Rosa Elena Manzetti

Quello che mi colpisce attualmente in Italia con il sedicente “governo del cambiamento”, anche se non è in gioco soltanto ora, è l’uso del significante “popolo” come luogo e nome del supposto sapere della verità-godimento che ci vuole per esercitare il potere, nome a partire dal quale autorizzare la propria azione. Contemporaneamente l’Europa, diventata tutt’uno con coloro che la dirigono, e tutti coloro che esprimono una posizione diversa da quella del governo, diventano il nemico “del popolo italiano”, necessario e indispensabile a giustificare parole, insulti, azioni dal sapore segregativo.

Che cosa fa sì che questo raggruppi in modo acritico e suggestivo, così tante persone che, di fronte all’angoscia prodotta dalle manifestazioni dell’Altro che non esiste, si aggrappano a una nuova parola suggestiva che dichiara, secondo la logica che Lacan definiva canagliesca, di poter offrire l’oggetto-godimento risolutivo dell’insoddisfazione?

Pensare come funziona un legame sociale rinvia prima di tutto a Freud e a “Psicologia di massa e analisi dell’io”, con la sua tesi su che cosa faccia sì che una massa di individui, differenti nel loro inconscio, nel loro fantasma e perciò nel loro godimento, giungano ad una libido omogenea, per esempio nel loro amore e nella loro ammirazione per un capo.

Lacan mira a rispondere alla stessa questione quando mette in forma i discorsi. Abbiamo sicuramente le singolarità individuali determinate da inconsci individuali, ma abbiamo anche delle società in cui modalità di godimento specifiche regolano ciò che è permesso e ciò che è proibito, ciò che è accettato e ciò che è rigettato. Un discorso fissa le modalità di godimento proprie a un gruppo, a una società, tramite un plus-godere indicato come fattore comune di una massa. Lacan, a differenza di Freud, mette in rilievo non soltanto che i discorsi sono diversi – egli ne individua 4 più quello capitalista – ma anche che tutti i discorsi sono degli ordini di godimento.

Nel capitalismo del nostro tempo, indifferente a tutto ciò che non si vende, l’individualismo tende ad avere come sola causa il proprio godimento.

Nel 1975, nella conferenza Joyce il sintomo[1]Lacan parla dello S.Ca.bello[2] come strumento di un narcisismo competitivo e di lotta, che non comporta soltanto l’amore di sé ma l’affermazione di sé. Lo considera lo strumento primario con cui ciascun parlessere, ciascuno che ha un inconscio che parla, tende a farsi valere agli occhi dell’altro, a farsi un’identità identificabile nel gruppo sociale. Inoltre Lacan dimostra che non soltanto il farsi valere, lo sgabello, è determinato dalla parola, ma che esso è prioritario, viene prima di tutto per il parlessere. Egli scriveva che “niente nella vita scatena più accanimento”,[3] per riuscire a procurarsi uno stato civile. Gli esseri parlanti si accaniscono nella loro gara a questo fine e non è certo per servire all’interesse generale di una società.

Lacan, per sottolinearne la priorità, applica la funzione dello sgabello anche a se stesso, e lo dimostra aggiungendo “dimostro che l’S.Ca.bello è primo, visto che presiede alla produzione della sfera”[4]. C’è un ordine di priorità tra il dire, che dà un posto, e i detti che produce. Il dire fa identità di godimento del soggetto del significante. Esso può affascinare o suscitare il vero odio, quello senza alcuna contropartita di amore. Il dire-sgabello la vince sui detti a cui dà la loro unità. Il desiderio supposto al dire è quello del desiderio di farsi valere.

Tutti i parlesseri prioritariamente mirano allo sgabello. Soltanto all’analista in atto, e al santo, Lacan riserva la scabeaustration, la castrazione dello sgabello.

Quale apporto può dare all’analisi del legame sociale attuale, all’amore e odio verso l’Europa e all’amore e odio verso lo straniero, la dimensione dello sgabello caratteristica della formazione di ogni parlessere, dallo stadio dello specchio fino alla promozione del proprio nome, che mette in rilievo che gli esseri umani si formano sia a partire dalla lalingua sia dall’immagine?  Tenuto conto che uno sgabello non equivale a un altro e che il desiderio di farsi un nome comporta sempre l’altro, lo sguardo dell’altro.

Che effetto ha sui membri di una collettività, sul legame e sul desiderio, avere come obiettivo “prima il popolo X”?

Come si accordano i legami del farsi valere con un discorso, vale a dire un ordine che è già lì, ci contiene e mette in gioco un’economia di godimenti condivisi? Anche lo scommettere sul farsi valere mette in gioco un plus-godere, che tutti gli altri pagano con l’identificazione partecipativa. Proporsi come oggetto da godere in cambio di un piedistallo ha effetti segregativi. I seguaci pagano con il loro applauso, il loro amore dipendente, dando corpo al piedistallo compensatore del vuoto di essere. Uno sguardo ammirato o una voce acclamante sono il tributo pagato da una massa segregata per alimentare la propria credulità.

Rosa Elena Manzetti

[1] Jacques Lacan, Joyce il sintomo, in Altri scritti, Einaudi, Torino 2013, p. 557

[2] Traduzione italiana di S.K.beau, omofono di escabeau, sgabello.

[3] Jacques Lacan, Posizione dell’inconscio, in Scritti, Einaudi, Torino, p. 847

[4] Jacques Lacan, Joyce il sintomo, in Altri scritti, ib. p. 557