Philippe Hellebois

Lacan scrive questa frase celebre e terribile in uno dei suoi ultimi testi. Egli precisava anche che la stessa storia racconta solo gli esodi (1). Quest’osservazione ha una portata strutturale che non si limita a un’epoca data ma vale tanto per il passato che per il presente e l’avvenire. Essa pone semplicemente che l’esilio è il nostro reale di essere parlanti. I tempi che corrono mostrano d’altronde che le frasi di Lacan, proferite in un’epoca in cui il razzismo e il fenomeno migratorio sembravano lontani da noi, sono a tal punto pertinenti da diventare premonitrici.

Lacan fondava la propria certezza sulla considerazione lucida dei poteri del simbolico. Questo sposta il godimento dell’essere parlante interdicendolo lì dove appare. Più precisamente, esso deve venire rifiutato su un piano, quello del reale, per essere raggiunto su un altro, quello del simbolico. Pensiamo al godimento masturbatorio che può anche metaforizzarsi, o più modestamente trasformarsi, in desiderio oppure in amore. Questo piccolo esempio elementare mostra non solamente che l’esilio comincia presto, ma si produce anche restando sul posto. Inoltre, potremmo anche aggiungere che è altamente auspicabile, a meno di preferire la mano a un partner che non conosciamo al primo colpo.

Che l’essere parlante sia uno straniero nel proprio paese è un fatto tanto meno tragico in quanto è inevitabile. È ciò che pensava in particolare Seneca che, da buono stoico, consigliava di arrangiarsi. Cercando di consolare la madre del proprio esilio su disposizione di Nerone in Corsica, luogo allora considerato come orribile, le spiegava per filo e per segno che la caratteristica della condizione umana è quella di essere sempre in viaggio: l’anima umana è mutevole, instabile, a immagine dello spirito che regna nelle altezze celesti; niente è mai rimasto lì dove è nato; le andate e ritorni del genere umano sono incessanti o ancora «Farai fatica a trovare una sola terra che sia tutt’ora abitata dalla sua popolazione d’origine». (2)

Il discorso della scienza, la cui apparizione è relativamente recente, ha aggiunto il proprio grano di sale alla struttura contribuendo a renderla insopportabile. Spingendo al limite i poteri del simbolico, accentua le cose mettendo in movimento tutte le popolazioni contemporaneamente. Risultato, il mondo è diventato un villaggio tanto globale quanto uniforme. Ciò potrebbe avere solo un impatto turistico se il reale non venisse a disturbare la festa. In effetti, i diversi modi di godimento non si globalizzano, non si mescolano più, e comunicano ancora meno. La loro tendenza pesante è di escludersi mutualmente, e se si parlano è per intendersi gridare.

Questo faceva dire a Lacan che i fantasmi razzisti proliferano nella misura stessa della mescolanza contemporanea delle popolazioni e dei corpi. Nello stesso filo, egli faceva dei nazisti niente meno che dei precursori che avrebbero suscitato in futuro molte vocazioni (3) Evidentemente questi tempi sono arrivati. Non per questo siamo ritornati alle uniformi grigio-verdi e alle svastiche, anche se alcuni all’occasione le tirano fuori dall’armadio. I seguaci sono più discreti, ovvero ordinari, e fanno il peggio a loro immagine. È a loro che si applica l’espressione di Hanna Arendt, la banalità del male. Si dicono democratici, ma agiscono come perfette canaglie approfittandone per far eleggere il fantasma razzista che cammina nelle profondità del gusto.

Senza dubbio è su questa questione del fantasma che noi analisti possiamo apportare il nostro ascolto. Non si tratta solamente di condannarlo, ma di mostrarlo per ciò che è, contribuendo così alla possibilità che la follia diffusa del razzismo e della segregazione non si cristallizzi. Per farlo, non c’è altra via della conversazione e il dibattito con l’opinione illuminata. La nostra arma migliore, e allo stesso tempo la sola, sarà come sempre il verbo. Per noi, il forum è una seconda natura.

Traduzione di Laura Pacati

(1) Lacan, J., «Joyce il Sintomo», Altri scritti, Torino, Einaudi, 2013, p. 561. Vedere anche Miller, J.-A., «Enfants violents», Après l’enfance, Paris, Navarin, 2017, p. 198-199.
(2) Sénèque, «Consolation à Helvia, ma mère», Consolations, Paris, Rivages poche, 1992, p. 51-125.
(3) Lacan, J., «Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola», Altri scritti, op. cit. p. 255.