Bibliografia Freud

Freud, Signora Emmy von N., quarantenne delle Livonia, in Studi sull’isteria, (1892-95), in Opere,vol. 1, Boringhieri, Torino 1967.

“Ero allora completamente sotto l’influenza del libro di Bernheim sulla suggestione, e mi aspettavo da un tale influenzamento pedagogico maggiori risultati di quanto non mi attenderei oggi”. (p. 237)

“Quando (…) non riuscivo a farle accettare elementi per una convinzione, o quando, invece di addentrarmi nella storia della formazione psichica del sintomo, volevo agire mediante una suggestione autoritaria, notavo ogni volta l’espressione tesa e scontenta nel volto della sonnambula; e se alla fine chiedevo: «Dunque, avrà ancora paura di questo animale?», la risposta era: «No… perché Lei lo esige». Una promessa del genere, che poteva poggiare soltanto sulla sua obbedienza verso di me, non aveva mai successo propriamente; non ne aveva così come non ne avevano tutti gli insegnamenti generici che io le davo in luogo dei quali avrei altrettanto bene potuto ripeterle l’unico suggerimento: «Stia bene»”. (p. 257)

“È ovvio che in questo lavoro ci si deve mantenere liberi dal pregiudizio teorico di avere a che fare con cervelli anormali di dégénérés e di déséquilibrés […]. L’esperienza mostra, per l’isteria, il contrario: quando i motivi nascosti, spesso rimasti inconsci, sono stati trovati e messi in conto, anche nel nesso isterico delle idee non rimane nulla di misterioso e di irregolare”. (p. 429)

Freud, Miss Lucy R., trentenne, in Studi sull’isteria, in Opere,vol. 1, Boringhieri, Torino 1967.

“(…) il meccanismo che produce l’isteria da un lato corrisponde a un atto di viltà morale, e dall’altro risulta un congegno protettivo a disposizione dell’Io”. (p. 278)

Freud, Signorina Elisabeth von R., in Studi sull’isteria, in Opere,vol. 1, Boringhieri, Torino 1967.

“Non sono sempre stato psicoterapeuta, e ho fatto la mia esperienza medica con le diagnosi locali e con l’elettroprognosi, al modo stesso di altri neuropatologi, così che sento ancora io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche che scrivo si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta rigorosa della scientificità. Devo consolarmi pensando che di questo risultato si deve evidentemente rendere responsabile più la natura dell’oggetto che le mie preferenze; la diagnostica locale e le reazioni elettriche in realtà non valgono nello studio dell’isteria, mentre una rappresentazione particolareggiata dei processi psichici, quale in generale ci è data dagli scrittori, mi permette, con l’impiego di poche formule, di raggiungere una certa quale comprensione dell’andamento di un’isteria. Storie cliniche come queste vogliono essere giudicate come psichiatriche, ma rappresentano rispetto a queste ultime un vantaggio, e cioè l’intimo rapporto fra la storia delle sofferenze e i sintomi della malattia, rapporto che nelle biografie di altre psicosi cerchiamo ancora invano”. (p. 313)

Freud, Psicoterapia dell’isteria, in Studi sull’isteria, in Opere,vol. 1, Boringhieri, Torino 1967.

“Il «non sapere» degli isterici era dunque un «non voler sapere», più o meno cosciente, e il compito del terapeuta consisteva nel superare mediante lavoro psichico questa resistenza all’associazione. (…) Con la resistenza all’associazione in un’isteria grave, l’insistenza del medico estraneo, ignaro dei fatti, non può competere”. (p. 407)

Freud, Minuta H. Paranoia (1895), in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968.

“La verità è che la paranoia cronica, nella sua forma classica, costituisce un modo patologico di difesa come l’isteria, la nevrosi ossessiva e gli stati di confusione allucinatoria. Si diventa paranoici in conseguenza di avvenimenti che non si possono tollerare, sempre che si abbia la particolare disposizione psichica”. (p. 36)

Freud, Minuta K. Paranoia (1895), in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968.

“Le principali differenze tra le singole nevrosi [nevrosi ossessiva, isteria, paranoia] si rivelano nel modo in cui ritornano le rappresentazioni rimosse, altre si mostrano nella formazione dei sintomi e nel decorso della malattia. Ma il carattere specifico delle diverse nevrosi risiede nelle modalità di esecuzione della rimozione”. (p. 51)

Freud, L’ereditarietà e l’etiologia delle nevrosi (1896), in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968.

“Poiché nulla, nella patologia nervosa come altrove, avviene fortuitamente, bisogna veramente ammettere che non è l’ereditarietà a presiedere alla scelta della nevropatia che si sviluppa in un dato membro di una famiglia predisposta, ma che è lecito sospettare l’esistenza di altri fattori etiologici, di natura meno comprensibile, che meriterebbero a buon diritto il nome di etiologia specifica di tale o tal’altra affezione nervosa. Senza l’esistenza di questo particolare fattore etiologico, l’ereditarietà non avrebbe potuto far nulla; e se l’etiologia specifica in questione fosse stata rimpiazzata da un altro qualsiasi fattore, l’ereditarietà si sarebbe prestata a produrre un altro tipo di nevropatia. Abbagliati dalla grandiosa prospettiva dell’ereditarietà come fattore etiologico, i medici si sono troppo poco curati di ricercare le cause specifiche e determinanti delle nevropatie”. (p. 291)

Freud, La sessualità nell’etiologia delle nevrosi (1898), in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968.

“Le cause sessuali sono (…) quelle che più delle altre offrono al medico un punto d’appoggio per il suo lavoro terapeutico. L’ereditarietà è indubbiamente, quando esista, un fattore molto importante (…). Solo che l’ereditarietà è inaccessibile all’influenza del medico, ognuno reca in sé determinate predisposizioni, ereditarie, a determinate malattie, e noi non possiamo fare nulla per cambiarle. Né va dimenticato che proprio nell’etiologia della nevrastenia dobbiamo necessariamente negare ogni parte di primo piano proprio all’ereditarietà. La nevrastenia (…) nelle sue due forme appartiene a quel tipo di affezioni che possono essere comodamente acquisite da qualunque individuo esente da tare ereditarie. Per quanto riguarda la civiltà, si è soliti aggiungere alla lista dei suoi peccati anche quello di provocare la nevrastenia; (…) ma lo stato della nostra civiltà è, anch’esso, immodificabile per il singolo; inoltre questo elemento, in quanto vale per tutti i membri di una stessa società, non può spiegare la scelta effettuata dalla malattia”. (pp. 406-407)

“(La) predisposizione nevropatica (…) è stata intesa come segno di una degenerazione generale, e in tal modo l’uso di questo comodo termine artificiosamente coniato si è enormemente esteso, con danno dei poveri malati che i medici sono letteralmente impotenti a soccorrere. Per fortuna, le cose stanno diversamente. Esiste sì una predisposizione nevropatica, ma io devo contestare che essa basti da sé a generare una psiconevrosi”. (p. 412)

Freud, Meccanismo psichico della dimenticanza (1898), in Opere, vol. 2, Boringhieri, Torino 1968.

“(…) il mistero dell’amnesia isterica è per metà risolto; basta dire che gli isterici semplicemente non sanno quello che non vogliono sapere; e la cura psicoanalitica, che si sforza di colmare con la sua tecnica tali lacune mnestiche, sa bene che la rievocazione di ognuno di questi ricordi perduti è ostacolata da una certa resistenza, che secondo la sua entità, richiede, per essere combattuta, un lavoro proporzionato”. (p. 429)

Freud, Frammento di un’analisi d’isteria (Caso clinico di Dora) (1901), in, Opere, vol. 4, Boringhieri,Torino 1970.

“Le interconnessioni, anche solo apparenti, sono quasi sempre spezzate, la successione dei diversi avvenimenti è incerta; durante la stessa narrazione l’ammalata corregge ripetutamente un’affermazione, una data, per poi, dopo lunghe esitazioni, ritornare forse alla prima dichiarazione. L’incapacità della malata di riferire ordinatamente la storia della sua vita, (…) non soltanto è caratteristica della nevrosi, ma ha anche una grande importanza teorica”. (p. 312)

“I fenomeni morbosi sono, per così dire, l’attività sessuale del malato. un singolo caso non potrà mai dimostrare una tesi così generale; ma io non posso che ripetere in ogni occasione, perché in ogni occasione ne ho la prova, che la sessualità è la chiave del problema delle psiconevrosi e delle nevrosi in genere”. (p. 395)

“La cura psicoanalitica non crea la traslazione, essa la scopre solamente, così come tutti gli altri processi psichici nascosti. La differenza risiede solo in questo: durante gli altri trattamenti, il malato si limita a evocare spontaneamente traslazioni affettuose e amichevoli che favoriscono la sua guarigione; quando questo è impossibile, il malato si distacca quanto più presto può dal medico che non gli è “simpatico”, e senza esserne affatto influenzato. Nella psicoanalisi invece, (…) tutti gli impulsi, anche quelli più ostili, vengono risvegliati e utilizzati dall’analisi col renderli coscienti, e in tal modo la traslazione viene continuamente annullata”. (p. 398)

“Dovevo parlare della traslazione perché solo con questo fattore posso spiegare le particolarità dell’analisi di Dora. Ciò che costituisce la principale caratteristica di quest’analisi e che la rende adatta per una prima pubblicazione introduttiva, la sua particolare chiarezza, è in stretto rapporto con il suo grave difetto, quello che ne causò l’interruzione prematura. Non riuscii a rendermi tempestivamente padrone della traslazione; la prontezza con cui la paziente mise durante la cura a mia disposizione una parte del materiale patogeno, distolse la mia attenzione dai primi segni della traslazione ch’ella andava prendendo con un’altra parte di quel materiale, a me ancora ignota”. (p. 398)

Freud, Psicoterapia (1904), in, Opere, vol. 4, Boringhieri,Torino 1970.

