La psicoanalisi non è un narcotico. Non è neanche il buon senso. Si tratta di accogliere il reale, il reale nuovo, il reale che è la produzione del discorso della scienza, che non ha più niente a che vedere con la natura. Se ho osato dare questo titolo, parodiando Heidegger, dirò anche che l’analista si fa pastore del reale. 

Jacques-Alain Miller, Religione, psicoanalisi, in “La Psicoanalisi”, 58, 2015, pp. 54-55.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°5 – 30 marzo 2020

XXI secolo – Prossima la mondializzazione dei lettini? Verso il corpo portatile1

Intervista rilasciata il 3 luglio 1999 da Jacques-Alain Miller (Membro AME ECF e AMP) a Eric Favereau del quotidiano francese Liberation per il ciclo “Anno 2000: gli oggetti del secolo”

Qual è il ruolo del lettino nella psicoanalisi?

Il lettino è certamente l’oggetto emblematico della psicoanalisi. Ma al tempo stesso non è il let­tino a definire la psicoanalisi. Vi sono delle analisi che si svolgono perfettamente faccia a faccia con il paziente seduto su una poltrona. Per alcuni pazienti questa modalità si rende addirittura necessaria. Ad esempio quando il lettino assume la seguente significazione: essere alla mercé dell’altro, essere abbandonato al capriccio dell’altro. É un fantasma. Ma in ogni caso è sicuro che è il paziente a recarsi dall’analista, a essere in posizione di domanda, e che tale posizione impli­ca un atteggiamento un po’ dimesso e di sottomissione all’altro, e che il lettino può rappresenta­re tutto questo.

Si può allora dire che è il lettino l’oggetto della psicoanalisi?

L’oggetto nella psicoanalisi è piuttosto lo psicoanalista stesso. È lui che trova posto nella vostra serie, a fianco della Bic e della pillola. Quel che Freud ha inventato è questo oggetto nuovo, o meglio qualcuno che è capace di farsi tale oggetto. Un oggetto molto particolare, che permette a qualcun altro di mettersi alla prova, questi sì in quanto soggetto, in quanto parlante che non sa né quel che vuole né quel che dice e neanche a chi lo dice. Il lettino rappresenta la soglia di que­sto limbo. Ma il vero oggetto, quello è lo psicoanalista. Sta qui la novità. Mentre si è sempre cre­duto che si trattasse di una clinica al capezzale di un letto.

Il lettino non sarebbe allora un semplice letto?

Ma sì, il lettino è in qualche modo un letto. È un letto senza interno: non si scivola sotto le len­zuola, ci si distende su una superficie. Come un cadavere, con tutte le evocazioni mortifere che possono ruotarvi intorno. É il verso di Baudelaire: «Dei divani profondi come tombe». Il letto è di solito il luogo dove si ritrova il proprio corpo, il corpo dimenticato nella vita attiva; vi si ritrova anche il corpo di un altro. Il lettino è al contrario un letto a una piazza. Esso rende presente il rap­porto sessuale e al contempo ne manifesta l’assenza. Forse si potrebbe dire che il lettino è un ve­stiario dove si deposita il proprio corpo, dove ci si spoglia del corpo attivo, dove si lascia anche il corpo immaginario, cioè l’immagine di sé. Resta allora un terzo corpo, quel corpo che costituisce il nostro straccio, quel rifiuto che il soggetto trascina con sé e che per lui è così prezioso.

Alla fine il lettino si rivela più importante del previsto…

Come mobile il lettino è importante quanto il secchio della spazzatura di Samuel Beckett. Esso incarna il seguente paradosso: bisogna portare il proprio corpo in seduta e al contempo bisogna spogliarlo. Il lettino è una macchina, una muItighigliottina che amputa il corpo della sua motricità, della sua capacità di agire, della sua statura eretta, della sua visibilità. Esso materializza il corpo abbandonato, il corpo falciato, il corpo abbattuto. Distendersi sul divano è diventare un puro parlante, facendo l’esperienza di sé come di un corpo parassitato dalla parola, povero corpo malato della malattia dei parlanti.

Qual è l’avvenire del lettino?

La tecnologia elabora inedite modalità di presenza. Nel corso del secolo il contatto a distanza in tempo reale ha finito per banalizzarsi. Sia che si tratti del telefono, ormai divenuto portatile, di internet o della videoconferenza. Tutto ciò continuerà, si moltiplicherà, diventerà onnipresente. Ma forse che la presenza virtuale avrà alla fine una incidenza fondamentale sulla seduta analiti­ca? Lo escludo. Vedersi e parlarsi non fa una seduta analitica. È vero che nella seduta due perso­ne sono lì insieme, sincronizzate, ma esse non sono lì per vedersi, come d’altronde sottolinea l’uso del lettino. È necessaria la compresenza in carne e ossa, non fosse altro che per evocare il non-rapporto sessuale. Se il reale viene sabotato svanisce il paradosso. Le molteplici forme di presenza virtuale, anche le più sofisticate, andranno a finire tutte lì.

Insomma il lettino rimarrà?

La presenza rimarrà. E più la presenza virtuale si banalizzerà tanto più preziosa diventerà la pre­senza reale. Dunque il grande cambiamento io lo vedo piuttosto nei trasporti: l’accelerazione de­gli spostamenti, l’abbattimento dei costi, con i grandi aerei o i treni a rapida percorrenza, tutte cose che trasformano il corpo stesso in un “portatile”. Un tempo farsi analizzare da Freud com­portava dover risiedere a Vienna o a Londra. Oggi si può abitare a Milano o addirittura a Buenos Aires e farsi analizzare a Parigi, e viceversa. Stiamo per entrare nell’era del trasporto supersonico di massa? Ciò condurrebbe alla mondializzazione dei lettini.

Traduzione italiana a cura di Carmelo Licitra-Rosa

[1] Testo pubblicato su “Appunti”, n. 76, Pubblicazione curata da Trauben edizioni per conto della SISEP. Stampato da EST stampa digitale, maggio 2000, pp.45-46.

Conversazione brasiliana – Incidenze di internet sulla pratica analitica: nel rispetto del transfert1

Angelina Harari – Membro AME EBP e Presidente AMP

con Patricia Badari – Marilsa BassoTeresinha M. Prado – Membri EBP e AMP

Propongo una conversazione attorno al culto delle immagini, del mostrare e del fascino di cui esse sono oggetto, a detrimento del significante2. Alcuni fenomeni attuali, che possiamo osservare, derivano da questa prevalenza, giacché la subordinazione della parola all’immagine suscita il suo deterioramento3.

Teniamo l’erotismo come l’ultimo baluardo che resiste a questa tendenza ad essere consumati dalle immagini – le quali, nella vita amorosa, possono condurre alla violazione dell’intimità e, di conseguenza, alla scomparsa della libertà individuale4.

Come sfuggire all’esposizione delle immagini? L’incidenza di internet, con le sue applicazioni per incontri, o anche l’esibizione dell’intimità sui social, sottomettono ogni giorno di più gli individui a una logica collettiva delle immagini che decreta un Ideale per tutti.

Insistere sulle differenze tra l’erotismo e la pornografia oggi, sull’esempio di Jacques-Alain Miller, permette di ritornare su quello che Lacan ha portato negli anni cinquanta: la contestazione della supposta relazione d’oggetto e l’introduzione della funzione della mancanza d’oggetto. Freud, nei “Tre saggi sulla teoria sessuale”, afferma quanto segue: l’oggetto fondamentale è la madre, e lo si perde. Dimostra così che la relazione d’oggetto è sempre un incontro mancato5, annuncio dell’aforisma non c’è rapporto sessuale e della teoria del partner-sintomo. La nozione di castrazione è direttamente legata a questa mancanza fondamentale, che nessun oggetto potrebbe colmare, e che è precisamente ciò che orienta l’insegnamento di Lacan, spingendolo ad inventare l’oggetto a.

Il velo ricopre il niente e ha delle affinità con il desiderio, giacché è legato alla mancanza. Poiché l’amore persegue, al di là dell’oggetto, il nulla, il velo mantiene sempre un rapporto con esso. Amore e perversione vanno mano nella mano, dice Lacan: «Il velo, il sipario davanti a qualcosa, è ciò che meglio permette di dare un‘immagine della situazione fondamentale dell’amore. Si può persino dire che con la presenza del sipario ciò che è al di là come mancanza tende a realizzarsi come immagine. […] Sta proprio qui ciò in cui l’uomo incarna, facendone un idolo, il sentimento di quel niente che sta al di là dell’oggetto d’amore»6.

