Roberto Pozzetti

“Ogni analista dovrebbe periodicamente, diciamo ogni cinque anni, rifarsi oggetto di analisi, senza provar vergogna di questo passo” [1]. Questo l’orientamento di Freud circa il dibattito sull’esperienza analitica come compito terminabile e interminabile. Va colta cum grano salisanziché prenderla troppo alla lettera: il tempo dopo il quale ricominciare la propria analisi costituisce un tempo logico anziché cronologico, come il suddetto “diciamo” scritto da Freud ci fa palesemente interpretare. Dunque, nessuna vergogna quanto al rivolgersi a un altro analista, nessuna vergogna quanto allo sdraiarsi ancora sul divano, dopo un periodo sicuramente singolare.
Il testo di Freud si colloca anche in riferimento alle tre celebri professioni impossibili: educare, governare psicoanalizzare. Tre professioni, al cuore dei quattro discorsi proposti da Lacan il quale vi aggiunge il discorso isterico, che vengono citate nella lezione il Il potere degli impossibili del seminario XVII. Essa inizia appunto con il “morire di vergogna”. Si tratta di honte, nel testo francese [2] e questo rinvia alla hontologie. Non so se sia l’unica volta in cui Lacan dice o scrive questo termine.
Con “ontalogia”, egli condensa l’ontologia e la onta o vergogna. Si riferisce anzitutto alle questioni sul problema dell’essere in Heidegger; infatti Lacan sta citando l’essere per la morte, traducendolo come mortificazione indotta nel soggetto dalla catena significante: “ossia quel biglietto da visita attraverso cui un significante rappresenta il soggetto per un altro significante” [3]. Senza vergogna, il soggetto non è barrato dalla catena significante.
Qualche volta ci si vergogna di sé stessi. Talvolta i figli si vergognano dei propri genitori. Talora i genitori si vergognano dei propri figli. Vergogna il cui punto di origine sta nello sguardo altrui, che suscita reazioni come quella dell’arrossire. Pure nel commento compiuto da Lacan delle celebri pagine dell’opera filosofica L’essere e il nulla di Sartre, dedicate allo sguardo, troviamo il termine honte. Quello che attiva il “sentimento della vergogna” non è sempre visivo e può essere perfino una sonorità: un fruscio di foglie udito mentre si sta cacciando così come un rumore di un passo sorto nel corridoio quando si sta guardando dal buco della serratura [4].
Vi è una differenza fra la vergogna e il senso di colpa: quest’ultimo si colloca nel registro simbolico. Eric Laurent sostiene che, invece di “far vergognare, il discorso del padrone vuole trattare la colpa attraverso un’azione, attraverso il perdono”. Il discorso del padrone nella contemporaneità tende, in effetti, a determinare un ridursi della vergogna e del senso di colpa. Nel discorso analitico non si toglie la vergogna, “non c’è mai da decolpevolizzare ma c’è sempre da disangosciare” [5], appoggiandosi a un punto pacificante.
Ciò che più distingue la psicoanalisi dalla filosofia sta proprio nell’esperienza della castrazione simbolica, in un’epoca storica senza vergogna. Una certa tradizione filosofica è una ontologia volta a risolvere il problema dell’essere. La psicoanalisi è una ontalogia, nella quale è fondamentale lavorare sulla vergogna, sull’onta, sul taglio indotto dalla catena significante. Vergogna da accantonare nel momento di ricominciare l’esperienza analitica.

[1] S. Freud, Analisi terminabile e interminabile in Opere, Volume 11, p. 532.
[2] J. Lacan, Le séminaire. Livre XVII, L’envers de la psychanalyse, Seuil, Parigi, 1991, p. 209.
[3] J. Lacan, Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2001, p. 227..
[4] J. Lacan, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, Einaudi, Torino, 2003, p. 83.
[5] E. Laurent, La vergogna e l’odio di sé in La Psicoanalisi, n. 46, Astrolabio, Roma, 2009, pp. 47-48.