“[…] il tempo per comprendere […]. Ma come misurare il limite di questo tempo così oggettivato nel suo senso? Il tempo per comprendere può ridursi all’istante dello sguardo, ma questo sguardo nel suo istante può includere tutto il tempo che occorre per comprendere. Così, l’oggettività di questo tempo vacilla col suo limite”.

Jacques Lacan, Il tempo logico, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.199

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°7 – 5 aprile 2020

Q.U.A.R.A.N.T.E.N.A. – A proposito del film The Aviator di Martin Scorsese

Vicente Palomera
Membro AME ELP e AMP – Barcellona

Allene Hughes: Q-u-a-r-e-n-t-i-n-e.

Howard Hughes: Quarentine. Q.u.a.r.e.n.t.i.n.e. Quarentine.

(Scena iniziale del film di Martin Scorsese, The Aviator).

Nel pieno della quarantena nella quale ci troviamo immersi, ho trovato uno straordinario tweet in cui Martin Scorsese ci parla dell’effetto provocato su di lui dalla lettura della prima scena con la quale comincia la sceneggiatura di John Logan1.  Vediamo Allene Hughes mentre sta facendo il bagno al figlio Howard, in una stanza male illuminata. Allene soffriva di un delirio da contaminazione microbica ed era solita esaminare minuziosamente il corpo nudo del bambino. Verificava anche quotidianamente le sue defecazioni. Durante la toilette del figlio, sfregava tutto il suo corpo con un potente sapone alla candeggina.

Ciò che ha colpito l’attenzione di Scorsese è stato che quel significante “quarantena” sarebbe diventato da quel momento “la frase chiave della sua vita”, il significante padrone sul quale avrebbe dovuto destreggiarsi con questo Altro che lo divorava tutto, portandolo a sviluppare la sua missione di costruire aeroplani sempre più potenti per sfuggire ai germi. La passione per la costruzione di questa aletosfera2 attuava un piano molto rigoroso come quello di mettere ordine ai pezzi staccati di cui è fatta la lingua.

Quando si tratta di esseri umani, l’unica malattia della quale si soffre è quella che si introduce nel vivente per mezzo del parassitismo del significante: la vita non è colpita solo da questo o da quell’agente naturale ma è colpita anche da un parassitismo molto singolare, il linguaggio. Nel caso di Hughes si vede l’organismo di un essere parlante in balìa di questo strano predatore che prolifera a sue spese.

The Aviator ha il grande merito di evocare questa infezione da linguaggio di cui parla Lacan. Hughes l’ha vissuta fin da molto presto: ha dovuto imparare a difendersi da una parola q.u.a.r.e.n.t.i.n. che sua madre scandiva lettera per lettera mentre lo lavava nel pieno di un’epidemia di colera scoppiata in una vasta zona del Mississipi. Nel corso del film Scorsese ci mostra che Hughes si vide obbligato a inserire questo significante in una serie di brevi storie che dovrà ripetere in modo compulsivo sforzandosi di trattenerlo nella memoria, in un’età in cui cominciava appena a dominare la scrittura. Vediamo così come, nei vari scatenamenti delle sue crisi, era solito usare monotone cantilene, carenti di grazia o di espressività, per temperare la virulenza del simbolo e lenire la bruciatura prodotta dalla lingua. Vediamo anche come in queste crisi Hughes rispondeva al dolore di esistere di cui era preda a causa del significante parassita, e la sua particolare modalità di trattare il traumatismo che il linguaggio infliggeva al suo essere.

Il film di Scorsese contrasta con la concezione del DOC3 diventata più popolare tra il pubblico americano in parte grazie alla fortuna di libri come El niño que no podía parar de lavarse las manos4e Just checking5. Il valore dei film sta nel fatto che non riduce la vita mentale di Hughes a un catalogo di sintomi verificabili empiricamente che devono essere trattati con farmaci e tecniche di “anticipazione cosciente”. In definitiva Scorsese ci mostra che la malattia mentale non si lascia ridurre a un insieme di fobie e che, confrontato con la clinica, il cinema può riuscire a trasmettere il modo in cui ogni essere umano cerca di arrangiarsi per affrontare la malattia e la soggettività.

Traduzione di Giuliana Zani

[1] The Aviator, Audio Commentary with Martin Scorsese, Thelma Schoonmaker and Michel Mann.

[2] Neologismo di Lacan in cui, nella categoria dell’Altro, si amalgamano il termine greco aletheia (verità) e atmosfera.

[3] DOC – Disturbo Ossessivo Compulsivo, (n.d.t.).

[4] J. L. Rapoport, The Boy Who Couldn’t Stop Washing: The Experience and Treatment of Obsessive-Compulsive Disorder, E.P. Dutton, 1989.

[5] Stuart M. Kaminsky, The Howard Hughes Affair, Open Road Media, Ebook.

I tempi del virus1

Marie-Hélène Brousse
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 25/03/2020

Il proseguimento delle sedute con i diversi mezzi che la modernità mette a nostra disposizione, in questo tempo caotico del legame sociale, porta materia sonora e significante su questa epidemia. Un’analizzante che parla di un sogno associa un «vider les lieux» (sgombrare) con il «covi(d)», nome dato, in questo sogno, al coronavirus. Una collega parla della sua città, bella in un primo momento perché svuotata dai turisti che di solito la invadono e in seguito divenuta «spettrale». Un’altra collega constata che la sua città che, così si dice, «non dorme mai», è caduta in un sonno profondo in cui i topi, prima confinati nei cunicoli, passeggiano ormai liberamente sui marciapiedi. Il confinamento cambia specie. Ricorda la resurrezione animale e vegetale di Černobyl. Uomini e donne muoiono, spazzati via dal virus, ma la vita prosegue le sue vie, darwiniane.

Ad ogni modo, il virus ha fatto il suo ingresso clamoroso, non solo nei discorsi, stravolgendo le modalità del legame sociale, ma anche nell’inconscio e nell’ambito dell’equivoco. Possiamo caratterizzarlo, nello spazio per la sua entità (étendue), che supera ogni limite, é-ten-due in cui risuona l’equivoco sonoro della dimensione del tempo, che pure lo caratterizza, tenendo conto della rapidità della sua estensione.

 

Come affrontare questa dimensione del tempo con la psicoanalisi?