La funzione del velo e la sua relazione con l’amore mettono in rilievo la funzione di pilastro, nell’insegnamento di Lacan, della mancanza fondamentale e del suo impiego avvertito – ne conseguono le sue affermazioni verso il reale, che aprono a un aldilà del significante, a partire dal suo scarto rispetto al significato: il versante dell’oggetto.

Il filo rosso che conduce dalla mancanza d’oggetto verso l’oggetto a rinvia al luogo del taglio, da cui esso emerge. Lacan illustra questa scissione costitutiva a partire da esempi quali il cordone ombelicale, il grido del neonato, o anche il prepuzio nella circoncisione. Quest’ultima, esempio di una pratica culturale, mostra che l’oggetto a emerge da tale taglio, producendo una denaturalizzazione e una topologia del buco.

Oggi è l’erotismo che sembra fare opposizione al primato delle immagini sulle parole, esigendo «un certo numero di formalità culturali che preservano la natura privata e intima del sesso, di modo che la vita sessuale non si banalizza né si animalizza. Con i suoi rituali, i suoi fantasmi, la sua vocazione alla clandestinità, l’amore dei formalismi e della teatralità, nasce un fenomeno, come un prodotto di elevata civiltà, inconcepibile tra le società o i popoli primitivi e rudi, poiché si tratta di un’attività che esige una sensibilità raffinata, una cultura letteraria e artistica che abbia una vocazione in qualche modo trasgressiva»7. La cultura dell’immagine, superficiale ed effimera, ci sottrae la nostra intimità, prende il posto dello spirito critico e ci trasforma in esseri consumati, senza libertà di scelta.

La pornografia, a sua volta definita come il «dare a vedere senza velo», senza barriere, secondo Lacan, favorirebbe l’illusione facendo esistere quello che non esiste. Vediamo alcuni fenomeni contemporanei che potrebbero essere innalzati alla categoria di sintomo per la psicoanalisi.

Revenge porn: nuova degradazione della vita amorosa?8

Il revenge porn è la diffusione non consentita di foto e video dell’intimità di qualcuno. Sono immagini di nudità o di atti sessuali, diffusi dopo una rottura o nell’intento di diffamare o di umiliare l’altro. Spesso si tratta di giovani che diffondono immagini di donne, il che ci porta a chiederci se si tratta di un artificio attualizzato della degradazione della vita amorosa.

Nei “Contributi alla psicologia della vita amorosa”9, Freud descrive la tendenza universale alla svalutazione nella sfera amorosa. Il revenge porn sarebbe forse un modo per l’uomo di regolare l’alterità della donna, un tentativo di risolvere l’impasse amorosa attraverso la virilità? Oppure sarebbe un modo per far esistere il non-rapporto sessuale?

Il passaggio dal bambino all’uomo, l’instaurazione dell’elemento virile, non è senza l’angoscia della castrazione. Durante la pubertà10, momento in cui il corpo dell’Altro diventa oggetto di desiderio, c’è un’impasse: il soggetto ha a che fare con l’irruzione di un godimento estimo del corpo che le risposte infantili non bastano più a trattare. Il passaggio dal godimento autoerotico al soddisfacimento copulatorio non è, quindi, privo di conseguenze.

Forse che i giovani, attraverso la diffamazione e la svalutazione della donna sui social, disporrebbero di un modo di far sì che colei che desiderano non sia tutta? Questo sarebbe il teatro contemporaneo del non-tutto che permette, anche, il godimento sessuale dell’oggetto?

Se si suppone una separazione tra condizione d’amore e condizione di godimento sessuale, questa pratica funzionerebbe come circostanza che permette a tali giovani di godere, facendo in modo che la donna non occupi il posto dell’Ideale dell’io. Per alcuni, questa pratica funzionerebbe come una possibilità di attraversare il disagio dell’incontro con l’Altro sesso. Per altri, questo potrebbe essere l’indicatore di una logica del godimento scatenato.

Questo revenge porn, sul lato dell’uomo, costituisce forse un tentativo di porsi in quanto potenza, dopo che l’incontro con il corpo dell’Altro ha toccato, giustamente, il suo punto d’impotenza.

O, anche, si tratterebbe, in questa proliferazione di immagini, della pantomima di un testo che si ritiene sia riprodotto? Sarebbe un sintomo offerto al deciframento? Qui si può trovare la risposta alla domanda che resta taciuta: in che modo un uomo può avere a che fare con una donna? O, più precisamente, con l’alterità della donna?

L’impero di Tinder: l’arte degli incontri?11

Tinder ha lo scopo di produrre dei matches, degli scambi sessuali, delle relazioni effimere, delle coppie, in breve, degli incontri. Il gioco comincia con la scelta della propria immagine, poi con quella di qualcun altro, secondo determinati criteri. A partire da ciò, si può scoprire quello che sta dietro l’immagine: quando le scelte coincidono si ha il match, si passa quindi alla conversazione.

Questo processo fondato sull’immagine provoca una ricerca che sembra scatenare una proliferazione immaginaria. Eppure, secondo Marie-Héléne Brousse, per Lacan, l’immagine non rinvia all’immaginario, ma possiede invece lo statuto di «un reale»12.

Tinder esercita la sua influenza dando un’esistenza a ciò che non esiste, partendo dall’uso dell’immagine e dal suo potere di obliterare, al tempo stesso, in cui rivela.

Una ragazza, marcata dal significante “single” – tratto d’identificazione con il padre, il quale, nonostante alcuni matrimoni continua a condurre una “vita da single” – è su Tinder con l’intento di incontrare qualcuno, sposarsi e non essere più solitaria come la madre. Dopo diversi tentativi ed incontri, stanca del criterio selezionato, “belli e fighi”, si è messa a cercare altro, una differenza, sempre relativa all’immagine: uno “brutto”, che è riuscita a trovare e di cui si è innamorata. L’immagine che ha scelto le serve da barriera: si vergogna di assumere e considerare questa relazione come coppia. Sta con lui ma rimane “single”; anche l’amore è incapace di salvarla. É solidale con la sua solitudine, sotto il significante “vita da single”.

Incidenza sulla pratica psicoanalitica: consulti virtuali

Internet si è progressivamente introdotto nella pratica lacaniana, sotto forma di consulti virtuali, nella misura in cui la circolazione dei corpi ha portato a scommettere sui legami a distanza per le sedute di analisi e di supervisione.

All’inizio ci sono state domande da parte di persone lontane dal loro ambiente abituale e, per questo, confrontate con una regolarità interrotta da assenze occasionali, anche nella pratica analitica senza standard come avviene nell’orientamento lacaniano.

I consulti virtuali si alternavano, quindi, tra periodi di esperienza in absentia, in effigie, e periodi in presenza, il che, secondo Lacan, nel suo ritorno a Freud, era impossibile. I consulti virtuali sembrerebbero così andare contro il consiglio freudiano13 riaffermato da Lacan14. Ora, l’alternanza permette un uso di internet sotto transfert: un uso la cui priorità è il transfert, poiché ci possono essere transfert che producono un tale incontro tra analista e analizzante e poiché è difficile cambiare analista quando si cambia città. Ma soprattutto, poiché riteniamo che non c’è clinica senza transfert, le domande in questo senso devono essere accolte ed esaminate. Talvolta esse possono sfociare in domande di consulti esclusivamente virtuali che, anche in questo caso, ci sembra debbano essere ricevute e considerate.

Vi parlerò di una di queste domande, suscitata da un’identificazione isterica. L’amica di un’analizzante che abita all’estero chiede un’analisi che avrebbe luogo esclusivamente su Skype. All’inizio esito, sottolineando tutte le difficoltà, ma la domanda è quasi imperativa. Emerge allora il fatto che la donna volesse essere ricevuta come l’amica che aveva frequentato il mio studio, prima di passare un anno all’estero per fare una tesi. Questo tipo di domanda per identificazione è relativamente banale nella pratica.

