Il reale senza legge sembra impensabile, è un’idea limite. In primo luogo vuol dire che il reale senza legge è senza legge naturale.

Jacques-Alain Miller, Un reale per il XXI° secolo

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Carlo De Panfilis

Editoriale: taglio

Loretta Biondi
Presidente SLP – Rimini – 26/03/2020

Che il reale senza legge sia ciò in cui e di cui ciascun soggetto sta lavorando – in questo tempo precipitato che sta spazzando via ritmi, scansioni – è la cifra che riguarda ciascuno, oggi più che mai.

Ogni istante che si sussegue, che cambia con una rapidità forse mai vissuta in Italia nelle ultime decine di anni ne fa “del nuovo”. Dà e darà agli analisti del Campo freudiano una prospettiva nuova. A ogni Scuola, alla nostra SLP, alla Scuola Una sarà dato un taglio, una punteggiatura altra: sul piano clinico, politico, epistemico sarà data una nuova prospettiva.

Per ciascuna delle nostre sette Scuole, per le attività del Campo freudiano, vi sarà un aggiornamento di calendario, non senza effetti. Sarà un effetto di taglio.

In questo tempo così perturbato, il desiderio, il respiro di desiderio, sta combattendo la sua aspra battaglia.

Il tempo dell’attesa: il desiderio ora lavora con soluzioni precarie, con presenze in mancanza, con la propria peculiare mancanza, assumendosi la sua stoffa singolare con un silenzio non-tutto.

Mentre sto scrivendo queste righe per l’editoriale, un folle sta passando sotto la mia casa: è di ritorno dalla spesa, unica uscita consentita sotto la sorveglianza delle Forze dell’Ordine che richiamano a farla non quotidianamente, controllando che si faccia nel supermercato più vicino alla propria abitazione. Urla ripetutamente al megafono di cui è fornito: “I poveri sono senza tetto, senza casa! Assassini, ladri!”.

In questo istante il reale si porta con sé il fardello per ciascuno.

Il reale senza legge apparirà come sottotitolo a Rete Lacan, a-periodico online della SLPcf, già da questo quarto numero.

Sono presenti testi nella traduzione italiana, a partire da quello di Éric Laurent, che stanno via via depositandosi nelle riviste, nei blog del Campo freudiano: bussole epistemiche che possono orientare tagli da dare ai contributi per Rete Lacan, ognuno originale, ognuno al vaglio del lavoro di Scuola che oggi, più che mai, ha da risvegliarsi dal sogno, ha da risuonare in ciascun soggetto!

L’Altro che non esiste e i suoi comitati scientifici*

Éric Laurent
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 19/03/2020

L’epidemia e i suoi comitati

Quello che colpisce molto in questa epidemia mondiale, è che tutti i governi – dittature, democrazie illiberali o meno, populismi di ogni genere e specie – sono portati a prendere misure drastiche di gestione della popolazione. Come giustificarli? Gli autocrati puri, effettivi o sognati, si fondano solo su stessi. Bolsonaro mostra il dito medio e Putin dichiara che la Russia è sotto controllo. Per gli altri, il fatto di ricorrere ai comitati scientifici, che consigliano il governo, si afferma come una necessità in un ambiente incerto.

Se prendiamo i casi inglese e francese, notiamo che questo stesso riferimento dichiarato dà luogo a misure molto diverse. Un punto va sottolineato subito: nonostante le apparenti divergenze massive di tali misure, esse si fondano sugli stessi studi. Questo è facilmente constatabile per il fatto che, Darwin oblige, gli epidemiologi inglesi hanno un prestigio e un’autorità mondialmente riconosciuti. Una lunga catena di trasmissione ha permesso ai biologi evoluzionisti inglesi di contribuire in numero maggioritario alla “nuova sintesi” che combina la genetica mendeliana e la selezione naturale darwiniana in modelli matematici della genetica delle popolazioni. Da Ronald Aylmer Fisher sino a Richard Dawkins e John Maynard Smith, Oxford e Cambridge hanno prodotto un lignaggio impeccabile di biologi evoluzionisti e di epidemiologi. Torneremo sulle eventuali stranezze delle opinioni sostenute da tali scienziati, poiché quello del biologo è un lavoro a rischio. Predispone a generalizzazioni sulla specie che possono, ogni tanto, sembrare strane, se non addirittura pericolose.

Questa volta, non è da Oxbridge che giunge la voce che ha autorità, ma dall’Imperial College di Londra. Il 16 marzo, l’équipe di Neil Ferguson ha fornito, in tempi record, una relazione e modelli dei diversi scenari possibili, sia al governo inglese che a quello francese. Questa relazione è stata ripresa dal comitato dei dieci esperti francesi in quanto esemplare, al contempo perché proveniva da una fonte prestigiosa e perché osava presentare prospettive rischiose.

L’immunità collettiva e la fisarmonica di Ferguson

L’equipe dell’Imperial College ha messo in numeri il reale dell’epidemia a partire da due opzioni e da cinque azioni possibili per rallentare il virus. «Queste due opzioni sono qualificate come “mitigation” (attenuazione) e “suppression” (contenimento), giocando su cinque tipi di azione diverse: isolamento domiciliare dei casi confermati; messa in quarantena dei famigliari; distanziamento sociale delle persone ultra settantenni; distanziamento allargato a tutta la popolazione; chiusura delle scuole e delle università»1.

La prima opzione, l’attenuazione, non si dà come obiettivo quello di interrompere il virus, ma vuole controllarlo tramite azioni attinte fra le cinque possibili, di minima, al fine di ottenere il più rapidamente possibile un’immunità della popolazione che conduca a un declino del numero di casi quando viene raggiunta la protezione collettiva di gruppo, “immunity herd” in inglese. Il concetto è brutale, nella lingua d’origine herd è il gregge. Per questo motivo le traduzioni attenuano in genere il concetto. Parlare d’immunità di gruppo o di immunità collettiva è più umano.

«La seconda opzione, il contenimento, mira a far sì che un dato individuo trasmetta il virus a meno di una persona, portando all’estinzione dell’epidemia. Questa strategia, applicata dalla Cina in modo autoritario, presuppone misure più radicali che arrivano sino al confinamento dell’intera popolazione. Dopo cinque mesi di un simile regime, tuttavia, l’epidemia rischierebbe di divampare di nuovo, se si interrompono le misure prese». In effetti, indipendentemente dalla soluzione scelta, quello che si vuole ottenere, che lo si voglia o meno, è la herd immunity della popolazione di fronte a un virus su cui c’è molto da imparare.

Che si lasci infettare molto o che lo si contenga molto non è una questione di principio assoluto, è una questione pragmatica per l’equipe dell’Imperial College. La base fondamentale del calcolo devono essere le risorse in termini di posti letto in rianimazione di cui dispone ogni sistema sanitario. Il concetto di “posto letto” implica al contempo l’oggetto e il personale necessario per farlo funzionare. E ci vogliono molte persone.

Per questo motivo, in un primo tempo, il 15 marzo, Boris Johnson, fiancheggiato dal suo capo consigliere scientifico (Chief scientific advisor), Patrick Vallance, e dal suo Chief medical officer, ha dichiarato: «Non è possibile evitare che tutti abbiano il virus. E non è neppure augurabile, poiché è necessario che la popolazione acquisisca una certa immunità»2.

L’applicazione del concetto di herd immunity, che viene dalla teoria dei vaccini, a una situazione in cui non ce n’è, ha scioccato. P. Vallance è l’ex responsabile Research & Development di GlaxoSmithKline. La sua adesione alla logica del mercato è comprovata. E una simile dichiarazione, al limite del laisser faire, è sicuramente ispirata dal consigliere della Brexit, Dominic Cummings. Le autorità, quindi, hanno lasciato che si svolgesse la mezza maratona di Bath, poiché, secondo il loro ragionamento, si tratta di giovani e in forma, e se si infettano, aumenteranno l’immunità generale e vi saranno pochi casi gravi tra di loro.

Molto rapidamente però le cifre diventano implacabili. Per l’immunità, è necessario che il 60 % della popolazione sia contagiato, cioè 40 milioni di britannici. Poiché, attualmente, il 5 % dei casi sono considerati gravi, ciò significa 2 milioni di casi gravi, su un medesimo tempo probabilmente piuttosto breve, il che è da mettere in relazione con un numero di posti letto in rianimazione simile alla Francia, cioè, a seconda della mobilitazione, tra 5.000 e 7.000 posti letto.

