«L’Un-corpo – dice praticamente Lacan sebbene non utilizzi questo vocabolo – è la sola consistenza del parlessere […]. Si capisce che si tratta di quello che l’essere umano deve portare in analisi. Dopotutto, se fosse solamente la parola a essere chiamata in causa, allora non si capirebbe perché il telefono o internet non siano mezzi appropriati. L’esperienza analitica impone di dare al corpo una funzione più rilevante rispetto a quella che gli viene assegnata in una psicoanalisi pensata a partire dal simbolico.»
Jacques-Alain Miller, Il rovescio di Lacan, in “La psicoanalisi”, 61, p. 17.

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Omar Battisti

Sommario

Rete Lacan n°8 – 13 aprile 2020

Editoriale – Sulla vita

Laura Storti
Responsabile Rete Lacan

È trascorso un mese da quando il Presidente del Consiglio Conte ha firmato il primo Decreto con il quale si limitavano gli spostamenti da e verso i territori più colpiti dal COVID-19 (l’intera regione Lombardia e le popolose province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio nell’Emilia, Rimini, Pesaro e Urbino, Alessandria, Asti, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli, Padova, Treviso e Venezia). Un provvedimento che stabiliva inoltre ulteriori restrizioni per l’intero Paese, ad esempio la chiusura delle scuole, delle università e di ogni altro luogo di insegnamento. Alle prime disposizioni adottate a partire dalla notte dell’8 marzo ne sono susseguite altre, sempre più restrittive, che ci hanno costretti a casa, imponendoci un isolamento forzato e con esso l’interruzione delle attività di Scuola e della pratica analitica.

Qualcosa d’inaspettato e di sconosciuto ha sconvolto le nostre esistenze e ci ha gettati in una condizione di tempo sospeso e al tempo stesso precipitato.

Immediata è sorta l’esigenza di tessere un filo affinché potesse continuare a mantenere aperto il dialogo all’interno della SLP e con le altre Scuole del Campo freudiano. All’inizio con la sensazione di essere l’Italia, unica nel mondo occidentale, ad affrontare la pandemia, ma presto rendendoci conto che il flagello si diffondeva e impattava ben oltre i nostri confini.

È tempo di Pasqua e secondo l’accezione biblica sappiamo che i flagelli o le piaghe anticipano l’Esodo, ovvero l’uscita. Anche se l’uscita dall’isolamento o comunque dal tunnel in cui ci ha gettato il coronavirus non sembra ancora così prossima, si cominciano a ipotizzare misure meno severe. Ma altro tempo ancora dovremo attendere prima di poterci incontrare in presenza: con i corpi.

In questo tempo gli oggetti che la tecnologia mette a disposizione ci permettono di comunicare attraverso telefoni, video e piattaforme online.  L’immagine e la voce ci connettono in queste modalità virtuali e servono sicuramente a rompere l’isolamento, e forse a tenere a bada l’angoscia. Sebbene sia per noi decisamente importante ricordare come per Lacan la sola cosa che ci permette di “sopravvivere al reale” è la psicoanalisi.

L’esigenza appare dunque, più che mai quella di tornare, di ritornare ai fondamenti della nostra pratica analitica.

Auguri a ciascuna e ciascuno.

La seduta analitica1

Jacques-Alain Miller

1. La seduta dall’esterno

La seduta analitica si presenta come un appuntamento, e mi per­metterete di divertirmi considerando la seduta analitica dall’esterno.

Due corpi occupano lo stesso spazio durante un lasso di tempo, stanno vicini nello spazio per una certa durata. Si potrebbe dire che quando uno manca all’appuntamento non c’è seduta analitica, ma è approssimativo. Quando è l’analizzante che manca c’è seduta analiti­ca, dal momento che la paga.

Questo appuntamento riguarda due mobili nella misura in cui l’a­nalista, anche lui, si può spostare, andare e venire, non essere là. Anche lui è tenuto all’appuntamento. Solamente che i due mobili non sono animati da un movimento reciproco.

Una dissimmetria sembra essere necessaria in questo appunta­mento poiché è sempre l’uno che va dall’altro, e questo altro, l’anali­sta, prende la forma del motore immobile, vale a dire che induce l’al­tro a muoversi e a venire.

L’imperativo «Vieni»

Un imperativo in atto, preliminare a ogni altro, è «Vieni». Quando non si viene, quando ci si scusa di non essere venuti, il blabla dell’analista si riduce sempre a: «Vieni», «Quando vieni? » è la chiave. Questo imperativo «Vieni» è preliminare a: «Parla», «Dimmi tutto», «Dimmi tutto quello che ti passa per la testa», «Dimmi quello che vuoi», «Dimmi la verità e il resto». Tutti questi imperativi non hanno senso che sullo sfondo di una risposta all’im­perativo «Vieni», «Vieni da me».

Se si volesse fare la genealogia di quella che si chiama la posizio­ne analitica, bisognerebbe cercarla dal lato dell’albero o della pietra, del luogo sacro che motiva una cerimonia che deve svolgersi lì, non altrove, presso l’albero, la pietra, in questo perimetro. Capita proba­bilmente che l’analista si sposti dalle parti dell’analizzante: l’analiz­zante è malato, soffre a livello del suo corpo, è nelle mani dei medi­ci, non può muoversi. Può accadere che l’analista dimostri che anche lui è mobile, e che si rechi dall’altro. Questo spostamento è eccezio­nale ed evidentemente carico di una significazione di compassione di cui occorre calcolare l’incidenza nella cura. La compassione, come si sa, può virare nella persecuzione.

Di regola, l’analista non si sposta dal luogo stesso della seduta ana­litica. E in questa direzione che sono state inventate un certo numero di proibizioni che lo standard – quello che si è chiamato così in psi­coanalisi – fa pesare sugli spostamenti dell’analista. Non si è potuto formulare la proibizione: «L’analizzante non dovrà mai vederti fuori dal tuo studio». Incontrare l’analista fuori dal suo spazio, verificare che è mobile, che ha i suoi interessi, che si anima fuori dal luogo in cui fa l’albero e la pietra sarebbe un ostacolo al proseguimento della cura.