“A molti medici la psicoterapia appare ancora oggi come un prodotto del misticismo moderno e, in confronto ai nostri mezzi terapeutici fisico-chimici, che vengono applicati in base a cognizioni fisiologiche, appare come assolutamente non scientifica, indegna dell’interesse di un ricercatore. (…) Per prima cosa (…) la psicoterapia non è un metodo di cura moderno. Al contrario, è la più antica terapia di cui la medicina si sia servita. (…) In secondo luogo (…) noi medici non possiamo rinunciare alla psicoterapia per la semplice ragione che l’altra parte coinvolta nel processo di guarigione – e cioè il malato- non ha l’intenzione di rinunciarvi”. (pp. 429-430)

“Non è un’affermazione moderna, ma una sentenza di antichi medici, che a guarire queste malattie non è il medicamento, bensì il medico, cioè la personalità del medico”. (p. 431)

Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), in, Opere, vol. 4, Boringhieri,Torino 1970.

“I sintomi (…) sono l’attività sessuale dei malati. Da venticinque anni a questa parte, la dimostrazione di questa affermazione mi è stata fornita da un numero sempre maggiore di psicoanalisi di isterici e altri nervosi”. (p. 431)

Freud, Le mie opinioni sul ruolo della sessualità nell’etiologia delle nevrosi (1905), in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino 1972.

“Non tanto contava ciò che un individuo aveva sperimentato nella sua infanzia in fatto di eccitamenti sessuali, ma soprattutto la sua reazione verso queste impressioni: e se cioè egli aveva risposto con la ‘rimozione’ a tali impressioni, oppure no”. (p. 222)

“Son così riuscito a stabilire, mediante il riferimento ai caratteri infantili della sessualità, un semplice nesso fra la salute, la perversione e la nevrosi. La normalità risulta dalla rimozione di certe pulsioni parziali e di componenti della disposizione naturale infantile, e della subordinazione delle rimanenti sotto il primato della zona genitale in servizio della funzione riproduttiva; le perversioni corrispondono a disturbi in questo processo di unificazione provocati dal prepotente e coattivo sviluppo di alcune di queste pulsioni parziali; e la nevrosi si riferisce a una troppo estesa rimozione delle tendenze libidiche. Poiché quasi tutte le pulsioni perverse della disposizione naturale infantile sono rintracciabili come forze che formano i sintomi nella nevrosi, ma si trovano in essa in stato di rimozione, mi è stato possibile definire la nevrosi come la ‘negativa’ [immagine negativa] della perversione”. (p. 223)

“Chi sa capire il linguaggio dell’isteria, impara che la nevrosi tratta soltanto della sessualità rimossa dell’ammalato”. (p. 223)

“Un’unica azione patogena non è quasi mai sufficiente; in genere si richiede una pluralità di fattori etiologici che si consolidano l’un l’altro e che quindi non si debbono contrapporre l’uno all’altro. anche perciò non può essere netta la distinzione tra lo stato di malattia nevrotica e lo stato di sanità”. (p. 224)

Freud, Carattere ed erotismo anale (1908), in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino 1972.

“Per quanto riguarda la formazione, dalle pulsioni congenite, di un carattere che si è stabilizzato vale in linea generale la formula: le particolarità di carattere che permangono sono, o prosecuzioni immutate delle pulsioni originarie, o loro sublimazioni, o formazioni reattive contro di esse”. (pp. 405-406)

Freud, La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno (1908), in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino 1972.

“L’esperienza insegna che per la maggior parte degli uomini vi è un limite al di là del quale la loro costituzione non può adeguarsi alla richiesta della civiltà. Tutti coloro che vogliono essere più nobili di quanto al loro costituzione non permetta soccombono alla nevrosi; sarebbero stati più sani, se fosse stato loro possibile essere peggiori”. (pp. 429-420)

Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni (Caso clinico del piccolo Hans) (1908), in Opere, vol. 5, Boringhieri, Torino 1972.

“Non è nostro compito ‘capire’ subito un caso; ciò è possibile solo più tardi, dopo aver raccolto una quantità sufficiente di impressioni”. (p. 494)

“Mi sembra che noi diamo troppa importanza ai sintomi e ci preoccupiamo troppo poco della loro provenienza. Nell’educazione dei bambini noi badiamo soprattutto a essere lasciati in pace, a non avere difficoltà, insomma a fare di ognuno di essi un ‘bimbo bene educato’, curandoci assai poco di sapere se la disciplina a cui l’assoggettiamo giovi anche a lui oppure no. Perciò trovo plausibile l’idea che per Hans l’aver prodotto questa fobia fu una cosa salutare (…)”. (p. 495)

Freud, Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva (Caso clinico dell’Uomo dei topi) (1909), in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974.

“Ho incontrato parecchi altri casi di nevrosi ossessiva cronica iniziatasi nella seconda infanzia con analoghi desideri lascivi accompagnati da inquietanti aspettative e da un’inclinazione ad azioni difensive. Ciò è assolutamente tipico, anche se, probabilmente, non è questo l’unico tipo possibile. (…) Contrariamente a quanto accade nell’isteria, non manca mai in questi casi la caratteristica di un’attività sessuale precoce. La nevrosi ossessiva mostra assai più chiaramente dell’isteria che i fattori che formano la psiconevrosi non sono da ricercare nella vita sessuale attuale, ma in quella infantile”. (p. 14 sg.)

“In tutti i momenti più importanti del racconto osservo sul volto del paziente un’espressione singolarmente composita, che posso spiegare soltanto come orrore di un proprio piacere a lui stesso ignoto”. (p. 16)

“La rappresentazione del supplizio dei topi aveva sollecitato tutta una serie di pulsioni e risvegliato una quantità di ricordi, motivo per cui (…) i topi erano venuti ad acquistare tutta una serie di significati simbolici cui, in seguito, se ne aggiungevano continuamente altri”. (p. 48)

Freud, Cinque conferenze sulla psicoanalisi. Terza conferenza (1909), in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974.

“(…) le nostre produzioni oniriche notturne presentano da un lato la più grande somiglianza esteriore e parentela interiore con le creazioni della malattia mentale, e d’altro lato sono però compatibili con la piena salute della vita vigile. Non è un paradosso affermare che chi dimostra meraviglia, anziché comprensione, per codeste illusioni sensoriali, idee deliranti e modificazioni caratteriali ‘normali’, non ha la benché minima probabilità di comprendere le formazioni abnormi degli stati psichici morbosi in un senso diverso da quello del profano. Fra questi profani potete annoverare oggi tranquillamente quasi tutti gli psichiatri” (p. 151).

Freud, Osservazioni psicoanalitiche su un caso di paranoia (Dementia paranoides) descritto autobiograficamente (Caso clinico del Presidente Schreber) (1910), in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974.

“L’indagine psicoanalitica della paranoia presenta difficoltà di particolare natura per i medici che, come me, non operano nelle pubbliche istituzioni. (…) Solo in casi eccezionali mi si offre quindi l’occasione di spingere lo sguardo nelle strutture profonde della paranoia, cioè solo quando l’incertezza della diagnosi, peraltro non sempre agevole, giustifica che si operi un tentativo di influenzare il paziente, o quando, nonostante la sicurezza della diagnosi, cedendo alle preghiere dei parenti, mi risolvo a prendere infine in cura per un certo periodo uno di questi malati. (…) L’indagine psicoanalitica della paranoia sarebbe assolutamente impossibile se i malati non possedessero la prerogativa di tradire, sia pure in forma deformata, proprio ciò che gli altri nevrotici tengono celato come un segreto. Poiché i paranoici non possono essere indotti forzatamente a superare le loro resistenze interne e comunque dicono solo quel che hanno voglia di dire, proprio per questa malattia è possibile supplire alla conoscenza personale del malato con una relazione scritta o con un caso clinico stampato”. (p. 339)