Poiché la sua amica può essere accolta con Skype, chiede di esserlo anche lei. Identificata alla sofferenza della sua collega, la donna suppone di poter passare attraverso un trattamento identico. L’esperienza dura sei mesi con, alla fine, un’uscita che corrisponde ai principi della pratica lacaniana: un abbozzo d’implicazione soggettiva e un inizio di alienazione alla propria storia. Dice di aver concluso che deve cercare un analista là dove vive.

Si tratta di una sola esperienza, impossibile da generalizzare. Anche rispetto ai consulti virtuali prevale il caso per caso. É il transfert che rende il caso singolare. È importante accogliere, ma il rispetto del transfert resta indispensabile per affermare il carattere psicoanalitico dell’esperienza.

Nella vita del cartello: un più-uno virtuale?15

Il dispositivo del cartello fu stabilito da Lacan nel 1964, quando ha definito le assise del lavoro della Scuola: piccoli gruppi «da un minimo di tre e da un massimo di cinque persone; quattro è la misura giusta. Più una incaricata della selezione, della discussione e dello sbocco da riservare al lavoro di ciascuno»16.

Che ne è della sua struttura oggi? Un cartello le cui riunioni hanno luogo, per la maggior parte, per mezzo di strumenti quali Skype resta un cartello? Il nucleo della questione è: che cambiamento si può apportare alla formazione di un cartello che non ci impedisca di continuare a considerarlo tale? Quali elementi della sua struttura, se venissero a mancare, ci impedirebbero di vedervi ancora un cartello?

J.-A. Miller17 sottolinea, nel dispositivo del cartello, la sua funzione primordiale di produzione del sapere: una elaborazione deve essere provocata, incitata, per far lavorare i partecipanti di questa formazione singolare che differisce dal funzionamento tipico di un gruppo.

Lacan fa la stessa osservazione nel 1980, in occasione della discussione sugli effetti deleteri delle formazioni dei gruppi, gli incollamenti e le identificazioni che bloccano la psicoanalisi. In questo testo, riprende il concetto di più-uno: «Onere suo di vigilare agli effetti interni all’impresa, e di provocarne l’elaborazione»18.

Se un’elaborazione è sempre provocata19, nel cartello, l’agente provocatore è il più-uno supposto completarlo, che invece lo allontana dalla logica del tutto e dell’eccezione, senza lasciare da parte il fatto che anche lui è un partecipante che deve elaborare un lavoro e un prodotto. Spetta al più-uno operare come un provocatore del lavoro, incitando ogni partecipante ad abbandonare le formule codificate e a smettere di ripetere i concetti appresi con frasi canoniche, per poter elaborare le proprie definizioni su ciò che costituisce l’oggetto della ricerca, permettendo così di passare dal lavoro di transfert al transfert di lavoro.

Così la realizzazione di un cartello all’insegna del “virtuale” non pregiudica il cuore del dispositivo, cioè la funzione del più-uno di far lavorare i suoi partecipanti, di occupare il posto di agente provocatore di un lavoro.

Traduzione: Adele Succetti

[1] Articolo pubblicato in “La Cause du désir”, n. 97, Internet avec Lacan, Navarin Editeur, Paris, novembre 2017, pp.31-36.

[2] Cfr. M.-H. Brousse, corso dispensato nell’ambito del CLIN-a (istituto e centro d’accoglienza a San Paolo), il 19 agosto 2017, inedito.

[3] Cfr. G. Steiner, O Desparecimineto do Erotismo, in M.V. Llosa, A Sociedade do espetaculo, Rio de Janeiro, Objectiva, 2012, p.93.

[4] Ibidem.

[5] Cfr. J.-A. Miller, Lacan elucidado, Rio de Janeiro, Zahar, 1997, p.460.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro IV, La relazione d’oggetto, Torino, Einaudi, pp.165-166.

[7] G. Steiner, “O Desparecimineto do Erotismo”, op.cit.

[8] A cura di Patricia Badari.

[9] Cfr. S. Freud, Contributi alla psicologia della vita amorosa, in Opere, vol. VI, Torino, Bollati Boringhieri, 1989.

[10] Cfr. S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, in Opere, vol. IV, op. cit.

[11] A cura di Marilsa Basso.

[12] M.-H. Brousse, Cuerpos lacanianos: Novedades contemporaneas sobre el estadio del espejo, conferenza in spagnolo disponibile su radiolacan.com: http://radiolacan.com/es/topic/180.

[13] «Infatti, checché se ne dica, nessuno può essere battuto in absentia o in effigie»: S. Freud, Tecnica della psicoanalisi, in Opere, vol. VI, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, p.531.

[14] «La relazione con il reale di cui si tratta nel transfert è stata espressa da Freud in questi termini – che nulla può essere afferrato in effigie, in absentia. E tuttavia, il transfert non ci è forse dato proprio come effigie e relazione con l’assenza? Quest’ambiguità della realtà in causa nel transfert, potremo riuscire a sbrogliarla solo partendo dalla funzione del reale nella ripetizione». J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino Einaudi, 2003, p.53.

[15] A cura di Teresinha N. M. Prado.

[16] J. Lacan, Atto di fondazione, in  Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013. Consultabile su: https://cartello.slp-cf.it/cartelli/testi-fondamentali/atto-di-fondazione-jacques-lacan/

[17] Cfr. J.-A. Miller, Cinque variazioni sul tema della ‘elaborazione provocata’, consultabile su: https://cartello.slp-cf.it/newsletter/newsletter-1/cinque-variazioni-sul-tema-della-elaborazione-provocata/

[18] J. Lacan, D’écolage, consultabile su: https://cartello.slp-cf.it/uncategorized/decolage/

[19] J.-A. Miller, Cinque variazioni sul tema della ‘elaborazione provocata’, op.cit.

Il virus lamella

Paola Francesconi
Membro AME SLP e AMP – Bologna – 20/03/2020

Le nostre elucubrazioni sul reale con cui ci siamo a volte barcamenati hanno avuto il benservito. Ci troviamo di fronte a quanto Jacques Lacan aveva preconizzato già nel 1973, in La terza1: «Il bello sta nel fatto che negli anni a venire l’analista dipenderà dal reale e non il contrario. […] Il bello è quando i biologi, […] s’impongono l’embargo di un trattamento di laboratorio sui batteri, […] i batteri stessi potrebbero scivolare sotto l’uscio e ripulire tutta l’esistenza sessuata, ripulendo il parlessere. […]. Ogni vita finalmente ridotta a un’infezione che, a quanto pare, essa realmente è, ecco il colmo dell’essere pensante».

Per due capoversi di fila egli ribadisce la sferzata ironica del «bello», anticamera dell’orrore, in effetti.

Oggi, con questo lamelliforme virus, siamo di fronte a qualcosa di ancora più inedito: ancor più incorporeo di un microrganismo, salta di corpo in corpo, interessato solo a riprodursi, ad affermare effettivamente la vita come infezione. É il versante bifronte della libido nel suo reale, vita e morte insieme, come Jacques-Alain Miller aveva ben, anche lui, predetto nell’ormai lontano 1999, in Biologia lacaniana ed eventi di corpo2.

Come la lamella lacaniana, potremmo dire, questo virus si infila dappertutto, non c’è modo di arrestarlo, per ora, se non con barriere effimere. Come dice Lacan in Posizione dell’inconscio3, se la lamella ci si posa sul viso mentre dormiamo, appunto, mentre dormiamo al reale, c’è da inquietarsi: potremmo, per così dire, risvegliarci al reale con i connotati, i nostri riferimenti speculari ed immaginari, alterati. Per ora, è il reale che può «prendere la briglia» (La terza op.cit.), appunto, più che essere imbrigliato da noi.

Eccoci di fronte ad una nuova soggettività epocale, cui abbiamo il dovere etico di mostrarci all’altezza. Innanzitutto prendendo molto, molto sul serio l’ultimissimo insegnamento di Lacan, in particolare quanto dice nel suo Seminario XXV, Il momento di concludere4, commentato da Jacques-Alain Miller nel suo corso del 2006/20075, che opera un taglio epocale con l’inconscio transferale, la supposizione di sapere, per puntare l’attenzione, al di là, sulla supposizione di saper operare. Che va preso molto sul serio. Come afferma Miller, con questo bilancio finale sulla psicoanalisi, Lacan non intende farla finita con la psicoanalisi, ma, al contrario, proporre un altro modo di operare con essa. È così che Lacan suggerisce, lui stesso, di fare: «Io mi spacco la testa, e non sono nemmeno sicuro su che cosa».

