Jean Eugene Buland, Felicità per i genitori, 1903
L’arrivo di un bambino cambia la scena del mondo; quando non è desiderato, ma anche quando lo è ed è voluto.
Il bambino sconvolge.
Nel dipinto “Felicità per i genitori” di Jean Eugene Buland, 1903, una madre allatta il neonato. Lo guarda mentre il padre assiste alla scena con gli occhi chiusi. Il neonato è tra i due, ma è solo la madre a toccarlo mentre lui o lei è attaccato al seno. Il padre non guarda la scena. Il seno che allatta non può essere guardato (eroticamente), ma è poetizzato e derotizzato dallo sguardo che immagina, ma non guarda e vede. Il bambino è tra i due, dipinto in una data relazione. È attaccato alla madre, al seno. Il padre è lì, non lo tocca e non lo guarda.  Come scrive Lacan nel quinto seminario, ci vuole un terzo tempo affinché il padre interviene come reale e potente; “può dare alla madre ciò che ella desidera, e può darglielo perché ce l’ha”, pagina 196. Sorti diverse per la bambina, ma brevemente possiamo dire in questa terza tappa si tratta per il bambino di identificarsi con il padre che ha il fallo, eserciterà in futuro i suoi poteri sessuali – e per la bambina di riconoscere l’uomo come colui che lo possiede.
Il bambino è la risultante di rapporti e legami tra i due che lo accolgono, o meno, come figlio. Il bambino può essere sintomo della coppia o oggetto del fantasma (materno). Nel lavoro analitico con il bambino il gioco ha un ruolo importante; nel gioco può dirsi e darsi (in divenire) il fantasma. Freud, in Al di là del principio di piacere, mette in relazione la coazione a ripetere con la vita onirica e “l’impulso che spinge i bambini a giocare” ( pagina 209). Qualche pagine oltre il gioco viene presentato come un tentativo, da parte del bambino, di dominare meglio l’impressione di una situazione spiacevole. Ripete quindi per dominare meglio. Lo psicoanalista gioca con il bambino, insieme a lui, guidato da lui. Le libere associazioni dell’adulto sono il corrispettivo del gioco del bambino. Non che con le parole non si giochi; l’etimologia infatti ci dice che la parola gioco deriva dal latino iocus, in origine “gioco di parole”, “scherzo”, facezia arguta.
Il gioco – nella clinica – nella sua scelta, combinazione e sequenza dà vita a una catena significante o alla ripetizione sempre uguale di un S1 che permette la costruzione del fantasma; permette di dar forma al rapporto del soggetto barrato, vuoto, con l’oggetto.
Il lavoro clinico con i bambini è complesso e diverso da quello con gli adolescenti e gli adulti. Occorre lasciarne traccia; occorre dar voce, attraverso la scrittura, alla clinica analitica lacaniana in una realtà culturale in cui il bambino è divinizzato da un lato, pensiamo alle paure genitoriali di traumatizzarlo continuamente, e annullato dall’altro con le infinite diagnosi che la scienza offre. Già durante la scuola dell’infanzia si patologizza ciò che fino a qualche anno fa cadeva sotto la frase “ogni bambino ha il suo tempo”; frase che dava respiro e particolarità al bambino. Il modo claudicante di parlare dei dueenni e treenni è insopportabile per l’adulto e spesso nascono, dai pediatri e dalle scuole, inviti a specialisti che possano normalizzare il bambino. Un bambino che non riesce a star fermo o che piange se rimproverato o disinteressato a una attività è un bambino fuori norma, etichettato, guardato con assedio; raramente ascoltato.
Che la giornata di Bologna sia l’occasione per rilanciare la scrittura e l’esistenza tangibile della clinica con i bambini uno per uno.

Ilde Kantzas
Delegata nazionale ai cartelli