“Fintantoché, comportandosi in modo normale, un individuo impedisce che si tenti di far luce nelle profondità della sua vita psichica, è lecito mettere in dubbio che i suoi rapporti affettivi con il prossimo nella convivenza sociale abbiano, di fatto o nella loro genesi, qualcosa a che fare con l’erotismo. Ma il delirio porta regolarmente alla luce la natura di questi rapporti riconducendo il senso sociale alla sua ultima radice di grossolano desiderio erotico. Lo stesso dottor Schreber, il cui delirio culmina in una fantasia di desiderio di cui è impossibile disconoscere la natura omosessuale, non presentava (…) il minimo segno di omosessualità nel senso comune della parola. Ritengo che non risulterà inutile né privo di fondamento il mio tentativo di dimostrare che l’attuale intelligenza dei processi psichici da noi acquisita grazie alla psicoanalisi ci può fornire anche gli strumenti per intendere il ruolo del desiderio omosessuale nello sviluppo della paranoia”. (p. 386)

“Nell’isteria l’importo libidico divenuto libero si trasforma in innervazioni somatiche o in angoscia. Nella paranoia invece un dato clinico ci indica che la libido sottratta all’oggetto viene convogliata per un uso particolare. (…) nella paranoia la libido divenuta libera si appunta sull’Io e viene impiegata per l’espansione dell’Io”, (p. 397)

“Dal momento che la dementia praecox e la paranoia sono strettamente imparentate, non possiamo non chiederci in che modo la nostra concezione della paranoia debba ripercuotersi sulla concezione della dementia praecox. Io penso che Kraepelin abbia avuto perfettamente ragione di separare gran parte della sindrome fino allora definita paranoica e di assorbirla con la catatonia e altre forme morbose in una nuova unità clinica, benché, a dire il vero, la denominazione di dementia praecox mi sembri una scelta particolarmente infelice. Anche contro il termine ‘schizofrenia’ coniato da Bleuler per designare lo stesso gruppo di forme morbose ci sarebbe da obiettare che esso appare accettabile solo se si prescinde dal suo significato letterale; in caso contrario il suo uso di pregiudizio alla comprensione poiché, per designare una forma morbosa  ci si serve di un carattere postulato teoricamente, per di più un carattere che non pertiene esclusivamente a quell’affezione né può, alla luce di altre considerazioni, esser ritenuto per essa essenziale. (…) Quel che mi sembra (…) importante è che la paranoia sia considerata un’entità clinica a sé stante, anche se il quadro che essa offre è assai sovente complicato dalla presenza di tratti schizofrenici”. (p. 400 sg.)

Freud, Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico (1911), in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974.

“(…) ogni nevrosi ha l’effetto (e si tratta quindi probabilmente di una sua tendenza tipica) di sospingere l’ammalato fuori dalla vita reale, di alienarlo dalla realtà”. (p. 453)

Freud, Dinamica della traslazione (1912), in Opere, vol. 6, Boringhieri, Torino 1974.

“(…) in definitiva tutti i conflitti devono essere affrontati nell’ambito della traslazione”. (p. 528)

“È invero uno dei titoli di gloria del lavoro analitico che in esso indagine e trattamento coincidano”. (p. 535)

Freud, Prefazione a “Il metodo psicoanalitico” di Oscar Pfister (1913), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“La psicoanalisi è nata sul terreno della medicina, come trattamento  terapeutico per trattare alcune malattie nervose che sono chiamate “funzionali”, e in cui con sempre crescente certezza si sono riconosciute le conseguenze di disturbi della vita affettiva”. (p. 183)

“Oggi sappiamo che spesso i sintomi patologici non sono altro che formazioni sostitutive di tendenze cattive (ossia inservibili) e che le condizioni perché tali sintomi si sviluppino si creano negli anni dell’infanzia e della giovinezza – nello stesso periodo in cui l’uomo è oggetto dell’educazione (…)”. (p. 184)

“L’educatore (…) dovrà imporsi di non sollecitare la formazione della giovane vita psichica secondo i suoi ideali personali, ma secondo le disposizioni e le possibilità proprie del soggetto”. (p. 185)

Freud, La disposizione alla nevrosi ossessiva. Contributo alla scelta del problema della nevrosi (1913), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“Distinguiamo le cause che attengono all’origine delle nevrosi in cause che il soggetto porta con sé nella vita e in cause che la vita stessa gli arreca (…). Ora la tesi di cui si è detto dichiara che le ragioni decisive che inducono alla scelta della nevrosi sono nella totalità del primo tipo”. (p. 235)

“La sequenza in cui vengono di solito esposte le forme principali di psiconevrosi – isteria, nevrosi ossessiva, paranoia, dementia praecox – corrisponde (anche se in modo non del tutto esatto) all’ordine cronologico in cui queste affezioni irrompono nella vita. Le forme morbose di tipo isterico possono essere osservate già nell’infanzia vera e propria, la nevrosi ossessiva manifesta di solito i suoi primi sintomi nella fanciullezza (da sei-otto anni in su); le altre due psiconevrosi, che ho riunito sotto la denominazione di “parafrenia”, si manifestano soltanto dopo la pubertà e nell’età matura”. (p. 236)

Freud, Inizio del trattamento (1913), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“Molto spesso, quando si ha dinnanzi a sé una nevrosi con sintomi isterici o ossessivi non eccessivamente pronunciati e di comparsa piuttosto recente – le forme appunto che siamo inclini a considerare favorevolmente ai fini di un trattamento – è necessario domandarsi se il caso non corrisponda invece allo stato preliminare di una cosiddetta dementia praecox (…)”. (p. 334)

Freud, Osservazioni sull’amore di traslazione (1914), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“Esaudire la richiesta d’amore della paziente è perciò per l’analista altrettanto nefasto che reprimerla. La via che l’analista deve seguire è un’altra (…). Si tenga in pugno la traslazione amorosa, ma la si tratti come qualche cosa di irreale, come una situazione che deve verificarsi durante la cura e va fatta risalire alle sue cause inconsce, aiutando in tal modo a ricondurre alla coscienza (…) gli elementi latenti della sua vita amorosa”. (p. 369)

Freud, Osservazioni sull’amore di traslazione (1914), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“Per il medico vi è dunque una coincidenza di motivi etici e tecnici, i quali gli vietano di concedere il suo amore all’ammalata. Egli deve sempre tener presente la sua meta: che è quella di far sì che la donna, inibita in forza di fissazioni infantili nelle sue capacità amorose, giunga a disporre liberamente di questa funzione per lei inestimabilmente importante: non però perché la sprechi durante la cura, ma perché la serbi per la vita reale, quando, concluso il trattamento, le esigenze della vita si faranno sentire”. (p. 372)

Freud, Dalla storia di una nevrosi infantile (Caso clinico dell’uomo dei lupi) (1914), in Opere,vol. 7, Boringhieri, Torino 1975.

“Un altro aspetto notevole dell’analisi che mi accingo a presentare si collega alla gravità della malattia a alla durata del trattamento. Le analisi che raggiungono in breve una felice conclusione sono preziose perché accrescono la considerazione che il medico ha di sé stesso e testimoniano l’importanza terapeutica della psicoanalisi. Ma per quanto concerne il progresso delle conoscenze scientifiche, sono perlopiù irrilevanti”. (p. 489)

Freud,Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), inOpere, vol. 8, Boringhieri, Torino 1975.

“La psichiatria non impiega i metodi tecnici della psicoanalisi, non mette nulla in relazione col contenuto dell’idea delirante, e nel rimandare all’ereditarietà ci fornisce un’etiologia generalissima e lontana, invece di cominciare con l’indicare le cause più specifiche e prossime al delirio”. (p. 417)

“(…) tutti gli individui afflitti da nevrosi ossessiva possiedono la tendenza a ripetere, a ritmare le loro operazioni e a isolarle da altre. La maggior parte di essi lavora troppo. I malati che soffrono di agorafobia (…) ripetono nel loro quadro clinico, spesso con estenuante monotonia, gli stessi tratti (…). Tuttavia, su questo sfondo omogeneo, i singoli malati apportano le loro condizioni individuali, i loro umori, vorremmo dire, che in alcuni casi si contraddicono decisamente tra loro”. (p. 432)

“Anche l’isteria, pur con tutta la sua ricchezza di tratti individuali, ha un numero notevole di sintomi comuni, tipici, che sembrano opporsi a una facile derivazione storica. Non dimentichiamo che, per la formulazione della diagnosi, noi ci orientiamo proprio su questi sintomi tipici. Tanto è vero che, se in un caso di isteria abbiamo ricondotto un sintomo tipico a un’esperienza o a una catena di esperienze simili (per esempio un vomito isterico a un susseguirsi di impressioni di disgusto), non sapremo che pensare quando, in un altro caso di vomito, l’analisi ci rivela una serie di presunte impressioni determinanti che sono di natura completamente diversa. Ci parrà allora che gli isterici producano il vomito per ragioni sconosciute, e che i motivi occasionali, storici, forniti dall’analisi, siano soltanto, quando per caso si presentano, pretesti utilizzati da questa necessità interna”. (p. 433)

“Il quadro sintomatico della dementia precox, che del resto è molto variabile, non è determinato esclusivamente dai sintomi che hanno origine dal distacco violento della libido dagli oggetti e dal suo accumularsi nell’Io come libido dagli oggetti e dal suo accumularsi nell’Io come libido narcisistica. Un posto più ampio spetta, piuttosto, ad altri fenomeni che nascono dagli sforzi della libido di pervenire nuovamente agli oggetti, e che corrispondono quindi a un tentativo di ristabilimento o di guarigione”. (p. 572)

Freud,Nevrosi e psicosi (1923), inOpere, vol. 9, Boringhieri, Torino 1975.

