“C’è un disorientamento metodico che fa parte dell’orientamento lacaniano. Il disorientamento metodico è quello che vi riconduce al vostro punto di S barrato, al vostro punto di non-sapere e anche di disponibilità, il che ci dà una chance di proseguire, non sulla strada già aperta, […] le stesse cose da un’altra prospettiva”.

J.-A. Miller, Uno sforzo di poesia, Corso dell’orientamento lacaniano, anno 2002-2003, inedito, lezione del 5 febbraio 2003

“l’analista […] è comunque uno, uno che è lì per annuire, poichè è comunque ciò che sostanzialmente fa: accoglie, dice di sì, accusa ricevuta in nome dell’umanità, accusa ricevuta in nome di quelli che parlano”

Ivi, lezione del 5 marzo 2003

Responsabile: Laura Storti – retelacan@gmail.com
Redazione: Eva Bocchiola, Sergio Caretto, Adele Succetti, Sebastiano Vinci, Giuliana Zani
Grafica a cura di: Matteo De Lorenzo
Per il sito: Valentina Lucia La Rosa

Sommario

Rete Lacan n°9 – 18 aprile 2020

Editoriale

Eva Bocchiola
Redazione Rete Lacan – Milano – 16/04/2020

È pronto il numero nove di Rete Lacan, sono oltre ottanta gli articoli pubblicati in un mese.

L’Italia a metà marzo era in posizione di avamposto in Europa, sperimentavamo per primi restrizioni, pericoli e paure inedite. Rete Lacan ha cominciato ad accogliere un sapere diverso che emergeva dalla nostra comunità al lavoro, i testi arrivavano numerosi e una certa fretta a pubblicarli era dettata dal fatto che la situazione si evolveva così velocemente che un commento, una testimonianza rischiava di perdere la giusta collocazione temporale se si fosse aspettato. Questa contingenza ci ha portato ad aggiungere, in ogni testo, anche la data dell’invio.

In ogni riunione di redazione sempre un assillo: comporre un numero eterogeneo, che proponga posizioni molteplici, articoli inviati da membri e partecipanti della Slp ma talvolta anche quelli di allievi degli Istituti di formazione. Voci italiane prevalentemente, perché Rete Lacan si propone di offrire uno spazio di riflessione e scambio a coloro che sono orientati dalla psicoanalisi lacaniana nel nostro paese, ma senza perdere di vista il mondo AMP. Le testimonianze e i contributi dei nostri colleghi stranieri, a noi accomunati nel fronteggiare questo pericolo epidemico su scala globale, arricchiscono le nostre elaborazioni portando esperienze e considerazioni sociali, cliniche e teoriche diverse.  Lo sforzo maggiore comunque è sempre quello di cercare di tenere aperte le tante interrogazioni, i numerosi dubbi che ci accompagnano in questo periodo inedito per la vita di Scuola e per la nostra pratica clinica.  I nostri incontri sono stati cancellati, come dar segno? Come non addormentarsi? I nostri studi, lì dove gli analizzanti portavano il loro corpo, sono stati chiusi. Dov’è il corpo? Al telefono c’è il corpo della voce? E il corpo dello sguardo? Può accadere solo perché in questo momento il tempo è come bloccato, regolamentato dalle ordinanze? E la presenza dell’analista, e il suo atto?

Anche in questo numero potete trovare posizioni diverse che aprono a una discussione, senza schiacciarsi le une sulle altre e anche una novità, una nuova rubrica che abbiamo denominato LAMPI!  L’intento è di raccogliere e raggruppare testimonianze ed esperienze cliniche che siano concentrate su un aspetto particolare, ritagliato, e che in un minor numero di battute, circa 3000, arrivino a circoscriverlo appunto, come un lampo!

CORONAVIRUS: Cosa possiamo trovare alla fine del tunnel?

Miquel Bassols
Membro AME ELP e AMP – Barcellona – 05/04/2020

Il giornale El Punt-Avui ha invitato venticinque persone a rispondere alla domanda: “come ne usciremo da questa situazione?” con un testo di 3.100 caratteri. Questa è la risposta inviata da Miquel Bassols e pubblicata la domenica 5 Aprile 20201.

Una persona mi diceva in questi giorni: « È come se ti svegliassi da un incubo e ti rendessi conto che l’incubo continua nella realtà. E continui a sentire la stessa angoscia». Un’altra: «Ho una strana sensazione d’irrealtà, di vivere in un film ma di non riuscire a leggere i titoli di coda. Sebbene si parli molto, mi mancano le parole per sapere di cosa si tratta». Sono due testimoni paradigmatici dell’esperienza che stiamo vivendo in questi giorni su scala globale. L’angoscia e il sentimento d’irrealtà sono i due affetti di cui sentiamo parlare di più riguardo ad un’esperienza che ci pare radicalmente nuova e che tuttavia ha qualcosa di stranamente familiare. Si tratta di ciò che Freud definì come Unheimlich, ciò che è più estraneo in ciò che è più conosciuto. E allora le parole ci mancano per arrivare a dire quello che, essendo così reale, ci pare del tutto irreale, come se fosse uscito da un romanzo distopico, un romanzo brutto, d’altronde. E allora viene in mente a tutti l’immagine del tunnel, di come ne usciremo fuori e di che cosa troveremo all’uscita.

Prima constatazione. Quando senti un epidemiologo autorizzato dire che «questa epidemia non è la peggiore», cominci a pensare che forse questo non sia un tunnel, bensì l’universo esteriore stesso dove dovremo vivere da oggi in poi. È meglio saperlo e non lasciarci ipnotizzare dai canti delle sirene in nome del progresso. Riguardo a questo, tutto il mondo sembra essere d’accordo: niente tornerà ad essere come prima.

Seconda constatazione. Per la prima volta, è l’insieme dell’Umanità – con la U maiuscola – che riconosce se stessa come un solo soggetto davanti a un fatto reale, un pericolo da cui non si sa come difendersi, se non su scala globale. Infatti, essa l’avrebbe dovuto sapere con la crisi climatica. Questo fatto reale non è solo il coronavirus ma tutto ciò che implica l’epidemia come crisi sociale, politica e dei nostri modi di vivere. Si tratta di un fatto inedito, che ci offre l’opportunità unica per cambiare molte cose. Questa Umanità, come un solo soggetto, si rende conto che ora deve fare un calcolo collettivo per poter andare avanti, che non ci sono uscite individuali. E arriva a chiedersi, a ragione, se non sarà essa stessa l’epidemia della natura, con la quale non può fare più accordi. Come mi diceva un uomo di campagna: «Tutto ciò che togli alla natura, te lo reclama poi con gli interessi».

Una notizia cattiva e una buona.

Quella cattiva. Ciò che ci può aspettare alla fine del tunnel è la Cina: controllo sociale al servizio dell’autoritarismo. Molto efficiente, certamente, ci vende ormai le mascherine di cui abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo. E così sarà, mentre lo permettono le servitù volontarie. Di fatto, prima d’entrare nel tunnel dell’epidemia avevamo già fatto questa esperienza.

