[…] è chiaro che il reale non costituisce un limite. Per i parlesseri sono necessari dei divieti per trattarlo. Il reale, poiché è dell’ordine dell’aleatorio (random), non basta mai per fare da limite agli esseri parlanti. Può ucciderli, ma la morte non è un limite che si vive. È necessaria la legge.

Marie-Hélène Brousse
Reperire la viva forza del desiderio nell’impasse stessa

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Reperire la viva forza del desiderio nell’impasse stessa*

Marie-Hélène Brousse
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 22/03/2020

“È guerra al virus”: “guerra” questo è stato il punto di capitone dell’allocuzione del Presidente della Repubblica francese lunedì 16 marzo alle ore 20.00, giusto prima di decidere il confinamento. Da un punto di vista illuminato dal sapere scientifico, è stato fatto sicuramente con quindici giorni di ritardo rispetto al reale; ma era necessario fare i conti con le possibilità dei francesi di soggettivare tale reale. Il giorno prima, nei mercati, nelle strade, nei parchi, essi si erano abbandonati a un’orgia di contatti, come se nulla fosse cambiato. La routine delle abitudini è molto forte e protegge dalle incursioni del reale. Si può essere eroici senza saperlo.

Seguendo questo punto di capitone, “guerra”, sono andata a rileggere il testo di Lacan, “La psichiatria inglese e la guerra”. Tanto più che la soluzione inglese così come l’aveva appena presentata il Primo ministro inglese, Alexander Boris de Pfeffel Johnson, era radicalmente differente da quelle degli altri stati europei. Si è pronunciato a favore di una “immunizzazione collettiva” della popolazione, destinata ad evitare che “tutti finiscano per averlo in poco tempo, il che sommergerebbe il National Health Service”, come ha dichiarato Patrick Vallance1, consigliere scientifico del governo. Se si aggiunge che il NHS non è di suo in buona salute dall’epoca della Thatcher, si può qualificare questa decisione come darwinista e realista, data la carenza dei mezzi disponibili. Ma ci si può interessare ad essa anche come metodo sperimentale e utilizzarla come “esperienza cruciale”, secondo la definizione di Bacone. La critica di questo concetto, emblema dell’empirismo classico da Bacone a Popper, è stata sviluppata in modo definitivo da Pierre Duhem, il quale scrive che «il fisico non è mai sicuro di aver esaurito tutte le supposizioni immaginabili; la verità di una teoria fisica non si decide a testa o croce»2.

Qui ci troviamo di fronte a una differenza di discorso tra i discorsi inglese e francese, tra empirismo e formalismo, tra darwinismo e universalità kantiana. Questa differenza si ripete in diversi campi dei discorsi del padrone francese e inglese; epistemica, etica, clinica e politica.

Il testo di Lacan, La psichiatria inglese e la guerra, si impone, quindi, doppiamente, poiché comincia con quattro paragrafi che sviluppano le differenze tra le posizioni francese e inglese durante la seconda guerra mondiale: «modo irreale»3 sul lato francese, «intrepidezza» e realismo sul lato inglese. Dopo questo raffronto, il testo specifica in modo molto preciso il lavoro clinico di due psicoanalisti inglesi, Bion e Rickman. Lacan evoca la necessità della «mobilitazione totale delle forze della nazione», necessità che vale anche per il Coronavirus, e le soluzioni cliniche che Bion e Rickman inventarono per integrarvi dei soggetti poco propensi a dedicarvisi. Vanta «la fiamma della creazione» che brilla nell’articolo che essi pubblicarono in seguito con il titolo Intra-Group Tensions in Therapy. Their Study as the Task of the Group4, titolo che traduce con “Le tensioni interne al gruppo nella terapia. Il loro studio proposto come compito del gruppo”5. Dice anche che vi ritrova «l’impressione del miracolo dei primi passi freudiani: reperire la viva forza dell’intervento proprio nell’impasse di una situazione»6.

Allora, questa guerra contro il Coronavirus, che cosa mette in evidenza? Sul lato inglese, pochi cambiamenti, anche se, se si guarda l’evoluzione dei discorsi politici dopo l’annuncio fragoroso della “immunizzazione collettiva”, si assiste a un indebolimento, addirittura a un’inversione di rotta dei poteri pubblici di fronte al disaccordo di una parte dell’opinione pubblica. E sul lato francese?

Dalla fine del mese di febbraio, mese in cui in Italia sono state prese misure per arginare l’epidemia, diverse tappe sono state superate di fronte all’irruzione del pezzo di reale che è il coronavirus. Prima tappa: ricondurlo al già noto e, in questo modo, banalizzarlo: è l’influenza. Poi, a poco a poco, differenziarlo dall’influenza, cioè affrontare l’ignoto ma restando attaccati ai nostri modi di godere. Perplessità, paura, tempo per non comprendere, in mancanza dell’istante di vedere. Il momento di concludere è arrivato con questo significante “guerra” e le misure di confinamento, che fanno tabula rasa dei modi di godere di ciascuno.

È a questo punto che il reale si è imposto in quanto tale. Si è imposto indirettamente, tramite i dispositivi di difesa messi in atto dal potere politico. Quindi è chiaro che il reale non costituisce un limite. Per i parlesseri sono necessari dei divieti per trattarlo. Il reale, poiché è dell’ordine dell’aleatorio (random), non basta mai per fare da limite agli esseri parlanti. Può ucciderli, ma la morte non è un limite che si vive. È necessaria la legge.

Perché? Farò un passo avanti dicendo che la legge, fondata sulla messa in funzione del divieto, è la condizione del desiderio. Il desiderio, per il parlessere, è a rigor di termini vitale. Quindi è l’unico strumento di cui dispongono i corpi parlanti per trattare il reale. Lo qualifico come strumento giacché i modi di servirsene sono regolati dal sinthomo di ognuno. Ne deriva un’infinità di modi di fare o di non fare con esso, di piegare senza rompere. È la scelta di ognuno: cambiare modo operativo, spostare, rinviare: per esempio, come ha fatto il Consiglio dell’AMP per il suo congresso previsto per aprile e rinviato a dicembre. O anche, su scala modesta, scrivere un breve testo sul coronavirus di cui non si sa niente! Insomma, si tratta di fare ricorso al desiderio in quanto esso implica, come modo operativo, la perdita, ma non tutta-perdita poiché essa apporta sempre dell’invenzione e quindi del sapere inedito.

Traduzione: Adele Succetti

* Articolo pubblicato su https://www.hebdo-blog.fr/trouver-limpasse-meme-force-vive-desir/

[1] P. Vallance, citato da A. Ritchie & P. Galey, in «Coronavirus: le Royaume-Uni vise ‘‘l’immunité collective’’, une approche controversée », La Presse, 13/03/2020, disponibile su internet.