“Il comportamento del Super-io dovrebbe esser preso in considerazione – ciò che finora non è stato fatto – in tutte le forme di malattia psichica. Provvisoriamente possiamo comunque ammettere che esistano anche malattie basate su un conflitto tra l’Io e il Super-io. L’analisi ci autorizza a supporre che la melanconia sia un esempio tipico di questo gruppo di disturbi, per i quali siamo propensi ad adottare il termine di “psiconevrosi narcisistiche”. Il fatto che si trovino dei motivi per distinguere gli stati come la melanconia dalle altre psicosi non urta con le nostre impressioni. Tuttavia ci rendiamo conto che, senza lasciarla cadere, avremmo potuto rendere più completa la nostra semplice formula genetica: la nevrosi di traslazione corrisponde al conflitto tra l’Io e l’Es, la nevrosi narcisistica a quello tra l’Io e il Super-io, la psicosi a quello tra l’Io e il mondo esterno. Naturalmente non possiamo dire fin d’ora se con ciò abbiamo acquisito davvero una nuova prospettiva conoscitiva o se abbiamo soltanto arricchito il nostro patrimonio di formule; tuttavia io credo che questa possibilità di applicazione debba comunque incoraggiarci a tenere ben presente, anche per il futuro, l’articolazione da me proposta dell’apparato psichico in Io, Super-io ed Es”. (p. 614)

Freud, Inibizione, sintomo e angoscia (1925), in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.

“Sembra anche che si trovi in ogni nevrosi ossessiva un substrato di sintomi isterici formatisi assai precocemente”. (p. 262)

“Tale è la molteplicità e varietà delle manifestazioni della nevrosi ossessiva che malgrado innumerevoli sforzi nessuno è ancora riuscito a dare una sintesi comprensiva di tutte le sue forme”. (p. 266)

“Dato che sicuramente l’isteria ha una maggiore affinità con la femminilità, così come la nevrosi ossessiva con la virilità, vien fatto da supporre che la condizione angosciosa della perdita d’amore abbia nell’isteria una parte simile a quella che la minaccia d’ evirazione ha nelle fobie, e l’angoscia del Super-io nella nevrosi ossessiva”. (p. 290)

“Il caso ideale, a cui verosimilmente il medico aspira a tutt’oggi sarebbe quello del bacillo che si possa isolare e coltivare allo stato puro, e la cui inoculazione produca la medesima affezione in ogni individuo. O anche qualcosa di meno fantastico: l’idea di sostanze chimiche, la cui somministrazione produca o arresti determinate nevrosi. Ma la verosimiglianza non parla in favore di simili soluzioni del nostro problema. Le informazioni che la psicoanalisi è in grado di dare sono meno semplici, meno soddisfacenti”.  (p. 300)

“La formazione reattiva dell’isteria si attiene saldamente a un determinato oggetto, e non assurge a disposizione generale dell’Io. Per la nevrosi ossessiva proprio questa generalizzazione, l’allentarsi delle relazioni oggettuali e la facilità con cui si sposta la scelta oggettuale sono invece segni caratteristici”. (p. 304)

Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici Conversazione con un interlocutore imparziale (1926), in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.

“In primo luogo occorre tener presente che il medico nel corso dei suoi studi ha acquistato una preparazione che è circa l’opposto di quella preparazione di cui avrebbe bisogno per l’analisi. La sua attenzione è stata attratta sopra i fatti obiettivi dimostrabili, anatomici, fisici, chimici: sopra quei fatti dalla cui esatta comprensione e dalla cui giusta manipolazione dipende il successo dell’azione medica”. (p. 397)

“Il nevrotico rappresenta una complicazione poco desiderabile, un imbarazzo per la medicina non meno che per la giustizia o per il servizio militare. Ma esiste; e riguarda particolarmente dappresso la medicina. D’altra parte la preparazione scolastica del medico non serve a nulla per una valutazione e un trattamento della nevrosi, assolutamente a nulla”. (p. 398)

“L’ammalato può presentare il quadro esteriore di una nevrosi, e avere invece qualcosa di diverso: l’inizio di una malattia mentale incurabile, i prodromi di un processo distruttivo del cervello. La distinzione, la diagnosi differenziale, non è sempre agevole, e non può farsi immediatamente in qualsiasi fase della malattia. La responsabilità di una tale diagnosi differenziale non può naturalmente essere assunta che da un medico, e come ho detto, anche per lui non è facile”. (p. 406)

“Concedo, anzi no: esigo che il medico in ogni caso per cui si può trattare di un’analisi faccia la diagnosi. La stragrande maggioranza delle nevrosi che ci si presentano sono per fortuna psicogene e non lasciano dubbi dal punto di vista della patologia. Quando il medico ha constato ciò può con tutta tranquillità abbandonare il trattamento allo psicoanalista non medico”. (p. 408 sg.)

Freud, Il problema dell’analisi condotta da non medici Conversazione con un interlocutore imparziale (1926), in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.

“La sfera della preparazione analitica e quella della preparazione medica si intersecano fra loro, ma né la prima comprende in sé tutta la seconda, né la seconda include la prima”. (p. 411)

Freud, La perdita di realtà (1924), in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.

“Nevrosi e psicosi sono entrambe espressioni della ribellione dell’Es contro il mondo esterno, del suo dispiacere, o, se preferite, della sua incapacità di adattarsi alla dura realtà, all’ Ἀνάγκη [necessità]. Nevrosi e psicosi si differenziano in modo assai più netto nella reazione iniziale di partenza che non in quella successiva, che rappresenta un tentativo di riparazione”. (p. 41)

Freud, Il disagio della civiltà (1929), in Opere, vol. 10, Boringhieri, Torino 1978.

“In un modo o in un altro c’è sempre l’angoscia dietro tutti i sintomi; essa, però, ora assorbe per sé con gran tumulto tutta la coscienza, ora si cela così completamente che siamo costretti a parlare di angoscia inconscia, oppure – se vogliamo esprimerci in termini psicologici più rigorosi, poiché l’angoscia è prima di tutto solo una sensazione – di possibilità di angoscia”. (p. 621)

“Se l’evoluzione della civiltà è tanto simile a quella dell’individuo e se usa i suoi stessi mezzi, non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, – e magari l’intero genere umano – sono divenuti ‘nevrotici’ per effetto del loro stesso sforzo di civiltà?”. (p. 629)

Freud, Introduzione allo studio psicologico su Thomas Woodrow Wilson (1930), in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979.

“(…) la nostra scienza ha da tempo abbandonato l’idea che esista un ambito rigorosamente definibile della normalità e una netta linea di demarcazione fra ciò che è normale e ciò che è morboso nella vita psichica. Un’indagine diagnostica più minuziosa ci ha consentito di rintracciare la nevrosi dovunque (…). Ci siamo inoltre resi conto che per valutare i processi psichici l’alternativa posta dalle categorie normale-patologico è altrettanto inadeguata quanto quella buono-cattivo, che un tempo dominava incontrastata”. (p. 39)

Freud, Tipi libidici (1931), in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979.

“Se ci limitiamo a voler stabilire tipi puramente psicologici, il primo criterio su cui basarci per la suddivisione sono gli stati della libido. (…) Per tutti questi tipi deve valere la norma che essi non coincidano con forme patologiche. Essi devono, al contrario, abbracciare tutte quelle variazioni che in base a una valutazione pratica rientrano a nostro avviso nell’ambito della normalità. (…) Orbene, è possibile suddividere, secondo la collocazione prevalente della libido nelle province dell’apparato psichico, tre tipi libidici principali (…) tipo erotico, tipo narcisistico e tipo ossessivo”. (p. 55 sg.)

Freud, Costruzioni nell’analisi (1937), in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979.

“L’analista deve scoprire, o per essere più esatti costruire il materiale dimenticato a partire dalle tracce che di esso sono rimaste”. (p. 543)

Freud, Compendio di psicoanalisi (1938), in Opere, vol. 11, Boringhieri, Torino 1979.