Ho riletto il testo che Lacan ha scritto nel 1945, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata2. Mi sembrava che, in questi tempi di confino, l’apologo dei tre prigionieri potesse apportare qualche chiarimento.

Eppure, ho sempre considerato questo articolo con una certa distanza. In effetti, il mio sintomo «andarsene, partire» vi era stretto un po’ troppo da vicino e il termine «prigioniero» generava in me un oscuramento durevole del giudizio. Jacques-Alain Miller ha consacrato ad esso diverse corsi di una precisione chirurgica, ma, all’epoca, avevo constatato la mia difficoltà a lasciarmi insegnare dalle articolazioni logiche di questo testo, confrontandomi al carattere imperioso del mio non ne voglio sapere nulla. Indubbiamente era necessaria la forza del reale, in connessione diretta con il discorso, per portarmi a leggerlo, sola e confinata, vale a dire prigioniera.

Primo paradosso apparente, tuttavia: i tre prigionieri del testo vogliono uscire. Pensano che si possa uscire. Il virus ribalta questa cosa. Lui entra ovunque e, se noi vogliamo vivere e che altri vivano, conviene per l’appunto non uscire.

Immaginiamo, quindi, il tempo logico a partire da questa premessa: non voglio uscire.  Il direttore della prigione, come scrive Lacan, comunica ai tre prigionieri il seguente avviso: «Signori, per ragioni che ora non vi debbo riferire, mi tocca di liberare uno di voi. Per decidere quale rimetto la decisione ad una prova che vi invito ad affrontare»3. Ma, come Bartleby, il famoso personaggio inventato da Melville, gli risponderebbero allora in coro: «I would prefer not to» (Preferirei di no). Fine dell’esperimento.

Ovviamente la logica non va molto d’accordo con Bartleby. Scegliamo, quindi, di seguire Lacan e con lui il sofisma, significante con cui nomina quella che chiama «la soluzione perfetta». Nel paragrafo intitolato così, ci sono due espressioni in corsivo «per un certo tempo» e «qualche passo»: comparsa del tempo e dello spostamento corporeo. Lacan distingue poi un fare «la prova al naturale» di questa esperienza, della sua pratica «nelle condizioni innocenti della finzione». Il testo è percorso da considerazioni su quell’Epoca, che scrivo qui con una maiuscola. Una riflessione etica e politica di Lacan, che verte su quel periodo della Seconda Guerra Mondiale, serve infatti da filo conduttore al suo testo, dall’inizio alla fine. Così scrive: «Non consigliamo certo di farne la prova al naturale, benché da un certo tempo il progresso antinomico della nostra epoca sembri metterne le condizioni alla portata di un numero sempre maggiore di individui […] non siamo di quei filosofi recenti per i quali la costrizione di quattro mura non è che un elemento favorevole in più per il massimo di compimento della libertà umana. Ma se praticata nelle condizioni innocenti della finzione, l’esperienza non deluderà […] coloro che conservano un certo gusto di stupirsi»4. Le ultime righe del testo menzionano, come limite a ogni assimilazione «umana» – «precisamente in quanto si pone come assimilatrice di una barbarie» – la determinazione dell’“io”»5. Il linea con Freud, Lacan respinge l’antinomia fittizia tra civilizzazione e barbarie, sostenuta da alcune correnti filosofiche, e stabilisce la loro identità. Quindi, grazie alla finzione che è il tempo logico Lacan individua la determinazione dell’«io» tramite l’atto. È una logica del ragionamento in quanto atto.

Non svilupperò lo stupore che mi ha colto infine di fronte a questo testo, che intreccia i fili di una politica dell’epoca con quelli della psicoanalisi, salvo segnalare che, da Freud in poi, la psicoanalisi oppone la collettività, composta di un numero definito di individui, alla generalità, la classe che contiene un numero indefinito di individui.6 Il dilemma proposto dal tempo logico concerne, quindi, un numero definito di individui, come accade sempre nella teoria della clinica analitica, diversamente dal pensiero statistico.

Veniamo ora ai «tre momenti dell’evidenza»7 che questa finzione, vera e propria esperienza mentale, permette a Lacan di distinguere: l’istante dello sguardo, il tempo per comprendere e il momento di concludere. Segnala anzitutto che possono funzionare indipendentemente gli uni dagli altri oppure sovrapporsi mutualmente, cosa che un approccio cronologico non permetterebbe.

Che ne è di fronte al virus?

Non si tratta, quindi, di una successione cronologica che appiana il tempo come un continuum. L’accento è posto su quella che Lacan chiamava, allora, una «discontinuità tonale» o una «successione reale», in cui ogni momento può avere luogo oppure no, può riassorbirsi o meno in quello successivo.

Poniamo che, di fronte al virus, come hanno segnalato i giornali, non c’è stato praticamente istante dello sguardo, anche in Cina, dove tutto è cominciato. I motivi di questa assenza sono diversi e svariati. Possiamo comunque affermare che, di fronte al reale, la stranezza dei diversi inquadramenti realizzati dalla realtà psichica è tale per cui, in numerosi soggetti, essa abolisce l’istante dello sguardo. Non si vede nessun segnale. Si è inghiottiti dall’ondata prima di poterla vedere. Non c’è stata neppure quella che Lacan chiama la «soggettivazione […] impersonale nella forma del “si sa che…”»8. Diciamolo nel linguaggio parlato: non c’è neppure stata una formulazione del tipo: «Cos’è questa roba?». L’istante dello sguardo è assente.

Viene allora il tempo per comprendere e fa apparire quello che si cristallizzerà – l’espressione è di Lacan – come ipotesi diverse e svariate. Il tempo per comprendere permette di reinterpretare l’istante dello sguardo che è venuto a mancare, uno sguardo a posteriori, in anamorfosi. Rinvia alla testa di morto di cui Lacan ha fatto l’analisi a partire dal quadro di Holbein, Gli Ambasciatori9, e che appare in quanto tale solo tramite una certa regolazione della distanza dello sguardo. La pulsione di morte fa il suo ingresso fuori dallo sconvolgimento che ha impedito l’istante dello sguardo. Può allora apparire la vera e propria incognita del problema: quello in cui essa tocca il soggetto stesso, ciò in cui essa lo concerne e lo divide. L’oggettività del tempo per comprendere permette che appaiano i soggetti definiti «per la loro reciprocità»10. In mancanza dell’istante dello sguardo, che Lacan designa come «apodosi»11 – termine grammaticale che designa una proposizione principale, che qui manca – la durata del tempo per comprendere, che pone delle ipotesi, si rivela molto lunga nell’epidemia che stiamo attraversando.