[2] P. Duhem, La Théorie physique. Son objet, sa structure, éditions ENS, Paris, 2016, p.187.

[3] J. Lacan, La psichiatria inglese e la guerra, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.101.

[4] Bion W. R. & Rickman J., Intra-Group Tensions in Therapy. Their Study as the Task of the Group, “The Lancet”, 242, 27/11/1943, pp.678-681.

[5] J. Lacan, La psichiatria inglese e la guerra, Op. cit., p. 107.

[6] Ibidem.

A ognuno la propria pandemia

François Ansermet
Membro ECF e AMP – Losanna – 25/03/2020

«il reale in quanto l’impossibile da sopportare»
Jacques Lacan, Apertura della Sezione clinica 1

 

«La morte di ogni uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità»
John Donne, Meditazione XVII

 

Si sapeva che esistono le pandemie. Forse erano rimaste confinate nelle nostre memorie. Conoscevamo la peste, il colera, la tubercolosi, il tifo, la rosolia, la polio, l’AIDS, EBOLA e la SARS, anch’essa causata da un altro coronavirus chiamato SARS-CoV, diventato epidemico nel 2003 e che ha riguardato soprattutto l’Asia. Ma il COVID19 sorge come una pandemia che ci scaraventa  fuori dal conosciuto e fa effrazione per tutti e ognuno.

Il COVID-19 soffia sul mondo intero. Uno stesso fenomeno per tutti ma al quale ognuno reagisce in modo diverso a partire dalla propria singolarità. Ognuno con la propria presa che si cristallizza in modo unico e imprevedibile.

A ognuno la propria epidemia, la clinica lo mostra. A volte con delle reazioni paradossali, come quella dell’adolescente che soffre di una fobia da contatto molto rigida che lo obbliga ad aprire qualsiasi porta con il gomito; con le misure prese contro la pandemia è molto sollevato: «Il mondo intero è diventato come me!». Si vede il capovolgimento. Eccolo diventato normale, poiché la norma è proprio questa nuova forma della vita, per riprendere una citazione di Canguilhem. Una bambina invece mi confidava con un certo umorismo: «Se ci si vuole disinfettare le mani con il disinfettante bisogna prima disinfettare la bottiglia del disinfettante … Ma c’è il rischio che la bottiglia di disinfettante per disinfettare il disinfettante non sia disinfettata», e così via all’infinito in una sorta di paradosso di Zenone applicato al COVID-19.

La pandemia avanza e sembra generare altre epidemie che si moltiplicano: un’epidemia della paura, della sfiducia, un’epidemia del diniego, un’epidemia della solitudine, eccetera. La lista può diventare infinita e portare verso il rischio di un’epidemia dell’impotenza, con la presenza della morte che si impone nel mondo.

Con la pandemia arriva anche il confinamento per contrastarla. A ognuno la propria epidemia, si potrebbe dire, e anche a ognuno il proprio confinamento. Ognuno lo vive in modo diverso. Una giovane paziente nota: «Il tempo può diventare pesante, come se si fosse fermato; si aspetta». L’epidemia costringe al presente, a uno strano presente. Immobilizza il tempo, lo sospende e al tempo stesso lo accelera verso un avvenire incerto. Il confinamento è sia temporale che spaziale: un confinamento temporale in un presente immobile e un’attesa ansiosa.

C’è anche un’accelerazione legata al numero dei morti e al loro conteggio, e ai regolamenti sempre più restrittivi. Questa accelerazione pandemica comporta un rallentamento di tutto ciò che costituisce la società, di tutto ciò che ci circonda: una decelerazione generalizzata, una «dis-accelerazione» come dice un’adolescente che si chiede se questo virus non sia l’occasione per una responsabilizzazione di tutti rispetto al clima. C’è stato uno spostamento verso il peggio nel sovrapporsi di un’urgenza sociale a un’urgenza sanitaria, e sembrano distruggere il mondo.

Come fare perché qualcosa di nuovo sorga al di là di questa crisi? La democrazia potrà recuperare i suoi diritti? che ne sarà delle frontiere, dei legami sociali, dei legami familiari, del posto dei bambini dopo essere stati considerati portatori sani, un rischio per i loro familiari? Che ne sarà del mondo, dell’economia ? Che ne sarà dell’amore, come si chiedono soprattutto coloro che si erano dichiarati proprio prima del confinamento? Che ne sarà di se stessi, dei legami con i propri cari dai quali ci si è separati, dei morti che potrebbero aggiungersi prima che la curva pandemica finalmente scenda? Si ritrovano le stesse preoccupazioni di ogni epidemia. Come diceva Rudolph Virchow nel XIX secolo: «Un’epidemia è un fenomeno sociale che comporta alcuni aspetti medici».

Al di là del sanitario e del sociale, del politico e dell’economico, la psicoanalisi ha un posto importante davanti al sorgere di un reale esacerbato da questa pandemia e dalle sue conseguenze. Spetta a noi far fronte a questo impossibile da sopportare, trovare la via per trattarlo. A ognuno la propria responsabilità per rispondere e occuparsi di questo fenomeno, a partire dal proprio luogo, dal proprio campo e questo senza dubbio implica l’inventare ciò che non si conosce.

Senza cadere nell’hubris, senza negare la gravità della situazione, come fare della crisi un’opportunità ? – seguendo l’etimologia cinese della parola crisi che possiede questa doppia accezione – come dare il giusto posto alla vita nelle relazioni, nella società? – la vita come l’insieme delle forze che resistono alla morte, come Bichat diceva già nella sua epoca.

Alcune iniziative vanno già in questo senso, sorprendenti, straordinarie, ingegnose, commoventi. Spetta a noi raccogliere questa sfida del vivente, anche perché questo tempo sembra sempre più aspirato verso la morte.

Traduzione di Giuliana Zani

[1] J. Lacan, Apertura della Sezione clinica, “La Psicoanalisi”, 55, Roma, Astrolabio, 2014, p. 15.

Dal pianeta Covid-19

Chiara Mangiarotti
Membro SLP e AMP – Venezia – 22/03/2020

All’inizio ha prevalso la vista. Venezia, la città dove non sono nata ma dove ho trascorso la maggior parte della mia vita, è tornata a risplendere, regale nella sua solitudine. Immagini di Piazza San Marco, di calli e campi già vuoti di turisti per l’”acqua granda” dello scorso novembre, ora deserti. Immagini metafisiche di grande bellezza che tutti hanno potuto vedere. Le acque del Canal Grande, del Bacino di San Marco, dei rii, prive del moto ondoso, sono tornate ad essere piatte e i palazzi, le case, le chiese vi si rispecchiano nitidamente come non l’avevamo mai visto. Come non avevamo mai visto l’acqua  così limpida, tanto che vi si possono avvistare pesciolini. A questo ha contribuito non poco l’assenza delle grandi navi, con un benefico effetto anche sulla qualità dell’aria, di solito pesantemente inquinata. Viene da dire che dove non sono riusciti Greta Thunberg e il movimento Frayday for future da lei lanciato, è riuscito il Covid-19. Il reale del virus è l’impossibile che si è sostituito al reale industriale e neoliberista che divora la natura e ha sbaragliato tutte le dichiarazioni di impossibilità dei governi per la realizzazione di quello che gli attivisti proponevano.