“(…) l’Io del malato deve essere un prezioso alleato nel nostro comune lavoro (…). Ma (…) non possiamo aspettarcelo dall’Io degli psicotici, il quale non è in grado di tener fede a un simile contratto, e in verità neppure può stipularlo. (…) In questo modo ci rendiamo conto di dover desistere dal tentativo di attuare il nostro piano di guarigione con gli psicotici. Forse dobbiamo desistere per sempre, o forse solo per un po’, fino a quando non avremo trovato un piano diverso, più adatto a loro”. (p. 601)

“Il punto di vista che postula in tutte le psicosi una scissione dell’Io non meriterebbe tanta attenzione se non si rivelasse pertinente anche per gli altri stati che assomigliano piuttosto alle nevrosi, e in definitiva per le nevrosi stesse”. (p. 629)

Bibliografia Jacques Lacan – Il seminario

A cura di Paola Antoniotti, Gian Francesco Arzente, Monica Buemi, Carmen Cassutti, Alessandra Fontana, Mary Nicotra, Maria Rosaria Palandro, Ilaria Solari

Lacan. Il Seminario. Libro I. Gli scritti tecnici di Freud (1953-54)

“Se c’è qualcosa che costituisce l’originalità del metodo analitico, è proprio l’aver percepito all’origine e di primo acchito il rapporto problematico del soggetto con se stesso. La trovata propriamente detta, la scoperta intesa nel senso in cui ve l’ho esposta all’inizio di quest’anno, è d’aver messo in connessione questo rapporto col senso dei sintomi. É il rifiuto di questo senso da parte del soggetto a porgli un problema. Questo senso non gli deve essere rivelato ma deve essere assunto dal soggetto”. (p. 36)

Lacan. Il Seminario. Libro II. L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi (1954-55)

“(…) l’uomo ha un corpo”. (p.85)

“Il percepi dell’uomo non può costituirsi che all’interno di una zona di nominazione. Attraverso la nominazione l’uomo fa sussistere gli oggetti con una certa consistenza”. (p.195)

“(…) la sola resistenza dell’analisi è la resistenza dell’analista.” (p. 373)

“L’analista partecipa della natura radicale dell’Altro”. (p.373)

Lacan. Il Seminario. Libro III. Le psicosi. (1955-56)

“(…) quanto è rifiutato nell’ordine simbolico, nel senso della Werwerfung, riappare nel reale”. (p. 16)

“La distinzione essenziale è questa: l’origine del rimosso nevrotico non si situa al medesimo livello di storia nel simbolico dell’origine del rimosso di cui si tratta nella psicosi”. (p. 17)

“Il nostro punto di partenza è il seguente: l’inconscio c’è, è presente nelle psicosi”. (p. 165)

“(…) un ego, non è mail da solo. Esso comporta sempre uno strano gemello, l’io ideale, di cui ho parlato nei miei seminari di due anni fa. La fenomenologia più palese delle psicosi ci indica che questo io ideale parla. E’ una fantasia, ma a differenza della fantasia, o del fantasma, che mettiamo in evidenza nei fenomeni della nevrosi, è una fantasia parlata”. (p. 166-167)

“L’isteria è una questione centrata intorno a un significante che resta enigmatico quanto alla sua significazione. La questione della morte e quella della nascita sono infatti le due questioni ultime che non hanno soluzione nel significante. Ecco ciò che dà ai nevrotici il loro valore essenziale” (p. 218)

“Qui si trova manifestamente il meccanismo del come se che Helene Deutsch ha messo in luce come una dimensione significativa della sintomatologia degli schizofrenici”. (p.221)

“Non tutti gli sgabelli hanno quattro piedi. Ce ne sono che stanno in piedi con tre”. (p.232)

“Lo schema del punto di capitone è essenziale nell’esperienza umana”. (p.305)

“La strada maestra è così un esempio particolarmente palese di ciò che vi dico quando parlo della funzione del significante in quanto polarizza, aggancia, raggruppa in fasci le significazioni”. (p. 330)

Lacan. Il Seminario. Libro IV. La relazione d’oggetto. (1956-57)

“Mai, nel nostro esercizio concreto della teoria analitica possiamo fare a meno della nozione di mancanza dell’oggetto come centrale. Non è un negativo, bensì la molla stessa della relazione del soggetto con il mondo”. (p. 31)

“In sostanza, è la nozione della tensione narcisistica, del rapporto dell’uomo con l’immagine, a introdurre l’idea della comune misura libidica e, al tempo stesso, quella di un centro di riserva a partire da cui si stabilisce ogni relazione oggettuale in quanto fondamentalmente immaginaria. In altri termini, una delle articolazioni essenziali è la fascinazione del soggetto da parte dell’immagine, che è, in fin dei conti, nient’altro che un’immagine che egli porta in sé stesso. Ecco l’ultima parola sulla teoria narcisistica”. (p. 48)

“La questione è che il bambino deve assumere il fallo in quanto significante e in maniera tale da farlo strumento dell’ordine simbolico degli scambi, in quanto presiede alla costituzione delle stirpi. La questione è, insomma, che deve confrontarsi con quest’ordine che farà della funzione del padre il perno del dramma”. (p. 200).

“Non dimenticatelo mai, il significante non è lì per rappresentare la significazione, ma piuttosto è lì per completare le aperture di una significazione che non significa niente. Proprio perché la significazione è letteralmente perduta, proprio perché il filo è perduto, come nel racconto di Pollicino, i sassolini del significante spuntano per colmare questo buco e questo vuoto”. (p. 332)

“L’essenziale si situa sempre proprio nel punto in cui si poteva un po’ vedere e in cui non si vede ciò che apparirà. Quanto di nascosto viene così suscitato nella relazione con la madre è il fallo inesistente, ma con il quale bisogna anche giocare a che ci sia. Il fantasma del piccolo Hans è lì per accentuare il carattere di ciò che è in questione proprio in quel momento, e cioè una difesa contro l’elemento sconvolgente inserito dal padre con la sua insistenza nel parlare del fallo in termini reali”. (p. 343)

Lacan. Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio. (1957-58)

“Freud ci dice a volte che qualcosa che si chiama la sorpresa appare sul piano delle formazioni dell’inconscio. Sarebbe opportuno prenderla non come un accidente di questa scoperta, ma come una dimensione fondamentale della sua stessa essenza. Il fenomeno della sorpresa ha qualcosa di originario, sia nel caso che esso avvenga all’interno di una formazione dell’inconscio nella misura in cui questa provochi nel soggetto uno shock per il suo carattere sorprendente, sia nel caso che, nel momento in cui la svelate al soggetto, provochiate in lui la sensazione della sorpresa”. (p. 91)

“La dimensione della sorpresa è consustanziale al desiderio nella misura in cui questo sia passato sul piano dell’inconscio”. (p. 91)

“L’ultima volta eravamo rimasti alla funzione del soggetto nella battuta di spirito, sottolineando l’importanza della parola soggetto. Oso sperare che, con il pretesto che ce ne serviamo qui, non sia diventato per voi qualcosa con cui asciugarsi i piedi. Quando ci si serve della parola soggetto, di solito si provocano delle reazioni vive, molto personali, talvolta emotive, in coloro che tengono in gran conto l’obiettività”. (p. 101)

“Il soggetto è altro da un se stesso, da quel che in inglese con un nome elegante viene chiamato self. (…) Non è il soggetto del rapporto con il mondo, del rapporto dell’occhio con il mondo, del rapporto soggetto-oggetto che è quello della conoscenza. È il soggetto che nasce nel momento dell’emergere dell’individuo umano nelle condizioni della parola, e quindi in quanto è marcato dall’Altro, lui stesso condizionato e marcato dalle condizioni della parola”. (p. 487)

“Recentemente abbiamo visto apparire il termine di carenza paterna, che non toccava un problema da poco – sapere quello che è stato detto in proposito, e se reggeva, è tutt’altra questione. Ma in fin dei conti, questa carenza paterna, che la si chiami così o che non la si chiami così, è un argomento all’ordine del giorno in un’evoluzione dell’analisi che tende sempre di più a diventare ambientalista, come ci si esprime con eleganza”. (p. 168)

“(…) adesso ci troviamo (…) a interrogarci sulle carenze paterne. Ci sono i padri deboli, i padri sottomessi, i padri domati, i padri castrati dalla propria moglie, infine i padri infermi, i padri ciechi, i padri storpi e tutto quello che volete. Bisognerebbe comunque cercare di percepire quel che viene fuori da una tale situazione e trovare della formule minimali che ci permettano di progredire”. (pp. 168-169)

“L’Altro non è puramente e semplicemente il luogo di un sistema perfettamente organizzato, fissato. È lui stesso un Altro simbolizzato, ed è questo che gli dà la sua apparenza di libertà. L’Altro, il Padre in questo caso, il luogo dove si articola la legge, è lui stesso sottomesso all’articolazione significante, e più che sottomesso all’articolazione significante, ne è marcato, con l’effetto denaturante che comporta la presenza del significante”. (p. 474)

Lacan. Il Seminario. Libro VI. Il desiderio e la sua interpretazione. (1958-59)

“(…) la psicoanalisi ci mostra essenzialmente quella che chiameremo la presa dell’uomo nel costituente della catena significante (…) Se l’uomo parla, per parlare deve entrare nel linguaggio, e in un discorso pre-esistente. Questa legge della soggettività, che l’analisi mette in rilievo, ovvero la dipendenza fondamentale della soggettività dal linguaggio, è così essenziale che su di essa scivola tutta la psicologia”.  (p.13)

“Il nostro problema è quello dell’implicazione del soggetto nel significante” (p.15)

“Il soggetto barrato contrassegna quel moment di fading del soggetto in cui questi non trova nell’Altro niente che lo garantisca in modo sicuro e certo (…)”.  (p. 416)

Lacan. Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi. (1959-60)