È in questa prospettiva che si è sviluppato per l’analista un idea­le dì immobilità che è stato esteso alla sua persona, agli stessi tratti del suo viso, come se si trattasse di un modo essenziale di sottrarre l’analista al movimento. Se n’è fatto in questa prospettiva un essere impassibile. È il modello vegetale dell’analista, e ciò può anche arri­vare fino alla sua mineralizzazione, il cui progresso è talvolta sensibi­le nella sua persona.

Il fenomeno lacaniano

La seduta analitica è suscettibile di una descrizione fisica. Che dire? Che l’analista ha una forza d’attrazione, che fa gravitare dei corpi verso di lui. Non c’è che un passo dal dire che l’analista è un’attrazione. È ciò che aveva, suppongo, portato Lacan ad accetta­re di presentarsi sotto il titolo di “fenomeno lacaniano”.

[…]

Se si fa una descrizione tutta esteriore della seduta analitica, si constata che il corso della vita di qualcuno è interrotto periodicamente da questo spostamento presso l’analista. Questo spostamento impli­ca per se stesso la rinuncia ad altre attività, provoca un disturbo nella vita corrente e, per ciò stesso, attribuisce un valore a questo incontro.

Se si rappresenta il tempo con un vettore, vi si possono situare dei lassi di tempo successivi consacrati a questo appuntamento.

[…]

2. La seduta dall’interno

Uno sdoppiamento temporale

Tentiamo adesso una descrizione più interna della seduta. I due lì presenti non rispondono allo stesso tempo. La seduta è la sede di uno sdoppiamento temporale.

L’analizzante è lasciato a un tempo soggettivo, a un tempo tutto affettivo, che è il suo tempo singolare, mentre l’analista – va da sé in questa definizione – è fuori da questo tempo.

L’analista resta nel tempo obiettivo, nel tempo comune. È quello che gli prescrive lo standard che comporta che l’analista sia quello che dice, quando i 55, i 50, i 45, i 35 minuti sono passati: «II tempo è pas­sato», «II vostro tempo è scaduto». Non è prigioniero del tempo sog­gettivo dell’analizzante. È in qualche modo la voce dell’orologio. L’a­nalista non vive nel tempo dell’analizzante. È coordinato con il tempo comune, da cui l’analizzante è sottratto durante il lasso della seduta.

[…]

Va da sé che non ci soddisfa questa differenza sommaria tra il soggettivo e l’oggettivo, ma che usiamo tuttavia per introdurre, con poco, la nozione che il tempo non è cosa semplice e che è suscettibi­le di sdoppiarsi. Ma lo apprendiamo da una descrizione elementare, se non lo abbiamo già appreso dalle impasse e dai paradossi della filo­sofia riguardanti il tempo.

Consideriamo tuttavia più da vicino ciò di cui si tratta in quello che abbiamo chiamato sommariamente il tempo soggettivo dell’ana­lizzante.

La seduta analitica è organizzata per ritagliare, nel conti­nuum temporale, un tempo veramente speciale nei riguardi dell’ana­lizzante. È un tempo speciale nel quale non accade niente, è un lasso privo di avvenimenti esterni. Si producono sempre degli avvenimenti esterni: si sente una sirena, il telefono squilla, ma questi eventi esterni sono in qualche modo messi tra parentesi. Il tempo della seduta, dal lato dell’analizzante, è un tempo in cui non deve accadere niente. […]

Traduzione di Massimo Termini

[1] J.-A. Miller, Les us du laps, L’orientatìon lacanienne. Corso tenuto al Dipartimento di Psicoanalisi dell’Università di Parigi VIII nell’a.a. 1999-2000, lezione del 15 marzo 2000. Il testo, stabilito da Catherine Bonningue e Bernard Cremniter, è stato pubblicato su “La Cause freudienne”, 46, 2001, pp.7-15.
La presente traduzione è pubblicata in “La Psicoanalisi”, 29, 2001, Roma, Astrolabio, pp.14-28.

Tele-seduta*

Esthela Solano
Membro AME ECF e AMP – Parigi – 06/04/2020

Siamo tutti confinati. Per il momento questo si coniuga al presente, non senza una sorta di strana atemporalità. SARSCoV-2 è il virus responsabile della malattia COVID-19 dotato di un potere letale sui corpi dei parlanti. Per questo, attraverso l’infezione, lo statuto del loro essere è passibile di cambiare, diventando allora “degli esseri malati”. Il COVID-19 ha scavato un buco planetario che sconvolge tutti i livelli dell’organizzazione sociale.

Questi livelli sono molteplici, e ciascuno merita di essere considerato, ma la conseguenza più eminente è l’isolamento dei corpi che si è imposto.

Tuttavia, grazie all’estensione planetaria di internet che generalizza le tecnologie informatiche, la presenza virtuale in tempo reale è venuta ad alleviare gli uni e gli altri dal senso opprimente di solitudine in questo tempo di isolamento.

Questa possibilità deriva, secondo Lacan, dall’operazione del discorso della scienza che, servendosi del significante numerico ha fatto discendere dalla volta celeste una serie di oggetti, di apparecchi e di aggeggi che oggi popolano il nostro quotidiano. Nota che, tramite il discorso della scienza, il reale si è messo a brulicare in un modo incredibile, e questo mediante degli apparecchi che ci schiacciano e ci dominano. Ritiene allora che l’analisi sia la sola cosa che possa permetterci di “sopravvivere al reale”1. E questo grazie alla funzione della lalingua, il cui filo ci apre la via per leggere la traccia di un altro sapere, quello dell’inconscio. Notiamo che questa affermazione di Lacan è enunciata molto prima che sorgessero gli oggetti che attrezzano i corpi degli esseri parlanti nel XXI secolo.