Ci prova e ci riprova, con questo reale a-sembiantizzabile.

Ogni tipo di necessità è caduta in balia della contingenza, che finora avevamo salutato allegramente come opportunità di un incontro, scoccata di un amore, o possibilità di fare diverso con il godimento. Ora la campana suona differentemente e ci mostra un altro volto della contingenza, il suo lato lamelliforme, inarginabile, sopraffattorio. E sfuggente a qualsiasi semblant.

Come operare con questo nuovo reale è il primo problema che si pone ora agli psicoanalisti, nella fattispecie nella loro pratica. Nella teoria della clinica nuove invenzioni, provando e riprovando, e diffidando di un troppo di elucubrazione, a privilegio di un diverso modo concettuale di riformulare il limite, il suo al di là, il suo inaggirabile. Tutto da riprendere in mano non senza, nell’altra mano, tenere il breviario dell’ultimissimo Lacan e della lettura che ne fa Jacques-Alain Miller.

Questo reale inedito che ci è caduto addosso ha disturbato le difese degli psicologi, che si sono affrettati ad offrire, per così dire, il loro ascolto telefonico o supportato dall’immagine a-setting analitico di Skype. Disinfezione del setting, certamente, ma anche espulsione del suo reale. Al di là delle raccomandazioni igieniche che, beninteso, hanno il loro senso, non penso che possa esserci psicoanalisi senza quella sorta di vita/infezione legata al corpo a corpo della relazione analitica. Mi rivolgo al buon intenditore non all’elogio dell’ossessivo…

Meglio pazientare, finché questa emergenza, questa inedita contingenza sarà passata. Se proprio necessario, con il ricorso a diversi tipi di scambio, ma non analitico strictu sensu. É difficile giustificare che l’analista scenda dalla propria sedia (versione pauperistica della poltrona, più ispirata all’attualità), mentre che la psicoanalisi scenda dal lettino, e saluto Massimo Termini, è pienamente giustificato dalla psicoanalisi applicata.

É per noi l’occasione, una volta di più, ma imperdibile, di fare il nostro distinguo dalla psicologia. Il reale senza legge e la capacità di sopportarlo, è proprio lì che si disegna la frontiera. Mentre la psicologia non fa alcuno sforzo di trovare un altro modo di fronteggiare l’insopportabile che buttando fuori il reale e promuovere un ascolto ed uno sguardo opportunamente disinfettati.

Poi ciascuno si regolerà secondo il proprio modo.

Siamo psicoanalisti, e restiamolo.


[1] J. Lacan, La Terza, in “La Psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, 1993, pp.21-22.

[2]  J.-A. Miller, Biologia lacaniana ed eventi di corpo, in “La Psicoanalisi”, 28, Roma, Astrolabio, 2000, pp.14-100.

[3] J. Lacan, Posizione dell’inconscio, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, pp.832-854

[4] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXV, Il momento di concludere, inedito.

[5] J.-A. Miller,  L’inconscio reale, in “La Psicoanalisi”, 50, Roma, Astrolabio, pp.176-216.

Che cosa stiamo vivendo?

Carla Antonucci
Membro SLP e AMP – Roma – 19/03/2020

Sono giorni che il nostro Paese è attraversato da quello che avevamo letto solo nei libri da Manzoni a Boccaccio. Sono fortunata, la regione in cui vivo fino ad oggi non è ancora stata toccata pesantemente dal virus al contrario di quanto accade nelle regioni del nord in cui però vivono molti colleghi e amici. Lì un numero di morti sconvolgente, l’immagine di persone che muoiono da soli negli ospedali senza il conforto dei propri cari, malati psichici senza cure, anziani che muoiono in strutture che non hanno gli strumenti per fronteggiare l’epidemia, senza parlare di quelli che muoiono a casa.

Quando tutto questo e cominciato ho sentito il bisogno, umano credo, più che psicoanalitico, di poterne parlare con i miei colleghi. Non ci possiamo incontrare, ma grazie a Rete Lacan, possiamo confrontarci a colpi di penna in quella che è stata definita una vera e propria guerra.

“Un momento eccezionale in cui ognuno fa esperienza di un reale inedito” dice l’introduzione a questo strumento. Di primo acchito il pensiero che la psicoanalisi non avendo mai attraversato qualcosa di questo genere non avrebbe potuto darmi dei punti di repere, per lo meno attraverso i padri della psicoanalisi, i loro testi e parole… pian piano però comincio a ritrovarmi, benché gli interrogativi siano ancora molti.

L’angoscia e la paura sono palpabili… Mi sono sempre detta andrà tutto bene finché  un uomo di scienza, un infettivologo di chiara fama che conosco molto bene, uno scienziato tutto di un pezzo ha mostrato la sua angoscia davanti al coronavirus. Giunge come una dimostrazione matematica quello che Lacan afferma in La Terza, ossia mi sono ritrovata davanti a uno studioso preso da una certa angoscia, «…davvero istruttivo. [L’angoscia] É proprio il sintomo tipo di ogni avvento del reale»1.

Il reale la fa in barba al discorso del padrone, si mette di traverso sul cammino della scienza, un evento si presenta, la scienza non sa più come fermare il virus.

La gente si trova davanti a un pericolo imminente di morte; ci viene chiesto di sospendere i legami, il virus è tra la gente, si nasconde nell’altro, è democratico, colpisce tutti.

Come Freud ci insegna “Nel disagio della civiltà”, il pericolo imminente e la sospensione dei legami sono entrambi presupposti scatenanti l’angoscia. Nella massa si scatena il panico, ci troviamo di fronte da una parte all’angoscia dell’Altro portatore di virus da cui bisogna fuggire e dall’altra ci troviamo di fronte all’obbligo di rimanere in casa, a rompere i legami, anche quelli più intimi, si scatena l’angoscia per l’assenza dell’Altro.

Il reale del virus scatena il panico nello scienziato che non può più “godere di un sapere”, nel senso di usufruirne. Il nostro è un Paese sotto choc, in questi giorni di paura è il corpo ad essere minacciato, è la sopravvivenza a essere sotto minaccia. É questo che porta i giovani del Sud a tornare a casa di notte, o la gente a fare la spesa al supermercato per paura letteralmente di morire di fame. Il corpo assume un valore supremo e l’istinto di conservazione la fa da padrone. Il corpo è importante, non v’è alcun dubbio ce lo dice anche Lacan e lo dice a chiare lettere nella conferenza “Sul sintomo” dell’ottobre 1975 riprendendo la scoperta freudiana dell’inconscio. Quello con cui noi psicoanalisti di solito abbiamo a che fare è un evento di corpo, Freud scopre l’inconscio attraverso le conversioni isteriche, ma lo stesso Freud ci mostra che tra lo strumento che la psicoanalisi adopera e il corpo c’è un elemento comune: il linguaggio. Non siamo un corpo, abbiamo un corpo, ecco il soggetto Lacaniano. In questo momento in cui la nostra pratica è ferma, in questo momento in cui il panico la fa da padrone cosa fare?

Quale funzione per la psicoanalisi nei momenti di panico se non quella di raccogliere le testimonianze di ciò che il soggetto ha provato e interrogarle? Difficile farlo nel momento di panico, ma bisogna tentare di dirne qualcosa, come nella fobia. In questo senso in un momento in cui la domanda vi è esclusa mi sono messa a disposizione di tutte quelle persone che in questo sono in difficoltà e che stanno combattendo in prima linea e con me molti altri colleghi. Una modalità “d’eccezione” in cui i corpi non si incontrano, l’ascolto senza corpo, telefono o videochiamata, per permettere al soggetto di generare un significante, un tentativo di sottomettersi alla questione del proprio più di godere particolare. Il pericolo è la morte, ce lo dicono le immagini che ogni giorno attraversano gli schermi, i giornali, le suppliche dei medici stremati che ci chiedono di stare a casa. Il pericolo non è solo la morte per chi è in prima linea nella lotta al coronavirus, perché pochi o nessuno ne parla, ma il pericolo in questo momento è il suicidio per coloro per cui questo è un reale difficile da sopportare. Come abbordare tutto questo?

