Maria Laura Tkach

Diagnosticare vuol dire conoscere per mezzo di.
Qual è il mezzo, in psicoanalisi, nell’incontro con un parlessere?
La parola, il discorso. Non si può che passare da lì, non smettiamo di dire e di dirci.
Ma lo è? In che modo la parola funziona come mezzo nell’attualità, in questo XXI secolo?
Al giorno d’oggi, quando incontriamo individui vuoti (in che senso un lavoro analitico dovrebbe agevolar uno svuotamento?), disorientati, portatori di sofferenze mute e di corpi anestetizzati, come un’offerta di parola potrebbe bucare il muro del mutismo, quanto meno sfiorare appena un corpo immune – alla parola?
Fare da segretario, da testimone, luogo dove depositare qualcosa di un godimento indicibile, in relazione a qualcuno per il quale nulla si è scritto…cosa vorrebbe dire?
Il vis-à-vis, il lettino, con ciò che comportano rispetto al posto dell’immagine e dello sguardo nel legame. L’utilizzo dell’uno o dell’altro, produce una qualche differenza? Qualche volta, ma non sempre e non in maniera decisiva.
Anzi, a volte si ha l’impressione che quasi più nulla produca qualcosa di decisivo, a livello degli effetti, per i parlesseri. Più nulla tra i mezzi di cui disponiamo – la parola, lo sguardo, il sembiante, la voce. I mezzi propri al soggetto, quelli su cui anche noi analisti, in quanto soggetti, contiamo. Solo in modo più avvertito, si spererebbe.
A volte….quasi più nulla…. Ogni tanto, però, discretamente, senza clamore, in modo impercettibile ai più, qualcosa di un effetto fa capolino. Affiora allora un pensiero: ecco, un effetto di questo o di quell’altro. Della parola? In un certo senso. Non della parola nel suo versante di significazione; ancor meno in quello di comunicazione. Forse, dell’apparola.
Lavorandoci a ritroso, partendo da qualche effetto sparso, può darsi che appena un pezzo di verità riusciamo ad afferrare – ma solo per poco tempo – e ciò ci consente di dire: effetto di una posizione. Posizione che sorge da un resto, scarto che talvolta si produce, possiamo dire, come voce, nella parola.
E allora: quali usi? Quale diagnosi? Quale clinica?
Talora una voce nell’/dell’apparola.

[1] Troviamo elucidazioni su questo neologismo lacaniano nel testo di J.-A. Miller “Il monologo de l’apparola”, pubblicato nel n. 20 di La Psicoanalisi, Astrolabio, Roma 1996, p. 20.