Al IV Congresso di Comandatuba del 2004 Jacques-Alain Miller, in quella che aveva intitolato Una fantasia, immaginava che un nuovo astro fosse “spuntato nel cielo sociale” quello che Lacan aveva preconizzato come “la salita allo Zenit sociale dell’oggetto piccolo a”, condensazione del senza misura e senza freni e ipotizzava che esso fosse la bussola del discorso ipermoderno della nostra civiltà1. Una bussola che ci rende tutti scombussolati. Forse di questo nuovo astro, che brilla nei gagets generati dal discorso tecnico scientifico e che, in quanto continuamente sostituibili, producono rifiuti, di questo nuovo astro, il Covid-19 è la faccia oscura del rifiuto. Esso, paradossalmente, rinchiudendoci tutti nelle nostre case, proibendo il contatto dei corpi, è diventato un argine al godimento che non ci vorrebbe. Se esso impedisce ai corpi di godere, permette godimenti inediti, per esempio quello di godere della pace della sera.

Dicevo che, all’inizio, ha prevalso la vista, poi, con il definitivo internamento di ciascuno nella propria casa, l’udito ha avuto il sopravvento. Per la prima volta nel posto in cui abito dal 1989, altra data simbolica a proposito di argini e del loro abbattimento, il campo della movida veneziana, ho sentito il suono del silenzio. Fine dell’insonnia e dei risvegli notturni. Questo silenzio ha dato alla mia solitudine un nuovo modo di realizzarsi.

L’emergenza Covid-19 19 ci ha colpiti improvvisamente, con un valore traumatico. Il trauma esige, per la sua elaborazione, di reinventare l’Altro, di evocare un Altro che non sia quello cattivo e persecutore  del trauma. Reinventare l’Altro e insieme se stessi, attraverso delle invenzioni soggettive, non importa se piccole o grandi. Come psicoanalista ho proposto ai miei pazienti di scegliere, se volevano continuare per Skype o al telefono. Tra i due, nessuno ha scelto il primo mezzo, hanno tutti optato per il secondo. Ho sperimentato su me stessa le sedute telefoniche in un momento traumatico della mia vita, è grazie anche a queste sedute se ne sono venuta fuori. L’averlo provato in prima persona, mi fa sentire a mio agio, so che anche così la presenza dell’analista ci può essere. Con l’ultimo Lacan, Miller afferma che quello che fa esistere l’inconscio come sapere è l’amore2. All’analizzante è richiesto di amare il proprio inconscio. La stessa cosa non è richiesta all’analista lacaniano che non deve amare né il vero, né il bello, né il buono3. Se queste condizioni c’erano prima di questa emergenza e se l’analizzante vuole continuare, non si vede perché esse non dovrebbero mantenersi anche così.

Siamo tutti sul pianeta Covid-19, ognuno segregato nella sua cella, siamo come gli astronauti che sono andati sulla luna a proposito dei quali Lacan dice che, se la loro impresa è giunta a buon fine, è perché sono rimasti sempre collegati con l’aletosfera. Con questo neologismo Lacan indica, le costruzioni, le formalizzazioni appartenenti alla sfera scientifica sono in quanto tali rivelate e non più nascoste(lath). Lacan fa l’esempio delle onde herziane che sono alle base delle telecomunicazioni e di internet e hanno permesso i viaggi sulla luna. A un altro livello, le onde sonore e la loro trasformazione attraverso l’elettricità, ci permettono di stare al telefono con i nostri pazienti.

Per tornare agli astronauti, Lacan dice che ciò che ha permesso loro di resistere nell’ aletosfera è di essere “stati accompagnati per tutto il tempo da questo piccolo oggetto a che è la voce umana. [Essa,] con il suo effetto di sostenervi il perineo, se posso esprimermi così, non svela affatto la sue verità.”4 Lacan chiama qui l’oggetto a: latusa, ciò che rimane nascosto. È l’oggetto che l’analista incarna e che nella Fantasia di Miller offre alla psicoanalisi qualche chance in più, in un mondo popolato da infinite latuse, i gagets usa e getta della nostra civiltà .

Ho terminato lo spazio. Non mi resta che darvi appuntamento alla prossima volta per parlarvi di quella che considero davvero una mia invenzione come operatrice degli atelier artistici della Fondazione Martin Egge Onlus che dirigo: la loro trasposizione online. I ragazzi autistici che vi partecipano hanno un rapporto particolare con l’aletosfera…(continua)

[1] J.-A. Miller, Una fantasia, conferenza pronunciata al IV Congresso dell’AMP svoltosi a Comandatuba, Bahia (Brasile), 2004, p.2, reperibile online.

[2] J.-A. Miller, Una fantasia, op.cit., p.7.

[3] Ibid.

[4] J. Lacan, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi. 1969-1970. Torino, Einaudi, 2001.

Forma e discorso

Matteo Bonazzi
Membro SLP e AMP – Milano – 19/03/2020.

Siamo di fronte a un evento, dunque nell’impossibilità di stabilirne in anticipo la portata. Però, a partire dalla nostra pratica, possiamo iniziare a condividerne gli effetti. Se è vero che quel che sta accadendo, oltre a rappresentare un’emergenza sanitaria ed economica, sta producendo un’emergenza a livello del legame sociale, la domanda per noi fondamentale è che cosa del legame viene minacciato e in che modo la pratica analitica può provare a dirne qualcosa, considerandosi un laboratorio e un osservatorio in atto di quello che sta avvenendo.

In questi primi giorni di Coronavirus, la maggior parte delle nostre attività si sono spostate in remoto: chiusi nelle case e connessi con il mondo. La soglia pubblico/privato ha subito una riscrittura significativa. Ma, soprattutto, è il dialogo, l’incontro, la conversazione che, in molti casi, si è progressivamente spostata dalla pratica in presenza, come si usa dire, a quella virtuale. Provare a dire cosa comporti tale pratica può contribuire a individuare meglio la posta in gioco nella trasformazione in atto del legame sociale.