Il confinamento necessario ha introdotto forzatamente la sospensione della pratica psicoanalitica. Fatto inedito sino ad ora. La seduta analitica sotto le specie dell’incontro dei corpi ormai non può più aver luogo.

Non importa! Se non possiamo incontrarci materialmente per una seduta d’analisi, pratichiamo la tele-seduta, alla stregua della direttiva ricevuta di restare a casa e di praticare il telelavoro. Durante il confinamento ci si connette maggiormente. È una vera e propria infatuazione, in cui ci si invischia sino all’intasamento.

Grazie ai gadgets si può avere la presenza virtuale dell’analista a casa propria, e parlargli. Se questo rimedio s’impone in circostanze eccezionali, ciò significa forse che è una seduta d’analisi? «Vedersi e parlarsi non fa una seduta analitica» dice Jacques-Alain Miller, perciò è «necessaria la compresenza in carne e ossa»2.

E questo tanto più che il concetto di parlessere traduce che «l’inconscio rileva dal corpo parlante»3, a differenza del soggetto dell’inconscio che rileva «dal logico puro»4. L’uomo ha un corpo e parla con il suo corpo, strumento della parola: «La parola colpisce questo corpo che ne è il suo emittente […] sotto forma di fenomeni di risonanza e di eco»5. Il corpo si gode degli effetti traccianti de lalingua che lo affettano, di cui il sinthomo, in quanto evento testimonia.

Di contro, il corpo dell’analista nella seduta analitica è lo strumento di un discorso senza parole, che dà corpo all’atto analitico e che condensa nel sembiante il godimento fuori senso dell’analizzante.

Da quello che precede, possiamo supporre che il dispositivo della tele-seduta, in cui i corpi sono ridotti alla loro immagine tramite uno schermo, è condannato all’impotenza di fronte all’impossibile.

Questa tesi merita di essere sottoposta alla prova del reale.

Resta il fatto che l’epidemia del COVID-19 ha scatenato l’epidemia della tele-seduta e del tele-consulto. Può darsi che la pandemia abbia così legalizzato e dato senso a una pratica già in corso, rendendola normale.

Sono per questo tecnofoba? Essendo guidata dall’etica delle conseguenze, la mia questione concerne l’avvenire della psicoanalisi.

Se la furia cibernetica ha il sopravvento, preferisco essere eretica, cioè «scegliere per quale via prendere la verità»6. Questa scelta è la scelta di non elidere il corpo a corpo della seduta analitica, di resistere allo svuotamento della sua sostanza moteriale, alfine di contrastare la trasformazione dei corpi in carne e ossa in corpi gloriosi. È la scelta di non far passare la psicoanalisi al rango di una pratica qualunque, perché pratica di massa.

Traduzione: Adele Succetti

* Testo pubblicato in francese su https://www.hebdo-blog.fr/tele-seance/ il 6 aprile scorso.

[1] J. Lacan, Conferenza data al Centro culturale francese, in Lacan in Italia 1953-1978. En Italie Lacan, Milano, La Salamandra, 1978, p. 106.

[2] J.-A. Miller, XXI secolo – prossima la mondializzazione dei lettini? Verso il corpo portatile, disponibile su: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n5-30-marzo-2020/

[3] J.- A. Miller, Habeas corpus, in “La Psicoanalisi”, 60, Roma, Astrolabio, 2016, p. 27.

[4] J. Lacan, Quarta di copertina, Scritti, Torino, Einaudi, 2002.

[5] J.- A. Miller, Habeas corpus, op.cit.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, p.13.

L’eventualità della morte e la guerra No-limits all’ombra del coronavirus

Emilia Cece
Membro AME SLP e AMP – Napoli – 07/04/2020

Con una impensabile rapidità, il mondo intero è andato in frantumi. Non una rivoluzione, non una guerra civile ma un codice virale, mette a nudo la fragilità strutturale delle faccende umane e ognuno di noi di fronte all’impotenza, all’incompetenza, alla povertà morale.

Nessuna strategia di uscita da questo flagello ne lascia intravedere ancora una fine. Il lock-down, se ha consentito ancora a qualcuno di non lasciarci la pelle, ha innescato un crollo economico finanziario senza pari mettendo i governi, i Paesi, le multinazionali, di fronte all’enigma: la borsa o la vita?

Diversi gli stili strategici di approccio a tale quesito che rispecchiano gli stili culturali, l’etica ed il modo di intendere il concetto di collettivo e le priorità nazionali.

Possiamo sintetizzare le diverse posizioni in due filoni1:

Resistenza passiva al contagio che non viene contrastato con probabili perdite umane ma limitate perdite finanziarie.

Contrasto e contenimento del contagio con costi devastanti e probabile contenimento delle perdite umane.

Entrambi gli approcci non sono stati in grado di corrispondere le aspettative e il sacrificio dimostra di superare qualsiasi calcolo costo/beneficio.

Ma perché il codice virale dimostra di fronte al calcolo tutta la sua incontenibilità, perché sfugge al calcolo e alla previsione? Non per sua natura.

Per quanto metta allo scoperto, infatti, quanto sia fallimentare il contenimento del reale da parte della Scienza moderna, quello che fa saltare ogni algoritmo, è il panico dello stratega e la sua maggiore o minore attitudine alla guerra che si appresta a combattere.

La guerra, non è contro il virus, ma è generata dagli effetti che l’evento virus produce inevitabilmente a cascata: perdita di fiducia e di coesione sociale, contrattacchi politici, proliferazione delle rivendicazioni sociali, oltre alle già citate perdite umane e finanziarie.

La guerra si combatte dietro il fronte del virus, guerra emergente e non guerra per l’emergenza. Per questo possiamo prepararci al peggio.