Lo conferma la difficoltà a prendere sul serio le direttive, difficoltà che ancora oggi è operante in seno alle democrazie. Questo spiega anche il fatto che la decisione di confinamento sia stata presa in ritardo. Il tempo per comprendere, in effetti, richiede una riconfigurazione degli ambiti estremamente stretti della realtà psichica. Questi, in tempo normale, permettono ai corpi parlanti di gestire la loro vita quotidiana tramite la routine di automatismi acquisiti a partire dai discorsi che li costituiscono. Non appena questa routine viene annullata o spaccata, è il sintomo di ognuno che prende il sopravvento. Dato che esso non è dialettizzabile, distorce il tempo per comprendere.

Poi viene il momento di concludere

Concludere il tempo per comprendere implica il passaggio a una logica assertiva. Lacan utilizza formule colloquiali, «“perché non ci sia” (un ritardo che genera l’errore)» o anche «“per paura che” (il ritardo generi l’errore)»12, per indicare ciò che, del tempo per comprendere, permette, con l’affetto di angoscia che accompagna questo passaggio, di porre una asserzione. Tale asserzione fa passare dal collettivo al singolare, all’io, derivante da tale asserzione. Così come io metto dei guanti, io metto tra me e l’altro la distanza di un metro, ecc…

Quindi è il momento conclusivo assertivo che fa entrare l’io in gioco come effetto del suo atto, e non più come semplice obbedienza disabitata. Ha come condizione un atto di cui è il risultato.

Ma qui si colloca un paradosso. Giacché l’avvento di questo «io» è – secondo il tempo per concludere proprio del Lacan di allora – rapidamente desoggettivato.13 Un atto di parola ha fatto emergere un essere parlante laddove era il soggetto. Ma è a partire da questo «io» che si produce una desoggettivazione, condizione per cui una reciprocità non rientra in un seguito gregario o nell’identificazione all’Uno del tiranno.  Nel caso del virus, aggiungiamo che è la condizione di una solidarietà degli uni-tutti-soli.

Come conclusione, ritorno alle parole di alcuni analizzanti, raccolte tramite telefono, dall’inizio del confinamento assunto come atto.

Covi(d) o Covi(de), la città svuotata divenuta «spettrale», il silenzio e l’assenza sono altrettanti equivoci sulla vita e la morte dei corpi parlanti, nei quali ogni pulsione è pulsione di morte, essa viene in opposizione a ciò che la vita ha di reale, la vita del virus, per esempio. Vi intendo anche un tema che mi occupa in questo momento, quello del vuoto. L’epidemia permette di dimostrare che il vuoto è anche un modo di godere. «Shh!», come diceva di recente un’analista della Scuola (AE).

Traduzione: Adele Succetti

 —

[1] Testo pubblicato su “Lacan quotidien”, 876, 25/03/2020, https://www.lacanquotidien.fr/blog/2020/03/lacan-quotidien-n-876/

[2] J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, in Scritti, Torino, Einaudi, 2002, pp.191-207.

[3] Ivi, p.191.

[4] Ivi, pp.192-193.

[5] Ivi, p.207.

[6] Cfr. Ivi, p.206.

[7] Ivi, p.198.

[8] Ivi, pp.198-199.

[9] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi,  2003, pp.78-89.

[10] J. Lacan, Il tempo logico e l’asserzione di certezza anticipata, op. cit., p.200.

[11] Ivi, p.201.

[12] Ibid.

[13] Ivi, pp.203-205.

La psicoanalisi al tempo del coronavirus1

Dialogo di Francesco Bollorino, psichiatra, responsabile di www.psychiatryonline.it
con Antonio Di Ciaccia – membro AME SLP e AMP – Roma

Bollorino: Cominciamo dalla psicoanalisi come pratica clinica e istituzione: sedute disdette, terapie via skype, convegni saltati: come cambia la psicoanalisi all’epoca del contagio?

Di Ciaccia: Il reale del coronavirus entra in pompa magna nella nostra esistenza, facendo a pezzi la nostra sicurezza. Occorre far fronte a questo reale. In queste circostanze suona profondamente vera la frase di Freud che tra gli impossibili c’è il governare. Ma, come vediamo giorno dopo giorno, tra gli impossibili c’è anche il curare. E c’è anche quella versione che è lo psicoanalizzare. Si tratta di un impossibile strutturale, ma oggi ne vediamo anche il suo aspetto dovuto alla congiuntura attuale. Sappiamo che in tali situazioni, che emergono in modo contingente, qualcosa dell’ordine del necessario si impone per cui quando arriveremo al dopo sappiamo fin da ora che non sarà più come prima.

Quid rispetto alla psicoanalisi?

Ritengo che la cosa tocchi solo in modo relativo l’istituzione burocratica delle diverse Società e Scuole. Da questa emergenza esse potrebbero trarne un insegnamento snellendo il loro funzionamento e la loro organizzazione istituzionale tramite i social attualmente disponibili.

La cosa è invece da interrogare a livello etico, rispetto a quello che Lacan chiama il discorso dell’analista. In una situazione come questa emerge chiara la ripartizione tra psicoterapia e psicoanalisi. L’arte della psicoterapia è quella di saper cogliere la parola del sofferente, di saper rispondere con una parola che sappia disangosciare e tentare di simbolizzare il trauma. Lo strumento è la parola, la parola che domanda e la parola che sa rispondere.

Sono lunghezze d’onda presenti in un’analisi, ma la psicoanalisi punta oltre, verso la messa in logica di ciò che causa quel godimento (così lo ha chiamato Freud) che è insito nel sintomo che fa soffrire. Per questa operazione lo psicoanalista, oltre a saper rispondere, si trova a incarnare la presenza reale di quell’oggetto che serve all’analizzante affinché l’inconscio dica le sue ragioni – ragioni che sono alla base della ripetizione del sintomo.

Nella situazione attuale toccherà a ogni analista, uno per uno, saper non tanto attenersi agli standard ma a quei principi etici che permettano che l’operazione analitica abbia seguito. E saprà valutarlo caso per caso.

Bollorino: Passiamo ai vissuti: cosa portano in seduta i pazienti?

