Fulvio Sorge

La nostra civiltà è segnata dal discorso del capitale che fa sì che il pudore si affievolisca e quasi scompaia a fronte dell’immaginario possesso integrale del corpo dell’altro che, perversamente, si riduce a oggetto di godimento. Il sintomo contemporaneo non domanda niente: è fissazione di godimento sotto l’imperativo monomaniacale di un pieno da cui non esiste separazione, di un vuoto che si fa cancellazione del pensiero, inerzia, malinconia, nel suo rigetto radicale dell’inconscio, nel suo progetto di rendere visibile l’impossibile. Soggetti senza corpo, corpi senza soggetto: per le déchirement del fantasma vi è alienazione al linguaggio-sapere senza separazione, per la mancata estrazione di a piccolo, vi è separazione radicale e fascinazione per l’attrazione del reale in un gesto di pura perdita. La moltiplicazione meccanica di godimento dei corpi, a volte l’esaustione e la morte che accompagnano pratiche estreme, la frequenza delle immagini oscene che colonizzano i telefonini degli adolescenti, tramano la stoffa della perversione generalizzata, caratterizzata, nei giochi dell’amore, dal feticismo del fallo, idiotico in quanto assolutamente autoreferenziale. La semiologia della vergogna è legata all’oggetto sguardo, cui fa seguito una voce interiore che colpisce il godimento, rendendolo osceno.
Nel film Shame [1], Brandon, il protagonista, esprime la sua perversione in una serialità di incontri etero ed omosessuali, in un’incessante pratica della ripetizione dell’atto che lo possiede e lo anima. Se in Shame è palese la centralità dell’oggetto sguardo declinato perversamente, quando Brandon assiste, non visto, all’incontro sessuale tra sua sorella e un suo compagno di avventure, si produce un rovesciamento, una schisi tra sguardo e visione. Sono i corpi avvinti dei due amanti che lo guardano, con un effetto straniante e imprevedibile di angoscia, di perturbamento e di vergogna. La vergogna, dunque, restituisce al soggetto categorie valoriali, in stretto contatto con l’onore, e si oppone all’impudicizia e all’impudenza, essendo improvvisa rivelazione dell’impraticabilità del reale.
“La vergogna – suggerisce Lacan – è la sola virtù, se non vi è rapporto sessuale.” [2] Quando Brandon scopre Sissy che fa l’amore con David, la posizione voyeuristica si inverte. L’osceno lo guarda, il sembiante fallico vacilla, compare la vergogna. Tale è l’effetto intersoggettivo, che l’altro gli impone con la sua nudità, con la impudicizia del suo godimento. E’ nel momento in cui il significante dell’onore si degrada e svanisce nel reale, che egli è guardato da questa immagine, e, nella schisi tra occhio e sguardo, riconosce la vergogna della propria esistenza.
Se il fantasma perverso decade nell’indicizzare fallicamente l’immagine senza resti apparenti, lo sguardo del mondo si fa divorante, l’immagine è insopportabile, lo acceca a fronte dell’orizzonte ultimativo del reale. E’ l’altra faccia della società on demand che Mc Queen racconta in questo dramma privatissimo solo all’apparenza, venato da una tristezza senza freni, che, nella sua conclusione, si produce come melanconia e devastazione. La nudità di Fassbender, eroticamente esibita nelle prime scene, si trasforma in accecamento, angoscia insopportabile. La gloria del fallo, in limine abissi, diviene l’impasse di una vita inutile. A fronte dell’impostura della sua esistenza Brandon sembra liquefarsi, sparire.
E’ opportuno ricordare che “il pudore è ambocettivo, della congiuntura dell’essere“ [3] E’ esattamente in questo momento che il fantasma di Brandon vacilla; del resto, Lacan lo precisa “l’impudicizia dell’uno basta a violare il pudore dell’altro “[4]

[1] Shame ( 2011) film diretto da Steve McQueen, con Michael Fassbender e Carey Mulligan.
[2] J. Lacan Il seminario XXI, “Les non-dupes errent , inedito, Lezione del 12 marzo 1974.
[3] J. Lacan “Kant con Sade “ Scritti, Einaudi Editore, Torino,1974, p. 771.
[4] J. Lacan Idem, p.771