“Ma allora, da che cosa desiderate dunque guarire il soggetto? Non c’è dubbio che ciò è assolutamente inerente alla nostra esperienza, alla nostra strada, alla nostra ispirazione: guarirlo dalle illusioni che lo trattengono sulla via del suo desiderio. Ma fino a dove possiamo andare in questo senso? E dopotutto queste illusioni, quand’anche non comportassero di per sé niente di rispettabile, bisogna pure che il soggetto le voglia abbandonare. Il limite della resistenza è qui semplicemente individuale?” (p. 258)

“E’ un fatto di esperienza di cui bisogna che vi ricordiate costantemente nell’analisi: quel che ci chiama difendere i propri beni è la stessa ed identica cosa che negarsi di goderne. La dimensione del bene alza una muraglia possente sulla via del nostro desiderio. Essa è anche la prima con cui abbiamo, in ciascun istante e sempre, a che fare”. (p. 270)

“Dunque è questa, come vi ho indicato mille volte, la funzione del padre. La sola funzione del padre, nella nostra articolazione, è di essere un mito, sempre e unicamente il Nome del Padre, ossia nient’altro che il padre morto, come Freud ci insegna in Totem e Tabù. Ma beninteso, perché ciò sia pienamente sviluppato, bisogna che l’avventura umana, perlomeno per accenni, venga spinta fino al suo termine, ossia che venga esplorata la zona in cui Edipo avanza dopo essersi strappato gli occhi”. (p. 358)

“Il ruscello in cui si situa il desiderio non è soltanto la modulazione della catena significante, ma quel che corre sotto, per la precisione quel che siamo, e anche quel che non siamo, il nostro essere e il nostro non-essere, quel che nell’atto è significato, passa da un significante all’altro della catena, sotto tutte le significazioni”. (p. 373)

Lacan. Il Seminario. Libro VIII. Il transfert. (1960-61)

“(…) è linguaggio corrente, è un discorso comune sull’analisi dire, riguardo al transfert, che non dovete in alcun modo né preconcetto né permanente porre come primo termine della vostra azione il bene, presunto oppure no, del vostro paziente ma, per essere esatti, il suo eros”. (p.12)

Lacan. Il Seminario. Libro X. L’angoscia. (1962-63)

 “Quest’anno l’oggetto a si pone al centro del nostro discorso. Se si inscrive nella cornice di un seminario che ho intitolato L’angoscia, è perché è essenzialmente per questa via che è possibile parlarne. Il che vuol dire anche che l’angoscia è la sua solo traduzione soggettiva. La lettera a che interviene qui è stata tuttavia introdotta da molto tempo. Si è annunciata nella formula del fantasma in quanto supporto del desiderio, ($<>a), $ desiderio di a”.  (p. 109).

Lacan. Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi. (1963-64)

 “(…) il tratto differenziale dell’isterica è precisamente questo – che è nel movimento stesso di parlare che l’isterica costruisce il suo desiderio”. (p. 13)

“Il padre, il Nome-del-padre, sostiene la struttura del desiderio con quella della legge, ma l’eredità del padre è quella indicataci da Kierkegaard – è il suo peccato”. (p. 35)

“Freud non poteva ancora vedere – per mancanza di quei riferimenti di struttura che spero di isolare per voi – non poteva vedere che il desiderio dell’isterica – leggibile in maniera eclatante nell’osservazione – è di sostenere il desiderio del padre – nel caso Dora, di sostenerlo per procura”. (p. 38)

“L’Altro è il luogo in cui si situa la catena del significante che comanda tutto quello che potrà presentificarsi del soggetto”. (p.199)

Lacan. Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi. (1969-70)

Mi è accaduto, l’anno scorso e con molta insistenza, di distinguere quel che nel discorso, come struttura necessaria, eccede di molto la parola, sempre più o meno occasionale. Quel che preferisco, dicevo, e un giorno l’ho anche esposto, è un discorso senza parole. (p. 5)

Lacan. Il Seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante. (1971)

“Per l’uomo (…) la donna è (…) l’ora della verità. (…) All’uomo risulta sicuramente più facile affrontare un qualunque nemico sul piano della rivalità che non affrontare la donna in quanto ella è supporto di questa verità, il supporto di quanto c’è di sembiante nel rapporto tra l’uomo e la donna”. (p.28)

“Il discorso dell’analista non è nient’altro se non la logica della sua azione”. (p.55)

“Il linguaggio, nella sua funzione di esistente, non connota in ultima analisi che l’impossibilità di simbolizzare il rapporto sessuale negli esseri che lo abitano, precisamente in quanto è da questo habitat, il linguaggio, che ricevono la parola”. (p.138)

Lacan. Il Seminario. Libro XX. Ancora. (1972-73)

 “Attraverso il discorso analitico il soggetto si manifesta nella sua faglia beante, ovvero in ciò che causa il suo desiderio”. (p. 11)

“Che si dica resta dimenticato dietro ciò che si dice in ciò che si intende. Tuttavia il dire si giudica dalle conseguenze del detto. Mentre quel che si fa del detto resta aperto. Perché si può farne una quantità di cose, così come con i mobili quando per esempio di è subito un assedio o un bombardamento”. (p. 16)

“L’analisi è venuta ad annunciarci che c’è un sapere che non si sa, un sapere che trova supporto nel significante come tale”. (p. 90)

Lacan. Il Seminario. Libro XXIII. Il Sinthomo (1975-76)

“I tre anelli del nodo borromeo sono, in quanto anelli, tutti e tre equivalenti. Sono costituiti da qualcosa che si riproduce in tutti e tre. Non si può non notarlo. Non è tuttavia casuale, bensì il risultato di una certa concentrazione, che io ponga nell’immaginario il supporto della consistenza, faccia del buco l’essenziale del simbolico e dia il reale come supporto eminente a ciò che chiamo l’ex-sistenza”. (p.43)

“Il reale, beninteso, non può essere una sola di queste cordicelle circolari. E’ soltanto il modo di presentarle nel loro nodo di catena a fare il reale del nodo”. (p. 103)

“Si crea una lingua nella misura in cui in ogni istante le si dà un senso. Le si dà un ritocco, senza il quale la lingua non sarebbe viva. E’ viva in quanto viene creata in ogni momento. Di conseguenza non c’è inconscio collettivo Ci sono solo inconsci particolari, in quanto ognuno, in ogni momento, dà un piccolo ritocco alla lingua che parla”. (p.130)

Bibliografia J.-A. Miller e altri autori del Campo Freudiano

A cura di Nicotra, Olivetti, Tremante, Tkach, Borio, Avedano, Musso e Morrone

“Senza dubbio l’incontro con lo psicoanalista ha spesso un carattere sperimentale. Vediamo quale senso questo soggetto potrebbe trarre dal suo sintomo e se, traendo del senso, potrebbe emergere qualcosa del godimento, cioè del soddisfacimento pulsionale inconscio che si può supporre che egli tragga dal suo sintomo. Il che indica almeno una condizione, la condizione del sintomo. Bisogna che ci sia sintomo analitico e che vi sia sofferenza del sintomo, che questo godimento del sintomo si presenti come dispiacere. E questo basta già a implicare il transfert”.

J.-A .Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico, I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio, Roma 2001, p.154.

“Dal lato del soggetto, ciò che causa sofferenza è l’imprigionamento del senso. Lacan rende conto del sintomo, come senso non emerso. L’imprigionamento in questa struttura è la traduzione della rimozione. Il sintomo si nutre di un senso rimosso (…) e la soddisfazione emerge quando il senso riappare. Dal lato dell’Altro, è l’accoglimento, la registrazione, la validazione del senso soggettivo, che culmina nel riconoscimento”.

J.-A .Miller, I sei paradigmi del godimento, I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio, Roma 2001, p.11.

“ (…) il sintomo ha un posto proprio, a parte tra le formazioni dell’inconscio. Non è certo una formazione dell’inconscio come le altre. L’intenzione di significazione non è del tutto evidente al livello del sintomo come è invece evidente al livello del sogno, come è diventata evidente con Freud al livello del lapsus, del motto di spirito e dell’atto mancato, nei quali l’intenzione di significazione opera, seppure come fallita o come troppo riuscita. Mentre il sintomo, allo stato selvaggio, può passare inavvertito dal soggetto. (…) Quel che costituisce il sintomo è che ci si crede. (…). Quel che il sintomo può avere di reale è la differenza temporale, che lo distingue dalle altre formazioni dell’inconscio. Il lapsus, il motto di spirito e l’atto mancato rispondono come tali a una temporalità istantanea. (…). Quel che è essenziale al sintomo è al contrario la durata, la permanenza e la ripetizione, cosicché quando un lapsus, un motto di spirito, un atto mancato tendono a ripetersi un po’ troppo, finiscono per diventare un sintomo. (…) il sintomo dura, non si evapora, non si eclissa come le altre formazioni dell’inconscio (…) Il sintomo (…) ha un carattere di permanenza. È questa la prospettiva che associa il sintomo al reale e che fa passare la questione del reale in psicoanalisi attraverso il sintomo”.

J.-A .Miller, L’apparato per psicoanalizzare, I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio, Roma 2001, p.127sg.