[1] J. Lacan, La terza, in “La Psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio,  1993, p.22.

The upside down1

Alessio Patacca
Operatore sociale – diplomato IF di Roma – Roma – 19/03/2020

Concepire lo psicoanalista come oggetto nomade e la psicoanalisi come installazione portatile che può spostarsi in contesti nuovi e, in particolare, nelle istituzioni.
Jacques-Alain Miller, Verso Pipol IV2

In quei primi anni le strade erano affollate di profughi imbacuccati dalla testa ai piedi. Protetti da maschere e occhialoni, seduti tra gli stracci sul bordo della strada come aviatori in rovina. […] Gusci di uomini senza fede che avanzavano barcollanti sul selciato come nomadi in una terra febbricitante. La rivelazione finale della fragilità di ogni cosa.
Cormac McCarthy, La strada

Ecco la cronaca di un operatore sociale lacaniano3 nella quotidianità di una giornata di lavoro durante l’epoca del coronavirus.

Lunedì 16 marzo 2020, ore 8:30, esco di casa in bici come di consueto, attraverso strade deserte e una città spettrale per recarmi al treno e poi al lavoro: Roma, stazione Termini, Centro d’accoglienza per persone senza fissa dimora Binario 95.

Per strada c’è un’atmosfera angosciante, un sentore di morte che aleggia, un nemico forte e invisibile si annida un po’ ovunque, nei nostri gemiti, nelle nostre mani. Termini è trasformata nel deserto dei Tartari, ci sono alcuni migranti sdraiati a terra per strada, qualche clochard che vaga portando con sé alcol e il carrello della spesa, zero turisti.

Lavoro come coordinatore del centro notturno Binario 95, accogliamo dieci persone ogni notte, non solo un centro d’emergenza ma un luogo da dove ripartire, intanto con un tetto sopra la testa. Intesso giorno per giorno un lavoro di segretariato sociale per lavorare a fianco dei servizi del territorio e cercare di migliorare le condizioni di vita delle persone che navigano presso il nostro centro, mi confronto con assistenti sociali, presidi ospedalieri, servizi di salute mentale. L’idea è di lavorare affinché il senza dimora si riagganci al legame sociale sfilacciato da anni di vita in strada, oppure che riesca a vivere e convivere con la sua follia senza mettersi nella condizione di ritrovarsi solo e delirante.

Al mio arrivo gli ospiti sono tutti là, una trentina di persone in uno spazio abbastanza grande sul lato della stazione di Via Marsala, vecchi locali dati in gestione da Ferrovie dello stato. Sono tutti molto organizzati e consapevoli di ciò che sta succedendo, indossano quasi tutti mascherine e stazionano a distanza di sicurezza. Oggi niente partite a carte, qualcuno ascolta la musica nello spazio esterno fumando sigarette su sigarette, quelli che di solito se ne stanno per i fatti loro oggi si sentono meno esclusi, si è tutti esclusi dal rapporto con l’altro in questa condizione forzata di separazione.

È attivo anche un servizio docce a bassa soglia per quelli che non vengono dai centri d’accoglienza ma dalla strada, gente di strada, che si arrangia. Incontro Lorenzo, un vecchio ospite del notturno, ora vive in una roulotte da solo, senza acqua corrente e riscaldamento. È abbronzato, la pelle scura fa risaltare gli occhi azzurri, la barba grigia e i capelli arruffati che lo contraddistinguono lo rendono un personaggio simpatico, buffo e piacevole. Viene ogni tanto per fare doccia e lavatrice, ha una lunga storia di barbonismo domestico che lo ha condotto fuori dalla casa paterna, a girovagare, da sempre, racconta lui.

Dopo il decreto del Comune di Roma che limita gli spostamenti, gli ospiti (in genere così chiamiamo le persone che frequentano il nostro centro) sono stati accolti anche presso il nostro centro diurno. Saluto tutti e salgo in ufficio: scrivo mille mail, rispondo al telefono, cerco qualche sostituzione per gli operatori del servizio poiché siamo in piena emergenza, qualcuno in ferie qualcuno in malattia. Arriva Fabrizio, responsabile del Polo sociale Roma Termini e coordinatore del centro diurno, mi avvisa che Carlos, uno dei nostri, ha la scabbia. Ci mancava solo la scabbia, penso, scendo subito e organizzo un’operazione massiccia di pulizia che prevede la disinfestazione degli ambienti del dormitorio, la doccia e una crema allo zolfo per Carlos. Si lamenta, fa qualche capriccio, dice che il suo «è un problema psicologico», alla fine accetta di cambiarsi i vestiti.

Siamo tutti in allerta per il rischio di contagio, ci confrontiamo per capire che fare nell’eventualità di sintomi riconducibili al Virus, come rispondere a una situazione sintomatica non grave mettendo in sicurezza ospiti e operatori. Decidiamo di liberare spazio al primo piano, c’è una stanza adibita a ufficio, la svuotiamo, togliamo computer, scrivanie, addobbi, laviamo a terra, approntiamo una brandina, una piccola libreria. Speriamo non serva ma, come dicevano i latini, praestat cautela quam medela. Nessuno dei nostri ha una casa dove stare in quarantena, dovremmo adeguarci a situazioni critiche di emergenza crescenti e farci trovare pronti se la situazione dovesse degenerare.

Scendo e Heinrich mi aspetta. Mi fa cenno a suo modo del Caput, mi dice solamente check-check-check e intuisco di che si tratta. Tiriamo fuori una delle nostre scacchiere, lui la prepara con dovizia posizionando i pezzi, si siede e aspetta che io finisca di fare le mansioni più disparate prima di darci battaglia nell’armonia spietata dei cavalli e degli alfieri.

Al mio ritorno, tra una pedalata e l’altra, ripenso alla strada di Cormac McCarthy, un padre assieme a suo figlio in viaggio in un pianeta spopolato, post-apocalittico, dove regna il Caos e la paura. Un viaggio per sopravvivere alla disumanizzazione e alla fame. Penso al destino della psicoanalisi che non può vivere senza la presenza simbolica del corpo, senza il rapporto interumano, penso alla frase di Lacan «come noi psicoanalisti risponderemo: la segregazione messa all’ordine del giorno da una sovversione senza precedenti»4; penso alla fragilità delle persone in strada, a rischio di contagio, in condizioni igieniche precarie, gli invisibili del sottomondo, protetti dalla mancanza di relazioni sociali ma esposti alla mercé della strada e della solitudine. Un virus che attacca il respiro, aggredisce la voce, si insinua nel corpo e aspetta il momento di manifestarsi. Penso a mio figlio Tommaso che mi aspetta a casa, sorridente, troppo piccolo per capire la sofferenza che stiamo vivendo e la storia che si scrive.

[1] “Il sottomondo”, è il modo in cui nella serie TV Stranger Things si definisce la realtà parallela di mostri che minaccia la terra e la vita di una piccola cittadina americana.

[2] J.-A. Miller, Verso Pipol IV , “La Psicoanalisi”, 42, Roma, Astrolabio, 2007, p.220.

[3] Esiste l’operatore sociale lacaniano? È una bella formula, una novità significante di questa epoca storica in cui qualche allievo non si autorizza come psicoanalista ma si fa le ossa nella realtà del disagio sociale.

[4] Lacan, J., (1967), Allocuzione sulle psicosi infantili, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.359.

#23312

Marco Focchi
Membro AME SLP e AMP – Milano – 20/03/2020

C’è un’immagine che gira per la rete, distribuita all’origine da Reuters, agenzia di stampa britannica, e realizzata da Alissa Eckert e Dan Higgings. La si trova facilmente su internet inserendo su Google il suo codice: #23312. È stata creata per l’agenzia statunitense Center for Disease Control (CDC). Il Corriere della sera del 30 gennaio la presenta con questo titolo: Coronavirus, svelato il vero aspetto del virus 2019-nCoV.

Il titolo è tipicamente sensazionalista: se ne abbiamo svelato il vero aspetto ne teniamo in mano almeno un lembo, abbiamo smascherato quel che prima era un nemico invisibile. Perché in effetti, con un diametro dai 20 ai 300 nanometri (un milionesimo di millimetro) il corpuscolo che insidia attualmente le nostre vite e che tanto impatto ha avuto nel modificare le nostre abitudini rimane per essenza invisibile, a meno di non disporre di quell’indispensabile microscopio elettronico che non tutti abbiamo di solito nella cassa degli attrezzi.