Il Manuale di Sun Tzu2 sulle più opportune strategie belliche, insegna che le vie che conducono al successo in battaglia sono tre:

Sapere quando si può o non si può combattere,

Conoscere le proprie forze esigue o imponenti che siano,

Saper infondere uguali propositi in chi combatte, tra i superiori e gli inferiori.

A nostro sfavore, per quanto concerne l’incerta scelta italiana, quindi hanno giocato: le tradizioni di famiglia, l’affiliazione alla tradizione cattolica, la scarsa propensione al sacrificio personale anche se fatto per il bene comune. Ma siamo fatti così, pronti a sorridere e a cantare, ad abbracciare gli amici, al brindisi, a tornare a casa nel momento del dolore in cerca dei propri cari.

Il virus appare in tutta la sua innocenza come l’enigma che pone di fronte al panico il governo delle tradizioni, l’impensabilità del cambiamento ancor più di fronte all’impensabile eventualità della morte.

Questo virus non ha un volto nuovo, mostra il più morboso attaccamento alla vita consueta che emerge proprio quando sentiamo che la si potrebbe perdere, mette in mostra l’economia del desiderio che ritorna nella trasgressione e punta il dito all’egoismo dell’accumulo nel momento preciso della perdita.

È un virus che incentiva con ricompense ma castiga, per dirla con Freud3, mostrando i limiti dell’economia degli istinti e delle tendenze alla civilizzazione necessariamente fondate, al contrario, sull’esistenza dei limiti.

Il virus No-limits, dunque, ha innescato una guerra No-limits che coinvolgendo tutti gli oggetti e i mezzi di produzione del mondo globale, implicherà una totale revisione dei legami perché ne ha già modificato la struttura rendendola più volatile, incerta, contingente.

Il tema virus così, intreccia inevitabilmente temi economici ed implicazioni singolari già più volte affrontate nella nostra Scuola di Psicoanalisi nel nostro impegno di applicazione alla politica. Tali argomenti, che collocano nell’irrappresentabilità della morte le costruzioni particolari, dovranno accompagnarci nel cambiamento richiesto alla nostra pratica poiché una guerra No-limits coinvolge ognuno: gli Stati, i Paesi, le valute, le professioni, le relazioni personali, con un effetto a cascata che implicherà l’ovvia conseguenza di una ricaduta dei costi top-down.

Mario Draghi, nella sua lettera del 25/3/2020 al Financial Times, ammette: «Ogni esitazione ci costerà cara, molto cara…. Da questa guerra si uscirà solo con uno sforzo comune»4.

È appunto il concetto di “collettivo” che paradossalmente, è messo in questione oggi.

La psicoanalisi sola, può rispondere della difficoltà del soggetto di intraprendere il suo percorso di fronte all’enigma. Tra carri armati e militari che sorvegliano le nostre strade nella guerra contro la mancanza di una Vision sul futuro, la psicoanalisi sola può sorvegliare affinché non si ceda alle pressioni e agli imperativi super egoici del godimento.

Ci accompagni, come monito, la lettura de Il sorriso della sfinge di I. Bachmann: «C’è un’epoca in cui tutti i governanti si sentono minacciati […] non dal basso, dal loro popolo, ma dall’alto, da richieste ed ordini non detti che credono di dover seguire e non conoscono»5.

All’ombra enigmatica di Domande dell’Altro, incomprensibili e che non si possono conoscere, se i sovrani spesso si fanno cogliere dall’intenzione di dispiegare apparati e macchine organizzative, sanitarie o no, ma comunque al servizio della Scienza, che potrebbero rivelarsi fallimentari e, nel peggio, vere e proprie macchine per la morte, la psicoanalisi può rispondere dei legami implicati in un bilanciamento di discorso ispirato dall’etica per un pochino di piacere per ognuno.

E per raggiungere questo appostamento, per vincere dunque questa guerra, non sarà necessario scovare un luogo speciale, ma ognuno deve essere pronto a occuparne la postazione lì dove si trova, nel suo posto qualsiasi, in un’ora qualsiasi.

[1] Buffagni R. I due stili strategici di gestione dell’epidemia a confronto, https://italiaeilmondo.com

[2] Sun Tzu Sun Pin. L’arte della guerra, Beatbestseller, 1999  ISBN 8865596783.

[3] S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte (1915), in Opere, Torino, Boringhieri, 1994.

[4] M. Draghi, We face a war against coronavirus and must mobilise accordingly, in Financial Times, del  25/3/2020.

[5] I. Bachmann, Il sorriso della sfinge, racconti, Lingue, Cronopio, Napoli 1999.

Coronavirus, anziani e biopolitica*

Manuel Fernández Blanco
Membro AME ELP e AMP – A Coruña – 27/03/2020

Quando si danno le cifre dei deceduti come conseguenza dell’infezione da coronavirus si puntualizza sempre che la maggioranza di coloro che non sopravvivono alla malattia sono persone anziane e con patologie precedenti. Si suppone che questo tipo di comunicazione punti a calmare la maggioranza, anche a costo di una maggior angoscia dei nostri anziani. È come se ci dicessero: “Può essere contento, se lei non è ancora in un’età molto avanzata, è nella squadra dei superstiti”. I nostri anziani ormai si vedono, molto spesso, come un peso nelle vite agitate dei loro familiari. I messaggi che stanno circolando durante questa crisi sanitaria possono rafforzare il loro sentimento di essere decaduti e prescindibili, e che la loro morte non è così preoccupante perché “ormai hanno vissuto”. Sentono che, se le risorse sanitarie non permetteranno di rispondere al massimo livello per tutti, si realizzerà una selezione dei corpi per età, patologie pregresse, speranza di vita, qualità di vita e anche “valore sociale”. Indipendentemente dal fatto che la qualità di vita è molto più difficile da misurare della temperatura, soprattutto se non si ascolta il desiderio del paziente, l’introduzione del concetto del valore sociale di una vita non smette di avere risonanze eugenetiche. Come ascolteranno queste notizie il milione di ottantenni che vivono da soli in Spagna?

