Rosa Elena Manzetti

Sappiamo che sin dall’inizio dell’insegnamento di Lacan c’è una precisa distinzione tra funzione paterna e un padre. Per esempio nella Questione preliminare in modo deciso egli dice che la presenza del Nome-del-Padre può perfettamente accompagnarsi con l’assenza di un padre. Di conseguenza reciprocamente la presenza di un padre non garantisce niente sulla funzione del Nome-del-Padre.
Tale distinzione si mantiene lungo tutto l’insegnamento di Lacan e la troviamo anche alla metà degli anni ’70. Quello che è cambiato verso l’anno 1975 è la concezione della funzione paterna che non soltanto non passa necessariamente attraverso la presenza di un padre, ma non è più una funzione metaforica, diventa piuttosto una funzione che annoda, una funzione che nomina. Essa annoda il reale al simbolico e all’immaginario ed è una funzione sintomo.
Possiamo quindi fare a meno di un padre, ma persiste la questione di sapere a quale condizione e come si realizza la funzione nominante di un padre, che non ha niente a che fare con il dare il proprio nome. Trasmettere il patronimico ha sicuramente un valore simbolico, ma ha a che fare con un aspetto culturale, che infatti cambia da cultura a cultura.
Nella lezione del 21 gennaio 1975 (seminario R.S.I.) nel passaggio in cui Lacan dice ciò che chiama un padre che ha diritto al rispetto, è attraverso la sua posizione libidica che un padre porta la funzione che nomina. Egli supporta tale funzione a condizione di essere sintomo-padre. Un sintomo-padre è fare di una donna la causa del proprio desiderio, sceglierla per procreare con lei dei figli di cui prendersi cura come padre.
Sintomo-padre è un sintomo che opera perciò un doppio annodamento sociale: fa nodo tra un uomo e una donna causa del suo desiderio e inoltre fa nodo tra generazioni.
Il sintomo-padre è il dire di nominazione che può essere dedotto dal suo sintomo. E’ il dire che nomina i partner sintomatici di un soggetto in posizione di padre. Il dire paterno non ha a che fare con la confidenza sul godimento del padre, ma al contrario ha a che fare con un giusto dire a metà.
Tenuto conto che il dire non fa riferimento alla verità, esso è  piuttosto la condizione necessaria perché ci siano dei detti, il dire paterno non è dell’ordine del significante del Nome-del-Padre, ma concerne il fatto che non tutto è da dire. Il dire paterno è un giusto non-detto, l’opportuno velo sul godimento del padre. Chiunque abbia il sintomo-padre, che illustra la versione padre, può supportare la funzione padre.
Quest’ultima tesi di Lacan sulla funzione padre, mette in rilievo che il sintomo-padre o c’è o non c’è, proprio come il dire, l’atto di dire. O c’è o è di fatto precluso.
L’idea di Lacan, nel suo lavoro su Joyce, è che si può supplire al dire del padre con un altro dire che nomina. Clinicamente tutte le supplenze al sintomo-padre – che è di per sé una supplenza – costruiscono un nodo, un legame sociale.
C’è quindi sicuramente un dire paterno che annoda,  ma ci sono altri annodamenti possibili, di cui Joyce nell’insegnamento di Lacan è il paradigma, ci sono dei dire non paterni che hanno una funzione di annodamento.
A partire dalla tesi dell’ultimo insegnamento di Lacan, non soltanto è messo fuori  gioco il binarismo tra presenza dell’Edipo e preclusione dello stesso, ma anche l’idea della psicosi caratterizzata dall’essere fuori discorso.
Possiamo constatare che ci sono dei legami preclusi, quindi dei soggetti fuori discorso, ci sono dei legami, degli annodamenti, fondati su un dire stabilito e infine dei legami fondati su un dire la cui emergenza è contingente, che si stabiliscono per un tempo e soltanto per qualcuno.