Il caporedattore della rivista medica più prestigiosa al mondo, The Lancet, ha quindi tweettato: «Matt Hancock [ministro della salute] e Boris Johnson affermano che seguono la scienza. Ma non è vero […]. Il governo gioca alla roulette con il pubblico»3. Gli appelli neo-churchilliani di Boris Johnson per preparare la popolazione a perdere i propri cari, ovviamente, non hanno rassicurato nessuno.

In modo più ragionevole e meno neoliberale, l’equipe di Ferguson ha indicato una via, che è tuttavia sconcertante per le restrizioni che imporrà e perché implica la reinvenzione di tutti i nostri modi di fare. L’unica via ragionevole sarebbe quella di fare alternare periodi di confinamento completo a periodi di alleggerimento delle restrizioni, in correlazione con il numero di posto letto in rianimazione occupati negli ospedali. Quando il confinamento completo avrà liberato sufficienti posti letto, sarà necessario allentare le restrizioni affinché un’altra parte della popolazione si contagi, finché non si arrivi alla sufficiente immunità di gruppo. Nei modelli di Ferguson, ci vorrebbero restrizioni massime tra il terzo e la metà del tempo, per 18 mesi, sino a che un vaccino possa essere messo a punto e distribuito massivamente. «Tali conclusioni allarmanti fanno eco ad alcuni lavori del laboratorio Inserm-Sorbonne Université Epix-Lab diretto da Vittoria Colizza (Inserm, Sorbonne-Université), che mostrano l’efficacia e i limiti della chiusura delle scuole e dello sviluppo del telelavoro»4. Sarà lunga. Nessuno dice fondamentalmente il contrario. Vivremo nella fisarmonica delle restrizioni, sino all’arrivo del vaccino.

I numeri e l’impossibile da sopportare

Durante la prima lezione del corso di Jacques-Alain Miller intitolato L’Altro che non esiste e i suoi comitati d’etica – corso al quale partecipavo – era portato ad articolare una certa impasse del discorso della scienza che non riusciva più a pacificare le angosce del soggetto della civiltà contemporanea, immerso nella sensazione che tutto è sembiante. Questo soggetto è di fronte all’Altro «nella sua rovina»5. Nella nostra civiltà, sappiamo «esplicitamente, implicitamente, ignorandolo, inconsciamente, ma [sappiamo] che l’Altro non è che un sembiante»6. Il termine sembiante qui è preso nella sua accezione più ampia. Include il calcolo.

Viviamo ne «l’impero dei sembianti»7. Con questo termine, Lacan rimetteva in sesto il titolo del saggio di Roland Barthes, L’Impero dei segni. Era l’occasione per sottolineare quanto il Giappone gli sembrasse prossimo all’Europa, eminentemente inserito nella civiltà della scienza «l’unica comunicazione che io abbia avuto […] è anche la sola che, laggiù come altrove, possa essere una comunicazione in quanto non è dialogo: la comunicazione scientifica»8. L’impero dei sembianti non è solo uno dei nomi del Giappone, è uno dei nomi della nostra civiltà che si rivela.

A partire dall’inesistenza dell’Altro, che garantirebbe il reale della scienza, emerge un altro reale per il soggetto che vive nel linguaggio.  É quello dell’angoscia, della speranza, dell’amore, dell’odio, della follia e della debilità mentale. Tutti questi affetti e queste passioni saranno presenti nel nostro confronto con il virus; accompagnano come la loro ombra le «prove» scientifiche. Come aveva molto ben sottolineato J.-A. Miller: «L’inesistenza dell’Altro non è antinomica del reale, al contrario le è correlativa. […] É […] il reale proprio dell’inconscio, perlomeno quello di cui, secondo l’espressione di Lacan, l’inconscio testimonia, […] il reale quando emerge nella clinica come l’impossibile da sopportare».

L’impossibile da sopportare sono anche le scelte insolubili, che i comitati d’etica tentano di superare, giacché ci sono già stati e ci saranno problemi etici importanti, sia a livello della medicina in quanto tale sia a livello personale. A livello medico, un esperto lo dice in modo semplice: «La differenza oggi è che si rinuncerà a rianimare persone che, nella pratica corrente, avrebbero potuto beneficiare di trattamenti e sopravvivere. La carenza di risorse disponibili determina le scelte, e non i criteri medici solitamente vigenti»9.

A livello personale, il modo in cui ciascuno è in grado di interpretare le istruzioni terribilmente restrittive che gli vengono date introduce una variabile importante in ogni calcolo globale. Le misure prese nelle democrazie europee, con il loro impatto, possono essere sufficienti, «ma questo dipende molto dal comportamento delle persone e dal modo in cui esse seguiranno le istruzioni […]. In uno Stato che non è totalitario, si tratta di una questione di etica personale.

Ciò può fare mentire il modello in un senso o nell’altro»10. Sicuramente proprio per queste incertezze etiche – che saranno in primo piano in un secondo momento – i capi dei governi europei si sono avvalsi dei comitati scientifici.

Il nostro avvenire di restrizioni numeriche

Il confinamento ha dato luogo a manifestazioni di solidarietà originali e a modi di fare che sottolineano il sentimento ritrovato di far parte di una comunità, che non è solo quella di un gregge biologico, ma che inventa modi di fare società insieme, come gli italiani che cantano in coro dai balconi o che applaudono il personale sanitario. In Spagna l’ironica appropriazione indebita del lasciapassare che permette di portare fuori il cane testimonia anch’essa della ricerca di una buona maniera di vivere insieme le restrizioni insopportabili che cadono dall’alto.

Ma tali restrizioni, fondate certamente sulla scienza, non alleviano l’angoscia di ognuno rispetto a quello che ci attende. E dobbiamo prepararci a poter discutere insieme la fondatezza dei dispositivi intrusivi che saranno stabiliti per tenere sino alla realizzazione del vaccino, unica via d’uscita vera e propria.

In Danimarca, il 12 marzo, i deputati hanno adottato una legge d’emergenza che permette alle autorità di utilizzare la costrizione per esaminare, curare o isolare una persona contaminata. La costrizione più forte e al contempo più subdola sarà l’utilizzazione di applicazioni di localizzazione individuale per regolamentare le restrizioni, per gradazione e applicazione. Dal 17 marzo, basandosi sugli esempi di Israele e su quelli di Singapore, il caporedattore della MIT Technology Review prediceva il nostro nuovo avvenire numerico: «In ultima istanza, tuttavia, predico che restaureremo la nostra capacità di socializzare in sicurezza sviluppando modi più sofisticati d’identificazione di chi presenta un rischio di malattia e chi no, e potremo prendere delle misure – legali – contro quanti sono a rischio. Vediamo le premesse di ciò nelle misure che certi paesi prendono oggi. Israele utilizzerà i dati di localizzazione degli smartphone, che i loro servizi di sicurezza utilizzano nella lotta contro il terrorismo, per ricostruire esattamente chi è stato in contatto con portatori noti del virus. Singapore fa lo stesso e pubblica dati precisi su ogni caso, dando precisamente i nomi»11.

Pur facendo tutto quello che possiamo per aiutare gli ospedali e il personale sanitario a far fronte agli imperativi di salute pubblica che li schiaccia, sarà necessario anche, uno per uno, contribuire a delucidare in che modo le pratiche di restrizione collettive a cui acconsentiamo devono essere elaborate affinché restino vivibili. Non solo top-bottom, ma anche bottom-up, testimoniando le buone maniere di rispendervi. Questo presuppone una trasparenza dei dati sanitari e delle politiche che si elaborano, al di là dei grandiosi sforzi di chiarezza della relazione Ferguson.