Questa crisi ha messo in primo piano una biopolitica della gestione dei corpi e del legame sociale. Nella strategia di comunicazione delle autorità non si smette di insistere sul fatto che la cosiddetta “terza età” è la popolazione più vulnerabile. Tuttavia, le misure di protezione per gli anziani ricoverati nelle residenze per anziani, e per il personale che in modo tanto encomiabile li cura nelle attuali circostanze, sono state implementate con rigore solo da quando la cifra dei morti – in alcune di queste residenze – ha impedito di girarsi dall’altra parte.

Pare che i nostri anziani si siano resi visibili solo a partire dalla morte. Morte che ha rivelato la loro situazione di sconforto. Molti dei nostri anziani devono far fronte alla malattia, e alla minaccia di morte, in una situazione di solitudine. L’imprescindibile misura di vietare o limitare le visite, tanto nelle residenze come negli ospedali, non colpisce soltanto i contagiati dal coronavirus. Da quando si è scatenata la crisi COVID-19 pare che nessuno ormai muoia di altra cosa. Ma non è così, continuano a esistere malati di altre patologie in situazione grave o terminale. Tutti loro affrontano la propria situazione in una solitudine maggiore. Questa solitudine è una fonte di angoscia aggiuntiva, per loro e per i loro familiari. L’impossibilità, o la limitazione importante, del contatto ostacola l’effetto balsamico che ha sul malato la parola delle persone prossime; in aggiunta a ciò, quando il recupero è impossibile, la necessità di salutarsi senza riuscire a dirsi una parola o a stringersi la mano, rende difficile elaborare il lutto. Lutto che, di questi tempi, non può contare nemmeno sul supporto di celebrare in modo adeguato i riti funebri. Non riuscire a condividere ed esternalizzare il dolore, in presenza di familiari e amici, impedisce che la compagnia dei cari possa alleggerire la sofferenza della perdita.

Di fronte a questa situazione c’è solo da servirsi al massimo, quando questo sia fattibile, delle possibilità tecniche della comunicazione non presenziale perché, almeno, ci resti la parola.

Traduzione di Florencia Medici

* Pubblicato in:
https://www.lavozdegalicia.es/noticia/opinion/2020/03/27/span-langglcoronavirus-ancianos-biopolitica-span/0003_202003E27P56991.htm

Paura e Covid-19

Alberto Turolla
Membro AME SLP e AMP – Padova – 05/04/2020

Il mio amico sociologo, coautore del nostro Che paura!?1 usa il termine paurologo per definirci in funzione del nostro lavoro comune. In questo particolare momento lo adotto per trattare della paura in relazione al Covid-19, anche se non è il solo riferimento in cui la paura viene evocata in ogni istante e in diversi ambiti. Mi permetto quindi di fare delle riflessioni a partire dal sia pur limitato osservatorio, come è sempre quello di un praticante la psicoanalisi, autorizzandosi, oggi tanto più, in ogni possibile situazione.

Quello che ascolto e tanto più in questi giorni, in presenza del Covid-19, per ora, come ha ricordato, José Ubieto nel terzo numero di Rete Lacan – è lo sforzo di simbolizzare questo reale che diventa così in parte sostenibile. Fa un salto, un po’ come il virus di cui si tratta2, divenendo realtà, proprio per il fatto di essere almeno nominato e, con un nome che permette persino di fare dell’umorismo – Coronavirus: sua maestà il virus.

Operazione inversa rispetto a quanto J.-A. Miller sottolinea a proposito dell’angoscia come la presenta Lacan nel Seminario X: «Lo dice molto in fretta, ma è certo che quello che egli chiama angoscia è ciò che connota il passaggio dalla realtà al reale, l’attraversamento della realtà nel senso del reale, e che l’angoscia è correlativa a un venir meno del significante»3.

Questo passaggio del e dal reale ha, in alcuni “casi”, addirittura favorito l’interrogarsi in modo più articolato sulle proprie costruzioni e sul proprio virus. Sarà per questo che un buon numero delle persone che vedo, sottolineo in analisi, hanno chiesto di non interrompere, tranne alcune che vengono da fuori provincia e devono affrontare un viaggio che espone di più, in ogni senso. Nessuno comunque ha pensato a Skype o ad altre forme di comunicazione, pure se a qualcuno l’ho proposto io stesso, valutando la fattibilità per quel particolare soggetto, piuttosto che una sospensione forzata.

Più in generale, avendo presente i proclami televisivi e non solo, nessuno, giustamente, si è sentito in guerra, se non con sé stesso, e proprio a partire dalla tanto proclamata e dichiarata paura. Infatti il virus non è “il nemico”, non combatte contro di noi, e a quanto ci viene detto e sottolineato si tratterà di convivere con esso, come con altri, ri-conoscendolo. Ma la paura, evocata, che pure serpeggia, anche in questo caso, non è un’emozione semplice, vi sono mille componenti e non solo sfumature e differenze che già Freud in parte enumerava: timore, spavento, panico, da distinguersi da quell’affetto che non inganna che è l’angoscia4.
Timore, spavento, panico che possono trasformarsi in rabbia, in terrore, con la privazione della libertà per sé e per gli altri, dai risvolti politici che già non mancano, ed è anche per questo che lo psicoanalista non può non essere presente.
Tornando al virus se non è già una forma di vita, come alcuni biologi dicono, viene quantomeno ad essere rappresentante di quanto possiamo rappresentarci della vita nel suo essere in continuità con la morte, della quale non esiste rappresentazione, ma può consentire un lavoro, come Freud ha chiamato il lutto, ed è a questo che siamo chiamati più in generale, dato che il pericolo  che si annuncia è quello di  un altro salto, quello che porta alla malinconia che sappiamo non essere in linea diretta con il lutto.