Il discorso analitico, come sosteneva Lacan, è una forma di legame sociale. Il dispositivo dell’analisi convoca due corpi parlanti che si posizionano in una certa maniera all’interno di un discorso, appunto, che fa legame, per quel che accade lì, in seduta, ma anche per quel che a partire da lì si produce sul piano degli effetti e delle forme di legame che questi favoriscono. L’incontro virtuale verrebbe a toccare entrambi i punti di questo discorso: quel che avviene in seduta e quel che se ne fa a livello della comunità analitica. Possiamo domandarci se tale pratica corrisponda ad una variazione all’interno del discorso analitico oppure se si configuri all’interno di un altro discorso, e come essa può essere fatta giocare in maniera opportuna in questo periodo o in altre circostanze che impediscono al soggetto di recarsi nello studio dell’analista.

Come sempre è avvenuto, da queste “variazioni” si può imparare molto. Pensiamo a passaggi epocali, ad esempio quello dall’oralità alla scrittura, indagato da Walter J. Ong, o dalla scrittura alfabetica a quella digitale, penso ai lavori di Pierre Lévy. A noi interessa ora come questa pratica possa venire a toccare il discorso analitico in quanto forma di legame e quel che possiamo imparare come singoli e come comunità analitica da questa pratica.

La mia impressione è che, al di là di tutto, questo sia un passaggio da cui possiamo imparare molto e sui cui, forse, varrebbe la pena lavorare all’interno della comunità analitica.

In primo luogo, penso sia importante sottolineare che la forma non è il discorso. La forma può cambiare, a seconda delle condizioni sociali, economiche, culturali in cui ci si trova a praticare. Ma che cosa del discorso si tratta di conservare? Spesso diciamo, un po’ troppo rapidamente, che viene meno la presenza. Se stiamo a quello che Lacan ci ha insegnato, però, la presenza, il Dasein, è semmai ciò che dovremmo arrivare a mangiare, digerire ed espellere. Allora, diciamo, che viene meno il corpo. Ma di quale corpo stiamo parlando? Il corpo in presenza, il corpo proprio? In fondo, a ben vedere, il corpo, così come lo conosciamo solitamente, è qualcosa che il discorso analitico tende a velare: non c’è contatto, non c’è movimento, o quasi, addirittura poca o nessuna visione del corpo. Forse la questione è un’altra: come l’uso della parola può far esistere gli oggetti del corpo pulsionale, corpo che si tratta in analisi.

In primo luogo, quelli noti a Freud e poi, per noi, lo guardo e la voce. Lo sguardo, ad esempio, che come oggetto pulsionale compare proprio nel momento in cui veliamo l’occhio che vede. Oppure, la voce, che entra sulla scena analitica proprio quando l’intenzionalità del dire lascia il posto alla sua enunciazione pura. Questi, direi, sono gli oggetti su cui il transfert si radica, non tanto la presenza o il corpo genericamente intesi. E, se ci pensiamo, lo statuto di questi oggetti è esattamente agli antipodi rispetto alla presenza così come comunemente la intendiamo: sono oggetti intermittenti, che dileguano, che sfuggono, che ci sono per subito dopo scomparire. Sono oggetti-soglia che indicano il ritmo e il battito che caratterizza l’inconscio in quanto faglia, fenditura e non semplice presenza. Come dice Lacan, “in conclusione, l’analista finisce per diventare lo sguardo e la voce del suo paziente”1. La questione diviene, allora, come questi oggetti entrano in gioco là dove non possono incarnarsi nell’analista e quanto sia possibile far esistere il soggetto dell’enunciazione nell’incontro virtuale.

Può essere utile ripensare la radice del transfert che sostiene la cura non solo a partire dalla presenza, ma dall’intermittenza degli oggetti e verificare quanto questa intermittenza possa essere tenuta viva e attiva  anche nelle forme e nei modi che l’emergenza attuale ci impone di adottare. Se e quale uso della parola e del significante, anche in remoto, in alcuni casi, può far esistere non tanto la presenza ma la consistenza dell’oggetto, proprio a partire dall’assenza dell’Altro?

É una questione aperta per noi e, mi pare, una domanda che tocca tutti in questo momento. É una questione politica che interroga l’essenziale del legame sociale. A quale lotta, l’attuale lavoro del lutto, ci può condurre? Si tratta di avere in chiaro qual è la posta in gioco, dentro e fuori il legame analitico, per portare la nostra esperienza nel dibattitto attuale sul biopotere e la biopolitica: cosa si tratta di salvare e cosa invece è bene lasciare andare in questo momento di crisi e quindi di decisione.

[1] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI. Da un Altro all’altro (1968-69), Torino, Einaudi, 2019, p. 274.

Umanità anno zero: l’anno dell’invenzione

Carla Tisi
Partecipante Slp – Torino – 17/03/2020

Segregati in case spesso non confortevoli, privati dei contatti e delle relazioni in presenza, assediati da problemi economici sempre più pressanti, in balia di Istituzioni sociali di tenuta e contenimento sempre più traballanti. L’emergenza creata sta producendo i suoi velenosi frutti. Il più venefico è la paura, perché di paura si muore. «Si insiste sul fatto che gli effetti della paura avrebbero, per principio, un carattere di adeguamento, e cioè provocherebbero la fuga. Tale tesi è sufficientemente compromessa dal fatto che in molti casi la paura paralizza, si manifesta con azioni inibenti, addirittura completamente disorganizzate, oppure getta il Soggetto nello sgomento meno consono alla risposta. Conviene dunque cercare altrove il riferimento per cui l’angoscia se ne distingue»1. Perché l’angoscia è un’apertura, la fobia è il suo avamposto, la paura è la chiusura totale.

E il tempo dell’emergenza è solo agli inizi.

Noi siamo impreparati. Abbagliata dai lumi del “Paese dei Balocchi” l’umanità sembra destinata a finire spiaggiata come le specie marine disorientate dall’impronta antropica che l’uomo ha impresso alle coste, imbrigliata fino alla morte come le tartarughe nei reticoli di plastica, impantanata come i gabbiani nelle enormi macchie di petrolio scaricato nei mari, soffocata come i pesci imprigionati dai continenti di plastiche galleggianti.

Gli avvertimenti non sono mancati.

Oltre un secolo fa Carlo Lorenzini, detto Collodi, aveva narrato come restando nel Paese dei Balocchi si diventa ciuchini. Come Pinocchio il burattino di legno, con quell’unico pezzo, il naso, sensibile al sintomatico rapporto con la Verità. Quella scomoda verità soggettiva che non si vuole ascoltare e stride come il verso del Grillo parlante destinato a soccombere.