Traduzione di Adele Succetti e Florencia Medici, con la collaborazione di Sonia Persello

*Articolo pubblicato in francese su “Lacan Quotidien”, n.874:
https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/03/LQ-874.pdf

[1] H. Morin, P. Benkimoun & C. Hecketsweiler, Covid-19: gli scenari decisivi de modellizzatori britannici; Coronavirus: delle modellizzazioni mostrano che per la riduzione del virus ci vorranno molti mesi, Le Monde, 17 marzo 2020,
https://www.lemonde.fr/sciences/article/2020/03/17/covid-19-les-scenarios-decisifs-de-modelisateurs-britanniques_6033393_1650684.html

[2] C. Ducourtreux, « “L’immunité collective”: stratégie risquée du Royaume-Uni pour lutter contre le coronavirus », Le Monde, 15 marzo 2020,
https://www.lemonde.fr/international/article/2020/03/14/immunite-collective-la-strategie-risquee-du-royaume-uni-pour-lutter-contre-le-coronavirus_6033097_3210.html

[3] R. Horton, citato da C. Ducourtreux., ivi,
https://twitter.com/richardhorton1/status/1237282270685380613

[4] H. Morin, P. Benkimoun & C. Hecketsweiler, Coronavirus: dei modelli mostrano che il contenimento del virus durerà diversi mesi, op. cit.; Expected impactof school closureand teleworkto mitigate COVID-19 epidemic in France:
https://www.epicx-lab.com/uploads/9/6/9/4/9694133/inserm_covid-19-school-closure-french-regions_20200313.pdf

[5] J.-A. Miller, L’orientation lacanienne. L’Autre qui n’existe pas et ses comités d’éthique (1996-1997), cours du 20 novembre 1996, inédit.

[6] Ibidem.

[7] J. Lacan, Lituraterra, in Altri Scritti, Torino, Einaudi 2013, p. 18.

[8] Ibid.

[9] E. Hirsch (professore d’etica medica all’Università Paris-Saclay), Covid-19: temibili scelte etiche attendono i team di medici. Articolo nel sito web FigaroVox. 17 marzo 2020.:
https://www.lefigaro.fr/vox/societe/covid-19-des-choix-ethiques-redoutables-attendent-les-equipes-medicales-20200316

[10] S. Cauchemez (epidemiologo dell’Istituto Pasteur ed elaboratore di modelli per AP-HP), citato da C. Hecketsweiler; C. Pietralunga, Coronavirus: simulazioni allarmanti di epidemiologi per la Francia. Le Monde, 17 marzo 2020. https://www.lemonde.fr/planete/article/2020/03/15/coronavirus-les-simulations-alarmantes-des-epidemiologistes-pour-la-france_6033149_3244.html

[11] G. Lichfield, Non torneremo alla normalità, in “MIT Technology Review”, 17 marzo 2020, https://www.technologyreview.com/s/615370/coronavirus-pandemic-social-distancing-18-months/

La legge della natura e il reale senza legge*

Miquel Bassols
Membro AME EOL e AMP – Barcellona – 22/03/2020

«Il reale senza legge sembra impensabile, è un’idea limite.
In primo luogo vuol dire che il reale è senza legge naturale.»

Jacques-Alain Miller, Un reale per il XXI secolo

 

«Qualunque cosa prendiate dalla natura,
vi sarà richiesta in seguito in misura maggiore»

Isidore de Munciar (XI secolo d.C.)

Delle immagini stranamente familiari ci arrivano dall’Italia, inaspettate e rivelatrici, dopo diversi giorni di contenimento della popolazione durante l’epidemia di coronavirus. A Cagliari, i delfini arrivano al porto vicino alle banchine. A Venezia i canali non sono più carichi del solito inquinamento turistico; le acque trasparenti mostrano il loro fondo e lasciano il posto a cigni, pesci e vari uccelli. La natura applica così la sua legge quando l’essere parlante deve indietreggiare un po’ – solo un po’ – davanti all’epidemia in quanto alle proprie modalità di godimento, che chiamiamo civilizzazione.

La natura è epidemica per natura, se mi permettete questo pleonasmo, sia con dei cigni come a Venezia, sia con dei virus globali che attraversano paesi e confini. L’essere umano è un’epidemia perché parla; è abitato da questa sostanza godente che chiamiamo significante1. Sappiamo che vedremo altre immagini come quelle di Cagliari e Venezia, di altri luoghi e in momenti diversi. In ogni caso, la legge della natura e il reale del godimento sembrano essere il dritto e il rovescio dello stesso evento traumatico per il soggetto del nostro tempo. Ma dobbiamo distinguerli.

Forse mai come in questi giorni, l’Umanità – con la U maiuscola – può e deve riconoscersi come un unico soggetto di fronte all’irruzione del reale, può e deve riconoscersi come questo collettivo che Jacques Lacan definisce in modo così enigmatico come «il soggetto dell’individuale»2. È un soggetto che affronta una sfida che non può vincere, appunto, se non collettivamente, con un calcolo necessariamente collettivo della sua azione.

Ciò che noi riceviamo in questi giorni – uno per uno – sono gli effetti più brutali di un evento che è e continuerà a essere un paradigma del reale del XXI secolo. Ma di che reale si tratta veramente? Questo è senza dubbio un buon momento per leggere o rileggere l’intervento preparatorio di Jacques-Alain Miller al Congresso dell’Associazione mondiale di psicoanalisi (AMP) del 2014, dedicato specificamente a Un reale per il XXI secolo. Possiamo trovare lì diverse perle, da elaborare in questo periodo.

La natura non è più il reale

Questo piccolo apparecchio mortale chiamato SARS-CoV2, che si trasmette e si moltiplica da un corpo all’altro, causando sintomi di COVID-19, è un virus. La maggior parte dei biologi ci dice che un virus non è un essere vivente – come lo è un batterio – ma che ha bisogno di una cellula, un essere vivente, per replicarsi. Per questo motivo, altri biologi affermano che si tratta di un essere che non è né vivo né morto, come una specie di M. Valdemar. Tutto dipende da dove tracciamo il confine del “reale della vita”, il che non è molto semplice. Quello che sappiamo per certo è che si tratta di un virus che viene trasmesso e replicato con leggi molto specifiche. Nel caso di COVID-19, è una legge che stiamo decifrando poco alla volta, troppo a poco a poco. C’è quindi un reale del tempo in gioco, che è ora determinante per il suo trattamento.

Il reale dell’essere parlante, lo ripetiamo spesso seguendo l’ultimo insegnamento di Lacan, è un reale senza legge. Ma il virus SARS-CoV2 non è senza legge: segue una legge implacabile, segue una legge della natura che bisogna saper decifrare per poterla affrontare. Il problema è che non sappiamo ancora abbastanza di questa legge. Soprattutto, non sappiamo ancora come disattivare la sua modalità di contagio con la creazione di antivirali e di un vaccino efficace. Abbiamo bisogno di una specie di Alan Turing che ha decifrato il codice di Enigma, la macchina infernale usata dal Terzo Reich per trasmettere i propri messaggi segreti durante la Seconda Guerra Mondiale. Si stima che il successo di Turing abbia accorciato la fine della guerra da due a quattro anni, salvando migliaia di vite umane. Per quanto riguarda il coronavirus, siamo ancora troppo lenti per ottenere vaccini e antivirali adeguatamente testati. Davanti al SARS-CoV2 però, non ci troviamo di fronte a un reale senza legge, ma a un fenomeno della natura che segue le sue proprie leggi, le leggi che la scienza decifra da Galileo in poi seguendo la sua massima secondo cui “la natura è scritta in linguaggio matematico”.

È vero che, nell’antichità, natura e reale erano contigui, si sovrapponevano in un certo senso, erano fatti della stessa pasta. Ma uno degli effetti della scienza moderna è stato proprio quello di separare la natura dal reale. Come ha sottolineato Jacques-Alain Miller: «Una volta il reale si chiamava la natura. La natura era il nome del reale quando nel reale non c’era disordine. Quando la natura era il nome del reale, si poteva dire, come disse Lacan, che il reale torna sempre allo stesso posto. Soltanto in quell’epoca in cui il reale si mascherava da natura sembrava la manifestazione più evidente, più elevata dello stesso concetto di ordine. […] Si può dire che in quell’epoca il reale, in quanto natura, aveva la funzione di Altro dell’Altro, cioè il reale era la garanzia stessa dell’ordine simbolico»3.

Oggi ci sono vari modi di dedicarsi a questa impossibile funzione di Altro dell’Altro per garantire un senso quando il reale fa irruzione in modo traumatico: lo scientismo è uno, la religione è un altro. Da parte sua, lo psicologo comportamentale ci consiglia: «Non parlate di caos! Non fatevi prendere dal panico! Non ci pensate!» Ma è come dire «Non pensare a un elefante bianco», che è il modo migliore per continuare a pensarci e ad angosciarsi davanti a un elefante bianco senza essere in grado di decifrare il suo essere di linguaggio di elefante bianco.