L’immagine tuttavia non è una foto, è una CGI (Computer Generated Image), una parvenza insomma. È un’illustrazione digitale, ed è un po’ come le immagini delle fiabe sui libri che leggevamo da bambini. L’Orco non l’avevamo mai visto in carne ed ossa, però sul libro la sua figura c’era, e averlo su una pagina che si poteva aprire, ma anche chiudere, un po’ ci rassicurava.

Del virus che sta cancellando i nostri calendari e che ci allontana fisicamente gli uni dagli altri (anche se sì, si canta insieme dai balconi, ma non è proprio lo stesso) abbiamo così un’immagine inventata per confortare il nostro immaginario fiabesco, e abbiamo anche una sigla astrusa per dargli un posto nell’ordine simbolico. C’è qualcosa di reale in questo? Non il corpuscolo nanometrico che fa da referente all’immagine e alla sigla, il quale, per quanto invisibile a occhio nudo, è purtuttavia un ente empirico, qualcosa che appartiene alla realtà nel suo intreccio di immaginario e simbolico, quella realtà che ci serve per orientarci nella vita quotidiana, ma che non ci dice nulla del reale che ci riguarda. Possiamo dire che appartiene al reale della scienza, come le onde hertziane di cui parla Lacan nel Seminario XVII e di cui nessuna fenomenologia della percezione ci ha mai dato un’idea. Il reale della psicoanalisi però, sappiamo, è diverso. Dove sentiamo che ci scuote in questo momento? Nel rimescolamento delle nostre relazioni con gli altri e con il mondo. Non possiamo più godere di quel che sosteneva il tessuto delle nostre vite, e la sospensione che si prospetta appare doversi prolungare talmente, che sarà difficile riprendere tutto come prima nella stesso modo, come fosse stata solo una brutta parentesi. Il reale nel nostro senso è toccato negli effetti che il microorganismo produce sul ritmo delle nostre esistenze, nella lama che separa chi vive e chi muore, nella catastrofe dell’economia mondiale.

Diciamo, con Lacan, che il reale è senza legge. Questa crisi lo dimostra in modo lampante. Si presenta nel mondo qualcosa di sconosciuto, che la scienza non sa dominare (non ancora) e appare lo sconquasso. Il reale affiora in questa mancanza di parametri, di linee guida, che costringe le amministrazioni a improvvisare, che fa brancolare nel buio i virologi, che getta nel caos la medicina, priva di mezzi sicuri e provati per reagire all’attacco.

Il progetto di dominare l’ente, che da Parmenide a Einstein è stato il filo rosso del pensiero occidentale, e che con la tecnica moderna è giunto al suo massimo compimento, ha in sé evidentemente dei limiti invalicabili che la psicoanalisi ha messo bene in luce nella sua pratica, e che adesso appaiono alla lente d’ingrandimento di un ente senza un’immagine adatta al nostro immaginario, con una sigla che si riempie solo del senso delle nostro inquietudini, e con un referente che si fa largo con veemenza in una realtà che non lo contemplava e per il quale non era progettata.

Naturalmente supereremo questo momento, #andratuttobene, ma l’uscita implicherà un’importante riconfigurazione del nostro modo di vita nel quadro della politica, di cui si intravedono già le diverse linee nascenti, nel contesto della società civile, la cui esistenza si fa solidamente valere oggi smentendo quanto affermava un po’ di anni fa Margaret Thatcher, nella presenza delle istituzioni, e nella pratica della nostra clinica, che già sta facendo i conti con prospettive che vanno al di là dei nuovi sintomi.

Il virtuale sotto transfert

Pietro Enrico Bossola
Membro SLP e AMP – Milano – 19/03/2020

In questo periodo siamo nella necessità di utilizzare mezzi tecnologici per mantenere gli incontri che occupano il nostro quotidiano. Siamo in una situazione del tutto eccezionale, ma proprio per questo, si impone una riflessione a questo riguardo.

Questa può essere un modo per introdurre un pensiero rispetto all’uso dell’informatica anche nel caso dei pagamenti, per esempio. Insomma assistiamo alla divulgazione generalizzata dei mezzi tecnici in tutta una serie di comunicazioni e transazioni che riguardano le relazioni.

Quanto sta avvenendo è di particolare interesse per noi che abbiamo fatto della presenza del corpo, in carne e ossa un principio affinché si possa parlare di incontro.

Intanto una riflessione sull’etimologia della parola “virtuale”; essa indica l’essere in potenza e stando all’idea di Aristotele siamo nel divenire, al punto di partenza affinché una sostanza sia. L’essere in potenza è per il filosofo già partecipe dell’atto, del suo compiersi.

L’elaborazione attuale del virtuale, però, coglie un suo aspetto in negativo ben descritto da J. Baudrillard, in Il patto di lucidità o l’intelligenza del Male: “Con il virtuale, non siamo più a un retromondo: la sostituzione del mondo è totale, ne costituisce il doppio identico, il miraggio perfetto, e la questione è regolata dall’annientamento puro e semplice della sostanza simbolica. Anche la realtà oggettiva diviene una funzione inutile, una sorta di rifiuto, che trova sempre maggiori difficoltà di scambio e circolazione”1. Per Baudrillard ci sarebbe una sostituzione del mondo naturale con il mondo virtuale.

Fermo restando che, se si pongono in questi termini le cose, dobbiamo dire che c’è sempre sostituzione. Il mondo naturale non è approcciabile se non attraverso una sostituzione, per questo l’immagine acquista una fondamentale importanza, perché dà la possibilità della presentabilità della persona presso un’altra. L’immagine è già una forma del virtuale.

La “pericolosità” del virtuale sta nell’idea che esso mette in gioco la vita pulsionale solo in modo cortocircuitante.  In sé e per sé, questo può essere vero, ma dobbiamo entrare nel merito della cosa. La permanenza dell’oggetto è possibile in quanto, nella relazione, l’oggetto, preso nella dialettica, è sempre sostituibile, altrimenti non si capirebbe perché un bambino che non può essere allattato al seno, cresca bene se prende il latte dal biberon. Non è importante la natura dell’oggetto in quanto tale, uno equivale all’altro, ciò che conta è il circuito pulsionale che si crea tra due soggetti. Al fondo un qualsiasi oggetto può avere valore, nella misura in cui crea un’equivalenza rispetto a ciò che vi è di perduto nella relazione: l’oggetto a.

Visto che in questo periodo siamo chiamati a usare, per esempio Skype, possiamo cogliere il modo di poter mantenere una posizione analitica con “altri mezzi”.

Intanto il computer e Skype sono un oggetto che permettono i colloqui, certo in assenza dei corpi, ma la questione è permettere l’investimento pulsionale anche attraverso questo oggetto.

Il tema del corpo è centrale in un’analisi, perché il corpo stesso diventa un oggetto investito pulsionalmente. Il corpo è un effetto della vita pulsionale e non viceversa. I pagamenti delle sedute, per esempio, erano fatti tramite la carta moneta, come equivalente delle feci, ora è il POS a essere l’oggetto equivalente delle feci, laddove le stesse feci sono l’equivalente dell’oggetto cedibile per eccellenza. Gli oggetti concreti possono variare, ciò che conta è reperire quegli oggetti che funzionano come oggetti equivalenti.

Certo Skype ha i suoi limiti , non è negabile l’importanza che ha lo scarto tra immagine e la carnalità, il vedersi di persona cambia la cosa, perché i corpi nella loro prossimità mandano segnali e sensazioni con tutto quello che comporta. La carnalità è il luogo della vita in cui si imprime la scrittura, ma senza dimenticare questo, possiamo mettere  “sotto transfert” un colloquio Skype, perché la pulsione può comprendere anche esso in tutte le sue possibilità. Questo è un modo di rendere presente un corpo anche assente. Non del tutto e con un resto anche importante. Ma a volte si può mantenere attiva un’analisi anche qualora il corpo non possa esserci, naturalmente non per sempre o da sempre, perché ogni relazione acquista forma nell’atto di presentarsi di persona. Avvenuto questo si può continuare a produrre atti tramite lettere, telefono e…Skype.