In questo momento si avverte sempre più la presenza di quel vel da Lacan definito alienante e che esemplifica con la borsa o la vita, implicita evoluzione degli effetti del Covid-19, che rende molto attuale anche il rimando a Hegel sul quale Lacan poggia non solo la denominazione del vel alienante, ma anche ciò che chiama fattore letale5.

[1]  F. Tartaglia, A. Turolla  Che Paura!?, Roma, Aracne editrice, 2012.

[2] Spillover è il termine che indica il salto di specie di un patogeno.

[3] J.-A. Miller, L’Angoscia, Introduzione al Seminario X di J. Lacan, Macerata, Quodlibet Studio, 2006, p.28.

[4] Cfr. S. Freud, Al di là del principio del piacere, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977, p.199.

[5] J. Lacan Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 1979, pp.216-17.

Altro che vieni, Altro che vai. Invenzioni ai tempi della pandemia

Maurizio Montanari
Partecipante SLP – Modena – 29/03/2020

«Lei mi garantisca di non ammalarsi. Io tornerò». Questo mi scrive un ragazzo bloccato dai militari fuori le mura di Modena, frase che condensa la necessità e il desiderio che il luogo nel quale il suo sinthomo ha preso forma e lo ha sostenuto dopo uno scatenamento post-lauream, resista alla pandemia. È in quello studio che la sua invenzione è stata “brevettata”, e il custode del suo atelier non può disabitarlo, non bastandogli ancora il riconoscimento sociale. Ci sono poi i soggetti con forti tratti paranoici, spiccata tendenza al passaggio all’atto suicidario tra coloro i quali risentono maggiormente dell’isolamento forzato. Per molti di essi lo studio era il luogo nel quale stemperare e diluire, nella parola, persecutori che si nutrivano del silenzio. Il rischio del distacco forzato dalle sedute è, per alcuni, quello di riportare la barra dell’attenzione sull’orizzonte infettivo, catalizzando i timori su di un unico grande nemico, il virus, laddove il lavoro di parola era agli inizi e non ancor ben rodato. Quel virus sbucato di colpo senza storia e causa come la fiamma nella neve di Tchekhov  descritta da Lacan nel Seminario X. «Certo che non mi ammalerò», frase risibile in altri contesti, solidifica in questo caso le fondamenta di quel plinto del quale essi necessitano. Nel film Habemus Papam il neo pontefice mostra chiari segnali di rinuncia al soglio di Pietro. Nella diplomazia vaticana regna l’incertezza, la comunità dei credenti mostra segnali di disgregazione. Il portavoce Raijski intuisce il pericolo e vi sopperisce con un figurante, una guardia svizzera che passeggia nei papali appartamenti, ostentando una sagoma che placa la folla e ne impedisce lo sgretolamento.

Affare diverso per soggetti con forti venature perverse i quali oggi incontrano la durezza di quella legge sfidando la quale avevano rischiato il crollo sotto il peso degli eccessi di godimento. Giunti in studio per mettere un limite alla caduta, senza mai desiderare un cambiamento della loro condotta, vedono la lex brutale rinchiuderli in casa ostacolandone l’accesso alle droghe o ai luoghi all’azzardo clandestino. La porosità della legge aveva consentito loro di sfidarla, rinnegandola e deridendola, sottolineandone al contempo l’importanza. Oggi che i pori sono stati chiusi, e la lex diventa dispotica, segregando anche i dispensatori di sostanze e gli allestitori di tavoli verdi, costoro mostrano la rabbia esplosiva di chi ha perso ogni margine di sfida.

E fuori le mura dello studio? Là fuori, specie nei social, le luci della ribalta illuminano le gesta di individui votati alla passione del controllo altrui, da sempre in cerca di un padrone al quale appaltare i loro servigi. Tale fenomeno si impose nella sua evidenza quando esplose il fenomeno del ‘terrorismo religioso’, laddove la stragrande maggioranza di questi violenti assassini era tale anche prima di incontrare questa o quella fede alla quale affidare una antica e innata predisposizione alla sopraffazione, tesa a far vibrare l’altro con le corde dell’angoscia. In quel caso il significante totipotente era l’ISIS, e l’ISIS era il male. Oggi, dietro e dentro a un significante ben più nobile e giusto, arrestare la pandemia, si nasconde ben alloggiata la passione scopica di tanti ligi ausiliari tesi a scrutare con odio le esistenze degli altri, per lo più fatte di quel flusso vitale non addomesticabile che suscita in essi livida rabbia e desideri segregativi. Una rabbia che nel corso della vita quotidiana devono tacere, perché nel biasimare un ciclista o un podista che si allena, non sortirebbero altro effetto se non quello di risultare sgradevoli e malmostosi. Ma oggi, che l’Altro ha fornito loro un effige dietro la quale paludarsi, questi neo guardiani del bene possono sbucare fuori e offrire la loro prestazione. Ecco dunque la natura intrinseca di quel gruppo di dieci, venti uomini del sottosuolo che infestano le piazze virtuali con foto rubate a corridori, uomini col cane, maratoneti con le cuffie. Si passano le segnalazioni e si rimbalzano le loro foto in un godimento infinto e vertiginoso, liberi finalmente di svuotare tutto il contenuto del tablet, gonfio di istantanee di gente viva che prima non sopportavano in un orizzonte di delazione di massa che ricorda gli scenari di Philip Dick. E così, in questo lungo periodo di cenere, trascorrono le loro  giornate dietro la tendina, col fido telefono in cerca di prede da sorvegliare e punire, in una lussuriosa caccia al deviante. In ultimo, nel tempo vuoto passato con mia figlia, oltre ai compiti e all’impasto del pane, mi accorgo dell’urgenza di trasmetterle un lessico antico: epidemia, virus. Quarantena. Residui di un linguaggio bellico che mai avrei pensato di dover reinventare.