Il reale non ha senso

Un’altra perla: «Non avere senso è un criterio del reale in quanto è solo quando uno è arrivato al fuori senso che può pensare di essere uscito dalle finzioni prodotte dal voler-dire. “Il reale sprovvisto di senso” equivale a il reale non risponde a nessun voler-dire. Il senso gli sfugge. C’è donazione di senso attraverso un’elucubrazione fantasmatica»4.

Contrariamente al reale che non ha senso, la malattia COVID-19 è oggi un’enorme bolla di senso, di senso sempre religioso e sempre sul punto di scoppiare. Coronavirus è il significante padrone del senso della nostra attualità, il significante padrone per eccellenza, al punto che anche la Chiesa ha ordinato, su propria decisione, di svuotare le acquasantiere. E certamente non senza motivo. Si vanno dispiegando infatti tutti i fantasmi, individuali e collettivi, che fanno di questo significante una forza demoniaca, il dio malefico per eccellenza che vuole l’estinzione dell’Umanità, che punisce una civilizzazione votata all’eccesso di godimento.

Dare un po’ di senso dà qualche sollievo, per qualche tempo, ma l’effetto contraccolpo generalmente è molto peggiore rispetto alla mancanza di senso iniziale. Il senso, sempre religioso, è virale; contrariamente al reale che non ha niente di virale e che piuttosto non cessa di non scriversi, senza alcun senso.

L’esperienza del reale

Davanti alla natura disordinata, davanti al reale che non torna più allo stesso posto, il soggetto si angoscia. Lo scientismo promette di dominare l’angoscia con il sapere, un sapere che sarebbe già inscritto nel reale. Invano. La religione promette di dominarla con del senso. Anche questo invano.

Di quale reale si tratta dunque per la psicoanalisi? Del reale di sempre? No, il reale non è più quello che era, è una delle cose che abbiamo appreso nel corso del nostro Congresso AMP del 2014. Si tratta del reale del XXI secolo, un reale separato dalla natura, un reale che è il resto di una natura che un tempo era regolata da una legge, divina o no, scientifica o no, di una natura che è già, necessariamente, perduta. Si tratta, in effetti, di un reale senza legge, senza una legge che possa predire almeno la sua irruzione. È qui che l’esperienza di questi giorni può apportarci una testimonianza inedita, a livello planetario, di un’esperienza del reale nel collettivo come soggetto dell’individuale, e questo su differenti registri del reale:

  • Il tempo come un reale. È un tempo non percepibile, non simbolizzabile, non rappresentabile cronologicamente ma che marca il tempo della malattia generata dal coronavirus. Una delle caratteristiche che lo rende più difficile da trattare è che può propagarsi in silenzio, in assenza di qualsiasi sintomo medico osservabile. È il reale nel suo senso più lacaniano, un reale che introduce necessariamente un tempo logico nel soggetto del collettivo: qualche cosa che non cessa di non scriversi … fino al momento in cui si scrive. Il problema non è più di sapere se potreste prenderlo – sappiamo che colpirà almeno il 70% della popolazione – ma quando lo prenderete e quando cesserà di non dare segni nel corpo.
  • Il reale dello spazio, nell’esperienza del confinamento forzato. Lo spazio metrico, già obbligatoriamente ridotto, oggi cede il posto a un altro spazio più vicino allo spazio non metrico. È incredibile quante cose si possono fare in un metro quadrato che è anche un metro cubo!
  • Il reale del tempo collettivo per attenuare gli effetti dell’inevitabile propagazione del virus. Il panico collettivo, infatti, non è generato oggi dal coronavirus stesso ma dal collasso inevitabile del sistema sanitario che introduce la necessità di un nuovo tempo logico: «Non ammalatevi tutti nello stesso momento, per favore!». È anche il reale del tempo, traumatico per ognuno.
  • Il reale di avere un corpo, sempre in una modalità un po’ ipocondriaca.
  • E soprattutto il reale della solitudine dell’essere parlante, del parlêtre, che siate in compagnia o no.

L’esperienza del reale nella quale ci troviamo ora non è tanto l’esperienza della malattia stessa, quanto l’esperienza di questo tempo soggettivo, che è anche un tempo collettivo, stranamente familiare, un tempo che passa senza potersi rappresentare, senza poter nominarsi, senza poter contarsi. È questo il reale a cui la psicoanalisi si interessa e che tratta. La dimensione sintomatica di questa esperienza si produce senza necessariamente essere abitata dal coronavirus ma solo dal discorso che cerca di dare un senso alla sua irruzione nella realtà in quanto effetto della pura legge della natura.

La legge della natura può essere prevedibile – riguarda la scienza. Il reale senza legge non è prevedibile – riguarda la psicoanalisi. Data questa differenza, sarebbe bene ricorrere oggi alla massima degli stoici per fare un’esperienza collettiva del reale nel modo meno traumatico possibile: serenità al cospetto del prevedibile, coraggio al cospetto dell’imprevedibile e saggezza per distinguere l’uno dall’altro.

Traduzione di Eva Bocchiola e Giuliana Zani

*Articolo apparso in Lacan Quotidien:
https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/03/LQ-875.pdf

[1] J.Lacan, Il Seminario, Libro XX, Ancora, Torino, Einaudi, 2011,p.23.

[2] J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi, 2002, p. 207, nota 2: «Il collettivo non è altro che il soggetto dell’individuale».

[3] Miller J.-A., Il reale nel XXI secoloPresentazione del tema del IX Congresso dell’AMP, Un reale per il XXI secolo, Scilicet, Alpes, Roma, p.XIX.

[4] J.-A. Miller, Il reale nel XXI secolo, cit., pp. XXIII-XXIV. La citazione inclusa è estratta da J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, testo stabilito da J.-A. Miller, Edizione italiana a cura di A. Di Ciaccia,  Roma, Astrolabio, 2006, p.132.

Il poco di libertà

Maurizio Mazzotti
Membro AME SLP e AMP – Bologna – 18/03/2020

Con il virus, che si infila tra gli interstizi polmonari senza che nulla di nulla possa farcelo presagire, presentire, ci troviamo avvolti nell’impatto di un reale senza presenza, corporea sicuramente. Gliela diamo noi senza saperlo né volerlo, diventiamo noi la presenza corporea di questo reale che avvolge i nostri giorni come una sorta di tunica di Nesso. Diventiamo ciascuno la tunica di Nesso per l’altro.

Da qui lo scatenamento iper-ansiogeno che attraversa il legame sociale, impedendo il suo stesso esercizio, a quasi tutti i livelli. E da qui il sollevarsi multiforme della questione delle libertà, quelle che ci vengono negate dai provvedimenti igienico-sanitari-securitari imposti dal governo dello Stato.

La psicoanalisi ha detto la sua sul tema delle libertà civili in varie circostanze nel passato, attraverso prese di posizione nei confronti di azioni ad personam in regimi paradittatoriali, che colpivano le libertà di esercizio e/o di studio di colleghi, o nell’eventualità che l’avverarsi di circostanze politiche nazionali avessero ripercussioni fortemente negative sul piano dello stato di diritto, bastione indispensabile per l’esercizio della nostra pratica.

Anche in questo nostro momento di grande angoscia sociale si è sollevato un dibattito circa le libertà negate, circa l’eventualità che ci si possa trasformare in una società carceraria. In questo dibattito è intervenuto anche Giorgio Agamben, almeno due volte, criticando i provvedimenti limitativi, a suo dire incongrui, e comunque posti al servizio di una biopolitica segregativa, disciplinare le cui conseguenze degenerative nel rapporto tra gli esseri umani si faranno ben presto sentire. Questione dunque centrata attorno a quella che Heidegger chiamava “libertà negativa” dicendo che è un’esperienza fondamentale dell’essere umano e d’altro canto è molto chiaro cosa sia, è la libertà indipendentemente da questo e da quello, dal vincolo, dalle “potenze che ci circondano” eccetera. Questa è sempre lì pronta a farsi sentire nelle circostanze le più diverse, in passato come nel nostro presente. E ora appunto si fa sentire.