“Lacan raccomanda di farsi gabbare dal Nome-del-Padre, a tal punto che l’analista sembra trincerarsi nella comune credenza lasciando l’analizzante dall’altro lato, dal lato in cui è necessario servirsene. Occorre situare la struttura stessa dell’inconscio nel Nome-del-Padre. Il “ farne a meno a condizione di servirsene” opera una separazione tra l’elemento del significate-padrone e il suo posto. Quando si fanno ruotare nei posti dei quattro discorsi i quattro elementi, si separa l’elemento dal suo primo posto, e questo risponde alla ripartizione del “farne a meno e del servirsene”.

J.-A. Miller, Le lezioni sul sintomo, “La Psicoanalisi”, N. 41, p. 28 (2007).

“Qui si introduce il riferimento al sintomo del bambino come ciò che rappresenta “una verità”. Ci sono anche alcune note molto interessanti sul “sintomo somatico” del bambino che ci fanno pensare a quanto si vede purtroppo in alcune famiglie di autistici: il sintomo “ è la risorsa inesauribile, secondo i casi, per testimoniare della colpevolezza, per servire da feticcio, per incarnare un rifiuto primordiale”(LP,n,1,p. 23). Sono per versioni che rispondono rispettivamente alla nevrosi, alla perversione e alla psicosi”.

J.-A. Miller, Le lezioni sul sintomo, “La Psicoanalisi”, N. 41, p. 30 (2007).

“Lacan interpreta questa resistenza della famiglia coniugale poiché la considera essere il carattere irriducibile della trasmissione di un sapere, non la trasmissione di bisogni, ma della trasmissione, direi, costituente per il soggetto, che suppone,” la sua relazione con un desiderio che non sia anonimo”. È veramente molto forte. Questo implica che, nella comunità, il desiderio di allevare i nuovi germogli passi attraverso la collettività e che questo cancelli il singolare del soggetto. Lacan lo rinforza con il fatto che lì c’è una “necessità”, ovvero qualcosa che non cessa di scriversi, che l’anonimato, cioè il chiunque può fare funzione e interessarsi a non importa chi, erode la possibilità soggettiva. Occorre che il soggetto sua qui chiamato alla singolarità del je.

Allo stesso modo, d’altronde, non ci si analizza con la psicoanalisi, ma con uno o una psicoanalista. Occorre che avvenga in modo non anonimo. Non è sufficiente leggere Freud e Lacan, ad esempio, per analizzarsi con loro”.

J.-A. Miller, Le lezioni sul sintomo, “La Psicoanalisi”, N. 41, p. 29 (2007).

“Le cose si sono svolte come se la pratica inventata da Freud fosse stata animata da una dinamica che avrebbe irresistibilmente oltrepassato il quadro delle indicazioni di analisi, per attestarsi a una sorta di diga terapeutica supposta contenere la potenza stessa di questa pratica. Dato che parliamo di anticipazione, possiamo dire che Freud aveva anticipato questa evoluzione, dato che si era rifiutato di affidare l’avvenire della sua scoperta selettivamente alla professione medica”.

J.-A. Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico (1997) in I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio – Ubaldini, Roma 2001, p.151.

“Dal trattamento, che può essere indicato o controindicato, secondo la valutazione fatta da un altro (uno scienziato, un sapiente, un esperto) si è passati all’esperienza vitale, anzi esistenziale, che può essere desiderata oppure no dal soggetto stesso, anzi rischiata da lui come una vera avventura soggettiva. Quel che viene in primo piano, non è più l’indicazione, ma la domanda che un soggetto (non si dice più paziente) presenta a uno psicoanalista e l’autenticità, da verificare, del desiderio che abita questa domanda”.

J.-A. Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico (1997) in I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio – Ubaldini, Roma 2001, p.151.

“L’incontro con uno psicoanalista, nel suo insieme, fa bene. È che l’oggetto-psicoanalista è straordinariamente versatile, disponibile, multifunzionale, se posso dire così. In un caso allenta le identificazioni ideali, le cui esigenze assediano il soggetto. In un altro, in cui l’io è debole, preleva dai detti del soggetto qualcosa che consolidi un’organizzazione vivibile. Se il senso è bloccato, lo articola, lo fluidifica, lo introduce in una dialettica. Se il senso scorre senza arrestarsi a un qualunque significato sostanziale, dà dei punti di arresto, dei punti di capitone, come si dice, che daranno al soggetto un’armatura di sostegno. In breve, se lo psicoanalista sa essere oggetto, sa non volere nulla a priori per il bene dell’altro, sa essere senza pregiudizi rispetto al buon uso che si può fare di lui, vede il registro delle controindicazioni assottigliarsi straordinariamente, al punto che la controindicazione si decide allora caso per caso”.

J.-A. Miller, Le controindicazioni al trattamento psicoanalitico (1997) in I Paradigmi del Godimento, Editrice Astrolabio – Ubaldini, Roma 2001, p.152.

“Mi sono posto in tutta la sua generalità il problema della clinica differenziale delle psicosi (…) Propongo per fondamento della clinica differenziale delle psicosi, una clinica universale del delirio. Niente di meno. Chiamo clinica universale del delirio quella che prende spunto di partenza da questo: che tutti i nostri discorsi non sono che difese contro il reale”.

J.-A. Miller, Clinica ironica, in “I paradigmi del godimento”, Roma, Astrolabio 2001, p. 210.

“ (…) o la nostra clinica sarà ironica, cioè fondata sull’inesistenza dell’Altro come difesa contro il reale, oppure la nostra clinica non sarà che una riedizione della clinica psichiatrica”.

J.-A. Miller, Clinica ironica, in “I paradigmi del godimento”, Roma, Astrolabio 2001, p. 211.

Ciò che fa un padre, il vostro, è che singolarizza il suo desiderio nei riguardi di una donna rispetto a tutte le altre. È normativo solo se questo desiderio è singolare. È ciò che Lacan ha chiamato la père-version . Questo termine si è diffuso senza che se ne comprendesse la logica, mentre ciò che Lacan chiamava così era la singolarità di ogni padre in rapporto all’universalità del padre. Segnalando così che se un padre si identifica alla funzione universale del padre ciò può avere solo degli effetti  psicotici”.

J.-A. Miller, L’Essere e L’Uno, “La Psicoanalisi”, N. 55, p.190 (2014).

“Nelle generalizzazioni cliniche bisogna essere prudenti, anche se si può dire che, ogni volta che incontriamo un soggetto isterico, vale il cherchez la femme. Si deve cercare l’altra donna, perché la forma che assume la questione del desiderio dell’Altro nell’isteria è sempre quella di essere una questione sul sesso, sul sesso che il soggetto ha. Non è la stessa cosa per l’ossessivo, per lui il problema del desiderio dell’altro è quello della propria esistenza nel mondo”.

J.-A.Miller, Logiche della vita amorosa, Ed Astrolabio, 1997, p. 93.

“Quel che affiora … È un’interrogazione: a quali condizioni può comparire del nuovo? In psicoanalisi, in senso generale la questione è incalzante, sempre incalzante, perché l’esperienza analitica si svolge sotto il segno contrario a quello del nuovo. Si svolge sotto il segno della ripetizione. Vi si fa l’esperienza incessante del medesimo e l’esperienza analitica in fondo culmina nell’isolamento del medesimo. Si cerca d’altra parte di ingannare il ritorno del medesimo in psicanalisi”.

J.-A. Miller, Il nuovo e il medesimo, Il Nuovo, Editrice Astrolabio, Roma 2005, p.16.

“L’insegnamento della psicoanalisi è che in definitiva la varietà delle esperienze si trova riportata progressivamente ad alcuni grandi tipi, a un’identica struttura. Dietro apparenze differenti si coglie lo stesso posto inconscio, come si esprime Lacan – ora occupato da una bambina, più tardi da un vecchio – mentre in definitiva si tratta ancora del medesimo”.

J.-A. Miller, Il nuovo e il medesimo, Il Nuovo, Editrice Astrolabio, Roma 2005, p.16.

“Ma, a fianco del principio di ripetizione, dobbiamo elaborare qualcosa che non penso si possa chiamare principio, ma una condizione, la condizione di novità. Principio di ripetizione, condizione di novità… E di questo Lacan testimonia pagina dopo pagina: come pensare il nuovo in psicoanalisi”.

J.-A. Miller, Il nuovo e il medesimo, Il Nuovo, Editrice Astrolabio, Roma 2005, p.17.

“Lacan ha dato alla parola sintomo una nuova ortografia. Indubbiamente nel corso di queste lezioni, talvolta lascia intendere il vecchio sintomo al posto di questo nuovo significante, nuovo nell’uso che ne fa, ma che nella lingua è antico, desueto: il sinthomo”.

J.-A. Miller, Dall’Altro all’Uno, “La psicoanalisi”, N. 59, p.15 (2016).

“Il secondo punto di vista fa percepire una continuità, si tratta di due soluzioni differenti circa la stessa difficoltà d’essere. (…) Lo psicotico come il normale sono delle variazioni – che dite? – della situazione umana, della nostra posizione di parlanti nell’essere, dell’esistenza del parlessere”.

J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 194.