In fondo, l’amore e la lettera d’amore ce lo insegnano: qualcosa del rapporto avviene perché c’è un ostacolo, un impedimento e un’assenza. La mancanza dell’incontro dei corpi può essere causa  nel momento in cui, appunto, se ne sente la mancanza.

Il corpo dell’Altro, nella sua essenza, è la sua mancanza, il non poterlo avere sempre a disposizione.

Il desiderio trae ragione da questo ed è su questa ragione che possiamo proseguire un’analisi.

Sia chiaro la dimensione online può rendersi utile in caso di impedimento, non credo che sia qualcosa di alternativo agli incontri di persona.

Il motore dell’analisi è la posizione di oggetto dell’analista. Questa posizione si costruisce attraverso la presenza del corpo e per ciò che l’analizzante coglie nell’esperienza tra i corpi.

Ciò che è importante è pensare che l’analista indica il posto di ciò che è perduto in quella esperienza, infatti la sua posizione è quella dell’oggetto a che lui incarna attraverso il corpo o le sue parti.

Questo è un tempo insostituibile, però dato questo, qualcosa del movimento di cui parlavo può riverberare nello spazio tra immagine virtuale e corpo assente, possiamo rendere fruttifero questo punto, perché in fondo il reale si annida tra   l’immagine e la carnalità come ebbe a dire E. Laurent.

[1] J. Baudrillard, Il patto di lucidità o l’intelligenza del male, Raffaello Cortina, Milano, 2006, p.21.

Soppesare con cura le parole

Liliana Rodriguez Zambrano
Allieva IF III anno – Roma – 19/03/2020

Mentre il presidente della Francia Emanuel Macron in un comunicato ufficiale dichiara che la Francia è in guerra, negli Stati Uniti in molti si sono precipitati a rifornirsi di nuove armi con l’idea di doversi difendere. Da chi? Da un virus invisibile, chissà qual è il microscopico bersaglio da sparare.  In Italia il governatore della regione Campania, in un comunicato ufficiale dichiara: “Dobbiamo militarizzare i quartieri”. A Roma è stato chiesto ai cittadini di segnalare gli assembramenti, puntare il dito contro il vicino di casa, possibile untore. Il lessico che viene usato dai giornali è un lessico di guerra. Si parla di eroi, combattimento, trincee, barricate.

Il discorso della guerra, impostato come se ci fosse sempre un dispositivo pronto da essere sfoderato, messo in azione, all’ordine. “Guerra al terrorismo” “guerra al narcotraffico” “guerra al virus”. Ma un’emergenza sanitaria è la guerra? Si colpevolizza l’estraneo nemico.

Maria-Hélène Brousse scrive: «Diversamente dagli scontri individuali, dalle risse, dai combattimenti per strada, anche di gruppo, la guerra implica sempre il discorso del padrone e le istituzioni, in prima fila gli eserciti e la loro disciplina»1. Discorso che invade la vita quotidiana.

Una contingenza. Ci ha colto di sorpresa, come un’interpretazione in psicoanalisi. Non si vede, tutti siamo possibili agenti portatori anche senza sintomi, il virus si sposta e si spande silenzioso. Non ci sono più apparenti certezze, sorge la paura davanti all’impatto di trovarsi di fronte a non sapere cosa succederà, né per quanto tempo si prolungherà.

Anche se la psicoanalisi ci avverte di questa incertezza che la vita in sé comprende, oggi diventa materiale, si realizza toccando ciascuno con diverse sfumature.

Cerco di dare una spiegazione ad alcuni fenomeni che sono improvvisamente comparsi: il salario negato ad alcuni lavoratori del Terzo settore, che in Italia hanno a carico gran parte del lavoro di cura, l’impossibilità di accedere agli ammortizzatori economici dei lavoratori con partita IVA. Medici e infermieri non appartenenti al Sistema Sanitario – esternalizzati – operano dentro gli ospedali con scarse retribuzioni economiche e nessuna sicurezza sociale. Il virus ha fatto emergere le disuguaglianze presenti già prima dall’allarme sanitario.

In alcune zone dell’Italia le persone si affacciano ai balconi con strumenti musicali per suonare e cantare, lì dove c’è il filo della creatività, della vita, la voglia di incontrarsi.

Altri, che si dicono pronti alla morte, preferiscono cullarsi con le note dell’inno di Mameli, rifugio immaginario, come ci indica Lacan: «[…] non potevo che identificare per il gruppo, in preda a quel momento a una dissoluzione veramente panica del suo statuto morale, le stesse modalità di difesa che l’individuo utilizza nella nevrosi contro la propria angoscia»2. Una chiamata ai patrioti?

Tornando alla cura delle parole usate, credo al dovere di farne uso con attenzione. Sono proprio le misure prese dalle autorità politiche che delineano la riduzione di alcune libertà, determinano la sospensione temporanea di alcuni diritti che vengono veicolate dalle parole, nei comunicati. Le frontiere dei paesi europei si chiudono. Il trattato Schengen viene temporaneamente sospeso. Ma le sospensioni temporanee non dovrebbero cancellare i diritti civili ad oggi ottenuti.

In questi giorni mentre gli aeroporti sono semichiusi, faccio un viaggio a ritroso nel Messico, anno 2006. Durante la cerimonia dell’anniversario dell’Indipendenza dalla Spagna l’allora presidente del paese F. Calderon vestito con un’uniforme militare dichiarava guerra al narcotraffico.

Le parole portano effetti a catena che ancora oggi continuano a generare malessere nell’intero paese e hanno indotto cambiamenti, uno dei più gravi è stato il degrado del tessuto sociale.

Le strade si sono militarizzate progressivamente con posti di blocco, chiunque poteva essere fermato senza motivo. A causa dei continui scontri per strada si è generata una regola sociale implicita: il coprifuoco. Punto di non ritorno dagli effetti incommensurabili.

Anche se con uno sfondo molto diverso, mi sembra di vedere un lontano parallelo dell’attualità che stiamo vivendo, specificamente per quanto riguarda i possibili effetti nei legami sociali.

In psicoanalisi si dà centralità alla parola. In questo momento -credo- non debba essere trascurato il lessico, in un periodo nel quale il corpo è meno presente e prevale l’uso della parola. Molto probabilmente si produrranno conseguenze che potrebbero cambiare le modalità di rapportarsi, è troppo presto per affermarlo, anche se già da oggi lo stile di vita si è modificato.

Come reagisce la psicoanalisi davanti alla contingenza? Trovo ora più che mai un dovere etico della psicoanalisi -di chi la pratica o ne è simpatizzante- di fare posto alla parola, la possibilità di dire ma anche di attuare tempestivamente.

Ancora, con Lacan: «[…] non è da una eccessiva indocilità degli individui che provengono pericoli per l’avvenire umano […] non tutto ciò che appare come sacrificio è per ciò stesso eroico»3.

[1] M-H. Brousse, Dagli ideali agli oggetti: il nodo della guerra in Guerre senza limiti, Rosenberg & Sellier, Torino, 2017, p. 172. Ed. italiana a cura di P. Bolgiani.

[2] J. Lacan. La psichiatria inglese e la guerra in Altri Scritti, Einaudi, Torino, 2013, p. 101.

[3] Ivi, p. 119.

L’invisibile che c’è – Una testimonianza da Bergamo

Florencia Medici
Partecipante SLP – Bergamo – 19/03/2020, 22.28.

