Versione Dicembre 2021

INCIPIT

 

Interpretare le “interpretazioni” è un’impresa che, già nell’intento, suona come provocatoria, anche perché ogni questione interpretativa esalta la soggettività che entra in gioco nel rapporto con quell’Altro che la interpella. La risposta dell’équipe alla domanda posta dal tema del prossimo convegno non può che essere pertanto un modo, il nostro modo di far giocare i significanti fondamentali presenti nel titolo: interpretazioni, esemplari, effetti. Interpretazioni esemplari che hanno avuti effetti. Mettendo sotto la lente il titolo, si potrebbe dire che esso voglia interrogare la clinica contemporanea ponendo in questione anche il concetto di interpretazione, uno degli ultimi baluardi della clinica discontinuista, dopo che anche i concetti di transfert e fantasma sono stati ormai derubricati dall’elenco di elementi caratterizzanti la forma clinica del nevrotico, strutturalmente distinta da quella psicotica.

A parte la sezione specifica dedicata al tema Passe e interpretazioni, l’interrogazione che vogliamo fare, attraverso una collaborazione più stretta e capillare con le segreterie di città, è quella di muoverci nella clinica dei nostri giorni per entrare nel reticolato concettuale che la governa, usando come filo conduttore il tema dell’interpretazione. Se da una parte è risaputo che l’interpretazione presupponga come condizione il transfert, e quindi l’attesa che l’analista possa guadagnare una condizione di padronanza, dall’altra le interpretazioni perché possano essere esemplari devono essere guidate dalla logica, che opera scansioni e l’isolamento di significanti che solo nel momento in cui sono staccati sanno produrre effetti. E’ in questo contesto formale che può emergere l’esemplarità dell’atto analitico, nel posto che gli compete. Nell’atto analitico gli effetti che si possono scorgere sono effetti di verità, che non è più tanto quella del senso, ma quella del godimento. L’interpretazione, e l’atto analitico in cui si colloca, si spostano così dall’operazione chirurgica del dividere, tagliare e separare al fine di far emergere il senso rimosso, ad altre funzioni, che permettono di dedurre il godimento a partire dal senso, di produrlo (in più: il plus-godere). L’operazione dell’annodamento non è più quella dell’articolazione tra pulsione e circuito semantico, ma l’intreccio di nodi che offrono soluzioni, invenzioni e non più sublimazioni. Si tratta di operazioni dove l’analista, attraverso il momento dell’interpretazione, sa porsi come partner del reale del sintomo, facendo limite al godimento, con un lavoro di traduzione, di lettura di ciò che è scritto, se non anche di nominazione delle cose nel lungo lavoro di decifrazione con soggetti psicotici, passaggio preliminare a effetti significativi nella capacità di orientarsi nel mondo per trovare un proprio posto.

Ribaltando l’impostazione usata nelle precedenti bibliografie, dove gli assi logici venivano intesi come binari logici per interpretare e inquadrare le citazioni reperite, la nostra idea in questa occasione è invece quella di provare solo in après-coup a mettere in forma logica il materiale che nel frattempo è stato prodotto. Il risultato sarà quindi l’espressione di una comunità al lavoro, che a partire dalla singolarità di ciascuno potrà costruire una “pragmatica sociale”, lontana da pretese teoriche e più vicina al vero protagonista dell’interpretazione: “L’inconscio interpreta.[…] Se l’inconscio non volesse essere interpretato, se il desiderio inconscio del sogno non fosse, nella sua fase più profonda, desiderio di essere interpretato – Lacan lo dice – desiderio di prendere senso, non ci sarebbe l’analista.”1

1 J.-A. Miller, (1996), “Il rovescio dell’interpretazione”, in La Psicoanalisi, n. 19,  Astrolabio, Roma 1996, p. 123