Altra cosa è la libertà in gioco nell’esperienza analitica in quanto etica, in quanto orientata dal principio freudiano del wo es war soll ich werden, l’esperienza in cui appunto c’è in gioco un “soll ich”, qualcosa di stringente eticamente, in cui si fa presente il margine di libertà del soggetto, ‘il poco di libertà’ come lo definisce Lacan già in Funzione e campo. Margine essenziale ma di un ‘poco’ di libertà. Un margine di discontinuità in cui la causa si decide. Perché nell’esperienza analitica il “soll ich” etico è quello che pone il soggetto di fronte a ciò che lo causa, traendolo fuori dal pensarsi causa sui. Jacques-Alain Miller aveva detto che qui di fronte alla causa il nostro margine è nel consentement, nel seguire o no, nell’acconsentire o no a essere causati, che non è una gran libertà da questo o da quello. È il frutto di una lunga traversata di una serie di semblant che avevano fatto legge, ma la causa reale non era lì.

Ora, volendo interessarsi al dibattito sul limite attuale delle nostre libertà, ciascuno potrebbe ricordarsi, a partire dall’esperienza della psicoanalisi, cosa essa gli ha insegnato quanto alla propria libertà, dopo «la demistificazione dei camuffamenti soggettivi», come la definiva Lacan nel 1953.

Indubbiamente ora ci viene imposta una restrizione delle libertà sociali e individuali, sempre tenendo conto che alcuni ne hanno ancor meno di noi, medici e infermieri che lavorano h24 per strappare il più possibile chi si ammala alla morte. Saremo in grado riferendoci al nostro poco di libertà che la psicoanalisi ci ha fatto cogliere rispetto alla nostra causa reale, di poter sopportare le limitazioni delle libertà sociali come misura d’eccezione per far fronte al nuovo reale che sfugge per ora alla presa dei saperi di scienza?

Jean Luc Nancy, filosofo francese amico di Agamben, a noi noto anche per essere intervenuto alcuni anni orsono a un convegno organizzato dall’ECF, vi ha risposto a suo modo quando ha preso posizione nel dibattito attuale sulla libertà e le costrizioni imposte dal virus.  Lo ha fatto ricordando che alcuni anni fa fu posto di fronte alla decisione di un intervento chirurgico molto invasivo, un trapianto, per cui i medici premevano affinché vi si sottoponesse. Molti amici invece gli suggerivano altrimenti di non dare loro retta. Egli dice che se avesse seguito allora i consigli degli amici non sarebbe stato qui ora a intervenire in questo interessante dibattito. E conclude riferendosi a quei suggerimenti: It is possible to make a mistake. Soprattutto quando si confonde il reale con del semblant.

Bacheca

Raffaella Borio
Membro SLP e AMP – Torino – 18/03/2020

Ho proposto ai bambini che seguo in studio una bacheca, uno spazio virtuale a cui, se lo vogliono, far arrivare i disegni; in diversi mi hanno domandato se potevano inviare i loro lavori. Nella pratica clinica con i più piccoli il disegno è uno strumento importante ed ora è ciò che consente di tenere un contatto, anche con gli adulti che se ne occupano, tra le mura di casa. Il disegno cura il transfert, nella distanza, non lo fa cadere. Il primo disegno che mi raggiunge è quello di una bambina di otto anni che incontro regolarmente da tre mesi: una principessa vestita di rosa che lancia frecce per colpire un mostro verde. Sopra le frecce campeggia la scritta «Ciao, ce la farai, buongiorno dai non perderai, saluti poi da tutti noi, principessa sei non temerei». Intorno alle frecce due fatine con le bacchette dai diversi colori potenziano le virtù della principessa. La bimba racconta che la principessa è la sua mamma: una dottoressa che può cacciare le malattie con le frecce di biscotto fatte da lei. Le due fate sono il suo papà e la sottoscritta: insieme aiutiamo la mamma a liberare la magia che le serve per essere più forte. Magia, dice così la bimba, ed io ci credo.

Ho ascoltato tanti genitori al telefono in questo periodo: arrabbiati, disorientati, legittimamente preoccupati soprattutto da quando il susseguirsi degli eventi ha decretato, anche, la chiusura delle scuole per un periodo piuttosto lungo. Nessuno di loro, però, mi ha raccontato mai dei buoni biscotti che sa fare, caspita!

L’affetto d’angoscia ha una carica virale altissima. E i bimbi dove sono? Lì intorno ad ascoltare e vedere tutto. La fantasia li aiuta a non sentire il peggio perché li rende portatori sani di discorsi. Se mamma e papà, però, sono molto angosciati, allora è il caso che un Altro possa iniettare, quanto basta, quel tot di magia: dire e ridir loro, per esempio, che i biscotti fatti da mamma son proprio buoni, che la principessa ce la farà e che la vita è bella. La vita è bella1 è un’opera d’arte. Un film passato alla storia del cinema dove Guido, il protagonista, per proteggere il figlio Giosuè dagli orrori dello sterminio e del campo di concentramento dove è recluso insieme al piccolo, costruisce un mondo di allegoriche narrazioni, giocando e dribblando tra una parola tragica e l’altra, rimettendo nel discorso significanti che emergono dal contesto, ma che si aprono a una nuova lettura. Così la tragedia si trasforma in esperienza a cui si sopravvive! Una pellicola che trasuda di amore genitoriale e insegna l’importanza nella relazione coi bambini, di prestarsi a costruire dei discorsi che giungano a disangosciare. Lungi dal misconoscere la portata di questo reale che fa irruzione nelle nostre vite e in quelle dei bambini, si tratta piuttosto di trattarlo a partire dai significanti propri al lessico di quella specifica famiglia, affinché le parole, come insegnano i bambini, possano tornare a circolare evitando in questo modo l’ascesi di possibili segregazioni.

Intanto, nello studio, spunta una bacheca, una bacheca virtuale, il virtuale contro il virale. Un disegno lì appuntato e il numero zero, mi riporta a ciò che conta: alla magia di quel film, all’esperienza della psicoanalisi e a quel che fa da sveglia: “Buongiorno principessa!”.

[1] Roberto Benigni, La vita è bella, film, Italia, 1997.

L’inedita immaterialità delle sedute

Roberto Pozzetti
Membro SLP e AMP – Como – 18/03/2020

«La psicoanalisi vera ha il proprio fondamento nel rapporto dell’uomo con la parola»1.  Per il funzionamento del dispositivo analitico è indispensabile che la parola del paziente venga ascoltata dall’analista, con sagge puntuazioni.

Nei primi mesi dell’anno, due situazioni inedite, ben diverse fra loro, stanno modificando la nostra pratica rendendola più immateriale. La prima è di tipo politico-economico, la seconda drammaticamente reale.

1. La nuova Legge di bilancio, per contrastare l’evasione fiscale, come in altri paesi, riduce la circolazione del contante: obbliga la tracciabilità dei pagamenti delle spese cliniche per avere le legittime detrazioni. Il pagamento con le banconote, che andava a sancire la fine di ciascuna seduta, diviene raro; i pazienti mi versano ormai l’onorario nella forma di un bonifico mensile.

Peggio sarebbe dire sì dispositivo del POS, oggetto altamente correlato con una mercificazione commerciale. L’analista dovrebbe astenersi dal rispondere alla domanda di un oggetto che rinvia, in fondo, alla fondamentale domanda d’amore.  Domanda che è per sua struttura intransitiva e non comporta alcun oggetto, come una frase intransitiva non regge il complemento oggetto.

Implicherebbe uno svilimento della seduta che diverrebbe un oggetto analogo a quelli acquistati nei centri commerciali.

La psicoanalisi ha superato ostacoli ben più gravi, fra i quali i regimi totalitari. Effettuare il versamento di un bonifico mensile ha senza dubbio degli effetti sul valore della seduta ma non vieta di operare attraverso la funzione della parola e il campo del linguaggio.

2. Con la diffusione del Covid-19, una serie di misure ha reso sempre più complicato lo svolgimento delle sedute. La chiusura delle scuole impedisce di venire a chi deve stare in casa con bimbi in tenera età. Il Decreto di marzo proibisce gli spostamenti se non autocertificando “motivi di salute”. C’è chi evita una forma di contatto corporeo come lo stringere la mano all’inizio e alla fine della seduta, chi indossa guanti e mascherine, chi opta per non venire più. Ormai chiunque, in Lombardia, ha un familiare, un amico o appunto un paziente ricoverato in ospedale per coronavirus.