Nei nostri giorni è un’altra la verità che si fa avanti. La verità del paese globale che ha fatto del digitale il novello luogo di un Altro oscuro e totalitario di orwelliana memoria, infestato da fake-news, versioni ufficiali patinate, menzogne urlate. Un virtuale atopico e ubiquitario nel quale è inevitabile immergersi. Sembra impossibile restare disconnessi. Le notifiche precipitano addosso da ogni dove, a qualsiasi ora del giorno e della notte, incuranti dei ritmi circadiani e del più comune buon senso. Senza limiti, senza regole. Un flusso continuo di parole scritte o registrate. Accettare, silenziare, commentare, condividere: non è dare scansione, ma entrare comunque nel mare magnum della rete. Entrare in una trance collettiva che senza filtro conduce all’incubo.

Le rivolte nelle carceri sono la cartina di tornasole della segregazione civile. Quanto ci sarà da aspettare perché anche nelle case scoppino ingestibili domestiche rivolte? Oltre alle morti degli anziani negli ospedali si stanno aggiungendo i crescenti tentativi di suicidio di persone, anche molto giovani, più sofferenti e più isolate del solito. La catena del danno ora è sotto gli occhi e sulla pelle di tutti.

Come uscirne?

In questo novello medio-evo, diversamente ignorante e appestato, occorre usare lo strumento, l’unico concesso, di questo Altro senza-corpo, l’Altro digitale. Occorre ricostruire alcune situazioni umane attraverso il web. Tutti ci stiamo riversando sulle piattaforme on-line come fossero zattere di salvataggio, spinti da necessità professionali e relazionali, ma dobbiamo fare i conti con le violazioni dei diritti: dalla privacy alla censura. Tutto ciò che passa nella realtà virtuale, invisibile come un virus, è registrabile e registrato.

Se questa è l’unica via di comunicazione, occorre percorrerla con attenzione e intelligenza, pensando anche ai milioni di bambini e adolescenti reclusi dentro casa, innaturalmente costretti. E non tutti possiedono una connessione efficace, non tutti hanno genitori che inventano per loro laboratori o conversazioni per allentare la morsa dell’isolamento. Giovani menti allo sbando più di prima.

Occorre un’invenzione. Perché questo che sembra davvero essere l’anno zero non sia l’anno finale ma un nuovo inizio. Uno tra i tanti inizi che l’umanità ha dovuto inventare.
Ecco allora la mia proposta: creare uno spazio di lettura per i giovani, con testi chiari, comprensibili, non troppo lunghi. Parole che aprano al desiderio di incontrare la Psicoanalisi o rispondano alla domanda sommersa di quanti ricercano, senza neppure conoscerlo, il discorso psicoanalitico. Parole dedicate ai giovani che desiderano sapere, che soffrono e che, soprattutto in questo momento, non vedono via di uscita. Uno spazio digitale con finestre per piccole, brevi “affacciate” che diano respiro alla possibilità di risveglio.

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Torino, Einaudi, 2007, pag. 173.

Venezia ai tempi del coronavirus

Adriana Monselesan
Membro SLP e AMP – Venezia – 20/03/2020

Venezia sabato 29 febbraio, il sole risplende sulla città già abitata in parte dal killer invisibile e muto. Apro la finestra come sempre, per mettermi in contatto con il mio abituale microcosmo, con la realtà che mi circonda e mi rassicura ed anche, a volte, mi annoia. Un leggero spaesamento mi colpisce, chiusi i bar, i ristoranti e i negozi. Cambio punto di vista verso il campo: stesso scenario. Venezia mi appare vuota, silenziosa e molto molto luminosa. Decido di andare in piazza San Marco a prendere un caffè al sole. Turisti spariti e qualche indigeno che ha avuto la stessa mia idea; mi guardo intorno estasiata, la chiesa si mostra nella sua assoluta bellezza. I mosaici brillano, il campanile svetta fino al cielo di un azzurro quasi impossibile, non una nuvola, l’aria tersa: l’umidità veneziana si è sublimata.

Penso: sono prigioniera da sempre della bellezza e del fascino della mia città, ma in quale altro luogo andare? Questo è il mio mondo, una sorta di giro dell’orto dove sono fiorite le costruzioni più originali della terra, così vicine da renderci tutti dei voyeurs e dei fobici degli spazi troppo aperti o troppo affollati. Sì, questa è l’autentica realtà del mio stare al mondo e di Venezia.

Eppure, forse, non è del tutto vero. Al tramonto con un cielo rosso di vergogna per tanta bellezza, si profila un certo disagio, una sensazione perturbante, stavo forse per dimenticare il Killer che, invisibile e alleato del silenzio, si aggira sfrontato nascosto dal bello. È necessario chiudersi in casa, stare soli, isolati anche dalle persone più care, sequestrati e riparati da questo reale inquietante che ci toglie la libertà, quella più semplice del quotidiano, ma anche quella del tran-tran che spesso ci fa sbuffare.

All’imbrunire la città fino a prima incantevole, ci offre ora il suo volto spettrale. Vuoto, silenzio assoluto, gli occhi delle case chiusi, mentre i gabbiani, rabbiosi per scarsità di cibo, gridano alti nel cielo quasi nero.

La notte a Venezia, senza le luci delle vetrine dei negozi, è proprio scura, nera, la vera notte, misteriosa e pericolosa tanto quanto il virus dietro l’angolo.

Che fare?

Che paura! Già, si può avere paura senza vergognarsi; abbiamo il diritto di aver paura. Che paradosso, poter rivendicare per questa emozione lo statuto di protezione necessaria e non di sintomo patologico. Un’allerta plausibile che ci fa apprezzare la nostra abitazione, le nostre cose, i nostri oggetti, la tecnologia che aiuta a non farci sentire soli.  È il tempo della lettura dei libri interrotti, è il tempo della cura di sé in tranquillità, la cura del corpo e dello spirito, mai così alleati di fronte all’impensabile e all’impensato che ha fatto irruzione nella nostra vita.

Lupus online

Annalisa Piergallini
Membro SLP e AMP – Ancona – 21/03/2020

Non volevo scrivere su quello che stiamo vivendo. Non credo che sia una buona idea ora veicolare un significante che è oltremisura inflazionato. Ma c’è certo un modo per parlarne, anche senza nominarlo.

Il linguaggio e il reale sono fiumi paralleli, però sappiamo bene che la lingua non ha ossa, ma ossa rompe.

Non volevo scrivere fino a stasera, poi ho letto qualcosa che mi ha rimesso in moto la voglia di dire. L’ha scritta ieri un mio amico, Maxs Felinfer, pittore italo-argentino molto bravo a dipingere.

“Il linguaggio è l’esistenza stessa.

La morte di Dio è stata una tragedia enorme, ma nessuno era presente al suo funerale, erano tutti troppo impegnati a subire l’abbandono che sentivano già da molto prima che il dramma si avverasse.