Di Ciaccia: Portano quello che li inquieta. E ciò che li inquieta è, come sempre, veicolato dal quadro del proprio fantasma. Anche l’emergenza che oggi stiamo vivendo. Trovo che un problema centrale riguardi l’analista, il quale, in un momento tragico come questo, si trova a dover cogliere ciò che inquieta l’analizzante, e coglierlo al di là del proprio fantasma, per non prendere fischi per fiaschi, espressione in cui si riduce la critica che Lacan fa al controtransfert. In parole povere, lo psi è innanzitutto capace di far fronte alla propria angoscia? Dato che, per parafrasare una celebre frase, l’angoscia dell’uomo è l’angoscia dell’Altro.

Bollorino: Sembra un film di fantascienza ma la realtà è che non siamo preparati al contagio, che ne pensi?

Di Ciaccia: Non siamo mai preparati al trauma. Il trauma è ciò che ci cade addosso e a cui non siamo per niente preparati. Certo, la situazione era impensabile, sebbene sia stata predetta più volte da alcuni scienziati.

Bollorino: Cosa potrebbe lasciarci di positivo questa esperienza che obtorto collo ci tocca di vivere?

Di Ciaccia: Questa esperienza ci può far ricordare che la morte è un momento importante della vita. Oserei sperare che anche dal punto di vista politico, a livello nazionale, europeo e mondiale, qualcosa cambi. Ma in realtà in fondo non ci credo. A meno che non si arrivi a comprendere che il nostro pianeta è infettato proprio da noi uomini e che occorre cambiare registro.

Bollorino: La peste del 1300 ci ha “regalato” il Decameron cosa potrebbe regalarci in positivo questa guerra al coronavirus?

Di Ciaccia: Ci saranno probabilmente opere d’arte e di pensiero che nasceranno in questa congiuntura. Anch’io mi sforzo per mettercela tutta, anche se si tratta di un’opera in cui sono solo strumento, come traduttore. In questi giorni sto correggendo per Einaudi le bozze del Seminario XIX di Lacan, dal titolo … o peggio. Un testo stupendo, anche se maledettamente difficile e da studiare al dettaglio. Lacan vi parla del non rapporto strutturale tra l’uomo e la donna. Questo, se rende conto del fatto che, per dirla con il Lacan di un seminario precedente, «Un uomo e una donna possono intendersi, non dico di no. Possono in quanto tali intendersi gridare», tuttavia non impedisce loro di fare l’amore, addirittura di amarsi, a condizione, perdonami quest’altra citazione, di ciò che dice in un testo da lui indirizzato ai Cattolici: «Sono almeno riuscito a far passare nella vostra mente le catene di quella topologia che pone al centro di ciascuno di noi quel luogo beante da cui il niente ci interroga sul nostro sesso e la nostra esistenza? È questo il luogo dove dobbiamo amare il prossimo come noi stessi, poiché in lui questo vuoto è lo stesso».

Bollorino: Come vivi tu come persona e come analista questa temperie?

Di Ciaccia: Traduco Lacan di cui ricordo ancora la voce. Per quanto riguarda la mia funzione di analista posso dirti che coloro che si sono rivolti a me sanno che, sebbene a distanza, mi trovano presente. Devo però dirti che, più che per loro, sovente essi sono preoccupati per me. Non credo solo perché io rientri in un’età prediletta dal coronavirus, ma perché ciò che caratterizza il transfert è che, quando l’Altro potrebbe venir meno, il soggetto vi si aggrappa ancora di più. Il soggetto lascerà la presa? Lo farà quando l’operazione analitica volgerà al termine, cosa che riduce l’analista a un puro scarto. Eventualmente lasciando una tonalità di amore o di odio ma, se c’è stata analisi, mai di indifferenza.

[1] Intervista tratta da: http://www.psychiatryonline.it/node/8532

Come bussola, il reale1

Gian Francesco Arzente
Membro AE SLP e AMP – Torino – 24/03/2020

 

Da circa un mese, quando giungo nella Comunità terapeutica in cui lavoro, l’aria è ispessita dall’odore dei disinfettanti a base alcoolica e dagli sguardi che misurano le distanze dei gesti. Non ci si da più una mano, si sgomita, ci si scalcia.

È così che ci salutiamo?

E così erodiamo un po’ della civilizzazione acquisita: le abitudini erette per far fronte al reale  non le “diamo” come già comprese, non sono scontate; esse sono una trama di tradizioni, disegni su di un tappeto di cui verificare la consistenza del nodo.

Non è forse questo il modo più opportuno per orientare il lavoro clinico di una Comunità?

Non c’è un nodo ideale! L’importante è che chi si sente confrontato dal reale sappia fare con esso senza rompersi.

Grazie ai muri eretti dagli operatori di Comunità, dai loro “sì, ma anche no”, fanno eco le storie di ospiti di cui ci si dice: «ma se io avessi dovuto passare tutto ciò che loro hanno passato, a quest’ora sarei già morto».

E sì; sono molti i soggetti in Comunità più attrezzati di me di fronte al reale.

Non avrei mai saputo portare quella corona di spine.

In comunità non ci sono né santi né eroi; non ci si viene e non ci si va per una corona.

Si lavora, per il limite che il lavoro ci impone.

Non si sa niente, ma non ci s’ignora.

Non ci si ferma troppo a pensare, ma stando in ciò che accade, senza troppa angoscia, sorgono piccole invenzioni contagiose dal gusto che dà il saper fare con la propria debolezza.

[1] Aa.Vv., Come bussola, il reale. Orientamento psicoanalitico nelle istituzioni, a cura di M. Bolgiani, M. Gargano, R.E. Manzetti, Rivoli (To), Neos Edizioni, 2007.

La scienza al governo

Luisella Brusa
Membro AME SLP e AMP – Milano – 27/03/2020

 

L’urto del reale che stiamo tutti sperimentando non è solo il pericolo della morte epidemica, ma qualcosa di più radicale. Le parole di Lacan messe in esergo a Rete Lacan indicano il punto1.

Più radicale della morte? Sì. Perché questa morte da coronavirus per i più è virtuale ed è dunque vissuta attraverso il fantasma soggettivo. È la morte incalzante che sentiamo scorrere nella voce super-egoica dei mass-media. Per coloro che incontrano la morte di un caro per questo virus essa apre al lavoro singolare del lutto, quello di sempre. Tuttavia, tutti percepiamo un effetto di trauma, con la vacillazione dei punti di riferimento che lo caratterizzano. Percepiamo che con l’epidemia qualcosa sta avvenendo a livello del legame sociale, a livello della politica.