Quella buona. Possiamo scegliere. Se è questo ciò che dobbiamo trovare all’uscita del tunnel, forse è meglio restare ancora dentro per un po’, inventando qualcosa di diverso prima di uscire. Lo possiamo fare. E sempre con la libertà della parola. Senza di essa, il soggetto del desiderio non riuscirà mai né ad esistere né a persistere. Con la parola, sempre con la parola, «la maniera più salvifica di muovere il corpo» come diceva quell’altro2.

Traduzione di Susana Liberatore

[1] Fonte: https://zadigespana.com/2020/04/05/coronavirus-que-nos-podemos-encontrar-al-final-del-tunel/?fbclid=IwAR00uN8jM6c-wiw_8JMvUATtEbX7JM0lzzNiMYTEli93FQsFleMwO40Wpv8

[2] Si riferisce al poeta Enric Casasses, recentemente premio d’Honor de les Lletres Catalanes. Traduzione in spagnolo riportata dall’autore del testo: «la manera más salvaje / selvática y salvadora / de mover el cuerpo, la manera / más sutil y muscular / más cerca de la Materia / Hecha Fuente Porque Fuente Es / el movimiento del cuerpo más / insultante de todos y, sí, / si quiere, el más amoroso / es la palabra y hablar».

Modi della presenza

Florencia F. C. Shanahan
AE membro della NLS e dell’AMP – Dublino

Non penso che l’analisi sia un puzzle, ma piuttosto un mosaico, fatto non di pezzi preesistenti per i quali ci sarebbe un posto predeterminato e la cui disposizione darebbe una buona-forma -totale, ma di pezzi, tessere che si intagliano man mano, trovando, scartando o attingendo dall’altro nel transfert, componendo un quadro che non si completa, anche se si porta a termine.

Proverò quindi a dire alcune cose. A volte possono essere contraddittorie. Non risolvono nessuna domanda generale. Né, credo, si prestano a qualche deduzione. Sono brevi frammenti che emergono nel tempo di elaborazione in cui mi trovo. Troveranno un posto nel mosaico che continua a farsi dopo la passe.

Il mio primo analista non ha mai preso i miei dati: né indirizzo postale, né numero di telefono. Ho spesso fantasticato di sparire e non avrebbe potuto contattarmi, non avrebbe saputo dove cercarmi, si sarebbe chiesto se fossi morta. Per quasi otto anni ho religiosamente fatto sedute a tempo predeterminato. Stavo a tre isolati da dove viveva. Le sedute duravano quarantacinque minuti. Era un quadro ritualizzato che alimentava il mio super-io già eccessivo e mortificava il mio corpo. Il silenzio e l’immobilità dell’analista spesso mi lasciavano in balia del silenzio delle pulsioni di cui mi rendeva partner. Ho imparato lì che il senso non si nutre solo di parole.

L’analista che mi ha permesso di uscirne, e di trovare una fine logica all’esperienza dell’inconscio di cui sono soggetto, si muoveva invece molto. Parlava anche molto poco. Spostava però continuamente il proprio corpo. Tagliava freneticamente pezzi di carta, o digitava battendo con forza sulla tastiera. Rispondeva alle chiamate durante le sedute, e a volte borbottava qualcosa. Lì ho imparato che il silenzio non era dell’Altro.

Avrei potuto continuare a vivere se non mi avesse quotidianamente assistito per telefono quando mia madre e mio fratello sono morti inaspettatamente? Non lo so.

Avrei potuto fare l’incontro giusto con il buco se non mi avesse assistito su Skype, sostenendo lo sguardo sullo schermo, ogni giorno, per più di un mese, mentre traversavo l’angoscia più radicale al tempo della destituzione soggettiva che ha aperto la via alla conclusione? Non credo.

Tuttavia, credo che la mia analisi non avrebbe potuto concludersi se fosse stata solo “virtuale”. Soprattutto per via del fatto che l’impulso all’uscita è nato, come ho raccontato nella mia prima testimonianza di passe, nel momento in cui ho lasciato l’accendino sul lettino. Questo sicuramente non sarebbe potuto accadere in una seduta telefonica o tramite videochiamata. Quell’oggetto da nulla lasciato indietro dà impulso all’urgenza che mi fa prendere un aereo per tornare, e apre la porta dell’ultima seduta. La voce come oggetto, come è entrata in gioco nella mia analisi – nella sua estrazione e nella sua incorporazione – non è affatto la voce della comunicazione. Su questo proverò a proporre qualcosa nel mio prossimo scritto.

Senza dubbio la pratica online o per telefono esiste. È un dato di fatto. Qual è il suo statuto? Le domande che nascono da qui riguardano la psicoanalisi in quanto tale e non solo con le circostanze attuali che stiamo affrontando.

Penso si tratti soprattutto di trovare posizioni nell’enunciazione che vadano nel senso di ciò che Lacan chiamava il dire-bene, e contro le posizioni che la nevrosi è sempre pronta a nutrire: cercare spiegazioni per quel che uno fa o non fa; tentare di ottenere la ratifica dall’Altro per ciò che uno fa o tralascia di fare; spingere a forza i perni nei fori per adattare il reale alla realtà.

Si tratta di non precipitarsi a dire cos’è la psicoanalisi e cosa non lo è, ignorando l’implicazione del desiderio singolare che sta alla base di ogni atto e che, come tale, non ha alcuna garanzia. Si tratta di non sostenersi sulla tradizione, sui significanti congelati che stanno in bocca all’autorità, o sul sapere morto del già detto, illudendosi di proteggere la psicoanalisi da un suo fantasmatizzato degrado.

Evidentemente, quando si tratta di giustificare la propria pratica come mezzo di sussistenza, o la sua permanenza nel mercato come un ulteriore oggetto offerto al consumo, il problema è un altro. E riguarda la formazione dell’analista.

Traduzione di Marco Focchi

Ricordare la psicoanalisi1

Gil Caroz
Membro AME ECF e AMP – Bruxelles – 6/04/2020

Se non ci fossero che l’inconscio e il sintomo, se non ci fossero il parlessere e il sinthomo, se la metafora del sintomo non fosse che «l’involucro formale dell’evento di corpo»2, allora sì, allora si potrebbero immaginare sedute analitiche realizzate unicamente tramite Skype, Zoom o WhatsApp. In questo caso, la psicoanalisi parteciperebbe appieno alla sembiantizzazione del mondo e smetterebbe di «far dimenticare al paziente che si tratta soltanto di parole»3. È l’ignoranza sulle elaborazioni di Lacan che fa pensare che basti parlare perché ci sia cura analitica, poco importa la presenza dei corpi.

La breve esperienza di scambi tramite comunicazioni a distanza con alcuni analizzanti, che stiamo accumulando in questi ultimi giorni, lo conferma. Queste conversazioni sono spesso assai necessarie. Esse intrattengono il legame, ricordano che precedentemente c’era una stretta di mano, che il corpo dell’analizzante arrivava in seduta per essere messo nel guardaroba affinché il soggetto, spogliato della routine della sua realtà, potesse trasformarsi in puro emittente di parole, per quanto possibile4. Queste sedute virtuali permettono ogni tanto di depositare presso l’analista un sogno, un lapsus, un atto mancato, l’acutizzazione di un sintomo, e all’analista permettono di rispondere con un’interpretazione che dà senso. Ciò non toglie che tali operazioni rimangono dell’ordine di una «elucubrazione di sapere su un reale»5.