La dura realtà

Giuseppe Salzillo
Membro SLP e AMP – Milano – 17/03/2020

Oggi, più di ieri, sento la responsabilità di accogliere la sofferenza che dilaga in un momento così difficile. Il compito di uno psicoanalista non è quello di guidare il paziente ma quello di sostenerlo nell’essere lui stesso a scegliere e a farlo da persona libera. Tuttavia, in questi giorni faccio i conti con quella che Freud chiamava «incapacità di adattarsi alla dura realtà, all’Άνάγκη»1. È una incapacità che osservo prima in me stesso ma anche nei miei pazienti.

C’è una necessità che domina la vita, «severa educatrice»2, che esige da noi l’accettazione di condizioni difficili, non desiderate, come quella che oggi viviamo a causa del covid19.

Che il lavoro vada a gonfie vele, che i nostri cari non si ammalino, che il nostro amore venga ricambiato, che la povertà non ci bussi alla porta, che non succeda niente di doloroso. É questo ciò che la maggior parte di noi si augura. È l’ideale.

Il dramma di vivere una condizione sospesa tra l’essere e l’esistere, tra le idee, gli ideali e ciò che attraversiamo come individui calati nell’esistenza, oggi diventa tragedia.

C’è una differenza importante tra esistere ed essere. L’esistenza dovrebbe essere subordinata all’essere, l’esistere rappresenta il modo contingente di manifestarsi dell’essere. L’esistenza è ciò che accade, ma ciò che oggi accade fa tremare il nostro essere, prende quasi il sopravvento su di esso.

Ci sentiamo attratti dal “mondo iperuranico” delle idee, dal linguaggio, dalle cose dotate di senso, dalle parole che usiamo per parlare di noi stessi e del mondo. Tutto questo oggi si scontra ferocemente con quello che stiamo attraversando nella contingenza del divenire: la morte, la malattia, le perdite. Non è più una catastrofe nevrotica, è la dura realtà.

Siamo sospesi tra l’ideale di ciò che potremmo, dovremmo e pretendiamo di essere e ciò che siamo oggi, nella contingenza che la vita ci impone.

Non c’è un registro per il contingente. Il contingente è ciò che non si lascia scrivere, è ciò che accade, a posteriori, non possiamo saperlo prima, non c’è garanzia di poterlo conoscere in anticipo. Chiunque di noi ha fatto esperienza di una perdita: il lavoro, una persona cara, l’amore, la salute, un fallimento. Accade. E spesso non ci possiamo fare niente. Non ci resta che accettarlo.

C’è in noi la tendenza naturale a esigere che il mondo vada così come vorremmo e l’incapacità di rappresentarci uno scenario alternativo a quello prefigurato crea la credenza di insopportabilità. Oggi dobbiamo sopportare. Accettare di rinunciare, di sacrificare anche il nostro desiderio.

Il terrore della catastrofe è simile a quello che Cartesio ha provato dopo aver reso tutto il mondo una rappresentazione dell’uomo, ha dovuto cioè di nuovo affidarsi al significante “Dio” per poter connettere l’indicibile del reale con la nostra rappresentazione di esso3.

Noi, grazie a Freud e Lacan, andiamo più in là, andiamo verso il reale, verso il non-assimilabile, verso l’esistenza, senza indietreggiare.

Lo scenario della catastrofe di oggi rende tutto imperscrutabile, imprevedibile, indifferenziato, privo di senso, irrappresentabile. É ciò che accolgo nei pazienti che continuo a sostenere anche online. É ciò che io stesso, in parte, sto vivendo. Tuttavia, il fatto di non riuscire a rappresentarmi il futuro, non significa necessariamente che questo sarà insopportabile. Se sarà insopportabile lo sapremo a posteriori. Oggi è mio dovere sopportare quello che succede e sorreggere i miei pazienti in difficoltà.

[1] S. Freud, Perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi, in Opere, vol. 9, Torino, Boringhieri, p.41.

[2] S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi – Lezione 22: aspetti dello sviluppo e della regressione; etiologia,in  Opere, vol. 8, Torino, Boringhieri, p.511.

[3] Cfr. J. A. Miller, L’Essere e l’Uno, in “La Psicoanalisi”, 51, 2012, Roma, Astrolabio, pp.230-232.

L’ondata pandemica come cambio di discorso

Kepa Torrealdai Txertudi
Partecipante dell’Antena Clinica di Bilbao – 31/03/2020

Alla data di oggi solamente la Cina e la Corea del Sud paiono aver fermato l’aumento esponenziale della curva di contagio, che tuttavia continua a salire continuamente. Nel resto del mondo non si è arrivati al picco e in paesi come gli Stati Uniti siamo appena all’inizio. Si tratta di un’ondata senza precedenti dall’influenza cosiddetta spagnola del 1918. Come diceva Marie-Hélène Brousse1 senza l’istante di vedere, ci siamo ormai dentro. Non c’è quasi stato posto per la soggettivazione e il tempo di comprendere è collassato.

Quando le cose procedono, funziona il discorso del padrone, che è anche quello dell’inconscio. Un S₁ funziona e rappresenta il Soggetto diviso  ($) per un altro significante S₂, in questo modo si produce un sapere. Questo sapere è intimamente legato a un godimento, a un resto dell’equazione significante di rappresentazione del Soggetto. Questo resto Lacan l’ha chiamato “a”. Dunque, il cerchio si chiude, l’$ barrato continua a essere rappresentato da un S₁ che continua a rivolgersi a un S₂ e potremmo dire che in questa ripetizione c’è qualcosa che sfugge ma che, contemporaneamente, si gode: “a”.