Dall’otto febbraio, il giorno in cui il governo ha dichiarato che rimetteva le proprie decisioni alle autorità sanitarie nazionali e internazionali, siamo entrati in un nuovo regime.

La comunità scientifica è assai poco univoca sulle scelte da prendere, lo sappiamo bene perché ne facciamo parte per quanto riguarda l’ambito psichico. Gli scienziati più rigorosi sono in dissonanza con la vulgata medica del momento. Del resto si sa che nella scienza il modello più adatto a descrivere il reale ci mette molto tempo a farsi strada, perché è sempre dissonante con i pregiudizi e il sentire della massa.

Galileo ed Einstein hanno aspettato a lungo prima di vedere riconosciute le loro proposte e le “verità” scientifiche dell’epidemiologia hanno storicamente avuto lo stesso destino.

A metà dell’ottocento un’epidemia di colera decimava la popolazione di Londra. Era convinzione comune che il veicolo di trasmissione fosse l’aria maleodorante della città. Quando i pionieri dell’epidemiologia, il medico John Snow e lo statistico William Farr, osservarono i dati della distribuzione dell’acqua potabile e notarono che il colera era diffuso solo nelle zone servite da una delle due compagnie erogatrici, avanzarono l’ipotesi che la trasmissione avvenisse attraverso l’acqua e non attraverso l’aria e che i provvedimenti da prendere dovessero discendere da questa constatazione. Non furono ascoltati. Ci volle molto tempo perché fosse riconosciuto che la loro lettura dei dati era corretta: il colera si trasmetteva attraverso l’acqua impura.

Oggi non c’è accordo tra gli epidemiologi, alcuni dei quali sono su posizioni antitetiche. Ma il dibattito scientifico non obbedisce ai dettami della comunicazione di massa. C’è uno iato tra i due livelli dell’enunciazione. La mia ipotesi è che l’occultamento di questo iato sia funzionale alla logica discorsiva nella quale siamo entrati.

È una logica che abbiamo sentito avanzare con la prevenzione obbligatoria, la Evidence Based Medecine, con i protocolli ABA per l’autismo, con i DSA, con le proposte di regolamentazione della psicoterapia in base alle evidenze scientifiche della sua efficacia, ecc. Chiamiamola un’alleanza tra la cosiddetta scienza delle evidenze statistiche e la politica di governo.

Michel Foucault aveva identificato questo nascente fenomeno con il nome di biopolitica2. Ebbene, con l’epidemia globale di coronavirus sembra che siamo entrati in pieno in una nuova fase della biopolitica. Ed è assai probabile che ci accompagnerà nei prossimi decenni in modo sempre più pervasivo. In questa nuova fase i fattori di rischio si moltiplicano e la loro individuazione diviene equivoca, ma la disciplina delle misure governamentali si fa più stringente.

Qualche tempo fa, rielaborando l’esperienza dei miei anni passati a fare ricerca epidemiologica all’Istituto Mario Negri, scrissi a quattro mani un articolo in cui si cercava di mettere a fuoco questa nuova declinazione in cui sembrava scivolare la biopolitica. Una china che sembra oggi messa in atto da provvedimenti che mettono in opposizione il corpo e la vita, ledono il corpo (sociale in questo caso) per tutelare al meglio il bene della salute. Con le parole di Lacan: «ogni vita finalmente ridotta all’infezione che, a quanto pare, essa realmente è, ecco il colmo dell’essere pensante!»3– «Finalmente nell’apatia del bene universale».

Penso che leggere oggi questo articolo,4 in particolare la seconda parte, possa forse contribuire un poco a orientarsi in quello che sta accadendo intorno a noi e in noi.

Lo rendo disponibile per il download online a questo indirizzo: https://www.aliadonne.it/news/vite-di-qualita/

soltanto la seconda parte dell’articolo e soltanto per due settimane, per ragioni di copyright.

[1] «L’avvento del reale non dipende assolutamente dall’analista. Egli ha la missione di contrastarlo. Nonostante tutto, il reale potrebbe anche prendere la briglia, soprattutto da quando ha l’appoggio del discorso scientifico». J. Lacan, La terza, “La Psicoanalisi”, 12, Roma, Astrolabio, p.21.

[2] M. Foucault, Nascita della biopolitica (corso al Collège de France 1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2005.

[3] J. Lacan, La terza, op. cit., p.22.

[4] L.Brusa e D.Tarizzo, Vite di qualità, sulla razionalità biopolitica, Filosofia Politica, 3/2009, pp.397-411.

Covid-19

Fulvio Sorge
Membro SLP e AMP – Napoli – 24/03/2020

Il reale è solo supposto, ci dice Lacan, e pertiene al registro dell’impossibile. Eppure il mondo che gli uomini abitano, ne ha ricevuto una lettera, microscopica, quasi invisibile, ma coglibile dai suoi effetti e dagli affetti che scatena: paura, angoscia, tormento, inanità. Così Lacan parlando della lettera: «È  la funzione che rende la lettera analoga a un germe, germe che, se aderiamo alla linea della fisiologia molecolare, dobbiamo severamente separare dai corpi nei quali veicola vita insieme a morte»1.

In Lituraterra2 Lacan dà un’ulteriore versione della lettera come segno, marchio che si imprime sul parlessere, che si produce quando si rompe un sembiante. Essendo di pertinenza del reale, «la lettera non è forse più propriamente litorale, ossia quel che figura che un intero dominio fa per l’altro frontiera, per il fatto che sono estranei al punto di non essere reciproci? Il bordo del buco del sapere, ecco che cosa disegna. E la psicoanalisi se appunto non deve misconoscere ciò che la lettera dice “alla lettera” per bocca sua, come potrebbe negare che ci sia questo buco, per il fatto che, per colmarlo, essa ricorre a invocarvi il godimento»3.

A fronte del godimento che Covid-19 scatena, c’è dunque chi si angoscia e chi reagisce follemente non prendendo alcuna precauzione e divenendo veicolo dell’infezione.