Una volta ammesso che il reale e il godimento sono i risultati di un incontro tra il significante e il corpo parlante6, si deve constatare che la presenza è indispensabile per toccare quel reale. Come sottolinea Jacques-Alain Miller7, se il corpo è deposto sul lettino per essere messo tra parentesi e assentarsi in quanto immagine, è per l’appunto questa assenza correlata al principio di astinenza che rende presente il reale del non-rapporto sessuale. D’altro canto, il corpo deve pur essere presente perché l’interpretazione fuori senso possa toccare il corpo. Numerosi analisti si ricordano di alcuni gesti del loro analista che hanno prodotto in loro un evento di corpo, che hanno sconvolto la loro vita, che hanno intaccato un pezzo del loro godimento e che hanno avuto un effetto reale. Gli stessi gesti messi in scena davanti a una telecamera e trasmessi tramite Skype o Zoom avrebbero un effetto comico, niente di più. Il fatto è che il godimento in quanto ancorato al corpo non può essere intaccato in contumacia.

Ciò non toglie che una dialettica qui è necessaria. Se la psicoanalisi non ha standard, essa ha comunque dei principi8. La presenza dei corpi dell’analizzante e dell’analista nella seduta analitica può essere considerata come uno di tali principi. Ciononostante, se si aderisce in modo impeccabile ai nostri principi, li si trasforma in standard. In questo periodo di confinamento, in cui la possibilità d’incontro dei corpi è praticamente ridotta a zero, non solo perché è proibito, ma anche perché è impossibile senza rischio, un uso dei mezzi di comunicazione a distanza sembra essere indicato in alcuni casi, a condizione che abbiamo un’idea di quello che facciamo.

Una pratica di consulenze con questi mezzi, ad esempio in un Centro psicoanalitico di Consulenza e Trattamento, non intacca il principio di presenza necessaria per la cura analitica, giacché non riteniamo che una conversazione telefonica sia una cura. Ci avvaliamo piuttosto del principio forgiato da J.-A. Miller, secondo cui: «non ci sono controindicazioni all’incontro con uno psicoanalista»9. In altri termini, in alcuni casi, se una cura analitica è controindicata, l’incontro con uno psicoanalista non lo è necessariamente. Parafrasando a partire da questo principio, diciamo che, in momenti particolari, non c’è controindicazione a uno scambio tra uno psicoanalista e i suoi analizzanti tramite dei mezzi di comunicazione a distanza.

Éric Laurent propone di «servirsi di Skype per, in seguito, farne a meno»10. Questa formula fa eco all’uso del Nome-del-Padre che Lacan propone, dopo che lo svalorizza e lo rende un puro sembiante: farne a meno, per in seguito servirsene11. Skype e altri mezzi di comunicazione a distanza, sinthomi della cultura del nostro tempo, possono essere considerati come un ponte costruito sopra il non-rapporto sessuale, a condizione che si possa in seguito farne a meno, vale a dire che una presenza sia resa possibile in un altro momento. La conversazione tramite Skype non equivale all’incontro in presenza, ne è la sua evocazione. Se non può essere considerata come una seduta analitica, essa può iscriversi come il promemoria di un incontro possibile12.

Questo promemoria della presenza ha senso se si considera che in psicoanalisi il tempo del soggetto è logico e non oggettivo. Come sottolinea J.-A. Miller, il tempo logico smentisce il valore di evidenza semplice che è dato alla successione nel tempo oggettivo. È una «temporalità singolare quella che comporta lo schema retroattivo di Lacan […], una rielezione dei rapporti tra l’anteriore e il posteriore»13. Possiamo quindi ritenere che una chiamata telefonica costituisca un promemoria di una presenza che ha luogo nel passato o che avrà eventualmente luogo nel futuro.

Non sappiamo quanto tempo durerà la catastrofe e le misure di confinamento che ne derivano. Ad ogni modo, la crisi dura nel tempo, un tempo oggettivo, ed è qui che sembra ci sia un interesse a introdurre la temporalità soggettiva e logica, contro la temporalità oggettiva e successiva. Da qui l’importanza della nozione di ricordare: ricordare la presenza, senza voler fare equivalere questo promemoria alla cosa stessa. Le incidenze qui sono cliniche ma anche politiche. Si tratta di assicurarsi che la psicoanalisi non sia dimenticata.

Traduzione di Adele Succetti

[1] Articolo pubblicato su hebdoblog, disponibile qui: https://www.hebdo-blog.fr/rappeler-la-psychanalyse/

[2] J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante, Scilicet, Roma, Alpes, 2016, p.XXVIII

[3] J. Lacan, La direzione della cura, in  Scritti, Torino, Einaudi, 2002, p.582.

[4] Cfr. J.-A. Miller, XXI secolo – prossima la mondializzazione dei lettini? Verso il corpo portatile Disponibile su: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n5-30-marzo-2020/#art_1

[5] J.-A. Miller, Un reale per il XXI secolo. Presentazione del tema del IX Congresso dell’AMP, Scilicet, Roma, Alpes, 2014, p.XXIII

[6] Cf. J.-A. Miller, L’inconscio e il corpo parlante, Scilicet, op. cit.

[7] Cfr. J.-A. Miller, XXI secolo – prossima la mondializzazione dei lettini? Verso il corpo portatile. Disponibile su: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n5-30-marzo-2020/#art_1

[8] Si veda La pratica lacaniana senza standard ma non senza principi, in “La Psicoanalisi”, 2, 2004, Roma, Astrolabio, p.35 e testo di É. Laurent pubblicato qui: https://www.slp-cf.it/principi-direttivi-dellatto-psicoanalitico/

[9] J.-A. Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico, in I paradigmi del godimento, Roma, Astrolabio, 2001, p.154.

[10] É. Laurent, Jouir d’internet, entretien, “La Cause du désir”, 97, novembre 2017, p.18.

[11] Cfr. J. Lacan, Il Seminario, Libro XXIII, Il sinthomo, Roma, Astrolabio, 2006, pp.126- 136.

[12] Cfr. Proposizione fatta da Éric Laurent in un dibattito durante l’Assemblea generale della New Lacanian School dodici anni fa.

[13] Ibid.

Senza maquillage

Céline Menghi
Membro AME SLP e AMP – Roma – 29/03/2020.

«Una mano terribile è intervenuta bruscamente sulla terra: quella di uno scambio unico che non ha altro fine se non la sua presa, che non ha altro mezzo se non la pressione che esercita, che non ha altro ritmo se non la monotonia della propria crescita. Questa mano ha imposto il suo accordo; quello di un’indulgenza dispotica. Possiede il suono verde e nuovo di un dollaro che crolla – il cui stridio sta sormontando la voce delle lingue»1. Pascal Quignard fa echeggiare il taglio epocale che ci vede catapultati a mani nude in un reale inedito di cui bisogna risalire alle descrizioni delle pesti, da Tucidide in poi, per ritrovare qualcosa che vi somigli.

Tucidide è il primo a raccontarci gli effetti che una pestilenza produce sulla società, sulle sue istituzioni, sulla vita morale delle popolazioni: «[…] gli uomini, […] ignari di quello che sarebbe stato di loro, cadevano nell’incuria del santo e del divino. […] il morbo dette l’inizio a numerose infrazioni delle leggi»2. Sparta vince la guerra del Peloponneso approfittando della morte di Pericle. Per non dire, del 476 d. C., «che appare come una cesura solo con il senno di poi»3, essendo la peste la vera cesura che ha determinato la fine dell’antichità e l’inizio del Medioevo.

