Carmen Leccardi

Nel suo libro ‘Storia del filo spinato. Genealogia di un dispositivo di potere’ il filosofo francese Olivier Razac sottolinea come questo oggetto non tecnologico, apparentemente immune dal trascorrere del tempo – da quando è stato inventato, negli Stati Uniti della seconda parte dell’Ottocento, la sua struttura è rimasta praticamente immutata – possegga  un potere materiale e simbolico speciale. Nel corso di poco meno di un secolo e mezzo, dopo il suo uso bellico, è diventato l’emblema non solo di territori disgiunti, ma anche della separazione e della messa ai margini di gruppi e popolazioni. Dove c’è filo spinato c’è una linea divisoria, una frontiera e una frattura; c’è un’identità del ‘noi’ e una del ‘loro’. Il filo spinato presuppone un’esclusione.
Le barriere di filo spinato di Ceuta e Melilla, enclavesspagnole in Marocco, esemplificano bene questo significato. Costruite dalla Spagna con un consistente finanziamento dell’Unione Europea poco prima dell’inizio del nuovo secolo, sono un esempio paradigmatico dell’Europa-fortezza, l’Europa dei muri e delle chiusure, che si difende dall’ingresso dei migranti attraverso le barriere. I muri tra l’Ungheria e la Serbia, o tra la Bulgaria e la Turchia, in aree di passaggio per chi vuole raggiungere l’Europa da paesi extra-europei, hanno la stessa funzione. Nel caso della Bulgaria, simbolicamente, il muro di reti metalliche e filo spinato è eretto nella medesima posizione di un altro muro: quello che impediva ai cittadini del blocco sovietico di fuggire nella direzione opposta, verso Ovest.
Quest’anno, il 2019, segna il trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, un evento chiave dell’ultima parte del secolo che si è da poco chiuso. Come ha sottolineato il sociologo Ulrich Beck, la caduta del Muro ha rappresentato, insieme alla conclusione della guerra fredda, la trasformazione del rapporto dell’occidente con le differenze. Dopo il 1989 non esiste più un ‘altrove’, un ‘esterno’ verso il quale proiettare le differenze. Le differenze devono poter coesistere e fecondarsi reciprocamente – il filo conduttore anche delle ultime riflessioni di Alberto Melucci. L’arena culturale è diventata unica, così come lo spazio-tempo al cui interno essa prende forma.
I trent’anni che ci separano da questa svolta storica segnano le crescenti difficoltà, per l’Europa, di fare i conti con la differenza. Il con-vivere con le diversità, portato inarrestabile dei processi di globalizzazione contemporanei – e, in modo esplicito, del confronto con le ondate migratorie – ha messo in crisi l’Europa dei principi di eguaglianza, libertà e rispetto della dignità umana. Dinamiche etnocentriche, quando non esplicitamente razziste, ‘sovranismi’ e nazionalismi corrono rapidi sullo schermo delle nostre vite quotidiane. Oscurando quelle narrazioni, da sempre riferimento per il vecchio continente perché ricavate dall’eredità illuminista, idonee a mettere al centro solidarietà e diritti democratici. Il recente episodio dell’accoglienza lungamente negata, da parte di un continente di cinquecento milioni di abitanti, a meno di cinquanta migranti salvati nel Mediterraneo e rimasti in balia delle onde per più di due settimane senza possibilità di sbarco, è in tal senso più che emblematica.
Ma questo è solo una faccia dell’Europa contemporanea – sulla quale, per evidenti motivi, l’opinione pubblica oggi si sofferma maggiormente. Ma esiste anche un’altra faccia, una faccia luminosa tanto quanto la precedente è l’esito di un cono d’ombra. L’ambivalenza dell’Europa nasce da questa duplicità. Su questa seconda faccia sono disegnate le pluralità che si trovano a convivere pacificamente nell’Europa dei nostri giorni: pluralità di visioni del mondo, di culture, di tradizioni. Queste diversità distano talora pochi chilometri, da un confine nazionale all’altro, o talvolta – è il caso dell’Europa mediterranea in rapporto a quella scandinava – sono separate da qualche ora di aereo. Sono pacificate da un patto di riconoscimento e fiducia reciproci, che l’Unione ha cementato. Il metodo alla base di questo riconoscimento reciproco tra diversità ha consentito all’Europa oltre settant’anni di pace. Ha permesso fiorissero gli scambi tra culture, le mutue valorizzazioni, nuove conoscenze.
I ponti, invece del filo spinato, sono il simbolo di questa faccia in luce – la faccia della pace come metodo, della convivenza tra diversità, del ‘darsi valore’ gli uni con gli altri. Simmel, uno dei grandi padri fondatori della sociologia, scriveva all’inizio dello scorso secolo che, mentre un muro è una forma geometrica ‘morta’, un ponte rappresenta lo zenit della capacità umana di creare un tracciato, dunque di unire.  La ricostruzione nel 2004 dell’antico ponte di Stari Most, il ponte di Mostar distrutto nel conflitto tra forze croate e bosniache all’inizio degli anni Novanta, è a sua volta emblema della possibilità di convivenza e reciproco scambio tra gruppi etnici e religiosi differenti. La concreta solidarietà di molti paesi europei è risultata di importanza strategica per consentire questa ricostruzione.
Per concludere. Sotto il profilo sociologico l’ambivalenza non è confondibile né con l’ambiguità né con la contraddizione. Ha piuttosto a che fare con la coesistenza di due polarità, entrambe terreni di azione potenzialmente percorribili. Per riprendere la metafora, l’Europa prossima al terzo decennio del ventunesimo secolo è stretta nell’ambivalenza tra ponti e fili spinati. L’abbraccio di questa ambivalenza può risultare mortale. Per contro, la presa di coscienza collettiva dell’esistenza di tale ambivalenza, insieme ad un’analisi attenta delle sue radici – a partire da xenofobia, etnocentrismo e discriminazione razziale – può positivamente aiutarci a scioglierla.