ciò che propongo di chiamare: la lettera del dire. Una clinica differenziale del transfert sull’insegnamento corre, dunque, tra le parole che si pronunciano e le righe che si scrivono. Amore o odio, transfert positivo o negativo.

«Il desiderio è la sua enunciazione», disse Lacan. In ciò che forma il corso dell’insegnamento, il desiderio di cui si tratta brucia o si spegne. La luce sgorga o, all’opposto, cade l’oscurità. La fiamma dell’enunciazione è mantenuta vivace oppure no. C’è una vita della lettera del dire, una pulsazione che batte, una pulsione che spinge, un “farsi” che gli è proprio. A seconda della sorte che è riservata alla fiamma dell’enunciazione, la lettera può, in effetti, diventare più o meno leggibile o più o meno illeggibile. Lo scarto tra il detto e il dire si apre o si chiude. La lettera del dire è ribelle, inafferrabile, inimitabile. Non la si cattura facilmente, senza affrontarla nel modo adeguato. Suscita ripugnanza al volo, precisamente. Che l’insegnamento sia chiaro o oscuro, dipende dal modo in cui si tratta la lettera del dire. Essa non si dà facilmente per essere letta. C’è uno sforzo da fare. A questo proposito, il movimento va piuttosto dall’illeggibile verso il leggibile. È un’opportunità, se si offre alla lettura, chiara come l’acqua del ruscello, con la sua strana limpidezza…

Imparare a leggere presuppone un certo rapporto alla lettera del dire. Giungere a ciò che, a ciascuno, non è dato subito, ossia a saper leggere, presuppone l’apprendere come bisogna saperci fare con questa lettera che brucia. Al più forte di questa guerra del fuoco, sventura a colui che spegne la fiamma dell’enunciazione! La sanzione è immediata e si chiama: la noia. Come mi faceva notare una collega nominata, all’uscita dalla procedura della passe, Analista della Scuola, il modo secondo cui “ci si riferisce a” comporta il fatto che si attribuisca o si contesti il sapere a colui a cui ci si rapporta, a colui con il quale, attraverso la lettera di un testo, si annoda in questo modo un legame. Il significante può produrre un sapere, solo se questo sapere gli è riconosciuto, solo se il testo da leggere o commentare, per esempio, non è spogliato della sua potenza agalmatica. Nasconde un tesoro, ma questo tesoro non può essere trovato come se si trattasse di una preda facile. Bisogna rispettare la generosità per aumentarla noi stessi. “Generosità, dice il poeta, che crea anche il calore che una volta riceve, e due volte offre”. Parlare di questo testo in questione suppone, quindi, nell’immediatezza stessa della parola, un’invenzione di sapere.

Il dramma che insidia l’insegnante è quello di Arnolfo. Lacan non dice forse che La scuola delle donne è l’apice della commedia? Arnolfo il sofista non può essere considerato da Agnese come un uomo che ama assumere il rischio che c’è nell’osare parlare di ciò di cui si tratta, poiché lui stesso, che è colui che teme al di sopra di tutto il tradimento, non gli insegna niente di nuovo. Arnolfo ci insegna però, a sue spese, che la passione legata al sapere si separa tra due correnti che non possono che allontanarsi l’una dall’altra, tristezza dell’educatore, gaiezza dell’inventore, ossia di colui che osa dire, colui che, come si esprime il filosofo, lascia il rifugio e osa avanzare nella parola.

*Articolo pubblicato in AA.VV, Chi sono i vostri psicoanalisti?, autori: Jacques-Alain Miller e 84 amici, Roma, Astrolabio, 2003, pp.369-374.

[1] J. Lacan, Dell’insegnamento e i quattro discorsi, in “La Psicoanalisi”, n°18, Roma, Astrolabio, 1995.

[2] Ibid., p.20.