Chi vincerà questa guerra? Quale sarà stato il vero nemico? Il virus? L’uomo che si approfitta della contingenza? La natura che si ribella?… Papa Francesco, alla domanda se sia ottimista, risponde: «El optimismo es un maquillage» – il Papa è freudiano – e aggiunge anche: «La naturaleza no perdona». Tutto e niente, uno scambio unico, ma, certo, la naturaleza que no perdona potrebbe essere in un’altra lingua la traduzione del reale lacaniano – anche lacaniano, il Papa!

Ogni pandemia stravolge il mondo. La mela che ci illudevamo fosse intera, magari qua e là un po’ rosicchiata, o bacata – o marcia, potrebbe dire Greta -, si è spaccata in due. Una mela non si ricompone, se ne può fare altro – cuocere, grattugiare… Nemmeno il conforto, che nel corso di una guerra alcuni potevano avere: dello stare insieme, dei rituali fatti di vicinanza, di ricomposizione di pezzi di famiglie, di scambi e di condivisione di luoghi, fossero solo le cantine durante i bombardamenti. Nemmeno il nemico in carne e ossa, che fa unire. Il nemico, invisibile, sottile, insidioso e dappertutto, separa e sconquassa. Lì, in mezzo, tra i due pezzi della mela, la sospensione del tempo.

L’unica certezza è che non è più come prima. Del dopo possiamo solo immaginare scenari. Siamo isolati in un tempo incerto e sospeso, non per levità, al contrario, un tempo che preme tale una cappa. Fa pressione sulle vite, fin sui corpi che la sera sono stranamente stanchi. A volte pare di galleggiare tra i due pezzi della mela, non appena si molla un po’ sulla disciplina che ci si dà – fortunati coloro che hanno delle passioni forti, un desiderio forte, e che – fortuna supplementare – non sono attanagliati dal bisogno. Perché l’improvviso scombinamento delle coordinate spazio temporali ha scardinato le nostre abitudini – di cui magari ci lamentavamo – e ci ha comunque, tutti, spiazzati e, a momenti alterni, a dosi alterne, toccati con la paura, lo sgomento, la rabbia, nell’apprensione e non esenti da punte di angoscia. Il reale ha via libera nello sconquasso e sembra avercela con gran naturaleza. Di questo quadro andato a gambe all’aria parlano i pazienti che di tanto in tanto si affacciano a uno degli strumenti a disposizione per parlare o scrivere. Parlano del tempo, coordinata simbolica che sappiamo, grazie a Jacques Lacan, grazie alle psicosi, essere così delicata e fondamentale comprendendo in sé anche lo spazio. Nel sottofondo del suono verde e nuovo di un dollaro che crolla, nello stridio [che sormonta] la voce delle lingue, tutte quelle del mondo, i fantasmi affiorano. Ciascuno ha il suo di fantasma: velo sull’oggetto, illusoria barriera contro l’angoscia. È a questo quadro che le persone si aggrappano, si ri-aggrappano, nel tempo sospeso sotto l’impronta della mano terribile. È quanto ci capita di ascoltare in questi giorni dal ritmo senza ritmo, tinto di una monotonia strana, nel tempo che ricalca l’indefinito della curva pandemica che, differentemente dalla curva a campana, o curva di Gauss, non è simmetrica, ma anch’essa sospesa… Tempo da reinventare. Come psicoanalisti, abbiamo ciascuno il proprio reale che ci fa tenere saldi, su cui poggiamo e che rende più difficile l’insidioso cadere nel nostro di fantasma, che non ci permetterebbe di sopportare e supportare l’angoscia di chi si affaccia per dire, o anche solo per verificare se ci siamo – nella voce per qualcuno, nella traccia di corpo che la faccia lascia sullo schermo per un altro, nelle concise parole che accusano ricevuta di uno scritto per un altro ancora. Ma non tutti. Non c’è continuità data tra le sedute prima della quarantena e la quarantena. Capiremo cosa saremo riusciti a fare con la pandemia del grande pessimista Freud e senza maquillage…

[1] P. Quignard, Les Ombres errantes, Paris, Grasset, [trad. mia]. I riferimenti, per mancanza dei testi, sono tutti presi da Kindle.

[2] R. Burioni, Virus, la grande sfida. Dal coronavirus alla peste: come la scienza può salvare l’umanità [kindle].

[3] Ibid.

La ricerca di una bussola nel confinamento1

Hélène Deltombe
Membro ECF e AMP – Francia – 29/03/2020

Questa notte, ho fatto un sogno: sono all’aeroporto, sto prendendo il volo per l’isola della Réunion. Un annuncio: l’aereo decollerà tra tre minuti. Mi accorgo, allora, che ho lasciato la valigia nella hall. Angosciata, mi sveglio e la prima parola che mi viene è «impossibile»: non c’è soluzione a questa situazione. Questo sogno è all’immagine del senso di disorientamento che provo in questo periodo pericoloso, in cui si trema per gli altri e talvolta per sé.

È anche un condensato delle mie preoccupazioni attuali in questa situazione di confinamento forzato che ci si augura sia salutare, in questo momento inedito e incerto. Associo al sogno la difficoltà che rappresenta la privazione di riunioni, di convegni, di incontri, e la mia voglia di sfuggire al confinamento.

Poi, ancora immersa nel mio sogno, penso al fatto che non posso aver lasciato il mio bagaglio senza sorveglianza, so che in un luogo pubblico “qualsiasi bagaglio abbandonato sarà distrutto”, secondo la formula in uso. E inoltre, non mi assomiglia. Grazie al risveglio, l’angoscia svanisce, sono rassicurata, come qualsiasi buon sognatore, dal fatto che questa storia non mi è successa per davvero.

Ah, sì! Salvo il fatto che non è questa la soluzione di questo incubo, di questo «essere indagatore»2. E, in effetti, dopo questo breve istante di sollievo, l’angoscia ritorna, un affetto che «non inganna»3, come dimostra Lacan nel suo Seminario X: «L’angoscia è questo taglio – questo taglio netto senza il quale la presenza del significante, il suo funzionamento, il suo solco nel reale sono impensabili –, è questo taglio che si apre e lascia apparire quello che ora intenderete meglio, ossia l’inatteso»4.

In questo periodo di confinamento che durerà, scoprirò forse la vanità di ogni cosa? Sarò forse sul punto di cadere nel confort ingannatore di avere tutto il tempo a mia disposizione, vinta dal rischio di abbandonare il bagaglio accumulato da molti anni?

Questo sogno m’immerge in un disagio sintomatico che non avevo più provato da molto tempo, in un tempo prima della fine della mia analisi: eccomi trasportata bruscamente in un luogo che potrebbe suscitare una forma di agorafobia e che mi fa sentire la paura di una perdita di punti di riferimento. Fortunatamente, il sogno, se lo si considera bene, comporta l’atto mancato, i significanti e il loro corteo di significazioni, equivoci, sintomi… Tante formazioni dell’inconscio che mi interpretano e mi rimettono in sella: l’inconscio è «il lavoratore ideale»5.