È così che molte tragedie umane vengono vissute, come se si trattasse di qualcosa che accade all’immagine dello specchio, per poi essere dannati per tutta la breve eternità della vita. Succede ad ognuno, ma sempre nello specchio, fino a quando il cristallo si rompe e tocca vivere nella carne ogni tagliente frattura. Poi, per uscire, serve una grande quantità di paura, una dose infinita di incoscienza, la pazienza di un sasso e la totale perdita di autocommiserazione, quello che banalmente viene chiamato coraggio. Ma la cosa più importante è avere una memoria lucida che si diluisca solo dopo molto tempo, una lunga catarsi maturata a forza di linguaggio che ci racconti nuovamente fino a poter rivederci interi nel nuovo specchio appena ricostruito.”

E c’è una frase che mi ha colpito, scritta su un lenzuolo, appeso non so dove. Una foto di facebook: “La romantizaciòn de la cuarantena es privilegio de clase!

Sono almeno trent’anni che sento parlare di rischio pandemie, migrazioni, fame, povertà, crisi climatica.

Bisogna aprire gli occhi! Si sente gridare.

Ma noi sapevamo.

A cosa ci è servito sapere?

Non ci salviamo da soli. Ma lo sapevamo anche prima.

La fantascienza, la via regia dell’arte contemporanea, ha già detto tutto.

Il futuro l’abbiamo già vissuto. Possiamo immaginarne uno migliore? Possiamo usare il nostro sapere?

All’analista si richiede di sapere che lo specchio è frantumato, ma gli si chiede di usare proprio la crepa come tavola da surf e da lì operare.

Chirurgia fallimentare? Sembra di no, se usiamo il fallimento (non rapporto sessuale) come perno.

Non siamo falliti se facciamo della castrazione quello che Freud e Lacan ci hanno insegnato a fare: la chiave della felicità1.

Falliamo sempre almeno un po’ nel trattare la pulsione, ma via Skype il corpo e la pulsione sono fuori gioco, intrappolati da un terzo inopportuno, il pc, la rete, un terzo che non garantisce anonimato, che rafforza l’immaginario e fallisce due volte col reale.

Speriamo di tornare presto a lavorare in presenza. Non c’è altra psicoanalisi che in presenza. Ma si fa Skype e anche altro. Telefono, videochiamate, balconi, il genio napoletano che ha preso a cantare e a giocare a tombola. Magari ci fosse qui.

Per via di un altro reale, il terremoto, sono in affitto in un quartiere signorile e quasi nessuno apre le persiane. C’è un grande terrazzo e io ancora una volta mi dolgo di non esser musicista, ma mi appenderò forchette al vestito e le farò suonare, mentre ballo.

Ora bisogna danzare. Danzare sulle cicatrici. Ora è importante il coraggio che ognuno può avere. Determinerà qualcosa. Anche come vivremo. E che la consapevolezza della necessità dell’accordo, ma soprattutto la scelleratezza dell’1%, non sacrifichino quelle libertà che ci fanno umani, tra cui la possibilità di praticare l’analisi.

[1] Vedi Antonio Di Ciaccia, seminario 1986/87, inedito.

All’Antenna come al fronte.

Lavorare in comunità ai tempi del Covid-19

Manuele Cicuti
Partecipante SLP – Roma – 21/03/2020

Antenna 00100, provincia di Roma. Istituzione residenziale con 16 utenti, tra adolescenti e giovani adulti, con diagnosi di autismo o psicosi grave. Un’equipe formata da 30 operatori, ciascuno con professionalità diverse. Ciò che conta, crediamo, è il desiderio deciso dell’operatore. Ci interpellano sfide diverse: come affrontare l’emergenza della pulsione nell’adolescenza? Come fare proposte di atelier che possano supportare il giovane adulto autistico e psicotico nel trovare un modo di essere “adulto”? Come tenere conto della singolarità del soggetto e del suo modo particolare di fare legame sociale per eventualmente confrontarsi con il “lavoro”’? Cerchiamo di imparare dai nostri errori, dall’insegnamento clinico, e soprattutto cerchiamo di imparare dal soggetto psicotico con cui siamo confrontati.

Il punto di svolta è lì: non smettere di farsi insegnare, di imparare da loro.

La giornata all’interno dell’Antenna è scandita da atelier o laboratori, che possono essere individualizzati o in piccolo gruppo. Il laboratorio è un quadro simbolico, all’interno del quale far circolare il desiderio. È tra febbraio e marzo 2020 che precipita la situazione Coronavirus: allarme generale, scuole chiuse, restrizioni sempre più serrate sulle cose da poter fare, interruzione dei rapporti con le famiglie, degli ingressi dei genitori e di esterni, delle attività svolte all’esterne (orto, azienda agricola, laboratori terapeutici con animali, centri di socializzazione, azienda agricola, uscite al bar, spesa, etc etc). Nell’arco di una settimana ci troviamo in una situazione inedita: confinati all’interno della struttura, senza possibilità di uscire se non per motivi di estrema necessità. I ragazzi delle comunità si trovano con un programma di attività estremamente ridotto, chiedono dei genitori, se potranno rivederli, ci chiedono perché non si può andare a fare la solita merenda al bar, o la cena di rito in quel posto particolare che era una routine pacificante e che dava consistenza simbolica alla settimana. Le misure di sicurezza indicate dal Governo sono inapplicabili: impossibile rispettare un metro di distanza con alcuni ragazzi, non abbiamo mascherine a sufficienza, a volte non le abbiamo proprio, i ragazzi che hanno sintomi influenzali spesso non riescono neanche a mettere la mano davanti alla bocca. Le riunioni d’équipe sono obbligatoriamente sospese, ancor più le supervisioni. La situazione organizzativa è critica: molti operatori in malattia, tirocinanti che non possono più venire fino alla fine delle misure restrittive, alcuni operatori si dimettono, altri sospendono il servizio.

Sappiamo che lavorare in Antenna significa confrontarsi con un impossibile, che l’irruzione del reale del godimento, straripante e messo a nudo nel soggetto psicotico, produce già di per sé degli effetti di angoscia nell’operatore che vi è confrontato. Dall’insorgere dell’emergenza Covid-19 siamo confrontati con un’angoscia generalizzata nell’équipe, moltiplicata. La situazione generale è enigmatica: che succede? Quando finirà? Come finirà? Ci troviamo quindi a prendere decisioni difficili: far tornare a casa per due giorni un utente, evitando quindi che si scompensi, oppure tenerlo in struttura così che gli operatori non siano ulteriormente spaventati dal fatto che venendo a contatto con la famiglia questo ragazzo aumenti ancora le possibilità di contagio? Ed in generale, come dare un posto all’angoscia dell’operatore in questa situazione? E come rispondere all’angoscia degli utenti che si vedono stravolta la routine?