“È precisamente questa uguaglianza che ci ha condotti a parlare di modi, in particolare di modi di godimento. Si parla precisamente di modi quando si fa sparire la discontinuità delle classi. Tutti uguali davanti al godimento, tutti uguali davanti alla morte, ecc. Distinguiamo, non delle classi ma dei modi, che sono delle variazioni e quindi si fa posto all’approssimazione”.

J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 194.

“Si tratterebbe dunque di intendere il concetto di disturbo del linguaggio al di là del franco neologismo, fino a includere l’uso paranormale del linguaggio, l’uso appena spostato, il disturbo interstiziale. (…) Si potrebbe addirittura dire che parlare è un disturbo del linguaggio”.

J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 198.

“Nella clinica borromea si può dire: Pο e ϕο sono le due estremità della curva di Gauss (…) Ci sono dei disturbi dove non è la forma significante a essere colpita ma la significazione: la parola è normale, la frase è normale e tuttavia c’è dietro la parola o la frase una “intenzione ineffabile”. Ebbene, non si potrebbe chiarirla meglio che prendendo in conto il “godere del linguaggio”.

J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 208.

“C’è la “fuga” del senso e poi ci sono tutti i tentativi di capitonaggio per riagganciarlo. La paziente stessa dice: “Ho delle possibilità, ma non le padroneggio … non trovo la chiave”. Parla la lingua normale, la nostra. Tutti cercano la chiave. La questione sul capitonaggio è la questione più condivisa da tutti”.

J.-A. Miller (a cura di), La psicosi ordinaria. La convenzione di Antibes, Astrolabio, Roma 2000, p. 216.

“Qual è l’impero che si esercita su Joyce? Non è l’impero del padre – carente –, l’impero nel senso del significante padrone, che vi chiama solo all’identificazione. Joyce si è sentito chiamare ad altro rispetto all’identificarsi come gli altri. È in questo che si è consacrato a valorizzare il suo nome proprio, a spese de padre, cioè valorizzandolo nella sua singolarità. Qui il nome proprio, dice Lacan, fa di tutto per diventare più dell’S1, più del significante padrone. Il nome proprio è altro rispetto all’S1”.

J.-A. Miller, Pezzi staccati, Astrolabio, Roma 2006, p. 63 sg.

“Lacan sottolinea che lalingua è per ciascuno qualcosa che viene ricevuto e non appreso. Lalingua è una passione, è sofferta. C’è un incontro tra lalingua è il corpo, e da questo incontro nascono dei marchi, che sono dei marchi sul corpo. Quel che Lacan chiama sintomo è la consistenza di questi marchi, ed è a questo che si può ridurre il sintomo, a essere un evento di corpo, qualcosa che è accaduto al corpo a causa de lalingua”.

J.-A. Miller, Pezzi staccati, Astrolabio, Roma 2006, p. 65.

“[…] si può fare a meno del Nome-del-padre a condizione di far riferimento a questi tre nomi: il simbolico, l’immaginario, il reale, di cui Lacan ha potuto dire che erano “i veri Nomi-del-Padre”, le nominazioni ultime a cui facciamo riferimento nell’operazione analitica”.

J.-A. Miller, Pezzi staccati, Astrolabio, Roma 2006, p. 65.

“Evidentemente la legge a partire dal Witz non è la legge che serva la giustizia, che è cieca, come la si rappresenta, una benda sugli occhi. È la legge che fa attenzione al caso particolare, e che sa fare la differenza, che cerca di farla, la differenza, tra la cantonata, la sciocchezza, l’errore e poi il motto di spirito. […] È una legge che accoglie. Se si ripensa il Nome-del-Padre a partire dal Witz, si vede il Nome-del-Padre uscire per incontrare il soggetto e la sua invenzione. Già sullo sfondo di questa percezione, avevo potuto formulare, in altri luoghi, l’idea di una politica del Witz. Il Witz può supportare, in effetti, una politica che è, poco o molto che sia, quel che sto descrivendo a partire dalla struttura delle formazioni dell’inconscio”.

J.-A. Miller, Il nuovo. Fortuna e ordinata virtù in psicoanalisi secondo Lacan, Astrolabio, Roma 2005, pp. 49-50.

“Saper leggere consiste in questo, nel sapere che ogni volta che appare la dimensione del senso c’è una dimensione di fuori senso dove il godimento va ad alloggiarsi”.

Laurent, La lettera e il reale per la psicoanalisi, in “La Psicoanalisi”, N. 26, p.251 (1999).

“Nel processo di costituzione soggettiva è importante il momento in cui il soggetto nega o meglio denega, il che significa letteralmente ‘dice di no’, a un contenuto già accolto nella sua storia attraverso l’accettazione e l’assenso (Bejahung = dire di si). Lacan affermava testualmente:‘Nell’ordine simbolico i vuoti sono altrettanto significanti che i pieni; e sembra, se intendiamo Freud oggi, che sia la beanza di un vuoto a costituire il primo passo di tutto il suo movimento dialettico’. Lacan definiva questo primo passo come ‘alto passo’, da concepire ‘[…] più come un momento mitico che come un momento genetico […] dato che concerne una relazione del soggetto con l’essere, e non del soggetto col mondo’”.

Brandalise, E. Macola, La negazione e il soggetto dell’inconscio. A proposito del Seminario IX, in La Psicoanalisi, n. 26, 1999, pp.135-136.

“Il lavoro dell’analista si situerà, allora, dal lato del taglio che mira a rompere il muro del linguaggio affinché emerga il soggetto dell’inconscio nella sua divisione: sotto il sapere e il senso corrente, gli artifici, i fallimenti, e le menzogne, marcano quel che del femminile non si può né dire né sapere. La conquista del vero risiede nell’enigma della sessualità ed è legata alla lacuna del femminile che in rottura con l’ordine significante, non cessa di far apparire dei buchi e delle menzogne, fonti di un lavoro di simbolizzazione”.

Dufou, Dalla follia al genio: Joyce-Lacan/Beckett-Bion, “La psicoanalisi”, N. 59, p. 85 (2016).

“Senza ricorrere al magnetismo che orientava la vecchia bussola verso il Nord, più o meno evanescente, il questo “orizzonte disabitato dall’essere”, secondo la bella espressione di Lacan negli anni Cinquanta, la pluralizzazione dei Nomi-del-Padre rende conto del nuovo momento per il soggetto nella sua patologia di disorientamento e la costellazione di significanti che si propongono per orientarlo in ciò che lo stesso Lacan designò nel decennio successivo come “aletosfera”, spazio in cui il soggetto deve localizzare i suoi oggetti di godimento. L’aletosfera vede oggi proliferare un buon numero di sistemi di posizionamento psichico”.

Bassols, Pluri-Edipo, “Attualità lacaniana”, N. 2, p. 26 (2004).

“Disporre dell’annodamento del Nome-del-Padre, oltre al fatto che bisogna sapersene servire facendone a meno, non libera il soggetto da quel passo supplementare, la sua intima decisione, che è necessario perché ci sia atto. Dove non c’è parola, né desiderio, si pone il godimento, che occupa il posto lasciato vuoto dal fatto che la parola non dice il desiderio”.

E. Manzetti, Verso il “meno di godere” nella civiltà contemporanea, “Attualità lacaniana”, N. 2, p. 113 (2004).

“Il lettore stesso verificherà come una politica del sintomo si deduce dal tratto più particolare del caso clinico. A partire da questo si afferma il valore  terapeutico della psicoanalisi. Qui, non si tratta di falsi protocolli elaborati a partire da questionari anonimi, né dalla gestione del malessere del soggetto riducendolo a una variabile numerica sul mercato della sanità, ancora meno di una messa in equivalenza della sofferenza con una condotta o a una risposta inadeguata. Questo volume vi obietta radicalmente. Mette in valore quanto c’è di più particolare del sintomo del soggetto, che non è analizzabile se non a partire dal dettaglio clinico, mai quantificabile, sola bussola in grado di orientare il trattamento della sofferenza secondo un’etica e con efficacia”.

Bassols, Prefazione a J.-A. Miller (a cura di) Effetti terapeutici rapidi in psicoanalisi. Conversazione di Barcellona, Borla, Roma 2007, p. 8.

“Negli ultimi Seminari Lacan chiarisce maggiormente la funzione del Nome-del-Padre come nominazione, cioè il padre che nomina è qualcosa che ha rapporto più con un atto di creazione, perché sapete che non c’è nessun rapporto fra la cosa e il suo nome. (…) L’accento è portato sul Nome e non sul Padre, quindi ci sono i Nomi-del-Padre, è una pluralizzazione rispetto a ciò che del significante può venire ad occupare il posto di Nome. Il fatto di pluralizzare i Nomi-del-Padre cambia la struttura stessa dell’edificio simbolico, che un tempo si fondava sull’Uno dell’eccezione, e si vede bene come da questo punto di vista Lacan segua la sua epoca, vale a dire che c’è una specie di decostruzione del padre attraverso la quantità: i Nomi-del-Padre e non il Nome-del-Padre dell’eccezione”.

M.-H. Brousse, Il padre nella civiltà contemporanea, “La Psicoanalisi”, N. 45, p. 144 (2009).

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