Il mio timore resta nondimeno quello di non avere più una bussola per leggere gli eventi attuali, in cui le opinioni variano tra confinamento e immunità, tra farmaco e attesa paziente della fine dei sintomi, tra priorità data alla salute o all’economia. Il rischio è quello di lasciarmi sommergere in modo metonimico dalle informazioni, i bilanci, le analisi, le relazioni, le allerte, tutte incentrate sul coronavirus, alla ricerca di chiavi di lettura, per decifrare questo fenomeno e le sue conseguenze ancora incalcolabili. Oppure potrei cedere all’impulso, a cui spinge il confinamento, di lanciarmi in compiti infiniti di pulizie, di cernite, di sistemazioni, di classificazioni. Forse per paura del vuoto? Non solo, questo può essere utile e permettere di ritrovare un documento o un oggetto, dimenticati in un cassetto, in un armadio. Ma questo non dà un orientamento.

Si profila quindi un riorientamento: si apre uno spazio di tempo per riprendere di nuovo la lettura dell’opera di Freud, dell’insegnamento di Lacan, dei corsi di J.-A. Miller, dei testi dei miei colleghi, tutti i lavori preziosi della nostra comunità di lavoro. Eppure, questo viaggio tra i libri comporta comunque un reale da affrontare, giacché ben presto appare che non è il bagaglio accumulato che importa, e neppure quello che si potrebbe costituire. No, è il tesoro che racchiude ogni significante incontrato, ivi compreso nella sua parte di non-senso che dà sapore all’esistenza. Ma in che modo bordare i pezzi di reale a cui questo mi confronta? In che modo, sul bordo di un buco, trovare il motto di spirito che alleggerisce, la battuta che rallegra? L’inconscio si risveglia, si segnala, colpito da una parola, una frase, un testo: «Ciò che è ontico, nella funzione dell’inconscio, è la fessura attraverso cui quel qualcosa la cui avventura nel nostro campo sembra così breve viene, per un istante, portato alla luce – per un istante, perché il secondo tempo, che è di chiusura, dà a tale presa un aspetto evanescente»6.

L’importante è che questo sogno mi abbia risvegliata, nel senso in cui Carolina Koretzky lo sviluppa nel suo libro Le Réveil, Une élucidation psychanalytique7. Il mio vero timore è di non approfittare di questo periodo di confinamento per orientare le mie letture e i miei pensieri in coerenza con quello che costituisce il mio desiderio. Mi è venuta allora un’espressione: dare un calcio sul fondo del pozzo per potermi appogiare sulla dimensione di non senso del mio sogno, e su quella repentina perdita di riferimenti, su quella confusione, quell’improvviso rischio di erranza, per afferrare ogni significante come «ciò che così fa buco nel reale»8.

Allora, spazio a un programma d’ozio, quello che Montaigne realizza nei suoi Saggi9,e nel senso in cui lo sviluppa Lacan nel suo Seminario XVI: «Otium cum dignitate»10. Spazio all’umorismo, se il tragico non bussa troppo forte alla nostra porta. Spazio a un lavoro «in accordo con se stesso secondo il discorso analitico», come propone Dalila Arpin11. Orientarsi con l’inconscio come bussola, ricordandosi con Laura Sokolowsky che la «psicoanalisi non è una terapia del genere umano»12. Per contro, «Tutto quello che si può pensare è che [con la psicoanalisi] i drammi sarebbero forse meno confusi»13.

Traduzione di Adele Succetti

[1] Il testo in francese è consultabile su https://www.hebdo-blog.fr/a-recherche-dune-boussole-confinement/

[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro X, L’angoscia, Torino, Einaudi, 2007, p.68.

[3] Ivi, p. 83.

[4] Ivi, p.82.

[5] J. Lacan, Televisione, in Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p.513.

[6] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi, 2003, p.32.

[7] C. Koretzky, Le Réveil. Une élucidation psychanalytique, Rennes, PUR, 2012.

[8] J.-A. Miller, Quatrième de couverture, in J. Lacan, Le Séminaire, livre XIX, … ou pire, texte établi par J.-A. Miller, Paris, Seuil, 2011.

[9] M. Montaigne (de), Saggi, 1595, disponibile su internet.

[10] J. Lacan, Il Seminario. Libro XVI, Da un Altro all’altro, 1968-1969, Torino, Einaudi, 2006, p.107

[11] D. Arpin, L’inconscient, ce ‘‘travailleur idéal’’, “La Cause du désir”, 99, juin 2018, p.110.

[12] L. Sokolowsky, L’entretien de Lacan de mai 1957 et son actualité, “La Cause du désir”, 99, cit., p.55.

[13] J. Lacan, Les clés de la psychanalyse, “La Cause du désir”, 99,  cit., p.53.

Autismo e coronavirus

Rosaria Ferrara
Allieva Istituto Freudiano – Roma – 30/03/2020

L’avanzare del coronavirus ha trasformato le nostre vite nel giro di poco. Tutto fa buco, nulla tiene. Perfino i due grandi modi di rispondere alle questioni della vita vacillano più che mai. La Scienza che mette in atto strategia di contenimento e non di “cura” e la Religione che ci offre le immagini di un Papa fragile e solo, inteneriscono lo spettatore riuscendo a limitarne l’angoscia solo in parte.

Anche un reale così forte e trasversale come quello del COVID-19, è letto ed interpretato dal fantasma di ciascuno. Tuttavia, un fil rouge nell’appello delle famiglie con soggetti autistici c’è: non lasciateci soli. È bastato un soffio, un virus per far sì che tante (ma non tutte) equipe si  dissolvessero nel vento, interrompendo bruscamente lavori in corso.

L’effetto della quarantena è singolare su ciascuno, autistici compresi, tanti Asperger ne stanno giovando: distanza sociale e tecnologia, un mondo basato sulle loro autoregolazioni ed invenzioni, sembra un sogno per alcuni! Altri funzionamenti, invece, ne soffrono. Quelle routine che facevano la significazione sono svanite ed allora, in alcuni casi, l’aggressività impenna. Quei segnali stradali che il lavoro aveva permesso di mettere sulle strade di bambini e ragazzi autistici, sono improvvisamente stati cancellati. In alcuni di loro lo smarrimento è tanto. Ed alla  confusione ciascuno risponde come può.

Cosa fare? Come riuscire a conciliare etica, autismo e coronavirus e contemporaneamente lavorare la propria angoscia di fronte ad un reale così d’impatto e che ci coglie così impreparati?

Dunque, continuare ad essere partner dell’autistico al tempo del coronavirus. Bella sfida!

È stato molto difficile ri-organizzare le attività che svolgevo con questi bambini e ragazzi, sia in setting individuale che di gruppo, stravolgendone il medium: non più corpo, voce, sguardo-modulati ma presenti, sempre vivi- bensì uno schermo.  Questa vertigine creativa, mi ha condotto ad utilizzare Skype, per l’appunto, sia nei setting individuali che in quelli gruppali  mantenendo, o forse azzardando, alcuni atelier. L’effetto è stato sorprendente.

Non più un posto, l’Associazione OISMA che presiedo, ma sempre un luogo con lo stesso funzionamento  simbolico che tiene il soggetto al riparo dal capriccio dell’Altro1 tramite un monitor. L’effetto pacificante del simbolico riesce nonostante la distanza, nonostante il monitor, anzi le proposte di aggancio giungono all’altro di per sé depotenziate, meno intrusive, non hanno bisogno di essere regolate con così tanta precisione come dal vivo in cui bisogna sempre bilanciare fermezza con dolcezza.