Tuttavia, cosa succede quando le cose non funzionano? Per esempio, quando un reale come quello al quale stiamo assistendo percuote le nostre vite? Da un lato, potremmo distinguere l’ondata del virus, con la disseminazione pandemica e la minaccia alla vita che non cessa di crescere; che toccherà agli operatori sanitari contrastare, trattarla e cercare un vaccino efficace, che si vede troppo lontano. Dall’altro lato, c’è l’ondata pulsionale che concerne la vita e l’economia libidinale e psicologica di tutta la popolazione. Non meno reale dell’altra, ha messo in scacco la nostra intera economia soggettiva. Quest’ondata mette in difficoltà molti degli S₁ ai quali ci appoggiavamo e ci rappresentavano nella nostra divisione, i quali finora servivano per mantenerci a galla. È a quello che serve un Significante, ci identifica, ci allinea e funziona nella vita. Il che non è poco.

Miller diceva nei suoi paradigmi2 che l’oggetto “a” è la moneta spicciola della Cosa. La moneta spicciola del Reale, del non rappresentabile, del non simbolizzabile. In questo caso si tratta di un reale che provoca una divisione e prima o poi mette in dubbio i nostri fari. Così un analizzante mi raccontava al telefono che verso le otto di sera quando il vicinato esce sui balconi a battere le mani per ringraziare il personale sanitario, questo gli serve almeno per sapere che “non siamo soli”. Questo significante che si stacca di fronte al reale che produce la divisione soggettiva, è un significante che ordinò la sua vita. Ha sempre voluto fare le cose da solo. Senza aiuto. Tuttavia, questa solitudine forzata metteva in scacco il suddetto S₁.

Come personale sanitario mi tocca superare i due versanti dell’ondata, quella del virus, ricevendo pazienti Covid, così come la propria ondata, quella soggettiva. Nel mio caso, in modo intrecciato è sorta una situazione di compromesso. Di fronte all’emergenza della pandemia e la settorializzazione delle risorse si sono stabiliti due gruppo differenti, zona sporca e zona teoricamente pulita. Nella zona sporca si deve usare la tuta (traje) di protezione individuale. Quelle che abbiamo non sono integrali, in principio non andremo nemmeno a somministrare i trattamenti invasivi, semplicemente valutazione del rischio e decisione di entrata o meno in una struttura. Con tutto questo e dinanzi all’imminenza di dover entrare nella zona sporca tra qualche giorno, l’inconscio si mise al lavoro. O per lo meno un reale metteva in scacco i miei S₁. Tant’è che ci è voluto un sogno per svegliarmi almeno per un po’. Quella stessa notte feci un sogno: C’era un problema, un’urgenza dove dovevo agire. Mi slacciavo il camice e guardavo il mio petto. Lì c’era la “S” gialla di un Supereroe! Sotto il camice indossavo il costume (traje) di Superman, con la “S” inclusa. Mi sveglio angosciato e di soprassalto. Una fissazione dell’infanzia, un S₁ si affacciava, in quanto segno e per di più disegnato come una “S”. Un significante che aveva comandato la mia vita in molti aspetti, nella pratica sportiva come surfista, nel compito di soccorritore sulla spiaggia o nel lavoro di medico. Il reale in questione lo faceva mettere a frutto e dimostrava che ormai non era più valido. L’“S” che era servita in altre occasioni non era una protezione sufficiente in questa scommessa. Il rischio di un’infezione reale mi divideva e faceva staccare la “S”. Fissato dall’infanzia, dalla lettura di molti fumetti di Supereroi, il mio inconscio si era servito di questo segno, che si potrebbe tradurre come una dimostrazione di invulnerabilità o di super-potere. Forse era servito finora per trattare l’angoscia, ma quella tessitura lo superava. Il costume (traje) di Superman non serviva più dinanzi al virus. Potremmo dire che il Coronavirus ha agito come la “Kriptonite”, debilitando l’identificazione eroica. In questo modo cercai i DPI necessari e le misure di protezione adeguate. Questo non vuol dire che prima non li avessi usati, ma c’era qualcosa, un segno, che mi portava a un eccesso di confidenza, poiché avevo il costume con la “S” sotto.

Allora, il Reale ha invertito il matema del discorso del padrone per trasformarlo con due quarti di giro nel discorso della psicoanalisi. Dove “a” divide il Soggetto  ($) e produce gli S₁. Si tratta di un giro interessante. Dentro il catastrofico che ci circonda, possiamo vedere che mette in scacco la maggioranza degli ideali che ci supportavano finora, tanto in modo individuale come collettivo. La società del benessere, dove il discorso capitalista nel suo versante neoliberale ha comandato, è in difficoltà. Ciò che è in dubbio è la società del benessere del primo mondo, il benessere del mondo in via di sviluppo non è mai stato consolidato. Inoltre, è in difficoltà il discorso imperante, sta vacillando e tentennando.

Non sappiamo quanto tempo durerà l’ondata, nemmeno se ci saranno repliche. Si stima che possa esserci una seconda ondata verso ottobre e incluso che questo virus possa diventare stagionale. Tutto cambierebbe con un vaccino efficace, ma, tuttavia, questa ondata ha fatto agitare il nostro legame sociale, il nostro modo discorsivo.

L’altro versante di questo cambiamento di discorso è l’angoscia che provoca. Lì c’è la posizione dell’analista laddove occorre cedere quegli S₁ che si staccano. Se non esiste un posto per depositarli, nonostante si affaccino, forse non si staccherebbero del tutto. È lì che l’analista può esercitare la posizione del “sanitario”, che riceve il rifiuto, l’S₁ che ormai avanza all’analizzante. Ma per tutto questo devono esserci degli analisti ai quali poter rivolgersi. Anche senza la presenza in carne e ossa. Quando l’ondata del Reale minaccia di affogarci, Skype o il telefono possono essere utili. Almeno per costatare come diceva il mio analizzante che “non siamo soli”.

Traduzione di Florencia Medici

[1] M.-H. Brousse, I tempi del virus, Lacan Quotidien n. 876; Trad. it. su Rete Lacan n°7, disponibile sul sito: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n7-5-ap/#art_2

[2] J.-A. Miller, I paradigmi del godimento, Astrolabio, Roma 2001, p. 23.