Sono invece aumentate le richieste di proseguire da remoto. Per la prima volta ho accettato di svolgere sedute telefoniche e con videochiamata.

Alcuni non hanno condizioni di riservatezza al domicilio: ciò rende difficile la libera associazione quando vi sono dei familiari nella stanza adiacente. Come risolvere questo problema di privacy? Quanto spesso le resistenze si appoggiano alle ragioni di pudore, per impedire le sedute? Vale ancora la teoria del Lacan degli anni Cinquanta circa la resistenza come resistenza dell’analista oppure è bene sospendere sine die, per un’accortezza prudenziale?

Nel confronto con colleghi, ho constatato un maggior riempimento della seduta da remoto, come fosse più arduo lasciare uno spazio al silenzio, anche da parte del clinico; questo implica il rischio di una deriva intersoggettiva degli appuntamenti. «L’intersoggettività non è forse qualcosa di totalmente estraneo all’incontro analitico? Quando fa capolino, ci sottraiamo, sicuri che bisogna evitarla. L’esperienza analitica rattrappisce appena essa appare. E fiorisce solo se è assente»2.

La psicoanalisi è fondata sulla parola e sul linguaggio. La psicoanalisi va reinventata ogni giorno. In tempi di emergenza, si tratta ancor più di mettere in gioco della creatività e «di significantizzare questo reale fuori senso»3, nei modi propri a ciascuno. Il mondo digitale, tanto bistrattato, è divenuto la più comune fra le opportunità per mantenere relazioni in una fase di panico generalizzato. Per Freud, quando cessano i «legami emotivi», c’è il panico; «la paura cresce al punto da porsi al di sopra di tutti i riguardi e di tutti i legami». Allora «ognuno si preoccupa soltanto per sé medesimo senza tener conto degli altri»4. Il digitale costituisce una risorsa per mantenere il legame analitico con i pazienti, anzitutto dato il rischio di un incrinarsi delle compensazioni costruite.

Da un altro vertice, il digitale nella sua immaterialità sia per il pagamento dell’onorario sia quanto alle sedute in videochiamata, trascura il corpo proprio. Frena il lavoro analitico sul corpo, sulle sensazioni avvertite in seduta e sul corpo pulsionale. Rimane allora indispensabile l’incontro nella stanza d’analisi.

[1] J. Lacan, La psicoanalisi vera, e la falsa, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 165.

[2] J. Lacan, Il seminario. Libro VIII, Il transfert, Torino, Einaudi, 2008, p. 14.

[3] A. Guivarch, Le coronavirus, une rencontre avec le réel?, in Lacan Quotidien, n. 872.
https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/03/LQ-872.pdf

[4]S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’io, in Opere, vol. 9, Torino, Bollati Boringhieri,     p.286.

Un filo che continua a tessersi

 Monica Vacca
Membro SLP e AMP – Roma – 18/03/2020

«E ora ci siamo svegliati per lungo tempo […] Non si può ipotecare il futuro»1

Istante di vedere

Un mese fa in occasione di uno degli incontri del Laboratorio di parola e scrittura2 nel carcere di Regina Coeli, uno degli uomini chiede di poter prendere la parola. È appena uscito dalla sua cella, dopo aver ascoltato il telegiornale. «Cosa succederà qui?».  Angoscia e paura prendono corpo.

Allora, il virus era localizzato in Cina. E solo qualche caso sporadico in Italia, eravamo ben lontani dalla realtà attuale. La settimana successiva, all’ingresso in carcere le guardie ci fermano e ci invitano a contattare le educatrici. Le prime misure di sicurezza sono state adottate. Le attività e gli ingressi degli esterni sono ridotte. Poi saranno sospese. Solo una di voi può entrare, vista l’importanza di questa attività, dice la responsabile dell’area educativa. Decidiamo di non entrare, per prudenza. Non solo occorre proteggere da un eventuale rischio di contagio, ma anche non costituire un’eccezione e attenerci a ciò che l’istituzione impone. Al contempo ci pare necessario che giunga ai partecipanti del laboratorio un segno di presenza e soprattutto i nostri saluti. L’educatrice se ne farà portavoce. Ogni tanto il pensiero va lì, una certa preoccupazione fa capolino. E poi di lì a poco, la situazione precipita.

Il divieto di qualsiasi contatto con l’esterno e la sospensione dei colloqui con i familiari accende la miccia. Ancora restrizioni. Le rivolte nelle carceri si espandono su tutto il territorio nazionale. La sezione nella quale ci rechiamo non è stata coinvolta, ma diventa necessaria una risposta per farsi presenza nell’assenza, una risposta etica per far fronte all’isolamento della prigione, alla prigione nella prigione, all’isolamento nell’isolamento.

In un momento storico a dir poco straordinario, al quale occorre che ciascuno faccia fronte con estrema prudenza e responsabilità per proteggerci l’un l’altro dal peggio, siamo chiamati a trovare nuovi modi per mantenere un filo che continui a tessersi, anche a distanza. Ecco l’unica risposta possibile per farci presenti: scrivere una lettera con l’invito ai partecipanti di scrivere alla mail istituzionale del Consultorio di Psicoanalisi Applicata Il Cortile.

Tempo per comprendere

Il virus dilaga, il nemico invisibile si manifesta ovunque e da nessuna parte.

Paura, angoscia e smarrimento fanno capolino nella stanza dell’analista. «Dottoressa ha paura?», «Dottoressa ha paura di me? sono stata nella zona rossa», dice una giovane donna.

A Roma, non si sente ancora l’effetto … la vita prosegue nella sua routine …  Ma i primi eventi pubblici vengono disdetti, l’agenda incomincia a svuotarsi. E la città vive sempre più dimessa.

Tutto è cambiato una settimana fa quando arrivano le restrizioni, e poi infine il lock down.

Oggi la città è deserta… Roma è silenziosa… e tutto ciò ha un effetto estraniante… per non dire perturbante. La città respira, mentre negli ospedali si soffoca. I medici in trincea senza protezioni adeguate cercano non solo di proteggersi, ma anche inventano e sperimentano modi per salvare le vite umane.

Tutto precipita e si realizza che non si può più ricevere in presenza. Come far fronte? Come dire a ciascuno, uno per uno? Se in un primo tempo si pone l’interrogativo su come mantenere il filo, oggi di fatto si lavora utilizzando i mezzi a disposizione, si inventa e si risponde, l’unica arma a disposizione è la manovra del transfert.

Chi l’avrebbe mai detto? Eppure è così, siamo isolati, a casa! Un isolamento generalizzato.

Un vero e proprio bollettino di guerra, i numeri crescono. Parola d’ordine: stare a casa!

Non c’è altro discorso se non il Discorso Unico con la D maiuscola. La pandemia del Discorso.

I numeri non dicono altro se non che “il reale senza legge” la fa da padrone e mostrano che non “c’è sapere nel reale”.

Travolti dall’onda dell’inconoscibile, dell’indecifrabile, si realizza giorno dopo giorno che non finirà domani. Il nemico invisibile ha messo in scacco il discorso della scienza e ha mandato a gambe all’aria il discorso capitalista. Il loro matrimonio si è sciolto come neve al sole! Rimane solo l’ordine pubblico e lo stato di polizia. Ordinanze e prescrizioni.

Ma quale futuro? Difficile immaginarlo. Oggi il sole splende e si respira aria di primavera. Il nemico invisibile che circola per il mondo mina alla radice il legame sociale, disfa il senso di comunità.  Si chiede all’altro di tenere la distanza di sicurezza. Il corpo dell’altro e la sua presenza sono una minaccia. Famiglie separate… persone lontane che non si possono raggiungere… Ci si difende, si usano i mezzi a disposizione per vedersi e sentire la voce dell’altro sempre più lontano, quasi rarefatto.

Primum vivere!  «Occorre non farci prendere dalla vita! Ora non si scherza se la vita ti prende, è finita Non bisogna mollare… è così! Bisogna resistere… ma dopo? Niente sarà più come prima!» sussurra al telefono un giovane analizzante.  «Il vero nemico siamo noi, è la natura che dice basta al capitale!», ribadisce con convinzione un uomo in una seduta Skype.