Prima cosa: seppure le supervisioni siano sospese, abbiamo potuto ricorrere a Skype. Un ringraziamento speciale ad Antonio Di Ciaccia che non ci ha mai lasciato soli in queste settimane, ricorrendo a tutti i mezzi possibili per non far mancare la sua presenza. Con i coordinatori decidiamo che nonostante la situazione critica, bisogna continuare ad imparare dai ragazzi, ad interrogare la clinica. Quindi, alcune piccole invenzioni: tanti operatori che sono ogni giorno in prima linea, hanno paura per il contagio, hanno paura per le loro famiglie. Abbiamo quindi deciso di prendere delle case vicino all’Antenna, che abbiamo chiamato “case rifugio per operatori”, per dare ospitalità agli operatori che non se la sentono più di fare avanti e indietro tra l’Antenna e casa loro. Un’altra invenzione è relativa al programma: cosa imparare da questa situazione di privazione, in cui le attività sono molto meno del solito? Notiamo che questo ‘vuoto’ può essere fecondo, può essere un modo per imparare a stare di più al passo dei ragazzi, per farsi sorprendere da loro. Impariamo quindi che non è tanto importante il fare, ma la posizione dell’operatore che sta all’interno dell’attività, la capacità di prendere spunto da ogni cosa la vita quotidiana ci offra per coglierne all’interno le possibilità di lavoro clinico.

Il punto di svolta, ancora una volta, sta lì: non smettere di farsi insegnare, di imparare da loro.

Un pensiero, dopo il telegiornale. Senza volto, ma c’è: che è?

Davide Pegoraro
Membro AE SLP e AMP – Torino – 21/03/2020

Lavarsi le mani, non toccarsi bocca e naso, usare guanti e mascherina, tenere una distanza di almeno un metro, restare a casa. Parole che lavorano i nostri corpi, al di là di qualunque posizione personale. Acconsentire a quel che viene incontro, trasforma. Viene incontro veicolato dai discorsi che circolano, sotto spoglie apparentemente non anonime, poiché ha un nome. C’è, circola, ha la sua rete di diffusione servendosi del corpo: contagia.  Molti, se sopravvivono oppure se l’ospite indesiderato non dà troppi problemi o non ne dà proprio, continuano a ripetere: state a casa, non è una normale influenza. Può essere asintomatico, ma se trova la congiuntura propizia può scatenare i suoi sintomi, trattabili oppure infernali, rendendo il corpo pura coltura di morte. Chi è costui, che può albergare in me, al di là di me e di cui pavento l’incalcolabile, che non posso sapere prima?

C’è, sulle superfici, nei resti dei nostri corpi, nelle parole che circolano, che lo sostantificano, ma pure lo ritagliano, lo isolano, lo costruiscono almeno come nemico da cui difendersi.  C’è, ma non si vede a occhio nudo, c’è e circola. C’è, ci fa parlare o pensare, ed è sostanza godente.  Ora non è ancora il tempo logico per ben dirlo, piuttosto un’istante di sguardo guardingo e circospetto come negli esordi di una persecuzione o un attacco di panico che surclassa o una fobia, su cui trovare appoggio per mantenere a distanza ciò di cui non voglio o non posso sapere. Verrà, forse, poi il tempo per ben dirlo, “che è?”, ma è necessario prima per ciascuno trovare il proprio sintomo, con cui rispondervi.

Pandemia. Far vivere e lasciar morire

Mariana Gómez
Membro della EOL e dell’AMP, Cordoba (Argentina), 22/03/2020

Perché i tre presidenti più controversi del pianeta ci hanno messo così tanto a intensificare le misure sanitarie per questa pandemia già diffusa da tempo?

Da un lato del pianeta, il presidente statunitense Trump invocava il “miracolo della primavera”, che avrebbe messo fine alla pandemia del Covid-19, il “virus cinese”, come lo chiama lui stesso nei suoi tweets.

Dall’altro lato, con una decisione senza precedenti, Boris Johnson aveva annunciato che non avrebbe preso nessuna misura per bloccare la pandemia nel Regno Unito e optava per “salvare l’economia” del paese “in vista di quelli che sopravviveranno”. Con la premessa che “tutto il mondo si infetterà” bisognava arrivare all’immunità al virus, la teoria dell’immunità di gregge, come ha recentemente ricordato Éric Laurent1.

Dal canto suo, Bolsonaro, Presidente del Brasile, negli ultimi giorni preparava una festa per il suo compleanno e criticava i governatori che dettavano misure di emergenza, non curandosi minimamente del fatto che alcuni dei suoi ministri erano già infetti e delle proteste dei cittadini del suo paese. Nel frattempo suo figlio, deputato nazionale, seguendo la stessa linea discorsiva di Trump, associava il virus alla Cina, con un chiaro messaggio segregativo. Tale padre, tale figlio.

Tuttavia, gli studi scientifici sono stati chiari: si pronostica che, in mancanza di misure particolari per controllare la pandemia, milioni di persone soccomberanno al Covid-19.

A questo si aggiungono i racconti orripilanti sull’attuale strategia consistente nel lasciar morire i più vecchi per dare priorità alla vita dei giovani infettati. Ignorando così il fatto che il soggetto più anziano, che si lascia morire da solo e in totale abbandono, negli anni di vita che probabilmente gli sarebbero stati dati, avrebbe potuto realizzare maggior apporti alla scienza, al pensiero, alle arti, rispetto ad un altro soggetto giovane che, nel più assoluto cinismo – come abbiamo visto nei differenti mass-media – può non aver accettato la responsabilità di prendersi cura dell’altro. Ma, come dimostrarlo e come far luce su questo dilemma etico? I protocolli non contemplano queste sfumature.

Inoltre, come è possibile che questi leader politici abbiano evitato, in un modo che sfocia nell’irrazionale, di prendere misure appropriate alla situazione?

Come sappiamo tramite la psicoanalisi, il più grande non senso ha comunque la sua logica. Sappiamo inoltre che, per produrre davvero degli effetti di verità, i discorsi del potere si appoggiano su discorsi scientifici che sono sotto il controllo di grandi apparati politici ed economici, in grado di operare e intervenire sui corpi di una popolazione.

Foucault2 distingue il potere disciplinare dal potere sovrano. Il primo cerca di disciplinare i corpi per sorvegliarli, addestrarli, usarli e punirli in funzione della produttività economica. Si tratta di lasciar vivere e far morire. Il secondo è il potere inverso: far vivere e lasciar morire. In questo caso il potere si concentra sui processi specifici della vita stessa, come la nascita, la riproduzione, la morte, la migrazione e la malattia.

Per il potere sovrano l’obiettivo non è il corpo individuale, ma la regolazione della popolazione come corpo politico. Si tratta di un omicidio indiretto perché, pur non essendo necessario che delle popolazioni intere siano uccise, queste muoiono essendo abbandonate a se stesse.