Il soggetto autistico sa di essere ascoltato, visto, ma a distanza e trovo che ricerchi lo sguardo e la voce del terapeuta con maggiore curiosità. Per dirla in termini pulsionali alla luce dell’insegnamento di Lacan2, il soggetto autistico si offre con maggiore facilità tramite lo schermo, si fa oggetto dello sguardo digitale, via monitor. Non lo disturba, poi, così tanto.

Donald Meltzer, appartenente alla scuola kleiniana, ha posto l’accento sulle sensazioni e sulla corporeità propria e peculiare dei bambini autistici. Meltzer sottolinea l’assenza di contenimento in questi bambini, che si traduce nella scomposizione dell’oggetto, così che una sola delle componenti dell’oggetto viene a catturare una sola di quelle dimensioni della sensorialità smantellata del bambino3. L’utilizzo del monitor semplifica questo processo di scomposizione, lo sorregge permettendo un aggancio semplificato tra soggetto e terapeuta digitalizzato.

L’utilizzo di piattaforme digitali, poi, ha anche promosso una nuova posizione con i genitori, coinvolti in prima linea nelle terapie (soprattutto per i più piccoli e/o i più severi), non più alleggeriti ma investiti del compito di essere le braccia del terapeuta, di toccare dal vivo la grammatica del corpo dei loro figli con un traduttore in simultanea, il terapeuta per l’appunto, al loro fianco. In effetti l’utilizzo di Skype ha solo reso più frequente e regolare questa sorta di alleanza genitore-terapeuta, che soprattutto in alcune fasi dei trattamenti utilizzo, con i soggetti autistici.

Tuttavia questo funzionamento così apparentemente liscio, sembra essere quasi lo specchio d’acqua in cui si riflette Narciso, con le conseguenze che tutti noi conosciamo.

Non nasconderà forse delle insidie?

Il corpo, nel trattamento dell’autismo, è parte fondamentale del percorso. Già negli interventi precocissimi, mi riferisco ai bebè che mostrano i campanelli di allarme che potrebbero portare a strutturare un autismo, si sta sempre più diffondendo un lavoro integrato che prevede l’intervento, oltre che del terapeuta, anche dell’osteopata e dello psicomotricista. Quello che ho ottenuto con l’utilizzo del (mio) corpo, di certo non lo riuscirò a produrre con una piattaforma digitale.

In questo momento non posso essere quel partner del soggetto autistico di cui solitamente mi faccio sembiante, perlomeno non posso esserlo nel modo in cui eravamo abituati a farlo. Con nessuno di loro facciamo aperitivi, lavori in strada, non ci sono giochi, spallate, sguardi, odori. Una parte di quel reale che è tanto intraducibile, è lontano, è schermato. Un ragazzo Asperger con cui lavoro da lungo tempo, mi ha detto durante il nostro ultimo incontro Skype che  “finalmente è il mio mondo. Hai visto? Tutti i miei anni di esercitazione sono serviti”, ha asserito ridendo e riferendosi delle sue difficoltà sociali.

Credo che gli strumenti digitali siano di per sé limitanti nella produzione di effetti ed affetti, ma ci permettono di divenire un sembiante del possibile, del rilancio, di fronte ad un reale mortifero come quello che stiamo vivendo. La scommessa della psicoanalisi, lungi dall’essere un ortopedica che mira ad un Ideale, è quella del condurre l’analizzante al saperci fare con le cose della vita, e questa contingenza ce lo richiede in maniera netta. Potremo anche aver fatto la passe con successo, ma siamo sempre analizzanti della Vita.

Ma allora nell’epoca post COVID cosa ci porteremo di questa quarantena così digitale?

Ne usciremo tutti ovviamente cambiati, non sta a me  dire se in meglio o in peggio, ma non perché in grado di “imparare la lezione” ma semplicemente perché in quanto esseri umani siamo biologicamente determinati per essere indeterminati4 e quindi soggetti ad un cambiamento continuo. Ed anche l’autismo muta così come i modi di approcciarlo da parte di chi si rifà alla psicoanalisi. Mi sembra particolarmente calzante la seguente citazione di Laurent: “bisogna potersi autorizzare quando, secondo l’intuizione, tutto sembrerebbe andare contro”5, ecco la parentesi digitale è l’autorizzazione a continuare ad essere fedeli al proprio desiderio, nonostante tutto.

[1] Egge M., La cura del bambino autistico, Roma, Astrolabio, 2006.

[2] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicanalisi (1964), Torino, Einaudi, 2003.

[3] Meltzer D., Bremner J., Hoxter S., Weddel D., Wittenber I., (1975), Explorations in Autism, Clennié, Perth; trad.it. Esplorazioni sull’autismo: studio psicoanalitico, Torino, Boringhieri, 1977.

[4] Ansermet F., Magistretti P., A ciascuno il suo cervello, Plasticità neurale ed inconscio, 2008, Bollati Boringhieri, Milano.

[5] É Laurent, Plusieurs, in “Preliminaire”, 9/10, in “La pratique à plusieurs” Bruxelles 1998, p.4.

LAMPI!

Un viso tagliato

Teresa Ianelo
Allieva Istituto Freudiano – Roma – 29/03/2020

Gli occhi che guardano e la bocca che non c’è.

C’è solo una voce nascosta che arriva come un’estranea angoscia del reale.

Arrivo nella struttura per ragazzi autistici e psicotici dopo una settimana di assenza, con l’obbligo di mascherina in questo tempo di coronavirus, mentre l’emergenza del reale invade il soggetto e il suo rapporto con la realtà.

A., una ragazza che non parla e si esprime appena con poche sillabe comunicando perlopiù a gesti, mi viene incontro e io le dico “Buongiorno A.”, lei mi guarda stranita aggrottando le sopracciglia, abbassa la testa e si allontana senza dire nulla.

Penso alla settimana che sono stata assente e ora sono tornata con una mascherina in faccia.

Al momento di fare colazione le chiedo da dietro la mascherina che cosa vuole bere.

“Vuoi il latte o il succo?”, lei risponde con un difficoltoso “si”.

Ripeto la stessa domanda per ottenere la medesima risposta.

Abbasso allora la mascherina per un istante e le chiedo:

“A. cosa vuoi bere, il latte o il succo?”.

Lei mi guarda con un sorriso e risponde “latte”.

­­­­Più tardi A. si avvicina a me, mantenendosi a distanza e toccandomi con la punta delle dita, e mentre emette con le labbra il suo solito sibilo sordo, nei suoi occhi traspare l’angoscia che comunica il taglio del mio viso, dove la mascherina vela la bocca e la voce rimane una eco della mancanza.

Subito dopo vedo lei mentre strappa con le mani un foglio di carta, riducendolo in tanti pezzetti, come spesso le capita di fare. Guardo lei e i pezzetti di carta sul pavimento. Tutto ciò mi fa pensare allo stadio dello specchio, in quella fase in cui il bambino si sente ancora frammentato ed impotente.

  1. si sente ancora così?