Quale etica sostiene questa cecità agli orrori di cui siamo stati spettatori negli ultimi anni, come nel caso delle tragedie dei migranti? «Il reale consiste nel buco che il funzionamento del simbolico implica. […] Si fa allora finta che il funzionamento della macchina non abbia alcun buco, che il simbolico sia integro e intero. Si fa finta che non ci sia plusvalore, che non ci sia più-di-godere. Nel campo economico e nel campo analitico si fa finta che tutto si riduca al significante. Che la macchina del linguaggio si totalizzi nel significante. E del reale non se ne vuol saper niente. Tuttavia questo cancellamento del reale l’uomo lo paga a caro prezzo, poiché ciò che non si iscrive nel simbolico ritorna nella vita degli uomini in maniera devastante. La globalizzazione è il dilagare dell’utopia ermeneutica nel campo dell’economia. Ma differentemente dall’ermeneutica, l’economia di mercato potrebbe essere – e a mio parere sarà – il campo dove si dispiegherà – globalmente – la pulsione di morte»4. È l’inizio di quella retrotopia di cui parla Baumann nel suo ultimo profetico libro?5

L’autore individua come difese tipiche della nostra epoca quattro reazioni nostalgiche e insieme restauratrici di un passato ormai perduto cui il soggetto si aggrappa a fronte della confusione e dell’angoscia che lo caratterizza là dove il Nome del Padre non si fa più garante: il ritorno a Hobbes che produce settarismo, violenza e identificazione massiccia a chi propone politiche autoritarie, spesso, sotto l’insegna della morte; il rifugio nella tribù, anch’esso marchio di identità con i suoi costumi, i suoi riti, i suoi tabù; il ritorno alla diseguaglianza e a un egoismo ben consolidato tra i pochi ricchissimi a fronte dei tanti paria della terra; infine, un ritorno al grembo materno, rifugio primario quanto oblomovianamente regressivo.

Dell’uomo contemporaneo Umberto Eco così scrive: «Una sorta di Adamo bestiale e solitario che non sa ancora cosa sia l’amore che consente al rapporto sessuale, il piacere del dialogo, l’amore per i figli, il dolore per la perdita di una persona amata»6.

Covid-19 colpisce l’atto primigenio dell’essere umano appena venuto al mondo, il respiro. Scelta particolare se l’aria è per il nascituro il primo oggetto a, ciò con cui, in maniera del tutto traumatica, viene in contatto, e che gli assicura la respirazione di base su cui, prima lalangue, poi il linguaggio, opereranno per farne il parlessere.

Insomma se non si respira non si vive ma se si respira si muore. Abbiamo negli occhi la sofferenza di tanti soggetti intubati, resi ancora viventi dalla macchina medica i cui sguardi esprimono una angoscia senza nome. È un reale che ha devastato le nostre abitudini, che si mostra in tutta la sua aberrazione producendo disperate solitudini. È con questa serpe in seno che viviamo questi tempi oscuri.

«Per ch’una gente impera e l’altra langue,

seguendo lo giudizio di costei,

che è occulto come in erba l’angue»7

[1] J. Lacan, Il Seminario Libro XX, Ancora (1972-1973), Torino, Einaudi, 2011, p.92.

[2] J. Lacan, Lituraterra (1971), “La Psicoanalisi”,  20, Roma, Astrolabio, 1987.

[3] Ibidem, p.12.

[4] A. Di Ciaccia, L’etica nell’era della globalizzazione (luglio 2003), “Ornicar? Digital”, 207.

https://wapol.org/ornicar/articles/207dic.htm

[5] Cfr. Z. Bauman, Retrotopia (2017), Bari, Ed. Laterza, 2018.

[6] C. M. MartiniUmberto Eco, In cosa crede chi non crede?, Milano, Bompiani Editore, 2014, p.8.

[7] D. Alighieri. La Divina Commedia, A cura di N. Sapegno. Inferno, Canto VII, terzina 84.

Spunti di riflessione

Amelia Barbui
Membro AME SLP e AMP – Milano – 24/03/2020

«Nell’analisi occorre che l’uno e l’altro portino il proprio corpo»1

Jacques-Alain Miller

Non ho chiuso lo studio. Ricevo i pazienti, non tutti, rispettando le precauzioni previste. D’altra parte per noi non è poi così difficile visto che non è nostra consuetudine dare la pacca sulla spalla o fornire l’abbraccio consolatorio. Manteniamo la giusta distanza. Cosa ho aggiunto? Che nessuno attenda. A ciascuno il proprio appuntamento. Tra l’uno e l’altro il tempo necessario per “sanificare” lo studio e il lettino. Mi sporco le mani, poi le lavo, ma non me ne lavo le mani.

Mi sono chiesta se forse per me fosse più facile in quanto i presidi medici mi sono famigliari. Sono medico e psicoanalista. Abito questa divisione. Il camice, la tutina, gli zoccoli, i guanti, la cuffietta, la mascherina non sono demoni ma presidi che mi permettono di portare il mio corpo in analisi.

Ho sentito che molti colleghi hanno chiuso gli studi e allora sono andata a leggere le indicazioni in proposito dell’ordine degli psicologi della Lombardia, una delle regioni più colpite dal virus, che recita così: «L’attività degli studi professionali deve essere limitata solo alle urgenze non differibili, assumendo le precauzioni previste (mantenimento distanza, utilizzo dispositivi di protezione ecc)».

Ogni seduta è un’urgenza.

Se rispetto ad altre professioni abbiamo il “privilegio” di potere/dovere garantire la presenza – tralascio le riflessioni relative all’etica – è perché, negli oramai lontani anni ’80, in Italia la psicoterapia è rientrata tra le prestazioni sanitarie. La psicoanalisi si è genuflessa a tale decisione.

Non dimentichiamo che all’inizio di quest’anno si è imposto il pagamento tracciato, a chi vuole dedurre dalla dichiarazione dei redditi le spese psicoterapeutiche. Altra genuflessione? Sì se consideriamo che la psicoanalisi sia una psicoterapia. Dipende da noi acconsentire, caso per caso. Ciò non significa che si eviti di fatturare. Sono fatture che registriamo come pagamento “non tracciato”.

Lacan ci ricorda che compito dell’analista è contrastare il reale e che deve essere all’altezza della soggettività della sua epoca.

Il desiderio dell’analista che non è … non è …. non è …. è, come ci ricorda Lacan nella lezione del 19 maggio 1965, «lo strumento di cui il paziente si serve per giungere al suo fantasma originario. È lui infatti che ci sa fare con l’oggetto a e a noi spetta favorire tale percorso»2.