La pulsione di morte allo stato puro, il reale biologico di Freud impazza… e smarriti, persi nel mare della pandemia globale, travolti dall’onda del “non sapere” ci attrezziamo per farci presenza discreta e destinatari dell’angoscia di chi oggi fa squillare il telefono e Skype. Non resta che far vibrare la nostra voce e farci messaggeri di un’altra epidemia, la peste freudiana, il discorso analitico.

Per dirla con Lacan, occorre solo “tenere duro!”.

[1] A. Schnitzler, Doppio sogno, Adelphi, 1999, p. 114.

[2] La vita possibile. Un progetto di psicoanalisi applicata dedicato a sex offenders e maltrattanti nella Sezione VIII, sezione protetta, del carcere di Regina Coeli di Roma a cura de Il Cortile (in essere da quattro anni).

La realtà come un film e il reale

Dario Alparone
Partecipante – SLP Catania – 19/03/2020

Una cosa che si nota al tempo del corona-virus è una certa impressione diffusa di vivere all’interno di uno scenario, di un film apocalittico. Molti in questo periodo di quarantena collettiva forzata dicono di rifugiarsi nel cinema o nella televisione di intrattenimento per passare il tempo. Spesso, in questo tempo di emergenza pandemica dove la realtà assume tratti di esagerata inverosimiglianza e assurdità, il soggetto può vivere la sensazione simile a quella di trovarsi fronte a un film. Film apocalittico che tratta della fine del mondo.

Quando la realtà assume connotati che esulano dalla sua tipicità rompendo gli schemi rappresentazionali1, attraverso cui interpretiamo e diamo un senso alla vita quotidiana, allora dobbiamo ricorrere ad altri schemi interpretativi con maglie più larghe, che diano un senso anche a quegli aspetti più eccezionali, quali sono quelli che stiamo vivendo all’epoca del COVID-19. In effetti, la realtà quotidiana risponde alla logica immaginaria di uno scenario che non è molto dissimile da quello della proiezione cinematografica, solo che per accorgersene occorre un evento eccezionale, uno stimolo percettivo che fatica a rientrare negli schemi tipici di interpretazione della realtà e che rompe il meccanismo di ripetizione dello scenario di vita quotidiana. Occorre un evento traumatico che faccia esperire la differenza radicale, per riconoscere la medesima sostanza di cui son fatte la realtà, il film e, per estensione, la fantasia.

Nella sensazione di vivere dentro un film si cela la dialettica tra sogno e realtà messa in luce dalla psicoanalisi: ci si sveglia per continuare a sognare, cioè per non entrare a contatto con quel reale indicibile, e quando l’evento reale si inscrive nello scenario della realtà ecco che si continua comunque ad interpretare facendo riferimento alla logica immaginaria del film. Tutto ciò conduce ad una questione fondamentale: al reale non si può mai accedere che attraverso il fantasma.

Potremmo dire che se la realtà quotidiana si fonda su uno schema interpretativo basato sulla corrispondenza del senso di una costruzione di linguaggio proposizione con l’effettivo stato di cose, nell’incontro con un evento traumatico si ricorre ad un altro schema interpretativo che descrive la sensazione soggettiva come simile a quella vissuta di fronte ad un film. Ciò sta a significare che l’esperienza traumatica vissuta esula dalla comune esperienza, entrando in un rapporto più diretto con il reale.

Un segno che il COVID-19 potrà lasciare è proprio la presa d’atto che la realtà condivide in qualche modo la stessa struttura del sogno e che pertanto essa non è che uno scenario fantasmatico. In tale consapevolezza risiede l’esperienza traumatica del reale come differenza assoluta, che fessura la trama fantasmatica della realtà, cioè quello scarto radicale che linguisticamente potrebbe porsi tra significante, significato e referente. Che la realtà non sia che un gioco linguistico implica infatti che linguaggio non sia un sistema chiuso, non equivalga solamente ad uno strumento di comunicazione, ad un insieme di etichette utili a nominare le cose. L’esperienza della realtà come scena di un film ci fa rendere coscienti di cosa significa effettivamente abitare un mondo fatto di parole, parole che non rimandano ad altro se non a loro stesse, e non alle cosiddette “cose reali”. Per dirla con Lacan: «per questa strada le cose non possono andar oltre la dimostrazione che non c’è nessuna significazione che si sostenga se non al rinvio a un’altra significazione»

[1] Si veda a questo proposito il riferimento che fa Miller alla nozione kantiana di schema per render conto del fantasma in Lacan: J.-A. Miller e A. Di Ciaccia, L’Uno-tutto-solo, Roma, Astrolabio, 2018, pp.44-46.

Il tempo online

Luciana Madaio
Membro SLP e AMP – Salerno – 18/03/2020

Siamo giunti, ora, nel tempo online. Nell’isolamento dall’altro, la ricerca dell’altro è online, è nella mail, è nel godimento degli aperitivi su Skype… si cerca, sotto nuove modalità di legame, quello che non si può avere in questo momento: l’incontro in presenza.

Nell’hic et nunc dell’isolamento il luogo della Scuola diventa sempre di più il luogo dello scambio e della condivisione, un legame che ci fa sentire non tutti soli ma insieme di fronte ad un reale pericolo che non ha un corpo visibile ad occhio nudo ma ci denuda, ognuno a modo proprio e nello stesso tempo mettendoci al centro del disagio. Partecipare la Scuola è farne parte nei modi che contraddistingue ogni soggetto. “Fare parte” della Scuola, partecipare alla Scuola, non è la riva del fiume! Penserei piuttosto alla riva del mare, dove il desiderio si riscrive infinite volte. Partecipare la Scuola è abitarla. Mai come in questo momento abitare mi sembra il significante più appropriato. Nel momento dell’isolamento siamo chiamati dalla legge e dal buon senso ad abitare le nostre case. Partecipare la Scuola è sentirsi chiamati agli appuntamenti di Scuola, rendersi disponibili a modo proprio con qualsiasi forma che attenga il Campo Freudiano, è una questione di pratica clinica. La Scuola è la messa in moto di un desiderio che non si incastra nel godimento, per meglio dire la Scuola ha una funzione “disincantatrice” del godimento. La Scuola è il luogo del desiderio dove ogni soggetto trova il suo posto, il suo stile, il suo disessere. Appartenere alla Scuola è far parte di una comunità che vitalizza e ora più che mai è indispensabile avere un respiratore di desiderio.

Partecipare la Scuola è un singolare «incontro d’amore», è riscoprire ogni volta il desiderio di esserci l’uno con l’altro tutti i giorni in maniera diversa, dove il tempo si sospende e ci si rende conto che è trascorso quando si guarda indietro.

Ecco, credo che la Scuola debba guardare indietro per incontrare chi la Scuola la abita, l’ha sempre abitata e permettere a ciascuno di essere presente nella Scuola, per continuare ad abitarla e parteciparla: oggi più che mai!

«Quando viene fuori la verità collettiva, si sa che tutto il discorso può svignarsela»*

Leonardo Leonardi
Membro SLP e AMP – Perugia – 19/03/2020

Mi chiedo quale sia la verità collettiva in ciò che stiamo vivendo. Ci sono sufficienti le categorie di paura, intruso, morte? Oppure stiamo assistendo a un salto, una mutazione nel reale?

Il virus incide sul reale della cellula sulla sequenza genetica, le inietta il proprio genoma trasformandola a suo uso. L’ospite viene parassitato e diviene quello che si dice un “serbatoio”. È l’immagine fantascientifica del film Alien, in cui dal corpo infettato, fecondato in modo malefico, fuoriescono mostri famelici.

Cosa sono in fondo i morti in solitudine ai quali non è concesso il funerale, se non la riproduzione di uno scarto – rifiuto – deiezione. Segregazione finale di un uno tutto solo, divorato, “mostrificato”/mortificato.

Le notizie dagli ospedali, luoghi di cui non vediamo le immagini più crude dell’agonia ma che ci giungono dai racconti di operatori che vi lavorano, in un passa-parola, che moltiplica gli effetti immaginari, fanno il bordo di un luogo mitico, un nuovo girone infernale dove si espiano le colpe di una civiltà del godimento. Una volta le pestilenze si attribuivano agli dei, oggi però chiude anche Lourdes.