È una ragazza che spesso picchia sé stessa e gli altri. Ricordo che un giorno mentre tentava di picchiarmi, dopo averle afferrato entrambi i polsi, le ho detto “No! Non ti lascerò più dare schiaffi né a me né a te stessa”. Da quel giorno non a ha più cercato di picchiarmi e a partire da questo “no!” si è creato uno spazio dove lei ha iniziato ad accettare che io mi prendessi cura di lei.

Poco più tardi la sorprendo che si schiaffeggia con violenza. Mentre il mio solo sguardo ormai la faceva smettere, lei non ha smesso. E non ha smesso fino a quando, sempre guardandola e senza dire una parola, non ho abbassato la mascherina.

Mi chiedo “cosa” sentono questi ragazzi ora che non possono vedere le espressioni degli operatori, ma solo un viso tagliato.

Oggi, in questi giorni di coronavirus in cui i ragazzi non possono tornare…

a casa…

a scuola…

in piscina…

a fare una semplice passeggiata…

la realtà non è più realtà, ma uno spezzettamento provocato dall’irruzione del reale.

Dove l’angoscia e la paura dell’abbandono che i ragazzi sentono, arriva agli operatori che vivono l’impotenza di fronte a questo nemico invisibile e mortifero.

Cosa è attuale?

La paura?

L’angoscia?

Oppure i fantasmi di ognuno di noi davanti ad uno specchio sfumato per un virus del reale?

L’amore è fortissimo, il corpo no

Giuseppe Passalacqua
Allievo IPOL – docente (e allievo) in un liceo di Novara

Un po’ è vero, mi ci diverto anch’io con la didattica a distanza, e poi è comodo, la faccio in ciabatte, mi alzo più tardi, riesco persino a prendermi il caffè tranquillo leggendo un giornale, organizzo l’inquadratura con i libri sullo sfondo. Sì sì, bella la didattica a distanza, bellissima per tante cose, e anche comoda.

Ma lo sguardo dei miei studenti, la loro voce, il loro modo di essere attenti, di essere annoiati, il loro scappare verso casa alla fine della sera, la mia mano che gli accarezza i capelli mentre prendono appunti, ecco, quello non si può dire, quello non lo so dire, quello non lo indovinerete mai.

Perchè l’ amore è fortissimo, il corpo no.

Pier Paolo Pasolini diceva: “educare sarà questo forse il più alto, ed umile, compito affidato alla nostra generazione. Può educare solo chi sa cosa significa amare. A patto che il seducente maestro si faccia da parte, non si elevi a feticcio autocompiaciuto, non indulga al plagio e all’indottrinamento: perché i maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante»1.

La nostra audacia come insegnanti consiste proprio in questo. Mangiare e farsi mangiare.. Fagocitarsi nel nostro stesso pensare, nel nostro parlessere, de-realizzare la nostra presenza, per essere più presenti. Una presenza in più per non scomparire dai teleschermi. Dopotutto, quello che rimane di un maestro è un metodo. Qualcuno la chiama “didattica”, io la chiamo desiderio dell’Altro. Un modo per tenere “vivo” il transfert. È quello che afferma Jacques Alain Miller: «tanto più la presenza virtuale si banalizzerà tanto più preziosa diventerà la presenza reale»2. Ciò che segna la presenza di un docente è proprio la sua assenza.

Si tratta di rovesciare un’ “autoerotica del sapere”. Miller lo riprende nel testo In direzione dell’adolescenza del 20153. Se l’impatto del mondo virtuale è che il sapere è ora disponibile automaticamente a partire da una domanda rivolta alla macchina, allora, si tratta a maggior ragione, di impiegare una strategia con il desiderio dell’Altro.

Questa strategia richiede molto impegno.

È necessario curare faticosamente tre elementi: studio, ascolto e metodo. Provare a trasformare il “dìcere” (dire) degli studenti in “docère” (mostrare). Porre le condizioni dell’imparare non lo pretendono solo i nostri studenti, ma anche noi. Che siamo pro-vocati a lavorare sodo (a noia non si oppone solo divertimento), a diventare teste fredde e cuori caldi.  È importante tenere il filo come Arianna mentre gli studenti si addentrano nel labirinto del Minotauro. Un labirinto di significanti che disorientano ma che è possibile decodificare grazie alla cultura che gli trasmettiamo.

L’amore, come erotica del sapere, è l’unica caduta di questo apartheid pubblico-privato, caro alla nostra coscienza.

L’amore è fortissimo, il corpo no.

[1] P.P. Pasolini, Lettera Luterane, Torino, Einaudi, 1975.

[2] J. A. Miller, intervista rilasciata  a Eric Favereau, “ Libération”, 3 luglio 1999, pubblicata su Rete Lacan n.5: https://www.slp-cf.it/rete-lacan-n5-30-marzo-2020/#art_1

[3] J. A. Miller, Intervento in chiusura dei lavori alla terza giornata dell’Istituto del bambino , tenutasi a Parigi il 21 marzo 2015.

Un caleidoscopio di colori

Rosanna Tremante
Membro SLP e AMP – Torino – 07/04/2020

Un romanzo è uno specchio che passa per una via maestra e ora riflette al vostro occhio l’azzurro dei cieli ora il fango dei pantani. E l’uomo che porta lo specchio nella sua gerla sarà da voi accusato di essere immorale! Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze.

                                Il rosso e il nero, Stendhal

Il rosso e il nero: la vergogna e la paura

Lunedì 24 giugno 2019: riunione via Skype con la comunità SLP di Roma per pensare al futuro convegno.

Dico ai colleghi che avevo da poco concluso di leggere Il rosso e il nero di Stendhal stimolata dal lavoro con alcuni bambini e dal tema del Convegno appena tenutosi a Palermo. In un gruppo con bambini di una terza elementare, attraverso un progetto sulle difficoltà dei legami fatto con l’Associazione Aletosfera (significante che ha circolato molto su Rete Lacan), ho imparato che la vergogna è rossa, mentre la paura è nera. La vergogna è rossa «perché divento rossa quando la provo» dice Giorgia. Mentre la paura è nera, afferma Gabriele, che la immagina come qualcosa che ti chiama e ti dice «vieni, vieni, c’è una sorpresa per te», e la disegna come una casa con due finestre come occhi e una porta come bocca.

Lacan nel corso del suo insegnamento ha posto l’accento sulla vergogna e non sul senso di colpa. Nel Seminario XVII enuncia che morire di vergogna è il solo affetto che meriti la morte1.

Che accada almeno una volta nella vita di morire di vergogna è una fortuna, se non accade è invece una sventura e non resta che «la vita come vergogna da ingoiare, dal momento che essa non merita che se ne muoia»2.

La vergogna è in rapporto allo sguardo, ma anche alla voce, in particolare in rapporto a un ideale rispetto al quale può sorgere un «vergognati!». La vergogna ha infatti questa caratteristica del tutto speciale, la si può intimare a qualcuno, un po’ come la paura anche se con qualche differenza.

Morire di vergogna, morire di paura

Sabato 4 aprile 2020: una ragazza della comunità di cui sono responsabile è in pronto soccorso perché ha cercato più volte di farsi del male, sino a rischiare la vita. La partita che si gioca è ottenere un ricovero. Qualcuno deve andare in ospedale il mattino della domenica. Esito nel dare la mia disponibilità, che mi è stata anche richiesta e che sento di non poter non dare all’interno di un collettivo a cui sono grata e con cui lavoro da anni, orientato dalla psicoanalisi lacaniana, nell’istituzione Le Villette.