E allora quali altri strumenti possiamo utilizzare per non rompere il filo del transfert? Molti di voi hanno sperimentato l’incontro con il proprio analista in luoghi insoliti in città diverse.

Questo non si può fare!

Ricordo l’entusiasmo di J.-A. Miller al tempo del Fax. C’eravamo muniti tutti di questo strumento di scrittura a cui poi se ne sono aggiunti altri, quelli che ora stiamo usando.

Non rifiutiamo dunque le nuove tecnologie, ma, a mio avviso, prima di proporle ai pazienti, occorre fare qualche considerazione, prima tra tutte ricordandoci con onestà che gli incontri via telefono, mail, SMS, WhatsApp, non sono equivalenti a sedute psicoanalitiche. Lavoriamo esclusivamente sul piano inferiore del grafo di Lacan dove trovano posto la psicoterapia, il senso, il registro immaginario e la suggestione. Abbiamo dunque molto potere. Occorre dosarlo con oculatezza.

Skype e le videochiamate richiedono una riflessione a parte in quanto costringiamo il nostro paziente, che fino ad allora ci aveva incontrato in vis à vis, a parlare guardandosi allo specchio, in quel rettangolino in alto a destra. È vero, vede anche l’immagine del suo analista, ma…

La matematica ci insegna che, in certi momenti della storia, quando ci si trova di fronte a problemi che non si riesce a risolvere, si è costretti a compiere atti fuori norma.

Se si vuole andare oltre, occorre lasciare l’universo nel quale si è lavorato fino a quel momento. Come l’Alice di Lewis Carroll, si attraversa lo specchio per incontrare una nuova logica. Poi si riattraversa lo specchio e, arricchiti dalla nuova esperienza, come bravi matematici, la si mette a disposizione e si procede ad ampliare l’universo per accogliere i nuovi nati che resteranno e cresceranno nel nostro campo freudiano.

[1] J.‐A. Miller, L’esperienza del reale nella cura analitica, lezione del 27/01/1999, “La Psicoanalisi”, 29, 2001, Roma, Astrolabio, p.182.

[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XII, I problemi cruciali per la psicoanalisi, inedito.

#Starea…

Barbara D’Argenio
Allieva IF al III° anno – Roma – 24/03/2019

«Mamma e papà, come state?»

È questo che chiede L., dopo la proposta dell’operatore di inviare un video ai genitori, proposta che segue a un pianto disperato di L. con la faccia sul cuscino.

Non vuole farsi vedere, piangere …

Qual è il reale per questi ragazzi, in questo momento?

È lo stesso reale da cui sono schiacciati ogni giorno e a cui riescono a far fronte con i loro tentativi stereotipati, ripetitivi, mortiferi?

Quanta realtà entra nel loro reale?

Ragazzi, diagnosticati autistici, psicotici, con problemi comportamentali che vivono a un passo dalla realtà, ci mostrano un movimento, imposto, verso la situazione attuale.

G., in preda a una crisi per non voler lavare i suoi vestiti in struttura, si picchia violentemente le tempie.

Non è un capriccio relativo al non voler trovare posto ai suoi vestiti…

Non è il posto in cui lui vuole che rimangano i suoi vestiti!

«G., ti è stato detto qualcosa sui prossimi rientri a casa?»

«Mama, papa, sasa … Noooooo!»

Ci isoliamo.

«G., sai … gira una brutta influenza. Il Governo ci ha detto che non possiamo uscire, non potrai vedere mamma e papà per un po’.»

Pianto. Un pianto reale, incontrollabile, straziante per colui che piange e per colui che assiste quasi impotente, ma sceglie di partecipare con rispetto. Non gli si può dire di non piangere. Non c’è alcuna possibilità che lo vieti.

A G., che non conosce i numeri, si propone di strappare le pagine del calendario relative ai giorni di “Chiusura Totale”, di “limitazione degli spostamenti”, di “stare a casa”, di barrare con una X il giorno corrispondente e di cerchiare il giorno in cui, forse, potrà rivedere “Mama, Papa, Sasa”.

Una manovra immaginaria che fissa un limite alla sofferenza procurata dalla mancanza, sul piano di realtà, di Mama, Papa, Sasa.

Operatori, come state?

Come si sta sul fronte? Come si sta in questo tempo, senza tempo?

È questo l’insegnamento di ciascun soggetto che incontriamo ogni giorno. Ci insegnano a vivere in un senza tempo in cui, il tempo, si costruisce sulla base del gesto, della richiesta, della sofferenza, della crisi.

È un tempo in cui siamo chiamati a stare, in cui, paradossalmente, è più semplice stare, non dovendo stare dietro ai nostri impegni, al nostro studio, al nostro preoccuparci di…

È un tempo florido in cui drizzare le orecchie, centrare1 le antenne verso la costruzione della realtà di ciascun ragazzo, ospite, della nostra struttura.

#stiamo all’antenna00100, ma stiamoci, realmente.

[1] Centrare è il termine tecnico utilizzato da chi lavora nell’ambito delle telecomunicazioni per indicare la ricerca dell’orientamento dell’antenna verso la fonte del segnale.

Con il virus, uno sforzo di scrittura

Laura Pacati
Membro SLP e AMP – Roma – 23/03/2020

Scrivo toccata dalle parole di due pazienti – che per cautela scelgo di non riportare qui – che in maniere diverse mi interrogano sul filo da tenere in questo strano tempo di quarantena, e dalla visione dei camion che sfilano di notte attraversando Bergamo – città a me cara, da cui giungono notizie di parenti e amici. L’effetto si produce adesso, non senza sorpresa, dopo un lasso di tempo di alcuni giorni, richiedendo il passaggio alla scrittura.

Aldilà della lettura che si intenda dare alla pandemia – è l’effetto di qualcosa che si impone contingentemente, attraversandoci, oppure è il ritorno nel reale di ciò che è stato escluso dal simbolico? – l’irruzione del coronavirus nella vita di ciascuno fa scansione, scrivendo un prima e un dopo. È possibile, allora, provare a farne un buon uso, lasciandosi interpretare da ciò che accade per rettificare la posizione soggettiva o aggiungere qualcosa che ancora non si era scritto?

La carica patogena del virus tocca il corpo: nel tempo sospeso della pandemia, sospensione del legame con il mondo, viene stornato qualunque avvicinamento al prossimo, l’incontro tra i corpi è “forcluso”, e quello che viene in primo piano è un modo di godimento che prescinde dall’Altro.