Ho fatto vari tentativi di scrittura per il nostro a-periodico ma dopo il terzo, mi accorgo di non riuscire a concludere nessuno dei testi. Alla fine, decido di scrivere su questo: non riesco a concludere, a concentrarmi per dare forma alle idee, qualcosa dilaga. Inizio un paragrafo con lo scopo di raccontare alla mia comunità analitica, la comunità della Scuola lacaniana, la situazione che vedo dalla finestra di casa. Vivo in città, non tanto lontano dall’Ospedale. Sento le ambulanze sfrecciare e gli elicotteri sopra la testa. Mi pervade una grande tristezza, persone che conosco stanno perdendo i loro cari senza poterli salutare, un mio conoscente è ricoverato e non può fare a meno dell’ossigeno. Tutto questo mi angoscia, l’ho sentito venerdì scorso e stava bene. Perdo il filo…

Penso allora di concentrarmi sul fatto che sta cambiando la modalità di esercitare la clinica poiché senza nemmeno accorgermene mi ritrovo a fare riunioni, controlli e cartelli su Skype e sedute al telefono. Quando l’isolamento è partito e non si sapeva quanto sarebbe durato, mi sono convinta che senza la presenza del corpo non c’è lavoro analitico possibile… mi sto ricredendo. Ascolto persone che chiamano cercando un momento di parola, una voce, che deve aver funzionato prima e ora che manca, si sente la mancanza. Anche da analizzante mi scopro bisognosa di “rinforzi” e mi arrivano appena apro bocca, da parte dell’analista, il controllore, i colleghi. C’è lì un altro che mi sostiene, l’Altro della Scuola, la rete mi regge. C’è anche se non si vede.

Infine, una nuova clinica. Così come il virus si è diffuso, così è cresciuta un’iniziativa tra psicologi di Bergamo di dare un nostro contributo agli operatori sanitari: la possibilità di avere un momento di ascolto gratuito al telefono. Nel giro di pochi giorni ci organizziamo, diffondiamo l’iniziativa e mi assegnano un’infermiera che ne ha fatto richiesta. Si tratta di una giovane che ha lavorato per più di 10 anni in sala operatoria e oggi si ritrova a collaborare in un reparto di “infettivi”, lavoro per il quale si sente impreparata. Racconta di sentirsi come in un film, descrive un’atmosfera surreale, letti ovunque, turni infiniti. “Non vedo i risultati” continua a dire, attende un riscontro che confermi che gli sforzi fatti, servono, hanno un effetto positivo, risultati che però per ora non si scorgono, anzi. Ripete che non capisce, non si capisce come si è arrivati a questa situazione né come si uscirà, nemmeno quando. Mi rendo conto che le mancano le coordinate simboliche per dare una cornice all’angoscia, d’altronde non c’è sapere che possa dare risposta a queste e altre domande sull’epidemia, glielo dico. Il buco del reale è ormai troppo grande. Cerco di far sì che non prenda la parte per il tutto, che non si lasci prendere dalla desolazione. Non so bene quali parole devono aver funzionato, mi chiede un nuovo appuntamento. Ora sono in difficoltà, perché anche per me l’angoscia va e viene e non trova un arresto, un punto di capitone. Ogni tanto però cerco di farmi forza con una frase degli Scritti: “Pensate di quale nobiltà d’animo diamo testimonianza quando mostriamo che la nostra argilla è la stessa di cui son fatti coloro che plasmiamo”1 e dalla rete invisibile di sicurezza che ho alle spalle.

[1] J. Lacan, “La direzione della cura e i principi del suo potere”, Scritti, vol. II, Einaudi Torino 2002, p.581.

I Virus tra noi: considerazioni sul COVID 19

Alfonso Leo
Membro SLP e AMP – Avellino – 20/03/2020

Non esiste specie vivente senza virus. I virus sono presenti negli oceani, nel suolo, nelle nuvole fino alla stratosfera e ancora più in alto a circa 300 km di altitudine. Popolano l’intestino umano, il canale della nascita e la superficie del nostro corpo come strato protettivo contro le popolazioni microbiche. Esistono circa 1033 virus sul nostro pianeta, sono presenti in ogni singola specie esistente1.

Dalla metà a circa due terzi della sequenza del nostro genoma è composto da elementi virali, soprattutto retrovirus ed essi sono indispensabili nello sviluppo della placenta dei mammiferi e permettono la crescita degli embrioni senza che vi sia rigetto da parte degli anticorpi materni. Si comprende allora, che i virus costituiscono nel nostro genoma dei “significanti”, che messi in sequenza sono in grado di esprimere la vita, una sorta di codice linguistico le cui parole sono rappresentate proprio dai virus. Tuttavia, il 98% del genoma umano è DNA non codificante (ncDNA) cioè non è in grado di produrre proteine, e pertanto non se ne comprende ancora, appieno, la funzione. Probabilmente si tratta di una funzione di tipo regolatrice. Per uno psicoanalista sembra tanto di sentir parlare di inconscio, cioè di quella parte di ognuno di noi che è in grado di “regolare” la nostra vita ma di cui poco si comprende, se non, in parte, attraverso l’analisi.

Cosa c’entra tutto questo con il COVID-19? Anche in questo caso non ne sappiamo niente o almeno ne sappiamo quello che deriva dall’analisi del giorno per giorno. Siamo abituati all’idea che il sapere scientifico fa delle previsioni e così dimostra che esistono delle “leggi di natura”, che rendono tutto chiaro ed affrontabile. L’epidemia di COVID-19 ha sconvolto tale sistema di previsione, allo stato attuale non esistono degli studi attendibili. Così come accade in un’analisi, l’imprevisto è quello con cui dobbiamo “imparare a saperci fare”. Eravamo abituati all’idea di Einstein che «Dio non gioca a dadi» e ci ritroviamo, invece, con un grande disordine nel reale. Come afferma Miller «prima della stessa perizia per il discorso della scienza, si nota l’emergenza di un desiderio di toccare il reale agendo sulla natura facendolo obbedire, mobilitando, utilizzando la sua potenza. […] Prima della scienza, un secolo prima del discorso scientifico, questo desiderio si manifestava in ciò che fu chiamato magia. […] La magia fa parlare la natura mentre la scienza la fa tacere»2, come afferma Galileo la natura è scritta in linguaggio matematico. Poi arriva il SARS-CoV-2 e tutto è sconvolto, quello che era prevedibile diventa imprevisto3, le leggi di natura non valgono più. Si azzardano previsioni che purtroppo vengono smentite dai numeri successivi. «Il Reale è senza legge»4 afferma Lacan.

Ancora Miller: «C’è un grande disordine nel reale»5.

Le strade vuote a causa della pandemia. La vita quotidiana sconvolta. Non esistono più divisioni tra partiti politici, né di religione. I media costantemente parlano di coronavirus. È impossibile considerare tutto ciò solo da un punto di vista medico. Nulla sarà più come prima. Il virus, inoltre, non modifica l’immagine corporea, non è la peste di manzoniana memoria, è un’entità, non vivente, non visibile ma che ci induce alla “distanza sociale”. Un nemico invisibile ma è ben visibile l’angoscia che crea, che si traduce nell’acquisto delle introvabili mascherine e del gel idroalcolico, in maniera da creare una barriera tra noi e l’Altro.

I virus e i batteri ci insegnano che le forme di vita più semplici sono la forma di sopravvivenza, sul nostro pianeta, più abbondante. La poca informazione genetica, lo scarso numero di geni presenti, l’elevata velocità di replicazione sono le forme di vita/non vita di maggior successo anche se sembrerebbero costituire un’apparente inversione del processo dell’evoluzione. Si comprende allora che la pandemia originata da queste forme di vita/non vita non è soltanto la pulsione di morte di cui si sente parlare alla televisione con le notizie di nuovi contagi e di nuovi morti, ma può diventare principalmente un’importante lezione di vita per ognuno di noi. La lezione che possiamo trarre è che si può vivere con risorse limitate, non sovraccaricandoci di orpelli, e riciclando, come dice l’autore di un articolo sul mondo dei virus trovando «un padrone generoso»6, si comprende allora come il virus possa rappresentare un perfetto esempio dell’applicazione su larga scala del discorso del capitalista, il quinto discorso di Lacan, in cui per poter consumare all’infinito si distrugge anche il proprio ospite per infettarne un altro.

[1] Moelling K., and Broecker F., (2019), Viruses and Evolution – Viruses First? A Personal Perspective, Front. Microbiol. 10:523. doi: 10.3389/fmicb.2019.00523.

[2] Miller J.-A., Un reale per il XXI secolo, p.XXII, Alpes, 2013.

[3] Remuzzi A. e G., COVID-19 and Italy: what next?, The Lancet, March 12th 2020.

[4] Lacan J., Il Seminario, Libro XXII -I Il Sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, p.126.

[5] Miller J.-A., Un reale per il XXI secolo, p.XX, Alpes, 2013.

[6] Di Maio D., Viruses, Masters at Downsizing, in “Cell Host & Microbe”, 11, June 14th 2012, Elsevier Inc.