Paola D’Amelio

L’orientamento al singolare dell’ultima clinica lacaniana continuista legge il Nome del Padre, capitone della prima clinica strutturalista e bussola che orientava la diagnosi differenziale nevrosi/psicosi, come “[..] un nome del modi di godere: è il modo di godere colto nel suo carattere universale”[1]. Solo uno dei tanti nomi possibili, dunque.
Nel 1975 nello scritto “Joyce il sintomo” Jacques Lacan ritiene che un altro nome del padre possa essere il sinthomo stesso, proprio a ciascuno, diverso per ciascuno: “Ma c’è un modo di chiamarlo, è in questo punto che io aggiungo a ciò che ne è oggi del Nome del Padre, al livello in cui Joyce ne testimonia, ciò che conviene chiamare il sinthomo”[2]. E ancora Jacques Alain Miller definisce il sinthomo come elemento supplementare al registro simbolico, immaginario e reale, che ne permette l’annodamento e che dunque “[..]funzione come Nome del Padre”[3].
L’invenzione lacaniana del sinthomo supera l’opposizione binaria con-senza NdP, introduce la dimensione della gradualità e la categoria del singolare assoluto, sottraendosi così da qualunque possibile categorizzazione. Tale nuova concezione non contempla la comparazione, presupposto dell’operazione di riduzione a quelle classi cliniche che ben utilizziamo in psicoanalisi per articolare una diagnosi. Ancora J.A. Miller parla del caso, inteso nella prospettiva singolare del sinthomo, come paradigma piuttosto che come esempio. Come una locomotiva cui possono eventualmente attaccarsi altri vagoni. Cioè unico, non deducibile da altro che da sé stesso, non somigliante a niente.
L’analista in seduta si trova confrontato con la solitudine della singolarità assoluta del proprio godimento. La solitudine dell’assoluta singolarità del reale del godimento in gioco nel sinthomo di chi ascolta. E che si tratta di circoscrivere, enucleandolo come irriducibile.
Si tratta di una solitudine possibile? Sostenibile?
J.A. Miller ritiene che non lo sia. Che il discorso analitico confronti l’analista con l’insostenibilità della categoria del singolare assoluto. E che per tutta risposta egli si rifugerebbe nel particolare, si consolerebbe con le diagnosi e le comunità, sebbene la verità sia, egli dice, “[..]l’abisso del singolare”[4].
Dunque la pratica diagnostica intesa come difesa dal singolare, così come l’inconscio una difesa dal godimento fuori-senso? In questo ultimo insegnamento, Lacan distingue inconscio e sinthomo come due ordini non omogenei ma ne cerca un’articolazione nella forma del nodo.
Mi chiedo se sia pensabile a partire da ciò un’articolazione particolare-singolare, che situi la particolarità della diagnosi clinica in un qualche rapporto con la singolarità assoluta del caso. E mi trovo a pensare che una possibilità ci sia quando una diagnosi, pur imprescindibile per orientare la direzione della cura tenga conto, caso per caso, del godimento in gioco, unico, singolare appunto.
E ritengo che di questo possa farsene garante soltanto l’analista, la sua posizione, nello specifico. Questi non potrà operare che incarnando egli stesso quel godimento fuori senso, nell’istante dell’incontro, ogni volta diverso, senza ricorrere al senso per svelarne l’arcano.

[1] J.-A. Miller, “Cose di finezza in psicoanalisi” in La Psicoanalisi, n.59, p. 168
[2] J. Lacan, “Joyce il sintomo”, in La Psicoanalisi, n.23, p.18.
[3] J.-A. Miller, “Senza Nome del Padre”, in Attualità Lacaniana, n.1/2005, p.20.
[4] J.-A. Miller, “Cose di finezza in psicoanalisi”, op.cit., p.175