C’è possibilità di risveglio?

Democrazia del virus: non conosce frontiere, né classi di sorta: siamo chiamati, uno per uno, a confrontarci con il reale della morte, dal momento che non c’è maniera di eludere la constatazione che il reale che ci costituisce passa dal corpo che si ha, grazie al quale possiamo dirci esseri sessuati, parlanti e mortali.

Sul Blog Zadig España, Rosa López propone che il sapere che può estrarre la scienza da questo nuovo virus, seppur necessario, non è sufficiente perché lascia fuori quell’altro virus che ci ha convertiti in esseri parlanti1, che concerne direttamente il corpo, e che con il neologismo lacaniano localizziamo ne lalingua2: è questa l’infezione impossibile da sradicare, da cui siamo irrimediabilmente parassitati come pura conseguenza del fatto di essere venuti al mondo.

Una possibilità, allora: lasciarsi scrivere da un virus che della lettera faccia risuonare il godimento, e gettare così le condizioni per cui lo scritto produca legame sociale, o transfert di lavoro.

«Ancora faccio parte delle persone che ringraziano la vita»: sono parole che arrivano dalla “zona rossa”, occorrerà tenerne il filo …

[1] https://zadigespana.wordpress.com/2020/03/16/coronavirus-aguardo-pero-no-espero/

[2]J. Lacan, Il seminario, libro XX, Ancora [1972-1973], ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Torino, Einaudi,  2011, pp.132 & seg.

Petite Mort

Luisa Di Masso
Membro SLP e AMP – Roma – 27/03/2020

Non ricordo di essere stata a casa così tanto tempo, come tutti, credo. Deve essere accaduto prima che iniziassi la scuola.

In questi giorni di vita insolita, una sorta di vena nostalgica mi ha portata a cercare qualcosa cui sono stata legata per anni.

Curiosa di quali sviluppi la danza contemporanea abbia raggiunto e quali siano oggi le sue avanguardie m’imbatto, in modo del tutto casuale, nel video di un classico con la fortuna di vederlo in prima battuta in una delle sue versioni più belle.

Si tratta di una cellula estratta dal balletto Petite Mort, la coreografia è del ceco Jiri Kylian che nel 1991 realizza questa bellissima tessitura di corpi in movimento per il Nederlands Dans Theater.

Il titolo lascia intendere che una certa sensualità intensa, mai volgare, vuole farsi cogliere tra e dai corpi dei danzatori.

In questo pas de deux, estratto dall’intero balletto, gli interpreti sono la stupenda Sylvie Guillem e Massimo Murru che danzano al Bunka Kaikan di Tokyo in una rappresentazione del 2005.

Kylian sceglie di realizzare questa coreografia per celebrare il bicentenario della morte di Mozart con l’Adagio K488 e l’Andante K467 dei concerti per pianoforte e orchestra n.23 e n.21. Il coreografo, consapevole di quanto la sua scelta fosse «deliberata» e a rischio di essere considerata «provocatoria o irriflessiva», dichiara di voler realizzare qualcosa che denunci come «brutalità» e «arbitrio» abitino il mondo.

Perché ho scelto di scrivere a partire da questa cellula?

Qualche giorno fa ho ascoltato le parole di un uomo colpito dal Covid-19. L’uomo, appena uscito dall’urgenza della terapia intensiva, descrive, ancora affaticato, i sintomi della sua fase più difficile quando ad ogni respiro gli era insopportabile il dolore provato. Sentiva di avere, al posto dei polmoni, del «cristallo frantumato». Ammetto di aver provato un brivido, e mi sono chiesta quanto acuto e tagliente potesse essere quel dolore, come avesse fatto a sopportarlo e a sopravvivervi.

Respirare, quanto di più facile, può trasformarsi in una terribile tortura mentre il cuore ancora batte.

Per tornare alla danza, mi permetto di suggerirne la visione, è un momento di virtuosismo di intensità rara, dura circa dieci minuti, da vedere tutto fino alla fine compresi gli applausi perché è lì che, in aprés-coup, colgo quale funzione vi giochi il respiro. Un respiro, certo, vorrei vedere, come potrebbe essere altrimenti, ma di questo respiro rimango sorpresa e incantata. Incantata per la bellezza della sua assenza e il mio pensiero torna al «cristallo frantumato» e tagliente. Sono tornata alla fame d’aria e a chi di questa muore.

Chi danza utilizza una respirazione diaframmatica, una respirazione invisibile ma essenziale. Ciò che ossigena i corpi di Sylvie Guillem e di Massimo Murru consente loro di spingersi molto oltre la tecnica. Non sollevano mai il torace per prendere e riprendere aria, chi danza sa che ciò è possibile solo con l’esercizio e con la pratica di un lavoro ostinato che sfida la fatica. In questa cellula di Petite Mort i danzatori sembrano essere in una bolla che ignora la resistenza dell’aria. Aria che sembra avvolgerli ma non toccarli. Il loro movimento è legato, vellutato, continuo e circolare. Potente e intensa è la leggerezza con la quale pongono ogni movimento sulla nota e in sintonia con la musica ascendente e discendente. Scrivono qualcosa che si può leggere solo all’istante con la forza di una grazia rara. La loro danza lascia intravedere del femminile, lei si appoggia appena su di lui, si appoggia quel che basta per andare dentro un’esecuzione intensa, forte e fluida. Lei danza con una tensione e una morbidezza continue che non si arrestano mai, il suo movimento non ha pause.

Lui funge d’appoggio affinché lei scriva l’impossibile che non si può fissare ma solo intravedere.

Quando sta per finire i danzatori indietreggiano e spariscono nel fondo, escono dalla luce, unico elemento scenografico, lasciando forte l’impressione di essere entrati un po’ anche noi in quella bolla, nella cellula in cui l’aria sembra non esserci.

Alla fine arriva l’implosione dell’applauso e la bolla si rompe. I danzatori possono tornare ad abitare la luce, ma ormai è un altro tempo, è il tempo degli applausi, applausi, per altro, meritatissimi.

È a questo punto, solo a questo punto, che possono respirare, devono farlo.

L’incanto, come la tensione, si sono rotti, i danzatori possono tornare a sollevare il torace, ad aprire la bocca, non possono non farlo.

Andate a cercare Petite Mort su youtube, nell’esecuzione su indicata… oso dirvi che non sarà tempo sprecato.