Il tentativo di recriminazione contro l’Altro dura poco, non ci credo più. Perché esito? Mi accorgo di avere paura e me ne vergogno. A partire da questa molla scelgo.

Sono andata in ospedale, bardata come un astronauta dell’Aletosfera, con una sorta di tuta di colore verde. Della leggerezza ha accompagnato questo atto.

Ricovero avvenuto, tampone negativo, per ora…

[1] J. Lacan, Il Seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), Torino, Einaudi, 2001, p.227.

[2] Ivi, p. 228.

Una boccata d’aria?

Caterina Ingrassia
Allieva ISDSF – Catania – 06/04/2020

Il reale a cui siamo sottoposti è un evento inedito. La parola “straordinario” è quel significante che l’RSI, il Regolamento Sanitario Internazionale, ha considerato “prezioso” per definire questo evento “un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”. Ritrovo in questo abbreviazione l’acronimo di Reale-Simbolico- Immaginario che mi appare come la successione logico-temporale dell’oggi. Una boutade?

Un evento di reale che preoccupa e spaventa perché tocca “la giuntura estrema del sentimento della vita”, parafrasando Lacan. Non ne abbiamo contezza a livello di visione. Il virus non ci guarda, non ha ri-guardo per noi. Ci colpisce nel corpo e ci tocca – tra – i – corpi.  Nel legame sociale.

Un abbozzo di sistema simbolico collettivo che impone delle normative, una serie di divieti più un invito al buon senso. Un meno articolato ad un più.

Degli effetti di senso propri a ciascuno.

Il simbolico, però, può solo tangere il reale, può solo mettere delle toppe al buco del reale. Ci si consola con le parole. Tentativi. Toppe.

Vediamo la fragilità del discorso della Scienza che, al momento, non possiede verità. Anche lei fa dei tentativi. Ha bisogno di tempo. Mette delle toppe.

Ognuno inizia il proprio tentativo di comprensione, lima le proprie parole per coprire il reale, ciò che fa buco. Si cerca un abbozzo di discorso, seppur in un tempo sospeso.

L’epidemia porterà ognuno di noi a dirne qualcosa. Gli effetti di senso non sono condivisibili. Ognuno ha il proprio virus nel virus, il proprio reale da avvicinare. Uno per uno.

Il rapporto al reale ci tratteggia come delle eccezioni al simbolico, alla parola.

Per qualcuno si tratta di un reale con un effetto di sorpresa. Un paziente, in trattamento da ottobre, la cui domanda fa emergere, nel corso delle sedute, una profonda paura di morire, sceglie di non trasferire il suo discorso, con le apposite accortezze, nel luogo e nel tempo di Skype. Lui che è cosi accorto, cosi prudente, che rimprovera la moglie quando non mette la cintura di sicurezza al figlio nel sedile posteriore della macchina, che litiga con i colleghi di lavoro perché non rispettano le regole, in questa pandemia si sente meno fuori posto. Tutti diventano prudenti come lui, tutti hanno paura di morire, le regole interne che lui si è dato per evitare la morte, diventano le regole di tutti. Nell’ultima telefonata mi saluta cosi: «Dottoressa, preferisco al momento interrompere e ci rivedremo quando tutto questo sarà finito. Mi sembra strano e non capisco perché, adesso che c’è un concreto motivo per aver paura di morire, io la stia prendendo così bene. Mi vien quasi da ridere. Dottoressa, ne ri-parleremo. Intanto mi faccio compagnia con le parole della nostra ultima seduta».  In après-coup, ascolterò cosa ne ha prodotto.

Parole che fanno compagnia. Se questo virus toglie il respiro, per lui sembra apparire come una boccata d’aria.

Mozione sospesa

Maria Costanza Ciancarelli
Allieva Istituto Freudiano – Rieti – 02/04/2020

Lavoro con i pazienti, i familiari e gli operatori nel reparto di cure palliative della A.s.l. della mia città, dove sono ricoverati pazienti terminali oncologici e SLA. Svolgo dei colloqui con i pazienti in cui emerge spesso il significante morte e l’angoscia che ne deriva. Qui, come altrove, sono iniziate a piovere le richieste dai colleghi, dall’azienda e a mia volta, ho iniziato a sentirmi in dovere di pormi le stesse domande: fare qualcosa? cosa fare? come farlo?

Davanti alle richieste dell’azienda ho rievocato le tre fasi del tempo logico.

Il momento di concludere è rappresentato oggi da un fare precipitoso dettato dall’angoscia che denuncia la «paura che il ritardo generi l’errore»1. Producendo così quel chiacchiericcio assordante delle innumerevoli iniziative extra-ordinarie associate a un evento extra-ordinario solo per somiglianza di carattere. Questo momento di concludere è per evitare l’incontro mancato con il reale?

La corsa al fare mi ha portato solo da una parte: esserci. Rimanere al mio posto dove i pazienti mi hanno sempre trovato per andare a vedere con loro, con paradossale serena angoscia, di cosa si tratta. Mantengo la posizione di psicologa di un servizio di cure palliative orientata in direzione ostinata verso l’essere presente, fuori dal lettino, creando così un posto che invita alla parola, senza pretenderla. Aspetto il dire del paziente, adeguando uno ad uno le modalità di contatto con gli operatori, i pazienti e i familiari.

Rimanere in quel simbolico che permetta alla parola di presentificarsi e aprire la dimensione del grande Altro, da non interpretare. Attivare così un transfert positivo dove c’è una domanda non operabile. Quella flebile domanda raccolta in una riunione, in una chiamata o nel corridoio del reparto è stata posta e ascoltata. È così che posso esserci, non fare.

La funzione della mozione sospesa diventa significante non per la sua direzione, ma per il tempo d’arresto, mostrando «non ciò che i soggetti vedono, ma ciò che hanno trovato positivamente da ciò che non vedono»2.

Lacan mostra così come l’attesa può trasformarsi in azione. Il tempo dell’azione dipende dalla struttura significante accompagnato sicuramente dall’angoscia, poiché il momento di concludere implicherà inevitabilmente una perdita. Sono in attesa, rimango presente, sostenendo quel desiderio indistruttibile che può portare al di là. Raccolgo una domanda, rimanendo ispirata alla posizione di scarto dell’analista.  Mi risuona una frase di Miller che riportò Antonio Di Ciaccia “la posizione dell’analista è senza pietà”, che non vuol dire non accogliere una persona, ma farlo con una determinazione al di là di tutto.

Magari un giorno questo trauma rappresenterà un incontro con il reale, Τύχη3, da lavorare, partendo dall’insostenibile consapevolezza di limite, che ha fatto scacco al senso di onnipotenza illusorio, sostenuto dalla scienza e dalle nostre buffe certezze poste a rinnegare la morte e la malattia, appartenenti alla vita tanto quanto la nascita e la salute. Magari un giorno tutto questo sarà operabile. Magari un giorno, ma non ora.

[1] Lacan, J. Il tempo logico in Scritti, vol. I, Torino, Einaudi 1974, p.201.

[2] Ivi, p.197.

[3] J. Lacan, Il Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Torino, Einaudi 2003, p.51.