In questo periodo ho dovuto sospendere le terapie allo studio, mentre al Centro di Salute Mentale si trattano solo le urgenze. Alla residenza per pazienti psichiatrici non si possono più fare riunioni con gli ospiti. Alcuni cambiamenti che noto riguardano un calo delle richieste aggressive, delle proteste rivendicative, di lamentazioni futili, qualcuno cerca anche scappatoie per aggirare i divieti di movimento. Molti pazienti invece capiscono che c’è la vita da proteggere e questo li avvicina a una maggiore responsabilità, solitamente delegata all’assistenza. Mi sembra buona la campagna di educazione sanitaria dove tutti vengono sollecitati a un ruolo attivo. Però domina la paura che non è solo personale, ma collettiva.

Mi chiedo quale intuizione abbia guidato la scelta dell’argomento per il nostro prossimo convegno, sembra che la psicoanalisi guadagni qualche punto sugli scienziati quando si tratta di sentire che aria tira.

Questo rincorrersi di chiusure (confini, scuole, negozi, chiese, ristoranti, bar, treni, parchi) mi sembra il marchio dell’esaurimento dall’Altro sociale come lo abbiamo conosciuto, si evita il vicino, il parente, il passante, ma ci si saluta alla finestra o si appendono cartelli al balcone. Proprio come mi raccontava una donna carcerata in isolamento. La clausura di tanti psicotici, solitamente trattata come sintomo grave, è ora la condizione per tutti. Il parlare si riduce a gesti e segni di presenza.

Il padrone si avvita in una nuova proposta seducente: potranno circolare le merci e il sapere, ma solo se consegnati a casa e consumati in solitudine. Il corpo, per il suo bene dovrà rimanere solo, senza l’Altro.

Nel libro diario di Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, gli internati sopravvivevano scherzando e raccontandosi barzellette sulla loro condizione. Oggi alle notizie tragiche si sovrappongono le tante vignette satiriche o comiche, segno che l’Altro nonostante tutto insiste. Andrà tutto bene? Speriamo. Posso solo dire che tutto mi andrà bene purché alla fine ci si possa parlare guardandosi negli occhi e con un filo di voce.

Un caro saluto

* J. Lacan, Il Seminario, Libro XVI, Da un Altro all’altro, Torino, Einaudi, 2019, p. 36.

Paura e volontà di vita

Pamela Pace
Partecipante SLP – Milano

Schopenhauer ci ricorda che Il soggetto del gran sogno della vita è in un certo senso solo: la volontà di vivere1 spinge a servirsi di ogni mezzo. E’ ciò che sto incontrando nella pratica, in questo momento di paura, nell’incontro con un reale inedito che, come scrive Merleau-Ponty, colpisce con violenza e, come il coltello del mondo, lascia una cicatrice. Genera ansia, angoscia, paura, rabbia2.

Ciò che mi fa riflettere scaturisce dalle parole dei pazienti, durante le sedute Skype e telefoniche. Un effetto di sorpresa: stupita e affascinata. Per me e per loro un’esperienza nuova, inedita.

Paura, disorientamento, rabbia e angoscia pervadono trasversalmente i discorsi che ascolto. Tuttavia ho recepito, in modo forte e nella particolarità unica di ogni ben dire, quello che Lacan definisce il sentimento della vita: la capacità di ognuno, uno per uno, di accogliere e abitare in modi creativi il mondo e le relative esperienze, articolando la propria vicenda e le proprie risorse personali, in un orizzonte universale. Nello s-conforto, qualcosa con-forta, dà forza e attenua la paura, arrangiandosi con il proprio essere, le proprie soluzioni, nello sforzo di articolare la singolare e soggettiva volontà di vivere con tale universale: Covid 19.

Sono loro a sorprendermi. “Dottoressa, mi sdraio sul divano e metto il cellulare, il computer, dietro”. Sorpresa dall’effetto dell’insistenza del dispositivo analitico, del transfert, dell’inconscio!

Una paziente parla di come, nella paura e nello s-conforto, trova conforto nel “piacere del nido” interpretandolo come il suo riuscire a trovare risorse inedite, apprezzando ciò che ha: “una famiglia che sta bene, fuori dagli ospedali e che cerca di curare se stessa, evitando litigi e contrasti”.

Nella costruzione di un sogno, un paziente parla della sua difficoltà di coniugare la dilatazione temporale con il tempo dell’inconscio che lo sollecita: «Sento di più la frenesia di realizzare i miei progetti, ma non è possibile. Devo aspettare. Tutto è sospeso». In effetti l’abitudine promossa dall’era digitale di un’immediatezza – basta un “click” – fa i conti con lo scandirsi lento di un tempo sospeso e dilatato. «Il tempo mi sfugge dalle mani». Contemporaneamente ascolto: «Ho più tempo da dedicare ai miei affetti, a me stessa, alle mie letture preferite: non tutto viene per nuocere». Si fa sentire, seppur intimorita, la volontà di vita!

Cambio prospettiva e, nell’interrogare, mi interrogo rispetto a chi, come me, è chiamato sia a confrontarsi con le proprie paure sia con le angosce dei pazienti. Accolgo con interesse ed entusiasmo la proposta di Rete Lacan. Il nuovo comunicato del consiglio e del direttivo SLP e dell’Euro Federazione di Psicoanalisi fa appello alla responsabilità di ognuno, sollecitandoci a mostrarci per primi disponibili ad accogliere e dare testimonianza di un limite. L’attualità del monito di Nietzsche, appare centrale in questo momento: «Quanto più grande è la condizione di pericolo, tanto più grande è il bisogno di accordarsi facilmente e rapidamente su quel che è necessario; non fraintendersi nel pericolo è ciò di cui gli uomini non possono assolutamente fare a meno per i loro rapporti»3.

Non è certo facile, implica un cambio di postura, un esporsi senza essere vulnerabili e vulnerati. Il contagio è virulento. E’ possibile trovarsi pronti? Un aiuto mi arriva dalle parole di Agnès Aflalo, nel suo intervento, Cogliere le sfide del secolo: «Coniugare il concetto di reale e quello di contemporaneità comporta quindi accettare l’idea che il reale possa cambiare»4.

Sì, ma la paura ci riguarda, c’è il rischio di proporsi in una modalità che fa eccezione, che si origina dalla convinzione di poter e dover essere al-di-là, al di là del rischio del contagio. E’ necessario interpretare la richiesta dei pazienti di sedute protette come difese, resistenze, addirittura trattarle come sintomi?  Conforta il mio pensiero il testo di D. Gutermann-Jacquet, I nutrimenti della difesa, laddove riporta quanto dice Lacan, nel Seminario XXIV, a proposito delle resistenze dell’analista: «[…] si elucubra sulle pretese resistenze del paziente, allorquando la resistenza, io l’ho detto, prende il proprio punto di partenza dall’analista medesimo. La buona volontà dell’analista non incontra mai niente di peggio se non la resistenza dell’analista»5.

Faccio mia l’esortazione nietzschiana di essere inattuali nell’attualità. Nell’attesa che qualcosa di questo reale possa darci chiarimenti, che la verità possa arrivarci dai soggetti in analisi. Lacan ci spinge a stare su questo crinale, nel punto abissale di ciò che egli nominava col termine di «non-realizzato»: l’inconscio lacaniano6.  «Un analista è colui che si può permettere, che osa permettersi di mettersi rispetto al soggetto – al soggetto più o meno impazzito da quella straordinaria condizione umana di abitare il linguaggio – in posizione di causa del desiderio»7.

[1] A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Torino, Einaudi, 2013.

[2] M. Merleau Ponty, Fenomenologia della percezione, Milano, il Saggiatore, 1980.

[3] F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Milano, Adelphi, 2010, p. 190.

[4] A. Aflalo, Cogliere le sfide del secolo, in Aggiornamento sul reale, nel XXI secolo, Roma, Alpes, 2015, p. 31.

[5] D. Gutermann-Jacquet, I nutrimenti della difesa, in op. cit., pp.171-173.

[6] F. Nietzsche, Le Considerazioni inattuali, (1873-1876), Milano, Adelphi.

[7] J. Lacan, Conferenza di Lovanio, (1972),  testo stabilito da Jaques-Alain Miller, in “La Psicoanalisi” 63/64, Roma, Astrolabio, 2018, pp.12-39.