Quindi, la domanda importante, non è se questo virus è stato ideato da un qualche governo o se è stato complottato dalla follia di qualche laboratorio, ma, molto più importante è interrogarsi sul perché questi tre leader politici siano rimasti a braccia incrociate senza far niente, di fronte a una catastrofe già in corso da mesi. Non è che forse vogliono sbarazzarsi definitivamente dei poveri, dei migranti, dei vecchi – avendo esteso la loro capacità di vita, come risultato del potere disciplinare – dato che oggi i sistemi previsionali sono al collasso? Nella spinta alla forza e all’iperproduttività, sempre qualcosa deborda verso la pulsione di morte.

Allora i corpi che non ci interessano più sono quelli che devono essere soppressi, che devono essere scartati. Il godimento mortifero di alcuni governanti si dirige senza pietà verso coloro che possono sopportare di meno. L’eliminazione e la riduzione dei corpi degli indesiderati affondano nuovamente le loro radici nei processi di segregazione – già interpretati da Lacan3 – che accompagnano l’umanità nel corso dei secoli e che sembrano, per il momento, non retrocedere.

Traduzione: Omar Battisti

[1] E. Laurent, L’Altro che non esiste e i suoi comitati scientifici, disponibile sul sito https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/#art_2

[2] M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano, 2015.

[3] J. Lacan, La proposizione del 9 ottobre sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013.

L’epidemia e la democrazia

Aurora Mastroleo
Partecipante SLP – Milano – 21/03/2020

Mi accingo a scrivere queste riflessioni il 19 Marzo 2020 mentre annunciano il nostro tragico superamento della Cina in numero di decessi per Covid-19. La Lombardia da cui scrivo è in grande difficoltà. Il Parlamento dibatte sulle modalità straordinarie che possano consentire di proseguire il proprio compito, facendo a meno dell’incontro dei corpi nella Camera. L’ordine ripetuto dai Governatori delle Regioni settentrionali ha assunto i toni di una supplica. Il Papa prega, non è una novità, eppure tutti i media dedicano ampio spazio e eco. Questi gli elementi di quella paura collettiva che oggi ha preso forse il sopravvento. La paura dei singoli è altro, quella collettiva è l’altra epidemia che si percepisce nell’invocazione generalizzata di un Uno che provveda alla minaccia, punisca, protegga e rassicuri. Gli americani sono corsi in massa ad acquistare armi, il Governatore della mia Regione domanda l’invio di un contingente militare. La paura suggestiona, la suggestione collettiva allerta. Talvolta mi distraggo un po’ interessandomi alla nostra democrazia.

Leggo sulle pagine di La Repubblica di ieri che il Viminale ha affidato la scorta al Direttore di uno dei maggiori quotidiani nazionali, il loro appunto. Amaro paradosso: i cittadini sono invitati, supplicati o obbligati a proteggersi attraverso l’isolamento e il distanziamento, lo Stato invece proteggerà il Direttore Verdelli garantendogli la stretta vicinanza delle guardie del corpo. Ora sì che è a rischio, penso! Tale decisione segue ripetute e insistenti minacce anonime rivolte a lui e in ultimo anche alla figlia. La più sconcertante, risale al 6 Marzo, proprio all’inizio del maggior impegno nazionale e redazionale per l’emergenza Coronavirus. Anche l’anzianissimo Eugenio Scalfari ha ricevuto messaggi minatori, scrivono. Le ragioni delle minacce non sono chiare.

A protezione del nostro sistema sanitario, a garanzia della tutela della salute pubblica e del diritto alle cure di ciascuno di noi, abbiamo sospeso diritti civili e rinunciato a libertà individuali inviolabili… non abbiamo avuto scelta. Anche gli altri Stati Europei ora ci seguono…. Anche la riottosa Inghilterra ora si sta adeguando. In nome dello stato di emergenza ratificato dalla dichiarazione di pandemia sono sospesi i patti di Schengen, quegli accordi su cui nel secolo scorso è stata costruita l’Europa.  In questo scenario, la notizia della scorta del Direttore Verdelli mi colpisce. E’ passata in sordina. In effetti che interesse può suscitare la minaccia personale rivolta ad uno dei principali esponenti dell’informazione pubblica, nel clima inquieto e assordante della veloce avanzata della minaccia collettiva?

Non sono una lettrice fedele di Repubblica e come molti lacaniani non condivido la scelta editoriale a favore della “penna unica” dello “psicoanalista lacaniano” che il quotidiano sovente ospita, tuttavia questa notizia non mi pare di buon auspicio; l’intimidazione di un giornalista di questo calibro e che occupa un posto così importante mi allerta. Che sia la libertà di stampa ad essere in gioco? In giorni così grevi, l’informazione restituisce un servizio cruciale alla collettività.  Avendo già notevolmente ridimensionato molti diritti in via precauzionale, avendo sospeso i capisaldi su cui è stata eretta l’Europa, possiamo correre il rischio che la stampa sia sotto minaccia?

Quale compito per la psicoanalisi? L’intervento di Borderìas sul n.1 di Rete Lacan indica nell’equilibrio tra i dispositivi emergenziali e il rispetto dei principi della democrazia una «questione vitale per l’uscita da questa crisi»1.

Mi accingo a concludere queste riflessioni oggi 20 Marzo mentre su Lacan Quotidien2 appare un articolo di Laurent che affonda la sua lettura sulla questione etica, quale motore dei passaggi cruciali di questo emergenza sociale.  Ricordo che sempre Laurent, chiamato a partecipare al Forum di Milano Amore e Odio per l’Europa, l’anno scorso indicava che è mantenendo un desiderio deciso di reinventare le nostre democrazie che potremo dare vita a una nuova forma di democrazia partecipativa. E’ il desiderio deciso di democrazia che contrasta l’emergenza delle nuove forme di autoritarismo, non l’amore. Mi domando se oggi lo stesso desiderio deciso possa rappresentare una leva nel contrastare il rischio di una degenerazione autoritaria facilitata dalla sospensione delle libertà, dall’isolamento e forse anche piccolo antidoto all’epidemia della paura.

[1] A. Borderias, Azione lacaniana in tempi di CoViD 19, in “Rete Lacan”, 1,
https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n1/

[2] E. Laurent, L’Autre qui n’existe pas et ses comités scientifiques, Articolo pubblicato in francese su “Lacan Quotidien”, 874:
https://www.lacanquotidien.fr/blog/wp-content/uploads/2020/03/LQ-874.pdf
Tradotto in Italiano, L’Altro che non esiste e i suoi comitati scientifici, “Rete Lacan”, 4, https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n4-26-marzo-2020/